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martedì 12 dicembre 2023

Recensione: Il nemico - Foe, di Iain Reid


| Il nemico, di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 256 |

Non sono un lettore che ama la fantascienza. Rifuggo le navicelle spaziali e le guerre intergalattiche, preferisco le atmosfere intime agli effetti speciali. C'è una fantascienza, però, che mi piace. Quella che parla non degli extraterrestri, ma di noi: alieni, spesso, gli uni per gli altri. Fa parte di questo filone, purtroppo meno nutrito di quanto spererei, anche il nuovo romanzo di Iain Reid. Dopo il cervellotico thriller psicologico che ha ispirato l'ultimo capolavoro di Charlie Kaufman, l'autore canadese torna in libreria e presto anche al cinema con la storia di un'invasione. Junior e Hen, sposati da sette anni, vivono immersi nelle campagne del Midwest quando un paio di fari verdi squarciano la notte. Alla loro porta bussa un burocrate vestito di tutto punto, Terrance, che comunica alla coppia l'esito di una misteriosa lotteria. Penseremmo subito a Shirley Jackson, se non fosse per la svolta avveniristica in agguato: il marito, infatti, è fra i fortunati prescelti per le colonizzazione di un nuovo pianeta: la moglie resterà a casa, in compagnia di un rimpiazzo robotico ancora da mettere a punto. Precipitiamo, a questo punto, in un episodio degno delle migliori stagioni di Black Mirror: perché a dispetto della narrazione pacata, delle atmosfere placide e sonnacchiose, l'inquietudine serpeggia sottopelle. E scricchiola, dietro le pareti di una casa improvvisamente violata.

Non riceviamo visite. Non qui.

Costretti a tenere il segreto, resi partecipi di uno stadio successivo dell'evoluzione umana, i protagonisti sono formiche sotto la lente di ingrandimento di Terrance. Logorati dall'invadenza dell'ospite, sono monitorati notte e giorno tramite interviste che lentamente diventano interrogatori. Han diventa sospettosa, distante. Junior, confuso, stringe i pugni per difendere la loro vecchia routine. Ma cos'è, in fondo, la normalità? Prima di Terrance erano davvero così felici? Con una prosa sommessa e senza fronzoli, vicina alla narrativa di frontiera, Reid scrive una storia ambigua sulla solitudine, sui rapporti di genere, sul terrore del cambiamento. Isola i suoi personaggi in un limbo snervante, fatto di campi di colza e pollai, e mette a punto un esperimento antropologico che pone tutto in discussione. Il colpo di scena c'è, vero, ma non sconvolge. A spiazzare è piuttosto il risveglio delle coscienze di uomini e donne guidati dal senso pratico, senza ricordi né desideri, che si affacciano angosciosamente sul futuro e per la prima volta si soffermano sul presente. Con la consapevolezza di essere, nonostante le tutto, incontrovertibilmente vivi. Serve allora un'altra lotteria, un'altra missione, per conquistare il proprio “spazio”?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Baby, It's Cold Outside

sabato 3 ottobre 2020

Mr. Ciak: Sto pensando di finirla qui | Shirley | The Vast of Night | Le strade del male

Quando Charlie Kaufman decide di adattare un romanzo, vietato aspettarsi trasposizioni senza guizzi. Il mago degli arrovellamenti psicologici prende una storia già frustrante su carta – in molti hanno abbandonato la lettura a metà – e la rende ancora più criptica. C’è una coppia in macchina: lui sembra soddisfatto, lei comincia a covare un’insoddisfazione profonda. Si cena tutti insieme, in una fattoria, e i parenti sono stranissimi. Poi, sulla via del ritorno, una tappa in gelateria nonostante le temperature sottozero e una visita in un liceo popolato solamente da un anziano custode. Cosa vogliono dirci queste fermate? A chi appartiene il punto di vista che ci racconta questa storia d'incomunicabilità? A dispetto della confezione elegante e glaciale, Sto pensando di finirla qui è un pentolone di disagi e suggestioni. Alla tormenta di neve corrisponde il tormento della rivelazione Jessie Buckley e del sempre più impegnato Plemons: parlano tantissimo – degli scritti di Wallace, del cinema di Cassavetes, di fisica, poesia e relazioni –, ma glissano sullo show camaleontico di mamma Collette; su un futuro vago e su un passato traumatico. Agevolato dalla lettura del romanzo, ho finito con l’amare questo film. Soprattutto in un epilogo che con un colpo d’ala si distacca dalla claustrofobia di Reid e sceglie di esprimersi attraverso l’animazione, il musical. Come funziona la mente umana? Quando siamo a pezzi vediamo tutto nero o possiamo evadere fino a vedere la vita in Technicolor? Kaufman ci guida in un viaggio al termine della notte, e della ragione, che sembra tante cose e nessuna insieme. Un teatro popolato da antichi fantasmi, con figuranti vestiti a festa per celebrare la fine di tutto quanto. O l’inizio di una tardiva speranza? (8)

Chi era Shirley Jackson, l’autrice che King annovera fra i suoi maestri? Una donna depressa, dedita all’alcol e all’insoddisfazione; brutta se confrontata con un marito gaudente. La sua fama di scrittrice horror le ha conferito presto un fascino stregonesco fino a farne un tutt’uno con i suoi personaggi. Cinica e affermata, qui viene descritta nel mezzo di una crisi sentimentale e creativa che coincide con l’arrivo di una coppia di neosposi: lui assistente universitario, lei moglie trofeo. La simmetria tra le due donne le porterà a scoprirsi complici. L’ambiguità del rapporto è coronata per di più dalla stesura di un racconto ispirato alla vicenda di una ragazza scomparsa: la terza protagonista femminile, benché assente; la terza protagonista in cerca della propria voce. Shirley ne avrà abbastanza per darne a tutte e tre? Quasi uscito da un romanzo dei suoi, il film è un biopic fuori dai canoni. C’è tutto: il processo editoriale, il parto creativo, le luci e le ombre di una pessima fama, il femminismo, l’attrazione non detta che si fa ossessione. Come The Hours, ritratto di Virginia Woolf che mescolava finzione e verità, Shirley coglie le peculiarità di un’autrice sull’orlo del baratro e senza bisogno di trucchi la immortala grazie alla performance di una Moss al suo meglio. Fuoriclasse impareggiabile, l’attrice australiana è una bestia di raro talento. Quanto sprezzo, quanta fierezza, quanta sensualità. Accanto a lei brilla la stella di Odessa Young: fragile e timida, con una bocca grande e sgraziata, prima intenerisce e poi sconvolge con un personaggio inafferrabile. L’identificazione con la ragazza scomparsa si farà inquietante. Tra fantasticherie, effusioni e sospetti, il mistero maggiore sarà l’amicizia che la lega alla Jackson. Operazione stratificata, al passo coi tempi senza mai essere ruffiana, piacerà ai cultori dell’autrice e incuriosirà i profani. Dopo aver sbirciato sulla scrivania di Shirley, e nel suo cuore, vorrete necessariamente conoscere anche il contenuto dei suoi libri. (7,5)

Una centralinista ciarliera con il pallino di Nancy Drew e uno speaker radiofonico dalla parlantina a raffica captano frequenze misteriose. È una tranquilla sera degli anni Cinquanta nel New Mexico. Il resto della città è distratta dagli schiamazzi di una partita in corso nella palestra del liceo. Chi baderebbe alle stranezze del cielo, a parte i protagonisti? A metà tra un podcast e una puntata di Ai confini della realtà, The Vast of Night omaggia i classici della fantascienza – dai classici in bianco e nero a Spielberg – e le infinite possibilità della narrazione. È prolisso. È ondivago. È sospeso. A tratti, puro esercizio stilistico. Ma agli espedienti della messa in scena, ai dialoghi fiume, ai soliloqui teatrali e ai piani sequenza si reagisce con due occhi grandi così. E altrettanta meraviglia suscita la scrittura, non tanto per le tematiche – in definitiva già sentite – ma per lo sperimentalismo del cinema fieramente indipendente. Esordio alla regia da incorniciare, farà la gioia dei cinefili doc armati di pazienza. Davanti alla vastità della notte, e alla potenzialità di questo cinema, non si trattengono i brividi. Lassù qualcuna ci guarda. E noi, preferendolo al rivale Netflix, continuiamo a guardare sorpresi le proposte di Amazon Prime Video. (7)

Più grande è il cast, più clamoroso è il guazzabuglio! Impossibile non pensarlo davanti allo sperpero di talenti delle Strade del male. Chi non vorrebbe vedere il film che ha riunito sullo stesso set gli attori delle principali saghe degli ultimi anni – da Spiderman a It, da Edward Cullen al Soldato d’inverno, senza scordarci Dursley di Harry Potter? Quella che potrebbe sembrare una sinergia degna degli Avangers, in realtà, è al servizio di una storia luttuosa e serissima: anche troppo. Ispirato al romanzo di Donald Ray Pollock, il film di Antonio Campos è vittima delle proprie ambizioni e di un intreccio che funzionerà  su carta, meno su pellicola. Nonostante le due ore e diciotto, forse avrebbe meritato una miniserie per raccontare queste generazioni di uomini. Figli di genitori assassinati o assassini, a loro volta costretti a uccidere o a uccidersi per sottrarsi al malessere, i protagonisti trovano pace nelle illusioni dell’amore o nell’abbaglio della fede. Immersi nelle atmosfere del Southern Gothic, dovrebbero essere brutti, sporchi e cattivi. Netflix li scambia con uno squadrone di giovani, belli e celebri, confezionando un film sin troppo patinato per rendere giustizia a una storia scabrosa. Poco amalgamate tra loro, le vicende appaiono giustapposte e i personaggi inconciliabili, legati soltanto dal filo delle coincidenze. Antonio Campos ha intenzioni buone ma confuse: pasticcia con un cast difficile da gestire. A parte un Holland sorprendentemente maturo e un Pattinson che qui gioca a fare Waltz, gli altri attori si ritagliano partecipazioni ininfluenti. Né thriller né dramma, né carne né pesce, Le strade del male è un fritto misto di star servito su un letto di blanda disperazione. A dispetto delle tinte fosche e del sangue sparso, non è Tarantino. (5,5)

sabato 23 maggio 2020

Il romanzo che ha ispirato il prossimo film di Charlie Kaufman: recensione di Sto pensando di finirla qui, di Iain Reid

| Sto pensando di finirla qui, di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 253 |

Sto pensando di finirla qui. La protagonista, per tutto il tempo priva del nome, lo pensa della sua attuale relazione e della sua vita, considerata inappagante. Di lei sappiamo pochissimo. Soltanto che viaggia in macchina – direzione, la fattoria dei suoceri – e che accanto ha Jake, professore amorevole e premuroso che frequenta da qualche settimana. Stanno imparando a conoscersi, ma la protagonista fa fatica. Ad abituarsi al rumore della deglutizione del partner, alle conversazioni che arrancano, alla desolazione di quelle strade secondarie. Qual è la percezione che l’uno ha dell’altra? Cosa pensano, mentre fuori dal finestrino si susseguono immagini rapide di campi e nuvole? Una tempesta è in arrivo. A metà tra Tom at the farm e Il gioco di Gerald, questo romanzo è lo snervante flusso di coscienza di una donna in balia delle proprie ansie sociali. Dei ricordi, della solitudine, del mal di vivere, dei bilanci con cui mette in discussione sé stessa e la propria relazione.

I racconti basati su eventi realmente accaduti molto spesso hanno a che fare più con la finzione che con la realtà. Vale sia per le cose inventate sia per quelle vere. Si tratta di storie, in entrambi i casi, che vengono ricordate e raccontate. Le storie sono il modo in cui impariamo le cose. Sono il modo in cui ci conosciamo a vicenda. Ma la realtà, quella succede una volta sola.
Sto pensando di finirla qui. È il pensiero del lettore più impaziente, davanti a un thriller psicologico che si concede un preambolo lungo cento pagine per entrare nel vivo della narrazione. Il romanzo di Iain Reid, presto un film Netflix grazie al talento immaginifico dell'acclamato Charlie Kaufman, è costituito da riflessioni sulla vita di coppia e da tappe stranissime. Episodi all’apparenza grotteschi, che scandiscono un trip lisergico e contorto, affascinante nel suo destabilizzarci continuamente. Il ritorno a casa dei personaggi, infatti, sarà ritardato da contrattempi terrificanti. Si parte dalla cena servita in un casolare in stato di semiabbandono – carne sanguinolenta, verdura in gelatina, e per finire il gioco dei mimi –, con un duo di genitori sopra le righe a guardia di una porta ricoperta di graffi: conduce in cantina. Si prosegue con il desiderio impellente di granita al Dairy Queer, anche in pieno inverno. Si finisce con un tour claustrofobico in una scuola vuota – o almeno si spera che lo sia –, a metà tra un labirinto e una prigione.

La mia storia non è come un film dell’orrore, gli dico. Non ti fa fermare il cuore e non ti gela il sangue nelle vene. Non ci sono mostri o violenze. Nessun salto dalla sedia. Per me, queste cose non sono spaventose. Invece, quello che ti disorienta, che capovolge ciò che da per scontato, che disturba e scompagina la realtà, quello sì che fa paura.
Sto pensando di finirla qui. Lo dici alle prese con la seconda metà, quando fai le ore piccole pur di ultimare la lettura. Pur di venirne a capo. All’inizio scettico, ti scopri terrorizzato da piccoli dettagli inquietanti e da elementi stridenti, che nel silenzio della casa addormentata mettono letteralmente i brividi. Lo stile di Reid, stringato, introduce sottopelle un serpeggiare di sensazioni difficili da descrivere. Dice bene la copertina, sì: avrai paura senza sapere perché. Non c’è niente che non vada, ma allo stesso tempo nulla torna. Perché tutto può cambiare all’improvviso. Pagina dopo pagina la storia ci svelerà il suo significato più allegorico e profondo. Ma serve attendere, assecondare la curiosità, perché i dialoghi suoneranno innaturali qui e lì e le situazioni in cui i protagonisti si cacciano appariranno a dir poco surreali. Non tutto viene giustificato alla luce dell’epilogo. Non tutto lascia a bocca aperta, soprattutto se i film di genere ormai non hanno grandi segreti per voi. Ma molto gli si perdona, soprattutto grazie ai ritmi deliranti e ossessivi, da istantaneo mal di testa, che ricordano uno squillo di telefono nel cuore della notte. Non stupisce che l’autore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Anomalisa abbia visto il potenziale dell’autore, magari da mettere meglio meglio a fuoco in una trasposizione che già mi figuro diversissima: ancora più folle. Se dovessi immaginare di trarre una storia da un dipinto di Escher, comunque, sarebbe proprio così.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Joy Division – Love Will Tear Us Apart