mercoledì 13 gennaio 2016

I ♥ Telefilm: Ash vs Evil Dead, Mozart in the Jungle II, And Then There Were None - Dieci Piccoli Indiani

Ash Vs Evil Dead
Stagione I
La gente, quando mi scopre cresciuto a pane e horror anni ottanta, ne è meravigliata. Non si direbbe, mi assicurano, data la mia inconsueta apertura verso generi cinematografici ben diversi – ad esempio, potete star sicuri che la romcom parlatissima, con lui che incontra lei in tutte le combinazioni e le città d'arte possibili, qui avrà sempre un posto speciale – e strano, aggiungono, che più attirato dal sangue che dai cartoni animati sin da bambino, non sia poi diventato un serial killer di fama mondiale. E qui sghignazzano e fanno l'occhiolino. Scherzando scherzando, io rispondo che per quello c'è sempre tempo. Allora, silenzi di tomba. Questo per dire che, tra i miei registi cult, a sorpresa ma non troppo, c'è un certo Sam Raimi. Autore, insieme ai fratelli, di Xena e Hercules, che allietavano i miei pomeriggi su Italia Uno; del solo esempio di cinecomic che mi è rimasto nel cuore, con l'insuperabile trilogia di Spiderman; di horror a basso budget – da non sottovalutare, per me, neanche il divertentissimo e recente Drag Me To Hell – visti con papà quando non avevo l'età. Ash Williams, in particolare nel medievaleggiante L'armata delle tenebre, era il mio eroe, vestito di cotta e maglia e umorismo a non finire. La trilogia partita con Evil Dead – una manciata di ragazzi in una baita nei boschi, forze maligne, il trionfo dello splatter – era finita però prima che io nascessi, nel 1992. E, senz'altro perché vi avevo assistitito in differita, l'idea del remake al femminile di Fede Alvarez, nudo e crudo, mi aveva dato diverse soddisfazioni. Da allora, più o meno, aspetto la reunion. Annunciata, desiderata, attesissima in famiglia. Più di vent'anni dopo, il simpatico Bruce Campbell – legato indissolubilmente a quel ruolo e a quel regista – torna a indossare, con ironia e una specie di strana commozione, una motosega a mo' di guanto e a sfogliare il temibile Necronomicon. Va verso i sessanta, ormai, ma la mano di legno e i racconti sensazionali lo aiutano a rimorchiare nei bar. Finché, sbronzo e piacione, si fa il bello agli occhi della sua ultima amante leggendo i passi di quel libro scritto con il sangue, sulla pelle di un uomo scuoiato. E risveglia così il Male. I demoni e l'oscurità, insieme allo spettatore, lo trovano invecchiato, impreparato, ma sempre sul pezzo. Lavora come commesso in un negozio di elettronica in stile Chuck Bartowski, vive in una roulotte sgangherata, ha la dentiera e il busto ortopedico. Non perde però il tocco. Ha una poliziotta che segue le sue tracce, un'alleata – o è forse una nemica? - con il volto di una Lucy Lawless affascinantissima e due pivelli come aiutanti: Ray Santiago, messicano e imparentato con un brujo, e Dana DeLorenzo, bella e capriciosa. Lui, inutile dirlo, è perdutamente cotto di lei. Morti e battute ad effetto, effetti speciali artigianali, dieci episodi – pochi e brevi, purtroppo – per le dieci tappe di uno spassaso viaggio on the road, che grandi e piccoli bramavano. Raimi produce, e qualche volta dirige, un rinfrescante bagno di sangue e un caloroso ritorno a casa. Anzi, nella Casa. (7,5)

Mozart in the Jungle
Stagione II
Il pubblico, elegantissimo, prende posto a sedere. L'invito al silenzio e, dal palcoscenico, i primi arpeggi. Si apre il sipario e un uomo di spalle, piccino ma energico, spinge la sua orchestra a grandi trionfi. L'applauso, un altro. Dopo l'ingresso del maestro Rodrigo alla Filarmonica di New York, le cose vanno meglio per tutti, o quasi. Lo scorso anno, in una serie rivelazione targata Amazon, nonché preziosa presenta ai Golden Globes di questo stesso 2016, un direttore dal sangue caliente e dai metodi poco ortossi accoglieva a braccia aperte l'avvento della novità. In tanti storcevano il naso, davanti ai suoi capelli indomabili, al passato turbolento, alle prove per strada. Ma quanto ci erano piaciuti, in realtà, gli spettri in costume, il glamour della City, il suono di una leggerezza mai tanto di classe? Quanto attendevamo un altro ciclo di episodi, per sapere se il bacio tra Rodrigo e l'allieva Lola Kirke avrebbe avuto ripercussioni e se la Filarmonica, gravemente indebitata, ce l'avrebbe fatta a risollevarsi? Mozart in The Jungle ritorna, tra dicembre e gennaio, con un seguito all'altezza del non lontano inizio e piccoli dubbi che, però, si rinnovano nel sottoscritto. Perché la serie, benedetta da Chris Weitz e dai compagni di merenda di Sofia Coppola, non si sa quando cominci né quando finisca. Mi spiego. Grandi attori e colonna sonora immensa, ma come una povertà di temi, di stagione in stagione. Cos'è successo nella prima, dopo l'arrivo di Rodrigo? Cosa succede nella seconda, dopo il tour in America Latina? Poco, pochissimo. Gloria, magnifica settantenne, scopre di possedere notevoli doti canore – ma trattandosi di Bernadette Peters, leggenda del musical, è poco lo stupore – e di avere ancora l'età per concedersi un amore o due; l'oboista Hailey, con il fidanzato ballerino impegnato in un reality show, ripensa alle attenzioni del suo Maestro; Cynthia, sexy violoncellista, asseconda le avance di un'avvocatessa che in tribunale però non fa faville; Thomas, ed è impossibile a questo punto non nominare il granitico Malcolm McDowell, lavora alla sinfonia di una vita e seppellisce nel frattempo l'ultima moglie. E cosa capita invece a Rodrigo, in cerca dell'assistente perfetto e, per un arco di episodi, affetto da un fastidioso disturbo uditivo? Sarà come Mozart, eterno enfant terrible, o cagionevole come Beethoven? L'eleganza e l'ordine dello skyline newyorkese, per un po', cedono il posto a una tournée sui mari del sud. Al calore e al colore del Messico. Il buon cibo, le maledizioni, la lettura dei fondi di caffè. Gli amori predetti dalle nonne sagge. Esilarante e ricercato, leggero ma a volte impalpabile, Mozart in the jungle è un passatempo colto e rilassante, per melomani e non solo, a cui questa volta manca maggiore consistenza e la sua città di appartenza. Ma è tanto ben confezionato, tanto sovversivo, che davanti a un Gael Garcia Bernal posseduto dal ritmo – vedeste quanto è coinvolgente e naturale, mentre si dimena e tiene il tempo – è impossibile trovare riparo dall'ispirazione e dall'allegria. Contagiano. (7)

And Then There Were None
miniserie televisiva
Fulmini e saette, un'isola privata tagliata fuori dal mondo, una chiave maestra. Una pistola e, a un tavolo, sconosciuti invitati allo stesso evento: ospiti in una casa labirintica, i cui padroni – stranamente assenti – hanno lasciato il comando ai due domestici, marito e moglie. Tra i piatti fumanti e le posate, al centro, dieci strane statuine d'avorio, che rappresentano ognuno di loro. Dieci vittime – e dieci colpevoli, perché tutti hanno la coscienza sporca – e un assassino che agisce inosservato. Una dopo l'altra, le statuine scompaiono; uno dopo l'altro, gli ospiti muoiono, seguendo l'ordine espresso in una inquietante filastrocca per bambini. I superstiti, sospettosi e pietrificati, vivono sul chi va là. L'indice puntato verso il compagno, il dubbio persistente. In quella villa sferzata dal vento e dalle acque, nessuno entra e nessuno esce: il male è tra loro, l'inferno è in terra. And Then There Were None – per noialtri, Dieci Piccoli Indiani – è il titolo che, a un passo dall'anno nuovo, sotto le feste, si è presentato alla mia porta, con la sua aria inglese al solito impeccabile, il taglio cinematografico, un intreccio di cui non si è mai stanchi a sufficienza. La BBC, in tre puntate, propone la trasposizione del romanzo più celebre della regina del brivido, Agatha Christie, e sorprende in maniera impensata. E da quando sbagliano, questi inglesi, chiederete? Invece, davanti a riproposizioni edulcorate e alquanto mediocri – su tutte, l'ultimo Lady Chatterley's Lover -, lo scorso anno le mie convinzioni hanno vacillato. In prodotti belli ma senz'anima, registi e autori che procedevano con il pilota automatico, tanto savoir faire fine a sé stesso, la dizione troppo perfetta dei britannici – e degli automi doc. And Then There Were None, invece, ha un apparato tecnico di tutto rispetto – fotografia cristallina, scenari da sogno (ebbene sì, io faccio strani sogni), un montaggio sonoro che regala sussulti – e personaggi al di sopra di ogni sospetto che, nei flashback, vengono cesellati gradualmente. In tre ore scarse, forma e contenuto hanno lo stesso peso. Il cast, pieno di giovani promettenti e vecchie volpi, è dei migliori. Il bellimbusto viziato di Douglas Booth, il mercenario dell'aitante Aidan Turner, la tata impenetrabile della rivelazione australiana Maeve Dermody. Tra gli altri, il giudice Charles Dance, la crudele precettrice Miranda Richardson, l'eroe di guerra Sam Neil. Tutti bravissimi e tutti in pericolo, in una storia vista e rivista – purtroppo, a ventun anni, non ho mai letto il romanzo; una delle mie tante, imperdonabili mancanze – il cui finale, culmine di una orchestrazione senza stonature, sorprende anche oggi. Un autentico gioiello di eleganza e scaltrezza. Era il trenta dicembre, per essere precisi. Tardi, ormai, per le aggiunte dell'ultimo minuto al famoso listone. Non abbastanza, comunque, per godersi un altro regalo del piccolo schermo. (8)

lunedì 11 gennaio 2016

Recensione: Noi due e gli altri, di Fionnuala Kearney

La immagino incartata come un regalo [la mia vita], l'involucro esterno senza sbavature, chiuso col nastro biadesivo o che altro ci vuole, perché una parte del contenuto appaia curato e in ordine – nascosto alle persone che amo.

Titolo: Noi due e gli altri
Autrice: Fionnuala Kearney
Editore: Neri Pozza
Numero di pagine: 415
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Beth è una donna tradita, ferita per ben due volte da Adam, ai suoi occhi ormai nient'altro che un donnaiolo incallito e bugiardo. La prima volta è stata capace di perdonare l'"innocente scappatella" del marito. Ha comprato con lui un rudere e l'ha trasformato in una bella casa di tre piani in stile edoardiano, affacciata su un viale costeggiato da sicomori. Là ha accudito con cura Meg, la loro adorata bambina e, al chiuso della mansarda rallegrata dalla luce che penetra da tre lati, ha ricavato il suo studio, dove ha composto le sue canzoni, e scacciato definitivamente l'ombra del primo tradimento. Come perdonare, però, un marito che ti tradisce una seconda volta, per giunta con una "cameriera" che ha la metà dei suoi anni? E come non cadere dopo una simile doppia ferita nell'incertezza nei riguardi del mondo e di sè stessa? Sino al punto da accorgersi per la prima volta dei segni lasciati dal tempo sul proprio corpo e pensare che, al di là di qualunque rotolo del Mar Morto, Dio è indiscutibilmente maschio? Adam si è reso conto di essere nei pasticci nell'istante stesso in cui ha incontrato Emma nel ristorante in cui lavora. Sguardi, occhiolini, sorrisi e poi, sul sedile posteriore del taxi... l'irrimediabile. Per un istante l'immagine di Beth, così bella, fedele e piena di talento ha attraversato la sua mente. Ma solo per un istante, perché subito dopo l'idea di fare sesso con una donna più giovane ha preso il sopravvento, e Adam si è sentito riconciliato di nuovo con la vita a quarantatré anni....
                                              La recensione
Quanto ci lasciamo ingannare dalle etichette? Quanto dalle apparenze? Quanto influisce nella vita di tutti i giorni il ruolo che hanno disegnato per noi e quanto possono, mentre curiosiamo in libreria, una copertina giusta e una copertina sbagliata? Soprattutto, quando la tua famiglia è un ammasso di macerie e tu, figlio, devi badare a mamma e papà, quando è il momento adatto per leggere un romanzo che, neanche a farlo apposta, parla di coniugi ai ferri corti, fiducia infranta, bugie che hanno le gambe corte e la lingua lunga? Subito, seduta stante, se è opera di un'esordiente di cui sentiremo presto tessero le lodi e se, come capita in Noi due e gli altri, una storia amara di quelle che per te non hanno più sorprese ti insegna a prenderla con il sorriso e, un passo dopo l'altro, a tornare a desiderare il bene dell'altro, ma sotto forme diverse. Anche se i ruoli ci desiderano antagonisti – il marito infedele e la moglie cieca davanti all'evidenza, il traditore e la tradita – e dividersi fa un male che potrà però riservarci tanto bene. In realtà, non ero così certo di trovarmi, in partenza, al cospetto di una commedia romantica giunta al capolinea: inguaribilmente british, buffa, aspra il giusto. Mi hanno convinto del contrario, per fortuna, le parole della mia amica Stefania e i paragoni calzanti con David Nicholls, amatissimo da queste parti, di cui aspettavo, se non un nuovo scritto, almeno un'erede lampo. Lo stress, lo studio matto, la ricerca del primo libro con cui iniziare l'anno nuovo al meglio. Scelta saggia, mi domandavo, mentre nella notte tra il trentuno dicembre e il primo gennaio, in attesa che finissero i boati dei fuochi artificiali e i brindisi, soppesavo tra le mani il romanzo di Fionnuala Kearney e, tra me e me, mi convincevo che, essendo un titolo Neri Pozza, non ci sarebbero state speranze mal riposte. Al massimo, giusto un po' di attenzione in più da parte mia. Quattrocento pagine, tutta l'aria di una realistica saga familiare e una settimana buona per portarlo a termine e farmene un'idea. Tanta titubanza per nulla. Ma che volete farci, dovevano essermi passati di mente i ragionevolissimi confronti e le recensioni sentite. Colpa, in larga parte, di una copertina da romanzo d'appendice, né brutta né bella, che invecchia e intristisce troppo Noi due e gli altri. Mi sono accorto a pagina uno, però, che quella lì – un'aspirante Madame Bovary che fa m'ama, non m'ama con dei gigli in agonia – non era la nostra Beth e che il suo Adam, bastardo con il cuore d'oro, non era mica poi così bastardo. E se Bridget Jones non si fosse accasata con Colin Firth, ma con l'altra sua fiamma dagli occhi blu? Beth, quarantenne, è stata infatti tradita per la seconda volta e ha deciso di non perdonare. I suoi sogni erotici sono popolati da Gordon Ramsey, ha una casa da mettere in vendita, una figlia all'università e molta paura. 
Di restare sola, di finire per riprendersi quel compagno che va calandosi impunemente i pantaloni a destra e a manca. Aspirante compositrice, approfitta nel frattempo del cuore spezzato per scrivere una ballad da Oscar e si vede come la straordinaria Adele: sfigata in amore sì, ma piena di quattrini. La tristezza ispira. A proposito di Adam, invece: il farabutto. Esiste forse il gene del tradimento e quando si smette di crescere una volta per tutte? Figlio di due genitori vissuti e morti d'amore, scrupoloso uomo d'affari, svolazza di fiore in fiore. E la rancorosa Beth, la sensuale cameriera Emma e Keira, sbucata da un passato non lontano, sono fiori irresistibili, grazie alla bravura di un'autrice che sa fare di due pesi due misure e ci lascia leggere l'humor e il brio nella tradita, la sofferenza e il cruccio nel traditore. Lei, che su una spalla ha un angelo e sull'altra un diavolo – si chiamano Babushka e Lucy Fer, e sapeste quanto chiacchierano – e che, alticcia e spassosa, conia parolacce a fantasia per quel partner inaffidabile. Lui, che al contrario si esprime con più decoro e lucidità della moglie, ha un valido movente per i suoi sbagli da vigliacco e ancora qualche sassolino nella scarpa di cui liberarsi. Alto è il rischio di frane rovinose. 
Al centro esatto, la giovane Meg: figlia coscienziosa e cresciuta in fretta, che tenta di proteggersi dalle schegge volanti di una coppia scoppiata e di essere abbastanza forte per sopportare l'ultima rivelazione di papà. Nelle pieghe delle loro reciproche solitudini, il fardello delle menzogne – e ce n'è un'altra, dolorosissima, che minaccia di mandare a monte il salvabile – e la libertà sconfinata della vita da single. Fionnuala Kearney, come l'indimenticabile Un giorno ci ha già insegnato, dà voce a capitoli alterni a un uomo e a una donna che si piacciono nonostante tutto, ma non osano ammetterlo. Quanta voglia, con Emma e Dex, di leggerli e rileggerli e di far cozzare le loro teste dure l'una contro l'altra? Come in Noi, l'ultimo Nicholls in ordine di pubblicazione, il nucleo domestico si è qui ampliato – non più lui e lei, ma un coro greco di amici intimi, figli e parenti assurdi – e si sono ammassate scartoffie da firmare, per certificare la fine di un amore agli sgoggioli. I richiami a uno dei miei scrittori preferiti per dirvi che le fascette promozionali, ogni tanto, dicono cose sensate e che la giovane Fionnuala, artefice di un esordio pieno di maturità e grazia, ha anche il suo bel da dire. Terapista di coppia dei suoi personaggi complicatissimi, campionessa di apnea nei meandri di due menti debitamente scandagliate, mi ha divertito a sorpresa e sempre a sorpresa, in ultime pagine in cui emergono ombre e pene d'amore, mi ha incrinato il cuore con la leggera nonchalance di chi passa di palo in frasca, da un Crazy Stupid Love a The Affair. E senza scorciatoie di sorta, perché dall'amore, folle e stupido che sia, alla presa di coscienza del tradimento c'è un lento processo che somiglia all'elaborazione del lutto e una parentesi spaziosa abbastanza per racchiudere le mezze confessioni, le mezze verità, le mezze parole di un sentimento persistente, eppure vago, che ci raccontano un po' lui e un po' lei. Ma restituendolocelo, paradossalmente, integro.
“Tu scrivi canzoni”, mi dice, poi scuote la testa. “Non può mai essere questa la fine della storia”.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – Water Under The Bridge

sabato 9 gennaio 2016

Recensione a basso costo [libro e film]: Carol, di Patricia Highsmith

Fa' che io sia per te un cattivo esempio...

Titolo: Carol
Autrice: Patricia Highsmith
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 284
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Therese, 19 anni, è un'apprendista scenografa che, per raggranellare qualche soldo, accetta un lavoro temporaneo in un grande magazzino durante il periodo natalizio. Il suo rapporto sentimentale con Richard si trascina stancamente, senza alcuna passione tra voglia di coinvolgimento e desiderio di fuga: anche il viaggio che hanno progettato in Europa ora la intimorisce. In una gelida mattina di dicembre, nel reparto giocattoli dove lavora, compare una donna bellissima e sofisticata, in cerca di doni per la figlia. I grigi occhi della sconosciuta catturano Therese, la turbano e la soggiogano e d'un tratto la giovane si ritrova proiettata in un mondo di cui non sospettava nemmeno l'esistenza. È l'amore che le due donne si apprestano a vivere.
                                            La recensione
Il Natale ricorda alla timida Therese l'abbandono della madre e una fredda infanzia passata in istituto. I momenti di aggregazione, di felicità forzata, acuiscono in lei il senso di vuoto, risvegliando i ricordi di una vicina adolescenza, spesa tra mancanze e sacrifici. Sfortuna vuole che la diciannovenne, in attesa di fiorire, lavori sotto le feste al reparto giocattoli di un grande magazzino, nel cuore di New York. In attesa del lavoro che sogna – si vedrebbe scenografa a Broadway, ma la gavetta è lunga e Therese ha i piedi ben piantati a terra; si fa quel che si può -, impacchetta regali per borghesi grassi, paonazzi e felici, con un ridicolo cappello di Babbo Natale in testa e lo sguardo malinconico, che esprime tutto ciò che non ha mai avuto. Finché, dall'altra parte del negozio, che fa un pensierino su una prodigiosa locomotiva realizzata a mano, non vede una splendida venere in visone. Di La vita di Adele, tra i film più memorabili e controversi del nuovo decennio, non ricordo tanto le discusse scene di sesso, la furibonda reazione al tradimento, il doloroso ultimo addio, ma l'incontro. Una scena in cui ho visto che accadeva, che cadeva, il colpo di fulmine. Adele incrocia al semaforo la ninfa dai capelli blu, Emma; non la conosce e, fino a un attimo prima, non ha mai creduto di potersi innamorare di un'altra donna. Eppure, d'istinto, si volta e la cerca. Ma i pedoni si muovono sulle strisce, ché è scattato il verde, e quella ragazza è un lampo blu, distante. Si sarà voltata a cercarla? Si rivedranno ancora? Carol, similmente, gioca nervosa con i guanti: bionda, bellissima, lontana anni luce. Questione di un secondo, il sollevare gli occhi verso l'altra. E la cassiera pensierosa e la facoltosa signora in pelliccia, madre di famiglia in lotta per l'affidamento, sanno che è tardi, ormai, per tornare indietro. A volte, basta uno sguardo rubato. A casa, Therese ha però Richard: fidanzato premuroso e gentile. Lei gli vuole bene e nulla di più. Sono andati a letto insieme. Qualche volta, si tengono per mano a Central Park. Lui parla di matrimonio, lei – dubbiosa – non risponde ai suoi ti amo. Non gli dà false speranze, né sa dirgli arrivederci; impara a vivere senza di me, arrenditi. Carol, olio per gli ingranaggi della narrazione, ragione del tutto, è una figura con lo charme e il mistero delle donne dei noir vecchio stile. Quelle che, nei film in bianco e nero, immagino in attesa nelle stazioni ferroviarie, tra i fumi caldi dei motori. 
Fresca di divorzio, con una migliore amica – si mormora nei salotti – un po' troppo intima e una bambina che la legge pensa stia meglio lontano da lei. Di poche parole, sfuggente per natura: poco protagonista, nel romanzo che eppure porta impresso il suo nome aristocratico. E in un amore che a lungo, leggendo di loro, appare però opportunista e a senso unico. L'omosessualità era una patologia incurabile, un bacio nel privato era oltraggio e, se amavi un altro come te, dovevi scendere una fermata prima, in metropolitana, e incrociarlo a metà strada. L'importante era non destare sospetti. Patricia Highsmith, autrice della celebre serie su Ripley e i suoi ingannevoli talenti, racconta un amore saffico sotto falso nome. Carol, coraggioso e provocatorio per la sua epoca, nasce come romanzo psicologico nei primi anni cinquanta, ma riesce a metà. Un sentimento sospirato, sbrodolato, patito, che ha qualche languore – e qualche avverbio di modo – superfluo. A lungo, fino alle ultime pagine, le protagoniste non si capiscono. Chiacchierano, fumano, vanno a zonzo in auto. Meta finale, l'eduzione sentimentale di Therese; la sua crescita. Sembrano irresponsabili, fatue e il mondo circostante, che non mi è parso nemmeno così omofobo e maschilista, reagisce non tanto al loro legame, quanto all'abbandono del tetto familiare. 
Ho provato poche emozioni, se non a mente lucida, e una strana compassione per i pochi personaggi maschili: come Richard, innamorato non corrisposto e messo in un angolo. In pole position nella corsa agli Oscar, dopo i fasti a Cannes, Carol appassiona e strugge di più in sala. Caso raro, al pari de I Segreti di Brokeback Mountain, in cui alcune storie trovano al cinema la loro dimensione perfetta. Nel primo caso perché più commoventi, in questo perché meno stucchevoli, tanto è l'aplomb nella magnifica confezione. Troviamo uno sviluppo identico, ma personaggi cambiati in meglio. Rooney Mara, vulnerabile e acerba il giusto, non è una scenografa, ma cattura attimi in foto. Cate Blanchett, perfetta, è una Carol più protagonista e approfondita. Le due, con i ruoli cuciti a pennello e una tenerissima intesa, si rubano premi – la Mara, in primavera, ha vinto la Palma d'oro, e per me neanche troppo meritatamente - e scena. Ma la Blanchett è irraggiungibile quanto l'ultima diva superstite. Magnetica, affascinante come nessun'altra, regala alla sua Carol la mancata dimensione materna e tutta la vulnerabilità consentita. Ogni tanto è struccata, spettinata, “in borghese”: meno orgogliosa, approdata tra i comuni mortali. Le due donne, prima amiche e poi amanti, scappano in macchina dalle festività, dagli impegni a lungo termine, dagli occhi indiscreti. Thelma e Louise in una foto vintage, un detective privato sulle loro tracce, una fuga – d'amore – on the road: oltre il pregiudizio e i vetri appannati dei taxi. Splendide, loro, come in un quadro da museo. Carol è un racconto dolceamaro, dunque, a cui il regista di Lontano dal paradiso conferisce solidità e delicatezza. Tenue e carezzevole, nelle generose forme femminili e nei toni sommessi. Un melò sospeso nel tempo, che si guarda con occhi attenti, ma ammaliati e l'accompagnamento della straordinaria colonna sonora di Carter Burwell, che di questo rapporto non condannato per forza all'infelicità sottolinea il senso di struggimento e la connaturata classe. Più vistoso, comunque, che emozionante. Avete forse dimenticato la morsa allo stomaco nel vedere Heath Ledger stringere al petto la camicia del cowboy Jake Gyllenhaal? I baci caldi e le calde lacrime di Lèa Seydoux, che si trasforma in belva davanti alla confessione dell'infedele Exarchopopoulos? Qui, atmosfere affascinanti e morbide, suggerite prima dalla prosa ricamata – anche troppo, a tratti – di Patricia Highsmith, poi dalla regia da maestro di Haynes – anche troppo, a tratti. Luci ovattate, un pianoforte che suona in un angolo defilato, specchi per ottenere un effetto di profondità. Sapienti trucchi del mestiere e due muse dei capolavori pittorici di Degas: una mano affusolata a reggere il mento, lo smalto rosso, il cuore altrove. Il whisky le renderà brille, il Martini con ghiaccio le coglierà invece malinconiche, nei caffè e nelle camere d'albergo condivise. Luoghi cardine del loro amore (im)possibile. 
Il libro: ★★½ Il film: 7
Il consiglio musicale: Etta James – At Last


giovedì 7 gennaio 2016

Come se la passa Mr. Ink, quattro anni dopo?

Sono passati quattro anni. Se non tanti, comunque abbastanza. 
Per capirci, per saperci leggere tra le righe a vicenda. Libri aperti.
Il non conoscerci ci rende senza peli sulla lingua e senza segreti. Non abbiamo niente da rinfacciarci. Nessuna debolezza su cui fare leva. Al contrario che nei rapporti interpersonali – dove, vuoi o non vuoi, ad un certo punto, si pretende l'amore, l'amicizia, una mano nei momenti no -, in ballo non ci sono interessi. 
Mi presti gli appunti di Linguistica?, Ma tu mi vuoi bene?, Passo a prenderti stasera?
Ci leggiamo solo perché ci fa piacere. Perché quel giorno ci andava così. Di me, in prima persona, piace poco parlarle. Strano, direte, per uno che ha scelto la parola diaro per battezzare il suo blog. Strano, soprattutto, per uno che scrive lunghe recensioni, per parlare un po' dei libri e un po' dei libri secondo lui. Il compleanno di Diario di una dipendenza, però, mi coglie sempre in momenti di forte malinconia. Sarà un caso? Ero malinconico anche quel giorno, scommetto, quattro anni fa. Partito da zero, con poche e stentate idee, che somigliavano tanto a una lista di buoni propositi. E' bastato un click, pazienza e una dose di fortuna. Quella volta, forse, una volontà superiore mi voleva vedere sorridente e, in minima parte, realizzato. E questa volta, invece? Cos'è di me, quattro anni dopo? Il diploma, l'inizio dell'università e, se Dio vuole, a novembre, la laurea triennale. La laurea, sì, e chi verrà a sentirmi discutere la tesi? Uno dei pensieri che in questi giorni difficili mi è balenato per la mente: il più stupido. Una volta, al veglione di Capodanno, ho visto una ragazza scoppiare a piangere all'improvviso, circondata dalle sue amiche; non capivo che avesse. Adesso, a modo mio, ho capito. Le feste ti ricordano cosa hai fatto e cosa non hai fatto. Chi non c'è. Vi ho accennato al mio Natale buio, ed è stato più buio – e freddo, e solitario – di quanto pensiate. Meglio non parlare del primo dell'anno.
Chi non c'è a Capodanno non c'è per tutto l'anno? In tanti mi avete chiesto cosa stesse succedendo. Ma cosa rispondervi... Non lo sapevo nemmeno io. A qualcuno l'ho detto, poi; scriverlo l'ha reso più vero e spietato. Chiaro. Mi ha sbattuto in faccia una verità che non posso negarvi, adesso, in un post di resoconti, bilanci e promesse, diverso dai miei soliti. A freddo, senza ricercare motivazioni e colpe, in pillole amare, sputo d'un fiato che mia mamma non vive più con noi e che domani sarà un mese esatto che non la vedo. Che sono arrivate le lettere degli avvocati, ma quello è stato il minimo, e che la situazione, dopo due figli e trent'anni di confidenze, con gli alti e bassi comuni a ogni famiglia, è diventata sporca, complicata. C'è chi porta acqua al proprio mulino come può, ci sono stati i musi lunghi, la rabbia, la depressione, i colpi proibiti sotto la cintola. In tre, piccoli uomini, ci siamo fatti forza e compagnia. Ma mancava il meglio. Non ho mai passato un Natale in silenzio. Mi rendevo conto di avere apparecchiato per quattro, e piangevo. Al supermercato, la radio passava il ritornello di Le tasche piene di sassi e io avevo un attacco d'ansia tra i panettoni senza candiditi e le lenticchie del cenone. Facevo una lavatrice, appendevo il bucato e mi chiedevo se lei avesse bisogno di qualcosa, se avesse con sé i calzini spessi o mutande a sufficienza. E se sta meglio di noi?, e io la odiavo. E se invece sta peggio?, e mi odiavo io. Sono appena stato in cucina e ho strappato un pezzo di Scottex, ché mi accorgo di piangere ancora. Dopo la tempesta, infatti, la siccità emotiva per la stagione più corta al mondo. Squilla il cellulare e io fingo indifferenza: papà è stato peggio di tutti e gli risparmio la notizia che il figlio tornato all'università, lontano ma non troppo, non ha finito tutte le lacrime appresso a loro. Però va meglio, piano piano. Mio padre ha ripreso a lavorare, mio fratello aspetta di sapere se al call center gli prolungheranno il contratto un mese ancora e mia madre dice che la lontananza, almeno quella, è una cosa provvisoria. Non so quando sarò pronto a vederla. Ho preso a rispondere ai suo sms da poco. Io come sto? Io sto. Galleggio e solo rare volte mi passa di mente com'è, quella storia dell'inspirare ed espirare. Il blog era l'ultimo dei miei pensieri, in ordine di importanta. Una marea di post programmati, per fortuna, e andava avanti con le magie del pilota automatico. Non pensavo sarebbe sopravvissuto a tutto questo, che avrebbe spento la sua quarta candelina. Un mese fa sì, ma quanto cambia in un mese? Mi sono trascurato, ho troncato rapporti – il tempo ci darà la pace, si spera, ma alcuni legami vanno declinati al passato, troppo grande il male – e, dal mio personale eremo, ho saltato i festeggiamenti. Non so bene dove sia mia madre, non so se mi legge. Ma, se mi legge, le dico che non importa. Se sa dov'è, le dico vieni qui. Ieri, tornato alla mia mansardina di studente fuori sede, ho messo ordine. Richiamato alla base d'urgenza, con un dispendioso Intercity, avevo lasciato la stanza nel caos, le felpe e il pigiama ad ammollo nella lavatrice, il cibo ormai guasto in frigo. Ho buttato qualcosa, dato una pulita, fatto fare un'altra centrifuga ai panni abbandonati oltre l'oblò. Ho ricominciato. Ma a lungo non ho saputo dove andare. Casa mia l'ha strappata da terra un uragano, mi domandavo? E se è ancora, lì, invece, quanto rovinata la trovo? Chi ci trovo a passeggiare scalzo tra le macerie, con scopa e paletta per salvare il salvabile? Tornare a scrivere di quello che scrivono gli altri, a leggere, è stato sollievo e distrazione. Qui, dove tutto rimaneva uguale, con il resto che mi cambiava intorno. Quindi, di cuore, grazie. Più di quanto lo abbia detto prima d'ora. Restiamo una bella storia, anche se quest'anno – nel solito post commemorativo – c'è un capitolo che, mi dispiace, mette tristezza. E sono qui, ignaro di ciò che succederà domani, sfiduciato sul fatto che la corrente elettrica possa presto tornare a brillare sulla mia famiglia, ma ci sono piccole cose che so che farò – arrivare informato alla notte degli Oscar, divertirmi a leggere storiacce di persone che se la passano peggio di me, iniziare la tesi, in estate, e per l'estate mettere un punto a qualcosa che vorrei leggeste – e circoscrivo, così, pensieri che altrimenti mi spezzerebbero in due. Con Diario di una dipendenza non si ricomincia. Semplicemente, si continua. I libri, e chi li legge, mi hanno teso infatti un salvagente. L'ennesimo.

lunedì 4 gennaio 2016

Recensione in anteprima: E' così che si uccide, di Mirko Zilahy

"La prima delle morti di dio è compiuta. Ma la giustizia vincerà solo quando l'aratro traccerà l'ultimo solco. Lei non mi conosce. Nessuno mi conosce. Non importa come mi chiamo. Sono solo un'ombra."

Titolo: E' così che si uccide
Autore: Mirko Zilahy
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 410
Prezzo: € 16,50
Data di pubblicazione: 4 Gennaio 2016
Sinossi: La pioggia di fine estate è implacabile e lava via ogni traccia: ecco perché stavolta la scena del crimine è un enigma indecifrabile. Una sola cosa è chiara: chiunque abbia ucciso la donna, ancora non identificata, l’ha fatto con la cura meticolosa di un chirurgo, usando i propri affilati strumenti per mettere in scena una morte. Perché la morte è uno spettacolo. Lo sa bene, Enrico Mancini. Lui non è un commissario come gli altri. Lui sa nascondere perfettamente i suoi dolori, le sue fragilità. Si è specializzato a Quantico, lui, in crimini seriali. È un duro. Se non fosse per quella inconfessabile debolezza nel posare gli occhi sui poveri corpi vittime della cieca violenza altrui. È uno spettacolo a cui non riesce a riabituarsi. E quell’odore. L’odore dell’inferno, pensa ogni volta. Così, Mancini rifiuta il caso. Rifiuta l’idea stessa che a colpire sia un killer seriale. Anche se il suo istinto, dopo un solo omicidio, ne è certo. E l’istinto di Mancini non sbaglia: è con il secondo omicidio che la città piomba nell’incubo. Messo alle strette, il commissario è costretto ad accettare l’indagine… E accettare anche l’idea che forse non riuscirà a fermare l’omicida prima che il suo disegno si compia. Prima che il killer mostri a tutti – soprattutto a lui – che è così che si uccide.
                                        La recensione
“La speranza è il senso del dopo. Ci allontana dalla necessità dell'oggi.”
Mi è bastato un mese, un fulmine a ciel sereno, per rovinare un anno. Ho abolito i festeggiamenti, ho saltato il Natale. Scrivo che è il trentuno dicembre, finalmente la fine, e mi piacerebbe svegliarmi domani. Per vedere, con l'anno nuovo, se qualcosa vuole cambiare oppure no. A breve toglierò i pochi addobbi per casa, spoglierò l'abete sintetico di quelle luci che sono state più spente che accese. Metaforicamente, ai suoi piedi, incartati per un secondo – la mia curiosità non aspetta oltre -, due pacchetti. Nel primo, i libri che ha voluto regalarmi un'amica blogger. Nel secondo, spedito dalla Longanesi, un romanzo in anteprima. Grande gioia del mio non mestiere di blogger, infatti, avere la palla di cristallo e giocare d'anticipo. Sul finire dell'anno vecchio ho sbirciato un po' il nuovo, in un libro su cui ne sentirete senz'altro tante, e voglio quindi dirvi com'è. Meglio ancora, se, come in questo caso, si parla di thriller: il brivido di non sapere cosa c'è nella scatola – una tagliola o un fiore, un successo o un fiasco? - e l'istinto animale di fidarsi. Un appuntamento al buio, coi coltelli appuntiti e le forchette nascoste dietro la schiena. E' così che si uccide, sinistro ma gradito dono, ha chiuso con qualcosa di buono – una prosa da scoprire, figure da conoscere, un epilogo perfetto – 365, su molti fronti, da scordare sul fondo del bicchiere. Sorpresa, oppure no, se la casa editrice è una talent scout di esordienti di razza – conoscete le mie affezionatissime Alessia Gazzola e Valentina D'Urbano, Donato Carrisi – e l'autore, italiano nonostante il cognome lasci pensare il contrario, ha un curriculum sterminato e, per dirne una, ha tradotto Il Cardellino, l'imponente romanzo Pulitzer di Donna Tartt. Mirko Zilahy, il cui esordio è stato subito conteso dagli editori internazionali, racconta la morte, l'amore e una Roma inedita, che vive di notte. Gli antichi splendori degli antenati latini e gli sfregi architettonici degli ingegneri moderni. L'opera d'arte e le fabbriche di malanni a cielo aperto, la pietra eterna e l'acciaio, grigio quanto il cemento armato tutt'attorno. Piove sempre, come nell'ultimo Sollima, è l'acqua si riversa in strada: le fogne traboccano e il Tevere, sudicio, straripa. 
Roma è bella, in Zilahy, ma solo in foto. Qui, radiottiva e paludosa, è una landa sotto un velo di nebbia che le luci delle centrali elettriche, sparse sull'ansa, non illuminano a sufficienza. I lampioni proietterebbero, nel caso, due ombre furtive: quella di un serial killer dalla forza bestiale, che commette cruenti omicidi rituali; quella, ancora, di un ispettore che si è formato a Quantico, il paradiso dell'investigazione, e che, afflitto da un dolore da evitare con cura, si trascina in un purgatorio di città. L'aria malinconica à la Luigi Tenco e i guanti alle mani per evitare qualsiasi contatto fisico, Enrico Mancini è un solitario per natura che, nel corso delle indagini, dovrà apprendere i meccanismi del duro lavoro di squadra. Sapete qual è il colmo per un superpoliziotto? Da quando la compagna di una vita non c'è più, rifugge la visione dei cadaveri e schiva il pensiero del dolore. Lui non ha scelto la morte, la morte ha scelto lui. Attorno alla tavola rotonda di un professore in pensione – espediente utile per consolidare la task force e fare il punto della situazione -, che pendono dalle labbra di un luminare del campo, Walter, il gigante buono; la timorosa fotorilevatrice Caterina; l'austera pm Giulia Foderà; il medico legale Rocchi. Procedono per supposizioni, loro, e tracciano linee a unire i luoghi degli omicidi. A piccoli passi, piano, scoprono la verità dietro quelle vittime sezionate chirurgicamente e poi profanate. I vestiti di qualcun altro, i rattoppi sulla carne e, all'interno, corpi estranei. Indizi. 
In E' così che si uccide si fa, all'inizio, oggettiva fatica ad entrare. L'autore, infatti, che si è documentato, ha smosso, ha studiato, parla come un libro aperto. Tecnico, enciclopedico, turba positivamente con uno stile ricco e dettagli meticolosi. Un signore che sa scrivere, mi sono detto fino a metà, ma il thriller, che ha bisogno di rapidità e scorrevolezza? Un espediente che ho notato, ad esempio: la presenza di una persona disinformata sui fatti, a lezione di crimine, che ha bisogno di qualche delucidazione, come d'altronde il lettore stesso, profano. Ciò che secondo me ancora manca a Zilahy, quindi, è l'afflato divulgativo di un Carrisi. Un po' di ordine, nell'andare al cuore nudo e crudo del concetto. Che la cura degli abbellimenti, la raffinatezza degli effetti retorici, siano custodite, invece, per dare profondità a questi commissari un po' filosofi, come True Detective ci ha insegnato. Dolente e umano, Mancini segue una corrente di pensiero nichilista e disincantata – la vita, lo spiegano la balistica e le leggi gravitazionali, non è che un'amara parabola discendente - e nel capitolo in cui torchia a muso duro un sospettato, scena degna del migliore attore protagonista, interpreta il ruolo dello sbirro cattivo e lascia individuare più di un'analogia con il serial killer di turno. Il buono e il cattivo, infatti, sono legati dallo stesso grado di conoscenza e da un simile mal di vivere. Sopravvissuti entrambi al cancro del male. Una volta ingranata la marcia esatta, quindi, si insegue a perdifiato un ottimo epilogo, che scombussola per la tanta rabbia – più sconcertante, talora, di un colpo di scena ben piazzato – e la spassionata voglia di denuncia. Ci sono vendette e vendette e la malasanità ha sulla coscienza più morti innocenti di Charles Manson. Un urlo finale di giustizia e rivalsa, allora, contro un cielo disabitato, “atomo opaco del male”. Anche se non ci si negherà alla vista, nella chiusa, il miraggio di un'indispensabile lama di luce. 
E' così che si uccide. E' così che si scrive.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Leonard Cohen – Nevermind

sabato 2 gennaio 2016

Mr. Ciak: Love 3D, Youth, Sicario, Per amor vostro, Irrational Man

Murphy, americano, ed Electra, giramondo, fanno coppia fissa da un po'. Sono a quel punto della relazione in cui amano stuzzicarsi, scoprire cosa sogna il partner quando chiude gli occhi. Si sono visti, si sono piaciuti, si sono spogliati a Parigi. Hanno avuto i corpi, adesso ambiscono alla mente: cos'ha in testa lui, cosa lei? La realizzazione di un sogno erotico comune ai più – un ménage à trois con una sconosciuta – porterà la coppia a scoppiare. Crack, e viene meno la fiducia reciproca. Crack, e si rompe il preservativo di lui e l'altra ragazza, amante occasionale, aspetta un figlio che chiamerà Gaspar. Crack, e ad Electra – con un nome da eroina tragica e un'inclinazione alla tristezza – si spezza il cuore. Love, dopo un incipit shock, ci porta nella vita del protagonista, due anni dopo. Quando un altro amore – quello per il figlio, però – ha rimpiazzato l'innamorata mai dimenticata. Quando, a Capodanno, una chiamata dal passato lo getta nello sconforto: cos'è successo ad Electra, così vulnerabile e così allo sbando? Ha un titolo presuntuoso, Love, e un'etichetta coniata dalla critica: il porno d'autore del provocatorio Gaspar Noé saprà forse portare a termine il suo folle volo - raccontare l'amore tutto, quello con l'articolo determinativo davanti e la lettera maiuscola -, mostrando il dentro e il fuori, i corpi giovani e le anime sofferenti dei suoi personaggi in crisi? Ha, a precederlo, una fama losca, una serie di poster espliciti e l'accoglienza tiepida di Cannes. Dove qualcuno si era scandalizzato e qualcuno annoiato. Il clamore mi ha incuriosito in fretta e la provocazione non mi trova, generalmente, scosso: a mio agio con il nudo – con quello degli altri, almeno, ché io sono un "tipo" già coi vestiti addosso -, ma stomacato, a tratti, dall'insistenza e dal voyeurismo della pornografia – se fosse il contrario, sapete che lo ammetterei pure. Love è un melodramma di struggente intensità, che mostra cosa succede alla coppia - negli amari e chiacchierati boy meets girls che sempre fanno breccia, da queste parti – prima e dopo la passione. Per la prima volta, però, lunghe inquadrature ci mostrano il durante. Le cose belle, quando si è assonnati; le cose brutte, se immersi nel quotidiano. Le droghe e la gelosia a fare prima da collante, poi da ponte tibetano, sospeso tra loro: reggerà mai? Ci si abitua presto, quindi, al nudo e al resto. In due ore e quindici, dunque tante, Murphy ed Electra si acchiappano e si lasciano, si amano e si riamano – sono leggeri, liberi e, qualche volta, trasgrediscono – ma è una sola la sequenza di cattivo gusto, pensata per gli occhialini 3D e la sfida gratuita al pubblico; un isolato esempio di provocazione fine a sé stessa. I bravissimi Karl Glusman, marcio d'amore, e Aomi Muyock, una visione, parlano di desideri reconditi, oppiacei, nomi di bambini, Kubrick e Robert Frost. Fanno faville fuori e dentro il letto. Stesi senza vergogna, sotto le luci rosse, e proiettati al futuro. Noé – alter ego del protagonista, che vorrebbe dirigere un film di “sangue, sperma e lacrime”, di “sessualità sentimentale” – ci accompagna sulla sua arca spregiudicata, con scatti rubati e ritrovati, un senso di segreto, le lenzuola spiegazzate, i messaggi in segreteria e i ricordi lampo. La colonna sonora è incalzante, inquieta, e la fotografia un gioiello oltre la soglia massima del realismo. Mentre i protagonisti, duo aperto alle sperimentazioni, ti danno, nel frattempo, il benvenuto nel loro trip e nella loro camera da letto. Quanto sei disinibito e quanto innamorato, tu? Le inquadrature fisse, i corpi in moto. I giri di vite. Il fuoco dei lombi e il gelo dei cuori. Sempre prima, dopo e durante. Com'è il sesso, incensurato, ai tempi dell'amore. (8)

Ho scoperto il piacere delle liste; degli appunti al volo sui post-it, ché poi mi dimentico. I più, in questi giorni, stavano appuntando i bei propositi per l'anno nuovo. Io, blogger all'improvviso allergico alle festività, ho compilato una lista, un'altra, per assicurarmi di non aver perso qualcosa lungo il tragitto. In crisi davanti all'imminenza dei famosi listoni, ho saccheggiato idee dai miei siti di fiducia per darmi ai recuperi finali. In fondo alla lista, un nome su cui non riponevo particolari aspettative: senza vergogna, non vi nascondo quanta antipatia mi faccia il cinema del sopravvalutato Sorrentino. A costo di rischiare il linciaggio pubblico, sul triondo della Grande Bellezza ne ho dette di cotte e di crude, tra amici. Forse ero in difetto io, non abbastanza sensibile al fascino del film antinarrativo – in quel caso, lontano nipote di La dolce vita, che compensava con il manierismo e l'ingiustificata autostima alla pochezza di idee e a un modesto talento. Forse erano in difetto loro, che non avevano visto quanto fosse strappacuore la concorrenza di Il sospetto e Alamaba Monroe. In una Roma di tentazioni e ambizione, i personaggi del film Premio Oscar ricercavano feste su feste: il film, per me insostenibile, era un circo lungo e grottesco; cacofonico. In Svizzera, all'ombra dei monti, si persegue la pace dei senti. Harvey Keitel, ignaro che di lì a poco la grande diva Jane Fonda gli darà il benservito, lavora al suo ultimo film – stando a lui, un testamento morale – attorniato da una squadra di sceneggiatori hipster; Paul Dano, giovane portento, è una star di Hollywood che medita su un ruolo storico che poco gli si confà; un meraviglioso Michael Caine, direttore d'orchestra in pensione, tenta come può di eludere le proposte di un insistente funzionario reale e di consolare Rachel Weisz, nevrotica e bellissima, che gli rimprovera di essere stato un padre assente e un marito ancora peggiore. Si spia, inoltre, quel che combinano gli altri ospiti, e giusto qui, in siparietti talora stranianti e surreali, fa capolino il Sorrentino che meno tollero: il cameo trash di un falso Pibe de Oro; una massaggiatrice con l'apparecchio ai denti che fa fitness; una colonna sonora instabile che, tra l'indie rock, gli arpeggi delicati, le arie liriche e l'accompagnamento onnipresente e discreto della chitarra, ho trovato – altro pregiudizio sfatato, dunque – intensa e, a tratti, conciliante. Dal ritorno del regista napoletano, dalla prova del nove che va sotto il nome di Youth, sono passati esattamente un'estate e un autunno; acqua abbondante, sotto i ponti e nelle piscine termali sui monti spruzzati di neve. Ma per i protagonisti, galantuomini attempati in villeggiatura, il tempo è come cristallizzato: non si invecchia, coccolati e viziati, tra le mura di un Grand Budapest Hotel in cui gli anziani sperano di liberarsi del peso degli anni – fanno miracoli i massaggi e le alte temperature delle saune; le visioni conturbanti di Miss Universo senza veli smuovono i pochi ormoni ricettivi – e i giovani, stanchi dei tradimenti coniugali o di impegni stressanti, imparano a inspirare ed espirare, piano. Quante probabilità c'erano che questoYouth, che da quel che leggo ha deluso gli estimatori doc di Jep Gambardella, a sorpresa, mi piacesse oltre qualsiasi mio fondato pregiudizio? Quieto, fotografato d'incanto, recitato da leggende viventi. Diretto con attenzione, senza strafare. Scritto molto bene - e non pensavo che avrei mai potuto ammetterlo -, con i suoi dialoghi buffi, mordaci, veri. La poesia, più che negli estemporanei aforismi cari al furbissimo Paolo, è allora nelle rughe d'espressione di impareggiabili gentlemen, nella visione di un'orchestra invisibile in mezzo a un prato verde. Dove tutto è musica, dove tutto è – davvero, questa volta – "grande bellezza". (7,5)

L'irruzione nella casa di un quartiere periferico. Una sparatoria violenta che apre voragini nei muri e la scoperta, dietro le pareti, di un puzzo terrificante – l'odore della morte – e di tasselli di delitti irrisolti. Un'indagine che diventa qualcosa di più grande e che coinvolge tante teste, tante squadre, fino a smarrire i concetti di verità e bugia, giustizia e vendetta. L'obiettivo, su cui i fucili di precisione non osano distogliersi: la lotta ai signori della droga; la ricerca di un tunnel, nascosto tra le dune e le piante spinose. Una bocca che sputa, negli Stati Uniti, un po' del peggio. Le atroci barbarità di una terra di confine. Cosa c'è realmente in ballo? Quella è una guerra – al narcotraffico, alla paura -, ma alla fine cosa si vincerà? Se la mia tipica impassibilità davanti al cinema d'azione mi rende incapace, anche in questo caso, di distinguere una sparatoria dall'altra – corpi in moto, esplosioni e spari in cielo mi sembrano grossomodo tutti uguali, indipendentemente dalla cornice: sono una persona superficiale e tanto annoiabile, perdonatemi -, di Sicario ho però apprezzato il peso degli interrogativi etici e la chiusa amarissima, la fretta che va da qualche parte, il cast smagliante. Il meglio di Villeneuve. Benicio Del Toro, che ha gioco facile in uno spigoloso ruolo dei suoi, con i metodi poco ortossi e un ritorno – dopo Soderbergh – alle frontiere messicane. Un Josh Brolin istrione. Gli occhi belli e cristallini di Emily Blunt – inglese e troppo delicata per i climi aridi e il fuoco incrociato, eppure in gamba – che coincidono, alla fine, con quelli dello spettatore medio: stordito e, a lungo, tenuto all'oscuro di una verità che sfugge. In Sicario, secondo lungometraggio americano del canadese il cui stile ricorda quello dei più grandi, spettatore e personaggi – tranne quello di Kate, forse, idealista e donna in un ambiente tutto al maschile – hanno punti di vista incompatibili e un diverso grado di conoscenza. Li si osserva agire in silenzio, presubilmente per una causa di forza maggiore che ci piace far coincidere con il sommo bene. Prima si spara a bruciapelo, poi si muovono le prime domande. E ci accolgono i corpi penzolanti dei capri espiatori – sembra di essere in un borgo medievale, cent'anni fa, eppure si tratta della contemporanea El Paso – e la disincantata morale che mali estremi richiedono estremi rimedi. La legge parla una lingua già morta. (7)

L'anno scorso, scorrendo la lista delle mie letture, si direbbe che sia riuscito a leggere qualcosa in più. Cento libri, più o meno, ma di una decina, sul blog, non trovereste traccia. Testi teatrali che ho letto per un esame. Il dovere si era rivelato piacere, alla scoperta della grande tradizione partenopea. E Napoli, poco dopo, l'ho ritrovata in Il ladro di nebbia e in Elena Ferrante; come a ricordarmi che un po' – con nonni e genitori campani – faceva parte di me. Con dicembre che finiva, vi ho fatto ritorno con Per amor vostro, il dramma di Giuseppe Gaudino che, a Venezia, ha visto trionfare una Golino al suo massimo. Gli appellativi di film d'autore o, ancora, di pellicola surreale, mi facevano però tremare: la magniloquenza e il visionario mi trovano purtroppo incompatibile. Dov'è il surreale, penserete, sentendo che parla di Anna, una donna di mezz'età, vittima di un marito usuraio e di visioni ad occhi aperti? Napoli, e lì brilla sempre il sole, si spegne, se si accende la scintilla nel regista. Un limpidissimo bianco e nero, in un'unione a una fotografia di raro lirismo, avvolge la città e i suoi personaggi pensierosi. La depressione di Anna, donna fragile e di buon cuore, è assenza di colore. Ma il curioso espediente formale risulta ora romantico – il bianco e nero d'altri tempi si addice all'infatuazione della protagonista per l'attore Adriano Giannini, con cui desidererebbe vivere un'ingenua passione da soap – e ora inquietante; la sua infelicità rende Napoli la dantesca città dolente, burrascoso il mare, spaventoso il cielo. Ma ogni tanto irrompe il blu, tenue come un acquerello, e la narrazione si ferma, per dare spazio alla visione di variopinti inserti musicali – il neomelodico, le canzoni sanremesi alla radio, le arie di Handel – e per dipingere intorno ad Anna, santificandola, aureola e manto. L'idea è semplice, la resa visiva accattivante e kitsch: una vita opaca, che chissà se scoprirà mai l'avvento del colore. Un po' come in Mommy: l'alter ego di Dolan poteva concedersi la libertà dei 16:9? Il flusso di coscienza di una impareggiabile Golino riesce nell'impresa ardua di mostrarsi agli occhi, con un esperimento coraggioso che non risulta mai manierismo fine a sé stesso. La verità non si mette in discussione, con siparietti domestici toccanti – i litigi furibondi, l'uso del linguaggio dei segni per spiegare a un figlio sordomuto cosa dice la tivù - e quelle famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche a modo nostro. “Non c'è niente”, dice Anna, per nascondere con fierezza le sue fatiche di donna e le lacrime. “Non sei niente”, le dicevano quand'era figlia e adesso che è mamma. Nell'esplorazione del suo mondo, triste e illuminato a sprazzi, le spieghiamo però quanto si sbaglia. In Per amor vostro se non c'è tutto, comunque c'è tanto. E lei – che non a caso porta il nome della Magnani – è qualcuno che non scorderai. (7,5)

Ci sono arrivi che sconvolgono, come quello di Abe – insigne professore di filosofia, stimato saggista, dongiovanni impenitente – in un college americano dove non succede mai niente e, all'improvviso, tra colpi di fulmine e morti sospette, succede di tutto un po'. Ci sono arrivi, invece, che neanche aspetti più: la troppa puntualità vizia, genera un curioso disinteresse. E' il caso, ad esempio, dei film di Woody Allen: al cinema, nel periodo di Natale, da quando ho memoria. Arriva inatteso dai più – ci culliamo, oramai, nella certezza che salterà fuori, con le luminarie e i pacchi regalo -, ma pur sempre degno di una visione o due. A volte dirige film belli e a volte film brutti. Tipo chiacchierone, bizzarro, che ama i dialoghi fiume e detesta le vie di mezzo. Ogni volta, dunque, è una roulette russa: avrà il colpo in canna, la marcia in più, il lungometraggio che ci proporrà sotto l'albero? Dopo Blue Jasmine – acidulo, freddo, ma con una memorabile diva in crisi di nervi – e il nostalgico Magic in the moonlight – omaggio dai colori pastello alla commedia anni trenta -, eccolo con Irrational Man. Profondamente suo, con l'accompagnamento jazz, gli inconfondibili titoli d'apertura, il citare sé stesso –, in questo caso, quel Match Point che, da ragazzino, mi fece rivalutare da capo un cinema che ritenevo borghese, logorroico, lontano da me. Un film - al contrario di ciò che dice il titolo - razionale, sì, ma quanto fine a sé stesso? Pareri positivi, eppure, mi rassicuravano: non c'è due senza tre. La storia è quella di un insegnante in in crisi esistenziale, ma carismatico, che è pane per i denti di donne crocerossine. Più delle attenzioni di Parker Posey, madre di famiglia che abbandonerebbe tutto a un suo cenno del capo, e della venerazione di una leziosa Emma Stone, promettente studentessa dal fidanzato noiosissimo e dalle ambizioni chiare, a stuzzicare l'appesantito e affascinante Joaquin Phoenix – e lui, ovvio, merita sempre il prezzo del biglietto – è il pensiero della morte. Uccidere uno sconosciuto, pianificare il delitto perfetto. Ritrovare, così, l'ispirazione, il vigore fisico, la gioia di vivere. Ma a che prezzo? Il cineasta nevrotico che non ama le mezze misure, il film uscito a metà, invece pianifica Irrational Man bene, ma pochissimo. O, comunque, non abbastanza: con i suoi bravi attori, le citazioni colte, il senso globale che gli manca per essere bello e la maestria presente, al contrario, che gli impedisce di essere brutto con faccia tosta. Una pistola inceppata, al gioco della roulette, salva il protagonista dalla sua stessa avventatezza; il film – incrocio insapore, incolore e inodore tra la commedia e il thriller e destinato a un epilogo tragicomico – spara a salve, nel vuoto. (5)

giovedì 31 dicembre 2015

[2015] Mr. Ciak - Top 10

Buongiorno, amici lettori. Diversamente da quanto pensassi, entro l'anno, sono riuscito a stilare anche la Top 10 dei film – non ho la presunzione di dirvi che siano i migliori su piazza, ma sono quelli che penso avreste dovuto vedere, tra i tanti. L'attesa, l'incertezza - pubblicare adesso il post oppure no? -, tutta colpa di un anno, al cinema, di delusioni e di speranze mal riposte. Non mi è piaciuto Birdman, troppa forma, e le emozioni a colori di Inside Out non hanno fatto breccia. I film visti agli Oscar – The Imitation Game, La teoria del tutto, Wild – mi avevano intrattenuto a dovere, invece, ma dieci, undici mesi dopo non si fanno più ricordare dettagliatamente: per un pelo, alcuni di loro sono fuori dalle prime dieci posizioni. Nel recuperone degli ultimi giorni, ho visto cose che mi hanno colpito a sorpresa e che vi recensirò prestissimo – Per amor vostro, Love, Youth – e cose che non mi sono piaciute comunque abbastanza – Sicario e Le stazioni della fede. Sicurissimo sulle prime cinque posizioni – solo Noé, visto ieri, mi ha scombussolato il podio -, meno su quelle che restano. Riponevo speranze in altri titoli, ma il tempo stringe e, tra meno di ventiquattr'ore, sarà un altro anno e ci saranno altre storie. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori – e no, non è la frase di lancio di Love. Ho fatto ordine e, blog mio, regole mie, ho inserito film distribuiti in sala e film ancora inediti. Addirittura, al primo posto, un film uscito lo scorso anno, ma così mal distribuito che l'ho recuperato solo ad aprile, in homevideo. Clicco su “pubblica”, va', prima di cambiare di nuovo idea. Ti è piaciuto fare il bastian contrario, mi direte, e nel listone che ci hai messo? Sperando che il 2016 ci riservi più gioie, nel privato e quando siamo seduti in poltrona, vi faccio tantissimi auguri di buona fine e di buon inizio. A presto, amici, e grazie ancora per la compagnia. Un abbraccio.


10. The Final Girls: Un brillante gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che sempre ci manca: lo adorerebbe.
9. Per amor vostro: Napoli, e lì brilla sempre il sole, si spegne, se si accende la scintilla in Gaudino. Un lirico bianco e nero per il flusso di coscienza di una grande Golino. Un esperimento che non risulta mai manierismo fine a sé stesso, con la verità che non si discute e quelle famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche a modo nostro.
8. Youth - La Giovinezza: Quante probabilità c'erano che l'ultimo Sorrentino mi piacesse, oltre qualsiasi mio fondato pregiudizio? Tanta poesia nelle rughe d'espressione di impareggiabili gentlemen e nella visione di un'orchestra invisibile, in mezzo a un prato. Dove tutto è musica e riconciliazione. Dove tutto è – davvero, questa volta – grande bellezza.
7. Il racconto dei racconti: Un filo teso nel vuoto e la significativa impresa di un funambolo fermo a metà. Il racconto dei racconti, facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo che non cade; sospeso nell'attimo.
6. Suburra: Uno di quei film che è una vergogna – ché siamo quello che siamo – e un orgoglio insieme – gli italiani sono ancora così provinciali come il luogo comune vuole? - esportare altrove.
5. Whiplash: Un Full Metal Jacket su un pentagramma strappato, che gronda viscido sudore, sangue copioso, vitale esuberanza. E tutto il resto è jazz.
4. Rudderless: Quando il peggio sembra passato, eccolo che riaffiora – con la sua faccia segreta, la vergogna – e lo si affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo ritornello. Il commovente Rudderless mi ha rubato cuore e mp3.
3. Love 3D: Quanto sei disinibito? Quanto innamorato? Le inquadrature fisse, i corpi in moto, i giri di vite. Il fuoco dei lombi e il gelo dei cuori. I meccanismi del melodramma più struggente, prima, dopo e durante la passione. Il sesso incensurato ai tempi dell'amore.
2. Mad Max - Fury Road: Le magie di registi padroni del gioco e la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza trame, senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti la testa. Al limite, quello che hai sulla testa: i capelli, elettrizzati. E il cinema – qui a livelli vertiginosi – è anche questo
1. Mommy: Ci sono giorni cattivi e giorni buoni, in cui la felicità, a portata di mano, è un'utopia in 16:9. I figli – e film come Mommy – so' pezzi 'e core.

Miglior attore protagonista:
Eddie Redmayne – La teoria del tutto
Paul Dano – Love & Mercy
Michael Caine – Youth
Migliore attrice protagonista:
Valeria Golino – Per amor vostro
Julianne Moore – Still Alice
Felicity Jones – La teoria del tutto
Migliore attore non protagonista:
J.K Simmons - Whiplash
Oscar Isaac – Ex Machina
Claudio Amendola – Suburra
Migliore attrice non protagonista:
Alicia Vikander – Ex Machina
Jane Fonda, Rachel Weisz – Youth
Jessica Chastain – Crimson Peak


Muchacha sexy:
Gemma Arterton – Gemma Bovery
Alicia Vikander – Ex Machina, Operazione UNCLE
Madalina Ghenea – Youth
Bello impossibile:
Matthias Shoenaerts – Via dalla pazza folla, Suite Francese, A Little Chaos
Jamie Dornan – Cinquanta sfumature di grigio
Michiel Huisman – The age of Adaline
Siamo la coppia più bella del mondo:
Anton Yelchin, Bérénice Marlohe - 5 to 7
Eddie Redmayne, Felicity Jones – La teoria del tutto
Jake Gyllenhaal, Rachel McAdams – Southpaw
Nice to meet you:
Alessandro Borghi – Suburra, Non essere cattivo
Dakota Johnson – Cinquanta sfumature, Black Mass
Taron Egerton – Kingsman, Testament of Youth


Sing:
Rudderless - Sing Along
La famiglia Belier – Je Vole
Spectre – Writing's on the wall
Psycho Killer:
Alba Rohrwacher - Hungry Hearts
Kevin Bacon – Cop Car
Lorenza Izzo e Ana de Armas – Knock Knock
Will you recognize me?
Jake Gyllenhaal – Southpaw
Nicholas Hoult, Charlize Theron – Mad Max
Roman Duris – Una nuova amica
I want your sex:
Aomi Muyock, Karl Glusman – Love 3D
Scamarcio, Trinca – Nessuno si salva da solo
Roman Duris, Anais Demoustier – Una nuova amica
Cry me a river:
Mommy – Ludovico Einaudi, Experience
Maggie – L'ultimo bacio a papà Schwarzenegger.
Southpaw – Jake Gyllenhaal e la rabbia del lutto
I love the way you l... die:
Malin Akerman e Bette Davis Eyes – The Final Girls
La mattanza e, in sottofondo, Wait – Suburra
Gli zii malefici uccisi a colpi di dildo – Deathgasm