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giovedì 8 gennaio 2026

Questo blog è di un anno più vecchio della mia protagonista

Ha senso, nel 2026, continuare ad aggiornare un blog? I lettori sono sempre gli stessi, fermi ormai da anni. I commenti e le visualizzazioni scarseggiano. Ci sono cose di cui preferiscono parlare soltanto su Instagram, in maniera più immediata e informale. Ci sono libri o film di cui, qui sopra, non c'è traccia: Letterbox e le stories, ormai, hanno sostituito i post. Eppure, oggi è il nostro quattordicesimo compleanno. E questo posto, forse più freddo e meno accogliente di un tempo, resta la cosa più vicina alla mia idea di casa. Torno qui a raccontarmi, a leccarmi le ferite, al termine di un anno infernale in cui ho perso entrambi i miei nonni, la casa in cui ho trascorso l'ultimo decennio e, soprattutto, Ciro: il gatto tigrato che si è rivelato il mio amore e il mio dolore più grande. Eppure, è successo anche qualcosa di bellissimo: presto, Nutrimenti pubblicherà una storia che davo per persa. Finalista al Premio Neri Pozza nel 2021, è rimasta in un cassetto per tutto questo tempo. Leda, la mia protagonista, ha tredici anni: dunque, questo blog è di un anno più vecchio di lei. E nei ringraziamenti, immancabilmente, ci siete anche voi: gli affetti stabili che, nella buona e nella cattiva sorte, in silenzio o a voce alta, hanno sempre supportato il mio modo di raccontare le storie altrui. Sarò abbastanza bravo, questa volta, alle prese con la mia? La curvatura dell'orizzonte arriverà in libreria il 16 gennaio. Spero gli vorrete bene, come per tutti questi anni ne avete voluto a me. Con affetto, Michele.

| La curvatura dell'orizzonte. Nutrimenti, € 19, pp. 272 |

Leda ha tredici anni, vive su una piccola isola del Mediterraneo e il suo nome è una dichiarazione d’intenti. Intrattabile e solitaria come una gatta randagia, è stata registrata all’anagrafe per sposare un destino: distruggere. O almeno, è questo ciò che le ripete suo padre, l’aspirante sindaco dell’isola, sbucato dal passato per imporle il marchio del proprio cognome. Da allora Gemma, madre di Leda, si è rifugiata nel silenzio e la ragazza, smarrita, ha trovato i suoi punti di riferimento in Giosuè, figlio del maresciallo, e Saverio, bullo della scuola. Ma su quella loro isola, luogo sospeso tra mito e realtà, un giorno come tanti accade l’incredibile. E cambia tutto. Chi è la ragazza che Leda e Giosuè trovano in spiaggia, nuda e confusa? Tra fari abbandonati e notti d’estate piene di presagi, i ragazzi inseguono una verità che gli adulti hanno troppo a lungo nascosto. Un romanzo che, pur colpendo con grande forza e durezza, suona le corde della favola e che, prendendo le mosse da un immaginario neorealista, per i suoi ambienti e le lotte interne ai protagonisti, diventa storia di formazione raccontata in un modo nuovo, fresco, originale.

mercoledì 30 luglio 2025

Recensione: La mia ultima storia per te, di Sofia Assante

| La mia ultima storia per te, di Sofia Assente. Mondadori, € 20, pp. 384 |

Com'eravate quindici anni fa? Io somigliavo proprio ad Andrea, il protagonista del romanzo d'esordio di Sofia Assante. Bassino e poco loquace, avido lettore di narrativa americana sin da allora, mi innamoravo dei personaggi femminili di John Green, ascoltavo in macchina Jason Mraz e Avicii, fantasticavo di opportunità di lavoro internazionali e feste esclusive da teen drama. Ambientato tra il presente e il primo decennio degli anni Duemila, questo romanzo è un tuffo negli anni della mia adolescenza a cui, soprattutto se nostalgici, è difficile non volere bene. Conosciamo davvero chi abbiamo accanto? Cosa si nasconde dietro la famiglia perfetta? Sono le domande che riportano Andrea a Roma, dopo il dottorato a New York. Non è bastato mettere un oceano di distanza tra sé e il passato per scordare Elettra, la migliore amica di cui è sempre stato innamorato, e il resto della famiglia Alfieri. Fasciati in abiti di lino pregiato, colti ma inclusivi, belli come stelle del cinema.

Certi eventi, come certi amori, semplicemente non si possono sradicare. Mi passa per la testa questo pensiero: la vera bellezza, il vero amore, hanno sempre qualcosa di terribile.

A metà tra un antropologo e un cavaliere servente, Andrea li ho osservati a lungo, come Nick Carraway contempla l'opulenza di Gatsby tra le pagine del capolavoro di Fitzgerald. Fino, almeno, alla loro caduta. Abbagliato dal loro fascino, non ha mai intuito la tragedia in agguato. Brillante, a tratti perfino divertentissima, quella di Assante è un'avventura post-adolescenziale dal retrogusto malinconico dove partire è solo una scusa per poter tornare. Nonostante qualche pagina di troppo e comprimari dal potenziale non sempre approfondito (i mitici zia Mimì e Arman meriterebbero uno spin-off tutto loro), ha i sospiri delle commedie romantiche e la struttura di un thriller dei sentimenti, con tanto di colpo di scena conclusivo. Imperfetto e strabordante, ma generosissimo, scoppia di storie e passa in maniera sorprendente da un tono all'altro. A volte sembra perdere di vista l'obiettivo. Ma l'autrice, per fortuna, interviene a sciogliere dubbi e nodi, in un finale ambientato nel futuro che verrà tra cinquant'anni. E ci mostra irriconoscibili, invecchiati. Allora avremo forse dimenticato i ritornelli dell'indimenticabile estate del 2008, trascorsa a bere latte e zenzero sul lago d'Orta. Ma il primo amore della Mia ultima storia per te no, mai.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Avicii - Without You
 

mercoledì 22 gennaio 2025

Recensione in anteprima: Mentre tutto brucia, di Paulina Spiechowicz

| Mentre tutto brucia, di Paulina Spiechowicz. Nutrimenti, € 19, pp. 240 |

È il 1994. Carlo e Diana d'Inghilterra annunciano alla stampa il loro chiacchierato divorzio. L'Italia è incantata e indignata dalle ragazze ammiccanti di Non è la Rai. Le prodezze di Roberto Baggio ai mondiali fanno ululare i tifosi di gioia. In quello stesso anno nasco anch'io. L'esordiente Paulina Spiechowicz – in libreria dal 24 gennaio, nella collana italiana Greenwich Extra – va indietro nel tempo, all'estate di trent'anni fa. I suoi protagonisti, come lei alla loro età, non si sentono né abbastanza polacchi né abbastanza italiani. Tornati a Roma da Varsavia, compongono una famiglia in prova assieme alla madre: un'ereditiera fragile e incostante, ai ferri corti con un ex marito educato secondo una rigida educazione sovietica.

Avrebbe vagato alla ricerca di origini impossibili da trovare. La perdita, ecco le sue nuove radici.

Kamil, quasi diciotto anni, vuole essere disperatamente accettato dal branco: si esprime in romanesco, in segno di appartenenza forzata. Beatrice, sedicenne, fa invece i conti con una femminilità esplosa all'improvviso, legge Sylvia Plath, confonde il piacere con il dolore: a differenza del fratello maggiore, prova profonda nostalgia per la lingua paterna. Tra loro c'è Nico: acerrimo rivale dell'uno, amante segreto dell'altra, è appena uscito da Rebibbia per buona condotta e cerca la redenzione tra gli scaffali di una libreria, sperando che l'accesso alla cultura lo nobiliti agli occhi di Beatrice. Sensuali, selvaggi e incapaci di stare al mondo, i personaggi popolano una Ostia da Far West, fatta di rave trasgressivi e fantomatici dischi volanti. Il mare all'orizzonte non lenirà il senso di claustrofobia. In questa storia di estasi e colpa, in questo intrecciarsi di solitudini senza posa, incombe per tutto il tempo la nuvola nera di un brutto presentimento.

Quando vedo una famiglia felice mi prende una fitta allo stomaco, so già che mentono.

Con una lingua ritmica ed energica, Paulina Spiechowicz rispolvera un immaginario di citazioni pop e fabbricati industriali, in cui il vuoto generazionale somiglia a quello dei romanzi giovanili di Valentina D'Urbano, Silvia Avallone, Mattia Insolia. Qualche dinamica appare talora troppo frettolosa. Qui e lì vengono aperte parentesi su personaggi secondari (l'amica Ludovica, l'ex Tiziano, il pigmalione Pawel), a ben vedere, lasciate irrisolte. I fratelli "cannibali" Kamil e Beatrice vivono a velocità raddoppiata l'ultima estate della loro innocenza. Dove li porterà l'arrivo di settembre, mese di cambiamenti e rivoluzioni personali? L'autrice, classe 1983, si adegua al loro passo nervoso e firma un romanzo disperatissimo a proposito di due anfibi senza identità, senza casa, senza speranza, che domandano forse soltanto un po' d'amore. Al pari loro, Mentre tutto brucia è nostalgico, vitale, precipitoso. Brucia, sì, e in fretta: a volte in un'unica fiammata. Il luccichio violento del fuoco, però, si farà notare.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Afterhours - Non è per sempre

martedì 6 febbraio 2024

Recensione: Ventre, di Giulia Della Cioppa

| Ventre, di Giulia Della Cioppa. Alter Ego, € 16, pp. 148 |

Si chiama Margherita ed è un fiore reciso. A ventisei anni ha mandato giù una boccetta di Tavor con un bicchiere di latte. Purtroppo per lei, ha sette vite come i gatti. Ricoverata in terapia intensiva, ha l'orecchio fino, una mente instancabile e un corpo di cui non avverte nostalgia. Giace inerme, accanto a una paziente massacrata di botte dal compagno violento, e si scopre dolorosamente in balia degli altri. Irrequieta, curiosa, febbrile, un tempo era una ribelle: per lei era stato preannunciato un destino o da tossica o da terrorista. Ora è lì, sotto i neon, come un'orata spennellata d'olio sul bancone del reparto pescheria. Mentre il corpo di Margherita è immobile, i suoi occhi urlano vendetta. Sa dar loro voce Giulia Della Cioppa, classe 1996, che sul finire dell'anno mi ha sorpreso con un esordio bomba. L'autrice casertana è abile nel leggere i parametri vitali, le ombre a forma di balena che si proiettano sul pallore dei muri, i corpi femminili. Per lei non hanno segreti. E nel condividerli con noi gioca deliziosamente a sconvolgerci, attraverso i meccanismi di un perverso body horror in cui la protagonista diventa una Barbie tormentata – e finalmente desiderata – da due litiganti.

Ci deve essere stato un tempo in cui le donne hanno educato alla brutalità, così come hanno insegnato tutto il resto. Ci deve essere stato un tempo in cui né uomini né animali sapevano cacciare e dalla violenza della nascita hanno imparato. Un corpo sanguinante esce da un corpo sanguinante. Spaventati e impauriti dal mostro-donna devono averne sovvertito la crudeltà. Fossi stato un uomo, ci avrei provato anch'io. La sopravvivenza ti spinge a atti disperati.

Da un lato c'è la madre, donna rigida e ossessiva che in passato frugava nei suoi diari e nei suoi zaini in nome della brama di possesso: negli anni, l'ha accudita e ingabbiata. Come poteva sua figlia, la sua creatura, avere una vita segreta all'infuori di lei? Dall'altra c'è l'infermiera del turno di notte, che si chiama Bianca ma nasconde un'anima nera: abusando della paziente, la lecca, la morde, la pungola. La sfida. Cerca di strapparle un piccolo segno vitale o prova piacere nel saperla incosciente? Conturbante, oscuro, nuovo, Ventre è una storia sul masochismo delle relazioni familiari in cui si mescolano pena e godimento e dove le madri, terrificanti, dominano incontrastate sui vivi e sui morti. Non c'è atto più violento del nascere. Le donne sono le detentrici di questo rituale sanguinoso: janare spaventose, streghe onnipotenti, che si appollaiano sul petto delle belle addormentate. E danno. E tolgono. E coi petali di Margherita giocano, infine, a uno spietato “M'ama non m'ama”. Se potesse, la protagonista si sveglierebbe? Rinascerebbe? Più vicina alle provocazioni della letteratura weird che al polverume di una certa narrativa italiana, Della Cioppa spezza l'eterno presente a cui l'overdose di barbiturici ha condannata Margherita e, in un epilogo impeccabile, ci svela che è il suo è sempre stato un romanzo di formazione. Anche in coma, infatti, non smettono di crescere peli, capelli, unghie. Per rinascere è necessario crescere.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Litfiba - Il mio corpo che cambia

giovedì 1 febbraio 2024

Recensione: Il nostro grande niente, di Emanuele Aldrovandi

| Il nostro grande niente, di Emanuele Aldrovandi. Einaudi, € 17, pp. 200 |

Avete mai immaginato il vostro funerale? I volti dei parenti contratti dalle lacrime, i discorsi commemorativi, la piccola foto sulla lapide. Avete mai fantasticato su come la vita andrebbe avanti, nonostante voi? Matrimoni, nascite, altri funerali ancora. Vi siete mai chiesti, sentendovi soli e incompresi: se io morissi qui, sul colpo, a chi mancherei davvero? L'esordio di Emanuele Aldrovandi è una storia d'amore e perdita costruita su questi interrogativi: nel corso della lettura, diventeranno un'ossessione. Da quando il protagonista è morto in un incidente stradale, la sua compagna sta lentamente venendo a capo del letto disfatto, della libreria disordinata, delle briciole accanto al computer, della mancata maratona di Star Wars. Lui autore teatrale, lei editor, si conoscevano sin dagli anni del liceo. Giovani, affiatati, ironici, avevano un soprannome per ogni amico; la passione per gli Smiths e i Radiohead; l'hobby di passeggiare nei cimiteri. A raccontarceli è il protagonista stesso, che come Casey Affleck in A Ghost Story continua ad aleggiare nella casa che gli è appartenuta. Mentre lui è cristallizzato nel tempo, l'esistenza altrui scorre velocemente: anche quella della sua vedova, che dopo un po' riprende a mangiare, sorridere, amare.

Sarebbe bello poter piegare il tempo in due, come se fosse un foglio di carta, farci un buco e congiungere il presente con il passato. Io potrei essere ancora vivo, nel passato. Attraverso quel buco potrei allungare la mano e stringere la tua, nel presente.

Non vi rivelo come né perché, ma questo insopportabile struggimento, purtroppo o per fortuna, dura poco. Quando lo spunto narrativo sembrerebbe essersi in fretta esaurito, infatti, tutto cambia. Il romanzo si riavvita su sé stesso in un tuffo carpiato e nella seconda metà assume un'altra connotazione, nuova vita (anche a rischio di scontentare qualche lettore). Ma gli interrogativi restano, pronti a tormentarci e a tormentare anche questi amanti per tutto il tempo senza nome. Scritto in seconda persona, privo di una grande evoluzione ma al contempo denso e stratificato, Il nostro grande niente ci riserva salti indietro e in avanti, sogni lucidi e universi paralleli alla La La Land, più domande aperte che risposte preconfezionate. Forte di dialoghi profondamente cinematografici per nitidezza e citazioni, mescola filosofia e fede, sacro e profano. E, seppure nella tragedia, riesce anche a divertire grazie a un narratore polemico e nichilista, intrigato sin dall'infanzia dai come e dai perché, ma disposto a mettere tutto in discussione per le nuove, brucianti consapevolezza che morire gli ha donato: siamo tutti sostituibili, l'attrazione è una reazione chimica, la vita è meccanicismo. Perfino l'amore disperato delle prime pagine, così, viene messo al vaglio: dietro la coppia felice degli inizi c'era predestinazione o soltanto casualità?

Come avevo fatto ad arrivare fino a trent'anni senza impazzire? Voi come fate?

Leggero ma pieno degli interrogativi che tutti noi ci siamo posti, almeno una volta nella vita, Aldrovandi è la voce dei trentenni a un bivio. Quale traccia lasceremo del nostro passaggio su questa terra? Siamo preoccupati dagli sconvolgimenti climatici e dal precariato: non vogliamo figli e, in fondo, speriamo che il mondo smetta di battere insieme al nostro cuore. Siamo cinici, ma sentimentali. Siamo atei, ma affamati d'eterno. Ad aprile farò trent'anni. Se interrogato, risponderei che non credo in niente. Ma ci spero. Ecco, questo romanzo è così: un po' di speranza contro il terrore della nostra finitezza.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Pearl Jam - Just Breathe

mercoledì 27 dicembre 2023

Recensione: L'amore molesto, di Elena Ferrante

| L'amore molesto, di Elena Ferrante. E/O, pp. 176, € 11 |

Torno da Elena Ferrante, a Napoli, una volta all'anno. Sto centellinando gli andirivieni, però, per ammortizzare le fitte che avvertirò una volta terminata di leggerla. Questa volta è toccato al suo esordio: non una lettura agevole. Sordido, morboso e visionario, L'amore molesto è un thriller psicologico nero come il carbone ma irrisolto. Un tour de force fra i fantasmi del passato, in cui una scrittura vorticosa plasma immagini inattendibili, dove intravedere il profilo sfuggente di una madre amata-odiata. Chi era realmente Amalia, trovata annegata con addosso un reggiseno di pizzo e null'altro? Se lo domanda la figlia, Delia, da sempre vittima di una feroce sindrome d'abbandono. Rimasta sola, ricostruisce faticosamente un puzzle domestico in cui niente è al proprio posto: un padre padrone geloso, pittore di scarso talento; una madre bellissima, a cui era severamente vietato sorridere; infine il misterioso Caserta, l'orco delle favole, inseguito per tutto il romanzo come il Bianconiglio del classico di Lewis Carroll.

L'infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all'imperfetto.

Come in un giallo, si parte cercando indizi nell'appartamento della morta: una casa di fantasmi in cui la porta non è stata chiusa a doppia mandata e dettagli fuori posto – la biancheria costosa, i trucchi appariscenti – rimandano a una vita segreta di cui Delia è all'oscuro. Si prosegue, poi, lungo le strade della città. Una Napoli rumorosa, tentacolare, squallida, affollata di corpi pesanti e voraci che provocano parimenti curiosità e stordimento. Abituati all'ampio respiro della tetralogia, si è scioccati dall'asfissia degli ascensori tremolanti, delle strade strozzate dal traffico, dei vagoni straripanti della funicolare, dei camerini i cui specchi restituiscono l'immagine di una donna sull'orlo di una crisi esistenziale. Imbrigliata in un vestito rosso che poco si confà ai giorni del lutto, con il trucco sciolto per la pioggia e le lacrime improvvise, Delia rivive una vicenda di scandali familiari, ribellioni tardive e vendette astratte. E in lei, come in una specie di possessione demoniaca, rivive in parte la madre, di cui la protagonista si fa medium e custode. Si può affrancare uno spettro dalle bugie della memoria?

Dire è incatenare tempi e spazi perduti.

Ci sono due uomini – un padre e un figlio – che ricordano quelli della famiglia Sarratore. C'è un tunnel fetido di urina a separare la città dal rione e un sottoscala in cui sono precipitate le speranze di una bambina lasciata sola in cortile. C'è, ancora, il tema del doppio: qui ci si scambia ruoli e vestiti; si compiono eterni ritorni. L'esordiente Ferrante aveva già in mente i temi dei successi futuri e nessuna paura di sporcarsi le mani. Fra le pagine abbondano i fluidi corporei, le sgradevolezze, i tabù. La narratrice fruga nei panni sporchi della morta. E li lava in pubblico, poco imbarazzata dalle smagliature sulle calze o dal fondo delle mutandine macchiate di sangue mestruale. Li lava con noi: in fondo, siamo già di famiglia.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Angelina Mango – Fila indiana

venerdì 10 novembre 2023

Recensione: Chiodi, di Antonio Schiena


| Chiodi, di Antonio Schiena. Fazi, € 16, pp. 180 |

Era lecito aspettarsi più carattere da uno che gestisce una pagina intitolata Antipatia gratuita. È il primo pensiero che ho fatto una volta terminata la lettura di Chiodi, ultimo romanzo del trentatreene Antonio Schiena ma il primo pubblicato con un grande editore. L'autore, da me molto apprezzato sui social per i suoi post deliziosamente caustici, arriva in libreria con una piccola storia sul diventare grandi. Ma mancano la fermezza di Niccolò Ammaniti, la fantasia ardita di Stephen King e il suo romanzo, generalista e didascalico, si rivela una fiaba nera adatta soprattutto a un pubblico di giovanissimi. In un imprecisato paese del Sud, si è diffusa una leggenda che accomuna generazioni vicine e lontane: racconta dell'Avvinto, un giovane arrogante che sfidò la morte e ne pago le conseguenze. È forse lui il nuovo guardiano del cimitero? I bambini si sfidano a scavalcare i cancelli e ad affrontarlo. Una volta tornati indietro, saranno uomini. A prestarsi al rito di iniziazione è Marco: un tredicenne disarmonico e sgraziato, reduce da un'infanzia di prodotti sottomarca e da anni spesi a incassare le vessazioni dei gradassi. Fra il bambino e il guardiano, entrambi emarginati, nascerà un breve dialogo intergenerazionale dagli incastri drammatici, ma non così imprevedibili. Marco vuole una storia da raccontare ai compagni. Ha importanza se sia le verità oppure no?

Essere soli non è male. Essere circondato dalle persone sbagliate è molto peggio.

I temi, delicatissimi e sempreverdi, vanno dalla rabbia repressa al bullismo, dell'isolamento alle onde sismiche del rancore. Peccato per l'abuso di luoghi comuni, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi: i bulli fumano e indossano il chiodo; il guardiano ha un occhio guercio e un alano nero al seguito; Marco ha un armadio total black, un amico in sovrappeso, una mamma troppo presa delle frequentazioni occasionali per curarsi di lui, una manciata di professori ciechi e sordi davanti alle prepotenze. Storia di due solitudini allo specchio, Chiodi attinge a un immaginario lugubre e malinconico. Piace quando è di corsa, fra le lapidi del cimitero, ma fa storcere il naso per la prevedibilità degli altri scenari. Schiena scrive in punta di penna. Concede ai lettori un finale amaro il giusto, ma non calca la mano per eccessiva prudenza. Ne viene fuori una morality play poco sfumata, ma al contempo senza colori decisi. Una vicenda a tinte forti né abbastanza oscura da inquietare, né abbastanza luminosa da regalare speranza agli afflitti. Come il suo protagonista, al crocevia tra infanzia e adolescenza, sceglie di mantenersi insomma in una zona liminare, dove il Pinocchio in copertina fatica a diventare un bambino vero. Sulla soglia del camposanto. Nel limbo delle occasioni mancate.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Fabio Concato - Fiore di maggio

lunedì 4 settembre 2023

Recensione: Cleopatra e Frankenstein, di Coco Mellors


 | Cleopatra e Frankenstein, di Coco Mellors. Einaudi, € 19, pp. 488 |

Si conoscono in ascensore a Capodanno. Lei sta per lasciare la festa di amici di amici, lui per andare a comprare il ghiaccio. Scherzano per un po' dell'età di lui, pubblicitario sulla quarantina, e dell'accento inglese di lei, artista aspirante con il permesso studio in scadenza. Flirtano parlando fittamente di sesso, ruoli di potere, antidepressivi. New York, tutt'intorno, è una città dal passo veloce. Loro si adeguano e si sposano sei mesi dopo, con un venditore di hot dog come testimone e una vestaglia vintage per abito nuziale. Come il genere comanda, frequentano vernissage e open bar, bevono fiumi di champagne, fanno le vacanze a Cannes, detengono illegalmente petauri dello zucchero e li rinominano Gesù. Tutto è bello, tutti sono belli. Tutto è brillante, tutti sono brilli. 

Quando la parte più oscura di te incontra la parte più oscura di me, si crea la luce.

L'esordiente Coco Mellors, con una scrittura cinematografica ma intimista, non indugia sulla soglia. Ma ci fa entrare a gamba tesa nel loro mondo artificioso, a tratti soffocante come una serra tropicale. Cleo, ossessionata dal suicidio materno, reclama l'aria aperta; Frank, affetto da esibizionismo molesto, annega nei superalcolici. L'autrice seziona le liti e le nevrosi di due amanti pieni di mancanze, che insieme pretendono illusoriamente di completarsi. Sempre con l'argento vivo addosso, sempre fasulli, scivolano a passo di tip tap tra allegria febbrile e solitudine divorante. Accanto a loro ci sono: un cuoco a dieta, una sorella in bolletta, un dongiovanni danese, un amico nel vortice dei gay bar e, soprattutto, la caustica e disincantata Eleanor, che adotta la prima persona per raccontare la malattia del padre e le occhiate innamorate al suo irraggiungibile capo. Non vogliono altro che la confortante normalità. Qualcuno che li ami quotidianamente, ferocemente, come i loro cuori affamati pretendono. O che, quando la solitudine incalza, scendano spontaneamente nel “pozzo” con loro. 

Non capisco questa ossessione per la felicità. E’ come l’insegna di Hollywood: enorme, irraggiungibile; e se poi riesci ad arrivarci, cosa ti resta da fare se non scendere?

Basta poco per amarli oppure odiarli. Perché Cleo, Frank e gli altri non sono personaggi, ma persone: di quelle caustiche, sopra le righe, oneste fino alla brutalità, che vivono la vita alla stregua di un gioco dissacrante e godono nel mettere sottilmente a disagio gli interlocutori. È lecito che non piacciano. Ma io li ho amati dalla prima pagina, ancora prima di conoscerne gli eccessi e i tradimenti. Era merito delle loro voci, talmente vive e irresistibili che durante la lettura ho creduto di poterle perfino sentire nelle orecchie. Come si smette di ricercare i morsi degli aspidi e fabbricare mostri? Come si impara a vivere felici? Lo insegnano le coppie di Craigslist. Le famiglie numerose ai check-in in aeroporto. Gli stormi simmetrici nei cieli romani del bellissimo finale.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish - What Was I Made For?

martedì 9 maggio 2023

Recensione: Uvaspina, di Monica Acito

| Uvaspina, di Monica Acito. Bompiani, € 20, pp. 416 |

Ho radici frastagliate, io. Un accento strano, difficile da indovinare. Ho rubato la parlata al luogo in cui sono nato, alle città in cui mi sono trasferito, ai miei genitori. Quando mi arrabbio, lo faccio come mamma e papà: in napoletano. La lingua delle parolacce. Del cuore e delle viscere. Si trovano la stessa istintività, la stessa musicalità scassata, nell'esordio di Monica Acito. Un'opera prima che, nel bene e nel male, somiglia alla sua città: Napoli. Generoso, barocco, saturo fino a scoppiare, racconta con stile funambolico la funambolica storia di una famiglia infelice a modo suo. Quando la Spaiata (che di mestiere si si strugge ai funerali degli sconosciuti nell'umile Forcella, abile a “chiagnere e fottere”) sposa Pasquale Riccio (figlio di un famoso notaio dei quartieri alti, pieno di debiti e smanie) dalla loro unione nascono due figli rissosi ma inseparabili.

C'era un punto di non ritorno, al di là dell'invidia, ma a quel punto nessuno ci voleva mai arrivare, perché sotto le crepe dell'invidia c'era una sorgente carsica di amore sconfitto.

Il primogenito, detto Uvaspina, ha una voglia a forma di chicco sul volto e la stessa pelle traslucida di un frutto: sospeso tra i sessi, bellissimo ed efebico, sembra essere della specie dei femminielli o dei semidei. Sua più spietata carnefice, sua boia e liberatrice, è la sorella Minuccia: una giovane dispettosa e imprevedibile, come le eruzioni del Vesuvio, difficile da accasare e da saziare; con la sua fame nervosa, bulimica, divorerebbe anche il sangue del suo sangue. Il destino di Uvaspina, strizzato costantemente come il frutto di cui porta il soprannome, è portare pazienza. Ma come può continuare a vivacchiare se la conoscenza di Antonio, pescatore dagli occhi bicolore desideroso di una scalata sociale per riscattare la mamma dalla miseria, gli fa venire l'improvvisa voglia di fare l'amore sulle scale di Palazzo Donn'Anna? Ogni personaggio ha una ricca vita intima. Ogni angolo della città racconta una storia d'amore infelice. Ogni pagina scoppia di dettagli, odori, suoni, colori. All'ombra del Vesuvio, sotto un'aura magica di miti e leggende, è possibile predire l'identità dell'anima gemella; gettare fatture mortali; innamorarsi al suon di aneddoti su regine e puttane.

Le mani di Antonio risvegliavano tutto, con una potenza dolorosa che faceva gemere Uvaspina come una giovenca: nel tocco di Antonio c'era la misura di tutto l'amore che negli anni lui aveva dovuto ingoiare e poi vommecare nel cesso che si affacciava sulla Marinella.

La lingua bellissima di Monica Acito, non contenta della tanta carne al fuoco, fa scintille e fuochi artificiali. C'è troppo, di tutto. E a lungo andare, prolisso, il romanzo perde l'umorismo e il senso del grottesco iniziali (l'incipit somiglia a “Filumena Marturano”); diventa una tragedia senza fondo, in cui perfino gli elementi del folklore locale assumono connotati luttuosi. Senza equilibrio, fuori scala, “Uvaspina” non si mette scuorno di niente: nemmeno delle sue mani unte d'olio evo; nemmeno della sua pelle che puzza di sigarette di contrabbando, sperma e sangue di polpo.
Come non uscire stanchi dopo un tale stordimento sensoriale? Come, tuttavia, non uscirne grati? L'ho letto in gita in Campania. Mancavo a Napoli da un po'. A modo mio, mi mancava. Ma sul treno del ritorno, a riparo dagli schiamazzi della mia scolaresca e dai clacson dei motorini a picco nei Quartieri Spagnoli, mi sono contraddetto ancora e mi sono detto: per fortuna torno a Torino.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Nimpha

martedì 18 maggio 2021

Recensione: Il valore affettivo, di Nicoletta Verna

| Il valore affettivo, di Nicoletta Verna. Einaudi, € 18, pp. 294 |

Sopravvivere non è mai una benedizione. Il tempo che resta è destinato a trasformarsi in complesso di colpa. Ci apparirà rubato a qualcun altro; strappato via con artigli da rapace. Bianca è una ladra. Quando a sette anni è sopravvissuta alla sorella adolescente – la più popolare Stella –, la sua vita è diventata la bugia di un ciarlatano. Tormentata da incubi dove si macchia le mani di sangue e dalle fitte del ciclo mestruale, anestetizza i propri dolori con gli analgesici, i reality show e il consumismo sfrenato. Compagna di Carlo, un luminare della chirurgia robotica, vive in un attico sul Colosseo e per mestiere sbobina sondaggi di marketing fasciata in un tailleur. Carlo salva le persone. Bianca, al contrario, ne ha uccisa una. Quali sono i segreti dietro l'ascesa sociale di una ragazza di provincia che, negli anni Novanta, ha fatto furore come valletta? Qual è il piano che persegue con cieca testardaggine, disinteressata alla fatalità delle sue conseguenze? Perché i tentati suicidi della madre e la fuga extraconiugale del padre: la secondogenita, così simile nell'aspetto alla sorella defunta, non era forse altrettanto degna d'amore?

L’immagine più nitida della morte sono gli oggetti che le persone lasciano, con quello che chiamano valore affettivo. Oggettivi comprati nella convinzione che si sarebbero usati. Oggetti che restano mentre tu te ne sei andato, beffarti inutili oggetti crudeli che ti sopravvivono e ricordano la tua vita a chi resta, stabili oggetti nel magma incomprensibile della memoria: per questo li amiamo e insieme ne siamo atterriti.

Immersa in ambienti di design, tutti linee flessuose e simmetrie, la protagonista ha la quiescenza di chi non lascia trapelare alcuna emozione. Ma dentro di sé ospita, intanto, un ribollire inquieto di fantasmi e d'incubi. Anaffettiva, cinica, altera, ha sedato i sentimenti nella speranza di imbrigliare i morsi del lutto. Cosa le succede tutt'intorno? Non succede niente; succede tutto. Sulla trama, volutamente, dirò poco: sappiate che somiglia ai suoi personaggi. Al bisturi di Carlo, alle contraddizioni della compianta Stella, alle vasche percorse da Bianca d'un fiato: precisa, maliziosa, spossante. Votato all'essenzialità, il romanzo di Nicoletta Verna ti obbliga a uno stato di tensione imperituro. Il disagio, strisciante, serpeggia dall'inizio alla fine. Grottesco e dissacrante, ma insieme profondamente realistico, è una finestra spalancata sugli abissi di Bianca: vortici conturbanti, ipnotici, che ti gettano in trance. Il valore affettivo, esordio di vertiginosa bellezza – al punto che si stenta a credere che sia un'opera prima –, si legge come uno di quei noir senza sbavature.

Non è che fossi triste: quello che sentivo non era il contrario della felicità, era il contrario della vita.

Disturbato e disturbante, richiama per eleganza il cinema di Michael Haneke e si pianta in testa, lì dove fa più male, attraverso la voce di Bianca: un personaggio unico nel suo genere, che non sfigurerebbe nella galleria di quelli interpretati da Isabelle Huppert, attrice protagonista degli scabrosi La pianista e Elle. Potrei continuare a scrivere ancora, ancora e ancora di lei lasciando nell'ombra il resto della sua storia. Questa donna dalla bellezza superba e respingente, affetta da manie di perfezionismo e da disturbi ossessivo-compulsivi, è infatti una narratrice di una complessità fuori dall'ordinario. Cosa ci racconta quello che gli altri buttano via? Cosa, invece, quello di cui non riusciamo a liberarci? Eccola, Bianca, mentre fruga indisturbata nel cassonetto della spazzatura: smista l'immondizia per differenziare il pattume di perfetti sconosciuti. Immersa fino ai gomiti nei rifiuti – delle campane ecologiche, delle case sfitte, della TV generalista –, se ne va disperatamente in cerca di teneri paradossi. Di una Barbie dai boccoli biondi, e della parte più pura di sé.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Unforgettable – Nat King Cole


giovedì 29 aprile 2021

Recensione: Il primo che passa, di Gianluca Nativo

Il primo che passa, di Gianluca Nativo. Mondadori, € 17, pp. 216 |

Dall'apice del suo condominio, che svetta sullo squallore della periferia napoletana quasi a prenderne le distanze, Pierpaolo Tammaro guarda tutto dall'alto in basso. Primogenito di una famiglia in vista, vive in un microcosmo di antichi privilegi e falso perbenismo in cui ci si sforza di camuffare l'accento partenopeo. Il futuro è una promessa rosea; tutto andrà per il verso giusto. Dal suo terrazzo, intanto, si snoda una Napoli vista di rado: privilegiata anziché proletaria. Affacciato, il ventenne sdegnoso si sente estraneo alla volgarità del dialetto, alle chiacchiere dei coetanei, al culto solenne del Santo Patrono. Soprattutto, si sente estraneo a sé stesso.

Avrei potuto avere un nome più comune – Giuseppe, Mimmo, Enzo –, passare l’adolescenza in sella a un motorino, andare alle giostre della festa patronale come tutti i miei coetanei, sposarmi passati i vent’anni, fare carte false per un posto di lavoro nel pubblico. E invece no. Studiavo, sarei diventato un medico, ma quando? Al momento non ero niente. Continuavo a dissiparmi nel mio pendolarismo.

Pierpaolo somiglia alle narratrici di Elena Ferrante: come quella di La vita bugiarda degli adulti, oscilla tra salotti borghesi e bassifondi, tra radici e slanci. Abbandona la sua postazione sopraelevata per correre, affamato, incontro a una città i cui lati selvaggi, tuttavia, sono raccontati con discrezione. Solo e circondato da altri passanti senza pace, Pierpaolo scandaglia i coni d'ombra anche a rischio di perdere le chiavi per rincasare. Poco amabile, si arrovella e qualche volta si arrende. Ha una vita interiore ricchissima e una vita sociale, al contrario, sconfortante. Perfino la sua ricerca spasmodica dell'intimità, nonostante tutto, è pervasa di terrore. In tenuta da jogging, corre o forse scappa via. Pierpaolo somiglia a me. Pavido e un po' frustrante, mi è simile negli atti mancati, nell'indecisione e nelle contraddizioni. A tratti l'ho trovato sgradevolissimo, ho dissentito con le sue (non) scelte e con la piattezza della sua routine, ma nel farlo nascondevo la coda di paglia: ho gli stessi difetti, infatti, che imputo a lui. Chi si prenderebbe la briga di scrivere un romanzo nudo e crudo su qualcuno come me, come noi, senza abbellimenti retorici né licenze poetiche?

Era questa l’idea che avevo dell’amore: una predestinazione. Nulla a che vedere con quell’impazienza che mi spingeva da un quartiere all’altro, in casa di persone che non conoscevo. Mentre il desiderio dei miei genitori era cresciuto come una pianta al sole, io andavo in giro a chiedere conferma del mio al primo che passa.

Il coraggioso si chiama Gianluca Nativo, esordiente bravissimo classe 1990, che in medias res ci mostra Pierpaolo in un vicolo cieco: mentre sta per scrivere una nuova pagina della propria esistenza – in macchina con un ragazzo, finalmente, sta per abbracciare la propria sessualità tormentata –, viene interrotto dalla polizia. La sua famiglia reclama attenzioni. Mentre il padre è costretto ai domiciliari, Pierpaolo approda timidamente sulle app d'incontri. Con uno stile signorile e pudico, mosso però da un'innegabile urgenza sotterranea, l'autore segue gli ansiti sommessi e la smaniosa curiosità di un anti-eroe sempre a spasso. Lungo via Toledo brama il contratto fisico, gli sguardi indiscreti, il tocco spinto dei borseggiatori. A differenza di Latte arcobaleno, la cui carnalità irrefrenabile appariva a tratti elettrica, Il primo che passa si concede rapporti occasionali, un sottobosco di figuranti anonimi e una sola costante: Elia, un libraio ospitale e affettuoso di cui Pierpaolo ricerca il calore a momenti alterni. Fedelissimo allo spirito del suo protagonista – poco avventuroso –, il romanzo sceglie un taglio realistico e non si concede colpi di testa neanche nell'epilogo: benché narrativamente piatto, è la riprova di come Nativo sacrifichi tutto – perfino le simpatie del lettore – per aderire con coerenza agli andirivieni di un protagonista teneramente imbelle. Sospeso tra essere e dover essere, il giovane Tammaro è un animale a sangue freddo in attesa che arrivi la stagione del proprio amore. Intanto, come il ragazzo ritratto in copertina, scaccia via il torpore strofinandosi forte gli occhi. Inconsapevole che perfino la dolorosa ricerca di un habitat naturale possa diventare materia per un romanzo, nelle mani di un madrelingua che conosce tutte le sfumature della parola appocundria.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Madame – Sciccherie

lunedì 8 febbraio 2021

Recensione: Piperita, di Francesco Mila

 
| Piperita, di Francesco Mila. Fandango, € 18 |

È un esordio di un autore giovanissimo, classe 1996. Ha un titolo e una copertina che sanno d'estate, di freschezza. Ma Piperita è una romanzo che spesso mi ha messo emotivamente alla prova. Iniziato nei giorni da pendolare, nel tragitto casa-lavoro, si è lasciato leggere lentissimamente nonostante le trecento pagine scarse. Ho dovuto metabolizzare i dolori del protagonista, infatti, insieme ai miei. È stato difficile. Quando si parla di tematiche vicine al mio vissuto, mi capita spesso di restare deluso: era successo di recente con l'ultimo Roberto Camurri. Vagamente infastidito dalla pacatezza dell'autore NN – pretendevo bile, lacrime, vergogna: pretendevo di specchiarmici –, ho apprezzato al contrario l'approccio viscerale di Francesco Mila. Leggendo nuovamente di una famiglia disfunzionale, analizzando gli strascichi sentimentali lasciati in eredità dalla sindrome d'abbandono, ho trovato tra le pagine la mia antica rabbia verso gli adulti; le memorie di un'infanzia agrodolce; tutto lo smarrimento della mia generazione. Piperita è un cerotto che ho preferito scollare piano anziché strapparlo via. Ci ho messo tutta la pazienza del mondo, nella speranza che la ferita – nascosta sotto la striscia adesiva – intanto fosse guarita da sé. Questa è la storia di una di quelle famose famiglie infelici a modo loro, ma anche a modo mio.

È una sensazione opprimente: volere disperatamente che una persona se ne vada, per respirare, e quando se n'è andata davvero, non respirare più.

Diviso in due metà opposte ma complementari, il romanzo parte dai primi ricordi di Lapo: ha appena quattro anni quando nasce Emma, sua sorella, e qualcosa si guasta per sempre. Ad esempio il rapporto tra i suoi genitori. Perché papà, medico, sta più in ospedale che a casa? Perché mamma, insegnante, piange più forte della neonata e a volte minaccia fughe, a volte suicidi? Testimoni dell'impotenza del padre e della depressione della madre, Lapo ed Emma sopravvivono a un'infanzia di dissapori grazie alla loro affinità alchemica, che raggiunge i picchi più felici in vacanza. Sua sorella, soprannominata come il personaggio dei Peanuts, è una forza della natura. Simpaticissima, vitale, bugiarda, al lago o in villeggiatura in Calabria inventa storie dentro storie nelle quali è bello rifugiarsi per sfuggire alle tempeste domestiche: perciò sotto il pelo dell'acqua ci sono le lische spettrali dei bambini morti annegati; nella pancia delle donne in dolce attesa si apre una magica finestra; i ricordi di un viaggio a Disneyland si colorano di verità impossibili. I protagonisti condividono le favole, ma anche il sospetto dei tradimenti; il turbamento. Nella seconda parte, inevitabilmente, si trasformano: quando arrivano gli anni della pubertà, cupi e inquieti per definizione, Lapo ed Emma sperimentano lo stesso male che affligge i genitori. L'incomunicabilità è un contagio. Perché Lapo non riesce ad aprirsi completamente con Greta, la sua fidanzata, trincerato dietro comportamenti passivo-aggressivi? Perché Emma smette di mangiare con gusto, fino ad assottigliarsi a vista d'occhio: vuole forse scomparire? Nelle altre stanze, dappertutto, riecheggiano le parolacce e le recriminazioni di mamma e padre. Acuto e impietoso osservatore, il primogenito annota i tira e molla, gli avvocati divorzisti nominati e poi mai consultati, le smanie della genitrice alla toeletta: vanitosa, incostante e bellissima, la madre vive in un frullatore animato da pianti e slanci, periodi oscuri e feste sfrenate, citazioni pretenziose di film e attori hollywoodiani. Cos'ha ereditato Lapo – riccio e cespuglioso, come il papà di origini meridionali – da lei? Se somigliasse al suo mito cinematografico, il divo James Dean, sarebbe un figlio più amato?

Io lo so che non sei cattivo, anche se spesso ti comporti come se lo fossi. E so anche che mi vuoi bene. Ma l'affetto qualche volta bisogna saperlo dimostrare. I demoni, ti assicuro, li abbiamo tutti. Ma se i tuoi li tiene sempre chiusi, per noi respirare è impossibile. Fagli cambiare aria. Mandali a fare la spesa, almeno quando sei con me. Vedrai che farà bene a tutti, ai demoni e a te.

Piperita è un viaggio poetico nel cuore dell'inquietudine giovanile. Destinato a incupirsi di svolta in svolta, si inasprisce e immalinconisce fino a far dimenticare i toni sognanti dell'inizio. A un certo punto, il soprannome infantile del titolo apparirà anacronistico, stonato. A un certo punto l'irresistibile maglia a righe in copertina sarà da riporre negli scatoloni, fuori stagione. Francesco Mila spiazza, con una storia per certi versi risaputa. La spensieratezza di Piperita cede il testimone al cuore pesante, e al cervello pensante, del fratello Lapo. Immediato ma visionario, colto e pop al tempo stesso, il narratore ha un po' della drammaticità di Alessio Forgione e un po' del senso di meraviglia di Fabio Genovesi. Fra aneddoti tenerissimi e riflessioni esistenziali, sogni favolosi e incubi sanguinari, ci apre le porte di una seduta psicoanalitica sull'elitarismo dolore. A lungo ho peccato della stessa superbia: mi credevo il più infelice e incompreso di tutti. Ho allontanato il mio prossimo per non essere allontanato a mia volta; ho preferito la solitudine all'abbandono. La terapeuta e Francesco ci dicono, per fortuna, che non tutto è perduto. Tornerà la stagione delle ciliegie. Tornerà un'altra estate, e al lago o a Napizia indosseremo la solita maglietta a righe. E torneremo a chiamarci a vicenda coi nomignoli, come i personaggi dei Peanuts, anche se nel frattempo saremo maturati lontano dai colori pastello dei fumetti.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Ahia!

giovedì 14 gennaio 2021

Recensione in anteprima: La pazienza del diavolo, di Roberto Cimpanelli


La pazienza del diavolo, di Roberto Cimpanelli. Marsilio, € 18, pp. 448 |

Arriva oggi in libreria, ma ho avuto il piacere di leggerlo in anteprima. È un signor thriller, ma ho preferito non alimentare ulteriori misteri: quanto mi sia piaciuto – con il suo carico di efferatezze, l'umorismo nero e i personaggi memorabili – l'ho svelato man mano su Instagram, durante i miei aggiornamenti di lettura. L'esordio di Roberto Cimpanelli, produttore e regista cinematografico, è la nuova dipendenza in cui gli amanti del genere non sapevano di incappare. Rocambolesco, oscuro e marcio fino al midollo, è un bagno di sangue degno del miglior Dario Argento che a sorpresa custodisce anche un cuore letterario. In una Roma bella, caotica e truffaldina, popolata di camioncini profumati di porchetta e cinema all'aperto, un serial killer armato di rampino semina morti ammazzati sul lungotevere: le vittime, col cranio trapassato e i bulbi oculari penzoloni, appartengono alla feccia peggiore. Tutte schedate per reati sessuali, dalla pedofilia alla violenza domestica, vengono giustiziate da un vendicatore fedele alla legge del taglione. Ad apparire fuori posto, tuttavia, è l'omicidio di una perpetua nella parrocchia che fu teatro di una strage degli innocenti: chi voleva colpire realmente l'assassino; quei delitti erano forse stati attribuiti alla persona sbagliata, un maestro di musica poi morto suicida? Tre personaggi diversi come il giorno e la notte, vecchi amici separati da un antico senso di colpa, sono chiamati a indagare: l'indagine sarà di quelle poco ortodosse.

Stanotte noi facciamo un giuramento: questo Male che non finisce mai, che non ha pietà di nessuno e che rinnega Dio, rispetta e teme solo chi ha il coraggio di sfarlo con le sue stesse armi. Noi saremo peggiori di lui, danneremo le nostre anime e lo distruggeremo, qualunque cosa sia.

Tormentato da incubi, Herman ha abbandonato il suo ruolo in polizia per dedicarsi a una piccola libreria. Di madre americana e padre italiano, cresciuto nella Nantucket di Melville, si è rifugiato in una quieta routine e nel letto di innumerevoli amanti per sfuggire all'inquietudine. Abituato ormai a barcamenarsi tra la clientela e i pochi dipendenti – l'adorabile Francesca, studentessa universitaria, e sua zia Giulia, ex professoressa dalla bellezza sfiorita –, il protagonista non avrebbe mai immaginato di ricevere a domicilio degli inquietanti DVD: inquadrature in soggettiva, con l'ausilio di una GoPro, dove le mani guantate dell'assassino commettono gli atti più esecrabili. Coinvolto suo malgrado in un nuovo turbine di violenza, Herman si unisce alla vecchia task force: riallaccia i rapporti con l'affezionato Walter, ispettore pronto a volare a Cuba per drammatici problemi di salute, e rivaluta la fedeltà di Gaetano, commissario in età da pensione rimasto da poco vedovo. Roberto Cimpanelli scava nel loro passato, nella loro psiche, nei loro demoni. Con generosità, impreziosisce il suo esordio con tre personaggi che fanno la differenza. Al centro di un'indagine privata, macchiano le loro fedine penali pur di far trionfare la verità. Fragilissimi, si sono rivolti ora alla fede, ora alla psicoterapia per venire a patti con le proprie coscienze. Ma la ricerca del serial killer diventa per loro un'ossessione viscerale, motivante, che rinsalda amicizie tramontate nonché un disperato attaccamento alla vita. Impari a chiamarli per nome, vuoi loro bene, e poco importa la conta delle loro colpe grandi e piccole.

Moby Dick è un falso obiettivo per cacciatori dilettanti: noi siamo un abisso senza fine, noi vaghiamo nelle tenebre.

Anche a costo di diventare un po' prolisso, La pazienza del diavolo si prende tutto il tempo necessario per approfondirli Compressi come pentole a pressione, per fortuna hanno diritto ad allegri momenti di distensione: il segreto di questo romanzo, per me, è un clima cameratesco, virile, godereccio, che aiuterà anche a metabolizzare gli aspetti più indigeribili – e perché no, meno riusciti – dell'epilogo. Partito come un rigoroso giallo all'italiana, il romanzo si apre nel prosieguo a gustosi sprazzi horror – la cognata di Walter, Estrella, ha infatti legami con la Santeria – per poi sfociare brevemente nella spy-story, con la comparsa di un'eminenza grigia con un ruolo clou nel nostro Paese di mezze verità. In quest'esordio, denso ma imperfetto, si ha l'impressione che qualcosa succeda troppo sbrigativamente e che qualche colpo di scena intuibile, al contrario, venga trascinato troppo per le lunghe. In ogni caso, poco importa: animato di desideri perversi e ferocia, La pazienza del diavolo si divora con impazienza grazie allo stile scorrevole di un autore che conosce alla perfezione i meccanismi dell'intrattenimento. Nero come la pece, è sì un luogo orribile, ma è rischiarato dalla giovialità di tre brutti ceffi che non vedo l'ora di incontrare in un secondo capitolo. Il libraio Herman D'Amore, che ha i dilemmi etici di Moby Dick scritti nel destino, conosce come le proprie tasche la lotta tra Achab e la balena; l'ha somatizzata. Chi bracca chi? Chi è il bene, chi il male? Pur sapendo che nell'abisso c'è posto per entrambi, la caccia resta aperta.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – I Promise

giovedì 15 ottobre 2020

Recensione: L'ultimo marinaio, di Andrea Ricolfi


| L’ultimo marinaio, di Andrea Ricolfi. Garzanti, € 16, pp. 156 |

Ci sono quei romanzi in cui sarebbe splendido trasferirsi. Ci pensate mai? A me è accaduto di recente con l’esordio di Andrea Ricolfi. Leggendo di acque tumultuose, scogliere a picco ed eremi immaginari, durante la lettura ho desiderato di volare in Norvegia per riprendermi dai dispiaceri dell’anno corrente. Sull’isola di Noss, partorita dalla fantasia dell’autore, è possibile fronteggiare un mare straordinariamente grande e imbattersi in bellissime case con le persiane tinteggiate di blu. In una di queste case Matias e il suo migliore amico hanno inaugurato una scuola nautica. Vinden Hus fungerà anche da ostello per allievi e maestri, sarà aperta tutto l’anno, e gli ospiti potranno fermarsi lì per tutto il tempo che serve: imparare i segreti della navigazione, infatti, è stancante. Dopo aver letto un annuncio sul giornale, alla porta di Matias si presenta Tomas: sgualcito e appassionato, conosce il mare come le proprie tasche ma ammette di non averlo mai saputo domare. L’insegnante di navigazione si muove nel mondo con leggiadria, parla come un poeta, somiglia a un vulcano attivo: spericolato, a volte esplode in azioni tanto avventate quanto coraggiose.

Un saluto su un’isola equivale a dire: “Mi sono accorto che ci sei anche tu, e guarda: ci sono anch’io”. Per questo mi piacciono le isole”.

L’ultimo marinaio è la breve cronaca di vite semplici, invisibili, senza ambizione. Ormai anziano e vedovo, il protagonista – in procinto di lasciare la scuola in eredità al figlio – ripensa con malinconia contagiosa agli amici, alle avventure, agli amori. Racconta di un mare talora ostile, di grigliate deliziose animate dai canti dei balenieri, di tragedie sventate ed epifanie, di animali colossali da cacciare fino in capo al mondo: l’animale più crudele di tutti, però, resta sempre l’uomo. In una narrazione d’altri tempi, dove si avvicendano dettagli macabri e momenti di contemplazione, la voce di Andrea Ricolfi e quella del suo Matias risuonano timide ed essenziali: in sole centocinquanta pagine, perciò, non hanno il tempo di mettersi al servizio di una storia degna di memoria. Questo romanzo Garzanti sui generis, con una copertina che ricorda quella degli Einaudi Supercoralli, è fatto di atmosfere palpabili, non di fatti. Di personaggi puri di cuore, vecchio stile, che stanno bene lì dove stanno. Farebbero male a seguire invece gli stimoli esterni, i sentimenti, l’ignoto delle colonne d’Ercole?

Eravamo entrambi inerti, come intrappolati in una bolla. Un po’ era la giovinezza, che con l’impeto che si porta dietro  non aiuta a fare scelte sagge. Un po’ era colpa del mare. Anche se non ti sommerge, in qualche modi ti ingloba e presto non se più in grado di concepire, se mai lo sei stato, un solo pensiero, desiderio o speranza che non si incastri con le sue esigenze. Può essere più o meno delicato nel fartelo sapere, ma è lui che decide tutto della tua vita.

Il risultato è una storia di uomini e natura, in cui l’ambientazione norvegese è un pregio e un difetto insieme: se da un lato regala lunghi passaggi descrittivi – i più belli –, dall’altro a volte fa storcere il naso per via dei natali italiani dell’autore. Nonostante Ricolfi conosca bene la Norvegia, leggendo il suo esordio non ho mai trovato traccia della magia o della fascinazione che ad esempio accompagnano i romanzi della Iperborea. La sua delicatezza, purtroppo, finisce per somigliare a una mancanza di fermezza tanto nello stile quanto negli intenti. Lento, dolcissimo e contemplativo – troppo per i miei gusti –, il romanzo avrebbe avuto bisogno di una storia più appassionante. Invece è come un modellino di barca, piccolo e cesellato, che a causa di dialoghi troppo enfatici e di figuranti appena abbozzati non riesce mai a portarti al largo. Reduce da questa lezione di sopravvivenza, ho avuto la sensazione di non aver imparato a sufficienza. Per il resto, buon vento a tutti. 

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Molly Sandén – My Hometown (dal film Eurovision Song Contest)