lunedì 14 settembre 2015

Mr. Ciak: Rudderless, Fantastic 4, Dark Places, Aloha, Tutto può accadere a Broadway, Return to Sender

Rudderless parte schiacciando il solito tasto. Quello, a orecchio, dolente: la morte di un figlio, la voglia di disperarsi. Eppure la vicenda che ti racconta non è di quelle che che sperano di condurti sull'orlo del pianto. La storia di questo padre straziato dalla perdita – un figlio ucciso in una sparatoria in un campus universitario – si perde, qualche volta, in una bottiglia di birra scura, ma per fortuna si ritrova nella musica. Basta beccare l'accordo o trovare il coraggio di mettere il naso in una stanza che spaventa. Sam – che ha abbandonato tutto, per vivere da spiantato su una barca: per fuggire – un giorno trova i dischi che suo figlio ha inciso prima dell'inizio della fine. Così, in sua memoria, li fa suoi e canta qualche canzone per locali: i testi di Josh sono il mezzo più efficace per essergli vicino. Quel lupo di mare di mezza età, perennemente alticcio e su di giri, stringe amicizia con un ventunenne che cela la timidezza cronica dietro una parlantina a raffica: con lui e due coetanei sfigatelli forma un improbabile gruppo che fa bella musica. Rudderless racconta l'ascesa di una band e il lento risalire la china; dramma – anche un po' commedia però – in musica, sul perdono e il correlato perdonarsi. A sorprendere dell'esordio di William H. Macy – ma sì, il Frank di Shameless – è la leggerezza di cui, nonostante un fatto bruttissimo, è padrone e la presenza di pezzi già riascoltati, personalmente curati da un cast che non ti aspetti. Un magnifico Billy Crudup regala così una prova vocalmente ineccepibile e emotivamente ricca: il suo papà a pezzi un po' clochard è uno di quelli che quando si sbronzano son patetici ma allegri. Anton Yelchin, come il prezzemolo ma in gamba, intonato, suona con convinzione e non si riconosce quasi con il viso emaciato e i capelloni ricci. E l'amicizia strana tra un padre senza figlio e un figlio senza padre, un vecchio e un giovane, ha effetti ora tragicomici e ora miracolosi, senza retorica alcuna – tra i due, inoltre, la fidanzata a lutto Selena Gomez e la mamma recalcitrante Felicity Hoffman. Oltre a una colonna sonora originale e a un'aria trasandata nelle mie corde (e quando mai il Sundance sbaglia, poi?), c'è una simpatica parte teen – il ragazzo impresentabile che ha il talento ma non la faccia tosta – e un colpo di scena da pelle d'oca. Se non ti commuove all'inizio, Rudderless ti commuove quando meno te lo aspetti, con un'intensa ballad di chiusura che è una benedizione; un pugno forte, ma necessario: delicato. Quando il peggio sembra passato, eccolo che riaffiora – con la sua faccia segreta, con la vergogna – e lo si affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo ritornello. Rudderless – tra Begin Again e La stanza del figlio –  non è mai una scontata, stonata, canzone triste. Mi ha rubato cuore e mp3. (8)

Io odio il cinecomic. Così, quest'anno, era cominciato un post in cui – tra posizioni finto snob e ricordi – mi ero per metà ricreduto. Non odiavo il fumetto quando era come il Daredevil Netflix, ad esempio. Per il resto sì. Neanche quando il film è amatissimo io riesco ad apprezzarlo; figuratevi quante probabilità ci siano che mi piaccia, invece, il disastro annunciato che neanche gli appassionati salvano. Fantastic 4 – flop clamoroso, rinnegato perfino da chi l'ha diretto e interpretato – a sorpresa non mi è dispiaciuto. Alla sufficienza piena non arriva, e facile sarebbe fare ironia con l'aggettivo fantastico, mai così fuori luogo qui, e con il numero nel titolo che, per magia, va a richiamare il quattro secco della valutazione finale. Prima di vederlo, e viva il pregiudizio, avevo un'idea per un bel commento negativo. Ma poi, pronto al peggio, mi sono mediamente goduto quest'ora e mezza, vista solo per una curiosità di quelle brutte: quando mai di mia spontanea volontà guarderei un prodotto Marvel? Vista a suo tempo la saga originale, che mi aveva diverto e poco più, non mi ha turbato l'idea di un reboot. Il cast, inoltre, vanta alcuni tra gli attori più promettenti della nuova generazione: la rivelazione di Whiplash, la sorella meno impegnata di Rooney Mara, il Billy Elliot cresciuto con Von Trier e Vinterberg, il protagonista del premiato Fruitvale Station. Questa riscrittura in chiave giovanile, per me, parte bene: un cenno a un'infanzia da nerd e a una lunga amicizia, la coesione non messa in gioco da nessun amore, salvare il mondo come fosse un progetto del liceo. Spensierata, la prima ora vede un quinto membro di passaggio – un giovane Dottor Destino non ancora cattivo – e la scoperta di un mondo parallelo. Non ci sono momenti seriosi né la simpatia per forza; New York non sarà nuovamente distrutta. Da qui in poi, la situazione precipita: qualcuno schiaccia "avanti veloce". Un'ellissi narrativa buttata lì, un anno è passato: sviluppi che nessuno ti ha spiegato, uno scontro finale di pochi minuti, un epilogo aperto. Quello c'è di negativo – non la Torcia Umana di colore che tanto ha fatto strepitare (momento ironia: la fiamma l'avrà scurito un po' troppo?), né il mondo alternativo che ricorda preoccupantemente i wallpaper dozzinali del mio portatile: ossia, il sembrare il pilot introduttivo di un telefilm senza un to be continued. (5,5)

Gillian Flynn – dopo il fenomeno Gone Girl – non ci ha messo molto a tornare al cinema. Presta la sua interessante penna al francese Gilles Paquet-Brenner. Dark Places è un poliziesco non particolarmente piaciuto in rete, di cui mi sono concesso direttamente il film, senza prima passare per il romanzo. Come saprà qualche lettore, parla di un caso di cronaca riportato alla luce dopo trent'anni: Libby Day – unica sopravvissuta al massacro di famiglia di cui è stato dichiarato colpevole il fratello maggiore – adesso è una donna che ha bisogno di soldi e pace. Non indaga per sete di giustizia, ma per conto di uno strano club finanziato da appassionati di crimini irrisolti: torna ad aprire la porta al passato, e scopre che forse il mostro in galera aveva avuto un ruolo marginale in quella notte di sangue. Cos'è successo davvero? Nelle zone d'ombra del titolo, una storia tra passato e presente, ambientata in una America rurale, dura e polverosa: le fattorie pignorate, le bettole che attirano i papà alcolizzati, i ragazzini precoci che adorano il Demonio. I paragoni scattano e non sembrano tenere in considerazione lo spirito diverso delle due storie: quella proposta da Fincher, cinica e all'insegna del colpo di scena; questa a cura del modesto regista di La chiave di Sara – capace, anche in quell'occasione, di districarsi con fluidità tra diversi piani temporali – verosimile e lineare. Davanti a una svolta non perevista ma poco incisiva, ho però avuto l'impressione che sin dall'inizio Dark Places fosse una piccola storia; ma il risultato – nonostante le imperfezioni e i limiti – è più che sufficiente. Merito di una confezione classica e di un ritmo lento, che ti lascia apprezzare più il dramma ambientato in quei sonnacchiosi anni ottanta che il giallo contemporaneo. Ottima la scelta dei comprimari – una sexy Chloe Moretz, una Christina Hendricks dimessa, un Nicholas Hoult che ha fatto di meglio altrove – e prevedibilmente in parte la Theron, camaleontica e dello stile androgino, à la Jodie Foster. (7)

Bradley Cooper è un eroe in congedo – traumi di guerra dopo American Sniper? - che arriva alle Hawaii con un gamba dolorante e piani confusi. Riallaccia rapporti con una Rachel McAdams mai scordata; si innamora di un rigido caporale con gli occhi di Emma Stone; finanziato da un esagerato Bill Murray che vuole comprarsi il cielo, fa da paciere tra americani e indigeni. Questo e qualcos'altro, con illustri comparse che non vi sto a elencare e un intreccio a metà tra la commedia sentimentale e la spy story, capita in Aloha, ultimo film del buon Cameron Crowe – nel mio cuore a vita per Quasi Famosi e Vanilla Sky – su cui, in Patria, hanno detto peste e corna. Se ingiustamente, guardate, non saprei: la stampa criticava posizioni politiche che non ho colto e un razzismo di fondo nel descrivere le tribù locali; non la sceneggiatura – disimpegnata, ma estremamente gradevole – e il lavoro dei protagonisti – rilassati e bene amalgamati. Glissando perciò su questi elementi – forse dolenti per gli yankee, ma noi siamo italiani, quindi chissene – resta il fatto che Aloha, film di puro intrattenimento sorretto da un ottimo cast e da più di qualche scena brillante – il dialogo muto tra Cooper e un laconico Krasinski, il ballo a Natale tra la Stone e Murray -, diverte e intrattiene con intelligenza. Dovrebbe sorprenderci la cosa? Direi di no, con un Crowe che ci mancava, i suoi classici personaggi combattuti e dai lavori inconsueti, la profondità e l'acume, gli epiloghi non scontati. Se la surreale parentesi spionistica non si segue con molta convinzione, è anche perché si è impegnati a vedere il protagonista alle prese con due delle donne della mia vita, su uno sfondo esotico che non fa da cornice folkloristica. Per una volta il titolo italiano non sbaglia, in ballo infatti c'è il cielo, ma preferisco quello internazionale, che significa “ciao” e “arrivederci”. L'unico termine che conosco insieme a ohana, direttamente da Lilo & Sitch: “famiglia”. Altra parola che può andare tanto bene, per riassumere questa storia di salvataggi sopra le righe, nidi, sogni di secondo taglio. (7)

Una stella in ascesa racconta a una giornalista l'incarico con una compagnia in cui – suo malgrado – ha seminato zizzania. Quella nuova diva, infatti, un tempo lavorava come squillo in attesa della grande svolta: uno dei suoi amanti – un regista filantropo o puttaniere – aveva finanzato generosamente i suoi sogni e, per pura coincidenza, si era ritrovata a recitare proprio nello spettacolo di quest'ultimo. Ma con una moglie sospettosa, un attore inaffidabile che sa tutti i dettagli del tradimento, uno scrittore pazzo d'amore, lo spettacolo con la bella Isabella – ingenua, nonostante la professione più antica del mondo – sarà stato allestito senza divorzi o, per un crimine d'amore, reputazioni rovinate? Tutto può accadere a Broadway – in inverno da noi – è il ritorno al cinema di Peter Bogdanovich, settantaseienne che – come sapranno i cinefili doc, dunque non troppo io – è un'istituzione quando si parla di commedia. Qui, tutti in un colpo, il Wilson cascamorto, l'Ifans istrione, una Aniston pazza; soprattutto, una Imogen Poots – se sia più bella o simpatica non si sa, con il suo personaggio alla Audrey, di gran classe – da cui portano tutte le strade. Newyorkese con orgoglio, Bogdanovich cita sé stesso, Lubitsch e l'Allen più brillante, in un film dalla comicità sofisticata, in cui una scrittura pimpante, un cast all stars e colori retrò trovano l'approvazione di un pubblico che stravede facilmente per le cose così. Luccicanti, parlatissime, d'altre epoche. Non un attore fuori forma o un momento di silenzio, quando tutti si affidano a un'anziana leggenda e fraintendimenti e battute fulminanti – in cui si parla di sentimenti, show business e dintorni – ti sommergono come un'onda e ti intontiscono di chiacchiere. Ma giusto un po'. (6,5)

L'ultimo Fincher aveva lasciato scoprire ai più il potenziale di una grande attrice. Dopo Gone Girl, si attendevano riconferme dalla Pike; collaborazioni importanti e nuovi progetti, anche se, cronologicamente, si ha la sfortuna di imbattersi prima in Return to sender. Il lavoro direttamente successivo a quello che la portò a un passo così dall'Oscar: scivolone imperdonabile. Perché è un thriller scialbo e inconcludente; perché il personaggio di Miranda – algida, perfetta, impenetrabile – è la fotocopia in bianco e nero di Amy. Un anno dopo, con un'altra vendetta e un'altra regina di ghiaccio? Scelta sbagliata e ingiustificata, dato uno script inconsistente e l'idea vecchia. La storia della perfetta infermiera che, in pieno giorno, viene stuprata da un fattorino (no, non lo mandava Zalando - "urla di piacere") e medita punizioni poco esemplari, infatti, regala un'unica sorpresa: la vendetta ci sarà, ma rimandata di un'ora. Se la violenza manca, si nega all'appello anche una degna caratterizzazione dei personaggi – incomprensibili – e il minimo sindacabile di coinvolgimento. Lei ha la vecchia maschera, Nick Nolte è il papà burbero e premuroso che sempre gli riesce; nota positiva, Shiloh Fernandez: giovane antagonista che intriga. Il resto: il trauma e la nascita di disturbi ossessivi, le cure miracolose della legge del taglione, innumerevoli cambi d'abito tollarabili unicamente per il fisico statuario della Pike. Bellissima sempre, ma qui tornata alla leziosità e al rigore di quando nessuno la conosceva. Rosamunde mia, perché? (4)

venerdì 11 settembre 2015

Dear Old Mr. Ciak: Perfect Sense, Shame, Vincere, Storie Pazzesche

[2011] Si conoscono tante persone, si commettono troppi errori. Ogni tanto, basta una scintilla scambiata per qualcos'altro, e ci si alza prima, bruscamente, in un letto in cui non c'è posto per noi. Fare l'amore con una persona sconosciuta e svegliarsi con lei o lui che ci chiede di andare via. L'intimità fino a un certo punto, infatti, se sei come Michael – chef di successo; il bello che seduce, abbandona e non chiede mai scusa e vuoi restare?. E se sei come Susan, scienziata di successo con un passato di anoressia e una motivata sfiducia verso il generale maschile, prendi le tue cose, indossi i tuoi abiti da corvo e fili via. La storia di una notte, questione di chimica e lenzuola sporche, può avere un seguito se fuori scoppia il caos? Una Glasgow di piombo fa da sfondo a un inspiegabile contagio: la popolazione mondiale sta perdendo i cinque sensi, in una lenta apocalisse. Si parte con improvvisi attacchi di melanconia, fragorosi pianti in pubblico, e in un inquietante conto alla rovescia, scandito da impulsi a farsi male e da attimi di esagerata felicità, si lotterà per passare quel che resta del giorno, quel che resta del mondo, con l'unica cosa che rimane quando ciò che distrae e induce in tentazione si fa fumo. Il cinema ci ha parlato spesso di epidemie che facevano paura, con il sangue e la violenza dei morti tornati in vita; mai così però. Ecco quello che, a distanza di anni, dopo una sentita seconda visione, proprio mentre la fantascienza inizia ad aprire finalmente le braccia all'umano, rende ingiusta la sorte dell'originalissimo Perfect Sense, mai arrivato da noi. Presentato al Sundance e diretto con mano abile da David Mackenzie, talentuoso e sottovalutato, andrebbe spiegato, interpretato, parafrasato come una poesia moderna. Purtroppo, essendo sconosciuto ai più, ma per me perla immancabile, ci si limita a dire guardatelo, guardatelo e basta, per non anticipare l'emozione, per non diluire la pena, per non rovinarlo neanche un po'. Quanto tragico sarebbe dimenticare, dimenticarsi? Gli amanti al tempo dell'apocalisse indossano le mascherine bianche e si baciano senza potersi baciare davvero, come in un quadro di Magritte. In un giro angoscioso e commovente di ultime volte, uomini che non soccombono senza arrendersi al non vivere: ripiegano su altro, ricercano gioie alternative, infatti, in un universo che brucia. Perché la vita non è limitarsi ad adempiere a bisogni elementari. Nutrisi non è solo ricerca di grasso e farina. Il sesso non è tecnica senza cuore o pazienza. La fantascienza intimista di Mackenzie non ha alieni e galassie da conquistare, ma celebra la sacralità del cibo e la ritualità del vivere di coppia. Nelle orecchie i sussurri di una colonna sonora perfetta, le papille gustative solleticate dai piatti che vedi sfilare oltre lo schermo e non puoi assaggiare, gli occhi straordinariamente pieni dei corpi in armonia di due divi magnifici. Eva Green e Ewan McGregor che si stringeranno forte se farà buio. Il tutto, scritto con delicatezza e un po' di lirismo. Ci si stordisce di sensazioni, così, e se verrà l'oblio ci si auspica sarà come in Perfect Sense. Che sa raccontare l'amore presente e futuro alla maniera di pochi film, e nessuno ancora lo sa. (8)

[2012] Chi non ricorda lo scandaloso Shame quando, dopo la Coppa Volpi a Venezia, arrivò al cinema? Il dramma erotico che metteva a nudo il corpo – e le voglie – di un disinibito e poco noto Fassbender faceva clamore. Solita e rumorosa pubblicità, grossomodo. Ma si apriva con un nudo frontale senza imbrogli, si chiudeva con il protagonista che dispensava attenzione a due amanti e nel mezzo, spudorato, c'erano riferimenti a porno e droghe. Le dipendenze di Brandon, rampante uomo d'affari e scapolo per sempre, in una città che non dorme perché c'è sempre troppo a cui stare dietro. Il Don Giovanni di Kierkegaard dei giorni nostri: eternamente in cerca, schiavo e disperato. E' la festa che ormai cerca lui. Ed è la donna che ormai lo sceglie, sorridengogli lasciva in metropolitana. Nel suo appartamento sul grattacielo, spazio solo per una sorella minore che non è la bene accetta. Perché è l'unica persona capace di farlo sentire vulnerabile; perché è l'unica donna che vuole proteggere dall'essere esattamente come lui. Shame, da cui forse anch'io al tempo mi ero lasciato scandalizzare con un niente, non ancora diciottenne, in realtà è un film distinto e tutt'altro che pruriginoso, anche se – nelle conversazioni tra appassionati, soprattutto quando c'è una fan del bel Michael dal sorriso da squalo nei paraggi – farà nascere sempre una risatina imbarazzata. Steve McQueen guida due grandi protagonisti – accanto a un lui chiacchierato, una volubile Carey Mulligan che con il nudo, dandoci ai paragoni da bettola, fa una figura oggettivamente meno clamorosa del collega, ma quando canta incanta, e esattamente in rima baciata - in un dramma intimista e raramente intimo (e c'è differenza, se ci fate caso), svestito dal superfluo ma già stanco di provocare. Significativo il fatto che la scena più bella, accanto al magistrale piano sequenza della corsa nel traffico cittadino, sia un'orgia in cui il culmine del piacere somiglia a un singhiozzo, a un brutto presentimento. Pensiero già proiettato, magari, al tristissimo ritorno da una notte di eccessi. Muto, senza gemiti e volgarità, con l'impeccabile colonna sonora firmata da Harry Escott che lì raggiunge il suo apice. Mentre Brandon si avvicina un orgasmo, l'ultimo, che somiglia all'abisso. Dopo un inizio distaccato e pieno di rigore, Shame – nel tuffo angosciante verso la fine – si scopre di carne e ossa, terreno e capace di emozionarsi, emozionandoci. Con gli uomini che non devono chiedere mai che piangono solo quando piove, così che le lacrime si confondano con l'acqua che cade, e una chiusa brillantemente sospesa tra redenzione e ricaduta. Non c'è vergogna, in Shame. Manierato e fine, forse anche troppo apatico per avere grandi strascichi emotivi, come la New York, New York intonata dall'inaffidabile Sissy: languida, inquieta, jazz. Senza il crescendo della Minelli. Cantata da chi, in certe città – e in certi letti - non si sentirà mai in pace. (7,5)

[2009] Il film storico – perfino il più bello – ha la sfortuna di appartere al genere che, se fosse cosa concreta, avrebbe quintali di polvere addosso, a causa della mia tipica dimenticanza – perché metto da parte, dico poi lo guardo, e invece no; mi scordo – e del sentore di antico che ha sin dal giorno della sua distribuzione. Nella lista dei “lo vedrei volentieri, se solo non avessi il rapporto che purtroppo ho con la storia”, questo Vincere di Bellocchio. Che, per sentito dire, immaginavo un po' come Il giovane favoloso: bello, televisivo e lento. Troppo per lasciarselo da parte per una visione domestica in tranquillità. Ho ripensato a Vincere, un giorno di questi, dopo essermi imbattuto in una clip: insieme a quella di una Mezzogiorno arrampicata nella sua gabbia, appesa alle sbarre mentre fuori nevica, senz'altro la scena più significativa del lungometraggio. L'interrogatorio a Ida Dalser: questa donna che è stata di vera carne, con gli occhi pesti e il moccio al naso, che – per dimostrare la sua sanità mentale, mentre gli psichiatri facevano domande su domande – giurava di essere la prima moglie del Duce. La macchina da presa che, in una sequenza da brividi, non aveva occhi che per una protagonista intensa, forse, come non mai, nella vicenda tristissima e dimenticata dell'amante che un giovane Mussolini in ascesa sedusse e abbandonò, destinandola – insieme al figlio – alla camicia di forza; agli appelli rimasti inascoltati. Il film storico che non deve somigliare a una lezione di storia dovrebbe avere, dal fascismo secondo Bellocchio in poi, un po' l'indole di Vincere. Intrattenimento che coinvolge, nonostante le due ore totali, e che – a dispetto dei miei pregiudizi – non è la mancata fiction supposta. Merito di una Giovanna Mezzogiorno che resta l'attrice più grande che abbiamo e che una candidatura, minimo, l'avrebbe meritata e di un Filippo Timi - l'attore che solo quando recita non balbetta - che gioca coi gesti ampi e il tono perentorio di un fantasma bastardo che ammaliava le folle e metteva a tacere le donne. Perché Vincere – più di un biopic, meno di una pagina di diario destinata al vento – è un melò che, se sapesse cantare, canterebbe. Le eroine che si ammalano d'amore, le arie dell'opera lirica a fare da barocco commento sonoro, la tragedia annunciata degli ultimi atti. Ci si bacia come nel cinema in bianco e nero di una volta – con passione fasulla, inclinati di lato come nel valzer – e come nel cinema muto, però in quello futurista, dinamico e tutto lettere maiuscole e punti esclamativi, la velocità è raddoppiata e irrompono titoli in prima pagina con funesti annunci di guerra. Vincere ha la plasticità e la compostezza del muto d'altri tempi, sì, ma a volte urla – e gli italiani sono grandi urlatori, nei loro drammi – e intontisce dal dolore. (7)

[2014] Quando mi piacciono gli intrugli, le pozioni, gli abbinamenti strani? Quanto i generi ibridi? Quando la comicità sposa l'inquietudine, ad esempio, e nasce una cosa bizzarra che si chiama commedia nera. Risate cattive e violenza, il quotidiano che – arrotondando per eccesso i vizi e la prepotenza – si fa grottesco. Come nelle trame di Storie Pazzesche: il film argentino a episodi che quest'anno era nell'ambita cinquina dei film stranieri. Senz'altro di troppo, lì, tra pellicole più impegnate come Ida e il latitante Mommy. Nel suo essere fuori luogo, tuttavia, c'è forse il segreto di un inspiegato successo, come in una fluidità naturale che rende leggerissimi i suoi centoventi minuti. L'ho visto in tarda serata: gli occhi bene aperti, l'interesse costante, un'ironia assurda che si sposa ogni tanto con il mio risaputo cinismo. Eppure non amo i film con una simile struttura, né tutto ciò che è amorale e senza utilità. Ma se qualche vicenda lascia a desiderare, altre sono dei gioiellini di scrittura e resa. Szifròn, in queste novelle senza cornice, alterna ora toni briosi, altri scabrosi, passando dal noir classico al quotidiano orrore con destrezza e umorismo. Tra gli episodi maggiormente a fuoco, quello iniziale, rapidissimo, con un nutrito gruppo di vecchi conoscenti che si incontrano su un aereo dirottato; il tragicomico The Hitcher con la faida tra un automobilista in difficoltà e il suo aguzzino; la festa di nozze di una giovane sposa che scopre in diretta il tradimento del marito bastardo. Mi ha divertito, ho riso di gusto, mi ha intrettenuto. A modo suo mi è piaciuto, un po' a causa di recensioni negative che avevano reso basse le mie aspettative e un po' perché è un prodotto alternativo nel classico contesto patinato. Però. Ci sono strategie in ballo, votazioni imperscrutabili, ma – anche dopo avere recuperato queste due ore ben dirette di sorrisi e sconcerto – mi domando come sia possibile che Damiàn Szifròn, bravo ma sopravvaluto, non abbia fatto posto sul podio al magnifico Dolan. Quel che è fatto è fatto. Rosicherò ancora tra me e me, ma parlandovi della commedia sudamericana uscita sotto l'ala protettiva di Almodòvar, non avrò mai più parole negative; giuro. Perché Storie Pazzesche, nel suo non rispettare i gusti convenzionali dell'Academy, è una parziale sorpresa – una maleducata canaglia sul Red Carpet – e ha lo smalto che il buon Pedro ha perso e chissà se ritroverà. (6,5)

mercoledì 9 settembre 2015

Pillole di recensioni: Prometto di sbagliare, Tutte le volte che ho scritto ti amo

Ciao ragazzi, come state? Mi accorgo che la normalità è tornata dal chiacchiericcio che questa mattina sento fuori. Da casa vedo la stazione degli autobus e, dai paeselli circostanti, uno sciamare di ragazzi impressionante. Per chi fosse tornato a scuola, allora, un grande, grande in bocca al lupo; pensavate li facesse solo Gianni Morandi? Per gli altri, o almeno per me, la normalità sono lezioni sempre più vicine e la Autunnale. Sto preparando l'ultimo esame del secondo anno e, prossimamente, notorete la cosa anche voi: commenti brevi, probabilmente, per letture semplici e veloci. Si parte già da oggi con due novità che non mi hanno rubato molto tempo; il primo – atteso caso editoriale – non è quel che sembra; il secondo – primo volume di una duologia – è invece proprio come sembra e, quando non c'è voglia di impegnarsi, va anche bene cosi. Per entrambi, devo ringraziare gli uffici stampa.
Ps. Ricordate, sì, che domani è l'ultimo giorno per votarmi ai Macchianera?

Titolo: Prometto di sbagliare
Autore: Pedro Chagas Freitas
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 399
Prezzo: € 16,90
La recensione: Mi affido alla recensioni brevi quando il libro è semplice e carino e una parola di troppo potrebbe togliere le poche sorprese a un lettore interessato. O, come in questo caso, quando il romanzo non è un romanzo e la recensione non può essere una recensione. Dopo una raccolta di racconti fantascientifici – del tipo che non apprezzo, purtroppo, e non sono in grado di giudicare –, quest'anno la storia si ripete con Prometto di sbagliare: il caso editoriale che, dalla vicina Spagna, si attendeva dalla scorsa primavera. Prima di leggerlo, un'intera estate in mezzo e qualche estratto, in rete, che incuriosiva. Si parlava, infatti, dell'esordio di successo di Pedro Chagas Freitas, ma nessuno sapeva di cosa parlasse, paradossalmente. Risponderò, dunque, alla domanda che mi facevo anch'io e che, forse, vi siete fatti almeno una volta anche voi, incrociandolo in libreria: qual è il fulcro di questo volume che, a suo favore, ha una copertina stupenda e tanta pubblicità? Nella sinossi, cenni alla storia di due vecchi amanti che, in un bar, s'incontrano e si scoprono ancora innamorati. Prometto di sbagliare racconta la loro, di storia, e non solo. Ogni vicenda non si protrae per più di qualche pagina e cercare il filo che le lega, più o meno invano, è la missione di un lettore che si aspettava altro. Il punto è che, per quanto oneste e ben formulate, le vicende – raccontate da traditori e traditi, uomini e donne, bambini e adulti, compagni felici e partner scontenti – costituiscono scene autosufficienti. Spesso molto emozionanti, con la passione a nudo e i sentimenti esposti nella loro ambiguità, ma adatte – con gli aforismi e l'amore percepito a 360° gradi – a chi apprezza una prosa poetica e l'arte dell'indugiare, del tergiversare. Io, lettore istintivo e materiale, non saprei come leggerlo, se non inserendolo tra un romanzo e l'altro, in cerca di respiro. Un racconto d'amore al giorno avrà i suoi benefici? Commentato in una rubrica che nel nome ha le pillole, Prometto di sbagliare non è di certo una pillola amara, anche se c'è chi al dolce dichiararsi preferisce pur sempre - come me, ad esempio - il gusto agrodolce dell'inconfessato.

Titolo: Tutte le volte che ho scritto ti amo
Autrice: Jenny Han
Editore: Piemme Freeway
Numero di pagine: 365
Prezzo: € 16,00
Il mio voto: ★★★
La recensione: Lara Jean ha sedici anni e ha creduto di amare cinque ragazzi. Niente di significativo, anche se ha custodito le lettere d'addio che ha scritto loro, quando il cuore le faceva male ed era in vena di struggimento. Non le ha mai spedite. Finché, un giorno, il suo nascondiglio segreto viene violato e ogni lettera arriva al destinatario. Dopo la trilogia iniziata con L'estate nei tuoi occhi, Jenny Han, per metà coreana e vintage come il suo alter ego, torna in libreria con Tutte le volte che ho scritto ti amo. Dalla sua, una copertina fresca e una sinossi che promette una spassosa commedia degli equivoci. Cosa succederebbe se le persone per cui hai sospirato in segreto si presentassero tutte alla tua porta? In realtà, pur con uno stile lieve e un'ironia che non guasta, questo young adult è nel classico triangolo amoroso che andrà a parare: dei cinque ragazzi – tra chi si è trasferito altrove e chi ha fatto outing – soltanto due si presentano da Lara Jean per avere spiegazioni. Peter, belloccio ma autoironico, legato alla protagonista da un'amicizia smarrita; Josh, il vicino di casa un po' nerd, fresco ex ragazzo della maggiore delle sorelle Song. Per togliersi dalla testa il secondo, che ama ancora ma non può avere, formare perciò una coppia per finta con il primo, che per tutto il tempo vorrà attirare le gelosie di una sua passata fiamma. Nonostante un'idea dal vago potenziale destinata a un risaputo sviluppo - pensavo, prima di leggerlo, a una versione politicamente corretta della comedy Scrotal Recall -, la Han non stufa e raramente fa sollevare gli occhi al cielo. Perché il suo romanzo è disimpegnato e leggero come un The Duff; per nulla melodrammatico. Non si prende sul serio, e tra una protagonista dalle famiglia ingombrante e due pretendenti per cui si fa ugualmente il tifo, la lettura scorre via in un giorno e risulta più piacevole del previsto – pace fatta, certo, con l'imbattersi in un poligono amoroso (anche se un po' diverso) e una traduzione frettolosa. Peccato allora per il finale aperto; leggo che la storia degli amori di Lara Jean è stata divisa in due libri, e dico che spreco; con qualche pagina in più e una struttura diversa, sarebbe stata a pennello in un romanzo solo. Di quelli divertenti, rilassanti, da ombrellone, che ora che è autunno e sei sotto esame ti fanno rimpiangere la maledettissima distanza dal mare.

lunedì 7 settembre 2015

Mr. Ciak: Southpaw, Città di carta, Cop Car, Love is in the air, Final Girl

Dove finiva Cinderella Man inizia questo Southpaw. Dopo la sfida per la vittoria, una casa in città per una famiglia felice, il riscatto sociale, un inizio difficile e finalmente una specie di pace garantita da una specie di guerra. Billy Hope, il mancino cresciuto tra case famiglia e riformatori, di mestiere fa il pugile. Il suo lieto fine ha un occhio nero e la faccia pesta. Ma la violenza chiama violenza, e quell'apparente epilogo felice si rivela un inizio in bilico. Quando Billy accarezzava l'idea del ritiro, ecco che perde ogni cosa: una faida con un futuro avversario, e tra le braccia gli muore la donna della sua vita. Perde il denaro, la figlia, la fama; Billy Hope perde amore e speranza, ma dovrà ritrovarsi. Se la vita picchia e tu non puoi ricambiare, tocca almeno imparare a schivare i colpi più duri. Southpaw parla di cosa succede quando la grande donna che è dietro un grande uomo va via. Di un campione dei pesi massimi restano allora i cocci e nessun montante farà mai tanto male quanto scoprirsi abbandonato. Il dramma sportivo di Fuqua è la classica americanata sin dalle premesse; è come lo immagini. I valori sani del sogno americano – la famiglia, la ricerca della felicità, la rivalsa – e una trama elementare che, con tanta carne al fuoco, pecca sì di retorica. Ma io che non amo questo cinema, che non sono uno sportivo e lo sport neanche lo seguo, che critico spesso chi ti dice quello che vuoi sentirti dire, al tribolato Southpaw – stroncato dalla critica ufficiale, pieno di guai – male non ho mai voluto. Ho pensato a un The Judge, per la fragilità dei legami di sangue; a un Warrior in cerca d'autore, per legami simili e le tante botte. Questo film però è sceneggiato più alla buona, senza quei dialoghi intensi e i grandi exploit, e non ha colpi proibiti dalla sua. Non aggiunge niente a un genere capace di emozioni e lividi, ma non commette imperdonabili passi falsi. Trama già collaudata, regia consueta, protagonisti ottimi. Un piccolo ruolo per una Rachel McAdams che lascia grandi vuoti; un Forest Whitaker che è una solida spalla; un Jake Gyllenhaal, carico di muscoli e tragedie, in forma smagliante. Un uomo di pietra, dopo che la prova maiuscola in Lo sciacallo lo aveva voluto macilento e bruttissimo, appeso alla volontà delle sue piccole donne. Si è con lui in un angolo del ring mentre insegue il suo sogno, può essercene concesso un altro?, e commuove profondamente con l'immagine di un Rocky tenero e provato che, invano, cerca la sua Adriana nel pubblico in fervore. Quando non la troverà, tu acclamalo più forte. Perché incarna il miracolo delle seconde opportunità, e in persone come lui – che cadono e poi si rialzano - hai sempre confidato. (7)

Tutti i diciottenni hanno avuto la loro Margo. Il sogno erotico, il pensiero fisso. Quella di Quentin ha gli occhi grandi, i capelli lisci, l'aria triste. La fortuna vuole che abiti nella casa di fronte. Dopo un'infanzia insieme ci si è persi di vista però, e adesso non si può fare altro che ammirarla da lontano. Una notte picchia alla tua finestra, ha bisogno di un vecchio complice: ti permette per un attimo di vedere quel che c'è oltre la maschera per poi sparire. Con un invito a osare e una richiesta d'aiuto che suona tanto come vienimi a cercare. Il successo di Colpa delle stelle era stato la fortuna di John Green: l'autore di young adult che all'inizio conoscevo grossomodo solo io, ma che poi era su tutte le bocche e su ogni scaffale. Così era tornato in commercio Città di carta, all'inizio irreperibile, e di lì a un anno sarebbe arrivato il film. Il romanzo, aiuto prezioso nella prima Sessione Estiva della mia vita, mi aveva assicurato ore serene, grandi risate e un senso di benessere duraturo. Con personaggi adorabili, qualche mistero, quella scrittura che dà voce a dialoghi piacevolissimi e a perle di saggezza. Ho seguito i casting, ho dato un'occhiata al trailer, l'ho aspettato ma non troppo. Così era stato con Colpa delle stelle – romanzo che eppure non mi era mai arrivato al cuore - e vedi il film che coccolone, e che amore, era stato. Al cinema, il romanzo per ragazzi che, di questi tempi, mi sollevava dall'ansia e mi portava alla mente gli anni del liceo, risulta carino, scorrevole e senza pretese. Senza drammi e senza grandi amori struggenti. Manca qualche ombra, manca un po' di profondità – tra una pagina e l'altra, i lettori affezionati ricorderanno chicche da tenersi strette – ma si sorride e, tra fughe rocambolesche e una colonna sonora indie rock al bacio, si spiega ai più che Green non è solo lacrime. Anche se, a fine visione, le lacrime strappate a tradimento non si scordano e queste quattro risate in buona compagnia sì. Più difficile risultare incisivi con ironia che commoventi, soprattutto se sei un regista all'esordio ufficiale. Nat Wolff – accompagnato dagli amici esilaranti che ricordavo: uno Stifler in piccolo e il più grande collezionista di Babbi Natale di colore – convince a colpo sicuro. L'esordiente Cara Delevingne – dal fascino speciale, modella nota – è una Margo diversa, meno prosperosa e fatale, ma con il giusto cipiglio. Una ragazza di carta, inarrivabile perché messa su un piedistallo, stanca già di essere mito. (6)

Quando hai dieci anni, l'amicizia è una sfida continua. Chi dice più parolacce, chi si spinge più in là, chi tocca quella macchina ferma al bordo della strada. Ma non ci si limita a toccarla, questa volta: la portiera è aperta, le chiavi sono inserite nell'accensione. Cosa non insegnano ai bambini i videogiochi? Travis, sfacciato, e Harrison, schivo, scorazzano perciò come matti per le vie deserte del Texas, giocando con la radio e curiosando in giro: sul sedile posteriore, fucili e pistole; nel bagagliaio, qualcosa che si muove e chiede aiuto. Hanno rubato, in un pomeriggio di noia, l'auto del poliziotto sbagliato: appartiene allo sceriffo Kretzer – sbirro assassino e senza scrupoli – e farà tutto il possibile per riaverla indietro. Proprio mentre avveniva il furto, infatti, lui si stava sbarazzando dell'ennesimo cadavere nel cuore del bosco. Cop Car ispirava, con una trama alla The Hitcher e la regia del Jon Watts del recente Clown, qui nel fiore delle sue potenzialità. Sin dall'inizio però, con protagonisti più piccoli del previsto e scorci di una polverosa America rurale, si rivela un thriller diverso da qualsiasi mia previsione e un film migliore. Equivalente cinematografico di un romanzo di formazione noir, con le avventure di Mug e figure che sarebbero care ai fratelli Coen, l'ultimo film del promettente Watts – retto da due attori piccoli ma grandi e da un Kevin Bacon dai baffi di rame, in forma dopo la recente cancellazione di The Following – è poco più di un racconto, per dimensioni e semplicità, che intriga con le atmosfere sonnacchiose d'altri tempi, una regia sapiente, l'abilità di mostrare – a volte con la ferocia che già conosciamo, soprattutto in vista di un finale necessario e sanguinoso – l'infanzia come un periodo cruciale e crudele. I bambini sperimentano il brivido della velocità e della paura e si rendono, così, figure di una agrodolce storia alla Ammaniti, a costo di smarrire per sempre retta via, vita e innocenza. A sirene spiegate contro la tragedia, l'acceleratore schiacciato a tavoletta, in una interessantissima produzione che presso un pubblico di nicchia potrebbe diventare, un giorno, un mezzo cult. (7)

Volare da New York a Parigi. Un viaggio lungo, lunghissimo. E se come compagno di posto ti capitasse l'antipatia in persona? Peggio: se accanto a te sedesse l'ex che ti ha spezzato il cuore e che, dopo tre anni, non riesci a dimenticare? Due vecchi amanti, rancorosi e ai ferri corti, si incontrano su un volo internazionale. Lei è in procinto di sposarsi, e forse in dolce attesa; lui è il Casanova di sempre. I vuoti d'aria colmeranno i vuoti di memoria, le turbolenze li renderanno vicinissimi. In volo e in flashback, mentre gli altri passeggeri fanno da ascoltatori e amici e familiari da comparsa, ricorderanno quel che li avvicinò e quel che li allontanò. Il classico espediente del melò fa da input a questo Love is in the air: commedia sentimentale alla maniera dei francesi, arrivata con due anni di ritardo. Meno sofisticata del solito, ma divertente e scorrevole, questa nuova, vecchia romcom ha la freschezza e il fascino dei suoi protagonisti – la bellissima Ludivine Sagnier e quel Nicolas Bedos visto qui e lì. Ora appassionati, ora amareggiati, uniti da un buon montaggio che mescola carte e sentimenti con naturale leggerezza. Tutto ciò mentre gli europei che tanto mi piacciono si stanno americanizzando e, a sorpresa, gli americani spiazzano sempre più con toni agrodolci e finali in bilico. Nonostante l'altitudine, in Love is in the air – sì, come la canzone – c'è poco di sospeso e un finale telefonato; ma che volete farci? I prevedibili amori al di là delle alpi – o comunque pensati lì, ma in transito nel cielo blu - mi fanno prevedibilmente tutto un altro effetto. (6,5)

Un gruppo di spietati figli di papà caccia bionde nei boschi. Venti vittime da quando hanno imparato a coltivare l'hobby dell'omicidio, ma adesso hanno adescato la ragazza sbagliata. Un'orfana cresciuta da un assassino professionista metterà finalmente in pratica quello che le hanno insegnato. Final Girl prende il nome da una figura fissa nel cinema dell'orrore: la ragazza indifesa che, scampata a mille sevizie, si rivolta contro il suo stesso carnefice. La ragazza con l'accetta in pugno, nell'esordio alla regia del buon Tyler Shields, è anche uno dei serial killer della trama. Come una Dexter in abito rosso, insegue i suoi cacciatori, corre, picchia forte. Ha un legame curioso con il suo genitore putativo e frequenta caffetterie vintage, dove le ragazze indossano l'abito da ballo e i ragazzi il papillon. La banda alle sua calcagna, invece, è composta da quattro dandy: fischiettano, giocano e nella surreale scena della loro preparazione all'ultima notte di violenza – tra cene con mamme incestuose, danze con l'ascia, incontri d'amore – ricordano alla lontanissima Arancia Meccanica, con la stessa aria sorniona e una inquietante cura per le simmetrie. Final Girl è il film che ti aspetti con il finale che ti aspetti – purtroppo senza sangue, e sbrigativo nell'ultima parte – ma il regista, fotografo di alta moda, crea un'impeccabile confezione retrò e con rimandi alti e espedienti intriganti – il bosco illuminato a giorno, droghe per condurre gli antagonisti in un trip – inserisce una scontata storia di vendetta in una cornice accattivante. Aria vintage, toni favolistici, spazi ristretti, una protagonista che a volte sembra una maliziosa pin up. Nel cast, Wes Bentley – che dopo il boom con American Beauty si è perso - e una Abigail Breslin diversa dal solito. Il capello biondo, qualche chilo in più che la rende sorprendentemente seducente, due occhi di ghiaccio – e non li avevo mai notati – belli da morire. (6)

domenica 6 settembre 2015

Recensione: Le tre notti dell'abbondanza, di Paola Cereda

Tutti hanno paura, Rocco. 
Altrimenti non esisterebbe il coraggio.

Titolo: Le tre notti dell'abbondanza
Autrice: Paola Cereda
Editore: Piemme
Numero di pagine: 307
Prezzo: € 17,50
Sinossi: Fosco è un paese arroccato su uno scoglio a picco sul mare. Per arrivare alla spiaggia, bisogna avventurarsi lungo una scala di legno e pietra che nessuno si è mai preso la briga di aggiustare. Perché il mare è maledetto e gli abitanti non lo possono avvicinare. La Calabria di Fosco è una terra aspra dove il tempo scorre lento, dove tutti corrispondono ai propri ruoli e ai propri cognomi e, fin dalla nascita, hanno il loro posto nel mondo. Le regole, dettate dalla malavita locale, sono legge per coloro che lì nascono. Per tutti, ma non per Irene. Irene ha quindici anni e un quaderno arancione sul quale disegna il quotidiano, così come se lo immagina. La notte, sui tetti di Fosco, si incontra con Rocco, il figlio di uno sparato, in uno spazio di complicità e tenerezza che permette di fantasticare un altro mondo possibile. Durante l’annuale pellegrinaggio alla Madonna delicata, Irene e Rocco ascoltano una conversazione tra masculi che cambia per sempre il corso delle loro vite. Le successive tre notti dell’abbondanza segnano un prima e un poi senza ritorno. E se è vero che le donne di Fosco nutrono il sistema e spingono i figli a vendicare, c’è chi prova a cambiare, nella convinzione che la vita si accetta ma non si subisce. Irene farà la sua scelta. La vita, per lei, è una pennellata di colore su un muro bianco.
                                                   La recensione
Se c'è una cosa bella quando si fa settembre e, alla prima pioggia, è già autunno, è l'arrivo in libreria dei romanzi più attesi. Le giornate si accorciano, in cielo ci sono nuvole in largo anticipo, il vento soffia via le foglie secche, ma dove le porta?, e aumenta la voglia di mettersi comodi con un buon libro sulle ginocchia. Nei post di anteprime, tra titoli importati dall'estero e autori stranieri, avevo inserito il nome di un'autrice italiana conosciuta l'anno scorso, di cui, tra la scoperta possedesse una penna personale e delicata e, nel privato, una simpatia innata, avevo consigliato ai più la sua fiaba sui generis di immacolate concezioni, piatti miracolosi, romantici domatori. Questo, nonostante Se chiedi al vento di restare, per mia stessa definizione, facesse parte dei pochi romanzi che non so e probabilmente mai saprò. Inquadrare, dico, ma quello è il bello. Sfuggivano le etichette, all'epoca, così come sfuggono adesso, davanti a racconti senza tempo che non sono quello che sembrano e, fino all'ultima pagina, ti lasciano nell'attesa che un'altra metamorfosi – la definitiva, chissà - te ne mostri un'altra faccia ancora. Dopo un'agrodolce parabola da decifrare, con scenari eterei e abbondante salsa Agata a parte, la brianzola Paola Cereda – perché di lei si parla – ti prende e ti porta a vivere Le tre notti dell'abbondanza, nel suo secondo romanzo targato Piemme e nella prima lettura che quando il postino ha suonato – con i pacchetti pesanti delle case editrici in mano e un definitivo addio alle sue ferie estive – ho deciso di intraprendere. C'era una volta un'isola che non c'è in cui si camminava tutti scalzi e le notizie del Continente tardavano ad arrivare. Adesso ci sono Fosco – paesello calabrese che fosco lo è di nome e di fatto – e un'Italia che con la punta del suo immenso stivale è ormai esperta nello sferrare calci alle speranze. Lì, nonostante l'oro incandescente del sole, si vive di tristissimi caffè neri e violenza barbara; lì, nonostane l'azzurro ovunque, è proibito inseguire le onde. Per arrivare sulla sabbia, una scala che non porta al mare. Il paese è stato tagliato via dalla spiaggia. Ancora una volta qualcosa che c'è ma non c'è, le mille contraddizioni degli uomini, la vita come in una bolla di sapone. Ma sono gli anni di piombo e di Madonna – quella Delicata e quella sfrontata di Like a Virgin - e il romanzo di Paola Cereda parlerà, alla fine, di amori universali e 'ndrangheta. Dove tutti hanno un ruolo stabilito e un cognome a definirne il rango, sono più i morti che i vivi – e non ci si domanda, a un funerale, com'è spirato il defunto, bensì chi l'ha ammazzato? - e le decisioni spettano a Totonnu, un signorotto locale che vorrebbe espandere i suoi traffici sporchi e fare un salto (nel vuoto) di qualità. 
Protagonista è Irene, la nipote del boss, che condivide i primi turbamenti adolescenziali con le sorelle minori e – sul tetto della pizzeria di famiglia – confida tutto a Rocco e Lino. Il primo, orfano di un traditore e suo grande amore; il secondo, fragile figlio unico di Totonnu che – vergogna grande – gioca a indossare abiti femminili e si domanda dove possa portarlo, un giorno, la voglia di diventare una celebrità. All'inizio sembra muoversi, quasi, nei pressi di un romanzo di formazione di Ammaniti o Valentina D'Urbano – le gioie e i dolori dei ragazzi di periferia, gli amori impossibili destinati a non realizzarsi, la voglia di scappare lontanissimo – ma poi Le tre notti dell'abbondanza, che pure non so e probabilmente mai saprò, ma quello è il bello, si rivelerà ruotare attorno a un unico evento destinato a diluirsi nel tempo. Cosa è successo nei giorni successivi all'uccisione del maiale, pratica malauguratamente anticipata – nell'estate in cui tutto cambiò – dal capodanno alla bella stagione? La risoluzione del mistero del paese in cui il mondo ruota al contrario, in un romanzo che ha gli stessi colori del taccuino su cui Irene appunta fantasie e timori. Ma all'asilo, anni prima, tutti i pastelli rosa erano stati sequestati – come i fusi in La bella addormentata, giacché sin da bambino Angiolino mostrava interesse per quel che, stando al padre, era cosa di donna – e così lei disegna persone verdi e soli variopinti. Mondi arcobaleno in cui tutti sono protagonisti allo stesso modo – i migliori amici, i genitori malavitosi, le sorelle scostanti – e il male più profondo può portare al bene al bene più sincero. Qualcosa di simile fa Paola, dunque, con uno splendido uso del dialetto e toni vagamente favolistici, per una storia meno surreale, più terrena, ma non per questo sprovvista della sua tipica magia. Si passa dalla matita all'acquerello. Dai fogli di carta ai muri di cemento. 
Perché la fantasia deve liberarsi. Il colore trionfare. 
Una città vuota, teatro di una strage, può essere terreno fertile per un sogno?
A parlare di anime nere perciò, la gentilezza di un animo candido.
Il disegno di un sorriso rasserenato, finalmente, sull'ultima pagina di un quaderno arancione.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Sergio Endrigo – Canzone per te 


La festa appena cominciata è già finita. Il cielo non è più con noi.
Il nostro amore era l'invidia di chi è solo.

venerdì 4 settembre 2015

I ♥ Telefilm: Hannibal 3, Scream, Devious Maids 3 - Panni sporchi a Beverly Hills

Hannibal 
Stagione Finale
Si sguazzava in un bagno di emoglobina, per un finale degno di questo nome. Una seconda serie migliore della precedente - con l'assuefazione ai suoi ritmi languidi, l'improvvisa affinità tra il serial killer e il detective, l'imboccare gradualmente quei territori già conosciuti al cinema - e Hannibal, sorprendente su tutti i fronti, che se non vinceva - e per me vinceva - comunque sosteneva con padronanza i paragoni con la saga cinematografica del leggendario Hopkins. Ci lasciava, lo scorso anno, con domande innumerevoli. Mezzo cast agonizzava nel suo stesso sangue, in una carneficina consumata senza preavviso, e ci si interrogava su sostituzioni, nuovi ingressi, rinnovi. Con qualche mese di ritardo, in estate, abbiamo scoperto che la preoccupazione sulle sorti dei personaggi era stata tanta, ma non abbastanza. Vivi e vegeti, i sopravvissuti erano sulle tracce dello psicologo assassino. Ma se il cast non era stato decimato, c'era un'altra cattiva notizia in agguato. La peggiore: la cancellazione. A poco dalla prima puntata - una grande prima puntata - ho cominciato a meditare atroci vendette e a rodermi il fegato. L'inizio, vertiginoso, muove i primi passi nella nostra Italia. Tra i salotti di Firenze e le cattedrali di Palermo, le mosse di una battuta di caccia. Una squadra di mercenari sguinzagliata contro Hannibal da Mason Verger e soprattutto il recidivo (redivivo) Will Graham, affascinato dal male come la falena dalla fiamma. Prova a prenderlo, ma è sempre un passo avanti. Cosa succederebbe se si incontrassero ancora? L'arresto, in nome della giustizia, o la fuga, seguendo il lato oscuro del cuore? Dopo sette episodi perfetti, i rimanenti - ambientati a qualche anno di distanza - abbandonano le città d'arte e gli omicidi scultorei per raccontarci il modus operandi di un assassino che abbiamo conosciuto in Red Dragon. La terza stagione di Hannibal, infatti, segue due rotte distinte e autonome. All'inizio si ispira al lungometraggio in cui la Moore sostituiva la Foster, ma con significative variazioni sul tema - si segnala, da Gomorra, un buon Fortunato Cerlino. Successivamente, sposando la causa di un poliziesco convenzionale, si rifà all'ultima tappa prima del dimenticabile prequel con la gioventù del cannibale: la struttura, fedele, risulta però poco stravolta. E essendo Red Dragon uno dei film della serie che più mi è capitato di vedere negli anni, l'effetto sorpresa viene meno in un remake non necessario. Ricordiamo che c'era stato già Manhunter e che il famigerato Francis Dolarhyde - l'assassino di famiglie felici con la fobia degli specchi - aveva avuto prima il volto di Tom Noonan, poi di Ralph Fiennes. Questa è la volta di Richard Armitage, uno dei rari tasti dolenti della serie. Bellimbusto britannico - nei cuori delle donne con North & South, recentemente sulla cresta dell'onda per Lo Hobbit - altrove convincente, questa volta non ha il physique du role. E sì, anche un Fiennes in forma smagliante faceva guizzare i muscoli dorsali con il disegno di un paio di ali gigantesche; e sì, il suo allenamento e i suoi modi ricordano il Bale di American Psycho. Ma, spesso in boxer elasticizzati e a petto nudo, l'Armitage troppo bello infastidisce noi eternamente bruttini, ammica eccessivamente al pubblico femminile, distrae. Accanto a lui, la fidanzata non vedente che ha il volto ritrovato di Rutina Wesley - già mediocre in True Blood. Gradite conferme, se si sparla invece degli altri. In un'annata in cui si annidano le peggiori delusioni, Mads Mikkelsen - severo, elegante, carismatico come nessuno - e Hugh Dancy - bisognoso, incerto, volubile - sono i migliori su piazza. Incorniciati da una regia che adora il perfezionismo - dietro la macchina da presa, promesse dell'horror quali Neil Marshall, Vincenzo Natali, David Slade - e resi simbiotici da una sceneggiatura che li desidera vicinissimi, sono una non-coppia da shippare spudoratamente, diciamolo, con la loro attrazione platonica e i "non vivo né con te né senza di te"; magnifici padroni di un ambiguo gioco a due. Restano loro e gli altri che già sapete; gli orgasmi visivi assicurati da una profonda attenzione verso accostamenti cromatici e composizioni dell'immagine; un epilogo bellissimo, romantico ed estremo che ti lascia senza fiato. E triste, tristissimo. Per via di una strana poetica che parla di eros e thanatos, una svolta imprevista rispetto al copione originale, una scena dopo i titoli di coda che fa sognare incubi felici. Hannibal mantiene le fatali promesse. Ci lascia, ma forse con la stagione più bella. Amara consolazione. Ma la classe del tutto non è acqua. E' sangue. Di notte, se avete imparato la lezione, si dice sembri nero come l'onice. (8)

Scream 
Stagione I
Qualche giorno fa si è spento Wes Craven. Settantasei anni, generazioni di bambini mandate a letto con gli incubi e senza cena, creatore di mostri cult che – nel buio dell'armadio – facevano compagnia al vecchio uomo nero di cui spesso ti raccontavano, per dispetto, i fratelli maggiori. Nei post commemorativi di amici blogger, scrivevo di averlo conosciuto in differita. I suoi lungometraggi proposti e riproposti, parodiati con ironia, riscoperti – con anni di ritardo – da adolescenti in pericolo perfino nei loro sogni o alle feste di Halloween, se nella folla c'è una maschera con il brutto ghigno di Ghost Face. Tempo di maratone serali, adesso, per ricordarlo con un brivido aggiunto e per capire, se qualcuno non li avesse capiti già, i segreti alla base di quel miscuglio di sangue e leggerezza che altri imitano invano ma che ha un solo padre biologico. L'idea di uno Scream a puntate inorridiva i fan che, quando il famigerato urlo aveva avuto inizio, erano seduti in sala; personalmente pensavo, invece, che il teen thriller per eccellenza, sulla rete teen per eccellenza, potesse avere del potenziale. I riscontri positivi non sono mancati: la seconda stagione è già in produzione. E il potenziale ipotizzato, invece, presente all'appello? Il pilot, funzionale, va come deve andare. Si parte con l'attrice nota di turno – la Bella Thorne di The Duff, anche cantante – e, in una sequenza piena di rimandi, la si condanna alla stessa fine precoce della Barrymore L'ape regina del liceo viene brutalmente accoltellata, e il sangue non manca. Partono le indagini – chi la odiava, o meglio, chi non la odiava? - e tra episodi di cyberbullismo e ricordi del passato si pensa al ritorno a sorpresa di un serial killer locale e si procede con la conoscenza dei vari personaggi. La ragazza bisessuale, le meangirls, i professori dongiovanni, gli sportivi poco svegli, la vergine sacrificale e un nerd grillo parlante con la fissa per gli horror vintage che, con un piglio che non dispiace e tanto lavoro di metacinema, in classe discute di omicidi e seziona la sua stessa storia come fosse una serie tv. La tensione, nell'arco di un tot di episodi, non si sfilaccia? E l'eventuale spettatore, oltre a scoprire le tracce dell'omicida, sarà interessato al vissuto dei protagonisti e ai loro amori? Fanno sorridere le domande che nel telefilm stesso ci si pone, ma meno le risposte: un sì alla prima domanda, perché la suspance si disperde qui e lì; un no alla seconda, perché l'ennesimo teen drama non interessava a nessuno. Aggiungete attori avvenenti e incapaci – si salva, in ogni senso, solo Willa Fitzgerald, novella Sidney – e un epilogo parzialmente conclusivo, ma con qualche incongruenza. Disastro da abbandonare? Nonostante tutto, a mio parere no. C'è la voglia di fare dei giovanissimi, un motivetto che ossessiona, violenza a fiotti, uccisioni meticolose. Inoltre, il nuovo design di una vecchia maschera che fa solo bene: tra parate di Carnevale e Scary Movie vari, davanti all'urlo noto, ormai, si ridacchiava. Assolutamente non adatto ai nostalgici – chi era adolescente all'epoca adesso è adulto, e non si divertirà, non essendo più parte del target di riferimento – ma consigliato a chi ambisce a un Pretty Little Liars splatter, pensato con la benevolenza – e il tocco vago – del compianto Wes. (6)

Devious Maids
Stagione III
Possono giungere i reali inglesi, le vergini in dolce attesa, gli spietati dirigenti di un reality show. Il trash, immancabile, nel mio anno di telefilm dev'esserci. Ma, quando arriva giugno, non c'è novità che tenga: per il terzo anno, arrivano le domestiche latine di Devious Maids a garantirmi quattro risate per l'estate, quando le grandi reti sono in pausa e impegni importanti spaventano. Ci sono letture da ombrellone e serial da ombrellone. Quella della Lifetime è la meno seria delle serie che ci si può concedere; per quello, la più spassosa. Le hai conosciute con un cadavere che galleggiava in piscina; l'anno successivo, tutte insieme, eccole alle prese con un matrimonio ostacolato e con una governante hitchcockiana. Adesso, nel solito giorno, nelle solite sere in cui solo loro portano freschezza, resti umani vengono trovati sparpagliati nei giardini dei signori di Beverly Hills e tutto sembra collegato alla comparsa, in città, di una bambina inquietante che ha più segreti che anni. Marisol ha messo su un'agenzia di collocamento per aiutare le amiche portoricane; la bella Carmen s'innamora dell'uomo sbagliato, mentre continua a sognare di diventare una pop star; Zoila, quasi cinquantenne, con figlia e genero in trasferta, si scopre in dolce attesa; Rosia finalmente ha potuto avere il suo Spence, ma ecco comparire – dal Messico – quel marito che dava per morto. I Powell, invece, manipolatori e inarrivabili, si danno al sadomaso per un po' di pepe e ai pensieri profondi: e se, dopo una tragedia sofferta, adottassero un bambino? Quanti nomi, quanta gente, quanti fatti. E al cast, altrimenti immutato, si aggiungono il francese Gilles Marini – interesse amoroso di Carmen – e Naya Rivera – legnosa e appesantita, con un piccolo ruolo recitato anche pietosamente. Eppure agli autori il filo non scappa di mano e se la cavano bene, con grattacapi e gag. Dopo un inizio tiepido, ai tempi del lontano pilot, Devious Maids – nella sua assurdità tutta latina – sorprende con la stagione più convincente – per quanto possa essere convincente una cosa così, alla buona – e non risolvi il suo giallo prima del tempo, né prevedi quello che succederà in uno dei season finali più esagerati, divertenti e in grande. Tredici episodi e nessuno che sia messo lì come riempitivo. In ogni puntata, succede qualcosa che non ti aspetti. Tanto è vero che la credibilità vacilla sempre, ma quale credibilità cerchi se i tuoi panni sporchi li lavano mancate Signore in giallo – ma con gambe lunghissime - e puntualmente, in un piatto da portata, mentre nell'altra stanza stanno smascherando un crimine, ti si serve il guilty pleasure cotto a puntino? (7)

mercoledì 2 settembre 2015

Recensione: I miei piccoli dispiaceri, di Miriam Toews

Lei voleva morire e io volevo che vivesse, eravamo due nemiche che si amavano.

Titolo: I miei piccoli dispiaceri
Autrice: Miriam Toews
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 363
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Elf è sempre stata la più bella. Ha stile, idee geniali, ti fa morir dal ridere; le capitali del mondo la ricoprono allegramente di dollari per farle suonare il pianoforte e gli uomini si innamorano perdutamente di lei. Yoli è la sorella squinternata. Ha messo al mondo figli con padri diversi, ha un amante avvocato, se si rompe la macchina fa sesso con il meccanico, ha il conto sempre in rosso e una carriera mancata. E cos'è adesso questa storia che Elf vuole morire? Proprio in questo momento, poi, a due settimane da un'importantissima tournée. "Elfie, ma ti rendi conto di quanto mi mancheresti?" Quali sono le cose giuste da dire per salvare una vita? Yoli la prende in giro, la consola, la sgrida, aggredisce lo psichiatra dell'ospedale, cammina lungo il fiume tumultuoso del disgelo, non sa più che pesci pigliare. Cospira con la madre, con zia Tina, con il tenero marito scienziato di Elf, con Claudio, il suo agente italiano, e tra cene alcoliche, sms di figli ed ex mariti, sorrisi e ultime frontiere del pianto, lottano tutti per convincere Elf a restare. E in questo lungo duello di parole, carezze, umorismo nero si celebra la grazia e l'energia che occorrono per accettare il dono fragile della vita.
                                                La recensione
Allora Elf mi dice che dentro di sè ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all'idea che possa rompersi. Non può permettersi che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata. Ma più di tutto la terrorizza l'idea che si possa rompere dentro di lei.
Scoprire con insolito ritardo un romanzo già arrivato in libreria. Volerlo tanto, dopo non averlo notato all'inizio. Strano, con quella copertina con gli uccelli esotici appostati su un pentagramma come sui fili telefonici; con un editore alle spalle di cui raramente perdo le pubblicazioni e il piacere di sfogliarne la brossura inimitabile; con un'autrice che conoscevo per sentito dire – protagonista di un lungometraggio applaudito a Cannes, scrittrice di romanzi accolti all'unisono con lo stesso calore – qui alle prese con gli scherzi della memoria e la rievocazione di una perdita autentica. Una sorella morta suicida. C'è chi compone elogi funebri e brevi epitaffi, per commemorare il defunto. C'è chi si affida agli analisti per superare la tristezza e il senso di vuoto bestiale. Ma se sei uno scrittore bravo, coraggioso, senza regole, se sei come Miriam Toews, i tuoi morti hanno diritto a una seconda vita – e a una seconda morte? - in un romanzo un po' (tanto) autobiografico. Miriam diventa Yoli, autrice di mezza età dalla vita sentimentale disastrosa. Due figli adolescenti avuti da uomini diversi, amanti occasionali in notti senza un seguito, amici accasati che ragionano per citazioni colte stappando bottiglie di vino a profusione, una famiglia di sole donne nonostante una società di stampo patriarcale, da quando il padre si buttò sotto un treno in transito. E poi c'è Elf, un'altra Marjorie. Bellissima, talentuosa, ricca, amata. Il marito dei sogni e un lavoro da pianista per cui arrivano sempre ingaggi, bounquet raffinati, collaboratori preziosi. Elf – la sorella maggiore che già da bambina faceva la rivoluzione – che ha questa strana fissa di farla finita. Vuole morire, e ci ha provato e riprovato. Ma quando hai familiari che ti danno mille attenzioni, una sorella super protettiva, infermiere un po' mamme nei paraggi, di uccidersi – dal lasciarsi morire di fame al taglio classico delle vene – non se ne parla. 
Ma quando hai quello che ha Elf, poi, perché desiderare la morte? I miei piccoli dispiaceri è una storia parzialmente vera di grandi, immensi dolori. Sull'amore più profondo, il senso segreto della vita, un male difficile da mettere a fuoco. Purtroppo si legge con attenzione altalenante: amare in una prima parte deliziosamente tragicomica, tollerare appena in una seconda metà superflua. Il romanzo ha un'ironia dissacrante che non ci si aspetta e pensieri fiume. Nella corrente, si perdono virgolette e voci, all'insegna di un utilizzo continuo del discorso diretto libero. Rendendo la lettura straordinariamente intensa ma poco agevole. Capitoli lunghi e un'assenza di dialoghi che pesa, elementi base di uno stile particolarissimo che o si ama o si odia. Inoltre, nonostante tra le pagine abbia trovato la descrizione forse più veritiera e dura del dolore, un dolore intimo esternato nell'immediatezza di uno sfogo scritto, qualcosa si perde a causa di personaggi sui generis e situazioni a me poco familiari. L'infanzia delle due sorelle, così come quella dell'autrice, trascorsa infatti nelle cerchie di una comunità mennonita in Canada. Un'esistenza girovaga nei primi anni di vita, tra le imposizioni maschiliste di un gruppo culturale normativo e gli stimoli di genitori pazienti e sempre con il naso in un libro. 
Lo stile nuovo distrarrà pure, ma I miei piccoli dispiaceri al solo pensiero mi commuove. E, nel mezzo, ha scene da leggere e rileggere, sui personaggi stretti attorno al capezzale della musicista con un pianoforte di vetro nel petto, l'estenunante lotta contro i medici, la guerra civile contro sé stessi. Il pensiero vago di regalarle un viaggio in Svizzera e l'eutanasia: una morte dolce. Soluzione estrema a cui si è favorevoli, solitamente, quando c'è di mezzo una malattia incurabile. E se la malattia incurabile c'è, ma è invisibile e radicata, non diagnosticabile, che ne è dell'opinione pubblica e degli interrogativi etici? Magari con qualche pagina in meno però. Magari con qualche poesia in meno. Il primo romanzo della Toews che leggo fa parte di quei titoli che consiglierò volentieri, ma che purtroppo non mi sono piaciuti quanto mi sarei aspettato. Come Piccola Dea, qualche mese fa, con le sue donne irrisolte e i pensieri densi. Yoli e Elf sono vere, in carne e ossa, ma chissà perché spesso le ho immaginate a cartoni. Più che alla Custode di mia sorella, strano io e un po' strano questo libro, ho pensato a Frozen. Ad Anna che, con qualche aiutante coraggioso, tentava di portare indietro Elsa dal suo regno di ghiaccio perenne. Gelido e impraticabile come i confini del mal di vivere. Lì si cantava Let it go. Coniughiamolo, trasformiamolo. 
Lasciati andare, e soprattutto lasciala andare. 
Un saluto a chi è andato via. E un abbraccio forte forte a chi è rimasto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Birdy – People Help The People