Davanti alla presenza di una pellicola coreana agli Oscar, è impossibile non pensare ai fasti di Parasite: che il miracolo si ripeta anche quest'anno? Per quanto sorga spontaneo il confronto tra gli outsider asiatici alla conquista di Hollywood, i paragoni insensati andrebbero a discapito di Minari: lontano dalla folgorazione del thriller satirico, ma a modo suo bello e speciale comunque. Ambientato negli Stati Uniti degli anni Ottanta, il film segue la famiglia Yi dall'Oriente all'Arkansas. Partiti con il desiderio di mettere su una fattoria dove coltivare frutti e ortaggi asiatici, i protagonisti si ritrovano a condividere una bizzarra casa su ruote e venti ettari che, nei giorni pari, somigliano al giardino dell'Eden in terra. Mentre il cocciuto capofamiglia Steven Yeun investe anima e corpo nel suo sogno americano, la moglie trascurata patisce l'isolamento: smetteranno di litigare grazie alla suocera – Yoon Yeo-Jeong, in odore di statuetta –, esilarante vecchina che non cucina biscotti né prega per il Paradiso, ma in compenso impreca e rubacchia. In una casa in cui c'è bisogno di acqua corrente, manodopera e benedizioni, a portare dolcezza incommensurabile è il punto di vista del piccolo David: primo di una lunga galleria di personaggi adorabili, indossa gli stivali da cowboy e cerca di non affaticare troppo il suo cuoricino malandato. Meglio evitare le emozioni negative. Su misura del protagonista, così, Lee Isaac Chung cuce una saga familiare quieta, solare, delicata in maniera disarmante. Un incanto bucolico ben più significativo di Elegia americana, dove l'erba commestibile sulle anse del fiume – il “minari” del titolo – viene a simboleggiare l'arte di cavarsela. Un gioiello d'altri tempi, per imparare a vivere meglio e saggiamente i nostri. (8)
Visualizzazione post con etichetta Mads Mikkelsen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mads Mikkelsen. Mostra tutti i post
sabato 17 aprile 2021
Verso gli Oscar: Minari | Nomadland | The Father | Un altro giro
Sono
i nomadi di oggi. Hanno condotto vite uguali ma diverse. Adesso,
reduci da drammi e declassamenti, si riconoscono in quanto simili. Si
sfiorano. Negli spiazzi affollati. Nei parcheggi per le roulotte. In
un film ispirato all'omonimo reportage di Jessica Bruder. C'è una
malata terminale all'inseguimento di un ultimo viaggio della
speranza. C'è chi, in pensione anticipata, sogna la libertà. Chi,
ancora, giovanissimo, è appena scappato di casa. Poi c'è lei, Fran:
vedova in cerca di lavoro. Che si arrangia, chiede aiuto e, qualche
volte, lo dà. Che si sposta inseguendo l'ispirazione, la fortuna, sé
stessa. Finché un brav'uomo non la tenta con la stabilità. La
rivelazione Chloé Zhao ha un bel bagaglio di storie dal quale
attingere e uno sguardo partecipe, commosso. Piacciono i rituali e
l'armonia dei suoi nomadi. Piace al solito Frances McDormand, tenera
e ruvida come soltanto lei sa essere, alle prese con il personaggio
di una novella Thoreau (non cita a memoria Walden, però,
bensì un celebre sonetto di William Shakespeare). Ma Nomadland,
piccolo, onesto, genuino, nonché splendidamente musicato dal nostro
Einaudi, in parte confonde: è un documentario, più che un film, e
stranisce allora trovare un'attrice affermatissima, per quanto
aderente al ruolo, in mezzo ai reali attanti. Probabilmente, dopo il
Leone d'oro a Venezia e il trionfo annunciato ai Golden Globe, vincerà anche l'Oscar al
Miglior Film. La cosa non scontenterà nessuno, neanche il
sottoscritto, ma il risultato complessivo mi è parso frammentario e delicato.
Sin troppo. (7)
Un
ingegnere in pensione viene accudito dalla primogenita mentre
l'Alzheimer, inarrestabile, gli ruba gli ultimi scampoli di vita e di
memoria. Esordio alla regia per il drammaturgo Florian Zeller, The
Father racconta la senilità con un approccio parzialmente
nuovo. Dramma dai risvolti inesorabili, vanta infatti un montaggio da
thriller e una sceneggiatura caleidoscopica fedele alle percezioni
falsate del protagonista. Sospettoso, crudele e aggressivo, anche se
ironico e affascinante all'occorrenza, l'ultraottantenne Anthony
Hopkins lascia attoniti davanti all'ennesima prova magistrale; un
delirio ossessivo in cui subodora cospirazioni e tradimenti, puntando
il dito a destra e a manca. Chi ha rubato il suo orologio? Chi ha
cambiato l'arredamento? Come mai i più non vedono l'ora di chiuderlo
in un ospizio? Amorevole e devota, benché sull'orlo di una crisi
nervosa, lo assiste una misurata Olivia Colman. Rigorosamente
britannico, il film d'impostazione teatrale trasuda eleganza e
manierismo. Per certi versi troppo patinato, per altri originalissimo
nel restituirci la confusione di Hopkins, The Father è un
singolare home invasion in cui le nebbie della malattia cozzano un
po' con la lucidità della regia. Troppo cerebrale, troppo scritto,
troppo ragionato, dimentica presto l'intenzione di raccontare
l'Alzheimer dal punto di vista di chi soffre realmente d'Alzheimer. In ogni
caso, nella moquette di questo salotto alto-borghese, in questo magma
temporale tenero e spaventoso insieme, è una goduria sprofondare in
compagnia di un interprete impareggiabile. (7)
Chi
beve solo acqua ha un segreto da nascondere, scriveva il francese Charles
Baudelaire. In una Danimarca altrettanto decadente, un gruppo di
frustrati professori di mezza età decide di sottoporsi a un
esperimento sociale per migliorare le loro relazioni in famiglia e a
scuola: ossia, bere. Stando a un filosofo realmente esistito, infatti, per
ogni litro di sangue il nostro corpo avrebbe bisogno di 0,5 grammi di
alcol per essere perfettamente bilanciato. All'improvviso più
partecipi dome docenti, mariti e amici, i protagonisti con
l'etilometro sempre in tasca giurano di non superare i limiti del
consentito. Ma quanto è facile perdere la bussola, se ci si mette di
mezzo l'imprevedibile dio Bacco? Dopo le infruttuose parentesi
americane, Thomas Vinterberg torna alle origini danesi. Porta con sé
il sempre grande Mads Mikkelsen – misuratissimo, qui depone la
consueta aria ammaliante per un personaggio fragile e insicuro – e
la fidata camera a mano, puntando agli Oscar. Pare, vincerà. Ma per
me, a lungo indeciso tra provocazione e moralismo, tra dramma e
commedia, il film è ben lontano dai fasti del
Sospetto. Dopo una brillante prima, la riflessione
sull'insostenibile leggerezza dell'essere (sbronzi) esaurisce in
fretta lo spunto eversivo e si trascina su sé stessa, in un
prevedibile vortice di autodistruzione. Martin, uomo di mezza età e
marito insoddisfatto, riuscirà a lasciarsi alle spalle le
inibizioni? E a smettere quando vuole con il vizio dei cicchetti di
prima mattina? Nonostante tutto, la chiusa danzereccia è già cult.
(6,5)
martedì 29 dicembre 2015
I ♥ Telefilm Awards - 2015
Giorni di
propositi e listoni. Dopo i romanzi, oggi, si parla dei telefilm che
ci hanno fatto compagnia sul piccolo schermo, in un anno in cui –
se il cinema, almeno a mio dire, ha deluso – le produzioni
televisive e l'avvento Netflix hanno regalato, al contrario, sorprese
su sorprese. Continuano a mancarmi le serie più amate dai colleghi
blogger – Leftovers, Mad Men, Fargo, Mr.
Robot – e a piacermi, con una certa convinzione di fondo, cose
da poco: si celebrano perciò, in una Top 10 scritta di getto, le
cose belle e le cose che, meno belle, mi hanno aiutato però a vivere
a cuor leggero. Tra i doverosi recuperi, esclusi dalla lista, quattro
stagioni di Scandal e
il capolavoro Breaking
Bad,
che ovviamente avrebbe stravinto in tutte le categorie; stracciato a
mani basse la concorrenza. Ti piace forse vincere facile? Oltre a una sfilza di titoli, due parole per dirvi perché li ho scelti,
categorie, sottocategorie. I migliori attori e, a seguire, rubando
strofe alle canzoni più trash su piazza – per pigrizia, ammetto
che non le ho purtroppo aggiornate – i belli e le belle, gli
esordienti e i momenti impressi a fuoco. La lista dei film – con la
stessa struttura e le stesse identiche voci, più qualche
aggiunta – si farà attendere un altro po'. Tanta indecisione e,
ancora, qualche recupero dell'ultimo minuto. E le vostre serie
dell'anno, invece?
9.
Unreal: Commedia nera di notevole fattura dalla divertentissima
componente trash – un programma come un'agenzia matrimoniale – ma
dotata di un meticolo studio di reazioni, meccanismi di causa effetto, colpi di scena. Guilty pleasure? Un piacere sì, ma in definitiva poco colpevole.
8.
Le regole del delitto perfetto: Ho conosciuto così la famigerata Shonda Rhimes. Un intrattenimento che
risulta utile per ammazzare il tempo e per scagionarti con classe
estrema, se insieme al tempo hai ammazzato pure qualcun altro.
7.
Ash vs Evil Dead: Bruce Campbell, sessantenne, torna a
indossare una motosega come guanto e a combattere il male, nella spassosa reunion che i fan di generazioni nuove e vecchie
aspettavano. Ha il busto ortopedico, la dentiera e due pivelli come aiutanti; non perde i colpi.
Raimi produce – e qualche volta dirige – un rinfrescante bagno di
sangue e un caldo ritorno a casa. Anzi, nella Casa.
6.
The Affair II: I punti di vista
raddoppiano ed è triplicato l'impegno di sceneggiatori e interpreti. I
dialoghi realistici, gli inevitabili faccia a faccia e le litigate
furibonde si fanno più intense, se a raccontarsi a cuore aperto sono
anche i traditi.
5.
Scream Queens: Spassoso, violento, verso il trash infinito e oltre.
Idiota con cura, semiserio con ironia. La parodia di un genere che ha
detto tutto e adesso sa finalmente prendersi per i fondelli.
4.
Flesh & Bone: Il folgorante Whiplash sul mondo del balletto. Dove non esiste un
cigno bianco, senza un cigno nero.
3.
Hannibal III: Una produzione che ci lascia prima del tempo, ma forse
con la stagione più bella che c'è. Amara consolazione? La classe
del tutto, comunque, non è acqua. E' sangue.
2.
Daredevil: Un film lungo tredici ore: alta qualità, dialoghi
corposi, momenti spettacolari che non vivono di soli effetti
speciali. Ha, inoltre, un'armatura resistente, l'agilità per
schivare proiettili di sarcasmo, la possibilità di difendersi – e
di convincere – soprattutto a suon di parole. Anche se i calci
rotanti, okay, hanno sempre la loro importanza.
1.
Sense8: Una storia in cui credi a colpo d'occhio, e subito
giureresti di credere nel prossimo, vincendo la tua diffidenza da
misantropo. L'aspetto che immagino abbia l'armonia.
L'ordine, sulla terra, è una forma geometrica tutta nuda e senza vergogna.
L'ordine, sulla terra, è una forma geometrica tutta nuda e senza vergogna.
Migliore attore
protagonista:
1. Hannibal III:
Mads Mikkelsen – Hugh Dancy
2. London Spy:
Ben Whishaw
3. The Affair:
Dominic West
Migliore attrice
protagonista:
1. Penny
Dreadful: Eva Green
2. Unreal: Shiri
Appleby
3. Bates Motel:
Taissa Farmiga
Migliore attore non protagonista:
1. Flesh & Bone: Ben Daniels
2. Daredevil: Vincent D'Onofrio
3. Shameless: Cameron Monaghan
Migliore attrice
non protagonista:
1. The Affair:
Maura Tierney
2. Penny
Dreadful: Billie Piper
3. Scream Queens:
Lea Michele – Jamie Lee Curtis
Sono
una muchacha troppo sexy:
1.
Flesh & Bone: Sara Hay
2.
Quantico: Priyanka Chopra
3.
Scream Queens: Emma Roberts
Bello
impossibile:
1.
Le regole del delitto perfetto: Jack Falahee
2.
AHS – Hotel: Finn Wittrock
3.
Unreal: Freddy Stroma
Siamo la
coppia più bella del mondo:
1.
London Spy: Ben Whishaw, Edward Holcroft
2.
Catastrophe: Sharon Horgan, Rob Delaney
3.
Billy & Billie: Adam Brody, Lisa Joyce
Nice to meet you, where you been?:
1. Daredevi: Charlie Cox
2. Flesh & Bone: Sara Hay
3. Galavant: Joshua Sasse
1.
Sense8: What's Up
2.
The Affair: The House of The Rising Sun
3.
Please Like Me: Someone Like You
Psycho
Killer:
1.
Daredevil/Jessica Jones: Vincent D'Onofrio, David Tennant
2.
The Royals: Elizabeth Hurley
3.
AHS – Hotel: Lady Gaga
I
Want Your Sex:
1.
Sense8: Ammucchiata telepatica
2.
AHS – Hotel: Lady Gaga e Matt Bomer, in un'orgia di sangue
3.
The Affair: Ruth Wilson – Dominic West
Cry
me a river:
1.
Hannibal: Love Crime
2.
Sense8: Mad World
3.
Shameless: Ian, Mickey, il bipolarismo
I
Love the way you l... die:
1.
Scream Queens: Ariana Grande
2.
Ash vs Evil Dead: dovrei scegliere una morte soltanto?
3.
Le regole del delitto perfetto: Tom Verica
Ops,
I did it again:
1.
Jane The Virgin - Stagione 2
2.
Devious Maids - Stagione 3
3.
The Royals - Stagione 2
Etichette:
Awards,
Cinema,
Eva Green,
I ♥ Telefilm,
Mads Mikkelsen,
Sense8
venerdì 4 settembre 2015
I ♥ Telefilm: Hannibal 3, Scream, Devious Maids 3 - Panni sporchi a Beverly Hills
Stagione Finale
Si
sguazzava in un bagno di emoglobina, per un finale degno di questo
nome. Una seconda serie migliore della precedente - con
l'assuefazione ai suoi ritmi languidi, l'improvvisa affinità tra il
serial killer e il detective, l'imboccare gradualmente quei territori
già conosciuti al cinema - e Hannibal, sorprendente su tutti i
fronti, che se non vinceva - e per me vinceva -
comunque sosteneva con padronanza i paragoni con la saga
cinematografica del leggendario Hopkins. Ci lasciava, lo scorso
anno, con domande innumerevoli. Mezzo cast agonizzava nel suo stesso
sangue, in una carneficina consumata senza preavviso, e ci si
interrogava su sostituzioni, nuovi ingressi, rinnovi. Con qualche
mese di ritardo, in estate, abbiamo scoperto che la preoccupazione
sulle sorti dei personaggi era stata tanta, ma non abbastanza. Vivi e
vegeti, i sopravvissuti erano sulle tracce
dello psicologo assassino. Ma se il cast non era stato decimato, c'era
un'altra cattiva notizia in agguato. La peggiore:
la cancellazione. A poco dalla prima puntata - una grande prima puntata - ho cominciato a meditare atroci vendette e a rodermi il
fegato. L'inizio,
vertiginoso, muove i primi passi nella nostra Italia. Tra i
salotti di Firenze e le cattedrali di Palermo, le mosse di una
battuta di caccia. Una squadra di mercenari sguinzagliata contro
Hannibal da Mason Verger e soprattutto il recidivo (redivivo) Will
Graham, affascinato dal male come la falena dalla fiamma. Prova a
prenderlo, ma è sempre un passo avanti. Cosa succederebbe se si
incontrassero ancora? L'arresto, in nome della giustizia, o la fuga,
seguendo il lato oscuro del cuore? Dopo sette episodi perfetti, i
rimanenti - ambientati a qualche anno di distanza - abbandonano le
città d'arte e gli omicidi scultorei per raccontarci il modus
operandi di un assassino che abbiamo conosciuto in Red Dragon.
La terza stagione di Hannibal, infatti, segue due rotte
distinte e autonome. All'inizio si ispira al lungometraggio in cui la
Moore sostituiva la Foster, ma con significative variazioni sul tema
- si segnala, da Gomorra, un buon Fortunato Cerlino.
Successivamente, sposando la causa di un poliziesco convenzionale, si
rifà all'ultima tappa prima del dimenticabile prequel con la
gioventù del cannibale: la struttura, fedele, risulta però poco
stravolta. E essendo Red Dragon uno dei film della serie che
più mi è capitato di vedere negli anni, l'effetto sorpresa
viene meno in un remake non necessario. Ricordiamo
che c'era stato già Manhunter e che il
famigerato Francis Dolarhyde - l'assassino di famiglie felici con la
fobia degli specchi - aveva avuto prima il volto di Tom Noonan, poi
di Ralph Fiennes. Questa è la volta di Richard Armitage, uno dei
rari tasti dolenti della serie. Bellimbusto britannico - nei cuori
delle donne con North & South, recentemente sulla cresta
dell'onda per Lo Hobbit - altrove convincente, questa volta non ha il physique du role. E sì, anche un Fiennes in forma
smagliante faceva guizzare i muscoli dorsali con il disegno di un
paio di ali gigantesche; e sì, il suo allenamento e i suoi modi
ricordano il Bale di American Psycho. Ma, spesso in boxer
elasticizzati e a petto nudo, l'Armitage troppo bello infastidisce noi eternamente
bruttini, ammica eccessivamente al pubblico femminile, distrae.
Accanto a lui, la fidanzata non vedente che ha il volto ritrovato di
Rutina Wesley - già mediocre in True Blood. Gradite conferme, se si sparla invece degli altri. In
un'annata in cui si annidano le peggiori delusioni, Mads Mikkelsen - severo,
elegante, carismatico come nessuno - e Hugh Dancy - bisognoso,
incerto, volubile - sono i migliori su piazza. Incorniciati da una
regia che adora il perfezionismo - dietro la macchina da presa, promesse dell'horror quali Neil Marshall, Vincenzo
Natali, David Slade - e resi simbiotici da una sceneggiatura che li
desidera vicinissimi, sono una non-coppia
da shippare spudoratamente, diciamolo, con la loro attrazione
platonica e i "non vivo né con te né senza di te"; magnifici padroni di un ambiguo gioco a due. Restano loro e gli altri
che già sapete; gli orgasmi visivi assicurati da una
profonda attenzione verso accostamenti cromatici e composizioni
dell'immagine; un epilogo bellissimo, romantico ed estremo che ti lascia senza fiato. E
triste, tristissimo. Per via di una strana poetica che parla
di eros e thanatos, una svolta imprevista rispetto al
copione originale, una scena dopo i titoli di coda che fa sognare
incubi felici. Hannibal mantiene le fatali promesse. Ci lascia, ma forse con
la stagione più bella. Amara consolazione. Ma la classe del
tutto non è acqua. E' sangue. Di notte, se avete imparato la lezione, si dice sembri nero come l'onice. (8)
Stagione I
Qualche
giorno fa si è spento Wes Craven. Settantasei anni, generazioni di bambini mandate a letto con gli incubi e senza cena, creatore di
mostri cult che – nel buio dell'armadio – facevano compagnia al
vecchio uomo nero di cui spesso ti raccontavano, per dispetto, i
fratelli maggiori. Nei post commemorativi di amici blogger, scrivevo
di averlo conosciuto in differita. I suoi lungometraggi proposti e riproposti, parodiati
con ironia, riscoperti – con anni di ritardo – da adolescenti in pericolo perfino nei loro sogni o alle feste di Halloween, se nella folla c'è
una maschera con il brutto ghigno di Ghost Face. Tempo di maratone
serali, adesso, per ricordarlo con un brivido aggiunto e per capire,
se qualcuno non li avesse capiti già, i segreti alla base di quel
miscuglio di sangue e leggerezza che altri imitano invano ma che ha un
solo padre biologico. L'idea di uno Scream a puntate
inorridiva i fan che, quando il famigerato urlo aveva avuto inizio,
erano seduti in sala; personalmente pensavo, invece, che il teen
thriller per eccellenza, sulla rete teen per eccellenza, potesse
avere del potenziale. I riscontri positivi non sono
mancati: la seconda stagione è già in produzione. E il potenziale
ipotizzato, invece, presente all'appello? Il pilot, funzionale, va come
deve andare. Si parte con l'attrice nota di turno – la Bella Thorne
di The Duff, anche cantante – e, in una sequenza piena di
rimandi, la si condanna alla stessa fine precoce della Barrymore
L'ape regina del liceo viene
brutalmente accoltellata, e il sangue non manca. Partono le indagini
– chi la odiava, o meglio, chi non la odiava? - e tra episodi di
cyberbullismo e ricordi del passato si pensa al ritorno a sorpresa di
un serial killer locale e si procede con la conoscenza dei vari
personaggi. La ragazza bisessuale, le meangirls, i professori
dongiovanni, gli sportivi poco svegli, la vergine sacrificale e un
nerd grillo parlante con la fissa per gli horror vintage che, con un piglio
che non dispiace e tanto lavoro di metacinema, in classe discute di
omicidi e seziona la sua stessa storia come fosse una serie tv. La
tensione, nell'arco di un tot di episodi, non si sfilaccia? E
l'eventuale spettatore, oltre a scoprire le tracce dell'omicida, sarà
interessato al vissuto dei protagonisti e ai loro amori? Fanno
sorridere le domande che nel telefilm stesso ci si pone, ma meno le
risposte: un sì alla prima domanda, perché la suspance si disperde
qui e lì; un no alla seconda, perché l'ennesimo teen drama non
interessava a nessuno. Aggiungete attori avvenenti e incapaci – si
salva, in ogni senso, solo Willa Fitzgerald, novella Sidney – e un
epilogo parzialmente conclusivo, ma con qualche incongruenza. Disastro
da abbandonare? Nonostante tutto, a mio parere no. C'è la voglia di
fare dei giovanissimi, un motivetto che ossessiona, violenza a
fiotti, uccisioni meticolose. Inoltre, il nuovo design di una vecchia
maschera che fa solo bene: tra parate di Carnevale e Scary
Movie vari, davanti all'urlo
noto, ormai, si ridacchiava.
Assolutamente non adatto ai nostalgici – chi era adolescente
all'epoca adesso è adulto, e non si divertirà, non essendo più
parte del target di riferimento – ma consigliato a chi ambisce a
un Pretty Little Liars splatter, pensato con la benevolenza – e il tocco vago – del compianto Wes. (6)
Stagione III
Possono
giungere i reali inglesi, le vergini in dolce attesa, gli spietati
dirigenti di un reality show. Il trash, immancabile, nel mio anno di
telefilm dev'esserci. Ma, quando arriva giugno, non c'è novità che
tenga: per il terzo anno, arrivano le domestiche latine di Devious
Maids a garantirmi quattro
risate per l'estate, quando le grandi reti sono in pausa e impegni
importanti spaventano. Ci sono letture da ombrellone e serial da
ombrellone. Quella della Lifetime è la meno seria delle serie che ci
si può concedere; per quello, la più spassosa. Le hai conosciute
con un cadavere che galleggiava in piscina; l'anno successivo, tutte
insieme, eccole alle prese con un matrimonio ostacolato e con una
governante hitchcockiana. Adesso, nel solito giorno, nelle solite
sere in cui solo loro portano freschezza, resti umani vengono
trovati sparpagliati nei giardini dei signori di Beverly Hills e
tutto sembra collegato alla comparsa, in città, di una bambina
inquietante che ha più segreti che anni. Marisol ha messo su
un'agenzia di collocamento per aiutare le amiche portoricane; la
bella Carmen s'innamora dell'uomo sbagliato, mentre continua a
sognare di diventare una pop star; Zoila, quasi cinquantenne, con
figlia e genero in trasferta, si scopre in dolce attesa; Rosia
finalmente ha potuto avere il suo Spence, ma ecco comparire – dal
Messico – quel marito che dava per morto. I Powell, invece,
manipolatori e inarrivabili, si danno al sadomaso per un po' di pepe
e ai pensieri profondi: e se, dopo una tragedia sofferta, adottassero
un bambino? Quanti nomi, quanta gente, quanti fatti. E al cast,
altrimenti immutato, si aggiungono il francese Gilles Marini –
interesse amoroso di Carmen – e Naya Rivera – legnosa e appesantita, con un piccolo ruolo recitato anche
pietosamente. Eppure agli autori il filo non scappa di mano e se la
cavano bene, con grattacapi e gag. Dopo un inizio tiepido,
ai tempi del lontano pilot, Devious Maids – nella
sua assurdità tutta latina – sorprende con la stagione più
convincente – per quanto possa essere convincente una cosa così,
alla buona – e non risolvi il suo giallo prima del tempo, né
prevedi quello che succederà in uno dei season finali più
esagerati, divertenti e in grande. Tredici
episodi e nessuno che sia messo lì come riempitivo. In ogni puntata,
succede qualcosa che non ti aspetti. Tanto è vero che la credibilità
vacilla sempre, ma quale credibilità cerchi se i tuoi panni sporchi li
lavano mancate Signore in giallo –
ma con gambe lunghissime - e puntualmente, in un piatto da portata,
mentre nell'altra stanza stanno smascherando un crimine, ti si serve
il guilty pleasure cotto a puntino? (7)
Etichette:
Cinema,
Devious Maids,
Hannibal,
Horror,
I ♥ Telefilm,
Lifetime,
Mads Mikkelsen,
MTV,
Scream
venerdì 31 luglio 2015
Dear Old Mr. Ciak: Il sospetto, A Royal Affair, Amanti Criminali, Bronson, The Ring
[2012]
I bambini strillano e strepitano; all'asilo non ci vogliono andare.
Ma la piccola Klara, ultima nata in una famiglia litigiosa, lì
sta bene. Soprattutto, per il maestro Lucas. Klara
ogni tanto si perde e, quando tutta presa a contare le linee che
solcano il marciapiede non guarda se la direzione presa è quella
corretta, c'è Lucas – dolce, disponibile, affettuoso – a darle
una mano e condurla verso il bene. A scuola, dove il maestro gioca a
acchiapparella con alunni che lo venerano. A casa, dove spesso
quell'adulto solitario – nella sua vita privata, infatti, stanze
vuote, il divorzio e, all'orizzonte, la promessa dell'affidamento
congiunto e di un nuovo amore – si ferma a pranzo. I bambini dicono
tante bugie, ma le bugie non hanno mai fatto al caso di Klara, che al
contrario è precoce e sotto sotto – come lo si può essere solo a
quell'età - un po' innamorata del gigante buono e occhialuto che non
nega a nessuno un sorriso. Finché la bambina – che non è la
protagonista, perché questa non è la sua storia – non confessa,
imbarazzata, l'incofessabile: il suo amico adulto le avrebbe fatto
male. Come persone cattive sanno fare a bambini innocenti. Male così.
Il sospetto è
la storia dell'uomo su cui pesa l'accusa più grave che c'è. Il
sospetto che
è un titolo bugiardo: giacché lo spettatore, angosciato, non nutre
il minimo dubbio che quel padre di famiglia senza macchie, senza colpe,
abbia fatto pensieri impuri su quella creatura che maneggia, sulla
strada verso casa, alla stregua di un gioiello fragile. Agghiacciante
è la domanda che non mi sono posto – Lukas è un pedofilo davvero?
- e tremendo, in assenza di un (ir)ragionevole dubbio, è osservarlo
arrancare porta a porta, come un cane rognoso, mentre gli amici lo
scacciano, i commercianti gli si negano, il suo viso insonne si fa
tutto un livido scuro. Ho avvertito gli spintoni, gli insulti, il
peggio. Le orecchie che fischiano per i sibili biforcuti delle
malelingue e, sulla schiena, occhiate di quelle che squagliano il
cappotto. Mi sono sentito il suo male mortale per tutto il tempo; due
ore, queste, appresso a cui butti il sangue. Per resistere a uno dei
drammi più duri di Vinterberg servono una trasfusione, nervi saldi.
Sarai compassionevole? E tu, genitore, sarai abbastanza lucido da
discernere la bugia dalla verità, se il sangue tuo verrà, e dio non
voglia, a rivelarti un inquietante segreto? In mezzo a comprimari
grandi e piccoli, in una chiesa colma di sguardi a Natale, il profilo
inconfondibile di un Mads Mikkelsen – il signorile Hannibal che mi
ha fatto scordare Hopkins – protagonista di una sublime performance che è un ingrato calvario verso l'oro a Cannes.
Quell'anno,
sospettato
di essere una delle migliori pellicole dell'annata, volava agli
Oscar. Vinceva Sorrentino, con quella Grande
bellezza
che – ancora prima di piangere su Alabama
Monroe e di
tormentarmi con l'epilogo senza pace ma perfetto dell'ultimo
Vinterberg – borbottavo, incompreso dai più, fosse come La
corazzata Potemkin per
Fantozzi. Il
sospetto resta straordinario, anche se ogni volta – troppa la bile che
sale in gola, troppa l'ingiustizia – avrai bisogno di un trapianto
di fegato. Presente la sensazione maledetta? (9)
[2012] Il medesimo anno di produzione, altra pellicola danese, lo stesso destino. A Royal Affair punta all'Oscar per il Miglior Film Straniero, un anno prima rispetto a Il sospetto. Con un Mikkelsen sempre magnetico che tenta l'en plein, portanto orgogliosamente la bandiera rossa e bianca di un Paese che sa fare grande cinema, e un genere diverso che – questa volta a giusta ragione – non è abbastanza ambizioso per il premio più desiderato. Alla base, un problema insuperabile: il mio disamore per tutto ciò che è storico. Quanto mi annoia? Tanto, troppo, e – con una durata che si aggira intorno alle due ore e venti – capirete perché il sontuoso dramma in costume di Nikolaj Arcel si sia prestato ora e non in precedenza a un sentito recupero. Ambientato nel XVIII secolo, alla corte di re Cristiano VII, parla di un Paese dalla storia ineditamente travagliata e di un triangolo che venne a crearsi nel momento in cui un carismatico medico – fruitore di libri proibiti, illuminista, rivoluzionario – s'intromise nella vita del re, infantile e iperattivo, e nelle stanze della giovane regina, splendida e malinconica nobildonna inglese. L'imperscrutabile Johann, consigliere fidato ed esperto conoscitore dei cuori nobili e delle sofferenze di un popolo miserabile, userà l'amicizia del sovrano e l'amore della consorte come instrumentum regni. A fin di bene, ma in un ambiente in cui covano l'inganno e la cospirazione da secoli. A Royal Affair, al di là di un lato tecnico all'avanguardia che non deve temere concorrenza alcuna, risulta un triangolo dai lati smussati. Classico, senza ombre. Corretto e fluido, nonostante la durata sostenuta, è all'altezza della migliore produzione BBC, con una prima parte che avvolge e una seconda, invece, che appare liquidata con inspiegabile fretta. Scorre e corre. A volte coinvolgente come un romanzo scritto ad arte, altre stringato come un riassunto per sommi capi, in vista di un esame che preoccupa. Comunque semplificato e condensato, con qualche espediente poco brillante che ha del televisivo – la protagonista morente che in una lettera ai figli, in flashback, ricostruisce la sua storia, ad esempio – e ragionevoli compromessi per appassionare – e così effettivamente è – chi tende a perdere il filo, a distrarsi. Resta il fatto che, se non sapessi il suo valore effettivo e la gloria appena sfiorata, non lo terrei probabilmente a mente. E restano tre interpreti magistrali – un Mikkelsen dal fascino indescrivibile, un Mikkel Boe Folsgaard che stupisce e diverte con la caratterizzazione del suo re matto, una intensa e bellissima Alicia Vikander, che – a tre anni di distanza – sta conquistando anche l'estero. C'è del marcio in Danimarca; lo scriveva Shakespeare. Ma, a conti fatti, c'è anche del buono. Sebbene questo A Royal Affair, altrove acclamato, non rappresenti per me il meglio. (6,5)
[1999]
Quando avete scoperto François Ozon? Io ai tempi di
Otto donne e un mistero
– commedia musicale dai toni pastello, con un cast che comprendeva
alcune tra le attrici più meravigliose del cinema d'oltralpe, allora
come adesso, e un omicidio a cui dare un senso. Avevo ancora Sky, e
Sky non si chiamava neanche così, dunque direi che è passato un
po'. In realtà, Ozon –
trentenne e con un passato da modello – faceva il suo debutto alla
regia sul finire degli anni novanta. Dopo una capatina nel mondo del
grottesco con l'introvabile Sitcom,
è Amanti
criminali la
sua autentica opera prima. Giovane coppia di liceali assassini si
smarrisce nel fitto di un bosco, con il cadavere di un coetaneo al
seguito. Finché non si imbattono in una casa apparentemente
disabitata e
nell'ombroso orco che la popola. La regia era acerba, il cast povero, ma questo Ozon così
diverso – sanguinoso, nudo e crudo – aveva già le
idee, il talento e il passepartout per la fama internazionale. Si
nota, la cosa, nel fantasioso mélange di toni – la commedia nera
che, negli anni '90, spopolava negli USA; il retelling che adesso è
venuto a noia a furia di usi e abusi; l'eros sadomasochistico – e
nei caratteri ambiguamente delineati di due Bonnie e Clyde liceali:
Alice, manipolatrice e fatale, e Luc, pazzo d'amore e
sentimentalmente confuso. Coppia fatale: la mente e il braccio.
Hansel e Gretel che sviluppano una spiazzante sindrome di Stoccolma nei confronti del
loro aguzzino, e una sceneggiatura indigesta – sui misteri del
desiderio, sulle ombre fosche dell'identità sessuale – che vuole
come protagonista, inaspettatamente, il vulnerabile Jérémie Renier;
la sexy ninfetta Natacha Régnierc, invece, è chiusa in cantina, in
compagnia di roditori e cadaveri. Le colpe del loro
sanguinoso crimine d'amore sottoposte, così, al giudizio di quel
cacciatore normativo e spietato. Intrappolati in una baracca che ha
una porta sola e di cui solo il loro personale Polifemo possiede la
chiave, bramano la libertà e, tra sevizie fisiche e psicologiche,
vengono rieducati, in un masochistico doposcuola che sembra sbucato
dal cuore nero delle storie dei Grimm. E che, amorale, non tiene conto dell'ultima riga delle favole. (7)
[2008]
Andatelo a dire a chi
era in sala con me, in quel pomeriggio di giugno, che alle nostre
orecchie il chiedersi “E questo Tom Hardy adesso chi è?”,
davanti all'ultimo Mad Max,
suona come la peggiore ammissione di colpa. Tom Hardy, che è sulla piazza da almeno un decennio e che –
trentasette anni, il passato da eroinomane, i denti storti che era
certo sarebbero stati un problema per Hollywood e invece no – a
ogni lungometraggio con la sua strana faccia dentro si scopre
bravissimo. E incredibile lo è sempre, soprattutto nell'eccesso: coi
personaggi ipercaratterizzati, le scene forti, le macchine da presa
di registi suonati che lo mostrano lurido, nudo, multiforme. Dopo il
bel Stuart – A Life Backwards,
Bronson è un altro
consiglio della solita Lisa che, per un equivoco, pensava che le
avessi consigliato proprio io uno dei primi Winding Refn, quando
invece lo conoscevo solo per la losca fama che lo precedeva. Bizzarra
biografia di un criminale senza arte né parte, questa, che, nel
culto dell'amata ultraviolenza, cercava l'immortalità di un nome
d'arte e una fama ottenuta a suon di pugni. Ancora in vita, ancora in
carcere, Michael Gordon Peterson – per la stampa inglese, Bronson,
come l'attore – si godrebbe questo suo quarto d'ora di
notorietà: trent'anni passati in isolamento, ma finalmente le luci
della ribalta. Lui che non sapeva cantare, ballare, recitare, ma
sognava disperatamente la notorietà: ottenerla, perciò, diventando
il detenuto più pericoloso – e costoso – del Regno Unito. Una
spina nel fianco per la Regina in persona. Si parte canonicamente, da
un'infanzia noiosa in una noiosa famiglia borghese, e seguono poi i
pestaggi, gli atti vandalici, il sanguinoso bisogno d'attenzione; il
tutto intervallato da scene grottesche perfette, in cui Bronson –
con la faccia truccata di bianco, come un divo del muto – si
rivolge a una sala vuota. E' in quei siparietti surreali che il film
si scopre meno tradizionale e il protagonista straordinario: lui e la
sua camminata alla Charlot, lui e il sogno dell'applauso. Hardy,
tozzo e muscoloso, è la star indiscussa di un film che altrimenti,
per una trama esile contrapposta a un personaggio che pesa, non mi è
piaciuto del tutto. Visivamente all'avanguardia, con un regista che
si dà a ritmi meno lenti dei suoi, le impennate pazzesche della
colonna sonora classica, lo shock del colore sbattuto in faccia, ma
il paragone con Kubrick è un azzardo, e si sapeva, e, alla fine, non
si ricorda che per l'ennesima trasformazione di Hardy, e si sapeva.
Forte, imponenente: anche abbastanza da reggere il tutto? E io che
salto qui e lì nella sua caotica filmografia e, ogni volta, giuro
che quella – questa?
- sia la prova della sua carriera. Fino a quando, stupefatto, non
assisto allla successiva. (6,5)
[2002]
Era l'estate dei miei
otto anni e avevamo traslocato. La ricerca di un appartamento in cui
ci stessimo tutti e quattro, i materassi sul pavimento come barboni
perché il camion che ci aveva seguito dalla Sicilia si era perso i
letti in giro. Una città nuova, coi centri commerciali di vetro, i
McDonald che profumavano di fritto, un negozio di videocassette e cd
in cui passavo le ore. Ora è tutto cambiato: la città si è
rimpicciolita mentre io crescevo, i supermercati si sono spopolati,
quella videoteca non esiste più. Triste visione. Una mattina,
ricordo di avere aiutato papà con cose noiose, da grandi: sono
orgoglioso di quel bambino già maturo che faceva la fila alle poste,
aiutava gli adulti a scegliere, andava matto per i film dell'orrore.
Ricompensa per quel giorno, siccome non mi ero lamentato ed ero stato
buono, un VHS in regalo. Avevo scelto The Ring,
l'horror con la bambina nel pozzo che aveva fatto chiacchierare il
mondo. Ricordavo più le circostanze dell'acquisto, sinceramente, che
il film in sé. Lo conservo ancora, ma chissà se il nostro
videoregistratore funziona... Lo avevamo visto a casa dei miei nonni,
intorno a mezzogiorno. La nonna faceva avanti e dietro dalla cucina,
lanciando occhiate riprovevoli alla tivù, e il cielo azzurro mi
aiutava a scacciare la paura. O ero un bambino coraggioso io, oppure
The Ring era una
pizza: non mi aveva impressionato. Non come quelle volte quando io
e Diego avevamo fatto dormire papà accanto a noi, sulla sdraio, per colpa di un film vietato ai minori.
Adesso è cult e io ricordo più positivamente il seguito,
piacevolissimo ma bistrattato, che l'inizio di questo cerchio (quasi)
senza fine. L'ho rivisto un sabato pomeriggio, con la stessa
familiare compagnia di un decennio fa, per vedere come lo avrei
trovato a una seconda occhiata. Dodici anni di horror hanno reso
scontato il mistero della mitica Samara, ma affascinanti i suoi
oscuri simboli e i suoi crudeli percorsi. Ghost story classica,
questa, di cui buchi narrativi e l'inconcludente finale, buttato lì
a caso, senza un briciolo di enfasi, si scambiano però erroneamente
per mistero. Da rivedere di nuovo per lo schermo a tubo catodico, i
telefoni antiquati, le cassette maledette di cui ce ne freghiamo,
tanto ormai tirano lo streaming e i Blu-Ray, l'effetto post Scary
Movie 3. Il pregio è che, come
la splendida Naomi Watts, The Ring
invecchia bene. I passi concitati dell'indagine li ho seguiti con più
curiosità della prima volta e i ricordi appannati che mi ritrovo
hanno reso non dico inaspettate, ma riuscite alcune svolte di questo
conto alla rovescia dalle ore contate. Per il resto, non inquietava
allora; figuriamoci oggi. Gli si riconosce una regia di un
perfezionismo notevole, la recitazione che per un horror mainstream è
al di sopra della media, il merito – o la colpa? - di avere dato
per primo tratti occidentali ai mostri con gli occhi da manga. (6)
Etichette:
Alicia Vikander,
Cinema,
Cinema Francese,
Dear Old Mr. Ciak,
Francois Ozon,
Horror,
Mads Mikkelsen,
Miglior Film Straniero,
Mr. Ciak,
Oscar,
The Ring,
Tom Hardy
Iscriviti a:
Post (Atom)










