Visualizzazione post con etichetta MTV. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta MTV. Mostra tutti i post

giovedì 1 ottobre 2015

I ♥ Telefilm: Scandal I-IV, Faking It II, Impastor, Lady Chatterley's Lover

Scandal
Stagione I-IV
I fan di vecchia data, quando vengono a sapere che tu, spettatore compulsivo, non fai parte della loro cricca dicono, sdegnati: non segui Scaldal?, scandalo. Antichi filosofi orientali, invece, lasciavano ai posteri un aforisma che suonava così: tira più un pelo di Olivia Pope – un nome, una garanzia – che un carro di buoi. Così questo recupero da fare si è fatto, in un'estate che mi ha visto poco impegnato ma molto diligente. In un mese e mezzo, in realtà, in cui i più che mi dicevano “ma davvero non guardi Scandal?" hanno avuto la mia riconoscenza e anche un po' del mio odio. Una volta iniziato – complice il brutto tempo dell'ultimo periodo, quattro stagioni arretrate, altri titoli in pausa per le vacanze – non vuole occhi che per lui. Piace perché è ben scritto, impreziosito da interpreti e caratteristi sopra la media, pensato come un compromesso tra il thriller politico e un irrinunciabile guilty pleasure. Lo immaginavo all'inizio serioso, serial su avvocati scrupolosi in giacca e cravatta, ma ai tempi del colpo di fulmine con How to get away with murder – sempre della Shonda che non delude – mi avevano assicurato, al contrario, fosse la quintessenza del trash intelligente. E Scandal rigido e convenzionale non lo è mai; trash raramente. Eclatante e audace sì, ma alla maniera di quell'autrice di cui ho imparato ad apprezzare il gusto e il piglio originale, anche se ci sono cose che continuano a non piacermi. Scandal mi ha coinvolto e sconvolto come chiarivano le premesse e giuravano le promesse, ma – all'inizio, almeno: poi ci ho fatto l'abitudine – a convincermi di meno era proprio la decantata Olivia. L'idolo delle spettatrici; la donna che tutte loro vorrebbero essere da grande. Troppi pianti, troppi bronci, per quella Kerry Washington, impeccabile e splendida nei suoi completi avorio, che a volte, palla che rimbalza tra un innamorato e l'altro, si mostra vulnerabile in una maniera che è in contrasto con i suoi pochi scrupoli e i metodi non convenzionali. Qualcosa di simile succede con Viola Davis, fresca di Emmy: mostrarsi umana, vulnerabile, significa togliersi trucco e parrucca, piangere? Non mi convince il modo che ha la Rhymes di mostrare la fragilità delle sue eroine: una donna che parla di donne potrebbe fare assai meglio. Con gli occhi lucidi e i sospiri affranti, sembrano tante adolescenti: atteggiamento che poco si confà a due vincenti, a due leonesse. Possibile renderle vicine e lontane insieme, senza melò? Ma questa non è solo la storia di una professionista spregiudicata che, tra verità e inganno, fa perdere la testa al Presidente degli Stati Uniti in persona e a Jake, capo del B613. Si parla di avvocati difensori, i più affiatati e costosi che incontrerai, e dei loro facoltosi clienti: statisti, agenti segreti, re. La squadra dei "gladiatori in doppio petto" non conosce sconfitte o tentennamenti: da Huck, hacker e assassino dal commovente passato, a Quinn, allieva brillante, passando per la civettuola Abby e per il dandy Harrison, nessun attore fuori fuoco, nessuna falla. I miei personaggi preferiti, accanto al tenero psicopatico dalla doppia vita, quelli al centro dei rapporti sentimentali più credibili: Mellie, subdola e pungente First Lady che rinascerà spesso dalle ceneri; Cyrus, braccio destro di Fitz che, parlando d'amore, compone con James, di professione giornalista investigativo, una realistica coppia omosessuale di mezza età, non in perfetta forma fisica e mossa dal forte desiderio di adozione. Nella prima stagione: la presunta tresca tra il Presidente e una sua segretaria; vecchia storia che si ripete? Nella seconda, la verità su Quinn e i brogli elettoriali. Nella terza, notizie sulla famiglia di Olivia – ha, infatti, due magnifici mostri per genitori – e sulla gioventù di Fitz: nel frattempo, ci si prepara alle prossime elezioni, e tutto sembra lecito, se in ballo c'è la vittoria finale. Nella quarta, invece, Olivia come Elena di Troia: la bella per cui fare scoppiare una guerra? Scandal va visto, decisamente. Ideale e accattivante hobby che ha tanto pepe e, a volte, un po' di zucchero superfluo che, tutto sommato, si perdona: la folle dipendenza vale la vaga glicemia dei primi tempi. (7/8)

Faking It 
Stagione II
Nel liceo delle pari opportunità, luogo colorato e irrealistico in cui a capo delle cheerleader c'è una ragazza intersessuale e leader degli studenti è un gay rubacuori pieno di smanie, Karma e Amy si erano finte innamorate per la popolarità. Regine del ballo e idoli delle masse, avevano scoperto che le bugie ti portano alla pubblica gogna o, se hai sedici anni, a una storia d'amore che nessuno aveva previsto. Tra le due, poteva esserci l'amicizia e qualcosa di più? Faking It, lo scorso anno, imprevisto e leggero com'era, si era rivelato materiale per una spassosa teen comedy a episodi. Protagoniste bellissime, comprimari utili, un modo nuovo per parlare di diversità che – al cinema o in televisione – sono inserite puntualmente con buonismo, come il decalogo del politicamente corretto prevede. Nella scuola di Faking It – che ricordo, tempo fa, di avere definito un'allegra distopia – personaggi altrove marginali sono alla riscossa e figure tradizionali siedono, invece, ai margini. Immaginate un mondo sottosopra in cui, per essere accettato, devi avere una tua particolarità. Quel buono spunto, nonostante poligoni amorosi e nuovi ingressi, non si perde in una seconda stagione discontinua perché divisa in due parti. La prima, terminata a dicembre. La seconda, invece, iniziata e finita nove mesi dopo per un attacco hacker che non ha preso di mira, questa volta, i nudi di Jennifer Lawrence ma le puntate rimanenti di una storia sempre e comunque piacevole. E' successo, a un certo punto, che la curiosa Amy sia finita a letto, per ripicca, con Liam, l'amato di Karma. Se l'amica non può amarla, potrà forse perdonarla? Mentre da quelle parti si fa all'amore e alla guerra, un preside dittatore vorrebbe rendere la Hester High una scuola normale e i comprimari, tra cotte mostruose e relazioni illecite, vivono nuove disavventure sentimentali. Faking It, parlando di quel che chiede il corpo e di quel che suggerisce in segreto il cuore, di esperimenti e friendzone, continua a essere spontaneo e sexy. Cosa ne pensate del sesso a tre? E la bisessualità sarà verità o leggenda? (7)

Impastor
Stagione I
In questa estate rapida e indolore, con le serie più attese in vacanza e le serate in compagnia delle maratone di Scandal, mi sarò concesso probabilmente solo una novità Avevo bisogno di una comedy breve e fresca per riempire i tempi morti, ma venti minuti di risate e astinenza dalla serietà sembrano difficili da trovare: tra pilot che non decollavano e sitcom che, dopo pochi episodi, avevano già un destino fallimentare, è spuntato poi Impastor. Che, a sorpresa, mi ha abbandonato solo da poco. Ha resistito, alla fine, e ho resistito anch'io. La serie che ha fatto il suo debutto su Tv Land e che, per condotta scorretta, ha fatto borbottare i cattolici più ferventi gira e rigira attorno a uno scambio di identità e a tutti gli imprevisti del caso. Quando Buddy, irresponsabile e pieno di guai, vorrebbe suicidarsi per sfuggire al pugno di ferro dei suoi temibili aguzzini, ecco che gli si presenta un'occasione irripetibile: prendere in prestito la vita dell'uomo che, nel tentativo di salvarlo, è scivolato in acqua e non è più tornato a galla. Chi lo cercherebbe mai, in una comunità in cui tutti sono in attesa di una nuova guida spirituale? Buddy – pastore impostore – fingerà perciò di essere chi non è: un omosessuale in cerca dell'anima gemella e, soprattutto, un sacerdote dalla fede incorruttibile. Commedia americana a puntate, colorita e poco brillante, ma all'occorrenza divertentissima, Impastor funziona come può. I sospetti dei parrocchiani, le attenzioni di una lei bellissima e di un lui che invece aspetta e spera, le ondate migratorie – in paese – di sicari armati fino ai denti. Un po' Big Mama e un po' Il missionario, non farà la storia della televisione ma con il caldo, il tempo libero e la concorrenza di serie mediocri ha avuto, per poco, la sua da dire: sempre sottoforma di battuta di spirito, politicamente scorretta nelle intenzioni ma, in pratica, mai davvero provocatoria. Punto in più, inoltre, per il protagonista. Un Michael Rosenbaum, il Lex Luthor del mio caro Smallville sotto Crescina, che fa piacere rivedere. (6+)

Lady Chatterley's Lover
Film TV
Il classico dell'erotismo che aveva suscitato infinito scalpore, torna in televisione. La storia che tutti conoscono, sotto lo sguardo casto e puro della BBC, ha qui un inizio veloce, un epilogo affrettato e una metà in cui c'era tutto il tempo per dirsi e darsi. I primi minuti riassumono a grandi linee la nascita e la morte dell'unione dei coniugi Chatterley: il colpo di fulmine e un matrimonio in grande stile; il ritorno dalla guerra, ma con la dignità e il fisico a pezzi. Nel frattempo, così, Constance dà inizio a una storia di sesso con il guardiacaccia della tenuta. La televisione inglese, sinonimo di grazia e eleganza, questa volta toppa. L'ultimo Lady Chatterley's Lover, semplificato e ripulito, ha l'aria poco ricercata di una fiction Rai e limiti grandi. Uno dei titoli più osteggiati ha un amaro destino nelle mani della BBC, puntuale ma scolastica, allergica alle debolezze della carne e ai segreti della camera da letto. Il loro ultimo prodotto è una riscrittura pudica e algida, senza il languore dei corpi e il fuoco. C'è più pelle in vista ma prevedibilmente manca il bestiale, il primitivo, il bisogno basico che ha reso Connie e Oliver degni di memoria. Compitino insoddisfacente, televisivo rispetto a standard solitamente elevati, dalla resa discutibile e dal cast mediocre. Se il Richard Madden che fu il Principe Azzurro in Cinderella, nonché presenza fissa in Games of Thrones, se la cava – è bello, ombroso, e il suo personaggio di poche parole non fa pesare le poche espressioni -, fa assai peggio Holliday Grainger. Anche lei nella recente fiaba di Branagh – ma in veste di sorellastra maligna; vista, comunque, in Posh – esibisce una recitazione innaturale, melodrammatica come nel muto del passatato, e l'antipatico nasino all'insù proprio non aiuta. Un riassunto, dunque, per chi volesse sapere com'è che finisce – e deludente è anche il finale rose e fiori – e non avesse tempo di recuperare un romanzo che intimorisce. Da parte mia, il desiderio di un recupero ci sarebbe pure. Anche se mi assicurano una lettura lenta, con poco per cui valga la pena scandalizzarsi, al giorno d'oggi, e noia a volontà. (5)

venerdì 4 settembre 2015

I ♥ Telefilm: Hannibal 3, Scream, Devious Maids 3 - Panni sporchi a Beverly Hills

Hannibal 
Stagione Finale
Si sguazzava in un bagno di emoglobina, per un finale degno di questo nome. Una seconda serie migliore della precedente - con l'assuefazione ai suoi ritmi languidi, l'improvvisa affinità tra il serial killer e il detective, l'imboccare gradualmente quei territori già conosciuti al cinema - e Hannibal, sorprendente su tutti i fronti, che se non vinceva - e per me vinceva - comunque sosteneva con padronanza i paragoni con la saga cinematografica del leggendario Hopkins. Ci lasciava, lo scorso anno, con domande innumerevoli. Mezzo cast agonizzava nel suo stesso sangue, in una carneficina consumata senza preavviso, e ci si interrogava su sostituzioni, nuovi ingressi, rinnovi. Con qualche mese di ritardo, in estate, abbiamo scoperto che la preoccupazione sulle sorti dei personaggi era stata tanta, ma non abbastanza. Vivi e vegeti, i sopravvissuti erano sulle tracce dello psicologo assassino. Ma se il cast non era stato decimato, c'era un'altra cattiva notizia in agguato. La peggiore: la cancellazione. A poco dalla prima puntata - una grande prima puntata - ho cominciato a meditare atroci vendette e a rodermi il fegato. L'inizio, vertiginoso, muove i primi passi nella nostra Italia. Tra i salotti di Firenze e le cattedrali di Palermo, le mosse di una battuta di caccia. Una squadra di mercenari sguinzagliata contro Hannibal da Mason Verger e soprattutto il recidivo (redivivo) Will Graham, affascinato dal male come la falena dalla fiamma. Prova a prenderlo, ma è sempre un passo avanti. Cosa succederebbe se si incontrassero ancora? L'arresto, in nome della giustizia, o la fuga, seguendo il lato oscuro del cuore? Dopo sette episodi perfetti, i rimanenti - ambientati a qualche anno di distanza - abbandonano le città d'arte e gli omicidi scultorei per raccontarci il modus operandi di un assassino che abbiamo conosciuto in Red Dragon. La terza stagione di Hannibal, infatti, segue due rotte distinte e autonome. All'inizio si ispira al lungometraggio in cui la Moore sostituiva la Foster, ma con significative variazioni sul tema - si segnala, da Gomorra, un buon Fortunato Cerlino. Successivamente, sposando la causa di un poliziesco convenzionale, si rifà all'ultima tappa prima del dimenticabile prequel con la gioventù del cannibale: la struttura, fedele, risulta però poco stravolta. E essendo Red Dragon uno dei film della serie che più mi è capitato di vedere negli anni, l'effetto sorpresa viene meno in un remake non necessario. Ricordiamo che c'era stato già Manhunter e che il famigerato Francis Dolarhyde - l'assassino di famiglie felici con la fobia degli specchi - aveva avuto prima il volto di Tom Noonan, poi di Ralph Fiennes. Questa è la volta di Richard Armitage, uno dei rari tasti dolenti della serie. Bellimbusto britannico - nei cuori delle donne con North & South, recentemente sulla cresta dell'onda per Lo Hobbit - altrove convincente, questa volta non ha il physique du role. E sì, anche un Fiennes in forma smagliante faceva guizzare i muscoli dorsali con il disegno di un paio di ali gigantesche; e sì, il suo allenamento e i suoi modi ricordano il Bale di American Psycho. Ma, spesso in boxer elasticizzati e a petto nudo, l'Armitage troppo bello infastidisce noi eternamente bruttini, ammica eccessivamente al pubblico femminile, distrae. Accanto a lui, la fidanzata non vedente che ha il volto ritrovato di Rutina Wesley - già mediocre in True Blood. Gradite conferme, se si sparla invece degli altri. In un'annata in cui si annidano le peggiori delusioni, Mads Mikkelsen - severo, elegante, carismatico come nessuno - e Hugh Dancy - bisognoso, incerto, volubile - sono i migliori su piazza. Incorniciati da una regia che adora il perfezionismo - dietro la macchina da presa, promesse dell'horror quali Neil Marshall, Vincenzo Natali, David Slade - e resi simbiotici da una sceneggiatura che li desidera vicinissimi, sono una non-coppia da shippare spudoratamente, diciamolo, con la loro attrazione platonica e i "non vivo né con te né senza di te"; magnifici padroni di un ambiguo gioco a due. Restano loro e gli altri che già sapete; gli orgasmi visivi assicurati da una profonda attenzione verso accostamenti cromatici e composizioni dell'immagine; un epilogo bellissimo, romantico ed estremo che ti lascia senza fiato. E triste, tristissimo. Per via di una strana poetica che parla di eros e thanatos, una svolta imprevista rispetto al copione originale, una scena dopo i titoli di coda che fa sognare incubi felici. Hannibal mantiene le fatali promesse. Ci lascia, ma forse con la stagione più bella. Amara consolazione. Ma la classe del tutto non è acqua. E' sangue. Di notte, se avete imparato la lezione, si dice sembri nero come l'onice. (8)

Scream 
Stagione I
Qualche giorno fa si è spento Wes Craven. Settantasei anni, generazioni di bambini mandate a letto con gli incubi e senza cena, creatore di mostri cult che – nel buio dell'armadio – facevano compagnia al vecchio uomo nero di cui spesso ti raccontavano, per dispetto, i fratelli maggiori. Nei post commemorativi di amici blogger, scrivevo di averlo conosciuto in differita. I suoi lungometraggi proposti e riproposti, parodiati con ironia, riscoperti – con anni di ritardo – da adolescenti in pericolo perfino nei loro sogni o alle feste di Halloween, se nella folla c'è una maschera con il brutto ghigno di Ghost Face. Tempo di maratone serali, adesso, per ricordarlo con un brivido aggiunto e per capire, se qualcuno non li avesse capiti già, i segreti alla base di quel miscuglio di sangue e leggerezza che altri imitano invano ma che ha un solo padre biologico. L'idea di uno Scream a puntate inorridiva i fan che, quando il famigerato urlo aveva avuto inizio, erano seduti in sala; personalmente pensavo, invece, che il teen thriller per eccellenza, sulla rete teen per eccellenza, potesse avere del potenziale. I riscontri positivi non sono mancati: la seconda stagione è già in produzione. E il potenziale ipotizzato, invece, presente all'appello? Il pilot, funzionale, va come deve andare. Si parte con l'attrice nota di turno – la Bella Thorne di The Duff, anche cantante – e, in una sequenza piena di rimandi, la si condanna alla stessa fine precoce della Barrymore L'ape regina del liceo viene brutalmente accoltellata, e il sangue non manca. Partono le indagini – chi la odiava, o meglio, chi non la odiava? - e tra episodi di cyberbullismo e ricordi del passato si pensa al ritorno a sorpresa di un serial killer locale e si procede con la conoscenza dei vari personaggi. La ragazza bisessuale, le meangirls, i professori dongiovanni, gli sportivi poco svegli, la vergine sacrificale e un nerd grillo parlante con la fissa per gli horror vintage che, con un piglio che non dispiace e tanto lavoro di metacinema, in classe discute di omicidi e seziona la sua stessa storia come fosse una serie tv. La tensione, nell'arco di un tot di episodi, non si sfilaccia? E l'eventuale spettatore, oltre a scoprire le tracce dell'omicida, sarà interessato al vissuto dei protagonisti e ai loro amori? Fanno sorridere le domande che nel telefilm stesso ci si pone, ma meno le risposte: un sì alla prima domanda, perché la suspance si disperde qui e lì; un no alla seconda, perché l'ennesimo teen drama non interessava a nessuno. Aggiungete attori avvenenti e incapaci – si salva, in ogni senso, solo Willa Fitzgerald, novella Sidney – e un epilogo parzialmente conclusivo, ma con qualche incongruenza. Disastro da abbandonare? Nonostante tutto, a mio parere no. C'è la voglia di fare dei giovanissimi, un motivetto che ossessiona, violenza a fiotti, uccisioni meticolose. Inoltre, il nuovo design di una vecchia maschera che fa solo bene: tra parate di Carnevale e Scary Movie vari, davanti all'urlo noto, ormai, si ridacchiava. Assolutamente non adatto ai nostalgici – chi era adolescente all'epoca adesso è adulto, e non si divertirà, non essendo più parte del target di riferimento – ma consigliato a chi ambisce a un Pretty Little Liars splatter, pensato con la benevolenza – e il tocco vago – del compianto Wes. (6)

Devious Maids
Stagione III
Possono giungere i reali inglesi, le vergini in dolce attesa, gli spietati dirigenti di un reality show. Il trash, immancabile, nel mio anno di telefilm dev'esserci. Ma, quando arriva giugno, non c'è novità che tenga: per il terzo anno, arrivano le domestiche latine di Devious Maids a garantirmi quattro risate per l'estate, quando le grandi reti sono in pausa e impegni importanti spaventano. Ci sono letture da ombrellone e serial da ombrellone. Quella della Lifetime è la meno seria delle serie che ci si può concedere; per quello, la più spassosa. Le hai conosciute con un cadavere che galleggiava in piscina; l'anno successivo, tutte insieme, eccole alle prese con un matrimonio ostacolato e con una governante hitchcockiana. Adesso, nel solito giorno, nelle solite sere in cui solo loro portano freschezza, resti umani vengono trovati sparpagliati nei giardini dei signori di Beverly Hills e tutto sembra collegato alla comparsa, in città, di una bambina inquietante che ha più segreti che anni. Marisol ha messo su un'agenzia di collocamento per aiutare le amiche portoricane; la bella Carmen s'innamora dell'uomo sbagliato, mentre continua a sognare di diventare una pop star; Zoila, quasi cinquantenne, con figlia e genero in trasferta, si scopre in dolce attesa; Rosia finalmente ha potuto avere il suo Spence, ma ecco comparire – dal Messico – quel marito che dava per morto. I Powell, invece, manipolatori e inarrivabili, si danno al sadomaso per un po' di pepe e ai pensieri profondi: e se, dopo una tragedia sofferta, adottassero un bambino? Quanti nomi, quanta gente, quanti fatti. E al cast, altrimenti immutato, si aggiungono il francese Gilles Marini – interesse amoroso di Carmen – e Naya Rivera – legnosa e appesantita, con un piccolo ruolo recitato anche pietosamente. Eppure agli autori il filo non scappa di mano e se la cavano bene, con grattacapi e gag. Dopo un inizio tiepido, ai tempi del lontano pilot, Devious Maids – nella sua assurdità tutta latina – sorprende con la stagione più convincente – per quanto possa essere convincente una cosa così, alla buona – e non risolvi il suo giallo prima del tempo, né prevedi quello che succederà in uno dei season finali più esagerati, divertenti e in grande. Tredici episodi e nessuno che sia messo lì come riempitivo. In ogni puntata, succede qualcosa che non ti aspetti. Tanto è vero che la credibilità vacilla sempre, ma quale credibilità cerchi se i tuoi panni sporchi li lavano mancate Signore in giallo – ma con gambe lunghissime - e puntualmente, in un piatto da portata, mentre nell'altra stanza stanno smascherando un crimine, ti si serve il guilty pleasure cotto a puntino? (7)

sabato 20 giugno 2015

I ♥ Telefilm: The Enfield Haunting, Younger, Finding Carter II

The Enfield Haunting
miniserie tv
Gli anni '70, la Londra provinciale, una povera casa infestata. Sarà vero oppure no quel che giura la famiglia Hodson – letti che tremano, vasi che scoppiano, lividi che non si rimarginano, rumori improvvisi quand'è notte? Chiamato ad indagare, un anziano ispettore del paranormale con un lutto incancellabile e un matrimonio in crisi e, a mettergli inizialmente i bastoni tra le ruote, un giovane spavaldo che vorrebbe smascherare quella storia di spettri; dichiararla tutto un falso. Ma quando la piccola di casa, Janet, inizierà a essere in pericolo e a prestare il suo corpicino a fantasmi in cerca di vita nuova, come negare l'evidenza? A Enfield c'è una casa maledetta. The Enfield Haunting, miniserie in tre puntate andata in onda di recente su Sky Living, mi era stata consigliata da alcuni dei miei suggeritori di fiducia – questa volta, tra gli entusiasti, anche mio padre. Leggevo commenti convinti, volavano otto e nove, sentivo l'esigenza di un doveroso recupero. Purtroppo, un po' come era accaduto all'inizio dell'anno con Remember Me – sempre inglese fino al midollo, sempre capitanata da un vecchio e valido mattatore -, il mio coinvolgimento è stato parziale. Non mi è parsa imprescindibile. Ben realizzata, recitata alla perfezione, agghindata con scenografie di tutto rispetto e regali accenti britannici, ma fredda, distante, tanto tradizionale da risultare già vista. Non ci si stupisce davanti alla resa all'avanguardia: ormai, la tivù ha assi nella manica maggiori del cinema stesso. Non impressionano le voci demoniache, le anime in cerca di pace, i piccoli esorcismi domestici: quel rigore di cui vi parlavo, per forza di cose, insieme a una durata che si aggira intorno alle tre ore, dilata i tempi e la tensione. Qualche salto dalla poltrona c'è, ma c'è soprattutto un epilogo addolcito che si intuisce sin dall'inizio. Degno di nota, accanto alla cura formale e a una sceneggiatura che sarà pure tratta da fatti realmente accaduti, ma non conquista granchè, il cast. Con Timothy Spall, bravissimo, premiato lo scorso anno a Cannes per il suo amato e odiato Mr. Turner; Matthew Macfadyen – il Darcy di Joe Wright, ora sui piccoli schermi anche con Ripper Street – che ha un fascino per me incomprensibile che le lettrici più eloquenti, chissà, un giorno vorranno spiegarmi e quei modi da manuale che me lo fanno trovare sempre insipido; su tutti, ottima la tredicenne Eleanor Wothington-Cox. Bambina bellissima e carica di potenziale, che mi ha ricordato la Emma Watson dei primi Harry Potter e una versione in miniatura della Ryder, ai tempi di Burton. Per il resto, impeccabile produzione d'oltremanica in cui tutto è al posto giusto, ma che la mancanza di un preciso taglio stilistico e la trama copia-incolla non mi ha reso del tutto gradita. Ghost story tipica che l'essere vera non rende purtroppo più originale. (7)

Younger 
Stagione I
Liza Miller ha quarant'anni, una figlia in Erasmus in India, un marito traditore che l'ha lasciata sola e piena di debiti. Dicendo addio alla sua villetta di lusso e al suo buon vicinato, si trasferisce a Brooklyn, con una vecchia amica del liceo, in un appartamento che può andare bene solo se si è giovani, sognatori, disoccupati. E Lisa è tutto, meno che giovane. Cosa che, nella ricerca di un lavoro fisso, pesa eccome. Finché, per la professione dei suoi desideri, stagista in una casa editrice più alla moda degli uffici di Il diavolo veste Prada, non mente sulla sua età. Quindici anni: un dettaglio minuscolo. La nuova lei – che si veste e si atteggia come una ventiseienne – riparte dunque da una sonora bugia. E, da quella bugia, trova il riscatto sperato e l'amore di un aitante tatuatore che, anagraficamente, potrebbe essere suo figlio. Riuscirà a convivere con la sua doppia identità o, seguendo un proverbio che dice che la verità rende liberi, farà outing sulla sua seconda ritrovata gioventù? Younger – tratto da un omonimo romanzo di prossima pubblicazione per la Piemme e portato sul piccolo schermo dal creatore di Sex & The City – è una dinamica commedia romantica in dodici episodi, giunta a marzo ma più che consigliata per quest'estate che è alle porte. Carina, simpatica, scorrevole. Il formato della sit-com e le disavventure impossibili degli chic lit che tanto piacciono a Hollywood. La memorabilità non vive da queste parti, ma – per ritmi, cast e situazioni paradossali – Younger è molto meglio delle previsioni. Un appuntamento settimanale per concedersi un sorriso e, se si è nel mezzo del cammin di nostra vita, qualche piccola fantasticheria che non fa mai male. Chi non vorrebbe mettere un punto e andare a capo, al tempo degli amori di una notte, delle amicizie alcoliche, delle feste folli? Sutton Foster lo vuole e può: quarantenne (in ottimo stato di conservazione) figlia degli anni ottanta, già vista nello sfortunato Bunheands – A passo di danza, è una convincente padrona di casa e, questa volta, la serie di cui è la stella principale non avrà, a quanto pare, vita breve. Dopo pochi episodi, e nonostante uno zuccheroso lieto fine, Younger è stato confermato per una seconda stagione. Merito anche dei comprimari – la riesumata Hilary Duff, sempre più bionda, e il bel Nico Tortorella del primo The Following – e del mondo editoriale statunitense che offre, con le sue fan fiction che diventano bestseller e i suoi scandalosi tentativi di plagio, qualche spunto originale e uno sfondo cangiante. (6,5)

Finding Carter
Stagione II
Si era persa, Carter, e si era ritrovata, la scorsa estate, in una serie MTV carinissima, che aveva il suo nome di battesimo e gli elementi dei teen drama di una volta: amore, segreti, liceo, famiglia. Finding Carter, la storia di una sedicenne che aveva passato la vita accanto alla sua rapitrice, convinta fosse la sua madre biologica, e del suo successivo ritorno all'ovile, mi aveva strappato un sette pienissimo e un certo consenso. Non la serie dell'anno, okay, ma quanto era piacevole? Parecchio. E aveva saputo fermarsi al momento giusto – o sbagliato, a seconda dei punti di vista – davanti a un twist finale che, nel momento di un quasi certo lieto fine, aveva stravolto tutto e tutti. La ragazza rapita – quella sui cartoni del latte, sulle foto affisse ai pali del telefono, dell'esistenza tutta in forse – era stata rapita ancora. Passato un anno, io ero ancora lì, seduto al computer, ad aspettarla. Questa piccola serie – nel suo piccolo ancora più piccolo – non mi avrebbe deluso. Come poteva, se già una volta aveva usato i clichè a suo piacimento, con estrema scioltezza? Invece non solo il nuovo Finding Carter delude le attese, ma risulta superfluo, noioso, inverisimile per la maggior parte dei suoi dodici episodi. Consiglio sulle puntate: se proprio volete, guardate la prima e le ultime due. Il resto non vi piacerebbe. Per gli inciuci inutili, i personaggi che subiscono cambiamenti radicali, le raffiche di colpi di scena che non sortiscono effetto alcuno. Succede fin troppo, e più che un teen drama alla The O.C sembra una soap – e più impossibile di Jane The Virgin, che compensa all'inverosimiglianza con un mare burrascoso di risate. Qui tutti sono seri, saggi e piangono a dirotto. Ma chi ci crede che prendono sul serio le scappatelle dei coniugi Wilson, la redenzione dello scapestrato Crash, le conquiste di una Taylor tramutatasi in baldraccone, i piagnistei di una Carter che, se non fosse così bellina, avrei già rispedito al creatore? Gli unici che si tollerano, su un set di prime donne che non hanno però la stoffa dei mattatori, Grant – adorabile fratello minore interpretato dal piccolo Zac Pullam, che tempo un'estate diventerà un gigante – e Max, coi capelli di Rapunzel e la brillantezza di Channing Tatum, per nominarne uno a caso nei cui occhi vedi rotolare le balle di fieno, di cui perdoni gli scivoloni perché è proprio pollo per copione. Immancabile il finale sospeso – al momento di un atteso processo che è tra i pochi eventi importanti di un lungo brodo scaldato – e l'aria scettica. Tutti i lo seguo ancora oppure no? che si scioglieranno tra più di qualche mese. Quando la noia e la curiosità faranno la loro parte. (5)

lunedì 24 novembre 2014

I ♥ Telefilm: Vicious, Manhattan Love Story, Happyland, Please Like Me II


Vicious 
Stagione I
Nel momento in cui ho smesso di ridermela come un idiota, ho deciso che avrei dovuto parlarvi nell'immediato di questo gioello strampalato di comedy: Vicious. Scoperto di recente grazie a un post del blog In central perk – che, come lascia intuire il nome, di telefilm e sit-com epiche se ne intende - non mi è chiaro come, avendo debuttato lo scorso anno, sia potuto sfuggire ai miei radar. I protagonisti, a questo punto, come solo loro sanno fare, mi offenderebbero a morte. E a pieno diritto, direi, nonostante sia permaloso in una maniera che non vi dico e nonostante, con alte probabilità, risponderei loro a tono. Io sono uno di quelli che non si tiene niente: naturalmente intollerante verso il prossimo. Partiamo da un difetto, l'unico che c'è: Vicious, con sette episodi di venticinque minuti ciascuno, è troppo breve. Avrei voluto averne in eterno. Detto questo, potrei proporvi una lista infinita di pregi che però vi risparmio. Dovete scoprirli da soli. Perché Vicious è imperdibile, quindi? E' inglese fino al midollo, ha come protagonisti due vecchietti più o meno adorabili, ha un umorismo feroce che si nutre di tè, cattiverie gratuite, lunghi anni d'amore. Tutte cose che mi piacciono moltissimo. E di che che parla? Ma di una coppia di anziani omosessuali che convivono da cinquanta anni – precisamente, quarantanove – e che nel loro salotto elegantissimo, tutto pizzi e cianfrusaglie, ospitano amici e vicini per darsela un po' di santa ragione, dalla mattina presto fino al sacro rituale del tè delle diciassette. Tirchi, sgarbati, iracondi, ma esilaranti se visti dall'esterno, fanno le cose che le vecchie coppie fanno: chiacchierare, raccontare storie e detestarsi, perlopiù. Uno, egocentrico e melodrammatico, è un attore sul viale del tramonto, anche se sulla via principale della fama, diciamolo, non ci è mai arrivato: troppo sperare nel grande boom se si è settantenni? L'altro, ancheggiante e pacato, insospettabile rubacuori, fa di lavoro il mantenuto: non ha mai faticato in vita sua e la sua principale occupazione è telefonare alla mamma. Una specie di mummia immortale che perfino Dio non vuole e che, bellamente, ignora la sessualità del figlio: sotto sotto, preme ancora per avere dei nipotini e per vederlo sposato. Con una donna, ovviamente. Un clamoroso outing per festeggiare le vicine nozze d'argento si può fare? Alla loro porta, in ogni episodio, una migliore amica grande, grossa e eccitata; una vecchietta smemorata e il suo solito accompagnatore; e soprattutto, il nuovo vicino di casa: un vetenne problematico, bello e al cento per cento etero che loro vorrebbero portare dall'altra sponda ed educare al culto dei superalcolici e della scortesia. Derek Jacobi – erede della generazione del grande Olivier – scherza e incanta; Frances de la Tour – ve la ricordate la giunonica fidanzata di Hagrid, in Harry Potter? - si prende in giro e ha voglie inconsuete per un'anziana signora di classe come lei; Iwan Rheon, spigliato e giovane, è il sosia segreto di Hugh Dancy. Ultimo, ma primissimo in lista, Ian McKellen: straordinari tempi comici, un'autoironia invidiabile, vigore ed eleganza connaturate. Teatrale, superbo, unico e cinico, Vicious è fatto di poco: scenari fissi, un cast e un budget ridottissimo, un intreccio semplice e attori in stato di grazia. Basta quest'ultima cosa, perché al resto si passa su, insieme a risate registrate che – per una volta – corrispondono inevitabilmente alle nostre. (8)

Manhattan Love Story
I (e unica) Stagione
Quattro episodi; una sit-com. Non si tratta della produzione più breve del mondo, ma di una preoce cancellazione dai palinsesti. Meritata? Io guardo un mare di roba, lo sapete, e alla domanda risponderei no. Manhattan Love Story è stato sospeso per tanti motivi, ma non perché fosse brutto. Cosa oggettiva. Commedia romantica ambientata nella città più bella del mondo, aveva venti minuti che volavano e le voci incensurate di due innamorati alle prese con le prime fasi del loro rapporto. Prime fasi che, ahimè, rimarranno per sempre prime fasi. Non si andrà oltre, non si saprà mai cosa sarà di quella coppia affiatatissima e scombinata che si odiava e si amava. Peccato, secondo me, perché nella sua semplicità questo piccolo prodotto funzionava. Mi divertiva, era la leggerezza concentrata in streaming. I punti forti: una malizia destinata a tutto, ma non alla volgarità; location affollate, metropolitane, spettacolari; e, soprattutto, due protagonisti belli, bravi e simpatici. Tanto. La frizzante Analeigh Tipton scoperta con Crazy Stupid Love, che bionda si scopre adorabile e bellissima, nonostante un viso comune e due gambe assurdamente lunghe. Jake McDorman, visto in Greek e Aquamarine: faccia da schiaffi, fare strafottente, un cuore d'oro tenuto ben nascosto. Equivoci, schermaglie, gelosie varie, prima che Cupido scocchi la sua freccia e l'attrazione fisica si scopra grande amore. Gli episodi girati, in totale, erano tredici: così dici Imdb. Spero che, anche in estate, come spesso accade, qualcuno ce li faccia vedere, anche a tempo perso. Ho visto serial più inutili destinati a vite più lunghe: le ingiustizie del piccolo schermo. (6,5)

Happyland
I stagione
C'erano tante nuove sitcom previste nei nuovi palinsesti. Tra queste - chi giustamente, chi meno - tante hanno avuto vita breve. Happyland fa eccezione. Ha solo otto episodi e ce li hanno fatti vedere tutti, ma proprio tutti, mentre qualcuno parla già di una seconda stagione. Che cosa bizzarra. Perché dando un'occhiata, come faccio sempre, ai pilot, non avrei dato ad Happyland due lire. Era scontato, era stupido, era inutile. Lo è anche adesso, al presente. Mentre, con ascolti discreti, continuava a essere mandato in onda, però, io ho continuato a vederlo, senza accorgermene. Con lo stesso misto di indifferenza e non curanza, sono arrivato pure alla puntata finale. Ma non so il perché. Boh. Happyland è parecchio bruttino. Non idiota e inguardabile come Pretty Little Liars, certo, ma bruttino ugualmente. Io, con il ricordo bello fresco della commedia indie Adventurland, pensavo a qualcosa di simile. MTV, dài, non firma mai pessime serie per ragazzi. Vedi la rivelazione Finding Carter, vedi un Faking It che continua a gonfie vele, vedi Diario di una nerd superstar che a me sta sulle balle, va be', ma si lascia guardare. Questo piccolo serial, invece, pensato per la leggerezza dell'estate e mandato in onda in autunno, nel mezzo di una concorrenza spietata, parla della turbolenta vita dei dipendenti di un parco di divertimenti. Gente che lì ci è nata e cresciuta. La protagonista cambia tre ragazzi in una manciata di episodi, ha una mamma che per vivere si veste da Principessa, un padre facoltoso scoperto all'improvviso e un aitante fratellastro con cui, inconsapevole, ha pomiciato. Poi ci sono la migliore amica acidella, il migliore amico segretamente innamorato di lei, la storiella d'amore, le feste e l'iscrizione all'università. Un concentrato di cose già viste, solo senza un briciolo di autoironia e colore. Non ha nulla che lo faccia spiccare. Che bisogno ce n'era? Sono perplesso, e non lo consiglio. A breve non ricorderò neanche di averlo visto, anche se non è stato mai mai un peso. (4,5)

Please Like Me
II Stagione
Please Like Me mi ha accompagnato inaspettatamente in autunno, in una casa nuova, in cui, con me, avevo però vecchie e care conoscenze. Non c'è stato uno stacco tra la prima e la seconda stagione di questo gioiellino colorato “made in Australia”. Finiti i pochi episodi che mi avevano fatto incontrare il simpatico Josh, la sua famiglia a soqquadro e i suoi folli coinquilini, avevo già a disposizione qualche puntata della nuova stagione. Una stagione più lunga, di dieci episodi complessivi, che eppure già è finita. Volata in fretta. E niente, Please Like Me non penso si smentisca. Manca qualcosina – il totale e travolgente effetto sorpresa degli esordi? - ma resta l'inedito, esilarante eppure sensato divertimento che era un tempo: l'anno prima, vale a dire, anche se io ho dovuto aspettare solo pochi giorni per finire una serie e attaccare direttamente con l'altra. Cosa è cambiato, nel frattempo, nella vita di quello strambo omino biondo che è l'anima della serie? Tutto e niente, al solito. La mamma è a farsi curare da analisti bravi, il padre vuole sposare la sua compagna bambina dagli occhi a mandorla, il suo migliore amico patisce gli scherzi della solitudine, lui torna ad innamorasi. Ancora e ancora. Abbandonate ufficialmente le donne dopo il colpo di fulmine con il bel Geoffrey, questa volta a ronzagli intorno sono quel bellimbusto del nuovo coinquilino, uno che fa conquiste su conquiste, e un fragile ragazzo pieno di manie, ansiolitici e turbe. Sarà troppo per uno che si è dichiarato su due piedi, da qualche mese, e che ha tutte le fortune e le sfortune di questo mondo? Fotografia bellissima, regia cristallina, dialoghi di una assurdità che contagia, un protagonista rivelazione – sì, perché Josh Thomas scrive e recita, risultando ottimo in entrambe le cose – a cui è impossibile non volere un po' di bene. Il finale di stagione, tenero ma con un pizzico di amaro sulla punta della lingua, ti lascia in attesa per una terza serie che, prima o poi, arriverà. Lo dice Wikipedia, e noi ci fidiamo. Quando Josh tornerà a fare torte e disastri culinari, dalla cucina si alzerà l'odore dei cupcake e le mongolfiere diventeranno scenario per fallimentari proposte di matrimonio, tutti saremo più contenti e fischietteremo, spensierati, quella sigla che ti entra in testa... Uh-uh-uh-Uh-uh, Yeah, I'll be fine. (7+)

giovedì 25 settembre 2014

I ♥ Telefilm: Finding Carter, You're the worst, Under the dome

Finding Carter
Stagione I
La mia attività preferita, in estate, è annoiarmi. Cercavo la compagnia di una nuova serie tv e, poco convinto, mi sono avvicinato a Finding Carter. L'ennesima robetta adolescenziale, immaginavo, con un tono che non volevano essere dispreggiativo: a me la robetta adolescenziale piace, soprattutto se targata MTV. In questo caso, di nuovo c'è poco, ma sapete che Finding Carter merita? L'ho capito dai due episodi iniziali, rilasciati contemporaneamente, come fossero una lunga puntata di un'ora e mezza, e dalla sensazione di avere a che fare con qualcosa di profondamente familiare. La storia è quella dell'adolescente Carter che, grossomodo, è una come tante. Un problema con la giustizia, una notte, non le assicura macchie sulla sua fedina penale, ma una scoperta che rivoluziona tutto. In commissariato hanno già le sue impronte digitali. Lei non si chiama Carter, lei non è figlia della giovane donna che l'ha cresciuta: è stata rapita da bambina e, per tutta la vita, ha vissuto con la criminale che l'ha strappata ai suoi genitori. L'adolescenza è un periodo terrificante: mette in discussione tutto. E cosa mette in discussione, esattamente, la consapevolezza di non essere chi pensavamo? Carter può riabbracciare la sua famiglia e ritornare a casa, tredici anni dopo. Ma quelli che la abbracciano sono estranei, e lei non ricambia l'abbraccio. Finding Carter è uno young adult sulla scoperta delle proprie origini e sul riappropriarsi di un'identità negata, ma narrato dal punto di vista di una protagonista umana ma tormentata, che capiamo e non. Perché Carter si scopre parte della famiglia perfetta – ma esistono famiglie perfette? - eppure quello che vorrebbe fare è fuggire via, con quella mamma fasulla che seguirebbe in capo al mondo. All'inizio non può, poi non vorrà più, ma porterà novità e danni nell'esistenze con cui entrerà in contatto. Inserita in un nuovo liceo, si procurerà amicizie e inimicizie, amori e odi e, curiosa e screanzata, godrà della luce della popolarità. Kathryn Prescott, minuta e bellina, dopo Skins e una “spregevole” particina in Reign, si mostra una brava padrona di casa, ma sono i comprimari a farsi volere bene. L'affascinante mamma poliziotto, la timida sorella gemella, il carinissimo e precoce fratello minore e, soprattutto, Max: il migliore amico che, dietro l'aria da ragazzaccio, tocca con un'anima da autentico bambino perduto. Il finale di stagione, con segreti mai rivelati che aleggiano ovunque, è sospeso e abbastanza forte. Ci vorrà l'anno prossima per mettere insieme i pezzi. I colpi di scena non mancano, la serietà non pesa, la leggerezza incontra il dramma e lo stempera come meglio può. Finding Carter cattura con il pregio di una semplicità intelligente. E piace, per la descrizione di dinamiche familiari che fanno pensare nostalgicamente ai teen drama classici, tradizionali: a me a The O.C, ma senza villette con piscina, e a Kyle XY, ma senza alieni. Be', Carter – adorabile e odiosa – un po' alieno lo è. (7+)

You're the worst
Stagione I
Un'altra serie debuttata nei mesi estivi. Un'altra scoperta. You're the worst – sfrontato, dissacrante, ironico, sexy – è un modo più o meno nuovo di tornare a parlare d'amore. Le cose di cui parlare sarebbero tante - dalle battute fulminanti all'alchimia tra i protagonisti, dall'originalità dei toni al ritratto grottesco di un pugno di trentenni tutti vizi e grigliate in giardino – ma parto dicendone un'altra. Per guardare i dieci episodi di cui la prima stagione è composta mi ci sono voluti due mesi. Duecento minuti complessivi, distribuiti in una sessantina di giorni. Ma come si fa? Personalmente, la curiosità che ho provato agli inizi è finita per scemare e, verso il finale di stagione, una certa irritazione ha prevalso. Non tanto nei confronti della serie, quanto del formato sit-com. You're the worst, visto una volta ogni tanto, non me lo sono goduto come avrei voluto. Peccato, perché in questo modo non so parlarne oggettivamente. Recuperatelo adesso, e guardatelo in due giorni. Sarà uno spasso: garantito. Avrete tutta la mia invidia, ché è un gioiellino. Io il primo episodio, visto a luglio, neanche lo ricordo più. Ho vaghi flash dell'incontro tra Jimmy e Gretchen, ma, ormai, so come va a finire tra loro. Due tipi strambi e sopra le righe. Due pitbull, per citarli, che prendono a morsi gli altri cani, ma che tra loro vanno d'accordo. Si contendono il posto sullo stesso divano. La loro non-relazione è fisica: questione di chimica. Giurano di non amarsi mai, ma prima che un sentimento (per noi non tanto) impreviso faccia capolino, fanno del gran sesso, si saccheggiano i frigoriferi, ridono delle vite degli altri. Come la Kunis e Timberlake, ma in una rilettura politicamente scorretta, sono Amici di letto... ma diventeranno altro? Fantastici i protagonisti, che non conoscevo: Chris Geere, biondino dall'aristocratico accento british, e la rossa tutto pepe Aya Cash, divertita e seducente. Lui, scrittore fallito che salta da un letto all'altro, da quando quell'acidona della sua ex l'ha mollato; lei, manager di rapper all'avanguardia, con una parentesi da galeotta, l'allergia all'amore, la simpatia verso il bicchiere. Attorno a loro, tra ambienti finto chic, vernissage e brunch, un mucchio di parlocce e comprimari esilaranti: come Lindsay, paffuta mogliettina ninfomane, e Edgar, reduce di guerra che vive di programmi di cucina, crisi isteriche e così via. You're the worst, cattivo e inviperito, romantico e osé, non è un'altra stupida commedia americana. O forse sì? Come Don Jon, il telefilm Fox, infatti, i clichè li usa e li getta, li bacia e li mangia, con l'aiuto di un cast a sorpresa e di uno script brillante, ma – per me - vagamente schiavo della monotonia. Una commedia, questa, che non diventa mai rosa. Abbasso l'amore! (7)

Under the dome
Stagione II
Certo che chi Stephen King lo conosce solo per Under the dome, ragionevolmente, chiederebbe: ma re dell'horror dove? La serie televisiva, tratta da un corposo romanzo del mio autore preferito che ahimè non ho letto, perché pubblicato in un periodo di rottura provvisoria tra me e il caro zio Stephen, ha caratteriste contrarie a quelle del suo famosissimo ideatore. Cose che, quando leggo King, sottolineo spontaneamente: la scrittura magistrale, i personaggi dinamici, gli intrecci fitti ma coerenti, la tensione che non si perde, nonosante le tante pagine e i tanti dettagli. Cose che ci sono in Under the dome: nessuna delle precedenti elencate. Ah, non proprio vero: nel primo episodio, in una scena girata in un bar, c'è l'autore in persona – in un simpatico cameo – che chiede tutto gentile una tazza di caffè. Stephen, carissimo, non potevi chiedere che si facesse qualcosa di poco, poco meglio? Come la prima stagione, infatti, che mi aveva lasciato con un gran bel punto di domanda, anche la seconda – coi suoi tredici episodi – va avanti tra alti e bassi, ripetizioni e noia, trovate fantasiose (poche) e altre (parecchie) un tantino assurde. Nonostante la voglia di spoilerarmi tutto con l'aiuto magico di Wikipedia, mi trattengo, e quindi non so dirvi quali sciocchezze siano da attribuire alla riscrittura per la televisione, quali allo scrittore stesso, che in quel periodo pareva oggettivamente non brillare granchè. Si riparte da dove si ci era fermati (e chi se lo ricordava?) e si cambia il minimo indispensabile. Il microcosmo rappresentato da quella Chester's Mill in una bolla aliena rimane invariato, se non fosse per gente di poco conto che muore e gente (non sempre) di poco conto che, in qualche strano modo, torna. Viene meno, purtroppo, la mia amata Britt Roberson, destinata ad essere un'apparizione evanescente soltanto verso la fine, e si aggiunge un'altra ragazza, sbucata dagli anni '80 e tornata da una morte per omicidio. Posso anticiparvi che, questa volta, si esce all'esterno, ma la Cupola non lascia mai i suoi personaggi del tutto liberi. Si aprono dei tunnel, passaggi incomprensibili per dimensioni parallele, ma – con personaggi che giocano ai piccoli esploratori delle caverne e altri in preda alla sete di ventetta – si marcia più che altro sui consolidati drammi. Una vaga atmosfera apocalittica-catastrofica si respira, ma forse gli esigui effetti speciali non permettono grosse trovate. La storyline si infittisce, ma si lasciano seguire soltanto le vicente dei due belloni Mike Vogel e Rachelle Lefevre (lei bellissima!) e degli adolescenti “in vitro”, Colin Ford e Mackenzie “che fronte alta che hai” Lintz, a cui si aggiunge un occhialuto hacker doppiogiochista e la Melanie che visse due volte. Limitatevi a guardare le scene in cui ci sono loro, se non volete perdere il filo conduttore ma di seguirlo per intero non vi va. Finale leggermente ansiogeno e spalancato nel vuoto, un enorme boh, un ovvio to be continued. (5,5)

mercoledì 25 giugno 2014

I ♥ Telefilm: Delirium, Orphan Black, Faking It, The Vampire Diaries

Ciao a tutti, amici. Dopo qualche giorno di turbolenza, su Blogger, tutto sembra essere ritornato alla normalità, finalmente. E chi ci sperava? Oggi, nuovo appuntamento con I Love Telefilm. Vi parlo di tre serie che si sono appena concluse, già rinnovate per l'anno prossimo, e del pilot “prova” di Delirium, potenziale serial ispirato alla trilogia di Lauren Oliver, che da queste parti era piaciuta parecchio, se ricordate. I quattro commenti, vedrete, sono brevissimi e senza spoiler. Ci sentiamo presto. A giorni vi parlerò del bellissimo libro che ho in lettura, infatti. Un abbraccio, M.

Delirium
Il pilot 1x01
In realtà non lo aspettavo. Non più. Il pilot di Delirium. Qualche anno fa, adoravo la trilogia di Lauren Oliver. Poi, questo inverno, dopo la mezza delusione dell'ultimo capitolo, ho smesso. I bei momenti dei primi due volumi rivalutati, purtroppo, alla luce dei pochi avvenimenti dell'ultimo. Era da un po' che era in programma una serie TV ispirata alla saga distopica targata Piemme. Dopo Divergent e Hunger Games, come lasciarsi scappare l'occasione? Stroncata sul nascere, la serie non ha mai visto la luce. Poco male. Avevo visto qualche spezzone qui e lì e mi sembrava pessima. Non so dove, non so quando, la casa di produzione ha rilasciato l'unico episodio girato. Ho dato un'occhiata. E non l'ho trovato male: mi aspettavo decisamente peggio. Nel primo – ed unico, molto probabilmente – episodio, si fondono il tema portante di Delirium, i perché del Veleno sulle labbra, i personaggi secondari di Chaos. Alle saghe non sto tanto appresso e, personalmente, quando si parla di trasposizioni, non trovo disturbanti i cambiamenti: sono ragionevolissimi, checchè ne pensino i fandom. Con il poco tempo a disposizione, il regista ha fatto il possibile. La sceneggiatura è un minestrone di cose che non crea troppa confusione. Per essere quelli di un distopico, gli scenari sono troppo puliti. Patinati. Sfarzosi. Comuni. Come anche i dialoghi: quelli del più classico dei teen drama in circolazione. Il cast è improvvisato e un po' male assortito. Ebete il Julian di Gregg Sulkin, con i maglioni a V e le camicie che sottolineano didascalicamente il suo essere il bravo ragazzo della storia; una Hana bruna, rotonda, civettuola quella di Jeanine Mason; distaccato antagonista Billy Campell, un Alex fuori parte quello impersonato da Daren Kagasoff. Troppo cresciuto, lui. Adulto, stonato, accanto alla delicata Emma Roberts. Candida, piccola, convincente come suo solito. Ecco, lei sarebbe stata un'ottima Lena. Tutt'altro che inspiegabile, dunque, la cancellazione prematura della serie: arrangiaticcia. Una storia che parla della potenza dell'amore, senza potenza. Senza amore. Quaranta minuti della mia vita, però, avrei potuto sprecarli peggio. Ho visto primi episodi peggiori, e le serie sono ancora in circolazione: poco ma sicuro. (5,5)

Orphan Black
II Stagione
Interessantissimo Orphan Black. Uno dei ritorni sui palinsesti che più attendevo, in questo 2014 di novità, vecchie conoscenze, pilot morti sul nascere. L'anno scorso mi aveva ipnotizzato. Con un cliffhangher inserito ad arte, era finito. Avrei dovuto aspettare un anno. Eppure il tempo è passato. La seconda stagione di Orphan Black è iniziata velocemente e velocemente è finita. Le serie che mi piacciono durano troppo poco: devo fare qualcosa, devo farci il callo. Che dico a fare che mi è piaciuto? L'ho trovato originale, ben diretto, impeccabile. Al solito. Però c'è un però. La prima stagione era un'altra cosa. Lo sottolineo: secondo me. Tutti sembrano aver apprezzato di più la seconda, che nonostante le sue genialità varie non mi ha entusiasmato quanto avevano fatto quei dieci episodi introduttivi: con loro era scoppiata la scintilla. Ho seguito questa nuova stagione, con curiosità e piacere, ma senza colpo di fulmine. Mi sono divertito, alcune cose continuano a sorprendermi come fosse la prima volta, ma non ci ho trovato chissà quale voglia di cambiamento. Non dico miglioramento. Orphan Black era già perfetto così, anche se la perfezione dicono non sia di questo mondo... E della tv via cavo. Resta uguale a sé stesso, si gioca le solite carte. Alcune svolte avvincono, alcune sottotrame le segui con scarsa attenzione. Quando non c'è lei sulla scena ti spegni, e ti senti giustificato a farlo. Orphan Black è una fantascientifico varietà del sabato sera: il Tatiana Maslany Show. Quant'è bella Tatiana Maslany. E quant'è brava. Un camaleonte, una trasformista, una caratterista eccelsa. Non so dove si nascondesse prima. Sarà un esperimento di laboratorio? Impersona qualcosa come otto, dieci personaggi e lo fa utilizzando qualcosa come otto, dieci accenti diversi. E' una fuggiasca con l'accento british, una casalinga disperata, una tenera assassina russa, un'algida donna di scienza, perfino un transgender. Orphan Black è fantascienza, è noir, ma – completo – regala anche siparietti comici fortissimi. Ci pensano Felix (l'esuberante amico gay della protagonista), il goffo Donnie (marito della “disperate housewife” più fuori del pianeta), la letale e tenera Helena (capelli ossigenati, cicatrici insanabili a forma di ali, nemici ad ogni angolo, la cotta facile e il bene verso la sua sestra, Sarah, che ha tentato di ucciderla, una volta... o cinquanta). Movimentato, ironico, surreale, sexy, il serial della BBC Canada si conferma una seriale dipendenza. Notevole il season finale, con i cloni che danzano tutti insieme in una sequenza indimenticabile –  con una miracolosa Maslany quintuplicata – e una rivelazione che mette altra carne a fuoco. Parecchia. E io che mi lamentavo perché ci vedevo una certa apatia. Poca voglia di fare... (8)

Faking It
I Stagione
In una scuola americana in cui tutto è sottosopra, è la diversità ad essere premiata e non sbeffeggiata, mentre la normalità sa di noia. Karma e Amy – in questo strano panorama adolescenziale da allegra distopia – sono amiche da una vita che il mondo ignora. Carine, ma poco interessanti. Quando si baciano in pubblico e fingono di essere una coppia tutti le vogliono. La loro finta omosessualità le mette sotto la luce dei riflettori e, da anonime sedicenni, diventano le stelle del liceo. Peccato che fingano. Peccato che Amy non finga poi tanto: quel bacio sulle labbra, dato mentre tutti guardavano, l'ha turbata non poco. E inizia a pensare a Karma tutto il giorno. S'innamora della sua migliore amica e non glielo dice. Ora che Karma ha conquistato il ragazzo dei suoi sogni, ora che tutto va per il verso giusto, non vuole perderla. No. MTV sforna un'altra chicca: Faking It. Venti minuti settimanali di spasso, risate, gioventù e piccole, grandi bugie. Una sit-come per chi, come me, alle sit-com non va tanto appresso. Brioso, a metà tra il paradossale e il realistico, Faking It è una commedia brillante, con i toni pungenti e irresistibili di Easy Girl. Sembra stupido, ma non lo è. E nemmeno irrispettoso. Con allegria e intelligenza, gioca con le relazioni, il liceo, la sessualità, la confusione giovanile e punzecchia da vicino quelle star americane che dell'ambiguità sessuale hanno fatto la loro fama. Il segreto sta in uno script ben pensato, in episodi generosi di sorrisi, in una galleria di personaggi assurdi ed esilaranti. Il triangolo “lui, lei, l'altra” si anima con le facce belle dei tre protagonisti: un imbabolato Gregg Sulkin (dopo Delirium, ecco che si riparla di lui!) che fa sogni e incubi su una maliziosa cosa a tre; una inconsapevolmente sexy Katie Stevens; una Rita Volk da tenere d'occhio – bellissima, simpatica, sveglia. Difetti: gli otto episodi. Troppo pochi. Ho visto l'ultimo senza aver capito che fosse l'ultimo. Ci rifaremo con una sicura seconda serie. Speriamo soltanto che conti più puntate. Non annoia mai. (7+)

The Vampire Diaries
V Stagione
Credo di essere diventato immortale anch'io. Perché seguo The Vampire Diaries da troppi anni. Davvero. Quanti? Finirà mai? Dai primi tempi è cambiato non poco: lo tollero per quello. Vedo che c'è impegno a tirar fuori sempre storie nuove; vedo che i protagonisti sono maturati. Non vi so dire cosa sia successo nella serie precedente, o cosa sia successo – pensate un po' - all'inizio di questa. Però lo guardo. Sicuramente mi avevano diverito, quegli episodi; certamente mi avevano appassionato. Altrimenti l'avrei abbandonato senza troppe smancerie. Mystic Falls continua ad essere calamita per il soprannaturale. Un originale meccanismo – sempre soprannaturale – mi ha aiutato, inoltre, a superare la mia insofferenza verso Elena Gilbert. Io pensavo di detestare Nina Dobrev in persona, e invece no. Perché nei panni della malefica Katherine la trovo seducente e frizzante, in quelli della protagonista una gatta morta terrificante. Si mette puntualmente in pericolo, puntualmente rischia di spezzarsi l'osso del collo, puntualmente vuole provarci con i fratelli Salvatore. Sookie Stackhouse, in casa HBO, avrebbe già combattuto le rivalità tra parenti a suon di sì all'amore, non alla guerra. Probabilmente, con un'orgia in famiglia si sarebbero risolti tutti i dissapori. Steve R. McQueen, da adolescente sfigatello e timido, mi è diventato pompato come The Rock – e un The Rock emo; Kat Graham è l'inutilità in persona, resuscitata più volte di... di... non lo so; Candice Accola, adorabile. Ian Somerhalder recita e si pavoneggia. Sgrana gli occhi blu, va in giro con magliette e pantaloni attillati, aspetta di essere convocato nel sequel di Magic Mike. Il suo cavallo di battaglia: guardarsi la punta del naso. Il risultato pare che piaccia alle ladies. Meglio Paul Wesley, che trovo cresciuto di stagione in stagione. Non male il finale. Tra Sleepy Hollow e Supernatural, è ben studiato. Per le fan, troppo crudele. Non disperate: lo sapete, in The Vampire Diaries si muore un giorno e si resuscita il successivo! A manovrarne i fili, lo stesso Kevin Williamson di The Following: anche lì, tanti aspiranti Lazzaro. Stesso discorso fatto per Revenge, insomma: alti e bassi, discreti picchi e abissi, ma – ehi! - siamo in presenza di gente immortale. Hanno tempo. (6,5)