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domenica 28 dicembre 2014

Mr Ciak #51: Posh, The Guest, Predestination, Necropolis, Scusate se esisto!

Posh significa Snob. Titolo adatto per parlare di dieci figli di papà, ma non di certo quanto lo è quello originale:The Riot Club. Un circolo ristretto nella prestigiosa Oxford i cui membri sono alla ricerca di nuovo leve. Tu sei pronto a farne parte? Miles e Alistair, ventenni di ottima famiglia, sono i prescelti. Spettano loro piccoli riti di iniziazione, crimini e atti di dispotismo. E il loro nome entrerà nella storia, ma non nel modo in cui vorrebbero. Quel secolare cenacolo goliardico di filosofia spiccia ed edonismo è destinato a finire in un'ultima cena. Scorreranno fiumi di champagne, sangue, lacrime di coccodrillo. A me piace proprio il modo in cui la danese Lone Scherfig inquadra il Regno Unito. Gli i(nde)finiti toni di blu, la fotografia pesta, l'occhio fisso verso un sistema scolastico che è specchio del mondo. In An Education una precoce sedicenne, con un'insufficienza in latino e il sogno di un'educazione accademica, si innamorava di un adulto. In One Day, le anime gemelle create dalla penna di David Nicholls si incontravano nel giorno delle loro lauree: lui, benestante, aveva una vita travagliata e più o meno felice; lei, brillante ma povera, pensava alla letteratura e serviva ai tavoli. Gli anni sessanta, gli anni ottanta e adesso gli anni duemila. Posh – con i colletti inamidati, i vestiti di alta sartoria, il panciotto e i guanti – è mascherato da studente modello. Esteticamente, sarà per la bellezza fuori moda dei protagonisti, sembra il frutto di un altro tempo, anche se non si discosta da quelle storie di ragazzi allo sbando che tanti ci hanno di recente mostrato. Ma non ne ha la volgarità e neanche l'audacia. Manca la crudeltà; la spocchia. I protagonisti fanno più una vaga antipatia che rabbia. Ingessato e british, si rifà a un'opera teatrale e la cosa si nota, nella scrittura di dialoghi interessanti e arguti; nella predilezione per gli ambienti circostritti. Dalla commedia nera passa al dramma e intrattiene che è un piacere, soprattutto per la notevole cura nella regia e un vento che soffia intrighi, pur essendo incapace di scuoterti. Tutto è già stato grossomodo mostrato, ma la lotta tra aristocrazia e proletariato emerge nel testa a testa finale: il proprietario di un ristorante fuori mano, una figlia idealista che non riesce a perdonargli il bisogno continuo di contanti e, contro, quelle tigri reali mai sazie. Buono il cast, in cui spiccano Douglas Booth, il più bello; Max Irons, il più protagonista ma con il volto che meno buca lo schermo; uno psicotico e sociopatico Sam Claflin che, dal punto di vista recitativo, nonostante un personaggio tutt'altro che insolito, è colui che spicca. Non c'è spazio per le donne, se non per la paffuta Jessica Brown Findlay e la lanciatissima Natalie Dormer che, con un cameo e quell'adorabile aria da stronza che si ritrova, ci fa scordare la collega. Prove calibrate, messaggio risaputo, una cornice ricca che rende perfino il quadro stesso più appetibile. (6)

Toc toc. Bussano alla porta. La mamma va ad aprire e si trova davanti un bel fusto: alto, biondo, muscoloso, lo zaino in spalla. La mamma lo fa entrare, perché l'educazione è la prima cosa e quello sconosciuto dice di essere stato il migliore amico di un figlio morto nell'esercito, in nome della cara America. Presentarlo al resto della famiglia, ospitarlo per qualche giorno, servirlo e riverirlo, ascoltando racconti di burle tra commilitoni e atti d'onore. Lasciare che si intrufoli in casa e che faccia sorridere il patriarca riottoso, innamorare perdutamente la maggiore delle figlie, insegnare al fratello più piccolo come difendersi dai bulli. Ma il telefono inizia a squillare, la morte a seguirlo, il mistero ad infittirsi. Chi è quel soldato in licenza? The Guest non è sbucato dal nulla: l'hanno preceduto i commenti positivi di chi l'ha visto, una media più che dignitosa su Imdb, la fama di quel regista che già con You're next ci aveva intrattenuti a dovere e sporcati tutti di sangue. E' un thriller da non prendere troppo sul serio, questo, pensato da uno che si diverte e ci diverte; brusco, irrazionale, prevedibile ma non così tanto. E quanto cavolo è divertente! Moltissimo, dall'inizio alla fine. Glielo riconosciamo. Adam Wingard – che in lista ha una lunga esperienza con gli horror a basso budget e la tivù – si fa un po' il Robert Rodriguez della situazione e, anche se la sua regia non brilla, brillano (e non) le sue idee raffazzonate, scolastiche, ma appassionate. The Guest è un allegro pasticcio di morte, con le mani sporche di colla e altro, ma non puoi non sorridere davanti all'entusiasmo e alla cura con cui è messo in scena, sullo sfondo di un imminente Halloween e di un ballo in maschera al liceo. La colonna sonora, poi, con compilation superate e con cd con dediche personalizzate, scritte rigorosamente col pennarello nero, è fighissima: un viaggio nell'electro dance degli '80s. E' credibile, come credibili sono due protagonisti di cui sentiremo secondo me parlare: la bellissima Maika Monroe, che ricorda le scream queen dei tempi andati, e l'altrettanto aitante Dan Stevens che, forse, qualcuno conoscerà per l'aristocratico Downtown Abbey. Al suo primo, vero ruolo da protagonista, il biondo attore britannico entra in sintonia con lo spettatore – be', con le spettatrici di sicuro – grazie a un ruolo che lo vuole piacione, distante, spietato. I suoi occhi di ghiaccio sono un'arma infallibile. Parte come un thriller home invasion degli anni '90, dunque, – vi ricordate Inserzione pericolosa, Paura, The Stepfather? - e finisce per essere una versione più cruenta, cattiva e fantasiosa di quei tamarissimi e amatissimi film con Van Damme & Co. Prima il potere della fascinazione, il mistero; poi muri crivellati di proiettili, sbirri, atrocità e cose di un trash voluto e irresistibile. (7)

Io sono un sognatore. Amo i viaggi nel tempo, ma odio la fantascienza e, spesso, mi sembra che una cosa escluda l'altra, a meno che non si parli delle commedie inglesi di Richard Curtis e di Ritorno al futuro. Pescato in una marea di film sottotitolati, Predestination è la fantascienza che voglio io. Pochi effetti speciali, una resa notevole, una trama che – nonostante qualche falla – sa stupire. Si inizia negli anni '70, in un bar in cui ci si riempie a vicenda di chiacchiere inutili: è nato prima l'uovo o la gallina? Un barman con un segreto serve da bere a uno sconosciuto con un segreto: ha in serbo per lui una lunga confessione che parla di loro. Va indietro negli anni: torna, parlando, a quando quello sconosciuto al bar era ancora una lei, una donna innamorata, e sognava di viaggiare nel cielo con gli astronauti. Scandisce a parole il passaggio da un sesso all'altro, da un decennio all'altro e, ora, quella persona che si chiamava Jane e che ora è John ha un destino imprevedibile a cui andare in contro. Mentre un piromane da inseguire a furia di salti temporali semina il panico in città, questi due sconosciuti – che al bar parlavano di curiosi paradossi – scopriranno di non essere chi pensavano. Tanto di cappello a questi australiani che, dopo The Babadook, mi regalano un'altra bella sorpresa. Predestination è un prodotto internazionale che intriga dall'inizio alla fine, con il suo fare da vecchio cantastorie e la sua voglia costante di sconvolgerti. I registi di quel Draybreakers che non era niente male affinano la loro arte e ritrovano Ethan Hawke. Bravo, al solito, non si fa mai cogliere impreparato: passa dal film d'autore al blockbuster con maestria e di rado si concede fragorose cadute di stile. Vista nel trascurabile Jessabelle, ruba però tutte le attenzioni la carinissima Sarah Snook, che coi capelli rossi e quell'indiscreto fascino nerd potrebbe un giorno conquistarmi il cuore insieme alla Deschanel e alla Kazan. Un ruolo ambiguo, che la vuole uomo e donna insieme e la mostra assolutamente padrona di giochi di mimetismo. Non inattaccabile, ma magnetico, disegna con poco scenari sterminati e ha atmosfere retrò atipiche. Mi è mancato un perché, un senso, ma è il come che è quasi magia. Contenuto e incontenibile, preciso e stuzzicante, Predestination è un continuo girotondo. Un impossibile vortice di gente che ha gli stessi occhi azzurri e destini diversi, in cui ogni esistenza è imprevedibilmente intrecciata con l'altra. (7)

Dopo il discreto Catacombs, il cinema torna nel sottosuolo della città più romantica del mondo: Parigi. Quand'è uscito questo Necropolis, però, l'ho ignorato. Quando l'ho visto, avevo le aspettative sottozero. Grosso però: il film, inaspettatamente, non è male. Visto a scatola (e a mente) chiusa, si è rivelato sin dall'inizio – o soprattutto all'inizio – un intrattenimento avvincente; una maniera sapiente di sfruttare una trama da poco, ma bellina coi suoi strani miscugli, e il found footage, che qui non viene a noia. Sarà che i protagonisti non sono i soliti adolescenti festaioli. Sarà che ti aspetti un horror, ti trovi davanti, poi, una specie di film d'avventura, e finisci, invece, con un claustrofobico thriller psicologico a tinte paranormali. I personaggi sono esploratori urbani. Archeologi che non rispettano le regole e credono ai tesori. Scarlett crede alla miracolosa pietra filosofale ed è decisa ad andarla a prendere, con amici reticenti e piccoli mercenari assetati di denaro, nella tomba del più famoso alchimista. A chilometri sotto il suolo, lontano dalle stelle. La portano lì furti di indizi, trucchi, giochi d'astuzia che da piccolo, quando avevo la febbre e guardavo cose come Il tesoro dei templari, mi piacevano da impazzire e, per sete di sapere, si troverà catapultata in un personale inferno che ha un po' dell'antico Egitto, un po' della Divina Commedia. Cosa ci fanno bambini persi nelle catacombe? Cosa ci fa, nelle grotte, una macchina in fiamme? Com'è possibile che, nel silenzio, si senta lo squillo di un telefono fantasma? Le risposte alle domande prendono per la gola, ma ottenerle – o non ottenerle – non soddisfa pienamente. Il difetto di Necropolis è un epilogo sbrigativo e felice, anche per chi ama il lieto fine come me. Con una dose maggiore di cattiveria, questa grotta degli orrori che già fa una figura decorosa avrebbe avuto una marcia in più. Per chi legge Dan Brown e Paragorn Hotel, storie di ordinaria perdizione. (6)

I film italiani non li disdegno. Le commedie però le guardo, ma non mi viene niente da dire. Si sa già di che parlano (ossia di poco), e si sa già come sono (poca roba). Due paroline per Scusate se esisto! le spendo. Faccio un'eccezione per la Cortellesi e per un film che parla di argomenti attuali con il sorriso. Uno di quelli naturali, non da fototessera. Avete presente la fuga dei cervelli? Bene. Uno di quei cervelli è rientrato in patria. Serena ne ha fatta di strada e, da un paesino tra i monti abruzzesi, è volata a Londra. Ma aveva nostalgia di casa. A sua spese è ritornata, e la aspettano una Roma periferica, in cui la crisi si vede, come un condomino disordinato e sporco. Il lavoro – uno dei tanti - le fa conoscere Francesco. L'uomo perfetto... in cerca dell'altro uomo perfetto. Gay e padre di un figlio, Francesco accetta Serena come coinquilina. In quell'appartamento si daranno il cambio amanti mezzi nudi e, tra false identità e fraintendimenti, si costruirà lo scenario coloratissimo di una graziosa commedia degli equivoci. Con al comando una Bridget Jones dall'accento meridionale, il nuovo film di Riccardo Milani è un Will & Grace nostrano che parla delle donne e del posto fisso, di uomini che amano altri uomini, del pregiudizio e dell'accettazione del diverso. La regia è standard, la trama è un collage di situazioni riuscite, gli attori sono in parte e formano una piacevole galleria di personaggi bizzarri. Grande mattatrice Paola Cortellesi, con al suo fianco un Bova che si lascia condurre nelle danze. Pessimo nel recente Fratelli Unici, qui ci mette il fisico scolpito, la faccia e tanta ironia. Esilarante la partecipazione di Marco Bocci: il tenebroso Calcaterra della tv che diverte moltissimo in vesti, come dire?, gaie. Epilogo aperto e non scontato, una punta di amarezza nei pranzi in famiglia, la voglia lodevole di fare andare a braccetto satira e rom com. Arrivato prima dei cinepanettoni, un prodotto della tradizione nostrana che, con la sua vaga dolcezza di fondo, a lungo andare non dà nausea. (6,5)

sabato 27 dicembre 2014

I ♥ Telefilm: The Affair, The Fall, Scrotall Recall, Lizzie Borden Took An Ax

The Affair
Stagione I
A Noah, professore di mezz'età con un nome nell'editoria, alcune cose non piacciono. Passare le vacanze sotto gli occhi accusatori dei suoi suoceri ricchi e spietati; essere interrotto, quando fa l'amore con la moglie, dai più piccoli dei suoi quattro figli; dipendere dagli altri. Ma, in lista, ci sono anche cose a cui non resiste: gli sguardi lascivi delle donne che, in piscina, continuano a desiderlo; le spiagge bianche e le passeggiate notturne sul bagnasciuga, di notte, gratis; sentirsi giovane, anche se una vispa figlia adolescente, una moglie che pensa di stare invecchiando velocemente e una vita sedentaria testimoniano il contrario. Allison, invece, vive in un luogo che d'estate è pieno e d'inverno è vuoto. Sul mare. Quel mare che, anni prima, ha inghiottito il suo unico figlio e non l'ha più restituito. Ora è vuota lei. Con la cicatrice di un parto e le borse sotto gli occhi, non ha neanche trent'anni e, anche se quel marito sportivo e bello la desidera oltre il dolore e i mille silenzi, lì si sente morire. Noah e Allison avrebbero tutte le carte in regola per la felicità, ma non è cosa per loro. Malinconici, incompleti, si incontrano in una tavola calda: lei serve ai tavoli, lui paga la colazione alla sua famiglia. Si piacciono e non si colpevolizzano. Si incontrano in stanze d'albergo e lui non pensa alla fede che gli stringe il dito, lei alla perdita che gli avvelena l'esistenza. Fanno l'amore in tutti i luoghi e in tutte le posizioni, piangono, si confidano: a letto, intrecciati. The Affair, nuovo dramma targato Showtime, mi ha colpito sin dal pilot, che era pressochè perfetto. L'erotismo sempre elegante, la passione irrefrenabile, i diritti e i doveri di ogni coniuge, il giallo. Questa ordinaria storia di tradimenti e sofferenze ha più di un mistero, ma l'amore è il più antico. Si parte in un commissariato di polizia e i due protagonisti si raccontano, difendendosi da un'accusa che non conosciamo. Cos'è è successo l'estate prima? Ogni episodio è spaccato in due: la versione di lui, la versione di lei. Alcune cose coincidono, altre sono discordanti. Chi mente per quale motivo mente? Dopo dieci episodi belli densi, ma che hanno però conosciuto qualche notevole rallentamento nella parte centrale, la prima stagione di questa interessante novità non ci dà ogni risposta. Restano i buchi nelle trame e cose che il mare, presente perfino nella strana sigla, non ha riportato sulla terra ferma. Mi ha affascinato a lungo – tutto dialogato e intimista com'è – ma non sempre l'ho capito: ma forse proprio questo è il bello. Le lacune volontarie e le omissioni; le problematiche che il medico, premuroso, ci ha nascosto, nell'esaminare al dettaglio questi cuori adulti. Maura Tierney (E.R) e Joshua Jackson (Dawson's Creek) danno spessore e credibilità ai coniugi traditi – lei è più tollerabile che altrove, lui è cresciutissimo. I traditori, invece, sono le sorprese Dominic West e Ruth Wilson. Lui, attore inglese a proprio agio con l'americano e le scene di nudo, ha il volto che è tutto una ruga e un fascino insospettabile. La Wilson, ignorata fino a questo momento, è la punta di diamante: moderna, piccola, disperata, bella. Va di moda, ultimamente, guardare la fragilità dei sentimenti da ogni prospettiva: al cinema c'è Fincher che ci dice che l'amore è bugiardo; Kubrick pensava nel suo ultimo film che tutto, alla fine, si riducesse a “scopare”; in Closer si tradiva con gli occhi e in Little Children la borghesia si toglieva biancheria intima e maschere. The Affair, anche se inevitabilmente messo in ombra da titoli così grandi, ha ancora la sua da dire. E se a dirlo sono attori particolarmente in gamba, meglio. (7,5)

The Fall - Caccia al serial killer
Stagione I
Avevo snobbato The Fall. Avevo fatto male. Con la seconda stagione appena conclusa in patria, io ho comodamente recuperato la prima. La danno su Sky. Temevo ritmi lenti, sbadigli, quegli episodi di un'ora che trovo insormontabili. Ma, d'altra parte, le puntate erano solo cinque e, battendo il 2014 al suo stesso gioco, volevo concludere una serie nuova prima che si concludesse l'anno vecchio. Inutili sfide personali. Quella scelta affidata al caso si è rivelata azzeccata. Ho scoperto un'interessante produzione irlandese e vi dico che merita. Perché The Fall è il solito poliziesco britannico, la storia ormai risaputa dell'eterna lotta tra buoni e cattivi, ma ha guizzi, singoli passaggi, spunti che riescono a isolarlo. Si sa distinguere dalla massa pulsante di distintivi, cacce all'uomo e pistole, e non è cosa da poco quando è tutto già visto. Le sue cifre stilistiche, annidate in una regia fine e dinamica e in una fotografia cupa, uggiosa, minacciosa che fa cadere continuamente la piogga – e le tenebre – su quella Belfast spaesante, dilaniata. La storyline, piuttosto frastagliata, in realtà si focalizza spesso su aspetti secondari lontani dall'indagine portante, superflui. The Fall si eclissa in quei momenti e si accende, in risposta, quando sullo schermo compaiono loro. Gli sceneggiatori tratteggiano due personaggi e i loro misteri e, con intelligenza, sfatano il mito delle eroine perfette e dei maniaci incapaci di relazionarsi agli altri. Lei dorme nel suo ufficio e va a letto con uomini sposati; lui ha famiglia, gatto e baby sitter. Dopo la gloria con X-Files e il successivo oblio, Gillian Anderson, rivelandosi più affascinante e talentuosa di quanto ce la ricordassimo tutti, dà gradite conferme – già in Hannibal, d'altro canto, è superba. Il vero motivo per cui The Fall è stato doppiato in italiano, il punto di forza di ogni cosa, però si chiama Jamie Dornan e, comparsa in Once Upon a Time e modello Calvin Klein, a febbraio sarà il tanto amato quanto sbeffeggiato Christian Grey. E sapete che vi dico? Che era ingiusto che uno con due occhi così rimanesse nascosto. Meritava un trampolino di lancio: felice che lo abbia avuto, meno che sarà associato a vita, tipo, alle Sfumature. Ricordatelo come Paul Spector: a essere tenebroso è tenebroso; a essere bello è bello, anzi bellissimo; a essere pazzo è pazzo, e scommetto che di rado, altrove, apparirà così bravo. Il ruolo gli calza a pennello e lui, minuto ma col dono del carisma, è un magnete. Ha la faccia, il talento, la credibilità... e pure la mia totale invidia. La polizia e il crimine hanno lo stesso ruolo, dunque, e pari importanza: sono protagonisti. I sintagmi alternati, frequentissimi, li mettono a confronto sin dal pilot: sono distanti, ma ogni episodio è un passo verso l'altro. Cosa succederà quando Stella Gibson incontrerà Paul Spector? Ci si augura che il momento arriverà tardi, anche se è brutto auspicare per quell'assassino di donne un altro giorno di libertà. La cosa curiosa è che conosci più il killer che chi lo bracca. Stella, ligia al dovere e distaccata, resta al di là di un vetro; mentre di Paul sai che lavoro fa, dove abita, a che ora fa il bagno ai suoi figli, cosa sogna. E, cosa terrificante, sei in empatia con lui. (7,5)

Scrotall Recall
Stagione I
Ma che volgarità. Lo so: lo state pensando. Non mentite. Anche chi conosce due parole messe in croce d'inglese lo sa, tanto. Che “scrotall” ha inevitabilmente qualcosa a che fare con i testicoli, grossomodo, e che i testicoli sono argomento da evitare in tivù. Gli organi dell'apparato riproduttore maschile non sono esattamente il massimo, è vero - antiestetici e tutto: chi ci farebbe mai una serie? In realtà, titolo equivoco a parte, Scrotall Recall è una commedia romantica brillante, veloce, divertente e molto inglese che no, non sta sulle balle. Anche se quelle, ed il sesso in genere, sono state un guaio per Dylan: non proprio uno sciupafemmine, che eppure ha il suo bel daffare quando si scopre portatore di una temibile malattia venerea. La clamidia. Su Wikipedia spiegano cosa sia nel dettaglio, ma io non approfondirei. Insomma, Dylan ha la clamidia e potrebbe averla passata alle sue recenti partner sessuali. Aiutato da un tontolone di migliore amico, ripesca i nomi delle ex dalla sua rubrica telefonica, li dispone in ordine alfabetico e le chiama. Sapete come vanno queste cose: ciao, come stai?, ti ricordi?, sai che ti ho attaccato la clamidia? Le chiamate, le visite porta a porta, le email animano una spirale colorata di ricordi e ognuna delle sei puntate, per venticinque minuti, ci porta tra gli amori e le botte e via del simpatico protagonista. Ma ogni puntata, lontana dal pericolo “grasse risate”, è una piccola storia d'amore a sé stante. Prima di portarle a letto, Dylan aveva voluto conoscerle. Lui ha lasciato loro qualcosa (involontariamente, okay); loro cosa hanno lasciato a lui? Il difetto della serie è uno solo: è troppo breve per volerle bene a dovere, ma ci si può lavorare. Andando avanti, mi piacerebbe anche di più. Parte a sorpresa, dal nulla, e finisce a sorpresa, nel nulla. Per sapere come andrà, a chi toccherà la prossima chiamata, qual è la ragazza della vita di Dylan, ci toccherà aspettare non la prossima puntata, bensì la prossima stagione. Un annetto. Sempre che la prossima stagione arrivi. Wikipedia non si esprime a tal proposito. Io faccio il tifo per Scrotall – uso un affettuoso diminutivo, ebbene sì – e per la coppia composta dal fresco Johnny Flynn e da quello schianto di Antonia Thomas (carnagione scura, occhi di ghiaccio, Misfits). Riusciranno a ribellarsi alla regola dell'amico e a un matrimonio già annunciato? L'amore fa male – soprattutto quando urini. (6,5)

Lizzie Borden Took An Ax
Film TV
La Lifetime, universalmente associata ai film per famiglie e alle zuccherose produzioni natalizie, ultimamente si sta scoprendo trasgressiva. Più o meno, dico. Dopo le torture psicologiche, gli incesti e le sevizie del controverso Flowers in the attic, propone questa volta la storia vera di un'assassina spietata che, dopo aver presumibilmente massacrato i genitori a colpi di scure, riuscì a farla franca. Ambientato sul finire dell'ottocento e, a metà tra un mistery e un thriller giudiziario, nonostante un budget limitatissimo che mostra nel corso della durata tutte le sue varie pecche, Lizzie Borden took an ax è discreto. Un'ora e venti costa indugiare sulla soglia di un caso di cronaca nera mai dimenticato e la regia piatta, la resa scolastica e una colonna sonora moderna, fastidiosa, smargiassa non permettono di andare oltre, purtroppo. Ma la base scricchiola, anche se sotto sotto è solida; c'è del potenziale inespresso. Troppe cose che si capiscono sì e no, ma non c'è nessuno a dirle espressamente. La mancanza di dettagli rende tutto un po' leggenda, una filastrocca macabra da cantare a mezzanotte, ma si potrebbe parlare a lungo degli impulsi oscuri della protagonista, dei suoi segreti moventi, delle sue voglie, di quanti gradini fece esattamente per raggiungere la camera da letto in cui avrebbe fatto a pezzi la matrigna o il salotto in cui avrebbe colpito ancora, ancora e ancora il padre appisolato. Ha il fascino dei mostri, questa Lizzie Borden, e la valida attrice che la interpreta fa il possibile. Christina Ricci è un piccolo angelo del male. Dolce ed inquietante, incantevole a modo suo, dà il suo viso strano, quasi burtoniano, all'assassina. Minuta, seducente, sociopatica, è l'autentico perché di questo trascurabile film per la tv e, mentre sussurra confessioni all'orecchio della sorella, ci dà uno dei momenti più ansiogeni della pellicola. Qualche brivido. Il mio è un commento, ma anche un'anticipazione. Lizzie Borden took an ax, il prossimo anno, diventerà una miniserie in sei episodi e, con un regista dotato di maggiore buon gusto, sempre con la Ricci a bordo, potrebbe sprigionare tutta la sua furia rossa, tutto il suo palese potenziale. Certe storie vanno... sviscerate. (5,5)

sabato 23 agosto 2014

Mr Ciak - Edizione speciale: Robin Williams (Mrs Doubtfire, L'attimo fuggente, Al di là dei sogni, One Hour Photo)


Ci sono i film per l'infanzia, e poi c'è Mrs Doubtfire. Il film per l'infanzia. Con Robin Williams che, quando i miei non erano in casa, mi faceva da baby-sitter. Guai se i miei dicevano che io e mio fratello avevamo bisogno di una tata, come i figli piagnucolosi dei nostri vicini. Ma guai ad ammettere che io avevo un po' di preoccupazione a stare da solo. Mamma ho perso l'aereo – altra commedia, altro Columbus – insegnava ai genitori a non scordare i figli in città e a non lasciare entrare estranei in casa. Chi non conosci ha brutte intenzioni, e i ladri rubavano gioielli, soldi e bimbi piccoli per chiedere poi un riscatto. Ma quali gioielli, ma quali soldi...? In casa, al massimo, c'erano solo due carinissimi esponenti dell'ultima categoria: bambini. Circondandomi di giocattoli e altri strumenti di tortura, mettevo su una videocassetta che ormai conoscevo a memoria, così da poter seguire con un occhio il film e con l'altro mirare alla porta d'ingresso. Iniziava il film, invece, e io mi dimenticavo di tutto. Il fatto di conoscerlo da cima a fondo era scusa perfetta per anticipare le battute dei protagonisti, infastidire con anticipazioni spietate l'altro attento spettatore, fare vocioni grosse e vocine acute, per imitare il più camaleontico e buffo dei personaggi. Mrs Doubtfire, uscito nei cinema un anno prima che io nascessi, mi ha cresciuto, fino a quando il nastro non si è consumato e io, costernato, sono dovuto passare al dvd. Conservo ricordi vivi di questo film, anche se – con la scusa di averlo dimenticato – lo rivedrei volentieri oggi e pure domani. Con la consapevolezza del poi, riesco a vedere la mia infanzia così: comune, spensierata, quieta. In realtà, il Michele che guardava Mrs Doubtfire era già un bambino troppo incline alla malinconia: con poca esperienza del mondo, pensavo che tutte le famiglie dovessero vivere in pace come in un bel film e che solo nella mia, sballottata spesso e volentieri da una parte all'altra d'Italia, ci fossero litigi, malintesi, traslochi. E se, al posto della vecchia casa, un anno, avessi dovuto rinunciare alla mia mamma o al mio papà, per un nuovo genitore che non volevo? Capita, crescendo, di sbucciarsi un ginocchio e di cadere dalla bici. I miei genitori – a anche quelli nelle case degli altri – alzavano la voce perché starnazzare era il loro modo di farsi male e curarsi; di crescere insieme. In un universo di felici case del Mulino Bianco, la famiglia Hillard mi ha insegnato che a volte le coppie scoppiano, che il lieto fine non puoi catturarlo, ma che l'amore non passa. Non quello per un figlio, con cui vedresti anche i più brutti dei cartoni animati mai pensati. Robin Williams, qui, fa di più: si intrufola nelle vite dei suoi figli come un agente segreto sotto copertura. Un angelo custode in missione per la famiglia che ha la parrucca bianca, le calze contenitive, le tette di gomma che vanno a fuoco. Quella volta ho scoperto che c'è chi cambia sesso davvero, non per finta: si chiama “transessualità” (che strana parola!) e, anche se non si torna più indietro, è una cosa di cui non ridere. Quella volta, invece, ho riso come un matto per i chili di trucco, le trasformazioni impressionati, i donnoni che facevano la pipì all'impiedi come me, che al water ci arrivavo a stento. Una volta ho anche pianto, perché non era giusto quel finale dal gusto amaro... ma una volta sola. Tutte le altre, ho lodato il magico realismo che quel Tootsie per bambini aveva il coraggio di mantenere. Tra tutti, questo è quello che ho visto più volte – quando avevo la febbre, quando ero solo, quando mi andava. Ho accolto la notizia della morte del suo protagonista con un sorriso triste. Al mare, quel giorno, ho guardato la mia vicina d'ombrellone: una signora di una certa età, alta e massiccia, con un impeccabile cocco biondo e la passione per gli sport, i libri, gli hobby dei giovani. E' da quando la conosciamo che, tra noi, la chiamiamo segretamente Iphigenia. Il cognome, non detto: Doubtfire. (9)

Ancora prima di iniziare il liceo, a me Orazio l'aveva insegnato L'attimo fuggente. Per me, per anni e anni, l'invito a non sprecare un'ora, un secondo, un'eternità è appartenuto non a un'antichità difficile da immaginare, ma a un omino paffuto, affabile e sognatore che esortava, dalla cima della sua cattedra e del suo metro e settanta, i suoi alunni al carpe diem. Ho scoperto che la citazione era di gran lunga precedente al 1989, e di parecchio, anche se a me – nato qualche anno più tardi – anche il finire degli anni '80 appariva cosa indefinita e astratta. Questione di prospettive, suppongo. Apparteneva ad altri ingegni e ad altre epoche. Ma niente da fare: mai come adesso non c'è voce diversa da cui voglia sentirla pronunciare. Robin Williams per la vita. Qui, nelle vesti comuni del professor John Keating, l'insegnante che tutti sognavano, ma che nessuno ha mai avuto. Io ci ho riempito i miei temi delle elementari e delle medie coi suoi piccoli e memorabili inni. Io, su di lui, ho disegnato la scuola che vorrei. Capivo che c'era un po' di Keating quando alla prof di greco, umana come tutti, scappava una parolaccia bella e buona, perché la campanella non si decideva a suonare o lei non si decideva a smettere di fumare; quando, a lezione di chimica, spiegando il trasporto attivo, io ero stato una molecola e il mio compagno di banco un'altra per mostrare alla classe i sottili e teatrali meccanismi della scienza secondo noi; quando, anche se le possibilità di lavoro sono magre, lo scorso annno ho scelto Lettere senza pensarci. Non avrei potuto scegliere qualcosa che non fosse mio, mi dicevo e me lo diceva anche Robin: se c'è la passione, ma purché sia grande grande, il resto segue a ruota. E gli imprevisti succedono, e gli accidenti capitano, ma tutto disegna giorno per giorno i contorni della nostra esistenza. Lo fa L'attimo fuggente, almeno: una commedia poetica, emozionante e iconica che parla di gente morta che ci insegna com'è che va la vita. Possibile? A vent'anni, dopo un gesto che ha reso il prof di Robin Williams drammaticamente vicino al più fragile, emotivo e artistoide dei personaggi del film di Peter Weir, l'ho visto con occhi annebbiati e spirito stravolto. Più commosso ancora, nel sentire il professore dire che non siamo altro che cibo per vermi, ma che dalla nascita al fetore della putrefazione ne passa di meraviglioso, irripetibile tempo. Il tuo, Robin, non è andato sprecato, non preoccuparti. Di diritto, adesso, lui entra nelle fila della Dead Poet Society. Purtroppo, è morto; ma è stato un poeta e un oratore eccellente, unico anche col più stiracchiato dei copioni; ha creato una società di fan di tutte le età che lo piangono come un parente e riempiono i muri invisibili dei social di idee pazzesche – appartenute a lui, appartenute ai suoi personaggi: ché poi è lo stesso. Lui era i suoi personaggi. Il suo corpo, su una barchetta di legno costruita su misura, va alla deriva, nel mare della storia del cinema, come fosse un condottiero vichingo. E chiedi a un giovanissimo Ethan Hawke, al superbo Robert Sean Leonard e a tutti quelli cresciuti sotto le insegne di Onore, Disciplina e Tradizione di farti largo per dire, una volta nella vita, “O capitano, mio capitano”. Anche se non sai leggere a voce alta. Anche se ti senti incompreso. Anche se vivi di nascosto. L'attimo, tanto, arriva. Salite sul banco e andate a raccoglierlo dall'altra parte di ciò che l'occhio, limitato, vede. (8)

Invece, a quattro o cinque anni, la Divina Commedia l'avevo scoperta con Al di là dei sogni. Non avevo dovuto aspettare neppure la prima elementare. Mi ci ero avvicinato come fosse una favola. E, a lungo, mi è piaciuto pensare questo: che Dante, in realtà, avesse firmato una delle più belle storie d'amore mai raccontate. Quando, quella mattina, avete saputo la notizia, voi che avete fatto, a cosa avete pensato? Il mio primo ricordo di lui era legato a questo film, particolarmente significativo, eppure visto qualche volta appena. L'avevo immaginato, mentre, come nella canzone di Modugno, si dipingeva le mani e la faccia di blu, in un Paradiso disegnato dal nulla con gli effetti speciali e gli acquerelli. Un uomo coraggioso, con un sorriso e un pianto che contagiano, che camminava in un aldilà liquido, scomposto, ancora fresco di vernice. C'era scritto non toccare. Ma i fiori sembravano così veri, il mare così azzurro, i gabbiani così vivi: il tocco di quella natura irreale lasciava i segni dell'arte sulle mani. Ispirato all'omonimo romanzo del compianto Richard Matheson, Al di là dei sogni è una malinconica gita in compagnia della morte, in cui il Regno dei cieli, costruito su teorie new age e filosofie orientali, ha le forme di un capolavoro di quadro impressionista. Onde di colore, merletti di ombre, bagni di luce. Correre tra i papaveri di Monet, volare nei cieli di Van Gogh, trascorrere le domeniche pomeriggio al Grand-Jatte di Seurat. Il destino di un dottore come Patch Adams; un uomo dolce e buono che aveva sofferto quello che nessun padre dovrebbe soffrire. La perdita dei suoi figli. Aveva provato a raccontare loro, alla morte del loro vecchio dalmata, cosa fosse il Paradiso: un'idea lontana, per due bambini che scoppiavano di vita. Invece, prima di lui, vanno via. E lui, quattro anni dopo, li segue, lasciando sola una moglie di cui nessuno può più raccogliere i pezzi: una famiglia distrutta dal traffico, dalla strada e, infine, dal dolore più forte. Chris ha incontrato la sua Annie ai piedi di un lago: lei era in barca, aveva i capelli nerissimi e uno scialle rosso. Sognavano di andare lì, quando sarebbero stati vecchi, pensionati, innamoratissimi. I pensieri positivi di Robin Williams hanno aiutato una potente, distrutta e splendida Annabella Sciorra a non tagliarsi più. Gli squarci alle vene si sono chiusi e, della depressione, resta un caschetto corto, una cicatrice, il soggiorno nel verde di una clinica psichiatrica. Quando il marito muore, cosa resta? Raggiungerlo. Mentre Chris sguazza nel suo angolo di cielo, che ha lo stile e le strutture di un quadro della moglie, Annie si ritrova altrove, senza memoria. Al di là dei sogni, così, si trasforma in un folle volo, un'impresa impossibile: esplorare l'altro lato del cielo, varcare le porte dell'inferno, per poi rinascere, con la speranza che l'amore della nostra vita – nonostante l'oblio – possa riconoscerci. Non siamo nessuno per mettere bocca nel dolore di un'altra persona. Per capire cosa significa l'amore quando c'è e quando invece non c'è. Il fantasioso melodramma di Vincent Ward, con i suoi effetti speciali all'avanguardia e la più macabra e tenera delle storie, canta amori e morti violente, suicidio, gioie ultraterrene e amarezze terrestri. E' un colore che non va via. Cuba Gooding Jr. è Virgilio, Max Von Sydow è Caronte, Robin Williams è sia Dante che Beatrice. Narratore della sua storia, attore del suo dramma, salvatore. Orfeo, ma con una Euridice da salvare da se stessa e da demoni che chi ha la fortuna di non conoscere non può vedere e basta. (7)

Non esistono. I ritratti di famiglie infelici. Le famiglie felici. I matrimoni inattaccabili, i figli perfetti. Invenzioni da giornali, soggetti per primi piani da rivista. Cose che invece esistono: gli interpreti forbidabili. Ma non quelli semplicemente passabili. Io parlo di quelli così bravi da cambiare le sorti di un film. Questo è il caso del Robin Williams che possiamo ammirare in One Our Photo. Un thriller che, ragionandoci sopra, è da brividi per un solo motivo: il lavoro eccelso nella costruzione di un protagonista cattivo, eppure raro. Ho recuperato il film solo adesso, tardi. L'idea che mi stessi per perdere una prova di simile pregio mi fa piangere il cuore. Questo è uno dei Robin Williams migliori di cui avrò memoria. L'ennesimo Oscar mancato nella sua carriera, un ruolo inedito. Indelebile, il ricordo di lui che, coi capelli ossigenati, la stempiatura evidente, gli occhi più blu del blu, si aggira tra i corridoi spogli di questo film bianco ospedale e verde acido. La prima prova da regista del futuro autore del fortissimo Non lasciarmi, tralasciando qualche cruda e intrigante trovata formale, ha intoppi che potrebbero far crollare il tutto nel territorio del tv movie. Momenti diluiti, tòpoi abusati. L'idea classica, ad esempio, di un ossessione che ti porta a cancellare il volto del rivale in foto. Il fatto che ad impugnare il coltellino e a cancellare la faccia di suola di Michael Vartan, però, sia un Williams in forma smagliante dà senso al tutto e, da nulla, riscrive una storia tipica. Un film da poco diventa perciò un gran film grazie a Seymour Parrish e alle sue smanie. Un uomo mite, gentile, solo, affetto da una malinconia che fa danni. Ispira simpatia, mette addosso una tristezza gelida. Cerca attenzioni come un bambino, elemosina la tua compagnia con scuse patetiche come chi è dimenticato dai propri simili. Sviluppa foto. Spia le vite degli altri, mette a posto cose. Colleziona frammenti di vita degli Yorkin su una parete che testimonia i loro cambiamenti: la nascita di un bambino, gli ultimi tagli di capelli, la casa nuova in un quartiere alla moda... Il film è una foto della foto. Un muro, contro cui rimbalza il suono, con i primi piani sulle espressioni mutevoli - ora placide, ora furenti – di un attore benevolo che, eppure, sa far paura. La foto segnaletica di un mancato assassino. Il ritratto di un addetto alle stampe che ha vinto il titolo di miglior impiegato del mese, e di peggior incubo diurno. Le macchinette che sono diventate digitali, i rullini in via d'estinzione. Un personaggio che, arrendendosi al progresso della tecnologia, non esiste più. Catturato dal flash, per sbaglio, prima della cassa integrazione, di una mensa dei poveri, di un passo falso di troppo. (6,5)

venerdì 1 agosto 2014

Mr Ciak #41: Anarchia, 22 Jump Street, Chef, The Dreamers e un po' di altre cose (recuperate, riviste, in giacenza)


Ciao, amici. Primo post del mese di agosto. Cavolo, come abbiamo fatto ad arrivare al mese di agosto? Rintanati in casa, tra l'altro, perché il tempo minaccia tempeste un giorno sì e l'altro pure. Io preparo svogliatamente un altro esame, leggo, guardo film. Ma non preoccupatevi: parecchi film di questo post risalgono a una vita fa. Avevo scritto due parole, all'epoca, e lasciarle lì mi sembrava male. Poi il tempo sarà pessimo anche da voi: e se voleste qualcosa da vedere? Perciò ecco un'altra carrellata. Al cinema trovate Anarchia, Chef, 22 Jump Street. Tra i film rivisti, invece, il controverso The Dreamers e il sopravvalutato Shakespeare in love, a cui ho dato un'occhiata in vista dell'esame di Storia del Teatro Inglese. Gli altri, molti inediti e molti disponibili anche da noi, meritavano giusto qualche parolina. E' tutto. Scrivetemi se avete visto qualcosa, se avete intenzione di vedere qualcosa, quali sono stati i vostri film della settimana... Quello che volete. Io, su consiglio di amici blogger come Marco, di Pensieri Cannibali, ho recuperato qualcosa della filmografia dell'enfant prodige canadese Xavier Dolan: c'è da parlarne, sicuramente, e magari lo faccio la prossima volta. Un abbraccio, M.

In un futuro non precisato, c'è una notte dell'anno in cui puoi purificarti nel sangue di chi non ti è amico. La notte del giudizio. E' così che si chiamava un horror uscito lo scorso anno, con budget limitato e un'idea forte alla base. The Purge divertiva: un thriller home invasion, con strizzate d'occhio a Funny Games e uno sfondo distopico. Gli incassi hanno dato l'input a un seguito, arrivato puntuale e ben voluto. Zitta zitta, in questa estate piovosa, ma assai arida di film, giunge alle nostre porte l'Anarchia. Un film d'intrattenimento non male. Slegato dal primo, sceglie gli spazi aperti e atmosfere alla Mad Max. Gli attori sono sempre pochi – spicca Frank Grillo – e i protagonisti dovranno vedersela con le ostilità dell'esterno. Torti personali, fughe nel cuore della notte: uccidere o essere uccisi. Meno crudo e anche meno innovativo di quel che appaia – continui i riferimenti a Carpenter, Kubrick e a saghe come Hunger Games – è una riflessione cinica e pungente su certi lati della cara America. La violenza non sta nelle immagini, ma in una tematica che fa porre domande e stuzzica ombre buie della fantasia. Questo sequel, tutto azione, aperto al perdono e ai suoi lati positivi, si chiude con un tocco di bontà poco dannoso. Qualche ricorso di troppo a un deus ex machina spuntato per botta di culo, qualche filo dell'intreccio lasciato per conto suo, ingenuità perdonabili. Siamo ad agosto e già trovare un film discreto, al cinema, è troppo. Per la perfezione, cercare altrove. Un B movie che nasconde al mondo i suoi limiti, con adrenalina, sudore e ipotesi di fuoco. (6,5)

Quando una chiusa epica segna la fine di un film molto ordinario. Titoli di coda originali e imperdibili. Molto più di questo sequel, che non è all'altezza della simpatia del primo. Solita cosa, ma tanta autoironia. Si parla, tra le righe, dell'inutilità dei seguiti, dei franchising cinematografici, di alti budget per film discutibili. Se è conscio dei propri limiti, questo lo rende... meno superfluo? Fa venire voglia di estate, con le sue feste a cielo aperto e gli eccessi. E qui, da me, piove e tira vento: che amarezza. La strana coppia Hill-Tatum funziona, ma le gag sono minestra riscaldata. Sanno anche loro di essere un po' troppo vecchi, ormai, per il genere. Lo dicono e lo ribadiscono, in una prima ora e trenta che scorre, ma senza nessi logici. E' fuffa. Gli ultimi quaranta minuti, i migliori, regalano sorrisi, trovate impossibili, velocità. I momenti più riusciti sono i siparietti con Ice Cube. Carino, ma di una comicità che non sempre coinvolge. Scemo e più scemo con i pistoloni di Bad Boys. Di 21 Jump Street, visto all'epoca dell'uscita, ho un ricordo più che positivo. Ma saranno i ricordi che, questa volta, mi ingannano? Non vi alzate dalle poltrone prima della fine, voi. L'unica cosa, insieme al buffo colpo di scena, meritevole davvero. (5)

Jon Favreau – regista di Iron Man – mette faccia, pancia, colesterolo e un cuore di ciccia in Chef, la sua commedia indipendente. Un film leggero, caloroso e coinvolgente su un cuoco che, dopo la stroncatura di un cattivissimo blogger (no, non ero io, ma dovrei informarmi: mangiare gratis ai ristoranti, gnam! Tanto il fashion blogger non lo posso fare: sogni infranti...) e una sfuriata tremenda rimbalzata su tutti i Social del pianeta, compra un camion rugginoso e, col suo amico di sempre, gira l'America, vendendo panini e caloriche squisitezze in un viaggio on the road profumato, intimo e divertente. La sua passione gli ha portato fianchi larghi, divorzio, un rapporto inesistente col figlio ancora piccolo, inimicizie, un autentico caratteraccio. La sua passione, diventata lavoro, non era più tale. Licenziarsi e osare un po' sarà un gran bel colpo di testa. Venghino, signori: venghino! Il ristorante ambulante di Favreau apre i battenti e, spendendo poco, si mangia, si beve e si chiacchiera. Attirati dall'odorino invitante e non dal frusciare delle banconote, si vedono in giro grandi nomi che – per amicizia – fanno da sponsor e ci mettono la faccia. Una sexy e mora Johansson e, al seguito, Hoffman, Downey Jr, Platt, Bobby Cannavale. Il film, però, è tutto loro: il duo Favreau-Leguizamo è sfavillante, Sofia Vergara incanta e lo spigliato Emjay Anthony è un bambinetto preoce e curioso, che odia la birra e fa di Twitter un'impensata arma di successo. Una commedia familiare su ruote e ai fornelli, che ti prende per la gola e ti manda cartoline e tweet dagli spettacolari posti che visita. Finito di vedere in tarda serata avevo anche una certa fame. E uno spuntino di mezzanotte no? (6,5)

Un giovane americano, una città straniera, il rifugiarsi tra cinema e libri. Per fuggire, codardo inguaribile e pacifista convinto, da un Paese che vuole ragazzi come lui, per spedirli in una guerra lontana. Mentre fuori impazzano le manifestazioni e il '68 europeo reclama incontaminati ideali, lui viene coinvolto in un circolo d'anime che è un lusso per pochi. Isabelle e Theo – fratelli, gemelli, qualcosa di più – aprono a Matthew le porte della loro reggia e lo lasciano entrare: in stanze che pulsano di desiderio, libertà sfrenata, canzoni ispiratrici. L'abc, il Bignami della storia del cinema. Il cinema che parla di sé. I protagonisti sono appassionati che non si perdono una proiezione; che – in sala – ci tengono a occupare la prima fila; che girano liberissimi remake a ogni impresa, movimento, sguardo. La pellicola, riflessione sui poteri dei registi d'ogni dove, è la corte di questi tre amanti. Salvaggia. Un gioco della bottiglia raffinato, turbolento e crudele in cui ci si sfida a fare cose. Obbligo o verità? In palio, il terzo posto da occupare. Uno spazio in quella parentesi genetica, in quelle indecorose affinità elettive: l'onore di essere due gemelli siamesi, più uno. Il film ha un regista invisibile e uno sguardo lascivo. Anche attaccarsi alla stessa bottiglia, aggiustarsi il rossetto, soffiarsi il fumo nella bocca sa essere seducente. Si capisce, anche se non si vede. Che ci sono i nudi frontali, i ménage à trois, il sesso ed eppure potrebbe esserci anche altro, tra questi due bambini dispettosi che trattano il terzo come una bambola. The Dreamers è un intrattenimento d'autore sospeso e sognante, etereo e lontano dalla realtà, come un dramma bucolico della Grecia antica. Sa di gioventù senza limiti. Anche se ambientato tutto in un appartamento. Anche se girato undici anni fa, da un regista settantenne, con un trio di attori con trenta candeline spente sull'ultima torta. Si ci sveglia, calati nel reale, e l'amor(al)e incanto non dura. Bertolucci descrive una fase della vita da lui sperimentata chissà quando. Gli bastano poesia, leggerezza e un grande segreto. I ventenni vogliono le stesse cose; ma non ditelo in giro. Le rivoluzioni culturali e, perché no, anche una casa sospesa nel tempo da condividere con loro. Un candido Michael Pitt; un ombroso Louis Garrel; una travolgente Eva Green – con il nome della prima abitatrice del mondo - nata già donna, con gli occhi da vergine e il corpo da Venere di Milo. Un sogno erotico per tutti gli sfiorati da Morfeo. Adulti, non svegliateci. (8)

Film strapremiato, arrivato al cinema quando io avevo qualcosa come cinque anni. Visto all'epoca e mai più recuperato. Alcune cose le ricordavo. La Paltrow che, coi capelli sciolti, volteggiava per liberarsi della fascia che le comprimeva il seno. Rush bonariamente torturato nella prima scena. Il film nel film, il teatro nel teatro: Shakespeare in Love, mentre in scena andava Romeo & Giulietta. La storia d'amore dietro la tragedia, la realtà dietro il mito. Realtà? Tutto è farsa anche nel gioiello di commedia diretto dal sapiente John Madden, ma incanta e tu, spettatore, credi. Il film, lieve e scenografico, si avvale di un cast eccellente, di grandi impieghi di masse, di costumi opulenti e dettagli ricercati. La sceneggiatura, ben cesellata, incastra la storia d'amore tra William e la ricca Viola e la drammaturgia del poeta di Stratford: così lei ispira Giulietta; così lei ispira La dodicesima notte e il sonetto n°18. Diverte, tocca, intrattiene ad arte. Concilia relax e storia. Ottimo cast, comprimari nobili, interessanti citazioni da cogliere sparse in giro. Il mistero, piuttosto, sono le tredici nomination agli Oscar e la vittoria della Paltrow, con un ruolo poco impegnativo. Quell'anno la concorrenza doveva essere scarsa, o un film che io ho trovato bellino e poco più è stato fortemente sopravvalutato. Snobbato dalla critica invece un ottimo e preciso Fiennes; la Dench – bravissima, per carità - esce mezza volta e si becca un Oscar. (7)

Interessante esempio di thriller psicologico dal piovoso Regno Unito. Il linguaggio delle chat, i pericoli della rete, la paura del terrorismo nei primissimi anni duemila. Identità in frantumi e giochi di potere, in una storia di morte e amicizia anche un po' prevedibile, ma coinvolgente e frenetica. Scenari umidi, trama che mischia dramma umano e giallo, rapporti strani per adolescenti strani. Spiccano i due bravi protagonisti, non ancora noti all'epoca. Un bruttino e gracile Toby Regbo (Reign), uno sfrontato e sicuro Jamie Blackley (Resta anche domani). Tra Disconnect e Diario di uno scandalo, una pericolosa e affascinante storia vera. (6,5)




Piacevole tragicommedia su un tipo burbero e scontroso convinto di avere novanta minuti di vita a disposizione. Sarà il suo vero destino o un errore del medico curante? L'uomo più arrabbiato di Brooklyn, come il titolo dice, ha tanti errori da farsi perdonare, tanta gente da salutare. Lungo il tragitto, in tempo reale, una giovane dottoressa addolorata per il suicidio del suo imprevedibile gatto, un figlio che ha deciso di aprire una scuola di danza, una moglie distantissima, un "piccolissimo" fratello minore. Non avrà l'originalità dalla sua, ma il cast è ottimo. Bravissimi Williams e la Kunis, altrettanto i comprimari. Melissa Leo, Peter Dinklage da Games of thrones, Hamish Linklater - visto già accanto al protagonista in The Crazy Ones. La morale è la solita, lo sviluppo non è dei più imprevedibili. Ma fa sorridere, emoziona. Vivi ogni giorno come fosse l'ultimo, e così sia. (6)


Che film carino. Molto estivo. Commedia musicale sconosciuta, diretta dal sempre bravo David MacKenzie (Follia, Perfect Sense). Le atmosfere di un concertone all'aperto, belle voci, belle facce, qualche risata. Due musicisti di band rivali, in una notte surreale e movimentata, si trovano ammanettati insieme per capriccio di un misterioso passante. Spalla a spalla, mano nella mano, hanno una manciata di ore, l'arrivo dell'alba, una chitarra e un ritornello da intonare per conoscersi meglio. E scoprire di piacersi. E mandiare al diavolo i loro attuali compagni. Romanticismo e rock 'n roll, una super colonna sonora. Il mash-up con la Tainded Love di Marilyn Manson - ok, la sua era una cover, ma è l'unica che ricordo - che è già un mio personale must. (6+)


Paulette è una nonnina dolce e gentile che vive all'ombra del Louvre, in una Parigi piena di farfalle e fiorellini colorati. No, scherzo! E' una vedova sarcastica e stronza, che – in una Francia piegata in due dalla crisi economica – si muove per le strade di periferia come una barbona senza identità. Vivere con lei non è facile e sopportarla ancora meno. Finché comincia a farsi bella, a comprare oggetti al di fuori della sua portata, a riempire la sua famiglia di regali. Ha messo su una fiorente attività: fa la spacciatrice. Paulette è un Come ti spaccio la famiglia della terza età. Un incrocio tra L'erba di Grace e Chocolat. I suoi punti di forza sono una trama che mescola attualità e farsa e, soprattutto, una protagonista straordinaria: la settantaquattrenne Bernadette Lafont. Paulette è stato il suo ultimo film: si è spenta, purtroppo, nel luglio dell'anno scorso. Quella vecchina bisbetica, crudele e simpaticissima che ho appena scoperto mi mancherà un mondo. Divertitevi, guardatelo e – ci scommetto – mancherà prestissimo anche a voi. (6,5)

Ammetto le mie colpe: NON ho mai visto OldBoy. Dieci anni dopo, il remake: massacrato pubblicamente. Non avere un criterio di paragone mi aiuta: ho scoperto questa storia crudele sequenza dopo sequenza e, nell'epilogo, sono stato colpito allo stomaco da un atroce colpo di scena. Tanto bello, tanto cupo, tanto estremo da far stare male. Deve tutto all'inventiva del film originale, non lo metto in dubbio, ma è solo grazie a Lee se vedrò quel film che non conoscevo. Il suo è un action movie classico, elegante, caratterizzato da un voyeurismo malato e condannato da un intreccio machiavellico a un finale da tragedia. Mostra un coriaceo e generoso Brolin armato di martello, come il suo collega orientale, impegnato in un combattimento reso con un maestoso piano sequenza e in una scena di sesso vista da mille telecamere e da due occhi diabolici. Con lui, una Elizabeth Olsen delicata e innocente. (7) 

E' brutto. E' sporco. E' cattivo. E' Machete, ed è tornato al cinema. Che bisogno c'era? Questo Machete Kills, per quanto simpatico, violento ed eccessivo, scoccia. Una stanca copia del primo, poco ispirata e poco necessaria, innaffiata da sangue a fiumi, belle pupe e sparatorie alla Rambo. Danny Trejo – 69 anni! - è un gran simpaticone. Il cast è grande e variegato e, tra comprimari e semplici comparse, si avvale di attori di tutto rispetto. Soprattutto, si avvale di attrici... be', non proprio di tutto rispetto dal punto di vista attoriale, ma che, più scollate e trasgressive, più crudeli e letali, fanno un baffo a quelle bellone imbalsamate delle Bond Girl. Rodriguez usa e getta tante belle fanciulle, facendo di alcune fugaci comparse e di altre coprotagoniste, tanto belle, quanto stupide. Ma lui e il suo Machete ci piacciono perché sono così: poco galanti, maschilisti, rozzi, fisici e poco brillanti. (4)

venerdì 18 luglio 2014

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful, Salem, Devious Maids, i pilot di The Flash e Constantine (però in due parole)

Vi scrivo di ritorno da Pescara. Sudatissimo, stanchissimo, sveglio dalle cinque e trenta, ma con un voto in più sul libretto. Sono sopravvissuto ufficialmente alla mia prima sessione estiva. Gioiamo, gioiamo. Okay, dovevo dirlo. Anche se non c'entra niente col post previsto per oggi: si parla di finali di stagione, pilot visti in anteprima, telefilm. Quali seguite? Quali seguirete? Io scappo, perché ho bisogno di nutrirmi, mettermi il costume e andare in spiaggia: così sicuro che passa tutto. A presto, M.

Penny Dreadful
Stagione I 
Un penny per i tuoi pensieri. 
Un penny per una storia di paura: la tua.
Una Londra vittoriana strepitosa, che non conosce il sole. L'umidità nelle ossa, la tempesta inarrestabile nella coscienza. Io ho sempre odiato l'estate e, da quando, bambino, ho letto i primi Dickens, ho sognato di camminare in un'Inghilterra così. Da posto in prima fila per la fine del mondo. Da estetica del sublime. Penny Dreadful vive lì e vive di questo. Terrore e fascino. Ti siedi in poltrona e aspetti. L'incontro e lo scontro tra i vari protagonisti, il loro corteggiarsi lentamente, i loro appuntamenti galanti in sedute spiritiche, cimiteri, serre esotiche. Mi aspettavo un Hemlock Grove in costumi ottocenteschi, esplicito e bizzarro. Invece, sin dal pilot, le mani esperte del Juan Antonio Bayona di The Orphanage hanno tracciato una storia di fili di fumo che guardi innalzarsi, diffondersi, sparire, introfularsi nelle crepe dei soffitti. La sigla: poesia tirata fuori da armadi bui, in cui si annidano serpi e scorpioni, servizi di porcellane, candele e tavole ouija. Questa Londra, scenografica e teatrale, è bianca e abita da figure nere. Alcune le conosciamo, altre le conosceremo. Pensate alla Leggenda degli uomini straordinari in chiave dark. Il risultato è un inedito libro dell'orrore, con le caratteristiche di un romanzo corale. A colpire l'attenzione dello spettatore occasionale, è la partecipazione allo show di nomi importanti. Un Timothy Dalton senza tempo, nei panni del criptico Sir Malcom Murray – ogni riferimento alla protagonista femminile di Bram Stoker non è puramente casuale; un Josh Hartnett aitante come ai tempi che furono, che torna sulla scena con il passo da cowboy e le pistole in pugno; Billie Piper, invece, sembra portare la Bohème in campo, con la storia di un amore tragico e di una prostituta innamorata e fatale. L'ho lasciata alla fine, perché questa serie è un monumento alla sua grandezza: Eva Green. Mamma mia, cos'è Eva Green. Una creatura di un'altra epoca. Sfuggente, indecifrabile, incomprensibile. Padrona della scena, dea del gioco: una testimonianza concreta della perfezione in terra, con gli occhi glaciali, le labbra che sorridono quando vogliono, la pelle di cera. Sempre sulla bocca di tutti per il suo seno – e che seno! -, generosamente esposto in The Dreamers e Camelot, tiene la sua dirompente fisicità a bada con bustini, abiti neri, pizzi e veli. L'espressione beffarda, i lineamenti affilati, il ghigno perpetuo da femme fatale. Ha una classe e un'espressività fuori dal comune. Lo dimostra il secondo episodio, in cui sfoggia tic nervosi, polmoni grossi e duttilità eccezionale durante una misteriosa seduta spiritica, che la trasforma da eterea lady a oggetto di esorcismo. Difficile tenerle testa. E' allora che emerge l'inesperienza dell'acerbo Reeve Carney: un Dorian Gray che mi è piaciuto e non mi è piaciuto. Carney – che ho scoperto essere un ottimo cantante, su YouTube - ha un bel sorriso, un suo perché. In un episodio divertentissimo e controverso, è mostrata, nell'incipit, la sua corte trasgressiva e ambigua. Il bacio con Josh Hartnett fa chiacchierare. Mostra scarso carisma, però, quando deve sedurre una Green algida e lontanissima. Risulta più piccolo dei 31 anni che ha: lei si libra a una spanna da terra. E letteralmente. Una parolina su Frankenstein: nessun mostro mi ha mai emozionato così tanto. L'amore per l'arte, uno sguardo puro sul mondo, un viso deforme che non è sinonimo di un animo buio. Avrà mai una compagna? Intanto, ha tanta umananità. La violenza scorre a fiumi, ma è vernice: velluto rosso. Il sesso non toglie nulla all'eleganza glaciale del resto. Penny Dreadful è erotico, gotico, incantatore. La seduzione degli orchi. (8)

Salem
Stagione I
Ha conosciuto alti e bassi questo Salem. Puntate lunghe e momenti di troppo. Dopo il ritmo sostenuto della prima puntata, le altre hanno offerto allo spettatore cose interessanti e cose non brutte... ma superflue. La serie, con tredici episodi che forse erano troppi, però non mi ha annoiato, nonostante la premessa. Salem ha cose buone. Un sapore vagamente teatrale, una messa in scena ottima, quella sigla cantata da Mailyn Manson che, spesso, è più affascinante perfino della puntata in sé. E poi ha una trama molto efficace, che intrattiene al suon di fiamme che crepitano, incantesimi neri, urla e pianti, grandi promesse per grandi amori impossibili. L'ho visto in attesa di Penny Dreadful e per superare il fastidio di Coven, l'ultima serie di American Horror Story. A ripensarci mi salgono ancora i nervi! La WGN firma una serie storica di tutto rispetto, invece, che funziona quasi sempre. Promette e non delude tirando indietro la mano tesa, come spesso capita. Volevamo l'orrore, e abbiamo sangue, boschi terrificanti pieni di cadaveri putrefatti, impiccagioni e torture. Una violenza che, raccontata, sembra brutale, ma che in realtà è ben diluita. Volevamo la rievocazione storica, e abbiamo una Salem da paura, mai apparsa così realistica e pulsante. Volevamo protagonisti intensi, e molti – soprattutto i personaggi secondari – potrebbero risultare indelebili. Pessimo, per me, Shane West, che avrebbe dovuto avere il ruolo principale. Ha due espressioni messe in croce, ridicole parrucche lunghe, la passionalità di un narcolettico. Il suo John Alden, tornato in città dopo guerre e alleanze con gli indios, ha carattere, ma non chi lo interpreta: bocciato, assolutamente! La sua controparte femminile, Mary Sibley, è validissima. Da dove è uscita questa splendida Janet Montgomery, credibile e fascinosa, a metà tra le Madeleine Stowe e Famke Janssen di vent'anni fa? Lei cattura e il suo personaggio, una strega malefica dalla doppia vita che ha venduto il suo grembo al diavolo, ma non il suo cuore di umana, spicca nel buio. Notevole la crescita e la maturazione di Seth Cabel, umano e contradditorio; bellina la Ashley Madekwe di Revenge, anche qui, come lì, alquanto infida; inquietante la piccola Elise Eberle, la Regan dell'Esorcista che, forse, non odia poi tanto la compagnia del maligno... Veritiero, fosco, torbido, splatter, Salem riporta in auge “famigli” e streghe autentiche. Cascate di sangue, riti di mezzanotte, fattucchiere che – come in Macbeth – compaiono nella brughiera, sotto le sembianze di vecchie dai volti butterati di pustole e porri. Intrigante il finale di stagione, che è una chiusa senza tregua. Mi farà piacere avere questa “sgradevole” compagnia anche il prossimo anno. (6,5)

Devious Maids
Stagione II
I panni sporchi si lavano in famiglia, in tivù e davanti a domestiche nelle cui mani, be', i segreti sono mal custoditi. A dir poco. Continua la mia avventura con Devious Maids, guilty pleasure dell'estate scorsa e di questa. Oggettivamente: cafone, arrangiato, semplice. Soggettivamente: sfizioso, diverte, accattivamente. L'ho scoperto con gli esami di maturità e me lo sono portato dietro, trecentosessantacinque giorni dopo, con la prima sessione estiva della mia vita. E' sempre il solito, ed il solito spasso, aggiungo. Sangue latino, temperamento focoso, battute simpatiche e intrecci che di originale hanno poco. Questa volta, le mie quattro domestiche preferite interpretano in chiave ispanica – con i loro accenti irresistibili e i loro bei fisichetti – Rebecca: La prima moglie e il thriller home invasione degli anni '80. L'intelligente e bella Ana Ortiz – non più domestica, ma gran signora – sposa un uomo con una moglie nella bara, una governante schizzata, una cassetta di sicurezza piena di soldi e di segreti. La dolce e svampita Dania Ramirez – appeso al chiodo il suo amore per "Mister Spence" – trova lavoro in una famiglia in cui aleggiano frecce velenose e dissapori, minacciata da un avvocato senza scrupoli. La provocante Roselyn Sanchez sogna la fama, il palcoscenico e pavimenti che si lavano da soli: nonostante non sia ancora una stella, ha già un viscido stalker in piena regola. La più anziana, la più professionale, Judy Reyes si divide tra una figlia innamorata del ragazzo sbagliato, un amore di chef, i capricci del suo svampito capo, un'autoironica Susan Lucci – la ricordate nei vari Dallas e La valle dei pini? Le new entries sono poche, le vecchie conoscenze funzionano alla grande - consolidate. Le trame e le sottotrame intrattengono allo stesso modo, ugualmente bene, e l'algida e maliziosa Rebecca Wisocky e il volpone Tom Irwin divertono come due libertini e fedifraghi Sandra e Raimondo. Devious Maids è scollegato dal mondo, e lo sa. Prende in giro le soap argentine e, in primis, sé stesso, con umiltà e tanto divertimento. E' un'inedita auto-parodia. Una commedia gialla con bella gente e con lo spessore di una sit-com. Solo che i minuti sono quaranta, e non venti, e le risate registrate non sono contemplate nel format. Con i personaggi di The Help che conoscono le mode dei primi Pretty Little Liars, i misteri sono sventati, i segreti volano e le case, sfortunatamente, risultano più sporche di prima. Mattonelle che luccicano e letti rifatti sono secondari, quando CSI parla spagnolo, indossa gonnellini cordinati e impugna pistole silenziate e mocio Vileda. (6,5)
The Flash: Visto il primo episodio, che gira sul web da qualche giorno. E con largo anticipo. La serie TV andrà in onda, pensate un po', ad ottobre. Niente da dire: molto carino. Divertente, leggero... be', veloce! Grant Gustin - visto in Glee - mi sembra perfetto per il ruolo. Imbranato, giovane, un viso nuovo. In questo primo episodio, cameo di Arrow – che io non seguo e mai seguirò: mi sa di cafonata – e dell'attore che fu Flash, nella serie originale, nei panni del papà di Gustin. Per me è sì, per dirla alla X Factor maniera. 
Constantine: Non mi ha colpito il pilot. Per nulla. Tanto, al fumetto, devono i vari "Supernatural" e "Sleepy Hollow", ma il telefilm arriva un po' tardi e, almeno alla prima puntata, sembra una copia della copia con il solito protagonista sardonico, l'eroina bella e sfortunata, angeli e demoni. Il film, per le atmosfere pazzesche e una Swinton paurosa, era decisamente altro, anche se meno attinente alle idee dei creatori. Presto per dire, comunque. Aspetterò ottobre per giudicare, ma partiamo maluccio. Per me: no. 

sabato 12 luglio 2014

Mr Ciak #39: 12 film random² (Teatro da camera e teatro da macchina, erotomani e cowboy, less happy families and more happy days)


Buongiorno, amici! Altra carrellata di film con Mr Ciak. E no, non li ho visti tutti nello scorso weekend. Avevo un po' di mini-recensioni da smaltire, lo ammetto. Alcune vegetavano da tipo un anno sul mio pc in una cartella saggiamente intitolata “mini-recensioni da smaltire”. Chiaro. Questa volta, il guardatore-compulsivo-e-bionico che è in me mi ha detto di parlarvi, da bravo, anche di film già usciti, al cinema o in dvd. 1) I disponibili: la scoperta Locke, Lovelace, Two Mothers, Insidious 2, Noi 4, Disconnect, Un giorno speciale. 2) Gli inediti in Italia: Thanks for Sharing e At Middleton, che potremmo anche vedere; Some Velvet Morning che non vedremo mai. 3) I Coming Soon: Un milione di modi per morire nel west e Cattivi vicini – usciti negli USA un secolo fa, arriveranno furbamente da noi tra la fine dell'estate e l'autunno. Di brutti, questa volta, non ce ne sono. Di imperdibili, be', per me solo quello con Hardy. Un giorno speciale, recuperato ieri, si aggiunge al post così, su due piedi. Massacrato in rete, fischiato a Venezia, a me è piaciuto un casino. Mi ha lasciato una sensazione fortissima. Forse scompare, ma oggi la sento. Chissà. Tutti godibilissimi, in generale. Le sufficienze - piene o no - abbondano.

Locke: Periferia londinese. La sera, le luci dei lampioni, pioggerellina. Un uomo sale in macchina. Parla con un po' di gente a telefono e rassicura tutti. Il traffico è scorrevole. Giungerà a destinazione il tempo di perdere tutto e di guadagnare tutto. In un'ultima, significativa chiamata con il più importante degli interlocutori, scoprirà il mondo in un pianto. Locke c'è quasi. La destinazione è raggiunta: basta seguire quel grido. Domani è un altro giorno. E' una gran persona, Locke. Un omone con gli occhi buoni che lavora per gli altri. Ha un nome parlante. Lock(ed). Chiuso. Nel film, è prigioniero di una solitudine piena di gente, di una malinconia piena di amici, che si fa manifesta nelle chiacchierate immaginarie con un padre morto. Eroe di tutti i giorni, il protagonista è una persona onesta in un mondo di squali. Vuole rubare pezzetti di cielo, piegare la crosta terrestre sotto il peso di grattacieli ben costruiti. La sua hybris brilla di buone intenzioni, la sua impresa titanica è un folle volo. Ma abbandona tutto per non lasciare sola una persona più debole delle altre. Ha solo sé stesso e un volante al quale si aggrappa, come un Cristo alla sua croce industriale. Le immagini sono di un noir buio, ad alta velocità. Il regista gioca con lo sfarfallare delle luci, il rumore del sorpasso. Il ritmo è quello di un thriller. Locke, con il look da Collateral e l'idea di Buried, è un film bello, metaforico. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita. La tensione si accomula nei punti giusti, o in quelli sbagliati. Mi aspettavo esplodesse in un finale alla ricerca del sensazionalismo. Invece quell'ultima chiamata di un'altra donna è la pace. La discesa di una notte senza lupi che non deve per forza fare paura. Solo, un intenso e magistrale Tom Hardy regge il film. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. Il suo film non ha silenzi ed è fatto di un volto che vive di increspature, smorfie, espressività. Danno ritmo le voci sparse dall'altra parte del filo. Io ho avuto gli occhi lucidi. (8)

Un milione di modi per morire nel West: Simpatico, intelligente, riuscito. A metà tra la parodia e il remake in chiave comica, è un buon intrattenimento che promette e dà quello che il buon MacFarlane può. Risate, effetti visivi, un cast di serie A, geniali crossover – occhio agli intrusi Django e Ritorno al futuro: cult istantanei! Mollato dall'odiosa ragazza, un nerd del selvaggio west scopre il coraggio e l'amour accanto a una bella sceriffa criminale. MacFarlane scrive, recita e dirige e riesce in tutto. La Theron, spensierata, è più bella e disinvolta con gli anni. La Seyfried – nel ruolo di un'antipatica cronica – si prende in giro (e viene presa in giro) per i suoi occhi enormemente enormi. Neil Patrick Harris, istrionico e con la faccia da schiaffi, usa i cappelli altrui come water e si diletta in mitiche e ben coreografate scene da musical. Volgare, ma non troppo. Originale, ma non troppo. Consigliato a chi ama (o odia) gli spaghetti western alla Leone. (6,5)

Cattivi vicini: I tizi di quel film fuori di testa che è Facciamola finita tornano col solito Rogen. Pare di vederlo in un sequel non dichiarato di Molto incinta. Goffo e infantile, ha messo su casa, ha avuto una bambina. Penseranno i suoi vicini a rendergli la vita infernale e a ricordargli com'era: sballarsi, essere giovane, stare alzato fino a tardi. E lui, che sabota le loro feste, li fa riflettere sui rimpianti e le occasioni mancate. Amo quel tipo di comicità – volgare, sopra le righe – e il fatto che ci fosse una storiella carina a far da cornice è cosa buona. I personaggi si completano, il no-sense si spreca. Tra tutte le partner di Rogen, Rose Byrne è la migliore. Ormai esperta di film "home invasion", si diletta con una specie di Insidious comico, no? I due sono il cuore del film, ma il mondo universitario, con le luci e i rumori di Project X, fa un po' disgusto e parecchio invidia. Spicca Dave Franco, tra i giovani, e Efron è funzionale nelle scene con Rogen. Così diversi, muscoli contro trippa, sono forti. (6)

Noi 4: Ambientato in 24 ore, rapisce per la voglia che ha di raccontare un giorno come tanti nella vita di gente come tanta. Il regista del fresco Scialla è bravo nel dirigere un cast di persone che, si nota, si sono volute bene davvero nell'arco delle riprese. Attori perfetti, famiglia imperfetta, in una Roma di scavi e scuole pubbliche. Una commedia dai toni agrodolci su un tredicenne che deve sostenere l'esame di terza media con attorno una mamma che lavora troppo, un padre che lavora troppo poco, una sorella che sogna il teatro. Messo a punto con semplicità, ha un cast che ci crede. La Rapport – memorabile in La sconosciuta – ha un severo accento russo e nevrosi buffe, Gifuni è paterno, la giovane Guidone ha un controllo invidiabile, Francesco Bracci – con la voce profonda e il cipiglio già d'adulto – è un Germano imberbe. Familiare, surreale, tenero, nostro. (6)

Un giorno speciale: Hollywood avrebbe preso questo film con un titolo da temino e l'avrebbe reso una commedia romantica. Invece, diretto in maniera originale, con una Roma livida e lirica, diventa qualcosa di più e qualcosa di meno. Uno spaccato tutto frammenti di vita reale, con un intreccio lieve e un finale amaro. Piccolo dramma on the road per adolescenti che racconta cose note e vere. Un giovane autista che scarrozza una giovane starlette. Entrambi in prova. Entrambi raccomandati. Lei è stata conciata come una sposa bambina per incontrare un politico importante. Potrebbe uscire dallo studio con un posto in tv e senza dignità. Ha smesso di mangiare, ha seguito le dritte di mammà. Lui ha avuto un destino simile, ma non sogna: si accontenta. S'innamorano in quel pomeriggio trascorso insieme per Via del Corso. Quei due giovani Travolti dal destino si vedono per come sono per un istante, e il giorno dopo? Una macchina, due attori, le generazioni post-Moccia. Un messaggio arcigno e disincantato, in una pellicola che ha sorrisi da commedia e una chiusa spezzata. Schifosamente aperta, ma realistica. Perfetto il cast. Scicchitano, gentile, belloccio e sensibile, merita il successo. La Valentini, stupenda e in gamba, mica recita. Parla con la macchina da presa come fosse un'amica. Naturalissimo, tutto. (7)

Thanks for Sharing - Tentazioni Irresistibili racconta le storie di un gruppo di newyorkesi che hanno fatto del loro gruppo di sostegno una casa. Uomini e donne di tutte le età, in preda ad allettanti spettri: sex addicted. Calibrato mix di commedia e dramma, ha il sempre formidabile Mark Ruffalo, perfetto nei panni di un uomo fragilisso e stanco, che ha amato troppo e male. Adesso si è innamorato di una sexy Gwyneth Paltrow che non è ancora pronta ad affrontare gli scheletri di un passato così promiscuo. Il suo mentore,Tim Robbins, è un veterano del gruppo: dovrebbe aiutare gli altri, ma chi aiuta lui? Poi, il goffo Josh Gad, dalla vita che va a rotoli: licenziato, con un armadio pieno di film hard e una nuova amica “da salvare” col volto di una P!nk sorprendente. Una commedia che mostra un'umanità delirante che tocca e dà da pensare. Consigliato, per una serata piacevole e in compagnia di grandi attori. (6,5)

At Middleton: Sono un ignorantone: leggendo il titolo, ho pensato a una specie di documentario sulla famiglia di Kate. E sul lato B di Pippa. La Middleton di questo film è un'università. Questa è una comunissima storia di figli che vogliono fuggire via e di genitori che vogliono fuggire via da figli che, a loro volta, sono in fuga. Chiaro, no? Una storia di ragazzi che si sentono adulti e di adulti che vorrebbero sentirsi ragazzi, eternamente. La pellicola è una di quelle con tanti dialoghi e pochi attori. Brillante, divertente, colma di tanti tipi d'amore. Amori che restano, amori che vanno. Un Andy Garcia piuttosto ingrassato, ma poche volte così leggero. Una Vera Farmiga bella e naturale. E, se c'è una cosa più bella della Farmiga, è la Farmiga che ride. Qui ride tanto, insieme allo spettatore. Il fascino pazzesco di quelle storie d'amore che durano un giorno e basta. (6,5)

Insidious II - Oltre i confini del male: Ho adorato Insidous. Nel sequel, ho avvertito la presenza di Wan per tutto il film, come un inquietante personaggio che spia tutto. Infesta la sua intera cinematografia con la sua presenza, sinistra e riconoscibile. Oltre i confini del male è un buon film horror, piacevole e con piccoli colpi di scena aggiunti, ma è quello che meno appartiene al gusto di Wan. Il primo era un ritorno all'horror puro. Se i colori troppo netti e marcati di questo mi hanno lasciato interdetto, non l'ha fatto la sceneggiatura, che permette agli spettatori di chiarire dubbi e a Wan di togliersi sassolini dalla scarpa. Si viaggia e s'interagisce con il passato del protagonista e con i diretti avvenimenti del primo film. Inoltre, si rievoca il passato di una delle figure più macabre che popolava Insidious. Si strizza anche l'occhio all'ironia nera di Dylan Dog. Manca di carattere. (6)

Some Velvet Morning:  Fred si presenta alla porta di Velvet. Si sono amati. A pagamento, gratis. Il film, con le atmosfere del teatro da camera, è incentrato su di loro. Tra le e lui scorre una tensione che non ti spieghi. Potrebbe esplodere da un momento all'altro. In un bacio, in un amplesso violento, in un delitto perfetto. Film fatto di due attori come ghepardi e un appartamento. Introspettivo, teatrale, è una messa in scena sobria e dalle svolte impreviste, con dialoghi forti, un linguaggio crudo, attori calati nella parte. LaBute firma e dirige il lavoro dei bravi Stanley Tucci e Alice Eve. Lui, volgare, imborghesito, fastidioso. Lei, seducente, criptica. Un'autopsia sentimentale, soffocante e indigesta, in cui l'amore è farsa. Non ho capito se mi è piaciuto. Mi sono sentito preso in giro. Non mi capitava da una vita, quindi bho? (5)

Two Mothers è la storia dell'amicizia tra due donne, che vivono in un angolo di paradiso. S'innamorano l'una del figlio dell'altra. L'esplodere della passione non li allontana. Come in Laguna Blu, i protagonisti vivono sospesi: solo d'estate. Un film sensuale e sempre in bilico. Mai volgare o esplicito, diretto con delicatezza da una regista che danza con le immagini, immortalando paesaggi da cartolina e regalando l'interpretazione di due attrici ottime: la Watts e Robin Wright. Sbrigativa la seconda parte. Le due sono troppo giovani per un copione che, da mamme, le vorrebbe anche altro. Un film pretenzioso, di classe, con un cast di super-belli, ma che due raffinate interpreti e una regia ineccepibile salvano dalla parvenza di una soap chiamata La rivincita delle MILF. Patinato e spesso fine a sé stesso. (5,5)

Lovelace: Non bisogna essere dei frequentatori assidui di YouPorn per conoscere il suo nome. Erano i primi anni '70 e lei era l'icona di una rivoluzione. Tutti la conoscevano come Linda Lovelace, Gola Profonda. Il film è suddiviso in due parti. La prima è frivola, superficiale; la seconda è vista dagli occhi della protagonista stessa. Il candore della Linda venduta come carne da macello è reso grazie alla buona prova di Amanda Seyfried. Sensuale e innocente, toccante e disperata. Tra le scene più notevoli, la fuga di una Linda in abito bianco, con il marito alle calcagna, da una stanza piena di uomi che aveva occhi, mani, bocche solo per lei. Un Peter Sarsgaard luciferino, una Sharon Stone irriconoscibile, notevoli cameo sparsi. Poteva essere un gran bel film, ma osa poco, prendendo una strada troppo edulcorata, ma onesta. Questo è. Una profana agiografia non tutta da buttare. (5,5)

Disconnect: Internet non ci ha mai resi così vicini. Internet non ci ha mai resi così lontani. Connessi col mondo, disconnessi da noi stessi. Di questo parla Disconnect, del potere dei social, dei danni delle chatroom, dell'apatia dei 15 anni. Vite che si sfiorano e si scontrano, ora con furia inumana, ora al rallenty: quella di un diciottenne che vende sesso in webcam; quella di una coppia straziata dalla perdita; quella di un ragazzino spinto a commettere un gesto spaventoso. Mi ha colpito la fluidità con cui queste trame vengono fatte incontrare e collidere, la raffinatezza dei sintagmi incrociati, l'aria che vibra per i colpi della tragedia. Un film dall'impalcatura fragile, ma che sa reggersi bene per quasi due ore. Ammetto di averlo concluso sinceramente emozionato. Folgorato da cose belle e da cose brutte. Notevole la regia, che fa del film un misto tra Crash e Crossing Over. Ancora più notevole il cast. Disconnect fa fare pensieri importanti, e ci ricorda che pensare è importante. (7)