Che
infanzia hai avuto se non hai mai letto Dahl? Alla ricerca
dell'incanto perduto, io che del leggendario autore britannico avevo
in libreria giusto La fabbrica di cioccolato,
ho scelto di concedermi un pomeriggio in compagnia delle sue fattucchiere. Per me, che identifico le streghe dei miei
primi incubi con le indimenticabili sorelle di Hocus
Pocus – le ricordate anche
voi? –, è stato comunque spiazzante rapportarsi con queste. Le
riconosci dalle narici dilatate, le parrucche che prudono, i guanti a
cui rinunciano in privato. Calve e con artigli al posto delle unghie
delle mani, vivono sotto falsa identità e di tanto in tanto si
riuniscono per i loro piani infernali attorno alla figura della Suprema –
a proposito della leader carismatica che nel film degli anni Novanta
è stata interpretata da Angelica Houston e che nel futuro remake
avrà il volto di Anne Hathaway, ci si aspettava
onestamente qualche pagina in più. Nella sala conferenze dell'Hotel
Magnificent, a Londra, tramano per spazzare via i bambini dal
pianeta. Ed è un bambino, rifugiato dietro un paravento, che suo
malgrado presta ascolto: come si è trovato lì, affidato alla nonna
norvegese, con il rischio di essere trasformato in un roditore in
quattro e quattr'otto e di dover sabotare l'infanticidio imminente?
Dopo la morte dei genitori, il narratore è affidato alle cure
dell'anziana parente: una nonna atipica, che fuma il sigaro, non ha
un pollice e gli racconta storie inquietanti. Nessuno poteva immaginare
che ci fosse un fondo di verità dietro. E che negli anni in cui Dahl
scriveva fossero visti di buon occhio l'umorismo nero, i finali
sospesi e poco consolatori. Quale editore oggi sponsorizzerebbe a
cuor leggero un romanzo per l'infanzia con gente felice nei panni di
un topo, bambini che si vocifera puzzino di cacca di cane,
antagoniste di una bruttezza rivoltate e una tutrice non proprio dal
polso di ferro? Le parti che ho preferito, piene di sagacia e
inventiva, sono la prima e l'ultima. Quella centrale, uscita quasi da
una sequenza di Ratatouille,
è esile e concentrata, con quelle streghe purtroppo meno
protagoniste del previsto e gli stessi salti, le stesse fughe di un
cartone animato. Oggi, si diceva, il politicamente corretto – un
male tutto dei nostri tempi – condannerebbe la pubblicazione di una
fiaba caustica ed efferata, che per questo stesso motivo devo aver
trovato divertentissima anche da adulto. Oggi, scommetto, c'è chi
invano aspetta ancora un impossibile secondo capitolo. Non è mai troppo tardi, infatti, per scoprirsi ammaliati e spaventati.
Dopo
Voce di lupo e Ogni stella lo stesso desiderio, l'amica
del blog Laura Bonalumi è tornata in libreria con una nuova storia
sull'adolescenza che concilia due suoi temi cari: la bellezza della
natura e i batticuori giovanili. Non mi aspettavo di leggerla tanto
presto e, lo confesso, ero piacevolmente impreparato alla
particolarità del suo ultimo romanzo. I protagonisti sono due
ragazzi di cui non conosceremo mai il nome, soltanto i sentimenti:
lui, popolare e con i capelli indomabili, custodisce fra sé e sé un
mondo segreto e romantico; lei, ben più timida e barricata dietro sciarpe lunghissime, lo osserva in silenzio. Sono insoliti figli
delle nuove generazioni, e piace constatare la scarsa attenzione che
prestano ai social, il candore delle loro parole, una timidezza che a
lungo fa sì che si limitino soltanto a fantasticare. Si guardano, infatti, e
non sanno fare un passo avanti; non sanno dichiararsi. Fra la
biblioteca e la macchinetta del caffè, mentre fuori nevica, si
regalano segnalibri a tema, disegnano sulla lavagna indizi che
parlino al posto loro, si scambiano segni su Instagram. Dietro le
cuffiette dell'iPod, oltre la timidezza, permettono che a raccontarli
siano dei narratori d'eccezione: Laura e il bosco. L'impaccio dei
protagonisti è un incanto. Parlano direttamente i loro pensieri, e
fra queste pagine sanno farsi poesia. Autentico romanzo in versi,
Tutta colpa del bosco è
una storia d'amore istantanea, costruttiva e innocente, con un
messaggio pudico, un linguaggio fresco e uno spirito all'antica, si
spera, mai fuori moda. L'autrice libera la poesia – una cosa da
vecchi, direbbero i Millennials – dalla sua presunta patina di
polvere. E ha il coraggio da leoni di parlare di sentimenti, di
sentimenti e basta, in un mondo solitamente votato al cinismo.
L'esperimento è una piccola educazione al bello, con il difetto di
essere forse un po' troppo breve per essere metabolizzata appieno, i
cui risultati sono senz'altro notevoli grazie a un binomio vincente.
Qualsiasi sia la vostra età, seguite le orme impresse nel bianco
della coltre di neve. Portano a una natura dannunziana. A casa. Fino
a un abbraccio che parli, ben più di versi formulati a mezz'aria senza poi l'audacia di recitarseli.