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sabato 23 marzo 2019

Pillole di recensioni: Le streghe | Tutta colpa del bosco

Le streghe, Roald Dahl. 
Salani, € 9,00, pp. 200 
Che infanzia hai avuto se non hai mai letto Dahl? Alla ricerca dell'incanto perduto, io che del leggendario autore britannico avevo in libreria giusto La fabbrica di cioccolato, ho scelto di concedermi un pomeriggio in compagnia delle sue fattucchiere. Per me, che identifico le streghe dei miei primi incubi con le indimenticabili sorelle di Hocus Pocus – le ricordate anche voi? –, è stato comunque spiazzante rapportarsi con queste. Le riconosci dalle narici dilatate, le parrucche che prudono, i guanti a cui rinunciano in privato. Calve e con artigli al posto delle unghie delle mani, vivono sotto falsa identità e di tanto in tanto si riuniscono per i loro piani infernali attorno alla figura della Suprema – a proposito della leader carismatica che nel film degli anni Novanta è stata interpretata da Angelica Houston e che nel futuro remake avrà il volto di Anne Hathaway, ci si aspettava onestamente qualche pagina in più. Nella sala conferenze dell'Hotel Magnificent, a Londra, tramano per spazzare via i bambini dal pianeta. Ed è un bambino, rifugiato dietro un paravento, che suo malgrado presta ascolto: come si è trovato lì, affidato alla nonna norvegese, con il rischio di essere trasformato in un roditore in quattro e quattr'otto e di dover sabotare l'infanticidio imminente? Dopo la morte dei genitori, il narratore è affidato alle cure dell'anziana parente: una nonna atipica, che fuma il sigaro, non ha un pollice e gli racconta storie inquietanti. Nessuno poteva immaginare che ci fosse un fondo di verità dietro. E che negli anni in cui Dahl scriveva fossero visti di buon occhio l'umorismo nero, i finali sospesi e poco consolatori. Quale editore oggi sponsorizzerebbe a cuor leggero un romanzo per l'infanzia con gente felice nei panni di un topo, bambini che si vocifera puzzino di cacca di cane, antagoniste di una bruttezza rivoltate e una tutrice non proprio dal polso di ferro? Le parti che ho preferito, piene di sagacia e inventiva, sono la prima e l'ultima. Quella centrale, uscita quasi da una sequenza di Ratatouille, è esile e concentrata, con quelle streghe purtroppo meno protagoniste del previsto e gli stessi salti, le stesse fughe di un cartone animato. Oggi, si diceva, il politicamente corretto – un male tutto dei nostri tempi – condannerebbe la pubblicazione di una fiaba caustica ed efferata, che per questo stesso motivo devo aver trovato divertentissima anche da adulto. Oggi, scommetto, c'è chi invano aspetta ancora un impossibile secondo capitolo. Non è mai troppo tardi, infatti, per scoprirsi ammaliati e spaventati.

Tutta colpa del bosco, Laura Bonalumi. 
San Paolo, € 14, 50, pp. 128  
Dopo Voce di lupo e Ogni stella lo stesso desiderio, l'amica del blog Laura Bonalumi è tornata in libreria con una nuova storia sull'adolescenza che concilia due suoi temi cari: la bellezza della natura e i batticuori giovanili. Non mi aspettavo di leggerla tanto presto e, lo confesso, ero piacevolmente impreparato alla particolarità del suo ultimo romanzo. I protagonisti sono due ragazzi di cui non conosceremo mai il nome, soltanto i sentimenti: lui, popolare e con i capelli indomabili, custodisce fra sé e sé un mondo segreto e romantico; lei, ben più timida e barricata dietro sciarpe lunghissime, lo osserva in silenzio. Sono insoliti figli delle nuove generazioni, e piace constatare la scarsa attenzione che prestano ai social, il candore delle loro parole, una timidezza che a lungo fa sì che si limitino soltanto a fantasticare. Si guardano, infatti, e non sanno fare un passo avanti; non sanno dichiararsi. Fra la biblioteca e la macchinetta del caffè, mentre fuori nevica, si regalano segnalibri a tema, disegnano sulla lavagna indizi che parlino al posto loro, si scambiano segni su Instagram. Dietro le cuffiette dell'iPod, oltre la timidezza, permettono che a raccontarli siano dei narratori d'eccezione: Laura e il bosco. L'impaccio dei protagonisti è un incanto. Parlano direttamente i loro pensieri, e fra queste pagine sanno farsi poesia. Autentico romanzo in versi, Tutta colpa del bosco è una storia d'amore istantanea, costruttiva e innocente, con un messaggio pudico, un linguaggio fresco e uno spirito all'antica, si spera, mai fuori moda. L'autrice libera la poesia – una cosa da vecchi, direbbero i Millennials – dalla sua presunta patina di polvere. E ha il coraggio da leoni di parlare di sentimenti, di sentimenti e basta, in un mondo solitamente votato al cinismo. L'esperimento è una piccola educazione al bello, con il difetto di essere forse un po' troppo breve per essere metabolizzata appieno, i cui risultati sono senz'altro notevoli grazie a un binomio vincente. Qualsiasi sia la vostra età, seguite le orme impresse nel bianco della coltre di neve. Portano a una natura dannunziana. A casa. Fino a un abbraccio che parli, ben più di versi formulati a mezz'aria senza poi l'audacia di recitarseli.

giovedì 7 febbraio 2019

Blog Tour "Bianco Letale", di Robert Galbraith: ricapitolando i casi di Cormoran Strike


Amici, è ufficiale. Cormoran e Robin sono finalmente tornati. È passato ormai un po' da quando, durante il primo anno all'università, avevo divorato nella mia stanzetta da matricola la loro indagine introduttiva, scoprendo una Rowling divertita e perfettamente credibile nelle vesti di novella Agatha Christie: serviva forse uno pseudonimo maschile a farcene dimenticare la connaturata classe? Se tra me e la serie televisiva prodotta dalla BBC purtroppo non è scattata la scintilla e gli altri esperimenti della mamma di Harry Potter non piacciano affatto – Animali fantastici, dico a te, che con il tuo secondo capitolo ci hai regalato uno dei peggiori film dello scorso anno –, comunque resta una certezza: questa volta si intitola Bianco letale, sfiora le ottocento pagine per rendere meno doloroso l'inevitabile arrivederci e ha il pregio di fugare la nostra curiosità, si spera, attraverso un altro caso al cardiopalma. Facendo il conto alla rovescia per gustarmelo – in questo periodo preme la scrittura della tesi, e a malincuore risulta sconsigliato dedicarsi a letture tanto corpose lavorando a pieno regime: il romanzo, però, è già pronto sul mio comodino e vi ricordo il Review Party l'11–, nella mia tappa del blog tour a tema ricapitolo insieme a voi i casi precedenti. Pronti, via!

Titolo: Bianco Letale
Editore: Robert Galbraith
Numero di pagine: Salani
Prezzo: € 24,00
Numero di pagine: 784
Data di pubblicazione: 4 febbraio 2019
Sinossi: Quando il giovane Billy, in preda a una grande agitazione, irrompe nella sua agenzia investigativa per denunciare un crimine a cui crede di aver assistito da piccolo, Cormoran Strike rimane profondamente turbato. Anche se Billy ha problemi mentali e fatica a ricordare i particolari concreti, in lui e nel suo racconto c’è qualcosa di sincero. Ma prima che Strike possa interrogarlo più a fondo, Billy si spaventa e fugge via. Cercando di scoprire la verità sulla storia di Billy, Strike e Robin Ellacott – una volta sua assistente, ora sua socia – seguono una pista tortuosa, che si dipana dai sobborghi di Londra alle stanze più recondite e segrete del Parlamento, fino a una suggestiva ma inquietante tenuta di campagna. E se l’indagine si fa sempre più labirintica, la vita di Strike è tutt’altro che semplice: la sua rinnovata fama di investigatore privato gli impedisce di agire nell’ombra come un tempo e il suo rapporto con Robin è più teso che mai. Lei è senza dubbio indispensabile nel lavoro dell’agenzia, ma la loro relazione personale è piena di sottintesi e non detti…

Il richiamo del cuculo: l'angelo che non volava.
Ha avuto inizio tutto da qui. Cormoran cercava una segretaria che ne sopportasse gli odori, il disordine, i modi burberi; Robin si spingeva in un vicolo di Londra in cerca di un incarico che la distraesse da una relazione perfetta solo all'apparenza. Per la loro fortunatissima collaborazione, e per il nostro istantaneo colpo di fulmine, galeotto era stato un cadavere: quello della top model Lula Landry, detta “Cuckoo”, precipitata dal terzo piano del suo invidiabile appartamento con vista. Suicidio oppure omicidio? Se sei giovane, bella e hai il mondo dell'alta moda che ti rema contro, meglio accantonare l'idea della depressione e mettersi alla ricerca del colpevole. Sarà insospettabile.

Il baco da seta: l'editoria uccide.
Dalle passerelle alle case editrici, meno sfavillanti ma altrettanto letali, il passo è breve. Tanto era classico e teatrale l'intrigo del romanzo introduttivo, tanto scandalizza per violenza e causticità questo secondo tassello. La Rowling si sporca le mani, e a macchiarle è sangue copioso. Questa volta la vittima è Owen Quine, scrittore controverso in attesa di pubblicare Bombyx Mori: titolo quanto mai programmatico se l'ultimo manoscritto era una bomba a orologeria pronta a denunciare il peggio dell'editoria britannica. L'uomo è stato eviscerato, cosparso di acido, condannato alla medesima fine del protagonista del suo inedito. Tutti lo odiavano, tutti lo temevano. Investigare sarà meno facile, soprattutto se salterà fuori senza avvisare una ex di Cormoran a scombinare le carte in tavola: proprio quando tra lui e Robin, non più semplice segretaria bensì suo braccio destro, iniziava a esserci finalmente del tenero.

La via del male: le bugie hanno le gambe... mozze.
Robin, eterna fidanzata di Matthew, è pronta a fare il grande passo. Seduta nel solito ufficio, attende forse un mazzo di rose, forse le macchine fotografiche usa e getta da distribuire agli invitati al matrimonio. Il corriere, figura chiave nel cuore dei blogger di ogni dove, malauguratamente la sorprende con una consegna ben diversa: una gamba mozzata. Il mandante, vecchia conoscenza di Cormoran, mira a far crollare il detective privato. Se la stampa parla già del ritorno di Jack Lo Squartatore, la serie con la firma del fittizio Galbraith va facendosi sempre più pulp e irresistibile: la rosa dei loschi sospettati, a questo giro, somiglia alla formazione dei cattivissimi membri della Suicide Squad.

Calendario
3 Febbraio - Aspettando Cormoran - (Desperate Bookswife - Baba) 
4 Febbraio - Dove eravamo rimasti? (L'ennesimo Book Blog
5 Febbraio - Chi sono Cormoran e Robin? (La Tana di una Booklover)
6 Febbraio - Serie Noir. Perché leggere Roberth Galbraith (Un libro per amico
7 Febbraio - Ricapitolando i casi Di Cormoran Strike (Diario di una dipendenza)
8 Febbraio - E la Serie? Dal libro agli schermi della BBC (La tana di una booklover)
9 Febbraio - Londra e l'ambientazione per un giallo (Desperate Bookswife - Nadia)

lunedì 2 luglio 2018

Recensione: L'unico ricordo di Flora Banks, di Emily Barr

| L'unico ricordo di Flora Banks, di Emily Barr. Salani, € 15,90, pp. 300 |

Qualcuno ha detto che il primo bacio non si scorda mai. Flora Banks, diciassette anni, scopre a proprie spese quanto quel qualcuno abbia ragione. A una festa bacia al chiaro di luna Drake: sono su una spiaggia della Cornovaglia, hanno bevuto un po' e lui, in partenza per le isole Svalbard, è il ragazzo di Paige, complice della protagonista sin dai tempi dell'asilo. Sono cose che no, una migliore amica non dovrebbe fare, eppure è successo: metti l'atmosfera giusta nel momento sbagliato, una pietra nera come l'onice in dono. Poco male, perché nella vita di Flora in teoria non ci sarebbe spazio per i sensi di colpa: quella notte – l'euforia del contatto fisico, il contro di un tradimento imperdonabile – è destinata a scomparire senza lasciar traccia. L'adolescente, infatti, non ha la memoria a breve termine. Un'operazione chirurgica, da bambina, le ha tolto un tumore al cervello assieme a qualcos'altro: la capacità di immagazzinare persone, avventimenti e drammi successivi al suo male. Quando torna in sé, ogni volta da capo, interiormente ha dieci anni ma esteriormente un corpo già formato, da donna, che cozza contro la stanza dipinta di rosa, i Lego e le Barbie ancora in esposizione, gli abiti tutti merletti delle bambine modello. A raccontarle la sua storia, ogni volta da capo, sono i segni incancellabili dell'inchiostro: appunti volanti sui taccuni, sui post-it, perfino sulla pelle di braccia e mani, per non smarrirsi in un mare di confusione. Succede qualcosa di strano e di miracoloso. Succede, forse, che l'amore è mistero, è magia. Perché Flora Banks, all'indomani del bacio, continua a non ricordare tante cose importanti – ad esempio Jacob, fratello maggiore magnifico e sempre fuori scena – ma Drake e le sue labbra sì.

C'è stata una festa. Drake parte. Paige è triste. Ho diciassette anni. Devo essere coraggiosa.

Ci sono nuove coordinate, così; un prima e un dopo. Ma a contare non è più l'operazione che l'ha resa vittima dell'amnesia, bensì il coetaneo in volo per il Polo Nord e il desiderio folle di partire all'avventura sulle sue tracce. Rimasta a casa da sola, con i genitori a Parigi per le condizioni improvvisamente critiche di Jacob, la figlia modello sorprende tutti – sé stessa in primis – e segue alla lettera le sue ultime annotazioni. Su un post-it ha scritto che non c'è da fidarsi dell'ipocrisia della famiglia, che con la scusa del troppo bene la tiene reclusa e all'oscuro; sul palmo della mano, invece, che adesso dev'essere coraggiosa. Smette di prendere con puntualità le sue pillole, due al giorno. Prende una pelliccia, prima un treno e poi un aereo, e lascia il Regno Unito per la Norvegia. Vive, perché prima respirava solamente.

Ho bisogno di un po' di aiuto per ricordare le cose. Non mi stanno in testa, ma in compenso ce le ho sulle mani.

L'esordiente Emily Barr sa scrivere, e scrive un romanzo difficile da incasellare: un po' limitante la definizione di Young Adult, che purtroppo scoraggerà i lettori più maturi; ingannevole la promessa dell'elemento thriller. Come mai mamma e papà, che vorrebbero proteggerla costi quel che costri, non tornano a casa? Perché Drake, con cui si è messa a nudo in un'intima corrispondenza via e-mail, smette d'un tratto di risponderle? 
C'è una giovane donna, questo sì. Ci sono un passato avvolto dalla nebbia, qualche colpo di scena qui e lì, e niente di davvero pericoloso in ballo. Paragoni che citano a sproposito John Green, quando si è più dalle parti dello Strano caso del cane ucciso a mezzanotte e di una versione meglio architettata di Noi siamo tutto. Non si tratta, per fortuna, di disvalori. La struttura particolarissima dell'Unico ricordo di Flora Banks avrebbe potuto infatti rendere la lettura dispersiva, frammentaria, ripetitiva: eppure, chissà come, la Barr non ci casca. Tanto è dovuto a una mina vagante per eroina: un'adolescente senza la bussola che in realtà non cerca l'amore, ma l'indipendenza.

Il tempo è una cosa casuale. È la cosa che ci rende vecchi. […] Gli altri esseri umani, tutti tranne me, hanno la loro vita scandita dal passare delle ore, dei minuti, dei giorni, dei secondi, ma tutte queste cose non sono niente. […] Il tempo è la cosa che fa avvizzire e deteriorare il nostro corpo. Ecco perché tutti ne hanno paura. Ma questo non mi riguarda: io so che non invecchierò mai.

Ci vogliono fegato e cuore in parti uguali, un briciolo di sana avventatezza, per perdersi e ritrovarsi in un luogo (della mente) dove sconsigliano di andare in inverno, da soli: il principe azzurro un ideale astratto, orsi polari e foche avvistati all'orizzonte, i guanti spessi a coprire le mani e dunque i promemoria. Nessuna distinzione fra giorno e notte. Tutti sono sconosciuti e ogni città è straniera. Tutti, soprattutto, possono ingannare la narratrice. Le parole non mentono, gli altri – chi per una ragione e chi per un'altra, senza distinzione – sì. Leggere di Flora Banks, da bambina indifesa a donna che sopperisce alla memoria ballerina con una volontà di ferro, tocca e stupisce come l'imboccare nonostante tutto, a colpo sicuro, la via di casa. Rinnova il dolore. Rinnova lo smarrimento. Rinnova l'emozione. 
Di chi non c'è più, eppure ti trova lo stesso attraverso le righe di una lettera vecchio stile. Del sole di mezzanotte, spettacolo a cui assistere almeno una volta nella vita. 
Di un grande amore che grande amore non è, ma intanto ti spinge a scoprire come gira il mondo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Clean Bandit ft. Jess Glynne – Rather Be

giovedì 21 dicembre 2017

Buona vita a tutti. I benefici del fallimento e l'importanza dell'immaginazione, di J.K. Rowling

| Buona vita a tutti, di J.K. Rowling. Salani, € 10, pp. 69 |

Facebook mi ha ricordato che è passato un anno dalla mia laurea. Un'ora di macchina e la paura di fare brutta figura arrivando in ritardo, le scarpe eleganti di mio padre e un completo a prezzi stracciati da Piazza Italia – ora chissà se mi sta ancora, se i pantaloni si appuntano bene in vita. Il vago imbarazzo nel festeggiare con un'amica di sempre, con compagni comuni e, a differenza mia, una famiglia molto unita. Quel baffo spuntato male che, nelle rare foto in cui scorgi un sorriso storto dei miei, se ci fai caso si nota proprio. Quei professori che non mi ascoltavano, se non la mia relatrice – seduta sulla destra, distaccata ma affabilissima, mi sorrideva con un certo orgoglio. Nemmeno un mese per scrivere la tesi, e ora la stavo ripagando per il regalo della sua fiducia. Pratico e realista, consapevole che ai principi di febbraio sarei ritornato a dare esami con un nulla di fatto in tasca e una corona di alloro messa a seccarsi nella credenza, il giorno della mia laurea non ero emozionato come ci si aspetterebbe. Troppe foto, troppe pretese di contentezza, quando io contento non mi sentivo: nei momenti di coesione, no, chiedimi tutto ma non l'impossibile. Ci ho ripensato lunedì pomeriggio. Complice Facebook, dicevamo. Complice la lettura lampo di Buona vita a tutti. Un volumetto candido che occupa uno spazio piccolo così accanto ai libri di Harry Potter, alle indagini di Cormoran Strike, al nero acido del per me bellissimo Il seggio vacante.

La consapevolezza di essere emersi più saggi e più forti dalle contrarietà significa che, da quel momento in poi, sarete certi della vostra capacità di sopravvivere. Non conoscerete mai veramente voi stessi o la forza dei vostri rapporti finché le avversità non vi avranno messi alla prova. Questa consapevolezza è un vero e proprio dono, per quanto la si guadagni soffrendo, e si è dimostrata più preziosa di qualcunque titolo io abbia mai conseguito.

Ho incastrato al posto d'onore l'ultima pubblicazione di J.K. Rowling – in realtà la trascrizione letterale del discorso tenuto ai laureandi di Harvard nel 2008 –, tra un portachiavi del maghetto occhialuto acquistato a Torino e un paio di ciondoli che più nerd non si può (il triangolo dei Doni della Morte, una Giratempo). Qui non scrittrice, ma essere umano, la fata madrina di una generazione di lettori racconta al pubblico – in platea tutti studenti, come lei due decenni prima: incerti, tesi, impreparati all'esistenza – gli amici di sempre (ai Mangiamorte, pensate, ha dato i loro nomi: strano, stranissimo omaggio), i fallimenti (la scoperta piuttosto tardiva delle Lettere classiche, un matrimonio tramontato presto) e l'immaginazione (non quella che permette lunga vita ai maghi, ai misteri di Hogwarts, bensì un'empatia nata durante l'apprendistato presso Amnesty International: la facoltà di sapersi mettere nei panni di un altro che non sia tu). Quegli studenti con il tocco sulla testa dovevano pendere dalle sue labbra. Dovevano viverlo ancora più intensamente, ancora meglio, il momento della proclamazione. Non come me, che forse non sono tagliato per le cose belle, punto e basta. Non come me, che forse il 12 dicembre 2016 avrei voluto zia Joanne in cattedra a dirmi che il futuro era già qui. Perché mi ha preso bambino e, passato pure sull'affronto di una lettera mai recapitata, nutrivo inconsciamente questo desiderio: che mi lasciasse adulto o quasi.

Non occorre la magia per trasformare il mondo. Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere di immaginarlo migliore.

Invece l'ho scoperto tardi questo discorso motivazionale: inutile negarlo, trasformato con le feste nella tipica trovata commerciale. Non indispensabile, se non per permettere che un anno intero passasse senza la penna della Rowling. Da acquistare o regalare per vanità, affetto, completezza. Ben impaginato e splendidamente illustrato. Con font tutti ricci e capricci, parole chiave riproposte in caratteri cubitali, disegni da rimirare. Le perdono a cuor leggero il ritardo, senza rancore, e dell'ottimismo di Buona vita a tutti farò un nuovo proposito per Capodanno. Certo, l'ideale sarebbe stato ascoltarla dal vivo: scomodo, seduto al primo banco in una giacca blu che mi stringeva un poco sulle spalle. 
Quando devo alzarmi, quando devo sedermi, quando posso ringraziare, quando posso andarmene. I capelli spettinati e i coriandoli dappertutto. Il baffo spelacchiato: maledetto. 
E, nelle orecchie, l'eco degli applausi. Di un'autrice che sulla carta stampata – col tempismo sbagliato – ha comunque il suo regno.

[…] Scappai nel corridoio degli studi classici, rinunciando alla scala del successo per andare in cerca dell'antica saggezza.

venerdì 23 giugno 2017

Recensione: La fine della solitudine, di Benedict Wells

La solitudine in noi si può combattere solo insieme.

Titolo: La fine della solitudine
Autore: Benedict Wells
Editore: Salani
Prezzo: € 15,90
Numero di pagine: 307
Sinossi: Jules sa di essere un custode di ricordi, come dice Alva, ma questa non è solo la sua storia. È la storia di tre fratelli, Jules, Liz e Marty, che da piccoli perdono i loro genitori in un incidente e sono costretti a vivere separati e senza famiglia, estranei l’uno all’altro. Marty si butterà a capofitto negli studi, Jules sfuggirà alla vita diventando un introverso mentre Liz si brucerà alla sua fiamma, vivendo senza limiti. La loro infanzia difficile sarà come un nemico invisibile, da cui impareranno a difendersi. Più di ogni altra, questa è la storia di Jules e Alva. Due solitudini che si incrociano, si cercano e si mancano, inquiete, per anni. Jules e Alva sono incapaci di riconoscere quel che provano l’uno per l’altra, legati come sono dal bisogno di amicizia, con il loro perdersi, ritrovarsi e salvarsi. Ma questa è soprattutto la storia di chi, come Jules, serba i propri ricordi insieme a tutte le alternative che non ha scelto, pur sfiorandole e sperimentandole attraverso la letteratura e la musica. Dalla voce di un giovane e già osannato talento della narrativa tedesca, un grande romanzo sulla magia della scrittura che salva dal male. Un libro che commuove e fa sorridere, senza retorica né sentimentalismi, scritto in una prosa coinvolgente come il racconto di un sopravvissuto, chiara come una lama che affonda con dolcezza nelle nostre paure, calda come l’immagine di una foto ritrovata dopo lungo tempo.
                                             La recensione
I Moreau sono una famiglia felice. Passano le vacanze estive dai nonni, in una Francia lussureggiante, e il Natale seduti alla stessa tavola – immancabile una mamma che, imbracciata la chitarra, intona Moon River. A godersi il miracolo di una famiglia che resiste, i tre figli. Il narratore è il piccolo di casa. Ha una decina di anni e ricordi a sufficienza quando l'idillio si spezza. Un incidente stradale e i fratelli Moreau, orfani, passano l'adolescenza in un collegio: Liz, la maggiore, si concede LSD e ragazzi poco raccomandabili; Marty, quello di mezzo, ha l'acume che lo renderà un pioniere di internet e un collezionista di disturbi ossessivi compulsivi; Jules, infine, da bambino esuberante e sfacciato, si ripiegherà su se stesso all'insegna di una timidezza cronica. A salvarlo, qualche passione accantonata con l'ingresso nell'età della ragione – la fotografia e, soprattutto, la scrittura – e la conoscenza di Alva, coetanea che gli si siede accanto riconoscendosi nella malinconia di lui. La fine della solitudine, un po' per la copertina e un po' per quella Salani puntualmente associata alla saga della Rowling, ha l'aria di un young adult. Il romanzo del tedesco Benedict Wells, già best-seller in Patria, a sorpresa somiglia molto più a quelle storie che ti raccontano l'esistenza di un uomo qualunque dall'inizio alla fine – tempi dilatati, rari guizzi manifesti, scarse considerazioni nel mentre su quanto ti stia o non ti stia prendendo. Un'altra fascetta pubblicitaria che cita Nicholls, il sottotitolo che promette non la classica storia d'amore. Fedele alle premesse, il protagonista di Wells propone un album fotografico sfogliato a ritroso.

C'erano cose che non potevo dire, bensì solo scrivere. 
Perché quanto parlavo pensavo, mentre quando scrivevo sentivo.

Nell'incipit, quarantenne, Jules è in un letto d'ospedale dopo un incidente: curva pericolosa, si domandano gli amici, o un tentativo di farla finita? Cosa sarebbe stato di lui senza la morte dei genitori? L'estraneità alla tragedia avrebbe forse raddrizzato quelle tre gioventù in bilico? I fratelli cambiano, si rovinano e poi si salvano. Si ritrovano da adulti. Jules, costante e al centro di una carriera non all'altezza, aspetta. Parla in prima persona, ma poco si sbottona. Conosce gli altri meglio di quanto conosca se stesso. Dissimula e tentenna, temporeggia. A rischio di allontanarsi dal seminato e, talora, di rendere La fine della solitudine più cronaca che narrativa. Cosa sarà stato di Alva, che vent'anni prima guidava una Fiat rossa e faceva passeggiate notturne da cui minacciava di non tornare indietro? Vive in un cottage con uno anziano scrittore russo. Dice di voler diventare un personaggio romanzesco e di sognare caffè che fanno le ore piccole. Non cerca compagnia, ma fa un'eccezione.

Ho trent'anni e ancora non ho figli.
E tu che fai?

In ritardo, così, si mettono insieme. Finalmente coraggiosi quanto basta per riconoscere l'amore. Finché dura, hanno libri di filosofia sul comò, viaggi sulla nostra costiera amalfitana e dischi di Paolo Conte in soggiorno. Questo bilancio stilato tra il sonno e la veglia rende La fine della solitudine una sorta di autobiografia fittizia, scritta con sensibilità e pazienza – forse, un tocco di rassegnazione diventata resilienza. Stupisce, sotto questo punto di vista, la maturità dell'autore: un trentenne che racconta uomini ben più adulti di lui (il personaggio del terzo incomodo, il fragile Romanov, è bellissimo), sentimenti impervi, senza mancare mai di credibilità. L'esistenza del più piccolo dei Moreau è costellata di drammi e altruismo – la tristezza cerca tristezza, la solitudine non conosce fine –, ma la narrazione risulta tutt'altro che cupa, al contrario che in un Giordano. Ho sentito dappertutto i loro pensieri. Su di me, probabilmente, c'era già qualche livido della stessa sfumatura di viola. Si resiste agli urti, infatti, benché la vita non faccia sconti. A un certo punto, non ti grazia mica bilanciando le perdite con una qualche vittoria. Wells valorizza la bellezza dei giorni sì, mitizza il ricordo degli anni Ottanta. E lì, come Jules, mette radici profonde. Mamma e papà non erano perfetti come credevamo. La spensieratezza avrebbe ceduto il passo ai silenzi collerici, perché c'era già un'ombra nel cuore del capofamiglia. La bambina con gli occhiali, i capelli ramati e una sorella scomparsa ci avrebbe sorriso anche se fossimo stati felici, oppure no. Con il mestiere di scrittore nessun se va sprecato. Tutte le vie alternative diventano possibili. Un tronco sospeso su cui Jules camminerà in equilibrio, come da bambino, in una vita e nell'altra. Solo e in compagnia. In un racconto e fuori. Voltandosi, non avrà paura che non sia rimasta anima viva ad aspettarlo. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tiromancino - La descrizione di un attimo


mercoledì 18 gennaio 2017

I ♥ Telefilm: Una serie di sfortunati eventi [come la recensirebbe Lemony Snicket]

Tredici anni fa, non ancora decenne, l'esimio blogger che scrive scopriva una pellicola spiacevole e melanconica assai. Narrava la storia degli orfani Baudelaire, straordinariamente brillanti e tremendamente sciagurati insieme, sopravvissuti all'incendio della loro magione. Dolo o accidente, si domandava il grazioso cherubino – dotato, al tempo, di un adorabile doppio mento e di un paio di occhialini tondeggianti che gli conferivano fascino estremo? Egli seguiva con il fiato in gola il peregrinare di quelle anime miserevoli: Violet, dalle fluenti chiome ramate e dalle scaltre trovate; Klaus, a cui l'infante spettatore invidiava lo sconfinato sapere encicolpedico; infine Sunny, tenera bimba dai denti adamantini e dall'idioma inintellegibile. Chiusa proverbialmente una porta, per quel trio di protagonisti dickensiani si dischiudeva un portone: padrone di casa, ahiloro, un lestofante di attore dotato di velleità artistiche e brama di possesso. Oltre ad essere stato maledetto da un'espressione arcigna, i capelli scarmigliati e la figura allampanata, il Conte Olaf portava in spalla un'altra croce: di lì a poco, le scolaresche delle nuove generazioni – vessate da allarmi meningite, risvoltini, Benji e Fede – lo avrebbero confuso con il quasi omonimo pupazzo di neve di Frozen. Al danno, ordunque, si sarebbe sommata la beffa. Chi può biasimarlo se l'indignazione verso l'inedia, Madre Natura e Let it go lo portarono a macchiarsi di atti nefandi? Chi possiamo incolpare per il mesto andazzo di quello script pazzo? Una serie di sfortunati eventi, visto e rivisto presso il cinematografo, raccoglieva in un'ora e mezza tre di tredici romanzi. Il blogger di cui sopra ridacchiava sommessamente davanti ai lazzi funambolici dell'istrione Jim Carrey, al pensiero stupendo di una Emily Browning cresciuta e all'amara consapevolezza di come la trasposizione facesse un ignominioso ma piacevole taglia e cuci. Cresciuto in altezza e beltà, il blogger aspettava che Lemony Snicket e i suoi orfani avessero di che rallegrarsi, finalmente, con una gioia chiamata Netflix. Otto episodi, una seconda stagione confermata ancora prima di cominciare, la generosa benedizione di un romanzo trasposto ogni due puntate. Restavano la piromania, il cordoglio, i figuranti bislacchi e l'infruttuoso errare da un tutore all'altro: perseguitati com'erano da simboli massonici, disdette e scellerate compagnie teatrali. Una sigla cacofonica invitava a distogliere lo sguardo, a preferire la compagnia della concorrenza. L'impavido blogger, tuttavia, già una volta non aveva abbandonato la sala per rifugiarsi in quella limitrofa, in cui proiettavano qualcosa di ben più gradevole. Non aveva riposto i volumi presi in biblioteca – purtroppo letti senza un criterio preciso – quando il narratore gli aveva consigliato di passare al deviante sfarfallio di Stephenie Meyer. Una serie di sfortunati eventi conserva anche in pillole l'ironia antifrastica, i toni foschi e le violenze ributtanti ai danni di collezionisti di serpenti, linguiste agorafobiche, carpentieri sodomiti in segherie da incubo. Ci sono i colori pastello di Wes Anderson, che esplora il lato oscuro e i siti in cui lo si accusa sovente di contribuire al diabete mellito. I travestimenti di un adorato Neil Patrick Harris, che dimostra di non fare faville soltano nelle feste mascherate con pargoli e marito cordinati al seguito. Il narratore onnisciente, gli usi spropositati di avverbi modali, sprazzi di abusi di minore e di pazienza. Per questione di eccessiva fedeltà filologica, infatti, Una serie di sfortunati eventi ribadisce per sei dei suoi otto episodi l'assodato, con sporadiche aggiunte di retroscena inediti e comprimari ignoti – il banchiere credulone, gli esilaranti scagnozzi del Conte, quelli che hanno tutta l'aria di essere agenti segreti. Per le troppe visioni del film di Brad Silberling, fallace ma memorabile, il blogger avrebbe però dedicato meno spazio a vicende note a menadito, da cui Una serie di sfortunati eventi – nuovo ma, per questa stagione almeno, non abbastanza – si distacca giusto in conclusione. C'è la magia delle fiabe politicamente scorrette e, presto, sopraggiungono l'ovvia ripetitività e una specie di diletto. Quello percepito da spettatori che si compiacciono di essere nei loro principeschi baldacchini, con i tigrati europei ai piedi e un piatto di spaghetti alla puttanesca da piluccare lì accanto, mentre intanto i Baudelaire si struggono e arrancano. Piaghe purulente, gotta e meteorismo a chiunque non digerisca alici, capperi e olive, o si dichiari troppo fragile di cuore per romanzi d'appendice similmente pietosi e rocamboleschi. (7)

giovedì 22 dicembre 2016

Recensione: La via del male, di Robert Galbraith

Il male è sempre di moda.

Titolo: La via del male
Autore: Robert Galbraith
Editore: Salani
Numero di pagine: 603
Prezzo: € 18,60
Sinossi: Quando un misterioso pacco viene consegnato a Robin Ellacott, la ragazza rimane inorridita nello scoprire che contiene la gamba amputata di una donna. L'investigatore privato Cormoran Strike, il suo capo, è meno sorpreso, ma non per questo meno preoccupato. Solo quattro persone che fanno parte del suo passato potrebbero esserne responsabili - e Strike sa che ciascuno di loro sarebbe capace di questa e altre indicibili brutalità. La polizia concentra le indagini su un sospettato, ma Strike è sempre più convinto che lui sia innocente: non rimane che prendere in mano il caso insieme a Robin e immergersi nei mondi oscuri e contorti degli altri tre indiziati. Ma nuovi, disumani delitti stanno per essere compiuti, e non rimane molto tempo...
                                          La recensione
Presso l'ufficio del detective privato Cormoran Strike non sono insolite le consegne. Robin, prima semplice segretaria e poi socia alla pari, è ufficialmente fidanzata con Matthew, rampollo troppo bello e noioso per essere vero. A volte arrivano lettere di mitomani da strapazzo, riposte in un cassetto e lì dimenticate. Altre, mazzi di rose rosse che stemperano i toni del giallo. Quella mattina, mentre Londra e i londinesi si preparano al matrimonio in pompa magna degli amati William e Kate, Robin attenderebbe in teoria macchine fotografiche usa e getta per gli invitati al suo, di matrimonio. Invece, scartato l'involto, la giovane donna scopre con urlo una gamba mozzata. Il suo capo, che tiene a lei molto più di quanto non dia a vedere, si precipita in soccorso con tutta la sveltezza che il suo metro e novanta e il suo arto artificiale consentono. Da qui prende avvio la terza indagine architettata da Robert Galbraith; alias J.K. Rowling. Un macabro presente e tutta l'aria di una vendetta consumata dopo anni di meditazione: fredda e al sangue. Se alle prese con l'apparente suicidio di una famosissima indossatrice o con il ributtante smembramento di un scrittore satirico l'investigatore brancolava nel buio, in La via del male Cormoran ha una pista precisa da seguire. Anzi, tre. Chi sogna il giorno in cui il detective, con un'attività ormai lanciata e un nome che fa capolino da tutti i giornali, cadrà rovinosamente? O, piuttosto, sapendolo temutissimo da sbirri e delinquenti, chi non lo sogna? Chi conosce i suoi segreti punti deboli, sotto i chili di ciccia e muscoli e quegli impermeabili lunghi fino ai piedi? 
Dopo Il baco di seta, criticatissimo romanzo intermedio che a sorpresa mi era piaciuto tanto quanto l'affascinante capostipite, mi sono dedicato alla Via del male. Più corposo dei precedenti – migliore, a detta dei più - è un thriller al cardiopalma che non delude le aspettative. Avrei voluto leggerlo con l'anno nuovo, ma è durante le feste che si ricerca la compagnia delle persone a cui vogliamo bene. Così, alla luci sfarfallanti dell'abete sintetico, mi sono goduto l'ennesima avventura di due eroi che solo chi ha pensato i magici mondi di Hogwarts e gli intrighi luciferini del Seggio Vacante poteva raccontare. La Rowling si barcamena con perfetto aplomb brittanico tra nomi e indizi interminabili, senza farci perdere mai il filo. Dà ai comprimari caratteristiche fortissime e modi esagerati per non farceli confondere. Poco raccomandabili, gli spregevoli antagonisti costituiscono una Suicide Squad che fa impallidere. Preghi, così, di non imbatterti mai in qualcuno di simile. Alla prima ombra fuori posto, in strada, cambi marciapiede e ti guardi attorno con fare circospetto. 
La stampa, quando non parla della vita sentimentale dei reali inglesi, conia scoop e soprannomi: annuncia la presenza di un novello Jack Lo Squartatore; fa sì che la fama dell'ispettore – sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato – si infanghi. La serie, partita come un omaggio al giallo all'inglese, si fa pulp. Moncherini, sordide chat per masochisti, amabili resti. Assassini senza nome che conservano cadaveri nel congelatore a pozzetto; che collezionano dita, orecchie e cimeli grotteschi; che, tra un capitolo e l'altro, ti coinvolgono nei loro tallonamenti e nei loro pensieri. Non si vive di solo splatter, però, se seicento pagine in compagnia di Robin e Strike risultano stranamente poche. Preme conoscere la risposta a un'altra domanda: ma questi due si diranno di piacersi, sì o no? Ora che Robin è in crisi matrimoniale, vulnerabile e solitaria, sembrerebbe il momento giusto per alleggerirsi finalmente il cuore. Ma Cormoran è impegnato con una bella divorziata, l'esasperante Matthew fa i salti mortali per riottenere la fiducia della promessa sposa e, appostato in un vicolo, c'è qualcuno che, guardando i capelli biondi della segretaria in carriera, elabora disegni di morte. Tanto in ballo: l'incolumità, il lavoro, gli amori platonici. Saltano arti vitali e matrimoni annunciati, in piogge acide di emoglobina e confetti. Si ingurgitano tè e kebab completi come se non ci fosse un domani. Il romanzo vive di strip club, rock duro (quello a me sconosciuto dei Blue Olyster Cult) e reputazioni sporche. 
Questa Via del male porta dritta dritta all'inferno, lastricata com'è di personaggi buoni e cattive intenzioni.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Blue Olyster Cult – Career of Evil


lunedì 3 ottobre 2016

Recensione: Harry Potter e la maledizione dell'erede, di J.K Rowling, John Tiffany, Jack Thorne

L'amore acceca. Non abbiamo voluto dare ai nostri figli quello di cui avevano bisogno, ma quello di cui avevamo bisogno noi. Siamo stati così occupati a riscrivere il nostro passato che abbiamo rovinato il loro presente.”

Titolo: Harry Potter e la maledizione dell'erede
Autori: J.K Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
Editore: Salani
Prezzo: € 19,80
Numero di pagine: 357
Sinossi: È sempre stato difficile essere Harry Potter e non è molto più facile ora che è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro, marito e padre di tre figli in età scolare. Mentre Harry Potter fa i conti con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il secondogenito Albus deve lottare con il peso dell'eredità famigliare che non ha mai voluto. Il passato e il presente si fondono minacciosamente e padre e figlio apprendono una scomoda verità: talvolta l'oscurità proviene da luoghi inaspettati.
Basato su una nuova storia originale scritta da J.K. Rowling, Jack Thorne e John Tiffany, Harry Potter and the Cursed Child, una nuova opera teatrale di Jack Thorne, è la prima storia ufficiale di Harry Potter rappresentata a teatro.

                                       La recensione
Harry Potter è sinonimo di infanzia. 
I primi romanzi letti fino alla fine: i suoi. E sua, la colpa, per le lunghe file al botteghino, quando i genitori assecondavano il nostro capriccio di vedere le trasposizioni la sera stessa della prima. Quanta folla, quanto sgomitare; l'attesa, però, sempre ripagata. Sono un fan, ma non tra i più fanatici in circolazione; in libreria ho una collezione strana, a cui manca qualche tassello: libri di formati, edizioni, altezze diverse.  A questa collezione strana, poteva mancare sì l'ottavo capitolo, La maledizione dell'erede: sequel ambientato vent'anni dopo, che non mieteva consensi in rete e scontentava gli appassionati. Avrei voluto fare un'eccezione, leggerlo in ebook per curiosità, ma metti venti euro fuori programma, un giro al supermercato con la scusa della spesa e, presto, accanto a I doni della morte, ho fatto spazio allo script dello spettacolo che quest'estate, chiacchieratissimo soprattutto per la scelta di un'attrice di colore nei panni di Hermione Granger, è approdotato nei teatri londinesi. La forma, dunque, non sarà quella del romanzo fantastico, bensì del copione teatrale, con la suddivisione in atti, le battute perfettamente scandite, le didascalie a suggerirti parte delle ambientazioni; la Rowling c'è nell'idea, nel sentore di magia comunque tangibile, non nello stile. Partito con scarse aspettative ma tanto bravo a evitare gli spoiler di chi l'aveva già letto e ne era rimasto deluso, alla fine mi sono scoperto alquanto soddisfatto e tutt'altro che pentito dell'acquisto. Dalla mia, poca fiducia verso l'operazione e molta familiarità con il formato: in questi giorni, infatti, cerco idee e spunti per una tesi in Letteratura teatrale e quei giochi di ruolo, quei tempi comici, sono il pane quotidiano. La maledizione dell'erede andrebbe visto; e se acquistato, invece, andrebbe letto tenendo in considerazione meccanismi, stilemi e ritmi che non sono appartenuti ai volumi precedenti, pensati e scritti come romanzi. Tra le pagine, però, ho trovato la stessa magia, emozioni similmente intense, e potrebbe bastare quello. Lo spettacolo, con il dovuto rinnovo generazionale, vede eroi vecchi e nuovi muoversi nei luoghi che conosciamo: ad aspettare il prossimo treno, sul binario 9¾, protagonisti cresciuti e ormai genitori. Harry, quarantenne, ha tre figli: quello di mezzo, Albus, si crede il suo disonore. 
Il ragazzo non è portato per gli incantesimi, non sta in equilibrio sulle scope volanti per i tornei di Quidditch e, finito fra gli storici rivali di Serpeverde, stringe amicizia con il figlio di Draco, un altro adorabile perdente. Non manca la controparte femminile, Delphi: cugina di Cedric Diggory, l'intraprendente adolescente dalla chioma argento e blu li guida alla ricerca dell'unica GiraTempo superstite per mandare indietro le lancette e salvare il parente mai dimenticato. Chi gioca con il tempo, però, si perde: a lungo andare, si brucia. E l'effetto farfalla, inevitabile, avrà ripercussioni importanti sui grandi e sui piccoli. Nelle innumerevoli realtà in cui viaggiano, sabotare le prove del Torneo Tremaghi e salvare Cedric dal Signore Oscuro ha effetti differenti. Qual è il prezzo da pagare, per un destino modificato? Perché la cicatrice di Harry, che nell'ultima pagina dell'ultimo libro aveva smesso di pizzicare, torna a dargli il tormento, insieme a incubi in cui rivive le vessazioni dei Dursley e l'ira di Voldemort? 
La trama, essenziale e un po' macchinosa, è un pretesto per tornare ad aspettare, il primo settembre, lettere inoltrate dalla segreteria di Hogwarts. Se fosse stato scritto come un romanzo, l'effetto fanfiction avrebbe avuto forse la meglio; così, invece, il novello Harry Potter incappa nei difetti dei tempi teatrali, ma compensa con il cuore. Ci sono le allusioni, le atmosfere e i giusti tocchi magici. Si vede che chi l'ha scritto – sospetto, infatti, che l'autrice abbia messo soltanto il nome in calce – ha amato quei mondi. Si vede che chi l'ha letto, nonostante non possa considerarsi un volume complementare, ha amato un po' anche questi qui. A cornice di un delizioso intrattenimento per famiglie, divertente e, qui e lì, particolarmente toccante, che emoziona quelli che, insieme ai maghi della Rowling, hanno imparato l'amicizia, il coraggio e, soprattutto, com'è che si fa a riempire gli spazi bianchi di un testo che non nasce per le librerie – lo spettacolo, con una grande produzione alle spalle, dev'essere una vera gioia per gli occhi -, ma ci è arrivato sulla scontata onda della sua notorietà. Io non ho fatto conti alla rovescia, non l'ho compraso in lingua originale, non l'ho atteso affatto: negativamente prevenuto. L'ho letto, in un paio di sere, prendendolo così com'è: una lettura gradevolissima, più infantile di certo, a cui approcciarsi domandando – come se fosse poca cosa, poi – un buon intrattenimento; un viaggio all'indietro, nei luoghi in cui la magia ci ha conquistato la prima volta. Astenersi babbani.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Harry Potter's Theme 

giovedì 7 luglio 2016

Recensione: Il baco da seta, di Robert Galbraith (ossia, J.K. Rowling)

Se uno cerca amicizie durevoli e cameratismo senza riserve, deve entrare nell’esercito e imparare ad uccidere. Se invece vuole una vita di alleanze temporanee con gente uguale a lui, che gioisce di ogni suo fallimento, deve scrivere romanzi.

Titolo: Il baco da seta
Autore: Robert Galbraith
Editore: Salani
Prezzo: 12,90
Numero di pagine: 555
Sinossi: Londra. L'eccentrico scrittore Owen Quine non si fa vedere da giorni. Non è la prima volta che scompare improvvisamente, ma non è mai stato via così tanto tempo e la moglie ha bisogno di ritrovarlo. Decide così di assumere l'investigatore privato Cormoran Strike per riportare a casa il marito. Ma appena Strike comincia a indagare, appare chiaro che dietro la scomparsa di Quine c'è molto di più di quanto sua moglie sospetti. Lo scrittore se n'è andato portando con sé il manoscritto del suo ultimo romanzo, pieno di ritratti al vetriolo di quasi tutte le persone che conosce, soprattutto di quelle che ruotano attorno al suo mestiere. Se venisse pubblicato, il libro di Quine rovinerebbe molte vite: perciò sono in tanti a voler mettere a tacere lo scrittore... Ricco di colpi di scena, uno spaccato degli intrighi del mondo editoriale londinese, "Il baco da seta" è il secondo romanzo della serie che ha per protagonisti Cormoran Strike e la sua assistente, la giovane e determinata Robin Ellacott.

                                        La recensione
Nell'inverno di tre anni fa – a ricordarmelo con precisione, la mia famosa lista su Word -, avevo accolto con l'entusiasmo alle stelle e l'emozione di un bambino l'arrivo, in libreria, di Il richiamo del cuculo. Avevo fatto parecchia strada a piedi per acquistarlo e, al ritorno, mi ero fermato a mensa con un'amica, per cena: ogni tanto, tra una forchettata e l'altra, dovevo toglierlo dalla busta, rimirarlo, sfogliarlo un po'. “Tutta questa curiosità per un giallo?”, mi avevano chiesto, dando un'occhiata scettica alla copertina dal forte sapore gotico e, in cima, al nome di un autore mai incrociato prima. “E' zia J.”, avevo precisato, “è tornata, ma sotto falso nome. Si è travestita, pensa un po', da uomo; da investigatore privato”. Dopo l'addio a Harry Potter, segno indelebile per chi è stato bambino insieme a me, e un gioiello al vetriolo intitolato Il seggio vacante, l'autrice più famosa al mondo si mostrava, con un'attesa prova del nome, anche una delle più versatili. Un giallo all'inglese, un delitto perfetto, che non svelava le sue carte fortunate prima del colpo di scena finale. C'erano protagonisti che sarebbe stato un piacere grande incrociare ancora, il patinato mondo delle passerelle a far gola e, soprattutto, l'impareggiabile classe di una signora che, dietro un nome de plume, al di là di una lente d'ingrandimento, restava una sicurezza. Quello, a occhi chiusi. Dov'era finito il desiderio di ritornare in questa Londra labirintica, smarrito definitivamente l'invito a Hogwarts, al tempo dell'uscita di Il baco da seta, secondo capitolo di un brioso e cruento poliziesco british? Che ne è stato, tre anni dopo, della cieca fedeltà verso una seconda mamma? Annoiato dal suo forzato ritornare al punto di partenza (un sequel sul mago con la cicatrice a forma di saetta a teatro e, il prossimo Natale, Animali fantastici e dove trovarli) e infastidito, talora, da ruffiane cadute di stile (se la Hermione afroamericana non ci piace, a detta sua, siamo un branco di razzisti: mica fan delusi), io e la Rowling, infine, abbia conosciuto la temuta crisi di coppia: cose che capitano. Mi è sembrato saggio ritornare sui miei passi e fare ammenda, quando le librerie erano pronte ad accogliere il terzo giallo della serie: nel carrello, così, Il baco da seta e La via del male. Quanta era poca, però, la voglia di leggere quel tomo intermedio che, a detta di tutti, era il meno riuscito: potevo forse imbrogliare e saltare direttamente al terzo? 
A sorpresa, anche se parlare di sorpresa è un'esagerazione quando la prosa vola e il talento è indubbio, il secondo caso di Cormoran Strike mi ha appassionato tanto quanto il primo. E, solo leggendolo, mi sono mangiato le mani per l'attesa e reso conto, sotto sotto, che i mondi della Rowling mi mancavano da morire: che sulla bruttezza dello scorso anno abbia influito anche l'assenza di una lettura, e di un'autrice, così? Non ne sapevo nulla di top model, la prima volta, ma la scrittrice aveva fatto il miracolo e le debite presentazioni. Questa volta, con il feroce mondo dell'editoria sullo sfondo, sangue copioso e lingue sferzanti, nel mio elemento naturale, mi sono messo comodo e, intanto, ho goduto maggiormente della compagnia di Cormoran e Robin. Lui, figlio illegittimo di una rockstar e eroe di guerra, ha una gamba di legno, capelli riccioluti e chili di troppo che gravano sul moncherino dolorante: può contare sul suo fiuto bestiale, sull'indiscreta fascinazione che esercita sul gentil sesso e sugli avventori che, in ogni libro, accorrono presso il suo ufficio. Lei, segretaria a un passo dalle nozze, ha rinunciato a incarichi più prestigiosi per lavorare fianco a fianco al detective zoppo più corteggiato su piazza e seduta alla sua scrivania, intuitiva e indispensabile, proprio non ci sa stare: il fatto che sia un'autentica bellezza, poi, complica tutto. 
Ci si mettono una ex storica e un promesso sposo apprensivo, questa volta, e un efferato omicidio rituale: come dire a una moglie preoccupata dalle continue stravaganze del defunto, a una figlia adulta ma con la mente di una bambina, che il controverso scrittore Owen Quine è stato eviscerato, cosparso di acido e condannato alla medesima fine del protagonista del suo manoscritto ancora inedito? Chi poteva volergli tanto male? Arduo decidere, se nella sua carriera abbondavano più i nemici che gli amici, più i flop che i bestseller: se, soprattutto, il suo ultimo scritto – viaggio allegorico in una selva di depravazione, in cui ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale - sputava sentenze e veleni sull’editoria d’oltremanica. Cormoran e Robin, in pausa caffè, si dedicano alle lettura di quei fogli truci e scandalosi e, nel cuore caustico della satira, cercano indizi e indiziati. Sul frontespizio, un titolo: Bombyx Mori. La Rowling, mai tanto distante dai toni fiabeschi dell’amato maghetto, cattura e scandalizza con dettagli macabri, un linguaggio forte e una galleria di personaggi squallidi, lussuriosi, ma irresistibili nella loro dissolutezza. Amanti e rivali, editor e agenti letterari, vizi indicibili e strane abitudini in camera da letto: tutti hanno un capolavoro nel cassetto, un valido movente e un astio profondo verso quel teatrale provocatore, ora cadavere a brandelli, che passeggiava agghindato come un lord d’altri tempi e si concedeva passatempi sadomasochistici. E sono tanti, tantissimi, corrotti e avidi, ma hanno un’autrice che lavora sulla loro terza dimensione e, a controbilanciare, la straordinaria simpatia di una strana coppia di ispettori. Il baco da seta, splatter, asprigno e vanitoso, è un romanzo di impensata scorrevolezza, nella sua crudeltà, e mostra una Rowling che si toglie qualche sassolino dalla scarpa e, di buon grado, accetta di sporcarsi le mani. Di una materia ribollente e fragile, è il libro (al sangue) con cui accogliere l’estate: stagione per eccellenza in cui darsi a saghe letterarie, grattacapi e, dopo esami e rimandi, a mattoncini che prima guardavamo con occhi assai sospetti... Che la Brexit ci tolga tutto, allora, ma Cormoran Strike giammai. 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Dark Dark Dark – In Your Dreams


giovedì 12 maggio 2016

Mr. Ciak: Ave,Cesare!, La corrispondenza, Single ma non troppo, The Invitation, Kill your friends

Mai andati molto a genio i Coen. Fintamente leggeri, sofisticati, freddi nel loro buon gusto e in una perfezione formale che, ancora una volta, è innegabile. Semplicemente, mi ripeto, avrò visto i più sbagliati tra i loro film. Dopo A proposito di Davis, di cui avevo molto apprezzato gli sciarponi sgualciti, i gatti rossi e la voce di uno splendido Isaac, è questo Ave, Cesare! che guardo. E lì per lì rido, lo trovo spassoso e consapevole, ma c'è un ma non trascurabile. Ambientato negli anni Cinquanta, mi ha ricordato un capolavoro di nome Cantando sotto la pioggia e la mia recente visita, lo scorso dicembre, a Cinecittà. Quel film storico, che all'inizio definivo vecchio e basta, che all'universita mi aveva incantato; quel casermone dalle linee severe che, all'interno, nascondeva un'autentica fabbrica dei sogni. La loro ultima commedia, in ordine casuale, è di questo che racconta: attori che interpretano altri attori, magie. Un gioco di metacinema per soli appassionati, che ha colori sgargianti, una parata di star e una direzione da maestro. Ma, film ad episodi non dichiarato e con un debolissima cornice ad unirli tutti, presenta situazioni slegate – sequenze brillanti, omaggi nostalgici – che mancano di un filo conduttore; di nerbo. Una squadra di fuori classe e tanta eleganza, sì, ma i Coen si divertono più dello spettatore. E mollano le redini. La loro commedia, che avrà pure tutti i pregi del mondo ma i pezzi di scotch a vista d'occhio, diverte perché allo sbaraglio, essenzialmente: mentre si girano musical, western e peplum, ecco il rapimento dell'attore principale e gli sceneggiatori comunisti che reclamano sottomarini sovietici e attenzioni. La critica ufficiale, forse, lo etichetterebbe come divertissement o pastiche; uno di quegli eufemismi leziosi e ambigui, per dire che non lo ricorderai il giorno successivo ma, per carità, è d'autore, fa sorridere, e quindi i suoi meriti li ha. Meriti del comparto tecnico, grosso modo, e di una Scarlett sirena, di un Tatum marinaio e ballerino, di un Alden Ehrenreich pistolero e giullare, all'ombra dei ben più gigioni – troppo – Brolin e Clooney. (6)

Tornatore è un regista a cui voglio bene. Fino a qualche anno fa, prima che il cinema italiano, almeno, si desse a una rinnovata giovinezza, era l'unico autore di cui andavo fiero. Se ci si trova ad accogliere a braccia aperte giovani registi e si dà il benvenuto a generi che un tempo non ci appartenevano, mi addolora il passo falso di un conterraneo che ha sempre avuto cura dell'emozione. Cosa dire sulla sua ultima fatica – anche se, nel seguirlo, la fatica più grande è la nostra – che non sia già stato detto? L'insuccesso di La corrispondenza non lo comprendevo, prima di vederlo. E, ancora, non mi capacito del risultato. Un melodramma stucchevole con due protagonisti male assortiti, un'idea gettata alle ortiche e un regista che ha dato forfait. Senza mezzi giri di parole, bruttissimo. Di chi è la colpa? Una caccia al tesoro che si fa ripetitiva in fretta, un doppiaggio pessimo, una storia d'amore che risulta insana? Indipendentemente da tutto ciò, La corrispondenza parte male sin dall'incipit. Due amanti lontani per età, lui professore e lei studentessa, che si baciano come in Via col vento e si sussurrano parole gonfie di enfasi. E le parole, dopo la morte improvvisa di lui e il dolore di lei, non cessano: retoriche, zuccherose, irrazionali. Un Jeremy Irons irritantissimo, all'indomani del suo trapasso, lascia a una Olga Kurylenko in stato catatonico sms, lettere, email e case sul lago.  Il danno vero, oltre a un Morricone letargico, lo fa una scrittura che si scopre surreale, pur di non incappare nei passi del ben più godibile P.S. I Love you. Si ride dell'impiego di stuntman di lei – a cui, in una sequenza ridicola, taglia la strada un'anziana in carrozzella – e i comprimari, burattini senza fili, sono inanimati smista-posta mandati lì dal caso. Troppe le coincidenze, infinite le falle narrative: le loro età distanti, tra l'altro, rendono irreale, carico e gelido cotanto struggersi.Tornatore, ti sei perso? Tornatore, però torna. (4)

Alice, impiegata in uno studio legale, si è presa una pausa di riflessione dal suo fidanzato: vuole sperimentare. Sua sorella, Meg, ha 40 anni, nessuna relazione stabile e il desiderio improvviso di avere un bambino, da sola. Robin, strabordante e sboccata, un fidanzato non lo cerca; Alice, invece, ha creato un algoritmo per trovare quello perfetto. Il fidanzato di Alice la molla per un'altra; Meg, in attesa del fiocco rosa, conosce una tipo bizzarro ma dolce; Robin è Robin e Alice, che scrocca il wi-fi al bar sotto casa, fa mettere la testa a posto al barman dongiovanni di turno. Single ma non troppo – imbarazzante trasposizione dell'inglese How to be single – mi ha fatto compagnia in una seria infrasettimanale e, a sorpresa, si è rivelato meglio del previsto; gradevolissimo. Io, che immaginavo un Sex & The City con un rinnovo generazionale, mi sono trovato davanti, invece, una commedia corale ben recitata e piuttosto ben pensata, lunga e popolosa, ma a cui la regia del fresco Christian Ditter e la penna di Marc Silvestein, già sceneggiatore di La verità è che non gli piaci abbastanza, danno ironia, ritmo e, qui e lì, un romanticismo che non intacca il proposito iniziale: mostrare un gruppo di amiche che bastano a loro stesse. New York è bella, e più belle ancora sono Dakota Johnson e Leslie Mann, sorelle indipendenti; poi c'è la classica Rebel, volgarissima, e una superflua Alison Brie, che invece, dalla sua, non ha neanche la simpatia esagerata della Wilson. Qualche personaggio – la Brie, appunto, il vedovo facoltoso e il barista per trombamico – apparentemente non ha una collocazione precisa. Aveva senso inserirli, se una protagonista ci mette la freschezza, l'altra la maturità e la terza i doppi sensi a gogò? Direi di no, ma Alice, abbarbicata su un monte e con una copia di Wild sul comò, in un elogio ponderato alla solitudine, ci dice che qualche donna resiste ai vuoti e qualcuna si accasa, che qualche uomo cambia e qualcuno viene a patti con l'abbandono. (6,5)

Will e Eden si sono separati. Si rivedono a cena, due anni dopo la tragedia, con i rispettivi compagni e gli amici di sempre. I faccia a faccia, inevitabili; l'ingresso di nuove figure, in una compagnia altrimenti affiatata; meccanismi che scattano e di rado si inceppano, tra fascinazione, gelosie e eros. Chi è più strano fra loro, tutti gaudenti e amichevoli, e Will, al contrario, sospettoso e inaffidabile? The Invitation, invito a casa con mistero, è un thriller indipendente che in rete ha subito fatto parlare di sé. Per alcuni, addirittura, siamo al cospetto del thriller dell'anno; per chi non porta pazienta, invece, altro non è che una lunga noia. Io mi colloco tra un eccesso e l'altro. Incrocio ideale tra il nostro Perfetti sconosciuti e The Path, serie Hulu attualmente in onda, ha tutta l'aria di un dramma da camera a tinte fosche, sull'elaborazione e il perdono. L'ultima mezz'ora si rivelerà, infine, un'escalation di violenza e tensione non così prevedibile. Il giusto compromesso tra l'introspezione degli inizi e la fretta dell'epilogo. The Invitation spicca per una scrittura profonda – più nel dramma dei due genitori che nei risvolti da brivido – e una recitazione, nonostante un cast di bellocci del piccolo schermo, sopra la media. Ma come un incensato Honeymoon, curato nel romanticismo e sbrigativo se alle prese con l'omaggio allo sci-fi d'altri tempi, il thriller psicologico funziona più parlando dell'elaborazione che dei coltelli nascosti dietro la schiena. Del dolore, e di tutti i mezzi a nostra disposizione per sfuggirvi. Al lutto, e ai ricordi scomodi. Allora, c'è la rabbia silenziosa di Logan Marshall-Green, che non dimentica. Sorrisi falsi, per la seducente Tammy Blanchard, e la complicità del sempre corteggiatissimo Michiel Huisman, che in una comunità religiosa – e in un amore non del tutto disinteressato – han trovato illusoria consolazione. (7)

Steven, giovane ai vertici di una casa discografica, in anni in cui la musica vendeva, e di musica si viveva o si moriva, ha tanti potenziali nemici, troppe grane e più di qualche grattacapo. Per fortuna, Steven non ha peli sulla lingua e nessuno scrupolo. Accattivante e spietato, perennemente su di giri, avrà forse paura di sporcarsi un po' le mani per ottenere ciò che desidera? Tratto da un romanzo di John Niven e diretto con agilità dal semi-esordiente Owen Harris, Kill Your Friends è una commedia nera e a tinte splatter, con una colonna sonora preziosa, il panorama musicale anni Novanta a fare da suggestivo sfondo e, infine, un protagonista cinico e divertentissimo che regala al film le sue trovate migliori. Maestro nelle macchinazioni, shakesperiano negli umori, ha il volto di un bravissimo Nicholas Hoult, che con una prova piacevolmente sopra le righe fa dimenticare gli errori di ingenuità: un epilogo crudissimo contrapposto a un incipit canonico, ad esempio; meno eccessi di quanti ne avrei graditi; risvolti intuibili. Il prodigioso bambino di About a boy e Skins è cresciuto, ed è diventato un perticone di un metro e novanta, bello come il sole e sfacciato in modo assurdo: arrivista come pochi. Perché questo Steven, che sembra un Patrick Bateman rivisto e corretto o, ancora, il "lupo" Jordan Belfor passato dai titoli in borsa ai pentagrammi, si rivolge a tu per tu alla macchina da presa, manda giù sciacquabudella a fantasia, conosce a fondo la cocaina e le sue infinite derivazioni e, come se avesse importanza, la musica che produce nemmeno gli piace. (6,5)