|Middlesex, di Jeffrey
Eugenides. Mondadori, € 16, pp. 612 |
Cos'è
che determina chi siamo? I nostri cromosomi, la maniera in cui ci
hanno educati, le nostre radici? È una domanda, questa, che
riecheggia in ogni storia di crescita. Ma in quella di Jeffrey
Eugenides – un classico moderno insignito del Pulitzer – un po'
di più. A raccontarla è un narratore dalla doppia natura, cresciuto
come una bambina prima di abbracciare un'identità di genere
maschile. A causa di un gene imprevedibile, rimasto sopito per oltre
due secoli, Calliope, negli anni della pubertà, si scopre
intersessuale.
Gli eventi
davvero importanti non dipendono mai da noi. La nascita per esempio,
e la morte. L'amore. E ciò che l'amore ci lascia in eredità ancora
prima che nasciamo.
Ha
lunghi capelli a schermarne il viso, tratti spigolosi, mestruazioni
che tardano ad arrivare. Oggetto d'attrazione sia per i maschi che
per le femmine, a volte cavia e a volte splendida creatura
mitologica, Cal racconta la propria storia a ritroso, dipanandola
come un filo di seta. I toni, epici e brillantissimi insieme,
ricalcano quelli dei poemi omerici, omaggiando il mito platonico
dell'anima gemella e mescolando la hybris alla scienza. A conoscenza
non soltanto dei retroscena del suo stesso concepimento, ma anche di
ogni piccolo segreto familiare, l'onnisciente Cal rievoca la
relazione incestuosa tra i suoi nonni – Lefty e Desdemona, in fuga
dalla dissoluzione dell'Impero ottomano –, il matrimonio tra i
genitori – Milton e Tessie, cugini di primo grado –, i turbamenti
di una Detroit stravolta prima dal fordismo, poi dalle rivolte
razziali, infine dall'arrivo dei ristoranti in serie.
Ho
l'impressione di sentirti, lettore. È l'unico genere di intimità
che mi mette a mio agio. Noi due, soli, nell'oscurità.
Benché
al centro di una sorprendente ascesa sociale, gli Stephanides sono
forse maledetti? Middlesex è la storia della donna che visse
due volte e, soprattutto, della sua grossa grassa famiglia greca. Un
romanzo fluviale, esilarante, coltissimo, il cui cuore ibrido batte a
metà tra la tragedia classica e il sogno americano, Gabriel Garcìa
Màrquez e Nathan Hill. Proprio come i suoi avi, anche Cal viaggerà
in cerca di un nuovo centro di gravità. Ad attenderlo c'è una San
Francisco notturna, tentacolare e affascinante, dove la già fiorente
comunità LGBTQIA+ gli infonderà il coraggio necessario per esistere
senza giustificarsi. Perché, a volte, è possibile trovare armonia
anche nella disarmonia. Senza essere “uno”, per sentirsi
completi.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Chappel Roan – Pink Pony Club
Anni
Cinquanta. Elmira, New York. Una modesta casetta costruita all'ombra
di un sicomoro, gli infissi verde pisello e l'eco delle campane della
vicina chiesa di San Giovanni. Una famiglia come tante. Numerosi,
repubblicani, cattolici, i Larkin —un padre silenzioso, una madre
devota, sei figli — cenano con un ritratto di Gesù in cucina. Molti dei
protagonisti perderanno comunque la retta via. Come nelle grandi
saghe familiari, seguiamo i loro trionfi e le loro sciagure fino ai
giorni nostri. Dalla presidenza di Roosevelt al secondo mandato di
Obama, passando per la guerra in Vietnam, l'AIDS, l'abolizione della
sedia elettrica. Ogni capitolo, a punti di vista alterni, è una
finestra aperta sulle loro esistenze. A scandirle sono la musica, il
football, la cronaca nera.
Siamo
tutti qui per poco più che un battito di ciglia, come i polli e le
termiti, e se davvero c'è un Dio, è che che se ne frega di noi.
Myra,
la primogenita, è un'infermiera impiegata nel braccio della morte:
cresce da sola il figlio Ronan e non perde mai la grazia struggente
con cui, a tredici anni, scriveva lettere d'amore al Giovane
Holden.
Fiona, spregiudicata e sessualmente promiscua, si oppone
all'accudimento di Joan — la sorella disabile — per inseguire la
carriera di attrice. Alec, la pecora nera con un passato da
chierichetto, fugge per tutto il Midwest — mai dall'oscurità
annidata in sé stesso — lasciandosi alle spalle cartoline macabre
e altre briciole nella speranza di essere trovato. Nel frattempo,
succede la vita. Splendida e imprevedibile, a volte beffarda, diventa
materia viva nelle mani di Adam Rapp. Subito paragonato a leggende
della scrittura, possiede la quiete grandezza della grande narrativa
americana. La prosa è senza fronzoli. L'intreccio, epico e semplice
al tempo stesso, è un gioco di prestigio dove le figurine di
football e le prime edizioni del capolavoro di Salinger vengono
trasmesse di madre in figlio. Cosa erediteremo, invece, dai nostri
padri?
Siamo
tutti condannati a essere quello che siamo.
Se
lo domanda proprio Ronan, aspirante drammaturgo a New York, che ha
ereditato dagli uomini della famiglia gli occhi infossati e i lupi
nella testa. La criminalità è una tara genetica? Il serial killer
John Wayne Gacy potremmo essere noi? Come nella Derry di Stephen
King, qualcosa di malvagio si annida nel sottosuolo americano. La
violenza è dappertutto. Nel ragazzo che flirta con te alla tavola
calda. Nell'ubriacone molesto della lavanderia a gettoni. Nel prete
che paga il tuo silenzio a furia di regali costosi. Nella luce del
garage, che ti ordina di sterminate i tuoi cari con un martello. In
mezzo a tutto questo male, tuttavia, è impossibile non volere a
queste tre generazioni di Larkin tutto il bene del mondo. Anche se, a
guardare bene, negli occhi infossati dei figli si intravede ancora il
riflesso di quel martello. Sempre lì, sotto il lavandino della
cucina. In attesa.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – The Sound of
Silence
A
casa Barnes non c'è nessuna foto incorniciata a ricordare il
matrimonio tra Imelda e Dickie. La colpa è di un'ape che la mattina
delle nozze si intrufolò sotto il velo, pizzicando il viso
alla sposa. Come può nascere una famiglia felice sotto simili
auspici? Siamo in Irlanda. La crisi economica ha intaccato la fortuna
dei protagonisti, condannandoli al declassamento, ma non
la magia del folklore locale. C'è chi legge i fondi di caffè, chi
vede cani neri all'alba delle dipartite più tragiche, chi pensa che
alle cerimonie i fantasmi si mescolino agli invitati. Mai
trascurare i segni. È l'assunto di partenza del romanzo più
chiacchierato dell'anno — per qualcuno, già il migliore. Sempre
scorrevole e appassionante, nonostante la mole minacciose, è per me più
debitore alla HBO che alle saghe di Jonathan Franzen.
I
tempi cambiano, dice Victor. E poi tornano com'erano prima.
Strutturato
come una serie TV dal complesso montaggio alternato — immancabili,
a tratti forzatamente, le tematiche dettate dall'algoritmo:
privilegio bianco, omosessualità, ambientalismo —, Il giorno
dell'ape restituisce i punti di vista dei diversi membri della
famiglia, senza renderceli amabili a tutti i costi. Ci sono Cassie, la
figlia adolescente, ossessionata dai confronti con la migliore amica
bella e facoltosa; PJ, il timido secondogenito vittima della
disattenzione degli adulti. Poi Imelda, l'indimenticabile madre,
che in un flusso di coscienza si racconta come una novella Miss
Havisham: sopravvissuta a un'infanzia miserabile, si è resa
protagonista di una sudata scalata sociale con il solo passaporto
della bellezza. Peccato che alla morte di Frank, il promesso sposo
stella del calcio gaelico, sia finita insieme al fratello del
defunto. Quanto ci si può sentire soli in un matrimonio? È la
domanda che si pone infine anche Dickie — il padre dei suoi figli, il
rimpiazzo —, che vende automobili ma
preferisce andare in bicicletta e nasconde un ammanco
nei conti, un segreto negli anni universitari, un bunker nel bosco.
Immagino
che chiunque lo vorrebbe. Essere come gli altri. Ma nessuno è come
gli altri. È questa la cosa che abbiamo in comune. Siamo tutti
diversi, ma pensiamo tutti che gli altri siano uguali, disse. Se ce
lo insegnassero a scuola, il mondo sarebbe un posto più felice,
credo.
I
capitoli sono personalizzati, lunghi, quasi indipendenti, se non
fosse per sottili simmetrie interne rintracciabili soprattutto col
senno di poi. Fino a un passo dell'epilogo, i Barnes sono
irraggiungibili gli uni agli altri: barricati nelle loro rispettive solitudini.
A stringerli insieme sarà un finale fortemente sospeso, angoscioso e
polifonico, dove misteriose forze centripete sembreranno volerli
nello stesso posto, nella stessa notte di lampi. Se ne scriverà in
lungo e in largo: benissimo e malissimo, come capita soltanto ai
bestseller. Io stesso, nel corso della lettura, ho rimproverato il
manierismo della scrittura e gli ammiccamenti di troppo, tra dialoghi
senza virgolette e tematiche calde non sempre
approfondite a dovere. Sono sottigliezze, però, nell'ottica di
un romanzo che, per il resto, è un invidiabile congegno a
orologeria retto interamente dalla bravura di Paul Murray. Con stile
acido e brillante, anche capace delle concitazione del thriller, lo
scrittore irlandese firma una tragicommedia sull'impossibilità di
tornare alla normalità quando la carrozza della fiaba torna a
trasformarsi in zucca. Alluvioni, siccità, animali in via
d'estinzione: il mondo è alla deriva, e le nostre famiglie ne sono
lo specchio esatto. Lo scoiattolo rosso non si trova; la serenità familiare altrettanto. Entrambi appartengono, forse, a un mondo che non
esiste più. È possibile però costruire un rifugio contro disastro,
chiamarlo “casa”, quando il disastro siamo noi?
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: The National – Sleep Well Beast
Un
detto dice che si è soliti tornare lì dove si è stati bene.
All'indomani dei fasti di The Haunting of Hill House – senza
rivali, la serie più bella della sua annata –, come rinunciare a
un nuovo invito nella casa degli orrori di Mike Flanagan? L'autore e
regista americano cambia domicilio e, nella migliore tradizione delle
serie antologiche, cambia radicalmente scenario. Le sue presenze
inquietanti e romantiche, infatti, si trasferiscono nella campagna
inglese degli anni Ottanta: a Bly Manor. Mentre la prima stagione si
proponeva di adattare in chiave contemporanea il gotico di Shirley
Jackson, la seconda si cimenta col classico dei classici – Giro
di vite di Henry James –, in questi giorni al cinema con
l'ennesimo mediocre remake. L'originalità, insomma, non abita qui. E
a sorpresa la serie è più fedele del previsto al modello di
partenza: abbiamo una giovane istitutrice, due bambini pestiferi, il
fantasma di una vecchia storia d'amore che si tinge di mistero. Se
come me conoscete la storia originale, non regalerà sorprese di
sorta scoprire il perché delle stranezze del piccolo Miles.
Flanagan, per fortuna, ci distrae dalla prevedibilità ampliando il
cast dei comprimari. Popolosa, corale e profondamente umana, la serie
racconta le esistenze e i dolori di tutti gli abitanti della magione:
dalla domestica al cuoco, dall'autista alla sfortunata insegnante
precedente. Nonostante la capienza, Bly Manor potrà contenere tutti
i loro tormenti? Ci provano nove lunghi episodi, così, che
vorrebbero essere molto più che una canonica storia di fenomeni
paranormali. Ma la serie finisce per perdersi in sottotrame
superflue, in monologhi artificiosi e ridondanti, in una scrittura
stanca e frammentaria non supportata dalla regia televisiva: Flanagan
dirige soltanto il pilot, e si vede. La suspance è mal gestita. Le
ombre, discrete e marginali, non fanno mai paura. Recitato con troppa
enfasi – brave la scream queen Victoria Pedretti e l'invecchiata
Carla Gugino, pessimo il tenebroso Oliver Jackson-Cohen –, questo
puzzle dispersivo trova una bella chiosa, però, negli episodi otto e
nove. Tra il fascinoso bianco e nero dell'episodio in flashback e un
epilogo dolcissimo, che lascia letteralmente commossi, The
Haunting of Bly Manor piace più
parlando dell'umano che del soprannaturale. Ma a proposito di
sentimenti sospesi, elaborazioni, attese infinite e leggi cosmiche,
vi saprà dire meglio e di più lo splendido A Ghost Story:
il resto è dèjà vu. (6)
Dal
cast radunato ordinatamente sul poster, sembrerebbe un giallo
all'inglese nello stile del recente Cena con delitto.
Invece è spagnolo e, a dispetto del titolo, non muore nessuno fino
al terzo e ultimo episodio. Né mystery a orologeria né spudorata
soap opera, Qualcuno deve morire gioca
a carte scoperte gli incastri e le combinazioni di quelle piccole
saghe familiari fatte di segreti, tradimenti e sensi di colpa, sullo
sfondo della Spagna degli anni cinquanta e della sanguinosa ma
scenografica caccia al piccione. La trama è presto detta: come in
Teorema di Pierpaolo
Pasolini, una famiglia integerrima viene messa in crisi dall'arrivo
di un ospite perturbante. Bello, ambiguo e chiacchierato, il
ballerino messicano è un caro amico del primogenito. Il giovane
protagonista si invaghisce di lui, e lo stesso succede alla madre e
alla promessa sposa. Ma il ballerino chi ama davvero? Cosa cerca per
il proprio futuro? Un poligono sentimentale alla Xavier Dolan è
nobilitato dalle scenografie elegantissime e dal particolare contesto
storico: il regime di Francisco Franco. Prevedibile ma dal forte
impatto emotivo, la serie tocca le corde giuste quando mostra la
spada di Damocle che pende sul collo del capofamiglia, direttore di
uno spaventoso manicomio: deve rinchiudere lì il figlio amatissimo,
bollato come invertito dal pettegolezzo generale? Con grande
discrezione, Qualcuno deve morire non
miete vittime inutili – se non nell'epilogo, il vero tasto dolente:
brutale, gratuito, frettoloso – ma mostra un'attenzione emozionante
verso la sorte di comunisti e omosessuali in pieno regime fascista.
L'inossidabile Carmen Maura, qui particolarmente spregevole, è la
matriarca; Ester Exposito, già vista in Elite,
è l'antipatica fidanzata a un bivio; mente lo sconosciuto Alejandro
Speitzer, protagonista di un monologo dolorosissimo, sorprende con la
performance più sfumata. Più adatta a un film che a una miniserie,
la storia si rivela essere – purtroppo o per fortuna – più
sobria del previsto, ma per tre ore intrattiene con un crescendo
piuttosto coinvolgente. Dopo averlo conosciuto qui, sono curioso di
scoprire la penna di Manolo Caro – anche regista dell'ennesimo
remake estero di Perfetti sconosciuti
– in La casa de las flores: l'intrattenimento
trash di cui non sapevo di avere il bisogno. (6,5)
Ho
rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù,
per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una
nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una
specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui
ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non
necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo
conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il
più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del
genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria,
amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le
avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale,
davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù:
dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il
pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il
matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi
accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata
in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova,
Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine
a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.
Ah,
che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e
significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è
costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida
di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il
Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli
uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e
la cenere e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante
il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente
attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle
origini dove nel frattempo Lila – brillante
autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli
Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per
un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle
siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel,
al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come
non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due
amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate
dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. Nella prima parte –
un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole
Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila
da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le
dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno
imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di
disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una
seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi –
penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e
diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli
attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio,
fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al
cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica,
dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più
che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en
passant attraverso salti ed ellissi.
Voler
bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a
condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre
avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno
l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza.
Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un
solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche
quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo,
se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e
invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se
no cado giù.
Storia
della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio
sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere
sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale?
Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e
un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare
un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per
iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta –
tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che
contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la
bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune
delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e
deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici
in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi,
ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro
all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue
ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive
china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso
la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno
spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte
ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal
passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai
fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta
sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte
integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella
chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà
salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in
un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio
Restano
la famiglia sulla bocca di tutti, i Florio. Ne è passata di acqua
sotto i ponti, si sono avvicendati inesorabilmente gli anni e i
secoli, ma la loro buona stella non si è mai spenta. Non del tutto.
Se qualcuno non conosceva la storia della loro ascesa
folgorante – nell’Ottocento, partiti in povertà, divennero
una leggenda –, a rinfrescarci la memoria in libreria è il
romanzo più popolare del momento. Conteso dagli editori
internazionali, ai vertici delle classifiche di vendita, già
opzionato per una serie televisiva, I leoni di Sicilia è
stato benedetto dallo stesso successo della stirpe che descrive. Sui
Florio, così, ci si documenta ancora: l’attenzione è verso le
loro origini, i loro commerci altalenanti, le loro passioni. E
dell’autrice che ne ha rispolverato il ricordo, Stefania Auci, si
parla con termini entusiastici scomodando spesso un insuperabile
metro di paragone: Elena Ferrante. Siamo al cospetto di un’altra
saga familiare, di una nuova serie di romanzi corteggiata dai lettori
stranieri e dal piccolo schermo, ma le analogie finiscono presto.
Incrociata in passato fra le firme del blog Diario di pensieri persi,
scrittrice tanto di urban fantasy quanto di romanzi rosa, la Auci ha
scoperto una miniera d’oro alla fine di cotanta gavetta, nella
sabbia della sua Sicilia. Ma se da un lato la lettura ha
confermato la sua abilità narrativa, dall’altro ha dato fondamento
a un pensiero ricorrente: benché ci provi questo genere non mi si addice.
Si parte da lontano, lontanissimo, con un terremoto che spinge i protagonisti a scappare: da Bagnara Calabra a
Palermo con un imbarcazione modesta, senza il biglietto del ritorno,
due fratelli carichi d’ambizione decidono di avviare un’attività
da zero.
Oltre quelle mura,
oltre il cortile della Zecca Regia, c’è Palermo. Anche lei è
un’amante possessiva, e Vincenzo lo sa: gelosa, volubile e
capricciosa, capace di rifiorire o di annichilirsi in una notte. Ma,
dietro le apparenze, nasconde un’anima d’ombra. […] In quel
periodo, la città vive un misterioso stato di grazia: si ricopre di
colori, si riempie di cantieri e nuovi edifici. E, dei suoi soldi,
dei soldi di Casa Florio, Palermo ha bisogno.
Lavoratori
indefessi, all’inizio poco più che semplici scaricatori di porto,
Paolo e Ignazio prendono le redini di una putiedda. Dalle spezie d’importazione
all’invenzione del tonno sott’olio – passando per commerci di
polvere di china, medicinali, vini destinati alle tavole reali – il
passo è nient'affatto breve. Include ben tre generazioni di uomini,
e va a toccare un’isola contesa da Napoleone e dai Borbone. Il
mondo dorato dei commercianti può forse resistere senza mostrare i
segni dello scompiglio? C’è un’epidemia di colera, foriera di
un’isteria generale. Ci sono rivolte e barricate in strada, mirate
a rovesciare i regnanti. Il sogno: creare una nuova Sicilia,
finalmente libera dai soprusi di Ferdinando, per sottrarsi a
un’estenuante sudditanza. Costretto a finanziare suo malgrado il
governo rivoluzionario, a prendere le redini della famiglia è
Vincenzo: figlio di Paolo, nipote di Ignazio, è uno squalo solitario
e dotato di un pessimo carattere.
L’accesa rivalità con i Canzonieri, una famiglia che lo
taccia di essere un parvenu, gli instilla il dubbio di non essere
abbastanza. In risposta, così, lui studia in Gran Bretagna, presta soldi a
usura ai nobili decaduti, impone un prezzo a tutto: anche all’amore
verso la sua scandalosa amante, di lì a poco madre dei suoi figli.
Cagionevoli e malinconici, i maschi della famiglia si dedicano troppo
agli affari e poco ai sentimenti e, pensando al portafogli,
rinunciano alla bellezza del mare: eccolo relegato sullo sfondo,
nell’anonimato, mentre loro si danno a testa bassa al lavoro
d’ufficio. Quel cognome importante è un’opportunità o una
prigione? A ricondurli sulla retta via potrebbero essere due
personaggi femminili, Giuseppina e Giulia: rispettivamente suocera e
nuora – la prima sposata con il fratello sbagliato, l’altra
disonorata da una relazione clandestina –, le donne ai ferri corti
s’impuntano per parlare di politica ed economia, per farsi sposare
legalmente, per salvare i discendenti dalle sorti dei matrimoni
combinati.
«Quando
si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo non si
ferma. E allora tieni strette le cose. Se loro ci sono, tu ci sei
ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che sgocciola via.»
Giuseppina si siede sulla sponda del letto, stringe l’indumento al
petto. C’è un rimpianto che le causa una stretta allo stomaco.
«Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo bugiardi», continua con un filo
di voce. «Cose come questo scialle o il tuo anello» - indica la
fede di oro battuto appartenuta a Ignazio - «sono ancore per una
vita che se ne va».
Se
i protagonisti incarnano caratteristiche che potrebbero subito
renderceli memorabili, a non interessarmi è stato
purtroppo il contesto. Quelle contrattazioni fitte, dense, per
addetti ai lavori, che hanno reso i Florio sì un’istituzione, ma
anche una compagnia – fra le pagine – con cui a prima
impressione si fa fatica. Lo so, questa volta sono io a
essere dalla parte del torto. Senza politica e commerci avrei potuto
apprezzarli molto di più. Ma senza, immagino, sarebbe stata
un’altra cosa. Non di certo una storia vera, frutto di ricerche
certosine e di una rielaborazione misuratissima, che ribadisce nel
male il mio scarso feeling verso le ricostruzioni storiche: più sono
impeccabili, più rischiano di annoiarmi. All’ombra del monte
Pellegrino, nella terra che ha
ispirato classici da antologia come I Malavoglia, Il Gattopardo
e I Viceré, I leoni di Sicilia racconta di amori
travagliati, intuizioni folgoranti e investimenti frettolosi: formula
intelligente per un passaparola istantaneo. La lettura è densa e
scorrevole, perfino incalzante immergendocisi meglio, ma mentirei se
dicessi che queste quattrocento pagine fitte di date e avvenimenti qui e lì non mi siano parse troppe. Colpa un po’ di uno sfondo socio-politico dei più turbolenti, un po’ delle leggi difficili del mondo
mercantile, un po’ di un genere letterario che – ammetto i miei
limiti e i miei pregiudizi – personalmente trovo furbo, lezioso.
Romanzo dell’estate per molti, insomma, tale non è stato per me.
La prossima volta, senza rancore né curiosità, potrei farmi trovare
sordo al suo ruggito.
Dopo
la promessa di rivederci presto, mi sono rimangiato le
mie stesse parole: all'appuntamento con Lila e Lenù ho tardato. Mi
sono presentato con sei mesi di ritardo, io che lo scorso gennaio mi
dicevo eppure pronto, prontissimo, a proseguire nell'immediato. In
passato avevo già fatto lo sbaglio di lasciare gli intrighi del
rione per un lasso di tempo troppo lungo. Questa volta si sono
intromessi a gamba tesa il tempo che scarseggiava sempre più, gli
impegni per la stesura della tesi e qualche parere contro – in
definitiva, tutt'altro che immotivato – che descriveva il terzo
capitolo come l'ostico della serie. Avrei faticato, mi assicuravano
tutti, a tollerare gli ennesimi sgarbi fra le due amiche; accanto
all'asprezza della rapporto, inoltre, mi toccava mettere in conto
anche le difficoltà del contesto storico – non più il dopoguerra,
bensì gli anni della contestazione giovanile e del femminismo
battagliero, della tentata rivoluzione proletaria. Ho fatto bene a
frenare l'impazienza. Ad aspettare la rilassatezza di questi giorni
d'estate rinfrescati dai temporali. Sarà perché debitamente
avvisato, a sorpresa non ho fatto fatica. Anzi, quando ci sono
entrato la cosa più complicata è stato uscirne incolume: tanto
grandi sono l'immedesimazione e il trasporto, questa volta, che ho
apostrofato le protagoniste con le peggiori parole – soprattutto
Lenù, maestra di scelte incondivisibili – e per riprendermi dalla
mia arrabbiatura, dai loro passi falsi, mi ci è voluto un po'.
Capisco, adesso, la fatica della narratrice a mantenere l'aplomb
necessario, le pose innaturali di signora perbene, ritornando in una
città che ti tira fuori l'accento meridionale e la voglia di mandare
affanculo gli automobilisti incerti. Il rione, il luogo delle radici,
ti diseduca all'istante. Tornando a casa per un'occasione o per
un'altra, si ha paura di rimanere incastrati per sempre lì. Un
quartiere che è lo specchio di Napoli, o forse del mondo. Che
la secondogenita dei Cerullo, non uscendo dal seminato, sia stata
davvero lungimirante?
Abbiamo
troppa roba dentro e questo ci gonfia, ci rompe. […] Puoi copiarmi,
farmi il ritratto preciso come fanno gli artisti, ma la mia merda
resterà sempre la mia, e la tua la tua. Ah, Lenù, che ci succede a
tutti quanti, siamo come i tubi quando l'acqua gela, che brutta cosa
è la testa scontenta. Ti ricordi quello che facemmo con la mia foto
di sposa? Voglio continuare per quella strada. Viene il giorno che mi
riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi
ritrovi più.
Lila,
madre del piccolo Rino e coinquilina senza vincoli del dolcissimo
Enzo, lavora nella ditta Soccavo. Abusata e malpagata, schiva le
mani viscide del proprietario e si trova coinvolta in una lotta
furibonda fra il sindacato e il datore di lavoro. La tensione è la
stessa che respirava da bambina, quando il tirannico don Achille
dettava legge: l'incubo, nel fermento degli anni Sessanta, è
rappresentato dagli scontri sanguinosi fra fascisti e comunisti;
dall'ossessione di Michele Solara, innamorato non corrisposto, che
potrebbe riscattare la giovane donna introducendo le tecnologie nel
calzaturificio – operaia di giorno, infatti, di notte Lila si
trasforma in un'autodidatta interessata al funzionamento dei
calcolatori. Per una buona causa,
è giusto scendere a compromessi? L'amica,
trasferitasi a Firenze, la immagina intanto come una fuorilegge da
film western. Lenù, comprimaria assorta al ruolo di protagonista suo
malgrado, prende posto ai margini: mentre gli altri si schierano in
prima linea, lei ha i suoi quotidiani da spulciare; i suoi quaderni
d'appunti. Reduce dal tour promozionale di un esordio
inaspettatamente controverso – come se non bastassero, poi, le
nozze con l'integerrimo professor Pietro: scandalose giacché celebrate con il rito civile –, collabora con L'unità e
cade vittima della sindrome post parto. Invidiosa, guarda Lila
dall'alto al basso. Tutt'intorno va infatti affermandosi un modello femminile
che, tanto inconsciamente quanto brillantemente, la spregiudicata
migliore amica incarna da anni. Che Lenù possa avere la sua rivalsa, per quanto
impigrita dalla maternità e dal blocco dello scrittore, con la
comparsa dell'indimenticato Nino?
Diventare.
Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per
la prima volta solo in quella circostanza. Io
volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed
ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera
passione, senza un'ambizione determinata. Ero voluta diventare
qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila
diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il
mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo
ricominciare a diventare,
ma per me, da adulta, fuori di lei.
Si
parla di piacere sessuale e pari opportunità. Di matrimoni di cui ci
si stanca in fretta. Di personaggi meno numerosi che in passato, che qui si muovono però anche su altri sfondi –
tutto il mondo, in fondo, è paese. Sono gli anni del terrorismo
d'estrema sinistra e della confusione, delle droghe da sperimentare,
delle rimostranze in pubblico e in privato. I telefoni fissi non
tacciono un attimo, e la bolletta della luce sarà salatissima. Sono
le interurbane delle amiche per curiosare nella reciproche vite, gli
squilli di un flirt.
Elena
Ferrante, spietatissima, le mette in vivavoce. A Lila e Lenù fa le
pulci. Ce le rende due serpi antipatiche e opportuniste: sgradevoli
ma perfino più che umane, sovrumane. Io, che da grande amerei fare
questo mestiere, sarei in grado di raccontare il peggio dei
personaggi principali – di una saga, per di più – senza aver paura di
allontanare il lettore, che a torto giudica il libro in base
alla simpatia del protagonista? Saprei volere male, non soltanto
bene, alle mie creature; ai figli miei?
Volevo
che si acquietasse ma lei non ci riusciva, mi rovesciava addosso
frasi in disordine: non farmi leggere più niente, non sono adatta,
mi aspetto da te il massimo, sono troppo sicura che sai fare di
meglio, voglio
che tu faccia meglio, è la cosa che desidero di più, perché chi
sono io se tu non sei brava, chi sono?
Ho
terminato Storia di chi fugge e di chi resta affascinato,
turbato, ammiratissimo. Per le vie poco concilianti che imbocca, pur apparendo sempre coinvolgente. E per quei lati oscuri che mi
metterebbe in soggezione scandagliare. Oggettivamente meno
accattivante degli altri, è un plumbeo ingresso nell'età della
ragione: mancano le magiche suggestioni di un'infanzia da monelle, o
la spensieratezza dell'estate dei diciotto anni in quel di Ischia. Il
terzo romanzo, un giro di boa, sa destabilizzare: manca il carisma di
Lila, c'è troppa Lenù per i miei gusti, e la stizza indicibile
verso l'epilogo ti farebbe dire alla storia grazie tante, a
mai più rivederci. Ci si aspettava, infatti, un consolidamento; un
capitolo filler. Ma
l'autrice, piuttosto, ne fa una prova del nove per testare la fedeltà
dei lettori, per vedere se – come da titolo – fuggiranno o
resteranno. Signora Ferrante, io resto.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Luigi Tenco – Ciao amore, ciao