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venerdì 20 aprile 2018

Zapping: Killing Eve, Here and Now, Rise

Si guardano con un sorriso curioso, di sfida, da un lato all'altro di un caffè viennese. Una bambina che mangia un gelato e una giovane donna dal viso di bambola. Da copione, sappiamo che l'adorabile Jodie Comer – già protagonista della miniserie Thirteen, e di una mia cotta mostruosa – è una spietata assassina. La tensione è nell'aria. Si alza. Fa per uscire e avvicinandosi alla bimba... Le rovescia semplicemente la coppetta addosso, per dispetto. Una detective di mezza età si sveglia invece urlando a squarciagola: un incubo, forse un brutto presentimento di ciò che verrà? A far soffrire Sandra Oh, in cerca di un ruolo da protagonista dai tempi di Grey's Anatomy, è in realtà quel fastidioso formicolio alle braccia che ci assale quando ci addormentiamo di traverso. La descrizione di una doppia beffa, di un doppio incipit, per raccontarvi com'è, una sorpresa intitolata Killing Eve. Ironico, seducente, leggero e insospettabilmente violento. Per una volta, nessun poliziotto vizioso e dannato (anche se sappiamo che la Oh, la notte prima, ha fatto fuore al karaoke cantando Il mondo è mio); nessuna sociopatica giramondo così ligia al dovere da non godersi la bellezza delle sue missioni (in Italia deve uccidere il nostro Remo Girone) o il divertimento per i mille travestimenti. Tratto da una serie di romanzi di Luke Jennings, Killing Eve è un Imposters serio ma non serioso; un The Fall vestito di normalità, di rosa. Cosa accadrà quando la protagonista, facendo due più due, seguirà in giro per l'Europa le tracce di sangue e gelato della sadica Comer? Se l'alternarsi dei toni stranisce e spiazza, se adatta Phoebe Waller Bridge – protagonista e autrice dell'irresistibile Fleabag, di cui aspetto ormai da anni il ritorno su Amazon –, difficile dire cosa aspettarsi. Si spera cose altrettanto assurde, in senso buono. Si spera cose belle. (Sì.)

Lui professore di Filosofia con il vizietto delle prostitute d'alto bordo. Lei analista che ha presto abbandonato la professione, in nome di un matrimonio lungo trent'anni e di una famiglia popolosissima. Un colombiano omosessuale, una stilista africana e un vietnamita psicologo – aggiungeteci anche la più anonima e irrequieta delle diciassettenni, sola figlia naturale – sono i tesori di mamma e papà. Riunirsi per il compleanno del patriarca, che spegne sessanta candeline. Assoldare camerieri ispanici e, per principio, scegliersi l'amante orientale. Gli hippie e progressisti Boatwright osteggiano Trump, parlano liberamente di sesso e allucinogeni, sono il frutto concreto – e aspro, asprissimo – di una America che crede ancora nel sogno dell'integrazione razziale. Non è una versione nera, politicamente scorretta, dei drammi domestici di This is us. O forse sì? Gli episodi sono lunghi un'ora, i corpi e i cuori esposti e le prime crepe, al momento del brindisi, iniziano a mostrarsi in quel paradiso multirazziale. Il figlio prediletto ha un nuovo fidanzato hipster e visioni deliranti. Perseguitato dal numero undici, dagli incubi, è indeciso fra la schizofrenia (ereditaria, anche se i geni non son quelli) e il profetismo (siamo pur sempre nell'ultima crezione dell'autore di True Blood, perciò mai dire mai). Il formato, i protagonisti snob e prolissi, annoieranno o diventeranno guide familiari alla scoperta delle contraddizioni di un nido – e di un paese, soprattutto – in pericolo? Per ora, al sicuro sotto il tetto dei premi Oscar Holly Hunter e Tim Robbins, la curiosità verso i segreti retroscena dei Boatwright – antipatici ma simpatici a modo loro, come nella commedia generazionale di John Wells – fanno sperare in un altro invito a cena. (Nì.)

Una scuola di provincia. Un professore illuminato, alle prese con il compito che tutti rifiutano. Un gruppo di ragazzi che non hanno niente in comune, se non il canto. A volte un sogno nel cassetto, altre un segreto da nascondere con un po' di vergogna. I preparativi per uno spettacolo teatrale che fa chiacchierare il corpo docenti – lo scantaloso Spring Awakening, che parla agli adolescenti del risveglio della primavera e del sesso – farà incrociare esistenze e voci diverse fra loro. No, non è un trucco: non è Glee, ma la sua versione indie, d'autore, a confine con L'attimo fuggente. Protagonista, Josh Radnor: il Ted di How I Met Your Mother, con tre figli a carico, il cuore gentile e la speranza di cambiare lo status quo. Lui e Mike Cahill, regista nelle mie grazie sin dai tempi del fantascientifico Another Earth, dirigono un coro di ragazzi diversi, ai margini, che molto probabilmente non hanno però nulla di nuovo da cantare. Con le minoranze e i drammi stipati fino al parossismo in quaranta minuti di pilot in cui omosessualità, immigrazione e sindrome di Down sono vittime del pregiudizio (ma, per forza di cose, anche dei contro del politicamente corretto). Con un utilizzo della telecamera a mano che annoia e appesantisce. Trattandosi di un teen drama – per di più a tinte musical, con arie da Sundance: tutte cose che mi piacciono, insomma – potrei dare a Rise, eppure partito disastrosamente, una seconda occhiata. Nonostante gli sbadigli, la delusione per le stonature e un inizio già col piede in fallo. (No.)

sabato 10 gennaio 2015

I ♥ Telefilm: Selfie, Remember me, The Fall II

Selfie
Stagione I
Regola numero uno dello spettatore compulsivo. Non affezionarsi mai alle novità del palinsesto. Potrebbero avere vita brevissima. Finora, non è mai stato un peso. Non è stato un peso, soprattutto, nell'autunno 2014 che, tra sit-com e supereroi fantomatici, non aveva occupato i miei pomeriggi con troppe robe non dico notevoli, ma almeno carine. Però Selfie era carinissimo, anche se per nulla originale. Nato all'apparenza sulla scia della moda più imitata e odiata minimo minimo dell'ultimo secolo, in realtà è una limpida, rilassata e divertente riscrittura di My Fair Lady, ma senza canzoni o questioni di etichetta. Il titolo Selfie indica la mania inguaribile della protagonista, Eliza, di aggiornare continuamente i Social con foto sue – ed è una bellezza, davvero: lasciamole fare questi scatti per la pace nel mondo! – e soprattutto la sua fortissima propensione all'egoismo. Eliza Dooley, avvenente ma con un passato da nerd, lavora nel patinato e competitivo mondo della pubblicità e, amanti saltuari a parte, non ha contatti con gli altri. Non ha neanche un amico che non sia puramente virtuale. Esiste una Eliza vera, e non quella oca e festaiola di Facebook e Instangram? Com'è quella senza i trucchi di Photoshop? C'è qualcuno che ha avuto il privilegio di conoscerla, senza inviarle prima la richiesta d'amicizia? Ci prova il suo capo, Henry: lienamenti orientali, papillon a non finire, l'avversione per la tecnologia e i modi da damerino. L'opposto. Sono diversissimi, ma c'è alchimia. Perché ci fanno sorridere sempre e perché, sotto sotto, sanno di amarsi. Possibile superare gli abissi della sbandierata friendzone, appianare le divergenze, dichiararsi prima dell'episodio tredici? Chissà. Tredici episodi, purtroppo, e ha avuto fine lo sfortunato Selfie. Che non mi pesava, che mi metteva puntualmente di buon umore, che era una delle novità meno nuove, ma più piacevoli. Perché anche qualcosa che non è niente di che, una volta a settimana, a vita, sa fare la differenza. Selfie è stato un po' così, per il sottoscritto. Situazioni riuscite, una popolosa e colorata galleria di comprimari, due protagonisti centratissimi. John Cho che, dopo American Pie, anche con un ruolo tanto igessato, sa come farci divertire a modo suo; e soprattutto la mia rivelazione: Karen Gillan. Non l'avevo mai vista l'attrice di Doctor Who, buona protagonista tra l'altro anche del recente Oculus e comparsa blu e calva nei Guardiani della galassia, ma l'ho vista adesso ed è stato amore. Dopo la Deschanel, ora c'è lei: un metro e ottanta, gambe chilometriche, vestitini mini e una voce squillante, che si presta a fresche gag e a una cosa bella come la cover “da brilla” della Chandelier di Sia (qui). Una novella Isla Fisher che, ogni weekend, ci dava, fissa, appuntamento. Imdb dice che ha un'agenda piena zeppa: vorrà dire che, se non qui, sigh!, la rivedrò altrove. (6,5)

Remember Me
miniserie tv (3 episodi)
In una mattina di nuvole nere, il misterioso Tom Parfitt – che forse ha ottant'anni, forse centodieci – simula un malore e si fa trovare accasciato ai piedi di una scalinata, nella sua casetta di mattoni, incastonata tra altre casette di mattoni. Decide, così, di abbandonare ogni cosa e, con una valigia vuota, di raggiungere l'incubo di ogni anziano: una casa di riposo. Vuole lasciarsi qualcosa alle spalle, qualcuno. Guai a portare con sé uno spillo, un oggetto, una fotografia. Gli oggetti appartenuti a lui, alla sua lontana gioventù, sono come maledetti. E perché? Inizia a domandarselo una giovane infermiera, che lavora con le persone anziane per pagarsi l'università e per stare lontano da casa – da una madre incostante, da un fratello minore che ha bisogno di attenzioni continue -, quando una sua collega vola inspiegabilmente giù da una finestra blindata e, impregnate d'acqua salmastra e circondate da conchiglie, vengono trovate nuove vittime legate, in un modo o nell'altro, a quel vecchio senza identità e al suo bruttissimo segreto. Remember me è il realizzarsi di una specie di mio sogno nel cassetto, scherzando scherzando. Lo sceneggiato tipo per chi non resiste alle ghosh story, ai vecchietti burberi, all'innata eleganza britannica. Composto da tre sole puntate, proposto dalla BBC con l'anno che finiva, è un prodotto curato ed estremamente interessante ma, penalizzato forse dai pochi episodi, non è esente da difetti più o meno perdonabili. Ci sono punti che rimangono nebulosi, passaggi frettolosi intervallati da passaggi lenti, personaggi un po' abbozzati che prendono subito a cuore i bisogni dell'altro, una storia di spettri e ossessione che uno Stephen King a caso avrà già raccontato meglio, prima, altrove. Il primo episodio è praticamente perfetto; il secondo ha un inizio lento e una chiusa che promette tanto; il terzo – destinato a uno di quegli epiloghi emozionanti che, da The Orphanage a La Madre, il mondo dell'horror non ci nega – dice e non dice. Ho trovato che al servizio di una storia non degna di nota, però, ci fossero cose fantastiche a dir poco. Dettagli che fanno la differenza in un intreccio non sempre all'altezza delle aspettative. Come la fotografia, sontuosa: scenari cupi, acque limpide, cieli pulsanti di corvi e venti. A brillare, insieme ad essa, l'ottima regia e lo straordinario protagonista: il Michael Palin dei Monty Phyton, che emoziona nel senso più ampio del termine, trasmettendo inquietudine, sofferenza, leggerezza. Arzillo e ancora affascinante, ruba ogni attenzione e si contende la scena con il detective interpretato dal simpatico e corpulento Mark Addy (Full Monty) e con la dolce infermiera Jodie Comer, che gli appassionati conosceranno per My Mad Fat Diary. Un mistery di grande atmosfera, non particolarmente brillante nella scrittura ma sublime nella resa, che qualche raro sussulto lo regala, insieme a un orrore che è in rima con incanto. (7)

The Fall - Caccia al serial killer 
Stagione II
Essere troppo fighi – e io lo so bene, certo – non è cosa facile. Essere un serial killer troppo figo – e questo, invece, no che non lo so – è proprio difficilissimo. Può dircelo Paul Spector, l'assassino di donne più corteggiato, minacciato e ricercato del piccolo schermo. Lo vogliono gli agenti della polizia, per metterlo dietro le sbarre; i mariti gelosi, per riempirlo di botte; le sexy baby sitter minorenni, per passare la prima notte d'amore con lui; la moglie, al contrario un po' cozza, che comincia a non credere più alle sue continue bugie. Cosa fa l'insospettabile Paul Spector, assistente sociale e psicologo, quanto è l'ora di dormire? Nella prima stagione di The Fall ci avevano mostrato il modus operandi e le reti di inganni del sociopatico irlandese. Alla fine, un intoppo e Stella Gibson che gli stava con il fiato sul collo. Dopo un anno, anche se io avevo già a disposizione tutte e due le serie, fortuntatamente, si ritorna nella tetra Belfast e nella testa di un'omicida che ha già mietuto tre vittime. Ambientata in tempo reale, la seconda serie conta sei episodi – con un season finale che, con uno strappo alla regola, dura un'ora e mezza – e si svolge in un paio di giorni. Non ci sono altri massacri e, a un certo punto, molto prima di giungere all'epilogo, la polizia riesce a dare un nome e un volto al male. Gli episodi, accantonando la noiosa indagine secondaria della serie precedente, hanno occhi solo per Stella e Paul. Testimoni della caduta. Ma chi è che cadrà? Il cattivo, messo al tappeto dalla giustizia; o colei che rappresenta il bene, tuffata a capofitto in un abisso passato di abusi, case famiglia e pedofilia? Partito del tutto in sordina, The Fall si è rivelato ancora una volta un ottimo intrattenimento: un poliziesco dei più classici, ma estraneo alle americante a cui siamo assuefatti. Il ritmo è lento, ma giusto, e i protagonisti non sono macchine perfette: sbagliano, si fanno prendere la mano. Piacciono per quello – per i passi falsi, le piste sbagliate, la pigrizia della burocrazia. Rispetto alla prima stagione, questa è più focalizzata sulla loro psiche e solo apparentemente è meno densa di fatti; scorre, in realtà, meglio. Lo spettatore ha capito come funziona il gioco e i creatori si sono fatti furbi. Si capisce da un dinamismo aggiuntivo e dal fatto che, con una certa concupiscenza, questa volta indugino un paio di volte in più sul fisico scolpito e il fascino innegabile di un Jamie Dornan sì post Cinquanta Sfumature, ma sempre ineccepibile. Più malizioso, fa della precoce e provocante tata Katie un personaggio chiave e lascia intuire, con un bacio saffico veloce, che scottano le lenzuola dell'algida Stella, una Gillian Anderson ufficialmente rinata. Si parla delle donne che occupano ruoli di potere, della violenza che il genere femminile ancora oggi subisce – a lavoro, a casa, in prigionie forzate – e si aggiunge al cast, in un ruolo da poco, Colin Morgan. Ma l'ex Merlin, se non fosse per le orecchie enormi, non spicca. L'ultimo episodio, serratissimo grazie al montaggio degno di nota, ci mostra un lungo e bellissimo interrogatorio – la macchina da presa che gira intorno a loro, i campi e i contro campi, le accuse e le manipolazioni – e ci saluta con un epilogo brusco, che non è né abbastanza aperto, né abbastanza chiuso. Sarebbe un peccato, comunque, chiuderla qui. Il rischio di un altro Hannibal e di un ennesimo The Following potrebbe esserci, ma The Fall è più realistico, diretto e pragmatico degli altri. Ho fiducia che, potendo, non commetterà questo errore. (7,5)

sabato 27 dicembre 2014

I ♥ Telefilm: The Affair, The Fall, Scrotall Recall, Lizzie Borden Took An Ax

The Affair
Stagione I
A Noah, professore di mezz'età con un nome nell'editoria, alcune cose non piacciono. Passare le vacanze sotto gli occhi accusatori dei suoi suoceri ricchi e spietati; essere interrotto, quando fa l'amore con la moglie, dai più piccoli dei suoi quattro figli; dipendere dagli altri. Ma, in lista, ci sono anche cose a cui non resiste: gli sguardi lascivi delle donne che, in piscina, continuano a desiderlo; le spiagge bianche e le passeggiate notturne sul bagnasciuga, di notte, gratis; sentirsi giovane, anche se una vispa figlia adolescente, una moglie che pensa di stare invecchiando velocemente e una vita sedentaria testimoniano il contrario. Allison, invece, vive in un luogo che d'estate è pieno e d'inverno è vuoto. Sul mare. Quel mare che, anni prima, ha inghiottito il suo unico figlio e non l'ha più restituito. Ora è vuota lei. Con la cicatrice di un parto e le borse sotto gli occhi, non ha neanche trent'anni e, anche se quel marito sportivo e bello la desidera oltre il dolore e i mille silenzi, lì si sente morire. Noah e Allison avrebbero tutte le carte in regola per la felicità, ma non è cosa per loro. Malinconici, incompleti, si incontrano in una tavola calda: lei serve ai tavoli, lui paga la colazione alla sua famiglia. Si piacciono e non si colpevolizzano. Si incontrano in stanze d'albergo e lui non pensa alla fede che gli stringe il dito, lei alla perdita che gli avvelena l'esistenza. Fanno l'amore in tutti i luoghi e in tutte le posizioni, piangono, si confidano: a letto, intrecciati. The Affair, nuovo dramma targato Showtime, mi ha colpito sin dal pilot, che era pressochè perfetto. L'erotismo sempre elegante, la passione irrefrenabile, i diritti e i doveri di ogni coniuge, il giallo. Questa ordinaria storia di tradimenti e sofferenze ha più di un mistero, ma l'amore è il più antico. Si parte in un commissariato di polizia e i due protagonisti si raccontano, difendendosi da un'accusa che non conosciamo. Cos'è è successo l'estate prima? Ogni episodio è spaccato in due: la versione di lui, la versione di lei. Alcune cose coincidono, altre sono discordanti. Chi mente per quale motivo mente? Dopo dieci episodi belli densi, ma che hanno però conosciuto qualche notevole rallentamento nella parte centrale, la prima stagione di questa interessante novità non ci dà ogni risposta. Restano i buchi nelle trame e cose che il mare, presente perfino nella strana sigla, non ha riportato sulla terra ferma. Mi ha affascinato a lungo – tutto dialogato e intimista com'è – ma non sempre l'ho capito: ma forse proprio questo è il bello. Le lacune volontarie e le omissioni; le problematiche che il medico, premuroso, ci ha nascosto, nell'esaminare al dettaglio questi cuori adulti. Maura Tierney (E.R) e Joshua Jackson (Dawson's Creek) danno spessore e credibilità ai coniugi traditi – lei è più tollerabile che altrove, lui è cresciutissimo. I traditori, invece, sono le sorprese Dominic West e Ruth Wilson. Lui, attore inglese a proprio agio con l'americano e le scene di nudo, ha il volto che è tutto una ruga e un fascino insospettabile. La Wilson, ignorata fino a questo momento, è la punta di diamante: moderna, piccola, disperata, bella. Va di moda, ultimamente, guardare la fragilità dei sentimenti da ogni prospettiva: al cinema c'è Fincher che ci dice che l'amore è bugiardo; Kubrick pensava nel suo ultimo film che tutto, alla fine, si riducesse a “scopare”; in Closer si tradiva con gli occhi e in Little Children la borghesia si toglieva biancheria intima e maschere. The Affair, anche se inevitabilmente messo in ombra da titoli così grandi, ha ancora la sua da dire. E se a dirlo sono attori particolarmente in gamba, meglio. (7,5)

The Fall - Caccia al serial killer
Stagione I
Avevo snobbato The Fall. Avevo fatto male. Con la seconda stagione appena conclusa in patria, io ho comodamente recuperato la prima. La danno su Sky. Temevo ritmi lenti, sbadigli, quegli episodi di un'ora che trovo insormontabili. Ma, d'altra parte, le puntate erano solo cinque e, battendo il 2014 al suo stesso gioco, volevo concludere una serie nuova prima che si concludesse l'anno vecchio. Inutili sfide personali. Quella scelta affidata al caso si è rivelata azzeccata. Ho scoperto un'interessante produzione irlandese e vi dico che merita. Perché The Fall è il solito poliziesco britannico, la storia ormai risaputa dell'eterna lotta tra buoni e cattivi, ma ha guizzi, singoli passaggi, spunti che riescono a isolarlo. Si sa distinguere dalla massa pulsante di distintivi, cacce all'uomo e pistole, e non è cosa da poco quando è tutto già visto. Le sue cifre stilistiche, annidate in una regia fine e dinamica e in una fotografia cupa, uggiosa, minacciosa che fa cadere continuamente la piogga – e le tenebre – su quella Belfast spaesante, dilaniata. La storyline, piuttosto frastagliata, in realtà si focalizza spesso su aspetti secondari lontani dall'indagine portante, superflui. The Fall si eclissa in quei momenti e si accende, in risposta, quando sullo schermo compaiono loro. Gli sceneggiatori tratteggiano due personaggi e i loro misteri e, con intelligenza, sfatano il mito delle eroine perfette e dei maniaci incapaci di relazionarsi agli altri. Lei dorme nel suo ufficio e va a letto con uomini sposati; lui ha famiglia, gatto e baby sitter. Dopo la gloria con X-Files e il successivo oblio, Gillian Anderson, rivelandosi più affascinante e talentuosa di quanto ce la ricordassimo tutti, dà gradite conferme – già in Hannibal, d'altro canto, è superba. Il vero motivo per cui The Fall è stato doppiato in italiano, il punto di forza di ogni cosa, però si chiama Jamie Dornan e, comparsa in Once Upon a Time e modello Calvin Klein, a febbraio sarà il tanto amato quanto sbeffeggiato Christian Grey. E sapete che vi dico? Che era ingiusto che uno con due occhi così rimanesse nascosto. Meritava un trampolino di lancio: felice che lo abbia avuto, meno che sarà associato a vita, tipo, alle Sfumature. Ricordatelo come Paul Spector: a essere tenebroso è tenebroso; a essere bello è bello, anzi bellissimo; a essere pazzo è pazzo, e scommetto che di rado, altrove, apparirà così bravo. Il ruolo gli calza a pennello e lui, minuto ma col dono del carisma, è un magnete. Ha la faccia, il talento, la credibilità... e pure la mia totale invidia. La polizia e il crimine hanno lo stesso ruolo, dunque, e pari importanza: sono protagonisti. I sintagmi alternati, frequentissimi, li mettono a confronto sin dal pilot: sono distanti, ma ogni episodio è un passo verso l'altro. Cosa succederà quando Stella Gibson incontrerà Paul Spector? Ci si augura che il momento arriverà tardi, anche se è brutto auspicare per quell'assassino di donne un altro giorno di libertà. La cosa curiosa è che conosci più il killer che chi lo bracca. Stella, ligia al dovere e distaccata, resta al di là di un vetro; mentre di Paul sai che lavoro fa, dove abita, a che ora fa il bagno ai suoi figli, cosa sogna. E, cosa terrificante, sei in empatia con lui. (7,5)

Scrotall Recall
Stagione I
Ma che volgarità. Lo so: lo state pensando. Non mentite. Anche chi conosce due parole messe in croce d'inglese lo sa, tanto. Che “scrotall” ha inevitabilmente qualcosa a che fare con i testicoli, grossomodo, e che i testicoli sono argomento da evitare in tivù. Gli organi dell'apparato riproduttore maschile non sono esattamente il massimo, è vero - antiestetici e tutto: chi ci farebbe mai una serie? In realtà, titolo equivoco a parte, Scrotall Recall è una commedia romantica brillante, veloce, divertente e molto inglese che no, non sta sulle balle. Anche se quelle, ed il sesso in genere, sono state un guaio per Dylan: non proprio uno sciupafemmine, che eppure ha il suo bel daffare quando si scopre portatore di una temibile malattia venerea. La clamidia. Su Wikipedia spiegano cosa sia nel dettaglio, ma io non approfondirei. Insomma, Dylan ha la clamidia e potrebbe averla passata alle sue recenti partner sessuali. Aiutato da un tontolone di migliore amico, ripesca i nomi delle ex dalla sua rubrica telefonica, li dispone in ordine alfabetico e le chiama. Sapete come vanno queste cose: ciao, come stai?, ti ricordi?, sai che ti ho attaccato la clamidia? Le chiamate, le visite porta a porta, le email animano una spirale colorata di ricordi e ognuna delle sei puntate, per venticinque minuti, ci porta tra gli amori e le botte e via del simpatico protagonista. Ma ogni puntata, lontana dal pericolo “grasse risate”, è una piccola storia d'amore a sé stante. Prima di portarle a letto, Dylan aveva voluto conoscerle. Lui ha lasciato loro qualcosa (involontariamente, okay); loro cosa hanno lasciato a lui? Il difetto della serie è uno solo: è troppo breve per volerle bene a dovere, ma ci si può lavorare. Andando avanti, mi piacerebbe anche di più. Parte a sorpresa, dal nulla, e finisce a sorpresa, nel nulla. Per sapere come andrà, a chi toccherà la prossima chiamata, qual è la ragazza della vita di Dylan, ci toccherà aspettare non la prossima puntata, bensì la prossima stagione. Un annetto. Sempre che la prossima stagione arrivi. Wikipedia non si esprime a tal proposito. Io faccio il tifo per Scrotall – uso un affettuoso diminutivo, ebbene sì – e per la coppia composta dal fresco Johnny Flynn e da quello schianto di Antonia Thomas (carnagione scura, occhi di ghiaccio, Misfits). Riusciranno a ribellarsi alla regola dell'amico e a un matrimonio già annunciato? L'amore fa male – soprattutto quando urini. (6,5)

Lizzie Borden Took An Ax
Film TV
La Lifetime, universalmente associata ai film per famiglie e alle zuccherose produzioni natalizie, ultimamente si sta scoprendo trasgressiva. Più o meno, dico. Dopo le torture psicologiche, gli incesti e le sevizie del controverso Flowers in the attic, propone questa volta la storia vera di un'assassina spietata che, dopo aver presumibilmente massacrato i genitori a colpi di scure, riuscì a farla franca. Ambientato sul finire dell'ottocento e, a metà tra un mistery e un thriller giudiziario, nonostante un budget limitatissimo che mostra nel corso della durata tutte le sue varie pecche, Lizzie Borden took an ax è discreto. Un'ora e venti costa indugiare sulla soglia di un caso di cronaca nera mai dimenticato e la regia piatta, la resa scolastica e una colonna sonora moderna, fastidiosa, smargiassa non permettono di andare oltre, purtroppo. Ma la base scricchiola, anche se sotto sotto è solida; c'è del potenziale inespresso. Troppe cose che si capiscono sì e no, ma non c'è nessuno a dirle espressamente. La mancanza di dettagli rende tutto un po' leggenda, una filastrocca macabra da cantare a mezzanotte, ma si potrebbe parlare a lungo degli impulsi oscuri della protagonista, dei suoi segreti moventi, delle sue voglie, di quanti gradini fece esattamente per raggiungere la camera da letto in cui avrebbe fatto a pezzi la matrigna o il salotto in cui avrebbe colpito ancora, ancora e ancora il padre appisolato. Ha il fascino dei mostri, questa Lizzie Borden, e la valida attrice che la interpreta fa il possibile. Christina Ricci è un piccolo angelo del male. Dolce ed inquietante, incantevole a modo suo, dà il suo viso strano, quasi burtoniano, all'assassina. Minuta, seducente, sociopatica, è l'autentico perché di questo trascurabile film per la tv e, mentre sussurra confessioni all'orecchio della sorella, ci dà uno dei momenti più ansiogeni della pellicola. Qualche brivido. Il mio è un commento, ma anche un'anticipazione. Lizzie Borden took an ax, il prossimo anno, diventerà una miniserie in sei episodi e, con un regista dotato di maggiore buon gusto, sempre con la Ricci a bordo, potrebbe sprigionare tutta la sua furia rossa, tutto il suo palese potenziale. Certe storie vanno... sviscerate. (5,5)