giovedì 19 dicembre 2019

Recensione: La casa delle voci, di Donato Carrisi

| La casa delle voci, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 400 |

Al pari di quelli di Stephen King, anno dopo anno, i romanzi di Donato Carrisi sono diventati un appuntamento ricorrente. Apprezzato qualche mese fa anche in sala, nonostante una trasposizione all’apparenza impossibile da realizzare, lo scrittore e regista pugliese dalla carriera inarrestabile deve aver fatto un tour de force per regalarci un altro mistero sotto Natale. Ma sempre al pari del prolifico collega del Maine, quest’anno giunto in libreria con il dimenticabile L’istituto, anche il genio dietro i mille intrighi del Suggeritore purtroppo mi ha parzialmente deluso. Che mi abbia abituato, infatti, troppo bene?
In pausa dalle saghe lasciate in sospeso, Donato si trasferisce a Firenze. E senza fare il passo più lungo della gamba si concede un thriller psicologico dei più classici – penso ai mondi di Dorn, Fitzek, Kepler –, genere finora da lui mai approcciato. Meno cruento e meno macchinoso del solito, benché su carta non meno complesso, La casa delle voci è un enigma senza morti ammazzati. Ne ho apprezzato a primo impatto l’eleganza, e nella folla fiorentina ho subito scorto il cappotto Burberry del protagonista; l’ho seguito fino al suo studio in un palazzo del centro. Pietro Gerber –  trent’anni, da poco papà, un vago passato da dongiovanni – è uno psicologo infantile esperto in ipnosi. È un lavoro delicatissimo, il suo, e lo studio ne riflette le particolarità. Sprovvisto di sedia e scrivania, ha una comoda poltroncina, giocattoli di ogni tipo, una vista irrinunciabile: ha voluto che somigliasse a un grembo materno, a un nido. Pietro è un ottimo ascoltatore. Dei bambini conosce i meccanismi di difesa, le fantasticherie più maliziose. Chi ha detto che dicono sempre la verità, che sono anime innocenti? A volte hanno una natura vendicativa. A volte mentono.

Per un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra, oppure il più pericoloso: ogni psicologo infantile lo sa bene. Solo che un bambino non sa distinguere la differenza.
Una chiamata dall’Australia, però, è la spinta decisiva per accettare un incarico atipico; un’eccezione alla regola. Hanna Hall, fumatrice di nero vestita senza nessun senso dell’ironia, ha un nome in assonanza con un personaggio indimenticabile di Woody Allen e i sabati mattina tutti per sé: adulta, racconta al protagonista di un’infanzia da survival americano – cito qualche titolo: Captain Fantastic, Il castello di vetro, Light of My Life – al seguito di una coppia di genitori vagabondi. Quella vita allo sbando, piena di regole, sembrava soltanto un gioco. Ma chi erano gli estranei da cui stare alla larga? Perché quella bara minuscola da seppellire dal nuovo a ogni trasferimento? Cosa successe la notte dell’incendio?
Che si tratti di schizofrenia o di doti paranormali, le intuizioni inspiegabili della paziente inquietano lo psicologo. Che porta, così, la stessa suggestione anche dentro casa. Al decimo romanzo, Donato Carrisi riconferma la sua grammatica riconoscibilissima: non mancano gli albi illustrati e le cantilene, gli archivi polverosi e i manicomi, i mostri sotto il letto e altri elementi di un lessico che attinge puntualmente alle fiabe dei Grimm; riecco all’appello le allegorie infantili, gli interessanti approfondimenti psicologici – plagio, rimozione, suggestione –, le riflessioni sulla fallibilità della custodia degli adulti. Ma questa volta, però, sembra rinunciare alla struttura concatenata dei serial americani e svecchiare uno spunto piuttosto sdoganato: come in un noir d’altri tempi, il transfert tra i personaggi ribalta infatti le carte in tavola; l’interrogatorio si fa dialogo. Chi studia chi?

Se vuoi vivere, devi imparare a morire.

Per la prima volta ammetto di aver intuito il finale in anticipo: da metà in poi, mi sono limitato a veder succedere quello che avevo supposto. Basta un colpo di scena in più, uno in meno, a compromettere la piacevolezza di una lettura?  Vi risponderei di no, ma questo è il maggiore difetto della Casa delle voci. Un romanzo che non vive né di stile né di personaggi, ma della sorpresa dell’intreccio. Tolta quella, mi sono chiesto, cosa resta? Ad alimentare i dubbi sono state le considerazioni su una scrittura essenziale, incalzante ma frettolosa: benché ne guadagni in sveltezza, con un ritmo più veloce che mai, i moventi risultano poco definiti e i personaggi abbozzati con pennellate rapide. Lo sceneggiatore ha avuto la meglio sul narratore; l’architetto di trame sull’autore. Con un protagonista meglio indagato, più tormentato – magari con l’adozione della prima persona, variazione sul tema che personalmente avrei apprezzato –,  il mancato stupore dell’epilogo non mi avrebbe infastidito affatto.  Ma Pietro Gerber mi è parso qui una semplice pedina da condurre alla fine del tabellone e la sua ricerca della verità, letteralmente, non mi ha ipnotizzato; la delusione ha cancellato la paura di non svegliarsi più, annullando il conto alla rovescia. L’isolato passo falso, comunque, non mi spingerà a mettere questa piccola casa stregata in subaffitto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Linkin Park - Castle of Glass

martedì 17 dicembre 2019

Recensione: Le ragazze, di Emma Cline

| Le ragazze, di Emma Cline. Einaudi, € 13, pp. 334 |

I capelli lunghi, i jeans sfrangiati, le mezzelune delle natiche in mostra. Seducente e bellissima, Margaret Qualley si affacciava nell’auto di Brad Pitt chiedendo uno strappo. Con i piedi nudi appiccicati sul parabrezza, la giovane si lasciava accompagnare in un ranch lontano dallo star system. Vagamente inquietanti, gli abitanti di quella comune orbitavano attorno a un leader al momento assente: nell’ultimo film di Quentin Tarantino – cronaca nera riletta a metà tra il favolistico e il grottesco dal regista che già riscrisse la storia con Bastardi senza gloria –, la figura di Charles Manson mancava all’appello. Forse tagliata in fase di montaggio. Forse ridimensionata da un autore che, a differenza di coloro che si sarebbero aspettati una trasposizione accurata della strage, aveva una visione opposta. Insoddisfatto da aspettative mal riposte, a cinquant’anni dal barbaro omicidio di Sharon Tate, ho preferito allora leggere della Hollywood messa a soqquadro dallo spirito d’onnipotenza della Manson Family. Se l’intoccabile Charlie era la mente, chi era il braccio? Quali erano le origini dei giullari della sua spaventosa corte dei miracoli? L’esordiente Emma Cline ha fatto della confusione di quei disperati un best-seller. 

Tutte le altre ragazze pensavano che fosse il regista a fare la scelta. Invece in realtà ero io a dire al regista, in un mio modo segreto, che la parte doveva darla a me. Io volevo quello: un’onda che corresse da me a Russell. A Suzanne, a tutti quanti loro. Volevo quel mondo senza fine.
Le ragazze è un romanzo di formazione scritto con l’urgenza di un thriller. Sbirciata da una cortina di fumo tossico, la protagonista è Evie: quattordici anni, figlia di genitori divorziati, vittima della noia degli andirivieni che le comporta raggiungere la città in bicicletta. Ha i segni dell’acne, una frangia di cui è scontenta, due occhi non abbastanza azzurri. A settembre partirà per il collegio e, mentre i maschi tremano per la chiamata in Vietnam, l’adolescente scalpita al pensiero della divisa austera, della gonna plissettata, dell’obbedienza a ogni costo. Innamorata non corrisposta del fratello maggiore della migliore amica, un giorno trasgredisce per rifuggire la routine e i pizzichi di zanzara. Sale su uno scuolabus riverniciato di nero; scappa di casa. Tutto per essere all’altezza di Suzanne, hippy languida e selvaggia che fruga nei cassonetti in cerca di cibo e fa sesso con chiunque voglia. A quell’età, a quella latitudine, un’esistenza pericolosa non preoccupa: fa gola. E Russell Hadrick, il leader della comune che non riesce a sfondare nel mondo della discografia, è un attento conoscitore di tentazioni, desideri reconditi e tristezza femminile. Quelle ragazze le usa come prostitute, mezzi, armi. Tutto è in comune. Tutto è lecito. Anche una strage sotto acidi consumata in una villa sul mare, in cui fino all’ultimo sfugge il ruolo dell’ingenua Evie. Ormai adulta, invogliata a rievocare il passato, la narratrice riavvolge il nastro. E ricorda il superamento di una soglia invisibile – quella dell’essere adulti, quella della moralità –, che tanto ha in comune con i boschi di certe favole: posti in cui è vietato spingersi. Romanzo di crescita introspettivo e spietato, Le ragazze arriva con immediatezza. Sin dalle prime pagine non fa mistero né degli eventi né del destino dei protagonisti. Scritto in maniera esemplare, con un andamento sinuoso e oscuro, convince tuttavia più quando lontano dal ranch.

Non gli dissi che rimpiangevo di aver conosciuto Suzanne. Di non essere rimasta al sicuro in camera mia sulle colline aride vicino a Petaluma, con le mensole affollate dai dorsi a lettere d’oro di miei libri d’infanzia preferiti. E lo rimpiangevo davvero. Ma certe notti in cui non riuscivo a dormire e sbucciavo pian piano una mela davanti al lavello, facendo allungare quel ricciolo sotto la scintilla della lama. Con la casa buia attorno a me. A volte non sembrava rimpianto. Sembrava nostalgia.
Russell, alter-ego di Manson, non ha il carisma luciferino del personaggio reale; le sue entrate in scena, anzi, risultano i momenti più noiosi del romanzo. Evie lo guarda stranita, come se reagisse alla battuta di qualcuno che non fa mai ridere davvero, e l’unico fascino che subisce è quello di Suzanne – amica e amante occasionale, al centro di un passionale rapporto simbiotico. Cinquant’anni dopo, Le ragazze di Emma Cline si affrancano dal giogo maschile, e in una riflessione profondamente femminista demitizzano i falsi guru, guardano di sottecchi i fidanzati bugiardi, subodorano le crisi sentimentali dei padri. Sono precoci. Ma a causa di una struttura abusatissima e di personaggi maschili non altrettanto interessanti, al pari di Quentin Tarantino, finiscono poi per parlare d’altro: il passaggio di Brad Pitt, nel bene e nel male, conduce altrove. Al crocevia di una vicenda soltanto ispirata alla storia vera, che tra le righe vive del cinema di Sofia Coppola e delle melodie di Lana Del Rey. A un muro imbrattato, con sopra il disegno di un cuore insanguinato. Opera dei satanisti? No, peggio: di una ragazzina innamorata.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Freak

sabato 14 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: The Marvelous Mrs. Maisel S03 | Living With Yourself

Arrivati alla terza stagione, è un’impresa scrivere di The Marvelous Mrs. Maisel senza il rischio di riciclare gli aggettivi degli anni scorsi. Davanti a un prodotto che si ripete senza ripetersi – sempre di gran qualità e all’altezza delle stagioni precedenti, la serie sul mondo della stand-up comedy riesce continuamente a stupire con nuove battute al fulmicotone –, cosa dire? Resterebbe da scrivere soltanto una lettera a Babbo Natale: in un pacchetto ben infiocchettato, infatti, mi piacerebbe tanto trovare il talento di Amy Sherman-Palladino. Come pensa quei dialoghi da ascoltare e riascoltare all’infinito? Come riescono i protagonisti a pronunciarli senza mangiarsi nessuna delle bellissime parole pensate per loro? Come può stare al passo un comparto tecnico che, per non essere da meno, cura allora nel dettaglio le luci, le scenografie e i costumi di una New York lussuosa come in un musical? Più scoppiettante che mai, la serie si supera: la terza stagione è la migliore delle tre. Benché ne abbia fatto una presenza ricorrente nei listoni di fine anno, in precedenza qualche difetto l’avevo trovato: soprattutto in una seconda stagione in cui avevo sentito la nostalgia dei numeri di Midge e percepito come un ingombro le scene dedicate ai suoi familiari. Quest’anno sono stato ascoltato. Felicissimo, ho avuto il mio show – tantissimi monologhi, con la protagonista impegnata in un lungo tour – e non ho patito le parentesi dei genitori di lei. Protagonisti di uno sconcertante declassamento, Abe e Rose si trasferiscono dai consuoceri con effetti esilaranti: con lui impegnato a coordinare un gruppo di giovani comunisti, toccherà alla consorte – svampita, sì, ma abile in fatto di cuore – sgomitare per tornare nel West Side. Quella pecora nera della secondogenita, invece, vicinissima a diventare una comica di professione, apre con successo gli spettacoli di un cantante jazz: con il piede in tre scarpe – l’ex marito, l’ultimo fidanzato mollato, un collega galante –, vola a Las Vegas ma a causa della sua lingua lunga rischia di perdere molto: compresa la manager Susie, chiamata a dividersi tra lei e una rivale che vuol darsi a Strindberg. Ci sono l’aggiunta del sempre in parte Sterling K. Brown e più battute per Jane Lynch, di cui sostengo la simpatia sin da Glee. E poi c’è l’insostituibile Rachel Brosnahan, che piroetta nei piani sequenza, indossa mille abiti diversi, parla a raffica e – e non si sa come – non si stanca. Non stancandoci. (8)

La scoperta di una persona identica a te. Una parvenza di normalità di mantenere, tra moglie e lavoro. Tutte le gag comiche possibili e immaginabili all’interno di genere che sin dalla notte dei tempi prevede scambi e fraintendimenti. Ecco: questo è tutto quello che Living With Yourself, ingiustamente passato in sordina, non è. Se a torto, come ho fatto io, si immaginava una commedia in stile anni Novanta – faccio un titolo in particolare con un’idea simile: Mi sdoppio in 4 –, la sorpresa potrebbe essere dietro l’angolo. Lo si capisce presto. Traviato dalle false aspettative e dalla presenza di un attore spesso coinvolto in pellicole demenziali, in cerca di un riempitivo a cena, mi sono trovato invece in compagnia di una dramedy dal taglio indie con uno spunto degno del Black Mirror delle origini. Cosa saresti disposta a barattare in cambio di un’esistenza perfetta? Un pubblicitario pigro e svogliato, su suggerimento di un collega, fa visita a una strana spa per ritrovare l’ispirazione: non sa che alla fine del trattamento sarà rimpiazzato da un clone – la sua versione bella, propositiva, performante. Qualcosa va storto però. E questi otto episodio saranno guidati dalla verve di un Paul Rudd doppiamente bravissimo; da due protagonisti con la stessa faccia e uno spirito agli antipodi, che si contenderanno senza esclusione di colpi un’unica vita. Se l’uno è un marito disattento che in ufficio per di più ha perso il tocco magico, l’altro è un compagno dolce nonché un dipendente pieno di iniziative. Il troppo storpia, perfezione compresa: allora il clone, proprio come un novello mostro di Frankenstein, stringe un po’ il cuore con il suo sentirsi eternamente fuori posto. Amici-nemici, i due Rudd vogliono uccidersi, scavalcarsi, sostituirsi: fino a un finale rocambolesco e imprevedibile, che rappresenta tuttavia una bella chiusura in caso di mancato di rinnovo. Caratterizzato da uno sviluppo sorprendentemente credibile e da riflessioni talora inquietanti, Living With Yourself racconta la crisi – quella di un matrimonio a un bivio, quella di un uomo smarrito perché spaiato – alla maniera della fantascienza esistenzialista che più piace. Meno leggera del previsto, per fortuna notata anche dai Golden Globe, questa convivenza dell’altro mondo è da sperimentare. (7)

martedì 10 dicembre 2019

Recensione: Confidenza, di Domenico Starnone

| Confidenza, di Domenico Starnone. Einaudi, € 17,50, pp. 141 |

Sebbene sia un autore di per sé affermatissimo, qui ammetto e qui nego la mia superficialità. A farmi interessare negli anni ai romanzi di Domenico Starnone, infatti, sono state le voce di corridoio che vedevano proprio in lui – esimio professore napoletano – il professionista di spicco nascosto dietro il personaggio fittizio di Elena Ferrante. Per quando la questione Ferrante non mi abbia mai incuriosito – per me è bravissima, per me è donna: la leggo perciò senza farmi domande di sorta –, lo stesso non posso dire delle analogie con Starnone. C’erano davvero delle similitudini nella loro scrittura, nelle loro storie? Potevo forse star fermo senza scoprire se ci fosse del vero, rischiando così di perdermi un autore chiaramente bravissimo? Desideroso di mettermi in pari, per comodità ho iniziato dall’ultimo romanzo arrivato in libreria. Dalla sua aveva una copertina essenziale ma bellissima, poche pagine, moltissimi commenti a favore.  E la Ferrante, se proprio dovevo procedere con il mio ficcanasare, l’avevo letta giusto qualche romanzo prima. Confidenza non è stata la scelta giusta: si è rivelata una storia in cui non sono mai entrato; una di quelle letture che, sarò franco anche a costo di apparire ingenuo, non ho ben capito. Cosa dire di un romanzo senza grandi difetti, che però lascerà in me piccoli ricordi di reciproca incomprensione?

Non è la pedagogia dell’affetto che ci migliora, ma la pedagogia dello spavento. 
Suddiviso in tre racconti di lunghezza disuguale, segue in realtà un singolo filo rosso: un triangolo sentimentale lungo cinquant’anni, osservato da tre punti di vista speculari ma nient’affatto conciliabili. Il primo appartiene a un insegnante statale, protagonista colto e di bell’aspetto, che in un esame di coscienza racconta del suo lavoro al liceo classico; della pubblicazione di un saggio che attirò l’interesse delle librerie indipendenti e dei pedagogisti; del suo amore prima per Teresa, poi per Nadia. Agli antipodi, le due donne sono l’una il rovescio dell’altra. Teresa, ex alunna con una futura carriera negli Stati Uniti, è più giovane di dieci anni ma a ben vedere è più saggia di lui: la loro relazione è stata tanto litigiosa quanto viscerale, ed è finita all’indomani della confidenza del titolo. Nadia, presto diventata sua fedele consorte, è una collega di matematica che diversamente dall’altra si lascia condurre e traviare: si fa leccare la mano al primo appuntamento, mette al mondo tre figli, rinuncia al dottorato a Napoli per la famiglia. Traditore, il protagonista non vuole essere tradito. Predatore, non vuole diventare preda. Maschio piacente, solido e consapevole, è abbastanza abile da darsi alla politica e da sapersi dividere tra le due donne: l’indimenticata ex è sempre al centro dei suoi pensieri turbolenti e, a distanza di sicurezza, si punzecchiano in uno scambio epistolare. L’oceano che li divide è abbastanza grande? Si amano, o forse s’odiano?

- Ora sai di me ciò che non ha mai saputo nessuno.
- Non possiamo lasciarci più, siamo davvero l’uno nelle mani dell’altra.
Pochi giorni dopo, senza litigare, anzi con un fomulario cortese che non avevamo mai usato tra noi, ci dicemmo che la nostra relazione era ormai esaurita e di comune accordo di lasciammo.
Ombra avvolgente e inquietante insieme, Teresa lo invoglia a non trasgredire, a coltivare virtù a confine con la santità: lo educa a furia di minacce inespresse. Messa alle strette, spiffererebbe il segreto che si sono scambiati da innamorati? Il secondo punto di vista, invece, è di Emma: primogenita del protagonista, è una figlia adorante cresciuta nel mito irraggiungibile del genitore. In occasione di un’onorificenza destinata all’insegnante e saggista ormai in pensione, la giovane donna cerca ospiti d’eccezione. Nel terzo e ultimo racconto, chi si offrirà mai di onorarlo con una visita a sorpresa? Confidenza somiglia a un dongiovanni cinico, piacione, un po’ troppo autocompiaciuto. Ti mette una mano sulla spalla con nonchalance, ti sussurra sconcezze all’orecchio. Scritto benissimo  e con un irresistibile cinismo tra le righe – ora capisco, sì, le analogie con la Ferrante: stesso lessico ricercato, stesso ambiente culturale, stessi narratori antipatici –, purtroppo non sfoggia una simile brillantezza anche nella struttura. Sbilanciato e frammentario, il romanzo segue uno schema narrativo che dedica cento pagine al punto di vista principale; le poche restanti, dunque non abbastanza, agli altri due. E davanti a una morale di fondo che francamente sfugge tutt’ora, questa vicenda di fedeltà e infedeltà, fiducia e sfiducia, ragione e sentimento mi ha lasciato piuttosto freddo – sensazione d’incompiutezza che spesso accompagna la lettura di alcuni racconti brevi. Non era, immagino, il modo giusto per entrare in confidenza. Ci entreremo mai?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale:  Mannarino – Statte zitta

sabato 7 dicembre 2019

Mr. Ciak: Storia di un matrimonio | Un giorno di pioggia a New York | C'era una volta a Hollywood | L'ufficiale e la spia

Qualche giorno fa ho fatto l’albero. Mi sono subito accorto che c’era qualcosa che non andava: era stato riposto di fretta e qualche ramo si era spezzato; due delle quattro serie di luci led, inoltre, erano fulminate. Rinunciare all’idea oppure montarlo come andava andava? Storto e spennacchiato, adesso mi fa compagnia mentre scrivo: non è il primo che metto in piedi da solo. Odio l’allegria obbligata del mese corrente, e la conta degli alberi di Natale fatti alla bell’e meglio mi aiuta a tenere a mente gli anni trascorsi da quando siamo andati in pezzi. L’ultima immagine della mia famiglia risale a dicembre. Quest’anno fanno quattro anni: pensavo di più. Ripenso alla nostra vecchia formazione, e sembra una vita fa. Mentre cercavo di non cader vittima della malinconia, l’attesa alle stelle mi ha spinto a vedere l’ultimo film di Baumbach – acclamato a Venezia, ma tornato a bocca asciutta – in occasione di questa amara ricorrenza. A dicembre, ho visto finire anche il matrimonio tra Adam Driver e Scarlett Johansson. E la visione mi ha talmente devastato che in sala, sentendomi singhiozzare, qualcuno avrebbe chiamato un’ambulanza. Purtroppo o per fortuna, è soltanto su Netflix. La mia potrebbe sembrare la cronaca di un dramma pesante e distruttivo, ma chi conosce il cinema di Baumbach – io pochissimo, e ammetto di non averlo mai apprezzato – non può che aspettarsi siparietti esilaranti, vedasi ad esempio i piantonamenti dell’assistente sociale, o comprimari sopra le righe come l’avvocatessa di un’inviperita Dern. Lui e lei all’inizio restano in rapporti civili: legati da un sodalizio artistico lungo un decennio, giungono a un crocevia nel momento in cui le loro carriere prendono strade opposte – il primo scritturato a Broadway, l’altra assunta per una serie TV a Los Angeles. Il goffo pigmalione e la sua musa entrano in collisione per il bene dell’unico figlio. Chi lo crescerà, e dove? Inizierà una lunga battaglia legale e, senza esclusione di colpi, ci si farà male. Benché colti e divertenti, gli ex diventeranno delle belve: una sorte che non risparmia nessuno. Nemmeno il regista in persona, che in un film autobiografico commuove parlandoci delle contraddizioni dell’uno e dell’altro. Allora quanto odio per Scarlett: colei che fa il primo passo e sceglie infine il tribunale. Quanto odio anche per Adam: un gigante buono che, in una lite furibonda, vomita parole così oscene da farmi sentire l’esigenza di mettere in pausa lo streaming. Da figlio di separati, ho sentito ogni recriminatoria. Ma le lacrime sono scorse più per la bellezza dei piccoli gesti che per la bruttezza delle parole pesanti. Anche quando tutto è finito si trova infatti qualcosa per cui sorridere: il ritornello di un musical al karaoke; un foglio volante con su scritti i pregi della persona amata; il dettaglio di quei capelli ormai da accorciare, o di una scarpa sciolta. Come permettere che un nostro caro inciampi? Non si può. E così io mi preoccupo, faccio giri di telefonate, addobbo. Onorando il padre e la madre, nella casa del matrimonio che hanno disonorato. (8,5)

Dopo il dramma della Ruota della fortuna, dopo lo scandalo dell’infamia, il prolifico Woody Allen ha voglia di voltare pagina e dimenticare. Tornando a un passato d’oro: ossia quello dello skyline di Manhattan, del jazz in filodiffusione, dei bellimbusti galanti e nevrotici. Lo fa con una commedia come non ne dirigeva da un decennio, sabotata in patria e salutata con affetto in Italia: una sorpresa. Invecchiando, infatti, ci si inacidisce. Il regista ottuagenario è invece protagonista di una novella fioritura. In forma smagliante, compone un puzzle romantico con ogni pezzo al posto giusto e una sceneggiatura talmente brillante da rendere gli zigomi doloranti per il ridere. Poligono sentimentale perfettamente in linea con il suo stile, ma riadattato a favore delle nuove generazioni, può contare su una scrittura a orologeria e su un autore quanto mai al passo con i tempi. Divertenti, divertiti e meteoropatici, i protagonisti passano un giorno in città: il prezzemolino Chalamet, elegantemente fuori moda, è figlio dell’Upper East Side ma come Il giovane Holden rifugge i salotti e l’ipocrisia; Elle Fanning, attrice dal talento comico finora inespresso, è una reginetta di bellezza la cui ingenuità suscita ilarità nel pubblico e mai biasimo: desiderosa di essere una reporter, si perde appresso a scandali da rotocalchi, contesa da un regista in crisi, uno sceneggiatore tradito e un attore traditore; Selena Gomez, amica di famiglia, stupisce invece piacevolmente per le risposte acidissime e una sensibilità affine a quella del protagonista. La pioggia spariglia le carte in tavola, cambia le relazione e il colore del cielo. Imbottiglia le automobili in code infinite. Qualcuna la ama, qualcun altro la odia. Ma in un film delizioso e scintillante come questo – Storaro, illuminami d’immenso; Allen, mi trasferisco in una tua commedia – vien voglia di buttare l’ombrello e di saltare nelle pozzanghere. Per godere del futuro arcobaleno: una visione in mezzo allo smog. Per concedersi un altro amore: una salvezza dal solito cinismo. (7,5)

Non avendo rapporti idilliaci con Tarantino, ho affrontato piuttosto spaventato le due ore e trenta del suo film più divisivo. Confuso dai pareri discordanti, al tempo dell’uscita ho preferito evitare noie e delusioni: conservo infatti ricordi pessimi dell’interminabile The Hateful Eight, visione che ricordo particolarmente faticosa. Poteva andarmi meglio. Poteva andarmi peggio. C’era una volta a Hollywood è costituito da storie che viaggiano a velocità sostenuta e che non si incontrano mai sullo stesso binario. Storie di ricadute e rinascite, con lo star system sullo sfondo, dove invenzione e verità si mescolano a piacimento ma senza un disegno preciso. Qual è il punto di questo film: lungo, popoloso, ondivago? La prima ora e mezza è occupata da un piacevolissimo andirivieni di bella gente. DiCaprio, talento della recitazione intrappolato in ruoli da antagonista, sgomita per brillare in western dimenticabili; Pitt, controfigura e autista part-time, lo scarrozza a destra e a manca; Margot Robbie, sempre al centro della scena a passo di danza, è invece la splendida moglie della casa accanto. Il delitto di quest’ultima, Sharon Tate, è appena marginale. Il ranch di Manson è intravisto in una tappa fugace e, se non fosse per un trascurabile cameo, Charlie sarebbe assolutamente assente. Ci sono gli anni Sessanta però: dappertutto attori glamour, finanche fra le comparse – Pacino, Fanning, Hirsch, Olyphant –, radio e televisori ad alto volume. Una Los Angeles polverosa e trafficata, zeppa di figli dei fiori, caravan e inattese proposte di lavoro. La prima parte mi è piaciuta moltissimo. Peccato per quel salto temporale di sei mesi: con Leonardo di ritorno dalle riprese in Italia, l’intromissione di un’orribile voce narrante, l’arrivo della famigerata notte del massacro – qui messa in ridicolo e affrontata  in un trip inutilmente sanguinoso, con mosse alla Bud Spencer. Lieve e autoironico, a confine tra omaggio e fiaba, l’ultimo Tarantino usa il cinema – fabbrica dei sogni per eccellenza – per riscrivere la storia. Ma il suo film, sentito ma piuttosto sbavato, dubito che scriverà la storia della settimana arte. Soltanto i fan, di parte, potranno reputarlo riuscito. (6,5)

Altro film d’autore passato in Laguna, altro grande ritorno, L’ufficiale e la spia non è tornato in Francia a mani vuote: contestatissimo dalla stampa a causa dell’ennesima denuncia a carico di Polanski, il thriller d’inchiesta ha preso Venezia in contropiede guadagnando a sorpresa il Gran premio della giuria. Alla contentezza generale, a scatola chiusa, mi sono aggiunto anch’io: è necessario scindere l’artista dall’essere umano; condannare l’uomo senza censurarne il lavoro. A fine visione, reduce da un film tanto solido quanto scolastico, purtroppo ammetto a malincuore un po’ di delusione davanti a una ricostruzione nient’affatto memorabile. Forte di un irresistibile fascino polveroso e dell’interpretazione di Jean Dujardin, ci fa dimenticare a colpi di eleganza il disastro che fu Quello che non so di lei. Ma benché tecnicamente esemplare, per me resta piuttosto modesto sul piano narrativo. Avvincente ma schematico, si sfilaccia e si appesantisce nella parte conclusiva. Perde gradualmente potenza, fino a risultare una cronaca enciclopedica in sede di processo: la parte clou, ridotta purtroppo a una piccola parentesi nella quale ci si scorda della vittima Dreyfus. Interpretato da un irriconoscibile Garrel – purtroppo, rispetto a lui, sulle scene è più presente la pessima Seigner –, l’ufficiale ebreo accusato d’alto tradimento viene prima recluso su un’isola deserta, poi riscattato dalle indagini del suo superiore. L’antisemita Dujardin, infatti, dichiara la propria fallibilità di uomo e di statista davanti alla falsità dell’accusa e trascina in tribunale i servizi segreti. Seguire il proprio orgoglio, o l’onestà? Leggibile tra le righe anche in chiave autobiografica – Polanski si dichiara innocente –, quest’atto di accusa risulta ancora attuale, ma mi è parso freddo e informativo. Restano quadri bellissimi, con simmetrie vagamente hitchcockiane, e la sensazione di trovarsi al cospetto di un’opera da museo. E in un museo non si alza la voce. Non ci si arrabbia. Non ci si indigna. (6) 

mercoledì 4 dicembre 2019

Recensione: Gli altri, di Aisha Cerami

Gli altri, di Aisha Cerami. Rizzoli, € 18, pp. 288 |

Alle porte di una città imprecisata, protetto da una cortina di siepi che ne fanno una fortezza inespugnabile, sorge il condominio in cui ognuno di noi spenderebbe volentieri i propri giorni. Quattro piani, tredici abitanti di diversa estrazione sociale, porte sempre aperte, tutti che possiedono la chiave di scorta di tutti. Il Roseto è un microcosmo gaudente e lieto, destinato a un’eterna fioritura indipendentemente dalle stagioni meteorologiche. C’è un ricco fondo cassa, e ogni scusa è buona per attingervi e organizzare serate per pochi eletti – dal primo ciclo mestruale di una ragazzina al compleanno di un’ottuagenaria, da un funerale a una festa di benvenuto. La morte di un’abitante del Roseto, allo stesso modo, è una tragedia condivisa all’unanimità. Ci si fa forza insieme, soprattutto se l’infarto fulminante dell’anziana Dora significa far fronte a un altro dispiacere: rapportarsi da zero con nuovi inquilini. Qual è l’identità degli ultimi arrivati, che escono all’alba e rientrano al tramonto? Perché rifuggono i momenti di aggregazione e non si adeguano ai ritmi del resto del palazzo? Lo teorizzava già J. G. Ballard, nel classico della distopia da tempo immemore nella mia lista dei libri da recuperare: i condomini sono delle macchine perfette, i cui abitanti – sottoposti alla dittatura del quieto vivere – costituiscono un coro armonico e intonato ai limiti della spersonalizzazione. Lo ha ribadito il regista Roman Polanski, nella trilogia da brivido inaugurata con Repulsione. Gli ha fatto infine eco Alex de la Iglesia, con l’hitchockiano La Comunidad. Ultima ma non ultima, si concede un soggiorno malsicuro anche l’esordiente Aisha Cerami: il suo romanzo di debutto è una sorpresa inaspettata. Non lasciatevi ingannare dalla deliziosa copertina color pastello. Benché frizzante e leggerissimo, scritto in maniera svelta e puntuale, Gli altri non è assolutamente una storia consolatoria in cui l’ultimo rigo regala al lettore un messaggio di concordia. Ogni personaggio, infatti, ha una vita pubblica, una privata e un’altra segreta.

Anni e anni prima, in quel condominio, c’era stato un uomo che aveva stilato una legge uguale per tutti. Una legge indiscutibile e fondamentale perché quel posto restasse per sempre un luogo felice. Il regolamento veniva firmato alla prima riunione di condominio. Una firma senza valore legale, ma sacra. Un patto di sangue, senza tagli o giuramenti sotto la luna piena. E il regolamento diceva più o meno così: rispetta il prossimo tuo come te stesso; non usare violenza; non minacciare; non fare la spia; non avere segreti.
Ci sono Romana e Stevi, protagonisti di un matrimonio sadomasochistico da cui fuggire soltanto attraverso la fantasticheria di un tradimento coniugale; Rachele, sull’orlo di una crisi di nervi e madre di due gemelli pestiferi, con un volto devastato dalla psoriasi; le outsider Libia e Marilyn, la prima ex tossicodipendente e l’altra travestito di buon cuore; il Conte, prigioniero di una genitrice dispotica e dei disturbi ossessivo-compulsivi; il Vedovo e Maria, insegnanti in pensione, che talora mettono pace con parole assennate. E soprattutto c’è la quattordicenne Arina, figlia dell’umile Olga, che contro ogni pronostico si affeziona al figlio della famiglia appena giunta lì e l’ama di un amore quasi shakespeariano: Antonio è gentile, vorrebbe diventare un autore di horror, e regala all’adolescente sogni alternativi e uno sguardo più lucido sugli intrighi dei vicini. Il Roseto è lo specchio fedele delle contraddizioni della nostra società, nonché della cronaca. È fonte di protezione, è un vincolo; discrezione e omertà sono in rima baciata. Al centro di un isolamento perfetto, i personaggi della Cerami hanno buone maniere e animi oscuri: vedono pericoli dappertutto, specialmente nelle novità. Fanno spallucce davanti all’evidenza della violenza domestica, fiutano il marcio nella bellezza delle relazioni nascenti, vietano il sesso occasionale, seminano l’odio. Radunati in cortile, farneticano di suicidi e malocchio, somigliando ai membri di una setta grottesca. Il condominio li protegge, o forse li costringe in gabbia? Meglio porgere l’altra guancia, oppure battagliare?

Era lì, incastrato tra le fauci della morte, a tendere i muscoli verso l’alto, sperando di farsi nascere le ali. «Prima o poi capirà che non ha scampo» disse Rachele, pregustando il momento della resa. «Prima o poi morirà e noi ci illuderemo, per un momento, di aver ucciso tutti i topi del mondo» bisbigliò il Conte col fiato sospeso.
 La puzza persistente d’immondizia, un topo che scorrazza in giardino, l’avanzata di una macchia d’umidità sulla facciata, l’arrivo di un randagio che oltrepassa il cancello e squarcia le buste della spazzatura: la colpa, sancisce l’ennesima riunione, è proprio degli altri. Ricchissimo di dialoghi e caratterizzato da ambientazioni circoscritte, il romanzo ha pregi e difetti che derivano da un impianto sin troppo teatrale: le entrate e le uscite di scena sono scandite con l’orchestrazione un po’ meccanica del palcoscenico; i capitoli, alla stregua di atti, a volte danno l’impressione di essere appena giustapposti; non tutti i personaggi, per via di una divisione diseguale dei copioni, sono caratterizzati per forza di cose con la stessa perizia. Croce e delizia, comunque, di una commedia all’italiana nello stile di Perfetti sconosciuti e L’ultimo Capodanno, sorretta da un’ironia pungente e da un caos francamente irresistibile. Di una cattiveria che non dà tregua, Gli altri apre le gabbie ai matti e ai sentimenti più bestiali. Ti prende per sfinimento, e alla fine smaschera la vera indole di ciascuno di noi: sotto la maschera, in borghese, chi più e chi meno, siamo tutti mostri. Quanti patti abbiamo sottoscritto a cuor leggero, ignari di stringere accordi con Mefistofele? Quante volte abbiamo indicato la pagliuzza nell’occhio di qualcun altro?
La colpa è della trave che intanto sbuca dal nostro. Ci acceca. E se abbastanza acuminata, puntata verso il prossimo, qualche volta ferisce a morte.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Francesco Gabbani – Amen 

lunedì 2 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: Dickinson | AHS: 1984 | Atypical S03

È un esperimento di quelli che o si amano, o si odiano.  Maleducata, autoironica, postmoderna, la serie Apple gioca con l’incontro-scontro tra corsetti e musica elettronica, con tanto di parolacce, visioni psichedeliche, festini a base di oppiacei. Al passo coi tempi, scherza sul binge e sul sexting:  cosa ci siamo inventati noi, infatti, se nell’Ottocento le pubblicazioni a puntate di Dickens erano l’equivalente delle serie da non spoilerare agli amici e gli autoritratti senza veli, regalati al cascamorto sbagliato, potevano diventare materia di pettegolezzo? Questo sfondo lontanissimo dall’immaginario dei period drama – per fortuna – si rivela la cornice ideale per parlare di una poetessa femminista, bisessuale, libera come l’aria. La giovane Dickinson flirta con la morte, sogna di vedere il circo e i vulcani, vede l’innamorata convolare a nozze con suo fratello, si lega a un mentore sfortunato. Forse inutile specificarlo, si scontra puntualmente con la mamma casalinga – Jane Krakowski: sempre sinonimo di risate assicurate – e con il padre, politico tanto accomodante in privato quanto severo in pubblico. I toni dissacranti di questa commedia adolescenziale raggiungono un ottimo equilibrio soprattutto negli episodi centrali: gemme di scrittura e regia, che soltanto di rado ci fanno distrarre pur di ammirare il gusto di costumi e scenografie. Dickinson, confermata per una seconda stagione, è una visione sorprendente. Ti affezioni a protagonisti e comprimari, rischiando di commuoverti nel finale. Ti dici meravigliato per l’insospettabile verosimiglianza della serie, che permette nel mentre di scoprire le migliori poesie di Emily – traboccanti di erotismo, tematiche macabre e spiritualità, compaiono sullo schermo in caratteri dorati – o di viaggiare nel tempo conoscendo ora le pose di Thoreau, ora l’ambizione della Alcott. Ti scopri innamorato della gamma espressiva di una Heilee Steinfeld da Golden Globe: esilarante nei momenti comici e potentissima in quelli di raccoglimento, l’attrice e cantante ha una passionalità che renderebbe orgogliosa la stessa autrice. Emily è stata capita. L’ho capita qui. Nella produzione in costume che scalcia, pur di uscire dai banchi di scuola e dalle sue gonne pesanti. Nel mix che, dopo Luhrmann e Coppola, istruisce elettrizzando. Dickinson: centonovanta anni e non sentirli. (7,5)

Ambientazioni lacustri, una scalmanata comitiva di amici, quattro assassini, tre piani temporali. Dopo il fallimento della stagione precedente, un imbarazzante crossover che scontentava fan e detrattori, American Horror Story torna seguendo la scia insanguinata di Venerdì 13 e la retromania dilagante, ormai prassi da Stranger Things in poi, qui proposta in verità senza grande spirito di iniziativa. Ryan Murphy si diverte a prendere in prestito il meglio e il peggio di quel filone cinematografico. Ossia: protagonisti insopportabili, sangue a litri, sesso e colpi di scena a raffica. La serie antologica che ha sempre avuto il gusto per l’eccesso nella lista dei difetti, come se la cava omaggiando un sottogenere già trash di per sé? Benché troppo kitsch per essere vero, fra lezioni di aerobica, capelli cotonati e canzoni a tema, il fritto misto di Murphy e company sceglie quest’anno di viversela con assoluta leggerezza e nel segno dell’autoironia. Abbandonando sia la politica statunitense che i crossover, 1984 torna ai toni sopra le righe della sottovalutata Scream Queens. Il risultato è una nona stagione nient’affatto memorabile, ma che in fondo potrebbe suscitare la benevolenza sia dei nostalgici sia di coloro che ricercano colpevolissimi guilty pleasure. Ci sono infatti stralci di cronaca nera – gli omicidi del Night Stalker, trasformato dagli sceneggiatori in un satanista dalle mille vite –, le leggende da falò – le gesta di Mister Tintinnio, accanto a terreni maledetti dove gli spiriti non trovano pace –, le presenze incorreggibilmente pop – la solita Emma Roberts, troppo specializzata nei ruoli di ape regina per convincere come fanciulla indifesa, e la coppia inedita costituita dai simpatici Matthew Morris e Billie Lourd. Ricordati di noi. Lo implorano questi fantasmi. Lo pretendono gli anni Ottanta. (6,5)

Farebbe bene a cambiare titolo. Non più Atypical ma I Gardner, in assonanza con le sit-com che hanno fatto la storia della televisione. Le si augura, infatti, lo stesso futuro. Arrivata già al terzo anno, più corale che mai, la serie Netflix sulla sindrome di Asperger riesce ancora a intenerire e appassionare. Anzi, se lo chiedeste a me, vi direi probabilmente che questi dieci episodi sono i migliori girati finora. La cosa ha davvero del miracoloso: perché sono uno spettatore incostante e l’ennesimo soggiorno a casa di Sam poteva trovarmi con la mente altrove. Contro ogni pronostico, invece, Atypical mi fa suo. Davanti allo schermo, con gli occhi a cuoricino, sorrido e mi emoziono grazie a un intrattenimento vecchio stile che ha dalla sua qualcosa che non passa mai di moda: un cast ben assortito. E qui, dal primo all’ultimo, i personaggi funzionano proprio tutti. Talmente vivi e contraddittori, a volte, che è impossibile non criticarne le scelte oppure trovarli antipatici. L’imprevedibile Sam, alle prese con la routine del college, è il collante per le storie degli altri. Mamma e papà, separati in casa dopo il tradimento della Leight, sono fermi a un bivio: il divorzio è più semplice del perdono? La sorella minore, Casey, si interroga sulla propria sessualità: attratta dalla coetanea Izzie, rischia di mettere da parte Evan, anche noto come il personaggio più adorabile del piccolo schermo. Si possono amare due persone contemporaneamente? Da non dimenticare, infine, Paige e Zahid: spalle comiche insostituibili, la fidanzata e il migliore amico del protagonista lasciano spazio a sorprendenti momenti di fragilità, con lei che subisce l’emarginazione delle matricole e lui traviato, invece, dalla relazione con la ragazza sbagliata. Ognuno o quasi avrà il suo lieto fine. Potremo sentirci nuovamente parte della famiglia, in attesa che dai piani alti arrivi la conferma di una quarta stagione? Lo speriamo, sì, prendendo in prestito dai pinguini studiati da Sam la fedeltà incondizionata, la pazienza e il senso di appartenenza. Le feste mi mettono di malumore, si sa: ho sempre paura di tornare a casa. Posso avere ancora i Gardner, per favore? In alternativa, mi trasferisco al Polo Sud. (7+)