Cosa
succederebbe se inviassimo un ti amo alla persona sbagliata? E se la
persona in questione ci spiazzasse, rispondendo prontamente: anch'io?
È l'incipit dell'ultimo romanzo di Domenico Starnone. Un adorabile
canaglia che, ancora una volta, a ottantadue anni, ci delizia con una
commedia dagli equivoci dove serpeggiano le medesime inquietudini del
thriller. Breve, chirurgico, divertentissimo, l'autore partenopeo
torna al tema cardine di Lacci
e Confidenza:
il tradimento. Questa volta, il protagonista è un quarantenne con
una moglie che ama alla follia e tre figli tanto belli quanto
monelli. Nonostante una giovinezza turbolenta, si professa un uomo
fedele – per quanto appagato solo in parte sul fronte lavorativo:
è uno sceneggiatore televisivo, ma si sogna scrittore. Cosa lo
spinge, in un giorno d'autunno, a uscire dalla routine e a
dichiararsi alla collega Claudia – coetanea a cui, in anni di
stretta collaborazione, non ha mai rivolto sguardi maliziosi? Il
desiderio segue leggi imperscrutabili: lui la vuole perché lei vuole
lui.
La
casa brucia proprio quando ci pare di avere il controllo assoluto del
fuoco.
Invulnerabili
a tutto, perfino alla tramontana che fa tremare Roma, i due amanti
vivono l'eccitazione e i dubbi degli adolescenti. Il messaggio è
stato inviato per errore, o l'inconscio ci ha messo lo zampino? I
rispettivi bambini, più assillanti che mai, sospettano qualcosa?
Mentre gli interrogativi incalzano e la tensione erotica si fa così
intensa da spingerci a trattenere il respiro, a vegliare sulla
pantomima è Carlo: un azzeccagarbugli in là con gli anni, eloquente
e sornione, identificabile in tutto e per tutto come l'alter-ego
dell'autore. Dimenticate la scenata di Giovanna Mezzogiorno a Stefano
Accorsi, le urla piene di rimostranze e gli schiaffi volanti. Non
aspettatevi gli amplessi e le lenzuola spiegazzate di Alba Rohrwacher
e Pierfrancesco Favino, tutti bassi istinti e corpi da abbrancare.
Quello a opera dell'amorale Starnone è un “bordello esistenziale”
che non parla di sesso, ma di desiderio: una questione di potere, mai
di piacere. Interamente filtrato dallo sguardo del maschio, il
romanzo trasforma le figure femminili in organismi ignoti e ogni
soprabito, ogni gonna o camicetta, in sognante fantasticheria. Cosa
farsene di una ridicola scappatella, infatti, se sei uno
sceneggiatore in crisi creativa? Meglio la fantasia. Meglio
Destinazione
errata
- in cui ogni scelta lessicale è un brivido, ogni intrigo godimento
purissimo. Perché fare sesso quando puoi leggere Starnone?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Ornella Vanoni – Ti voglio
Da
grandi inizi derivano grandi responsabilità. E l'inizio del secondo
romanzo di Carmen Totaro, accolto con entusiasmo dagli addetti ai
lavori, è una folgorazione. Fino a pagina cento, le avrei gridato
amore grande. Merito di uno stile senza fronzoli, implacabile come
quello di un'altra bravissima: Nicoletta Verna. Merito di due
protagoniste feroci e imperscrutabili, che a lungo si inseguono –
anzi, si braccano – nell'impossibilità di capirsi reciprocamente.
Ada ed Elisa sono mamma e figlia. Nemiche per la pelle, al centro di
uno di quei rapporti familiari disfunzionali con cui da sempre vado a
nozze, si danno appuntamento in un modesto ristorante milanese per
festeggiare i ventidue anni di Elisa. Il vino rosso scorre a fiumi,
la conversazione è agitata: Elisa vorrebbe cambiare corso
universitario a un passo dalla laurea; trasferirsi all’estero. Il
ritorno a casa è surreale. Stranamente accondiscendente, la giovane
si offre di preparare un bagno ristoratore alla madre che si appisola
presto in vasca. Qualche ora dopo la donna si sveglia: la chiave non
è più nella serratura, il condominio è messo in allarme per
ragioni che non vi svelo, Ada viene guardata con sospetto, Elisa è
scomparsa.
Forse,
se ne avesse avuto coscienza, avrebbe potuto confessarle che la
ammirava in un modo strano e terribile, perché può arrivare il
momento in cui si dive avere il coraggio di bruciare tutto, anche la
propria madre.
A
dispetto di titolo e copertina, che lasciano immaginare una vicenda
familiare agrodolce, Un bacio dietro al ginocchio ha
l'andamento criptico di un thriller dei sentimenti: ho pensato a
Domenico Starnone. I misteri e i non detti abbondano, con tanto di
denunce di scomparsa alla polizia e di cronologie setacciate a fondo.
La protagonista deve fare infatti i conti con il dubbio, con
l'assenza di una ventiduenne ribelle, intemperante, scostante:
un'assassina mancata. La curiosità cresce di pagina in pagina,
mentre Totaro descrive senza nessuna indulgenza il senso di
smarrimento vissuta da Ada; le bugie a fin di bene che a lungo si è
raccontata a proposito marito defunto – traditore –, della madre
– appena accennata, è descritta come un'anziana sgradevole –,
della figlia – studentessa in realtà tutt'altro che brillante –.
Elisa è un personaggio immensamente interessante finché si limita a
essere un punto interrogativo, un nodo da sciogliere. È un'attrice
non protagonista che brilla soprattutto nell'assenza. Quando nella
seconda metà emerge il suo punto di vista – piuttosto banale, è
il classico ritratto di una ragazza di buona famiglia dedita agli
eccessi e ai colpi di testa –, il romanzo cambia taglio e scenario.
Si guasta. Con l'espediente di un viaggio on the road, la ricerca
della protagonista si sposta in una Sardegna brulla e polverosa,
tanto cara alla narrativa italiana. E l'inquietudine degli inizi
viene tradita bruscamente da una resa dei conti – porterà forse
alla riconciliazione finale? – che rende gli interrogativi vani, la
morale nebulosa, la costruzione incoerente. Non all'altezza delle
aspettative, per via di due parti antitetiche che collimano più che
incastrarsi, il bacio di Elisa lascia un fastidioso senso d’amaro
in bocca.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Kasabian - Goodbye Kiss
Lo
hanno ribattezzato il Giardino di Roma. Lontano quanto basta dal caos
cittadino, è il quartiere perfetto per ricominciare. Le strade
portano nomi di attori e cantanti famosi, i parchi intorno sono
verdeggianti, la vita trascorre placida. Composto da sei palazzoni
azzurri, con al centro un cortile animato dagli schiamazzi dei
bambini, il complesso residenziale in cui si trasferiscono Francesca
e famiglia sembra paradisiaco. I vicini sono ospitali, anche
se un po' ficcanaso: gli appartamenti, infatti, sono sprovvisti di
tende. Il cancello rosso all'ingresso ispira un senso di sicurezza
diffuso: rossi sono anche i braccialetti ai polsi dei più
piccoli. Lì i protagonisti saranno felici, al sicuro. Come nel più
classico degli horror, però, niente è come sembra. E ben presto
Francesca si trova a fare i conti con i modi scorbutici dei
responsabili della portineria, strane ombre che si muovono ai
margini del suo campo visivo, atti di piromania inspiegabili... Fino alla tragedia: una sparizione raggelante – un rapimento, forse
un omicidio –, che trasforma il tranquillo quartiere in uno
scenario da cronaca nera. Che fine ha fatto Teresina? Il pericolo è
all'interno: dentro quel condominio non così perfetto; nella testa a
soqquadro di Francesca, donna sull'orlo di un tracollo psicologico.
Perché
non succede qualcosa a qualcuno? Anche qualcosa di brutto, purché
succeda qualcosa (sei una creatura malvagia – scusa, scusa).
Madre
di due bambine piccole, moglie nell'ombra del
ricercatore universitario Massimo, la protagonista è una
trentacinquenne vittima dell'alienazione tipica di molte neomamme.
Nevrotica, sfiorita, senza prospettive future, patisce l'insonnia,
gli automatismi della routine e lo start working mentre il marito è
impegnato altrove: sradicata da Milano e vittima di misteriosi vuoti
di memoria, prende a guardare con sospetto e un po' di invidia il
vicinato. I condomini formano un organismo policefalo. Dotati di un
senso di giustizia tutto loro, si riuniscono in autentiche adunate e
sobillano contro chi non si adegua: l'affascinante Fabrizio, ad
esempio, violoncellista che preferisce starsene in disparte. Pur di
ritrovare sé stessa, Francesca sarebbe disposta a diventare parte di
quel coro vagamente mostruoso? Proposto per il premio Strega da
Domenico Starnone, Questo giorno che incombe è
un romanzo sorprendente. Anzi, è tanti romanzi in uno. Una
riflessione amarissima sulla maternità, la solitudine, la
depressione. Una storia d'amore tanto spasimata quanto impossibile.
Un thriller psicologico che strizza l'occhio al giornalismo
d'inchiesta.
Le
altre madri sanno tutto, forse. Io non so niente. Se le madri
sapessero tutto, i bambini non scomparirebbero. Se le madri sapessero
tutto, i figli non sarebbero estranei con sopra la faccia dei tuoi
figli. Le madri non sanno niente, e i figli soffrono, crescono,
sbagliano, chiedono aiuto da soli nella notte ma nessuno li viene a
salvare, crescono, vivono, impazziscono, muoiono, e le madri non
sanno niente. Non esiste un sesto senso delle madri. C'è solo il
caso, l'amore, la speranza, o il tradimento.
Il
troppo stroppia? A giudicare dal parere di qualche lettore scontento,
sì. Personalmente ho trovato il microcosmo di Antonella Lattanzi di
un magnetismo irrinunciabile, anche se sarebbe meglio per la vostra
incolumità non soggiornarvi troppo a lungo. Sensibile nello
scandagliare tanto il mondo degli adulti – pulsioni segrete, bugie,
tensioni – quanto quello dei bambini – riti, giochi, cantilene –,
l'autrice architetta una vicenda oscura, dai ritmi perfettamente
cinematografici, dove una scrittura sincopata e ossessiva fa da
potente amplificatore. Generosissima, Lattanzi rende il romanzo un
concentrato di grandi terremoti interiori, di grandi passioni, con un
senso di tragedia che aleggia palpabile dalla prima all'ultima
pagina. Minacciato da un predatore senza nome, il quartiere appare
d'un tratto in decadenza. Il cortile è una scena del crimine. Mentre
fuori dai cancelli si muovono ombre sinistre e giornalisti affamati
di scoop, dentro è un assalto continuo ai nervi della povera
Francesca. Quella casa, all'inizio inondata di luce, si fa man mano
più piccola, più buia, più maligna. E, grazie a un espediente
memorabile, comincia a parlare alla donna: autentica coprotagonista, diventa infatti la migliore amica e la peggiore aguzzina di
Francesca. Storia di una novella Rosemary's Baby,
Questo giorno che incombe ha
i palazzoni di Eshkol Nevo e Aisha Cerami – a ogni piano c'è una
storia, una voce, un rumore –, ma si lascia divorare grazie alle
atmosfere del miglior Polanski. Tesissimo, è un attacco di
panico. Un ossimoro. È urlare, ma sottovoce. Di là ci sono le
bambine che dormono, meglio non svegliarle.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Sunday Girl – Where is my mind
|Lacci, di Domenico Starnone. Einaudi, € 12, pp. 134 |
Se
i miei genitori fossero rimasti insieme, lo scorso sei settembre
avrebbero festeggiato trent’anni di matrimonio. Il giorno in
questione l’ho realizzato in ritardo, ricercando un perché alla
mia malinconia improvvisa: se la mente confondeva le date, il corpo
sapeva. Credo che ciascuno di loro stia meglio adesso, accanto
ad altre persone, ma a volte mi sorprende la nostalgia di
com’eravamo. Colpa dei ricordi, che addolciscono tutto; di un tempo
che lenisce. Ho ventisei anni, ma
vado dicendo che non ho intenzione di avere né figli né
famiglia: sono stanco, ho fatto una lunga gavetta non pagata, ho
cresciuto mamma e papà. Ma fa comodo dare tutte le colpe a loro.
Chiedetelo a Freud: i genitori sgravano la coscienza.
I
figli hanno bisogno dei genitori non anche, ma sempre.
Non
nuovo agli sgambetti domestici, mi sono sentito a casa perfino in
quella a soqquadro di Aldo e Vanda. Di ritorno dalle vacanze, i
coniugi in pensione trovano il loro appartamento sottosopra. Per di più è
sparito anche il gatto Labes, forse rapito per un riscatto, forse
fuggito perché nella stagione degli amori. I ladri hanno portato
alla luce cose che sarebbe stato meglio lasciar nascoste. Le lettere
scritte per Aldo nei tardi anni Sessanta, ad esempio, nel clou di una
crisi coniugale durata quasi un lustro: pietosi, struggenti, crudeli,
quei fogli custodiscono gli appelli della moglie
abbandonata. La loro storia è comune agli uomini e alle donne della
generazione del dopoguerra. Un matrimonio in tenera età, le sicurezze economiche del boom, infine la
curiosità fanciullesca verso i cambiamenti intorno: la
rivoluzione sessuale, la legge sul divorzio. Disgustato dalle
istituzioni borghesi, Aldo si concede un’avventura con Lidia,
studentessa che scoppia di gioventù e di colori: fa un errore però,
se ne innamora. Diviso tra il desiderio di essere felice e il senso
del dovere – l’infelicità di Vanda e lo smarrimento dei loro due
figli sono colpa sua –, cosa avrà scelto Aldo per ritrovarsi così:
chino a cercare cocci e indizi sul pavimento, vessato da una partner
che ora regge il coltello dalla parte del manico?
Gli unici
lacci che per i nostri genitori hanno contato sono quelli con cui si
sono torturati reciprocamente per tutta la vita.
Mentre
l’uomo si è trasformato in un figuro sospettoso e nevrotico, con la
tendenza a lasciarsi imbrogliare, la donna è una moglie puntigliosa
e accorta: una carceriera spietata. Lui, sostanzialmente inerme, vive
nella paura di una ritorsione. Lei, regina del melodramma, si erge
fiera del proprio egoismo. Parlano il giusto, evitano le discussioni,
rifuggono la verità. Dandosi una seconda possibilità, si sono
disinnescati a vicenda fino a diventare l’ombra di loro stessi.
Almeno gli eredi ne avranno tratto giovamento? Chiedetelo a Sandro,
che ha avuto quattro figli da tre donne diverse; domandatelo ad Anna,
rimasta volontariamente zitella per piangere più forte al ricordo di
quando le strapparono l’Eden dell’infanzia a Napoli.
Sono
passati gli anni e i decenni in questo gioco e ne abbiamo fatto una
consuetudine: vivere nel disastro, godere dell’ignominia, questo è
stato il nostro collante. Perché? Forse per i figli. Ma stamattina
non ne sono più sicura, mi sento indifferente anche a loro. Ora che
sono vicina agli ottant’anni posso dire che della mia vita non mi
piace niente. Non mi piaci tu, non mi piacciono loro, non mi piaccio
io stesso. Perciò, forse, quando te ne sei andato me la sono presa
tanto. Mi sono sentita stupida, non ero stata capace di andarmene
prima io. E ho voluto con tutte le mie forze che tornassi solo per
poterti dire: ora sono io che me ne vado.
Sulla
copertina del romanzo, anche al cinema diretto da Luchetti,
ci sono un paio di scarpe. Davanti a questa vicenda di
disamore, ho pensato a Storia di un matrimonio. Scarlett Johansson inseguiva Adam Driver
in strada. Lo avvisa, ha una scarpa slacciata: potrebbe scivolare.
Anche se una relazione appartiene al passato, come
vorresti che il padre dei tuoi figli cadesse? Qui i lacci, al contrario,
sono la metafora dei vincoli e dell’inadeguatezza. Come puoi andare avanti se l’inciampo è dietro
l’angolo? Come possono Sandro e Anna crescere, amare, se non hanno
mai imparato a fare il nodo? Sullo sfondo di una
devastazione sia concreta che figurata, Starnone scrive con perizia
chirurgica un thriller dei sentimenti breve, ossessivo, cesellato. Un gioco d’amore e massacri con un unico difetto. Qui e
lì vorrebbe stupirci con la sottile crudeltà dei suoi protagonisti
– il colpo di scena finale lascia sulle labbra un sorriso beffardo –, ma con me non ci è riuscito. Per
questioni personali conosco talmente bene queste modalità che
nemmeno gli aspetti più grotteschi del giallo hanno serbato sorprese. Purtroppo per me, purtroppo per noi, abbiamo vissuto
dispiaceri simili. I nostri lacci avevano altri nodi, ma stringevano
ugualmente. Ho sofferto quando sono stati spezzati. Ma con il senno di poi separarsi è stato il regalo
migliore che mamma e papà potessero farsi per non ritrovarsi così:
a salvare dal pattume i ricordi di una casa in cui tutto, tutti, sono insalvabili.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Ivano Fossati – La costruzione di un amore
|Confidenza, di Domenico Starnone. Einaudi, € 17,50, pp. 141
|
Sebbene
sia un autore di per sé affermatissimo, qui ammetto e qui nego la
mia superficialità. A farmi interessare negli anni ai romanzi di
Domenico Starnone, infatti, sono state le voce di corridoio che
vedevano proprio in lui – esimio professore napoletano – il
professionista di spicco nascosto dietro il personaggio fittizio di
Elena Ferrante. Per quando la questione Ferrante non mi abbia mai
incuriosito – per me è bravissima, per me è donna: la leggo
perciò senza farmi domande di sorta –, lo stesso non posso dire
delle analogie con Starnone. C’erano davvero delle similitudini
nella loro scrittura, nelle loro storie? Potevo forse star fermo
senza scoprire se ci fosse del vero, rischiando così di perdermi un
autore chiaramente bravissimo? Desideroso di mettermi in pari, per
comodità ho iniziato dall’ultimo romanzo arrivato in libreria.
Dalla sua aveva una copertina essenziale ma bellissima, poche pagine,
moltissimi commenti a favore. E la Ferrante, se proprio dovevo
procedere con il mio ficcanasare, l’avevo letta giusto qualche
romanzo prima. Confidenza non è stata la scelta giusta: si è
rivelata una storia in cui non sono mai entrato; una di quelle
letture che, sarò franco anche a costo di apparire ingenuo, non ho
ben capito. Cosa dire di un romanzo senza grandi difetti, che però
lascerà in me piccoli ricordi di reciproca incomprensione?
Non
è la pedagogia dell’affetto che ci migliora, ma la pedagogia dello
spavento.
Suddiviso
in tre racconti di lunghezza disuguale, segue in realtà un singolo
filo rosso: un triangolo sentimentale lungo cinquant’anni,
osservato da tre punti di vista speculari ma nient’affatto
conciliabili. Il primo appartiene a un insegnante statale,
protagonista colto e di bell’aspetto, che in un esame di coscienza
racconta del suo lavoro al liceo classico; della pubblicazione di un
saggio che attirò l’interesse delle librerie indipendenti e dei
pedagogisti; del suo amore prima per Teresa, poi per Nadia. Agli
antipodi, le due donne sono l’una il rovescio dell’altra. Teresa,
ex alunna con una futura carriera negli Stati Uniti, è più giovane
di dieci anni ma a ben vedere è più saggia di lui: la loro
relazione è stata tanto litigiosa quanto viscerale, ed è finita
all’indomani della confidenza del titolo. Nadia, presto diventata
sua fedele consorte, è una collega di matematica che diversamente
dall’altra si lascia condurre e traviare: si fa leccare la mano al
primo appuntamento, mette al mondo tre figli, rinuncia al dottorato a
Napoli per la famiglia. Traditore, il protagonista non vuole essere
tradito. Predatore, non vuole diventare preda. Maschio piacente,
solido e consapevole, è abbastanza abile da darsi alla politica e da
sapersi dividere tra le due donne: l’indimenticata ex è sempre al
centro dei suoi pensieri turbolenti e, a distanza di sicurezza, si
punzecchiano in uno scambio epistolare. L’oceano che li divide è
abbastanza grande? Si amano, o forse s’odiano?
-
Ora sai di me ciò che non ha mai saputo nessuno.
-
Non possiamo lasciarci più, siamo davvero l’uno nelle mani
dell’altra.
Pochi
giorni dopo, senza litigare, anzi con un fomulario cortese che non
avevamo mai usato tra noi, ci dicemmo che la nostra relazione era
ormai esaurita e di comune accordo di lasciammo.
Ombra
avvolgente e inquietante insieme, Teresa lo invoglia a non
trasgredire, a coltivare virtù a confine con la santità: lo educa a
furia di minacce inespresse. Messa alle strette, spiffererebbe il
segreto che si sono scambiati da innamorati? Il secondo punto di
vista, invece, è di Emma: primogenita del protagonista, è una
figlia adorante cresciuta nel mito irraggiungibile del genitore. In
occasione di un’onorificenza destinata all’insegnante e saggista
ormai in pensione, la giovane donna cerca ospiti d’eccezione. Nel
terzo e ultimo racconto, chi si offrirà mai di onorarlo con una
visita a sorpresa? Confidenza somiglia a un dongiovanni
cinico, piacione, un po’ troppo autocompiaciuto. Ti mette una mano
sulla spalla con nonchalance, ti sussurra sconcezze all’orecchio.
Scritto benissimo e con un irresistibile cinismo tra le righe –
ora capisco, sì, le analogie con la Ferrante: stesso lessico
ricercato, stesso ambiente culturale, stessi narratori antipatici –,
purtroppo non sfoggia una simile brillantezza anche nella struttura.
Sbilanciato e frammentario, il romanzo segue uno schema narrativo che
dedica cento pagine al punto di vista principale; le poche restanti,
dunque non abbastanza, agli altri due. E davanti a una morale di
fondo che francamente sfugge tutt’ora, questa vicenda di fedeltà e
infedeltà, fiducia e sfiducia, ragione e sentimento mi ha lasciato
piuttosto freddo – sensazione d’incompiutezza che spesso
accompagna la lettura di alcuni racconti brevi. Non era, immagino, il
modo giusto per entrare in confidenza. Ci entreremo mai?
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Mannarino – Statte zitta