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sabato 6 marzo 2021

Recensione: Daddy, di Emma Cline

| Daddy, di Emma Cline. Einaudi, € 17,50, pp. 240 |

I racconti non mi piacciono. Qualche anno fa era questo il mio parere davanti a storie brevi e sospese, troppo rapide per restare impresse. Di quelle che le finisci, insomma, e interrogando la parete bianca domandi: e allora? Per fortuna mi hanno educato al genere Paolo Cognetti, Nickolas Butler, Niccolò Ammaniti, Elizabeth Strout, Kristen Roupenian e, benché lentamente, oggi sto ancora imparando. Qualche volta, perciò, i racconti mi piacciono. Quando sono ben scritti e perfettamente conclusi; quando a legarli in filigrana c'è un filo conduttore, una coerenza interna, il disegno delle scatole dei puzzle. Reduce dalla lettura dello splendido Harvey, in grado di immaginare e condensare in cento pagine appena l'ultima giornata di libertà di un memorabile Weinstein, sono tornato a leggere Emma Cline senza paure: con aspettative alle stelle, i suoi racconti mi sarebbero piaciuti a prescindere. Ma in Daddy ho trovato tutto quello che in principio mi ha fatto detestare il genere. Caratterizzate da atmosfere torride e peccaminose, le storie dell'autrice californiana questa volta sono poco più che squarci nella pagina; lampi d'inchiostro. Molto ben scritte, ma assolutamente fini a loro stesse, talora risultano perfino incomprensibili. Catapultato in medias res nelle vicende, il lettore si ritroverà nel clou di conversazioni e intrecci già avviati. E nel tempo impiegato ad acclimatarsi, a capire chi sia imparentato con chi, i racconti saranno già giunti al termine.

Era quel periodo della vita in cui tutte le volte che succedeva qualcosa di brutto, di strano o di sordido, Alice si consolava con quello che dicevano sempre tutti: è solo un periodo della vita. A pensarla in quei termini, qualunque casino in cui si ficcasse sembrava già legittimato.

Dei dieci che compongono il volume soltanto due sono realmente degni di nota. Uno, raccontato eccezionalmente in prima persona, racconta dell'amicizia selvaggia e sensuale che lega una coppia di hippy tredicenni. L'altro, in chiusura, ci porta invece in una clinica nel deserto: la protagonista, che spera di disintossicarsi da stupefacenti e chat pornografiche, ricerca a ogni costo le attenzioni di un nuovo, chiacchieratissimo degente. Gli altri racconti, dimenticabili, preferisco sacrificarli tutti in una rapida carrellata. Una famiglia si riunisce a Natale e, tra film a tema e lunghe cene in compagnia, emergono dissapori per colpa di un capofamiglia incapace di cancellare le proprie mancanze. Una giovane donna, aspirate attrice, mangia poco e sogna in grande mentre vende mutandine usate per pagarsi il corso di recitazione. Due vecchi produttori cinematografici si incontrano alla prima di un figlio d'arte. Una tata finisce nell'occhio del ciclone per una relazione col suo famoso datore di lavoro. Un'azienda agricola fa da sfondo alle schermaglie tra un ragazzo e il suo futuro cognato. Un uomo, convocato dal dirigente scolastico, viene a conoscenza della meschinità del figlio privilegiato. Sono andato in ordine sparso, scusatemi: probabilmente ho tralasciato qualche racconto di cui, ormai, mi sfugge il contenuto. La noia esistenziale contenuta tra le pagine, contagiosa, mi ha avvinto fino a togliermi qualsiasi voglia di approfondire. Volubile, sfuggente e disorganica, Daddy è la raccolta di un'autrice che lavora per sottrazione dal momento che a scuola di scrittura creativa – se ha preso ben bene appunti, da prima della classe qual è – le hanno insegnato che less is more. Ma a furia di togliere, Emma carissima, qui non è rimasto quasi niente.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Tones and I – Dance Monkey

lunedì 30 novembre 2020

Recensione: Harvey, di Emma Cline

| Harvey, di Emma Cline. Einaudi, € 12, pp. 104 |

È proprio lui, quello sulla bocca di tutti. Non serve il cognome a identificarlo. Produttore cinematografico dalle intuizioni vincenti, più volte entrato nelle grazie dell'Academy per aver investito sui film giusti, all'improvviso è diventato un bersaglio umano. Un'attrice – una sua protetta, una sua vittima – gli ha puntato il dito contro. E sulla scia della prima donna hanno fatto eco le altre dell'harem, in un coro che a suon di Tweet ha denunciato gli abusi di potere, i provini succinti, i massaggi, le camere d'albergo. #Metoo, per confessare al mondo: ho subito anch'io; a Hollywood non è bastato il talento. Travolto dalle onde dello scandalo, l'uomo trova riparo dallo tsunami nella villa in Connecticut di un amico. L'indomani un giudice lo dichiarerà o colpevole o innocente. Queste imperdibili novanta pagine raccontano il suo ultimo giorno di libertà. Qual è lo stato d'animo di un uomo che sta per perdere tutto? Come investe il tempo in attesa del verdetto finale? La giornata comincia all'alba, in un letto madido di sudore, con piccoli malesseri. Prosegue a colazione poi: succo di pompelmo, muffin ipocalorici, una sbirciata ai quotidiani col suo nome in grassetto. Harvey è sempre al telefono. Cerca notizie su di sé su Google, sperando in un commento solidale; fa telefonate; ne rifiuta altre. Attende le visite del personale medico, che propone cure alternative per i suoi dolori cronici, e l'arrivo di figlia e nipote: purtroppo non si fermeranno dopo cena. In sottofondo, il ticchettio dell'orologio: nella casa semivuota aleggia insopportabile; sembra un frastuono supersonico.

Benvenuto, disse il vuoto. Ti stavamo aspettando.

Annoiabile ed estraniato, Harvey non sa di essere spregevole. Anzi: per la classica inconsapevolezza del male, si sente un capro espiatorio. Nel corso della sua routine sonnacchiosa, l'ho immaginato come un incrocio tra il Billy Murray della migliore Sofia Coppola – sornione ma profondamente malinconico – e il cavallo antropomorfo di BoJack Horseman, tutto genio e sregolatezza. Ho letto delle manie, dei tic nervosi, delle piccole pratiche disgustose che tutti noi sbrighiamo quando non visti. Barricata dietro un'algida terza persona, Emma Cline sorprende con il suo piglio caustico, asciutto, lineare. Apparso per la prima volta sul New York Times, il racconto non è la filippica che a giusta ragione ci saremmo potuti aspettare dall'autrice delle Ragazze: una delle narratrici più interessanti di una nuova gioventù femminista e battagliera. Ancora più a fuoco che nel suo bestseller, da me apprezzato a metà, Cline sa muoversi brillantemente nei confini ristretti di questo formato e nelle pieghe di un punto di vista scomodo: capace di grande empatia, eppure mai indulgente, l'autrice emoziona con il ritratto di uno degli uomini più odiati al mondo. In una storia di prevaricazione, sesso e potere, si focalizza eccezionalmente sui postumi. Il risultato è la dipintura di un self-made man rovesciato a forza dal suo trono, che all'improvviso perde sudditi e giullari. Ma non un'ottusa, ingiustificata forma di speranza. Più che spaventato, Harvey è ansioso di tornare in tribunale: confida nell'assoluzione, e allora tormenta in anticipo colleghi, segretarie, investitori. Culla l'idea di un ritorno in pieno stile con l'adattamento cinematografico di Rumore bianco: un romanzo considerato infilmabile. 

Quando le sensazioni iniziarono ad attenuarsi e la stanza cominciò a ricomporsi, provò un dispiacere ben noto, come la tristezza di quando, da piccolo, sentiva avvicinarsi la conclusione di un film, sapendo che presto sarebbe tornato alla dura realtà del mondo. Nel cinema si accendevano le luci, rivelando i popcorn caduti sotto le sedie, le tappezzerie lise, gli spettatori che raccattavano i cappotti scadenti. Perché Harvey non poteva stare così per sempre?

Da un lato mecenate e dall'altro boia, da un lato scaltro e dall'altro puerile, questo Harvey sul viale del tramonto indossa gli stessi calzini rossi di papa Francesco sul rigonfiamento della cavigliera elettronica, ma nasconde magliette sdrucite sotto le ascelle e una carie a cui rimediare quanto prima. Dimagrito bruscamente in seguito a un accidente, ha scoperto che l'annientamento è la dieta migliore contro i chili di troppo. Ha problemi con il correttore automatico, cita a sproposito incipit di cui non ricorda gli autori, suona goffo e pretenzioso alla cornetta, si ingozza di cioccolatini e pasticche guardando Chernobyl in binge watching: ciò che ingerisce potrebbe indurlo al soffocamento o alla disfunzione erettile. Quanti nello show business sapevano davvero delle sue compulsioni? Quanti, nonostante tutto, avevano distolto lo sguardo pur di salire a brindare sul carro del vincitore? Si festeggia insieme, ma ci si lecca le ferite soli. Simbolo del decadimento fisico e morale di una certa America, Harvey è una creatura bifronte. Mantiene integra la sua infida voce da serpente a sonagli, ma si copre di ridicolo involontario con i sogni a occhi aperti sul conto del vicino di casa. Se Gatsby fantasticava sulla luce verde oltre la baia – simbolo dell'irraggiungibile, del futuro, di un'ambizione motivante –, Weinstein spia le mosse di un presunto fuoriclasse al di là di una staccionata bianca. È Don DeLillo? È lui la luce di cui, Harvey come noi, ha bisogno per non spegnersi?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Cola

martedì 17 dicembre 2019

Recensione: Le ragazze, di Emma Cline

| Le ragazze, di Emma Cline. Einaudi, € 13, pp. 334 |

I capelli lunghi, i jeans sfrangiati, le mezzelune delle natiche in mostra. Seducente e bellissima, Margaret Qualley si affacciava nell’auto di Brad Pitt chiedendo uno strappo. Con i piedi nudi appiccicati sul parabrezza, la giovane si lasciava accompagnare in un ranch lontano dallo star system. Vagamente inquietanti, gli abitanti di quella comune orbitavano attorno a un leader al momento assente: nell’ultimo film di Quentin Tarantino – cronaca nera riletta a metà tra il favolistico e il grottesco dal regista che già riscrisse la storia con Bastardi senza gloria –, la figura di Charles Manson mancava all’appello. Forse tagliata in fase di montaggio. Forse ridimensionata da un autore che, a differenza di coloro che si sarebbero aspettati una trasposizione accurata della strage, aveva una visione opposta. Insoddisfatto da aspettative mal riposte, a cinquant’anni dal barbaro omicidio di Sharon Tate, ho preferito allora leggere della Hollywood messa a soqquadro dallo spirito d’onnipotenza della Manson Family. Se l’intoccabile Charlie era la mente, chi era il braccio? Quali erano le origini dei giullari della sua spaventosa corte dei miracoli? L’esordiente Emma Cline ha fatto della confusione di quei disperati un best-seller. 

Tutte le altre ragazze pensavano che fosse il regista a fare la scelta. Invece in realtà ero io a dire al regista, in un mio modo segreto, che la parte doveva darla a me. Io volevo quello: un’onda che corresse da me a Russell. A Suzanne, a tutti quanti loro. Volevo quel mondo senza fine.
Le ragazze è un romanzo di formazione scritto con l’urgenza di un thriller. Sbirciata da una cortina di fumo tossico, la protagonista è Evie: quattordici anni, figlia di genitori divorziati, vittima della noia degli andirivieni che le comporta raggiungere la città in bicicletta. Ha i segni dell’acne, una frangia di cui è scontenta, due occhi non abbastanza azzurri. A settembre partirà per il collegio e, mentre i maschi tremano per la chiamata in Vietnam, l’adolescente scalpita al pensiero della divisa austera, della gonna plissettata, dell’obbedienza a ogni costo. Innamorata non corrisposta del fratello maggiore della migliore amica, un giorno trasgredisce per rifuggire la routine e i pizzichi di zanzara. Sale su uno scuolabus riverniciato di nero; scappa di casa. Tutto per essere all’altezza di Suzanne, hippy languida e selvaggia che fruga nei cassonetti in cerca di cibo e fa sesso con chiunque voglia. A quell’età, a quella latitudine, un’esistenza pericolosa non preoccupa: fa gola. E Russell Hadrick, il leader della comune che non riesce a sfondare nel mondo della discografia, è un attento conoscitore di tentazioni, desideri reconditi e tristezza femminile. Quelle ragazze le usa come prostitute, mezzi, armi. Tutto è in comune. Tutto è lecito. Anche una strage sotto acidi consumata in una villa sul mare, in cui fino all’ultimo sfugge il ruolo dell’ingenua Evie. Ormai adulta, invogliata a rievocare il passato, la narratrice riavvolge il nastro. E ricorda il superamento di una soglia invisibile – quella dell’essere adulti, quella della moralità –, che tanto ha in comune con i boschi di certe favole: posti in cui è vietato spingersi. Romanzo di crescita introspettivo e spietato, Le ragazze arriva con immediatezza. Sin dalle prime pagine non fa mistero né degli eventi né del destino dei protagonisti. Scritto in maniera esemplare, con un andamento sinuoso e oscuro, convince tuttavia più quando lontano dal ranch.

Non gli dissi che rimpiangevo di aver conosciuto Suzanne. Di non essere rimasta al sicuro in camera mia sulle colline aride vicino a Petaluma, con le mensole affollate dai dorsi a lettere d’oro di miei libri d’infanzia preferiti. E lo rimpiangevo davvero. Ma certe notti in cui non riuscivo a dormire e sbucciavo pian piano una mela davanti al lavello, facendo allungare quel ricciolo sotto la scintilla della lama. Con la casa buia attorno a me. A volte non sembrava rimpianto. Sembrava nostalgia.
Russell, alter-ego di Manson, non ha il carisma luciferino del personaggio reale; le sue entrate in scena, anzi, risultano i momenti più noiosi del romanzo. Evie lo guarda stranita, come se reagisse alla battuta di qualcuno che non fa mai ridere davvero, e l’unico fascino che subisce è quello di Suzanne – amica e amante occasionale, al centro di un passionale rapporto simbiotico. Cinquant’anni dopo, Le ragazze di Emma Cline si affrancano dal giogo maschile, e in una riflessione profondamente femminista demitizzano i falsi guru, guardano di sottecchi i fidanzati bugiardi, subodorano le crisi sentimentali dei padri. Sono precoci. Ma a causa di una struttura abusatissima e di personaggi maschili non altrettanto interessanti, al pari di Quentin Tarantino, finiscono poi per parlare d’altro: il passaggio di Brad Pitt, nel bene e nel male, conduce altrove. Al crocevia di una vicenda soltanto ispirata alla storia vera, che tra le righe vive del cinema di Sofia Coppola e delle melodie di Lana Del Rey. A un muro imbrattato, con sopra il disegno di un cuore insanguinato. Opera dei satanisti? No, peggio: di una ragazzina innamorata.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Freak