Non
ci sono fotografie dei miei problematici tredici
anni. Odiavo le scuole medie, la superficialità dei miei compagni di
classe, i brufoli e i capelli grassi che mi mortificavano allo
specchio. Meglio il liceo, di cui conservo tracce e
ricordi. Dei tre anni precedenti giusto una rabbia indistinta, solo
l'oblio, almeno fino alla visione di Eighth Grade. Commedia
indie con un posto d'eccezione nella stagione dei premi che, a
sorpresa, fra autocritica e riflessione, è stata la mia capsula del tempo. E dire che mi aspettavo un'altra delusione dopo
Lady Bird, sopravvalutato raccontato adolescenziale che
purtroppo mi aveva suscitato lì per lì irritazione e dèjà vu: gli
stessi, infatti, sono i toni agrodolci e altalenanti; ugualmente
scostante potrebbe apparire la protagonista, una mitica Elsie Fisher. A un passo
dal liceo vorrebbe soltanto una migliore amica e un fidanzato: a
torto, spererebbe di conquistare l'una con i regali giusti, l'altro con
i pompini perfetti spiegati dai tutorial su YouTube. Come
qualsiasi adolescente ha un rapporto simbiotico con le cuffiette e i
social, colleziona risposte sgarbate per l'adorabile papà single e
davanti a una telecamera registra video motivazionali: peccato che né
lei né i suoi (pochi) follower ci credano. Eccola a mensa, seduta in
disparte, o con un sorriso neutro nel bel mezzo delle conversazioni
altrui: una ragazza da parete che, giunta a un bivio, vorrebbe
sentirsi disperatamente parte di qualcosa. Le ho voluto un bene
grande e, nonostante i dieci anni e più di differenza, ho rivisto
tanto di me in lei. Con un po' di paura, tanta frustrazione e,
soprattutto, infinita tenerezza. Benché di generazioni lontane, ci
accomunano quel sentirsi fuori posto che non conosce età; una
percezione impietosa e onesta che non aiuta, no, a scorgere la
bellezza dei nostri lineamenti sotto l'acne cistica o la scarsa
popolarità. Cara Elsie, credimi, è presto per l'amarezza. Ma non abbastanza per imparare che l'esteriorità non è tutto, che ogni tanto
sarebbe meglio giudicarsi con maggiore benevolenza, che alcuni
genitori sbagliano eppure ti restano comunque accanto. Ci si sente a
metà, durante la terza media. Né grandi né piccoli: dei pesci fuor
d'acqua. Aiutano i ritmi di un'irresistibile colonna sonora
elettro-pop. Aiutano giovani registi come il ventottenne Bo Burnham,
capaci di rendere belli – da rivalutare dal nuovo – anche gli anni
peggiori. E di restituirti all'acqua, all'abbraccio dei papà mentre
bruciano per sempre i sogni e le speranze, all'amore per
te stessa. (7,5)
Mentre
su Netflix ho ceduto ai piani criminali della Casa di
carta, al cinema ho trovato una storia vera che di rapine
ben diverse parla. Siamo nei primi anni Ottanta e tre nonni eleganti,
garbati e sorridenti tengono in scacco banche su banche
senza né ostaggi né sangue sulle mani. La banda sul viale del
tramonto, la chiamano, ma nessuno riesce ad acciuffarla: nemmeno
Casey Affleck, detective in crisi per l'arrivo dei famigerati quaranta.
Gli anziani, nonostante le gambe lente e l'apparecchio acustico, sono
sempre un passo avanti. Li guida il sempre
fascinosissimo Robert Redford, galantuomo in fuga dal pensionamento
anticipato, che perde il pelo ma non il vizio: nonostante qualche
oggettivo problema di ritmo si alternano con garbo i punti di
vista di inseguitore e inseguito e, in questa godibilissima partita a
guardie e ladri, saltano fuori nuove voci da spuntare sulla bucket
list, gli appuntamenti nelle tavole calde con una radiosa
Sissy Spacek, dialoghi da manuale. Com'è che si dice? Chi si ferma è
perduto. Non si ferma di certo il buon Robert, capace di fare ancora
ridere, sognare e innamorare. Di far colpo sicuro grazie alla regia
rétro del poliedrico David Lowery, senza bisogno di intimarti
obbedienza con una pistola puntata al cuore. The Old Man and the
Gun, addio di una stella dalle
scene cinematografiche, è un commiato nostalgico e sornione con dalla sua un trio di
bravissimi e le arie da canaglia.
Abito di buona foggia tagliato alla perfezione sul fisico sempre
solido dell'ottantaduenne, si rivela una biografia picaresca e
romantica: la leggenda di un'esistenza consacrata alla fuga,
al sentimento e alla finzione. Come succede nel delinquere. Come
succede nella settima arte. (7)
Sono
una coppia di insegnanti attraenti e affiatati a New York. I
loro tratti, la loro pelle, mostra però che, per quanto ben
integrati, vengono da molto lontano. Tornare alle proprie origini, a
Singapore, per un matrimonio orientale con tutti i crismi. E
all'ombra dei fiori d'arancio, per forza di cose, conoscere la
famiglia di lui – e le prime crisi. A che prezzo infatti hanno
costruito quell'impero patrimoniale? Gli uomini di casa sono sempre
assenti, i tradimenti e il bisogno di apparire non si quantificano,
le nuore sono sottomesse alle mamme e le mamme sono sottomesse alle
nonne. La rivoluzione per l'arrivo della straniera,
ovviamente, prevederà sontuosi cambi d'abito e intensi faccia a
faccia durante le partite a majong; un doveroso lieto fine, con tanto
di intrecci da sciogliere in un sequel già annunciato, in cui ci si
accorge di come l'usurpatrice ne abbia cambiato le percezioni battendoli al loro gioco. Ispirato al primo romanzo
della trilogia di Kevin Kwan, Crazy Rich Asians ha
spopolato al botteghino e si è fatto valere perfino ai Golden Globe.
Qual è l'ingrediente segreto di una classica commedia di fine
estate, con il pregio di due insoliti occhi a mandorla? Un cast di
belli e bellissime, in cui è agguerrito il testa a tesa fra
l'irresistibile Constance Wu e Michelle Yeoh, perfida ma
con classe; la commistione tutta grattacieli
e luccicori fra Il mio grosso grasso matrimonio greco e
Orgoglio e pregiudizio.
Il risultato? Una fiaba opulenta, dai risvolti finali non così
scontati, che corrompe anche gli insospettabili con la leggerezza di
cui c'è sempre bisogno e scorci di un Oriente che è un piacere per gli occhi. Se le due ore scorrono senza intoppi, tra
compratori compulsivi pronti ad accaparrarsi già a fine visione
accessori e oggetti d'arredo e cinici che pensano che la commedia non
sia il mezzo adatto per parlare di disuguaglianze
razziali, comunque poco male: viva la superficialità a fin di bene,
viva le ventate di buonumore. Dopo Searching,
riecco la rivincita di una minoranza che conquista il centro della
scena affatto in punta di piedi. Rendendoci tutti pazzi, ma di loro.
(6,5)
Dopo
anni di lontananza, io che pecco talora di memoria corta e
incostanza, ho inaugurato un nuovo anno di letture facendo ritorno al
rione. Il passo finalmente sicuro, uno sguardo più abituato a
cogliere la poesia delle piccole cose e a mo' di bussola, tanto di
cappello allora alla spassionata fedeltà della sceneggiatura, la miniserie Rai
del bravissimo Saverio Costanzo. Ho usato la trasposizione
televisiva, con il senno di poi perfetta tanto nella resa visiva
quanto nella puntualità dei gesti e delle situazioni, come ripasso
generale. E durante questo inverno crudele che porta presso le città
costiere la neve a fiocchi pesanti e altri malanni, io come tanti,
fra frequenti indigestioni da cenone e raffreddori stagionali, ho
scelto volutamente di ammalarmi – ma della febbre Elena Ferrante.
Un contagio che in libreria avanza, incalza, martella, a tal punto da
vincere i sistemi immunitari dei lettori riottosi. Un'influenza di
quelle belle, bellissime, a cui è impossibile resistere rifuggendo
la pazza folla: questa volta, tocca ribadirlo, i best-seller hanno
ragione. All'indomani di una tesi che mi aveva guidato nella Napoli
sismica del teatro post-eduardiano, fra contraddizioni dolenti e
pastiere irresistibili, sono tornato alle origini con qualche
consapevolezza aggiunta, tutti e quattro i romanzi già sul comodino
e una maturata pazienza. Il sangue del Sud, l'accento pure. Nelle
orecchie, Lila e Lenù che mi parlavano per tutto il tempo con la voce delle interpreti Gaia Girace e Margherita Mazzucco. Stesse
inflessioni, stessi non-detti, stessa fierezza da ingoiare a forza
sotto forma di bocconi quanto mai amarissimi. Non le ho lasciate,
così, nell'estate di quattro anni fa, ma soltanto lo scorso
dicembre: con i titoli di coda che le sorprendevano dal nulla proprio
durante quel fatidico matrimonio, protagoniste di una consapevolezza
che mortificava all'improvviso il candore speranzoso delle spose
novelle.
«Non
volevo che mi vedessi.»
«Gli
altri ti possono vedere e io no?»
«Degli
altri non m'importa, di te sì.»
Se
moglie ad appena sedici anni, no, la tua storia non può mica finire
lì: può soltanto cominciare. Con un nuovo cognome come da titolo –
Carracci –, e nuove conseguenze imprevedibili sulle vite degli
altri. Soprattutto su quella di Lenù, nemica adoratissima, che per
sua fortuna può dedicarsi allo studio, non ai degradanti doveri del
talamo coniugale; al successo professionale, non alla prole da
educare. Queste cinquecento pagine scarse contengono i sei anni
immediatamente successivi. All'una tocca accettare a malincuore le
leggi non scritte del rione – gli schiaffoni, le logiche
economiche, l'aggressività di quel degno erede di Don Achille che in
casa getta via la maschera – e, riposta la solita superbia, si scopre che a poco servono il lusso della vasca da bagno, la gigantografia nel
negozio a Piazza dei Martiri, i
privilegi di scoprirsi la moglie di un munifico salumiere sempre con
le mani in pasta, contro la paura e la tentazione della
“smarginatura”. Lila si vergogna, si annoia, e per capriccio
rovina ogni cosa – le relazioni, i pranzi e le cene, le vacanze al
mare – quando non è lei l'anima della festa. Quanta verità c'era in quella frase,
leitmotiv della loro lunga complicità: quello che fai tu, faccio io?
Mentre la sua amica geniale si ferma alla terza elementare, Lenù –
raisoneur intellettuale, osservatrice ai margini dell'azione,
confidente per eccellenza – punta prima alla maturità a pieni
voti, poi a Pisa, infine a Milano. Ci si allontana dal rione,
infatti, soltanto per merito o per la leva obbligatoria. E lei ha
scelto di brillare studiando per non diventare come le donne del
quartiere: vittime
dei padri padroni e dei fratelli, dei mariti, e perfino di una forza
di gravità che inevitabilmente ne amplia i girovita e ne appesantisce i
seni.
Anche
se sei meglio di me, anche se sai più cose di me, non mi lasciare.
Via
gli occhiali antiquati, via la cadenza campana, via l'imbarazzo dei
brufoli. Via una notte, sul bagnasciuga, il fardello della verginità,
e purtroppo con la persona sbagliata. Eternamente inadeguata, fuori
posto, la narratrice è troppo intelligente per la provincia, troppo
provinciale per l'università. Troppo dimessa e troppo fortunata per
qualcuno come la signora Carracci, sciantosa e miserabile
contemporaneamente. Crescere la costringere a involversi, a mostrarsi
orgogliosa e sboccata – insomma, più Lila –, per non essere
fagocitata in un giunga di pendolari rumorosi e letterati dalle mani
lunghe. E Lila, allo stesso tempo, diventa più lei. Si
alternano, si avvicendano, si inseguono. Agli amori dell'una
corrisponde l'abbandono dell'altra, al rifulgere lo sfiorire. In
principio per superarsi smaccatamente, competitive come lo erano
sotto la guida della maestra Oliviero a scuola; qui per darsi forza.
Anche a costo di rubarsi a vicenda sogni, libri e fidanzati, per poi
fare a metà di tutto.
Com'è
facile raccontare di me senza Lila: il tempo si acquieta e i fatti
salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro
di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. Più
complicato è dire ciò che in quegli stessi anni accadde a lei. Il
nastro allora rallenta, accelera, curva bruscamente, esce dai binari.
Le valigie cadono, si aprono, il loro contenuto si sparpaglia di qua
e di là. Oggetti suoi finiscono tra i miei […].
Rispetto
al primo
romanzo i nomi si calcificano nella memoria, non si corre a
sbirciare lo schema riassuntivo in apertura in preda alla confusione.
Si snelliscono i collegamenti, le parentele, le rivalità fra
Carracci e Solara – Stefano e Marcello diventano soci del
calzaturificio Cerullo – e il rione appare un microcosmo ormai
familiare. Fa bene cambiare aria, però, e c'è il mare che guarisce
ogni cosa: i ventri aridi, la nostalgia. Appiana i divari. Le amiche del cuore di Elena Ferrante, benché abbiano
cuori enormi e un po' cattivi, si concedono una villeggiatura nella
parte più emozionante dell'intero romanzo: la leggerezza che ogni
estate dei diciotto anni si merita, le confidenze in una Ischia da
viversi non più in solitaria, le onde che restituiscono a riva le
apparizioni dell'amato Nino Sarratore e i segni premonitori della
tempesta imminente. Lenù resta sotto l'ombrellone, impacciata nel
costume intero che stringe impietoso sulla silhouette di cui si
cruccia; Lila impara a nuotare. E nuota meglio di lei, forte e
lontano: irraggiungibile? Storia
del nuovo cognome è
il tassello immancabile di una saga al femminile che cresce di volume
in volume, un sì decisivo. Una scatola salvata alla furia dell'Arno
per ricostruire coi brividi a fior di pelle gli amori e gli odi
alterni; le sofferenze tenute segrete, i traguardi ostentati, e
viceversa; le parole che non si sono mai dette. Quello che sono
diventate quando, purtroppo o per fortuna, lontane. Nel cuore
dell'azione, nei ventricoli della vita, nel sangue dei ricordi.
Una
bella ragazza entra in una libreria: una di quelle piccole e
polverose, che si vedono giusto in certi angoli di New York. Cerca il
libro perfetto. E tu, sorridente e alla mano dietro il bancone, sai
consigliarglielo al volo: siete chiaramente anime gemelle. Ancora più
romantico, ancora più cinematografico, è il secondo incontro: lei,
che beve un po' troppo per dimenticare gli amanti sbagliati e i padri
deludenti, scivola sulle rotaie in metropolitana e batte la testa. Tu
ti precipiti, e da bravo principe – nessuna calzamaglia azzurra, ma
un look finto trasandato che fa invidia agli hipster veri – la
salvi dal treno in corsa. L'amore, che ha bisogno di gesti galanti e
cavalleria vecchio stile, inevitabilmente nasce. Abbastanza forte da
vincere l'imbarazzo di quella prima volta in cui hai fatto cilecca a
letto, i sospetti reciproci, le stranezze. Cieco, al punto da
ignorare un piccolo dettaglio: niente, nemmeno il dardo di Cupido, è
stato un caso. Le grandi opportunità hanno bisogno di una spinta, di
forzature a fin di bene: della tua lei, infatti, conoscevi già le
mosse, i post su Facebook, l'ambizione di diventare scrittrice e gli
interni dell'appartamento da studentessa. Hai commesso un'effrazione
nel suo privato, l'hai studiata e manipolata per mesi, e lei non se
n'è accorta: ha occhi solo per te. Al punto da non notare quasi l'ex
sparito dalla circolazione, gli avvertimenti di amiche tutt'altro che
rassicuranti, il fatto che frequenti la stessa fiera letteraria in
costume o lo stesso terapeuta. Il modus operandi di un tenero stalker
innamorato che smuove mari e monti, ammazza a sangue freddo rivali e
testimoni, al servizio di un lieto fine mai fuori moda. Il punto di
vista è eccezionalmente il suo, il cattivo di turno, ed è una
provocazione ardita nell'era del #metoo e del femminismo battagliero:
oggettivare una donna, per di più una vittima, e lasciare la parola
al suo subdolo carnefice raccontandone i misfatti e i segreti, però,
con i toni di una commedia sexy. Rendendocelo addirittura simpatico,
in un esercizio dialettico di gran lunga superiore alle note stonate
del cast – Madre Natura è stata magnanima con le bellissime
Elizabeth Lail e Shay Mitchell, meno la scuola di recitazione – o
agli immancabili scivoloni di casa Lifetime: aiuta senz'altro la
scelta dell'ottimo Penn Badgley per protagonista, già adorabile
sfigato in Gossip Girl. A metà fra il serio e il faceto You
è un thriller psicologico destinato a sorpresa a un finale
shock. L'esempio di un mainstream che sa dividere e provocare il
pubblico con leggerezza, di un guilty pleasure che ci rende
letteralmente colpevoli – e complici – di un amore malato a cui
non si resiste. (7)
Un
adolescente della provincia londinese con un trauma da metabolizzare
e un videogioco da brevettare, sogno nel cassetto tutt'altro che
atipico negli abusati anni Ottanta dell'inguaribilmente nerd Ready Player One. Prove tecniche, tentativi frustranti e scongiuri non
bastano, se l'asticella è troppo in alto per un programmatore alle
prime armi: adattare un romanzo famigerato, fatto di labirinti senza
via d'uscita e svolte pericolose, il cui autore era andato incontro
ai mostri della follia. La storia potrebbe ripetersi, quando la
scadenza – due settimane per consegnarlo ai piani alti – diventa
un'ossessione. Niente di nuovo, diremmo leggendo il canovaccio di
Bandersnatch: branca di Black
Mirror, all'indomani della
deludente quarta stagione, di cui tutti parlano dalla fine di
dicembre. Il motivo? Del protagonista, il fragile Fionn Whiteahead di
Dunkirk e The Children Act, puoi sceglie la marca di
cereali, la musica in cuffia, la sorte ugualmente macabra di
assassino o assassinato. Allucinogeni sì, allucinogeni no? Salvare
il collega Will Poulter, oppure sacrificarlo con un salto giù dal
cornicione? L'evento diretto da David Slade ha sviluppi diversi e
diversi finali (cinque, per la precisione), da quelli tragici a
quelli più trash – surreali lotte all'ultimo sangue, svariati
cadaveri da occultare, strizzate d'occhio ai sempre affascinanti
meccanismi metatelevisivi, toccanti rese dei conto in viaggi in treno
in rewind. A scegliere siamo noi, sceneggiatori per un giorno:
telecomando alla mano e, preferibilmente, tanta voglia di
sperimentare un'altra faccia dello specchio nero di Charlie Brooker.
Ma quanto possiamo realmente scegliere? Quanto possono scegliere i
protagonisti, soprattutto, divisi fra il libero arbitrio e il sadismo
di noi amanti del binge watching sfrenato? Peccato che la resa,
questa volta, sia superiore all'idea stessa. Bandersnatch
funziona più in pratica che in
teoria: forma di intrattenimento interattivo tutt'altro che
pionieristica, ma che domanda spettatori partecipi e volenterosi.
Impossibile, altrimenti, farsi andar bene una storia inconcludente e
pretestuosa che come episodio a sé purtroppo non appassionerebbe. Ci
si aspettava un giocattolo tecnologico che fosse meno tale e più
vicino ai fasti delle stagioni passate. Un appuntamento su Netflix
che avesse contenuti, insomma, non soltanto la vaga euforia degli
esperimenti mordi e fuggi. Chiamiamo le cose con il loro nome. Il
tanto chiacchierato Bandersnatch, infatti, è nient'altro che aria
fritta. Aria fritta molto divertente, inutile negarlo, purché non
sia indice di quella quinta stagione attesa al varco con un po' di
motivato scetticismo. (6)
|La segretaria, di Renée Knight. Piemme, € 19,50, pp. 305 |
Leggi
segretaria in cima a una
copertina conturbante e il primo pensiero non è per la signora di
mezza età che nella sala d'attesa del dentista ti fa firmare
liberatorie o ti rivolge dal bancone sorrisi di convenienza. Uomo o
donna che tu sia, infatti, non importa: penserai comunque a uno
sguardo sornione incorniciato da un paio di occhiali non graduati, a
una gonna al ginocchio con sotto calze velate e tacchi alti. Colpa
del cinema noir, della commedia sexy degli anni Sessanta, che hanno
fatto del ruolo di queste figure professionali – riservate,
attente, onniscienti – un nostro fumoso sogno erotico. Purtroppo o
per fortuna il secondo romanzo di Renée Knight non cade nel cliché.
Anche se le confidenze troppo intime tra capo e impiegata – due
donne di potere, in definitiva, come negli irresistibili Da
una storia vera e Un
piccolo favore–
si sarebbero prestate benissimo. Anche se, a conti fatti, la storia
della segretaria bella e manipolatrice immaginata a scatola chiusa
avrebbe avuto maggiore appeal sul sottoscritto, piuttosto annoiato
invece dall'ultima lettura di dicembre.
Ho
mentito “per” Mina così tante volte, capisci? Ma mai “a”
lei.
All'inizio
del romanzo Christine, mamma poco presente e moglie disposta a
rinunciare facilmente al proprio matrimonio per un'ingrata ascesa,
non sa di firmare un patto di sangue con la sua datrice di lavoro,
Mina: donna, al contrario suo, benvoluta ed emancipata con la fama di
essere la risposta femminile a Gordon Ramsey. I giornali parlano con
reverenza dell'anziano padre Lord, dell'educazione in Svizzera, di
una relazione glamour ma puramente di facciata con un attore di soap
opera e, soprattutto, di un'etica professionale assai meno limpida
del previsto. Erede di una catena di supermercati, presenza
ricorrente sui rotocalchi e presto conduttrice di un programma
culinario di successo, quella Mina sempre impegnata lascia impegni e
corrispondenze da sbrogliare – colpe comprese – alla sua
collaboratrice. Una presenza invisibile che per diciotto anni la
assiste negli imbrogli grandi e piccoli senza batter ciglio, e
insieme a lei impara ad apprezzare le camicette Armani, i pregi di
una dizione perfetta, la vita pubblica rispetto a quella privata.
Io
e Mina fiorimmo insieme. Lei naturalmente, come una specie dominante.
Io, invece, come una pianta del sottobosco, che sbocciava alla sua
ombra.
Finché
un giorno tutto crolla sulla scia dello scandalo. L'insoddisfazione
degli agricoltori trascina la Appleton's al completo in tribunale: la
segretaria, servile ai limiti della spersonalizzazione e
inconsapevole per tutto il tempo di ciò che accadeva sotto il suo
naso, è la pedina più sacrificabile. A metà si parla di inchieste
e scandali finanziari, di una burocrazia dagli ingranaggi mal oleati
e d'intralcio alla giustizia. Temi tutt'altro che accattivanti, se si
immaginava purtroppo qualcosa di diverso: un thriller psicologico,
magari, che trattava di mobbing e rivincite fuori dalle aule di
tribunale. Se un intreccio da dramma giudiziario non assicura né
brividi né colpi di teatro, linearissimo nonostante descriva due
decenni di taciti servigi, l'isolato punto di forza sta allora in
personaggi talmente convincenti da valere una lettura altrimenti
senza nerbo. Mancano i ritmi, manca il mistero. Se la protagonista
appare sin da subito alla disperata ricerca di approvazione, infatti,
l'altra è la classica donna di potere amichevole in teoria ma
velenosa in pratica. A un passo dall'invidiata Villa Minerva si
consuma così la placida vendetta di una professionista tranquilla e
metodica anche nel crimine. Christine, spesso sull'orlo di una crisi
di nervi, conosce a memoria password importanti e gli effetti
proverbiali dell'ira dei miti: abituata com'è a un lavoro
implacabile perché sempre uguale a se stesso, il quale richiede
riserbo e spirito di osservazione in cambio di sparute soddisfazioni.
Gli stessi compromessi, in fondo, richiede anche la lettura della
Knight: una vicenda che si fatica a incasellare, benché non
dispiaccia.
Il
mio voto: ★★½
Il
mio consiglio musicale: The Hives – Nasty Secretary
Il blog non perde un colpo nella sua
programmazione settimanale, ho post su post per i giorni a venire,
eppure è vero, non lo nascondo: la crisi, nell'aria, c'è.
Quella di
una piattaforma, Blogger, ormai in caduta libera. Quella verso i
social, in particolare Instagram, che vorrebbero sostituire la
frivolezza delle fotografie alla ricchezza della parola scritta, i
Like opportunistici ai vostri commenti.
Su
questa barca, mi accorgo nel classico post-bilancio d'inizio
gennaio, siamo sempre meno. Un manipolo di superstiti che non troppo
si cura delle testate confinanti che chiudono i battenti,
dei colleghi in pausa di riflessione ormai a tempo indeterminato,
delle visualizzazioni modeste o di interazioni non coinvolgenti
quanto in passato. Lo scriveva già la mia amica Lisa, con cui, durante questa ricorrenza, mi trovo a condividere le riflessioni (sul
divenire generazionale e una concorrenza altrove spietata), i dubbi
(perché spendersi tanto se la scrittura è in crisi d'identità?),
la nostalgia (quanti eravamo un tempo, e guardate adesso: cosa sono
tutte queste case sfitte nel vicinato, con le assi alle finestre e i
giardini con l'erba troppo alta?). Non si cede alle dirette o alle
videorecensioni su Youtube, ai sorrisi in posa su un profilo privato che ospita le mie letture e poco altro (lo so, che noia), alla
tentazione di fermarsi qui. All'anno di una crisi da far passare in
fretta, allora, fra l'ultimo esame il 16 del mese e la laurea si spera ad aprile,
i comodini e gli hard-disk che pesano già per tutto ciò che di
bello c'è da recuperare, una piccola esperienza editoriale che ho la
crescente paura si fermi ad appena novanta copie dal traguardo (se non lo
avete fatto, date una chance al mio romanzo in forse).
A
ben vedere, però, qualcosa resta: l'essenziale.
L'atmosfera
da tavola calda che piace a me, se si incrociano ormai sempre le
solite facce e una chiacchiera tira immancabilmente l'altra. E resto
io, che ho il bisogno vitale di leggermi e farmi leggere e, a volte,
tanto mi basta. Per il vecchio desiderio di condividere le pagine e i
sogni, di scambiare occhiate e saluti, di parlare a voce alta se
l'apatia mi schiaccia tutti i giorni in un angolo senza niente di
interessante da aggiungere alle conversazioni altrui. Voi come me,
scommetto. Voi con me. Mangiamo allora questa torta immaginaria
in buona compagnia e, per favore, grazie, non lasciamoci mangiare.
Sette
anni, parecchi.
Quelli
della crisi, o così dicono. Ma, in fondo, un po' mentono.
Come
riproporre un cult se non stravolgendone i connotati? Come bissare il
successo di Chiamami
col tuo nome se
non cambiando pelle? Luca Guadagnino, atteso con ansia e po' di
scetticismo al varco, sceglie di spiazzare appassionati e detrattori. Dopo le
estati assolate in quel di Crema, si passa al rigore dell'autunno
tedesco: luci fioche, piogge incessanti e, se nel pieno degli anni
Settanta, sconvolgimenti che riguardano la rivoluzione sessuale, il
terrorismo e i conti in sospeso con il Reich. Lo sbalzo di
temperatura si avverte. Tocca indossare una sciarpa di lana e
condividere con Dakota Johnson, americana in fuga dalla famiglia
mennonita, i brividi di freddo e lo smarrimento. Non eravamo
abbastanza preparati alle escursioni termiche di un microcosmo
diverso da ciò che avevamo immaginato decifrando carte o recensioni.
Non eravamo abbastanza preparati a questa operazione, che
porta un titolo importante e il pregiudizio del remake, e al suo
essere altro da sé. Dimenticate i colori pastello, le mezzepunte e
le protagoniste sprovvedute: questa Susie, spavalda e desiderosa di
primeggiare, rimpiazza presto le colleghe scomparse e pende dalle
labbra della Swinton, magnetica Pina Bausch ai vertici di un'arcana
congrega. A spadroneggiare è il pallore claustrofobico del grigio e,
mentre nell'altra stanza i movimenti della nuova arrivata hanno
effetti magici sulla fanciulla sventrata di cui tutti parleranno
all'uscita dalla sala, riconosceremo come protagonista morale lo
struggente psichiatra tanto tranchant nel
diagnosticare l'isteria della paziente Moretz quanto incapace di
elaborare la sparizione della moglie Jessica Harper, deportata in un
campo di sterminio nel clou del Nazismo (paradossalmente a
interpretare l'unico personaggio maschile è sempre la Swinton,
trasformista da Oscar la cui espressività fa per tre). Nel grembo
dell'accademia Markos riecheggiano i suoni bellissimi di Thom Yorke,
sussurro fra i sussurri, e si sperimenta tutta la complessità
dell'essere donne: ora complici, ora rivali, le usurpatrici bugiarde
e le aspiranti stelle di Guadagnino si danno a un'insana competizione
e a sacrifici disumani. Lì vigono una dieta ferrea, sonni brevi e
tormentati, e le esistenze delle allieve ci appaiono fragili e
incantevoli come quelle delle farfalle. Conturbante dall'inizio alla
fine, discutibili punte kitsch a parte, Suspiria somiglia
alle coreografie tribali e irrequiete che mostra; a quella danza
contemporanea non per tutti, fatta di torsione dei polsi, piedi
battuti, sospiri parlanti. Destinato a farsi amare o odiare, come le
recenti fatiche di Refn, Aronofsky e Aster insegnano,
è un trip lungo e densissimo per coloro che sanno che l'intreccio
non è tutto, che i guanti di sfida vanno raccolti, che credono nella
fascinazione a scoppio ritardato. Poco sangue, nessun sobbalzo in
poltrona e i temi su temi di chi troppo vuole e nulla stringe. O
forse no? Le serpi della Markos ti ipnotizzano, ti avviluppano nelle
loro spire e ti ingoiano. Hanno tradito lo spirito comunitario degli
inizi, dedicandosi a corruzione, sadismo e balletto. Ma una buona
madre non è soltanto severità, ma anche misericordia. Non è
soltanto sangue a fiumi, ma anche fettine di pere dolcissime a
colazione. Alzate le luci, per favore, questo cielo uggioso mi
opprime. Alzate la voce, questi sussurri nel cuore della notte –
riflessioni concitate sulla sete di potere e gli effetti deleteri
degli “ismi”: sì, femminismo compreso
– assillano. Il regista palermitano mi scontenta e va oltre. Anche
a rischio che il passo sia più lungo della gamba. Per fortuna
intervengono l'agilità felina delle danzatrici e il tocco dei
migliori della classe con la signorilità per marchio di fabbrica. E
questo passo, per quanto affrettato, per quanto folle sia, non troppo
a sorpresa gli riesce: passaggio chiave in una coreografia di corpi,
di morti, in cui bellezza e repulsione ballano gomito a gomito il
loro sabba della fertilità. (7,5)
Ho
ripensato al romanzo La
morte avrà i tuoi occhi lo
scorso marzo, quando nel descrivere il mondo post-apocalittico del
tesissimo A
Quiet Placemi
ero dato ai confronti con l'odissea di Josn Malerman. Se nell'esordio
alla regia di John Krasinski si viveva infatti in un religioso
silenzio, fra le pagine dell'autore americano vigeva la
mortificazione di un senso alternativo: la vista. Una storia ben più
originale su carta che trasposta – altro modello di riferimento, E
venne il giorno –
doveva farsi inevitabilmente film cavalcando le mode. Un
intrattenimento funzionale e senza grandi pretese, già record sulla
piattaforma streaming, di cui nessuno piangerà il mancato passaggio
in sala. Fiori all'occhiello: Susan Bier, regista premio Oscar ben
prima del buonismo successivo al #metoo, affatto ispirata lontana
dalla sua impegnata Danimarca; un'ottima Sandra Bullock, insolita
eroina colta in contropiede e in tarda età da una gravidanza
indesiderata. La collaborazione, perdonate il gioco di parole, non
regala niente di mai visto. Se la regia sprovvista di guizzi e la
lunghezza ingiustificata denunciano un'attitudine spiccatamente
telefilmica – vedasi la prima ora, soggiorno in una casa stipata di
sopravvissuti all star al pari di episodio di The
Walking Dead –,
la seconda compensa con una palpabile tensione. Un viaggio della
speranza lungo due giorni, sfidando le rapide e la cecità, in cui
una mamma per caso – il machete in una mano, due bambini da
proteggere nell'altra – sfida creature per fortuna mai svelate,
pazzi all'ultimo stadio e la propria inadeguatezza. Bird
Box non
mostra niente, come nelle volontà iniziali del suo autore, e non
procede alla cieca: fedele alla consolidata tradizione dei survival
horror e alle energie di un'attrice che accetta il terrore, e la
genitorialità, con consapevolezza crescente. In un giorno
infrasettimanale seguite pure a occhi chiusi il canto degli uccelli,
il moto delle onde, i suggerimenti di Netflix. (6,5)
Introdotte
da una compilation di vezzose canzoni francesi, elegantissime con le
loro gonne a campana o quegli smoking sorprendentemente sexy, Anna
Kendrick e Blake Lively sono un'improbabile coppia al centro di
un'amicizia tutt'altro che disinteressata: tanto imbranata e social
la prima, quanto seducente e introversa la seconda, si conoscono a
scuola accompagnando i figli piccoli e proseguono la conoscenza nella
casa di Blake, dotata di una cucina da catalogo e dell'aitante Henry
Golding per marito. Il piccolo favore del titolo si trasforma in un
ingarbugliato mistero all'indomani della scomparsa della donna con
tutto (da nascondere). Seguirne le tracce significa imparare a
conoscerla, somigliarle nei modi e nel vestire: rimpiazzarla. La
Kendrick, tra un'investigazione e l'altra, ruba candidamente alla
collega villa e compagno, mentre l'assenza dell'altra comincia a
farsi inquietante. Di cosa si tratterà: spiritismo, disturbo
post-traumatico, oppure una congiura? Liberamente tratto dal romanzo
di Darcey Bell e campione di incassi in patria, complice il traino di
due splendide e autoironiche padrone di casa, la commedia nera
dell'incostante Paul Feig cita espressamente il noir Les
diaboliques,
ma vorrebbe seguire piuttosto la scia di Big
Little Lies:
nomi risonanti, scenari lussuosi, sporchi segreti. Come da programma
innumerevoli sono i cambi d'abito per la gioia delle spettatrici più
glamour – e di cambi di punti di vista tanto repentini da risultare
purtroppo inverosimili –, le infornate industriali di brownies e i
morti ammazzati, nell'ennesima declinazione dell'ormai famosa
complicità femminile. Il risultato, meno soddisfacente del previsto,
è un film giocoso e intelligente i cui piani criminali sono sabotati
tuttavia dal brutto finale. Poteva venire fuori l'ibrido innovativo
lodato dalla critica americana, ma non lo permette una scrittura che
va facendosi approssimativa né un'aria patinata con cui stentano a
fare pendant le tinte fosche. Poco male. Resta infatti un cocktail
rinfrescante, sorseggiato da due mattatrici affiatate e sempre in
ghingheri. Un dissetante guilty pleasure che senza troppi rimpianti
tale rimane, lì dove avrebbe potuto trasformarsi nello chick lit fra
il rosa e il noir che ancora mancava all'appello. (6)
I
romanzi per ragazzi e la malattia, dalla commozione post Colpa delle stelle in
avanti, hanno sempre avuto un rapporto stretto. Ispiravano amori
tragici mai passati di moda e riflessioni importanti su
testamenti morali e check-up da concedersi con frequenza regolare. Ci
sono malattie e malattie però: alcune quasi nobilitanti, che
chiamano a sé amici solidali e compagni di battaglia; altre tabù,
sotto silenzio, che al contrario provocano un ingiustificato
imbarazzo. Toccherebbe infatti parlare di sesso non
protetto, droghe, eredità genetiche. È il caso
dell'HIV: cosa da tossicodipendenti o drammi LGBTQ, diremmo con
un'alzata di spalle; un morbo estraneo alle persone perbene. Lo scopre a
proprie spese Emma, ragazza all'ultimo anno di liceo, con un canale
YouTube piuttosto popolare e un fratello maggiore, Nicola, che in
seguito a una polmonite aggressiva scopre di
essere sieropositivo: è troppo tardi. Quel ragazzo dai capelli
lunghi che derideva gli hashtag e amava viaggiare, leggendo fumetti
alternativi o imbarcandosi in quattro e quattr'otto per mete
accattivanti, è morto da due anni. In un letto di ospedale, dietro
una veneziana d'ordinanza, accanto a una sorella disinformata che a
un certo punto aveva perfino paura di tenergli la mano: come se il
virus, mortale se non localizzato in tempo, si diffondesse con un
semplice contatto.
Lo
persi senza lottare. Fu un colpo intenso, ben assestato. Tra il
torace e l'addome, diretto al diaframma. Lì, su due piedi, mi mancò
il respiro. Non per un attimo, non per qualche minuto. Anche quello,
come il cuore, mi scappò via per un tempo immenso. Persi il cuore e
il respiro tutto d'un fiato, tutto d'un colpo.
La
protagonista ha confessato il proprio dolore in rete e in risposta
sono arrivati i leoni da tastiera, i diffamatori di quel Nicola da
lei stessa guardato con il filtro del pregiudizio. Adesso ha un
appuntamento fisso con un loquace terapista – Emma parla poco,
attratta piuttosto dagli origami ipnotici sulla scrivania di lui – e, proprio quando
credeva non ci fosse via di fuga al senso di colpa, ecco giungerle in soccorso la brochure di un
gruppo di supporto colorato e un po' glamour ospitato in
un palazzo del centro. La ragazza sta sulle sue, osserva e presta
ascolto, impara. Noi lettori insieme a lei. Ci sono Met, passato dal mondo delle passerelle al ruolo
delicato di moderatore; Teresa e Camilla, donne di mezza età con
figli a carico e una diagnosi da ingannare ricercando forti emozioni
con un biglietto aereo; Carlo, volontario attratto dalla ritrosia di
Emma e con il sogno alquanto insolito a vent'anni di diventare
notaio; Adele, artista di strada fragilissima e autolesionista, tutta
risposte secche e tagli profondi per richiesta d'aiuto. C'è un'asta
di beneficenza da organizzare, soprattutto, affinché quel giovane
disperato che tanto ricorda Nicola – Leonardo, senza una casa
all'indomani dei risultati allarmanti delle analisi – non finisca in mezzo a una strada.
Tutto
è nato da un sentimento che si è trasformato in diagnosi.
Seguimi
con gli occhi, in campagna prima con Bookabook e infine scelto
dai lettori, è un romanzo di (in)formazione dolcissimo e didascalico
solo di rado. Il linguaggio semplice e pertinente di Nadia Galliano –
medico con una specializzazione in psichiatria – è quello di un'addetta ai lavori prestata alla narrativa con buoni
risultati. Perfino la dimensione corale, tanto spiccata da far
perdere a tratti il punto di vista di Emma nella pluralità di storie
e membri della Heart to Haart Foundation, è in linea con lo spirto
di comunità che hanno fatto di anonimato e solidarietà
la loro regola. Per fortuna, ad aggiungere un tocco di letterarietà
in più è l'emozionante capitolo finale alla Sliding
Doors, con l'inedito punto di vista del compianto Nicola. La
malattia ha distrutto contemporaneamente il suo sistema immunitario e
il cuore ancora innocente della sorella.
La
vita non ti viene ad amare, la devi amare tu.
Magra
ai limiti dell'anoressia, Emma scopre il piacere di riprendere a
mangiare in un ristorante al buio uscito dalla migliore sequenza
di Questione di tempo; avanza verso il microfono, si
apre, abbandonando il sottile egoismo che a lungo l'ha fatta
concentrare soltanto sul proprio dolore. Accusando dello sfacelo
familiare una perfetta sconosciuta – la ragazza del fratello, la
cui identità sarà svelata in prossimità del finale con un riuscito colpo di scena –, quando in realtà la colpa spettava soltanto alla mancata
precauzione. Coloro che vengono colpiti, infatti, hanno paura di chiedere aiuto al prossimo, ignorano i segni finché è
possibile. Fino a quando l'avanzare del virus è ormai irrimediabile.
In questo caleidoscopio non senza tocchi di lirismo, non senza tocchi
d'ironia, l'autrice segue da vicino vittime, superstiti e testimoni
invitandoci a fare altrettanto. A seguire con gli occhi la rinascita
di un'adolescente ancora incapace di voltare pagina, i segni e le diagnosi, se prevenire leggendo è meglio che curare.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Martina Attili – Cherofobia