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lunedì 30 dicembre 2024

La mia top 10: Le migliori serie TV del 2024

10. Rivals – Disney Plus

Il sesso, gli scandali, la TV. Umorismo britannico e un trio in stato di grazia. Il guilty pleasure è servito.

9. Storia della bambina perduta – Rai Play

Lila e Lenù ci dicono addio. Con loro, si chiude una delle pagine più importanti della TV italiana.

8. Qui non è Hollywood – Disney Plus

Un agghiacciante caso di cronaca diventa una miniserie di impensata empatia, ingiustamente criticata dall’opinione pubblica. I tre protagonisti offrono le migliori interpretazioni dell’anno: altro che Hollywood.

7. Dostoevskij – Sky

I Fratelli D’Innocenzo dividono anche a puntate, con una serie di asfissiante cupezza, ma con un Timi talmente tormentato da ereditare a pieno titolo il distintivo dagli sbirri di True Detective.

6. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – Sky

La leggendaria storia degli 883 per raccontare la provincia, gli anni Novanta, l’amicizia. Un feel-good movie lungo otto ore, perfetto anche per i non fan.

5. Kaos – Netflix

Gli dei, oggi. Intrighi, sesso e potere, per una trasposizione audace come nella tradizione di Luhrmann. Non eravamo pronti a questa ventata d’originalità: l'hanno cancellata dopo una sola stagione.

4. The Bad Guy – Amazon Prime Video

La serialità italiana e la mafia: storia di una lunga relazione. Mettete tutto in discussione, però, davanti a questa commedia nera che fa tramare lo Stato e le vene dei polsi. Lo Cascio è il Conte di Montecristo che né Niney né Claflin potranno eguagliare.

3. Baby Reindeer – Netflix

Una miniserie shock per svelare il più grande dei tabù: la vulnerabilità maschile.

2. Expats – Amazon Prime Video

Siete stanchi di vedere la solita Kidman – algida, manierata, noiosamente perfetta? Ammiratela qui, in un dramma lacerante tutto al femminile, in cui smarrisce il suo bambino a Hong Kong. Ma ritrova l’immensità di cui l’avevamo scordata capace.

1. L’arte della gioia – Prossimamente su Sky

È arrivata al cinema la scorsa estate, ma è attesa sul piccolo schermo al principio dell’anno nuovo. Preparatevi a essere sedotti. Spregiudicate e machiavellica, Golino conquista Cannes e consacra il talento di Tecla Insolia: è nata una star. 

mercoledì 11 settembre 2024

La letteratura in streaming: Kaos | Dostoevskij | Feud: Capote vs. The Swans

Cospirazioni, tradimenti coniugali, sangue, famiglie. Esiste forse intrattenimento più contemporaneo e accattivante di quello offerto dalla mitologia greca? A partire da una intuizione elettrizzante, Kaos porta in scena i personaggi più amati del mito calandoli nella Creta odierna. Gli dei esistono, sono tra noi e, come sempre, mettono lo zampino negli affari mortali. C'è chi, però, ha smesso di temerli. Il Zeus di un esilarante Jeff Goldblum trema di rabbia e frustrazione, con la segreta paura di essere esautorato. Chi sta tramando contro di lui? Come può gestire la convivenza forzata tra cretesi e troiani, se ha difficoltà perfino a farsi obbedire dalla gelosissima moglie Era o da Dioniso, il più spiantato dei suoi figli? Saga familiare ultraterrena, eccezionalmente raccontata da un Prometeo già prigioniero, questa prima stagione (confidiamo, per favore, in un tempestivo rinnovo) tira in ballo anche un trio di mortali dal ruolo cruciale: Arianna, figlia del Presidente Minosse, che questa volta non ha bisogno di nessun Teseo; Euridice, stanca di essere cantata dall'egoista musicista Orfeo; Ceneo, ex amazzone con disforia di genere. Profondamente umani nella caratterizzazione, toccanti e in crisi esistenziale, i nostri eroi si muovono tra le Moire e le Erinni, la terra e l'aldilà, con una domanda: si può cambiare un destino già profetizzato? Corali, spassosi, kitsch con gusto, gli episodi non ha bisogno di effetti speciali per incantarci: la magia è nella scrittura di Charlie Covell, che brilla di equilibri indovinati e di un irresistibile humour inglese. Dopo tanti passi falsi, Netflix tira dal cilindro una serie finalmente all'altezza delle aspettative. Kaos, chicca imperdibile, fa con la mitologia quello che Romeo + Giulietta fece con Shakespeare. (7,5)

Dopo il successo di Valeria Golino, anche Fabio e Damiano D'Innocenzo tornano al cinema con una serie TV. Lenti, sgradevoli, più oscuri che mai, i gemelli romani ci mettono alla prova con un crime in due atti in cui qualcuno potrebbe vedere la risposta italiana a True Detective. Sono cinque ore di cinema d'autore. Di quello lento, pesante, disperato, tipico di alcuni festival di nicchia. La scena clou della prima parte? La colonscopia particolareggiata a cui viene sottoposto il protagonista: un cattivo detective, colpito dalle dipendenze e dal fallimento familiare, di cui sondare le viscere per sincerarsi del marcio. Sbirro e assassino, infatti, condividono gli stessi demoni. Il serial killer, ribattezzato Dostoevskij per le lettere nichiliste seminate sulla scena del delitto, diventa l'ossessione del nostro antieroe. La morte può diventare una ragione di vita? Nei polizieschi c'è sempre il momento in cui la polizia si muove nel buio. I D'innocenzo immortalano quel brancolare: i tentennamenti, le ipotesi, i buchi nell'acqua. E in quel buio si scavano la tana, inventando una sfumatura di nero che prima non c'era. L'ultimo atto vola, più spedito, più corale, più incalzante, ma non ci sono notti bianche all'orizzonte. Non sarebbe stato possibile condensare tutto in un film? Sì, ma sarebbero venute meno le sequenze descrittive in cui il Lazio sembra il Midwest; l'amicizia sincera di un commovente Vanni e la hybris di Montesi, giovane leva con tutto da da perdere. Condannato a un'oscurità eterna, Dostoevskij si rivela il nostro Prisoners: un delitto senza castigo in cui la voce bellissima e cavernosa di Timi, qui in stato di grazia, risuona tra le bettole della povera gente, nelle memorie del sottosuolo, nel nostro buio più inconfessabile. (8)

Le parole possono tutto. Perfino uccidere. Lo sapeva bene Truman Capote: reduce dal successo di A sangue freddo, cercava ispirazione per il suo prossimo bestseller tra i salotti e i ristoranti dell'alta borghesia. Cinico e pettegolo, lo scrittore omosessuale era la mascotte di un gruppo di donne facoltose ma infelici: le chiamava i cigni. A conoscenza dei loro più sordidi segreti, lo scrittore le sburgiarderà per scrivere Preghiere esaudite: una di loro, disperata, si toglierà la vita. In cambio della gloria, Capote perderà la loro amicizia. E l'anima. Dopo averci raccontato la lotta tra Crawford e Davis, due dive sul viale del tramonto, la serie antologica torna con la consueta classe a svelarci un altro scandalo americano: questa volta si passa dal cinema all'editoria. Splendidamente diretta da Gus Van Sant, pur contando su un eccezionale cast femminile, la serie è una vetrina per mettere in luce il genio e la sregolatezza dello scrittore in confidenza con James Baldwin e in contrasto con Gore Vidal: già portato al cinema più volte, trova nell'interpretazione di un irriconoscibile Tom Hollander la sua incarnazione più spumeggiante. La qualità è alle stelle. Ma, a differenza della prima stagione, questa appare più rigorosa e meno fruibile dai profani; più un biopic, l'ennesimo, che un prodotto corale e femminista. Splende la sola Naomi Watts, l'amica prediletta, che ci regala una delle performance migliori della sua carriera con il personaggio di una donna divorata dal cancro e dalla nostalgia, ma pur sempre piena di decoro; degno di nota il cameo spettrale di mamma Jessica Lange. Questi cigni vittima della monotonia incantano per eleganza, ma hanno un becco che non morde. Lontani dall'orbita di Capote, con una faida già persa in partenza, faticano a volare. (6)

lunedì 29 aprile 2024

Recensione: Ho qualche domanda da farti, di Rebecca Makkai

| Ho qualche domanda da farti, di Rebecca Makkai. Bollati Boringhieri, € 19, pp. 480 |

Come in Le regole del delitto perfetto, un'insegnante dà ai suoi allievi un singolare compito per casa: indagare su un omicidio compiuto trent'anni prima. Come in Only Murders in the Building, l'ossessione per il true crime spinge un gruppo di detective improvvisati a ficcanasare tra i dettagli di una storia di sangue: non andrà bene. Rebecca Makkai torna in libreria, con un thriller perfetto, su carta, per diventare una serie TV. Prolisso e dispersivo, invece, invoglia più a mandare avanti veloce che a fare binge watching. L'intreccio, destinato a dipanarsi in quasi cinquecento pagine ma non a trovare una risoluzione definitiva, gioca con la nostra ossessione per la verità. Davanti a un caso di cronaca nera, siamo tutti voyeur. Non ci rassicurano nemmeno i verdetti. Quando qualcuno viene incriminato, di rado crediamo che giustizia sia realmente stata fatta. Olindo e Rosa sono gli artefici della strage di Erba? Il DNA che inchioda Bossetti è stato sistemato ad arte sulla biancheria di Yara? Amanda Knox, col suo visino d'angelo, ce la conta davvero giusta? Per quanto immaginario, il giallo di Makkai parla dell'ennesima vittima di femminicidio: Thalia, sedici anni, fu trovata riversa nella piscina della scuola.

Solo perché non riesci a immaginare qualcuno che fa qualcosa non significa che non ne sia capace.

Correvano gli anni Novanta. Gli adolescenti consacravano altari a Kurt Cobain e gli assassini erano puntualmente afroamericani: così è stato per Omar, preparatore sportivo, condannato per l'omicidio dell'adolescente. Si tratta di un caso di mala giustizia? Bodie Kane, ex allieva della Granby ormai celebrare nell'ambito della critica cinematografica, torna sulla scena del crimine. Divorziata e irrisolta, rivive il passato a ogni passo, con la speranza di cambiarlo. I suoi vecchi professori sono ancora in carica. I ricordi delle amiche e dei conoscenti, dei bulli e delle spasimanti bruciano ancora nell'orgoglio. Per fortuna sono cambiati i rapporti di genere, anche se l'ondata me-too travolge anche l'ex marito. Per fortuna sono cambiati gli adolescenti, più schierati. L'autrice si impelaga in un romanzo che ha troppa carne al fuoco. Il giallo passa presto in secondo piano, appesantito dalle stoccate femministe; dalle shitstorm su Twitter a proposito di molestie e razzismo; dalle riflessioni su un falso Eden, provinciale ed elitario quanto il sistema giudiziario americano. Cara Makkai, anch'io ho qualche domanda da farti. Perché dilungarsi con le relazioni sentimentali della protagonista? Perché il continuo rivolgersi a Bloch, professore di teatro sotto sospetto, senza mai farlo comparire in scena? Perché lasciare spazio alle teorie del complotto, ai dati, alle statistiche, se la riapertura del processo avviene a porte chiuse? Logorroica, tergiversi e impieghi fiumi di parole per distoglierci dalla povertà della tua inchiesta. Inefficace come thriller, il tuo ultimo romanzo può funzionare soltanto se letto in chiave amarcord. Più che un maxiprocesso, infatti, è una pizzata di classe in cui tutti parlano troppo e troppo forte mescolando gossip e tragedie alle foto d'epoca. Per essere al centro dell'attenzione, e dei disastri. Per sentirsi vivi.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Sophie Ellis-Bextor - Murder on the Dancefloor 

lunedì 25 marzo 2024

Piccolo schermo, grandi star: Supersex | True Detective S04 | Expats | Lezioni di chimica

Quando insegnavo a Ortona, si percepiva l'eco della sua notorietà. Rocco Siffredi era un supereroe. Piace, dunque, la scelta di raccontarlo come il personaggio di un fumetto: il suo potere lo porterà lontano. Lo interpreta Alessandro Borghi, bravissimo nel catturarne l'accento e la risata nasale; impavido, e a giusta ragione, nel nudo. Sentimentale e animalesco, provinciale e cosmopolita, raccoglie le confessioni dell'uomo dietro il pornodivo: Siffredi è stato un funambolo sospeso tra eros e thanatos; uno degli ultimi testimoni di una generazione folle e trasgressiva, cannibalizzata dall'ignoranza verso la malattia (ruba la scena l'amica storica Moana Pozzi, dagli occhi tristi e dalle parole sibilline). Ottimamente recitata, ma didascalica e discontinua, la serie Netflix si affida troppo al talento dei protagonisti. Delude la sceneggiatura, che parla poco di sessualità; molto di famiglie disfunzionali; troppo di piccola criminalità (il fratellastro Giannini ha una storyline inutilmente ampia). Pop ma seriosi, gli episodi non hanno né la malinconia decadente di Shame, né la verità di Pleasure. Risultano superflui nelle tinte crime e frettolosi nell'epilogo. Affascinanti, invece, i personaggi femminili: donne fittizie (fatta eccezione per la moglie Rosa), che incarnano nei corpi e negli sguardi diverse facce del desiderio, dell'amore, dell'intimità. Se la modella Linda Caridi si conferma incantevole, a restare impressa è la cognata Jasmine Trinca: irraggiungibile, è l'occasione mancata, il chiodo fisso, una vittima del maschilismo che ne ha fatto una prostituta anziché una diva. In una storia di “cazzi e pistole”, insomma, hanno la meglio gli occhi delle donne. Bramati, pretesi, mai compresi (a partire da quelli, inflessibili, di una madre in lutto), fotteranno perfino colui che voleva fottere il mondo. (7)

È in Alaska, in un periodo dell'anno in cui la notte si confonde col giorno e il gelo è perpetuo, che prende le mosse la quarta stagione di True Detective. Questa volta è tutta al femminile e le tinte, con tanto di citazione al classico di John Carpenter in apertura, sono ineditamente horror. È pur sempre un poliziesco classico, solido: non aspettatevi il paranormale. I fantasmi sono quelli della solitudine e della malattia mentale. La suggestione è legata al folklore della comunità Inuit. Il caso, spaventoso, ruota attorno alla morte per congelamento di un gruppo di scienziati: analizzavano i ghiacci in cerca di un miracoloso microrganismo. Chi o cosa hanno scomodato con le loro ricerche? Come sono legati all'omicidio irrisolto di una giovane attivista in lotta contro la miniera locale? Indagano la rediviva Foster e la rivelazione Reis: la prima ex mangiatrice di uomini segnata dalla tragedia, l'altra sbirra spirituale e anticonformista, hanno età e metodi agli antipodi. Le uniranno un segreto scomodo, la solidarietà tra donne e una giovane leva da guidare, interpretata da un bravissimo Finn Bennett che, seppure in sordina, ruba spesso la scena alle due giganti. Più lineare e meno prolissa delle stagioni precedenti, si imbastardisce un po'. Accetta le contaminazioni, il femminismo hollywoodiano, le riflessioni ecologiste. I fan coi paraocchi, uomini in maggioranza, la stroncano. Ma, pur non essendo memorabile, si difende benissimo schierando un duo affiatato, ambientazioni affascinanti e, soprattutto, una dimensione familiare e umana che, a dispetto delle temperature artiche, la rendono la stagione più calorosa delle quattro. (7)

Le esistenze di tre donne si intrecciano a Hong Kong. In Cina c'è aria di rivolta. I giovani, barricati sotto gli ombrelli, condividono slogan e canzoni. Sono in rivolta anche le protagoniste (una americana, una indiana, una coreana), che mettono tutto in discussione all'indomani di una tragedia. Meglio tornare indietro o restare? Antipatiche, privilegiate, talmente umane da apparire sgradevoli, sono pessime nei rapporti interpersonali: le colf, viste ora come confidenti e ora come rivali, gestiscono case e famiglie al posto loro. Il quinto episodio, quasi un film a sé stante, si apre ai ritornelli dei manifestanti, alle nostalgie delle domestiche, ai comprimari nell'ombra. I restanti, meravigliosamente diretti da Lulu Wang, costituiscono un reticolo di femminilità a confronto. In questa miniserie, destinata a restare tra le migliori dell'anno, c'è chi ha perduto un figlio, chi non lo vuole, chi lo aspetta ma da un amante occasionale. Dolorosamente bello, il dramma di Expats mostra le risate isteriche in obitorio, gli incantesimi del make-up per nascondere i lividi della violenza domestica, i pianti catartici che spezzano le maledizioni. Amiche per affinità, nemiche per caso, le attrici protagoniste fanno a gara di intensità. E Nicole Kidman, qui struggente mater dolorosa, è così solidale da permettere alle sorprendenti Serayu Rao e Ji-young Yoo di brillare. Inscenato su uno sfondo esotico, il loro ritorno alla vita si interroga sul significato della parola “casa”; riempie i silenzi con le canzoni di Blondie, Adele e degli Abba; insegna che il dolore e il senso di smarrimento, così come certi misteri, non saranno mai archiviati. Ci si può convivere: a patto di non tremare quando non vedremo più la terraferma all'orizzonte. È lungo, il viaggio dell'elaborazione. Ma, costrette insieme a bordo, Nicole e le altre si scopriranno non più straniere a loro stesse. (8)

Cosa ci fa una scienziata alla conduzione di un programma di cucina per casalinghe disperate? Cos'è accaduto affinché una donna solitaria, fredda e razionale si trovasse (autentico scandalo, nei rigidissimi anni Cinquanta) con una figlia a carico e senza un marito? Scopritelo in una serie dolcissima e di buoni sentimenti, di cui invidierete gli outfit dai colori pastello e gli appassionati monologhi sul female empowerment. Certo, a volte la carne al fuoco risulta troppa: femminismo, questione razziale, origini familiari; all'appello c'è perfino un episodio raccontato dal punto di vista di un cagnalone divorato dai sensi di colpa. Ma in Lezione di chimica, dramedy ispirata all'omonimo bestseller edito Rizzoli prontamente finita fra le mie preferite del 2023, l'attrice Premio Oscar Brie Larson si rivela essere una padrona di casa arguta e volitiva, a cui vorrete in fretta un gran bene, e il romantico collega Lewis Pullman una rivelazione ingiustamente snobbata nella stagione dei premi maggiori. La scienza non ha tutte le risposte. In una reazione chimica contano anche l'inevitabile, l'inatteso. E in un incontro, in un amore, conta sempre la predestinazione. La miniserie Apple TV è un chicca per gli spettatori nostalgici di The Marvelous Mrs Maisel, ma anche anche gli orfani inconsolabili di This is us. Ci troverete la stessa energia, la stessa magia. (7,5)

lunedì 31 ottobre 2022

Storie vere, storie nere: The Staircase | Landscapers | Pam e Tommy | Black Bird

Quando la moglie viene trovata in un bagno di sangue riversa ai piedi delle scale, Michael Peterson (scrittore, padre di cinque figli, segretamente bisessuale, bugiardo patologico) diventa il famigerato protagonista di un'ordalia giudiziaria lunga quasi vent'anni. Si è trattato di un incidente, di un delitto passionale o, ancora, del bizzarro attacco di un rapace notturno? Il ritrovamento di un cadavere con ferite simili e un polverone mediatico sulla corruzione del sistema giudiziario americano semineranno confusione, mentre i figli dell'imputato tentano di ricostruirsi una vita e lui, di nuovo innamorato, entra ed esce di galera. L'agghiacciante caso di cronaca, tutt'ora irrisolto, diventa l'ennesimo gioiello di regia, scrittura e recitazione di casa HBO: vedasi le nomination agli Emmy. L'avvocato difensore è un umano Michael Stuhlbarg, la documentarista francese che fa battere il cuore all'imputato una sempre incantevole Juliette Binoche, i figli alcuni fra i giovani attori più promettenti della nuova generazione (Odessa Young, Sophie Turner, Dane DeHaan, Patrick Schwarzenegger). Ma sono la nevrotica Toni Collette e Colin Firth, per me protagonista della performance della vita, a seminare brividi tra visioni di morte e indimenticabili sguardi in camera. Nell'impossibilità di portare alla luce alla verità, ambiguo fino alla fine, The Staircase conquista diventando la visione più oscura di American Beauty. Il sogno americano? Genera mostri. (8)

La storia, verissima, di due coniugi inglesi all’apparenza insospettabili accusati di aver ucciso e sepolto in giardino i genitori di lei. La storia, d’amore, sconfinato e scriteriato amore, tra due alieni con il pallino dei film d’altri tempi e delle bellezze di Parigi, in fuga da un fatto di sangue e da un mondo, forse, che non li ha mai compresi fino in fondo. Landscapers, passata ingiustamente sotto silenzio, regala quattro episodi metatelevisivi, folli e sopra le righe, che infrangono le regole consolidate del true crime e sperimentano ora il bianco e nero della Nouvelle Vague, ora i colori saturi di David Lynch e Dario Argento, ora il 16:9 degli intramontabili western di Sergio Leone. Il regista Will Sharpe non porta a processo i suoi assassini della porta accanto. Ma ci porta, piuttosto, nel loro mondo: oscuro e tenerissimo, farebbe sincera invidia a Jean Paul Jeunet. Il tutto, già destinato a finire nel meglio dell’annata presente, con un David Thewlis finalmente in un ruolo da protagonista e una Olivia Colman straziante, che puntualmente alza l’asticella del suo indicibile talento. Qual è il vero crimine nella società odierna: l’omicidio, o essere diversi da tutti gli altri? (8)

Una serie TV per raccontare la diffusione del sex tape con i divi più iconici degli anni Novanta. Lei sogno erotico tutto curve, nel suo costume rosso sgamato. Lui batterista maledetto e narcisista, così orgoglioso del suo pene da arrivare perfino a dialogarci. I diretti interessati si sono tirati fuori dall’ideazione della serie. Una vicenda, a ben vedere, dolorosissima: portò la coppia al tracollo e Pamela a riabilitare faticosamente la propria immagine. All’apparenza dissacrante, sfrontata e sopra le righe, Pam & Tommy sceglie il regista di I, Tonya e i toni della commedia. Ma, nonostante il sesso, i nudi e le sequenze grottesche, ha molto a cuore i suoi personaggi. Io stesso partivo scettico: a torto, la immaginavo pura speculazione. C'è tanta umanità, invece, nel personaggio di Seth Rogen: un manovale non pagato che, stanco di vivere di espedienti, si rende l'eroe di una lotta di classe a colpi di vendetta. E, vero, c'è un po' di benevolenza di troppo verso il rocker di Sebastian Stan: si ghigna per gli sbarellamenti e le esagerazioni di Lee, finendo per dimenticare il dettaglio che fosse un violento – presumibilmente anche con sua moglie. Ma Pam & Tommy, per fortuna, appartiene soprattutto a Pam. E appare una lunga e sentita lettera di scuse alla vittima che fu trasformata nella colpevole della storia. Durante una deposizione, nell'episodio più toccante, è costretta a vedere stralci del video trafugato in una stanza piena di avvocati maschi. E lei, ragazza di provincia candida anche quando ammiccante, Alice nel paese delle meraviglie nella mansion di Playboy, si sente d'un tratto sporca. E, peggio, degna di essere sbeffeggiata dall'opinione pubblica. Attualissimo e potente, il messaggio passa attraverso la prova da applausi di un'irriconoscibile Lily James: quanta emozione sotto il trucco prostetico, quante riflessioni oltre il pregiudizio. (7,5)

Su AppleTV c'è da un po' una nuova serie true crime. Perfetta per i fan di Mindhunter e True Detective, racconta la storia (ancora una volta, vera) di uno spacciatore dalla lingua sciolta che, in cambio del completo annullamento della pena, cerca di strappare una confessione a un serial killer di adolescenti. Larry, allevato in una famiglia di becchini, è realmente un orco o un mitomane, come tutti pensano? Nonostante scriva il Dennis Lehane di Shutter Island e Mystic River, la sceneggiatura ha ritmi imperdonabilmente televisivi e, molto piatta a tratti, si dilunga eccessivamente nella sottotrama investigativa per poi brillare nei testa a testa dietro le sbarre: tesi, vibranti, teatrali, sono retti alla perfezione da Taron Egerton – muscolosissimo, conserva l'aria truce ma ha lacrime di rabbia perennemente in agguato – e da un gigantesco Paul Walter Hauser, capace di suscitare insieme tenerezza e disgusto profondi; con loro c'è il compianto Ray Liotta, scomparso a qualche mese dalle riprese. Chiudendo un occhio sui difetti sparsi, Black Bird resta una miniserie tutt'altro che indimenticabile, ma il quinto episodio – un piccolo capolavoro di scrittura e recitazione – garantisce agli spettatori una sfida attoriale da applaudire fino a spellarsi le mani. (7)

venerdì 26 marzo 2021

Cosa c'era ai Golden Globe: Fino all'ultimo indizio | I Care a Lot | Music | Deux

Due poliziotti di generazioni diverse, inizialmente ai ferri corti, uniscono le loro forze in cerca di un serial killer di donne ancora a piede libero. Il primo è il coriaceo Denzel Washington, rimasto bruciato da un vecchio caso del passato; il secondo è Rami Male, al contrario giovane e fiducioso. Nella sala degli interrogatori, sotto torchio, siete invece Jared Leto: un villain dalla pancia posticcia e dai capelli unti, inquietante e mellifluo come pochi. Capita raramente di vedere tre attori premi Oscar radunati nello stesso film. Un thriller dichiaratamente anni Novanta, che nel titolo italiano promette a torto una caccia all'uomo e all'indizio. Dopo una buonissima prima parte, il film di Hancock – poco più che un mestierante hollywoodiano – tradisce premesse e promesse in un proseguo più da buddy movie esistenzialista che da poliziesco, dove vengono messi in scena i caratteri inquieti dei personaggi maschili e soprattutto i loro metodi poco ortodossi. Mentre i due protagonisti parlano per cliché e frasi fatte, ben interpretati ma noiosamente già visti altrove, sorprende la performace di un Jared Leto che ha gioco facile per brillare: reduce da una meritata nomination ai Golden Globe, gigioneggia, seduce e spiazza. Il resto? Una mancata stagione di True Detective che ammicca all'ambiguità sottile di Seven, fa rimpiangere la potenza del coreano Memorie di un assassino e parla dell'importanza sostanziale dei piccoli dettagli, pur mancando di una grande trama portante. (5,5)

Marla Grayson è un tutore legale. Ha un bel sorriso, è affidabile, si prende cura degli anziani senza parenti. In realtà, truffatrice senza scrupoli insieme alla sexy compagnia Eiza Gonzàlez, è disposta a tutto pur di abbandonare i malati in una casa di cura e arricchirsi coi loro risparmi. Fino al giorno in un cui non raggira una Dianne Wiest in forma smagliante, la vecchina sbagliata... Come si realizza il sogno americano? Bisogna essere prede o predatori per vivere ricchi e felici? Commedia nera dell'umorismo cattivissimo, I Care a Lot vanta un incipit strepitoso, un epilogo generoso di colpi di scena, ma un epilogo rocambolesco mai realmente sorprendente. Anzi, si ha l'impressione che a questa protagonista fuori di testa e sopra le righe fili tutto un po' troppo liscio, nonostante abbia alle calcagna il boss russo di un carismatico Peter Dinklage. Divertentissima e divertitissima, Rosamund Pike – premiata come miglior attrice agli scorsi Golden Globe – torna finalmente ai fasti di Gone Girl: malvagia come nessuno, sfoggia un caschetto biondo, fuma la sigaretta elettronica, indossa tubini colorati impeccabili, fa monologhi fortemente femministi contro un mondo lavorativo misogino e sessista. E testimonia, soprattutto, come oggi, per fortuna, il cinema si stia mettendo all'opera per scrivere ruoli non convenzionali. Nel bene e nel male potreste prenderlo come un assaggio in attesa del ben più riuscito Promising Young Woman, in uscita ad aprile in sala. È compreso nell'abbonamento Amazon Prime Video. (7)

Nominato a due Golden Globe nell'insorgere della critica d'oltreoceano, Music è destinato a restare il film più contestato della stagione dei premi. Sabotato dagli americani, politicamente corretti come nessuno, si è procurato critiche su critiche per la presenza di un'attrice neurotipica nei panni di un'adolescente autistica. Evitabili polemiche a parte – ricordiamolo sempre: il mestiere dell'attore in fondo è proprio recitare –, com'è l'esordio alla regia della popstar Sia? Benché lo abbia affrontato senza pregiudizi, mi sono trovato mio malgrado davanti a un melodramma di buonissimi sentimenti visto e rivisto, con la solita sorellastra scapestrata costretta a prendersi cura della solita ragazzina fragile. Per fortuna, in questo caso la loro convivenza è vivacizzata da visioni musical: più che numeri musicali bene amalgamati con il resto della vicenda, purtroppo, questi momenti dai colori abbaglianti sono piccoli videoclip a sé dove emergono la creatività della popstar – impegnata anche in un ironico cameo – e la bravura della sottovalutata Kate Hudson, qui eccelsa anche come cantante e ballerina. La giovane Maddie Ziegler ci prova, pur risultando involontariamente sopra le righe. Altrettanto la stella in ascesa Leslie Odom Jr, vittima del personaggio di un vicino di casa assurdamente buono e improbabile. La colpa non è del cast, né di un argomento molto delicato per essere affrontato in un'acerba opera prima, ma di una scrittura troppo vecchia per risultare pop. (5,5)

Sono madri e nonne, dirimpettaie. Quando nessuno può osservarle, si intrufolano l'una in casa dell'altra. E si amano di nascosto. Il loro amore – omosessuale, anziano – scontenterebbe più di qualcuno. Nonostante l'età, le due fanno progetti: vorrebbero vender casa, ricominciare. Ma per paura di confrontarsi coi figli non si dichiarano. Fino a quando un ictus non le separa e una delle due, immobilizzata, viene affidata prima a una badante, poi ai figli egoisti, infine alle case di riposo; l'altra, trattata alla stregua di un'estranea, si limita allora a elemosinare momenti insieme. A spiare la vita dallo spioncino. Se stare insieme è un crimine, un'irruzione, ci sarà mai un posto per entrambe? Tagliato ingiustamente fuori dalla cinquina degli Oscar, ai Golden Globe rappresentava il cinema francese. Diretto dall'esordiente italiano Filippo Meneghetti, Deux è un dramma devastante e viscerale, la cui tematica spaventa soltanto a pensarci. Benché durante la visione scorrano copiosamente lacrime di tenerezza e di rabbia, il film stupisce per il suo approccio da thriller: fatto di attimi mancati e di piccoli presagi, di sparizioni, indaga i corpi rattrappiti, i misteri della vecchiaia e della memoria. Spaventosamente plausibile eppure pieno di bellezza, Deux ti sale con le ginocchia sul petto. Ti conduce in un turbinio di emozioni. E ora, ti chiedi? Cosa succederà? Cosa faranno? Caracollanti, Barbara Sukowa e Martine Chevallier – straordinarie – ti prendono per mano nell'epilogo. E sulle note di una canzone italiana, e dei colpi dei loro battiti malandati, ti stringono forte nel romanticissimo delirio di un lento. (7,5)

sabato 2 maggio 2020

Miniserie "fantastiche" e dove trovarle: Tales from the Loop | The Outsider

Cosa accadrebbe se l’America rurale dei romanzi di Kent Haruf incontrasse i temi della fantascienza? Tales from the Loop, serie antologica distribuita su Amazon Prime Video, sembra nascere da una contaminazione simile. Il risultato è un esperimento poetico e incantevole, che non regala né incastri né spiegazioni istantanee, ma immagini di una bellezza tanto straordinaria da commuovere. Gli otto episodi sono dei mediometraggi pressoché autoconclusivi che ruotano attorno alle vicende della famiglia di Jonathan Pryce e Rebecca Hall:  suocero e nuora sono ai vertici di una misteriosa azienda che gioca con scienza e magia nel sottosuolo di un’imprecisata cittadina. A occhio e croce siamo negli anni Ottanta, ma non aspettatevi colori e canzoni a tema: la fotografia avvolge con le sue sfumature tenui, infatti, e la colonna sonora è un brivido continuo garantito dal talento di Glass. Sui poster, inoltre, s’intravedono dei bambini che corrono e a torto si potrebbe pensare a una riproposizione di Stranger Things: niente di più sbagliato. I racconti che compongono la serie vivono di suggestioni e piccole idee, di pelle d’oca. Molto tristi, a ben vedere, mettono però l’anima in pace come soltanto alcuni autori sanno fare. Sullo sfondo di un Paese bellissimo e malinconico, in cui perfino la fantascienza non fa inutili schiamazzi, giacciono abbandonati vecchi robot e carcasse di marchingegni. Con ritmi lenti e immersivi veniamo a conoscenza di una bambina la cui casa è stata risucchiata dal cielo; dell’amicizia tra due ragazzi al centro di un classico scambio di corpi; di un primo amore così spasimato da fermare il tempo; di un nonno alle prese con la malattia, di un padre con le sue ossessioni, di un custode con un triangolo omosessuale; infine di un’isola deserta che ospita un mostro e di una riconciliazione che supera i fiumi del tempo. Mancano le corrispondenze e gli incastri, le vicende restano piuttosto slegate, ma il dettaglio non impedisce di apprezzarne la bellezza complessiva. Lo spettatore è chiamato ad astrarre, a contemplare. A immergersi e basta, senza chiedersi mai se toccherà il fondo; se arriverà a riva. Tales from the Loop, amata più del previsto, è il non-luogo dove arrivano la fantascienza e i mezzi televisivi. Dove arriva la nostra emozione, e per restarci. (7,5)

Stephen King non è nuovo alle pessime trasposizioni. Le eccezioni, anzi, si contano sulle dita di una mano. Come da tradizione, The Outsider era già stato opzionato per una miniserie a scatola chiusa: per fortuna, arrivato in libreria, il contenuto era di quelli belli. Al tempo della lettura, infatti, questo mi era parso un grande ritorno. Un mix tra noir e horror, sorretto da un cast di personaggi memorabili. Come poteva la HBO, sinonimo di qualità, fare male? I pareri degli altri spettatori vi racconteranno un’altra versione della storia: le otto puntate, con lo zampino di Jason Bateman, sono state accolte con il favore di pubblico e critica. Persone, nella maggioranza dei casi, che conoscono poco lo stile del Re e che sono passate alla trasposizione senza prima approfondire la lettura. Io, da fan della prima ora, ne sono uscito deluso e tremendamente annoiato. Ho spalmato la serie in oltre un mese di visione. Sebbene fedele nei fatti – la trama e lo svolgimento sono identici: dopo il sanguinoso omicidio di un bambino, la polizia fa i conti con l’enigma di un colpevole sin troppo facile da incastrare –, The Ousider è la versione ingrigita, rallentata e appiattita della storia originale. Mancano le citazioni interne, il famoso gusto pulp dell’autore, l’ironia bramata perfino nelle situazioni più cruente. I personaggi, serissimi, sono condannati a un anonimato che li rende irriconoscibili. Non ho voglia di riportarvi nemmeno i nomi dei membri del cast, a tal punto mi hanno lasciato indifferente, ma è emblematico il caso di Holly: già presente nella trilogia di Mr. Mercedes, su carta era la risposta femminile a Sheldon Cooper. Distaccata, goffa e geniale, nella serie è tutt’altro: una consulente pensierosa e immusonita, interpretata dalla comunque brava Cynthia Erivo, diversissima dalla controparte cartacea non soltanto per il dettaglio trascurabile del colore della pelle. Lentissima, la serie fa svogliatamente il verso ai toni di True Detective. E la deriva paranormale, quando infine si palesa, finisce per apparire soltanto più stonata. Stravolto spesso in fase di sceneggiatura, Stephen King sembrerebbe essere stato più fortunato in quest’occasione. Meno maltrattato che in altre produzioni, tuttavia, raramente è stato così frainteso. (4,5)

lunedì 28 ottobre 2019

I ♥ Telefilm: Modern Love | Unbelievable | El Camino

Cristin Milioti, book blogger sorpresa da una gravidanza indesiderata, scopre nel portiere del suo condominio un angelo custode. Dev Patel, ideatore di un sito d’incontri, vive il paradosso di essere sfortunato in amore: intervistato da Catherine Keener, altra esperta di occasioni perse, guarderà con occhi diversi alla sua ex. Anne Hathaway, con un sorriso a mille watt e un’esistenza sbucata da un musical, custodisce un segreto che nei giorni storti le impedisce di scendere dal letto: il bipolarismo. Tina Fey e consorte, al centro di una crisi matrimoniale, si affidano a una terapista e all’hobby del tennis: il rimedio per quest’amore stanco appare tuttavia già brevettato altrove. Reduci da un appuntamento culminato all’ospedale, Sofia Boutella e John Gallagher non hanno niente in comune: a sorpresa sono la mia coppia preferita, sbucata da una commedia indie che al cinema avrei amato alla follia. L’insopportabile Julia Garner frequenta un uomo di trent’anni più grande: lei ci vede il padre mai avuto e lui, impossibile da biasimare, una fiamma. Andrew Scott si affida ai capricci di Olivia Cooke, incinta di sei mesi, pur di diventare padre: il tema è scontato, ma ci piacciono le famiglie arcobaleno, i protagonisti principali e il cameo divertito di Sheeran. Jane Alexander, settant’anni e non sentirli, è una vedova che non ha mai smesso di correre: necessario innamorarsi ancora, nonostante la salute precaria possa rendere breve la relazione con un coetaneo. Otto episodi, otto storie a sé: cos’hanno in comune? Il tema – l’amore, ovviamente – e il fatto che siano vere fino all’ultimo sospiro. La serie Amazon prende ispirazione da una rubrica del Times e dalle idee del regista John Carney: cantore per eccellenza di sentimenti sospesi, cast raccolti, città magnifiche. Già confermato per una seconda stagione, Modern Love è un intrattenimento a prova di cuori di pietra. Alto il rischio di sciogliersi come un ghiacciolo – non altrettanto l’indice glicemico –, mai quello di averne abbastanza. Costituito da piccoli miracoli di scrittura e leggerezza, semplicemente delizioso, potrebbe diventare il rimedio contro il rigore dei mesi che verranno. Confortevole quanto una coperta sulle ginocchia, a metà tra i puzzle sentimentali di Curtis e i ritratti jazz di Allen, è un riconciliante feel-good movie a puntate. Sceneggiato con equilibrio, grazie a una delicatezza che si trasforma raramente in melassa – vedasi l’epilogo: unica concessione alla furbizia per cercare nessi e lacrime –, sa condensare storie e personaggi memorabili in trenta minuti.  Coinvolge grandi attori, come si diceva sopra, ma sanno comunque tutti farsi discreti pur di far risaltare l’importanza delle storie che interpretano. E la bellezza di New York, magica sotto la pioggia. Rimessi al mondo, a fine visione avremo voglia di gentilezza, biglietti aerei dell’ultimo minuto e altri miracoli. (8)

Una ragazza viene stuprata nella notte. L’aggressore irrompe in casa sua: la immobilizza, la fotografa mentre ne abusa. Dopodiché si dilegua, minacciando la vittima di morte in caso denunci. Ma la ragazza non ha paura, e immediatamente avverte le forze dell’ordine. Peccato che gli interrogatori insistenti, le visite umilianti, le pressioni psicologiche di investigatori e conoscenti la portino infine ad ammettere resa: a volte, se poco conferme al profilo della vittima perfetta, una ragazza abusata fa prima a dichiararsi una bugiarda che a battagliare. Sembra follia, ma è una storia vera. L’aggressore è un maniaco seriale. Metodico, inafferrabile, sfuggente, seleziona donne di età e paesi diversi. Unire i puntini all’inizio non è facile, neanche per due agguerrite agenti a capo di una task force interamente al femminile: agli antipodi per metodi e stile di vita – una devota madre di famiglia, l’altra segugio dal sarcasmo affilatissimo –, riusciranno a conciliare i loro caratteri opposti in nome della giustizia? Partita sotto i migliori auspici, la discussa miniserie Netflix perde in fretta di vista l’importanza della reale vicenda di cronaca nera – un eclatante caso di falsa testimonianza, che nasconde in realtà le fragilità e le fobie di una giovane superstite – per diventare lo spin-off non dichiarato di True Detective. Questa revisione in chiave femminile e femminista del serie crime prende in prestito dal mondo di Pizzolatto qualche lungaggine nella gestione dei tempi, la presunta natura antologica, due caratteri non troppo inconciliabili. Toni Collette e Merritt Wever si confermano straordinarie padrone di casa, e Kaitlyn Dever è una rivelazione alle prese con le contraddizioni di un personaggio per molti difficile da comprendere: una ventenne che non vorrebbe essere d’esempio, ma soltanto avere il diritto di ricominciare. Possibile con un risarcimento danni che ammonta a soli cinquecento dollari? Lontano dall’asciuttezza di When They See Us, esempio da manuale di intensità e concitazione, Unbelievable segue stilemi smaccatamente televisivi che ricordano per foggia e approccio le inchieste di Law & Order. Fanno la differenza l’alchimia tra le protagoniste e uno spunto così nero da sembrare proprio incredibile. Lo stesso, stando al mio parere controcorrente, non può dirsi del resto. (6,5)

Sono uno spettatore incostante. Ci sono cose che mi piacciono e cose che non mi piacciono. Sostanzialmente, perciò, non sono un fan sfegatato di niente o nessuno. Nel caso di Breaking Bad – per me una delle più belle serie di sempre, senza farne misteri – è stato sì amore grande, ma non sono mai arrivato a farne un oggetto di culto. Nell’armadio mi tengo cara una maglietta a tema, infatti, ma controllando dappertutto – sul fondo, dietro i giubbotti invernali, sotto i maglioni – non ho serbato alcuna curiosità sul destino dei personaggi principali. Perfetta così, la quinta stagione non doveva agli spettatori affezionati nessuna spiegazione di sorta. Sapendo di un prosieguo lungo due ore, arrivato ad anni di distanza dall’ultimo ciak, ho storto il naso. Giunto su Netflix in gran segretezza, preceduto da voci di corridoio e supposizioni fantasiose, El Camino è proprio quello che sembra: una chiosa prolissa e inutile, poco necessaria e altrettanto poco credibile. Nel frattempo, infatti, Aaron Paul è diventato adulto e Jesse Plemons è ingrassato, mentre gli sceneggiatori non hanno trovato il miracoloso pretesto per includere personaggi amatissimi – Walt e Mike, per citarne un paio, insieme ai membri della famiglia White – senza ricorrere ai classici flashback dalla lacrima facile. Cosa è stato di Jesse dopo la sua fuga? Come ha trascorso i giorni della sua prigionia, prima di salire su un’auto col motore a tavoletta e perdersi nella lunga notte dei titoli di coda? Serviva venircelo a dire? Nel film seguiamo i suoi tentativi reiterati per raggiungere l’Alaska. Non c’è interesse a costruire qualcosa di nuovo. Neanche i membri del cast, a parte un Paul con la carriera un po’ in caduta libera, sembrano crederci fino in fondo. Aggiungete la modestia dei film destinati allo streaming e qualche ricordo nostalgico; sottraete la dimensione corale, qui sacrificata per un one man show all’insegna degli andirivieni frustranti. Francamente, ci si annoia. Per fortuna l’evitabile El Camino nulla toglie e nulla aggiunge, sbadigli a parte, al mito dei cristalli blu. (5)

lunedì 8 luglio 2019

Recensione: Sadie, di Courtney Summers

| Sadie, di Courtney Summers. Rizzoli, € 17, pp. 367 |

Se fosse un film sarebbe di quelli da festival, che in chiusura includono le preoccupanti statistiche su quante ragazze ogni anno spariscano negli Stati Uniti. Diventando, in tal modo, gli ennesimi spettri di popolose città fantasma. Cosa succede alle giovani destinate a non fare più ritorno a casa? Quella raccontata in Sadie, primo romanzo dell'acclamata Courtney Summers a essere tradotto in Italia, è la storia di una di loro. Al bordo della strada è stata ritrovata una macchina in panne: dentro c'è uno zaino verde, appartenuto a una diciannovenne irrintracciabile già da un po'. Si penserebbe a un allontanamento volontario – chi potrebbe biasimare, infatti, una fuga lontano dalle sabbie mobili della provincia – se non fosse per la tragedia vissuta dalla ragazza in tempi recenti. Sua sorella, Mattie, è stata trovata in un meleto: assassinata. Disobbedendo agli insegnamenti di tutta una vita, è salita su un furgone non meglio identificato; si è fidata delle caramelle offerte da uno sconosciuto. La superstite pretende giustizia. Ma, secondo un noto adagio, chi cerca vendetta farebbe meglio a scavare due tombe. Fin dove si è spinta la protagonista in nome della legge del taglione?
La narrazione si dirama così: da un lato abbiamo la caccia all'uomo di Sadie, sulle tracce di un mostro presentatosi la prima volta con il nome di Keith; dall'altro, invece, un originalissimo podcast in otto puntate in cui uno speaker radiofonico scava in lungo e in largo setacciando le parole di amici, compaesani e testimoni in un'indagine all'apparenza senza precedenti. Partiamo da un parcheggio per roulotte a Cold Creek, uno spiazzo polveroso che Sadie e Mattie chiamavano casa, e in un accidentato viaggio della speranza percorriamo un'autostrada per la dannazione eterna: passerà attraverso villaggi dimenticati dal Padreterno e sobborghi falsamente idilliaci, facendo tappa, di notte, in motel a un passo dalla demolizione.

Io sono il risultato di biberon pieni di gassosa al limone, ho un organismo che non sa elaborare le cose belle della vita. Il mio corpo è abbastanza affilato da tagliare il vetro e ha un bisogno disperato di affinarsi, ma a volte non mi importa. Un corpo può anche non essere sempre bello, però sa rappresentare un inganno perfetto: io sono più forte di quanto sembro.

Per affrontare la traversata con un cuore impavido, probabilmente, ci vorrebbe l'amazzone di un rape and revange degli anni Settanta, ma Courtney Summers sceglie Sadie: una bambina cresciuta in fretta, con gli occhi ostinati e il viso misteriosamente tumefatto. 
Si è tinta i capelli di biondo, agli altri si presenta con il secondo nome per non essere rintracciata dalle autorità e, ogni tanto, è tradita dai tentennamenti di una balbuzie congenita. Sprovvista di spirito di autoconservazione e armata di coltello a serramanico, è un pericolo ambulante da non sottovalutare. Ha sensi di colpa a non finire. E ha sete, di sangue. Nonostante i sei anni di differenza e i padri diversi, a legarla alla piccola Mattie c'è una devozione viscerale. Cresciute allo sbando, con una madre tossicodipendente che portava nella roulotte stupefacenti e compagni dalle mani lunghe, le due inseparabili sorelle sono state l'una il rifugio dell'altra fino a quando non le ha divise l'ennesima uscita di scena della genitrice. Da Los Angeles, l'inaffidabile Claire ha mandato loro una cartolina e la secondogenita, adorante, voleva seguirla a ruota. Proprio il desiderio di raggiungerla sarà la sua condanna. Arrabbiata con il mondo, opportunista per necessità, la protagonista si concede nell'arco del viaggio sporadici e meritati attimi di dolcezza in compagnia di qualche fortunato sconosciuto – un ragazzo carino, un'automobilista bagnata fradicia dal temporale. E, grazie agli incubi e alle contraddizioni che porta come bagaglio a mano, fa la differenza in un romanzo meno spiazzante del previsto ma ben scritto.

Le ragazze spariscono continuamente. E non sapere è una benedizione. Non volevo questa storia, perché avevo paura. Avevo paura di ciò che non avrei trovato e avevo paura di ciò che avrei trovato.
E continuo ad averne.

Lo squallore delle ambientazioni, la presenza di famiglie disfunzionali e il tema raccapricciante della pedofilia mi hanno fatto pensare alla terza stagione di True Detective, con cui la Summers ha in comune anche la straordinaria presa emotiva e un finale sospeso. Narrazione semplice ed empatica, che suggerisce appena gli orrori perpetrati ma, nel mentre, mette la nausea ugualmente, deve forse più agli spunti della cronaca che al giallo tradizionale. 
Niente è dato per scontato; nulla appare certo. Il romanzo concede al lettore poche risposte, al punto che a qualcuno potrà sembrare perfino irrisolto, e imbocca con coraggio un sentiero senza uscita. Parabola on the road terribile e istruttiva, servirà ad aprire gli occhi tanto agli adulti quanto agli adolescenti – non si è mai abbastanza preparati ai colpi di scena che ha in serbo per noi un mondo spietato –, ma scuoterà soprattutto chi, per gusti o per età, è poco abituato ai tiri mancini del genere. Che, per definizione, vive di rapporti malati e sentimenti al limite dell'illecito. Che crede fermamente nell'incalzare martellante dei dubbi, non nella consolazione del lieto fine annunciato. Questa strada per l'inferno, a confine fra amarezza e speranza, è lastricata di loschi figuri e buone intenzioni. Porterà anche a Sadie, smarritasi nei grigi asfalto del bene e del male?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mark Ronson feat. Miley Cyrus – Nothing Breaks Like a Heart

lunedì 8 aprile 2019

I ♥ Telefilm: The OA S02 | True Detective S03

Ambiziosa, autoriale e impenetrabile, nell'anno dei fasti di Stranger Things si era imposta a sorpresa come mia serie del cuore. Non l'avevo compresa fino in fondo, eppure mi aveva commosso. Con le sue coreografie ipnotiche e metaforiche. Con i suoi protagonisti indecisi fra l'additare la malattia mentale della loro guida spirituale oppure abbandonarsi al miracolo. Il finale, per me perfetto così, ci doveva qualche spiegazione. The OA, attesa al varco non senza timore, è tornata ad aprirci occhi e mente, a prenderci in giro, con un nuovo arco di episodi. Se l'attesa è stata ripagata, le si perdona anche il ritardo: assolutamente necessario per riprendere le fila, stupirci e, a tratti, superarsi. Prairie, la sempre incantevole Brit Marling, è andata incontro a morte certa ma infine ci è riuscita: ha fatto il salto in un'altra dimensione. L'atterraggio ha avuto effetti collaterali: da un lato, infatti, deve imparare a muoversi nell'esistenza dell'alter-ego Nina, imprevedibile e viziosa; dall'altro, invece, fare i conti con il fatto che Homer non sappia chi lei sia e con il pensiero che Jason Isaacs, il folle che l'ha tenuta per sette anni rinchiusa, ricopra anche lì un ruolo di potere. Prairie, ricoverata in un ospedale psichiatrico, è prigioniera insieme alle altre cavie di Hap. Alle ambientazioni di Maniac e Homecoming si sovrappongono le vicende di un nuovo personaggio, un detective in cerca di un'adolescente scomparsa, e quelle dei compagni di Prairie, commoventi liceali on the road reduci da un'amicizia impossibile da dimenticare. Due dimensioni distinte, tre diversi piani narrativi: cosa succederà quando si sfioreranno? The OA promette faville e frustrazione. Di ripetersi. La seconda stagione rischia di dire troppo, vero, e troppo presto. Fa sentire qui e lì la mancanza dei suoi adolescenti: nonostante il surclassamento a personaggi secondari, comunque, ci regalano gli attimi più struggenti – saranno quelle danze affascinantissime, o forse il candore di chi si fida ciecamente. Consapevoli dello strano patto narrativo, quest'anno si lascia seguire con minori difficoltà. Guadagna ritmo, comprimari, quesiti. Osa, contaminandosi con l'horror alla Lynch e il leggero trash di fughe e feste mascherate. Il salto si fa maggiore, somiglia a un volo impossibile su San Francisco. La totale comprensione della visione è questione di fede. Siamo punto e a capo, con lo stesso pugno di mosche e un'immutata suggestione. L'epilogo non è che lo specchio riflesso del precedente. L'interpretazione, al centro di dubbi prima fugati e poi rinnovati, non è univoca. La serie, infatti, ha i passaggi segreti e le zone cieche della casa degna di Hill House, costruita da un ingegnere e da una medium, nella quale si imbattono i nostri protagonisti: giovani sognatori vi hanno smarrito al suo interno il lume della ragione e le pareti, sottilissime, promettono di collegarci a realtà alternative. Come sarà il mondo dall'alto, visto dal rosone istoriato della facciata? Prairie promette ai naviganti una visione d'insieme splendida e destabilizzante, simile a quella di Neil Armstrong quando si voltò in assenza di gravità e vide la terra. E The OA è proprio una creatura aliena. Una serie lunare dove tutto è possibile, ogni domanda è lecita, ma le risposte potrebbero negarcisi. Questo la rende amata da qualcuno, odiata da altri. Ma una provocazione intellettuale senza precedenti. (8)

Una piccola comunità, due bambini scomparsi nel bosco, una famiglia che si sgretola sotto il peso della tragedia. Un corpo viene ritrovato presto, infatti; l'altro no. Il mistero dura venticinque anni. Non ci saranno superstiti in casa Purcell, ma due segugi, per fortuna, non smetteranno mai di chiedere, scavare, provocare. Messa così, fatta eccezione per la suddivisione in tre piani temporali, la trama è la stessa di un giallo come tanti: una ricerca tanto delicata quanto preoccupante, di quelle che anche sul piccolo schermo abbiamo visto e rivisto spesso. A onor del vero, tutto è come appare. Ben poche variazioni sul tema, a parte l'insolita parentesi dolce-amara con i protagonisti invecchiati, e nessun guizzo fino all'ottava puntata. Non si può parlare di delusione, eppure era lecito aspettarsi maggiore complessità da un ritorno tanto inaspettato. Erano gli intrighi difficoltosi, i personaggi criptici e gli spunti di attualità la cifra stilistica di True Detective? Dal momento che i pregi della prima stagione si erano rivelati anche i difetti della seconda, la HBO ha ripiegato su una semplicità che premia. Lineare non tanto nella struttura quanto nella pianificazione, il mistero che sono chiamati a sbrogliare gli ottimi Mahershala Ali e Stephen Dorff si protrae nel tempo – tanti buchi nell'acqua, tante false risoluzioni e altrettante ripartenze – anche se, come ci conferma l'epilogo, certe storie vanno avanti da sé. Reduce del Vietnam e guardato con sospetto dal razzismo, Ali – straordinario, al punto che verrebbe voglia di scommettere già su di lui nella prossima stagione dei premi – fa prima i conti con i conflitti d'interesse per la moglie romanziera, poi con l'oblio della demenza. Il ritrovato Dorff, tutto d'un pezzo anche sotto il trucco che lo appesantisce, è il classico sbirro dai metodi poco ortodossi e la vita sentimentale sregolata, nonostante spesso e volentieri i ruoli di potere si invertano: chi è allora il poliziotto buono, chi quello cattivo? I ritmi sono quelli lenti a cui ci siamo affezionati, i dialoghi ben scritti abbondano – a sorpresa, questa volta affiora un'emozionalità sconosciuta – e lo scioglimento, immancabilmente, arriva. In un cameo fotografico fanno capolino perfino McConaughey e Harrelson, insieme all'ipotesi di traffici umani, ma siamo fuori pista. Come si diceva, la serie si mantiene su stilemi classici. Un colpo di cuore, allora, giunge davanti a quel finale che in rete divide. Non mi spiego, sinceramente, il perché delle libere interpretazioni fioccate qui e lì; le critiche di chi dice di aver visto Pizzolato lavarsene le mani. Ci sono brividi, epifanie, immagini, che percepiti attraverso la demenza del personaggio principale sanno invece dare speranza e armi pacifiche a chi crede nell'immaginazione; nelle seconde opportunità. C'è una confusione di quelle buone a indicarti piazzole d'emergenza in questo viaggio, rigorosissimo ma un po' anonimo, al termine della notte. (7)

sabato 26 maggio 2018

Metti una sera su Netflix: The Kissing Booth, Newness, 6 Balloons, Happy Anniversary, Verònica

Shelly è una di quelle adolescenti di cui ti accorgi quanto sono belle da un'estate all'altra. Le curve sbucate all'improvviso e l'allestimento di un chiacchierato stand dei baci rappresenteranno per lei un grattacapo non da poco. Colpa della gonna troppo corta se i coetanei fanno apprezzamenti spinti, che la imbarazzano e segretamente la lusingano. Colpa del rissoso e iper protettivo Noah se, con la scusa di proteggerla, si avvicina quel che basta a innamorarsi corrisposto di lei. Peccato sia il fratello maggiore di Lee, che di Elle è l'amico di tutta un'infanzia. Peccato che tra i due, pappa e ciccia, ci siano regole da non violare in nome di un lungo sodalizio. In fatto di sentimenti, i parenti sono materia proibita. Amore o amicizia? E che amicizia è, poi, se ci domanda di scegliere? Tratto da un romanzo in uscita per De Agostini, The Kissing Booth avrebbe potuto scoraggiarmi – con la sua aria appartentemente televisiva, con i suoi triangoli indigesti da un pezzo –, se non fosse stata per la media online che non ti aspetti. Che sia nel suo piccolo un'eccezione alla regola, per fortuna, te ne accorgi presto. Il segreto: la verve di Joey King, non bellissima eppure adorabile, degna della cotta che contrappone gli aitanti Joel Courney e Jacob Elordi. Commedia romantica frizzante e spiritosa, leggerissima, ricorda i teen cult degli anni '80 senza ricorrere alla retromania dilagante già bella che venuta a noia – a cosa serve ambientarla in un passato d'oro, poi, se hai mamma Molly Ringwald nel cast e un confronto finale sulle note di Don't You (Forget About Me)? Una sedicenne come tante e come nessuna, John Hughes che dà appuntamento al recente The Duff, ritmi azzeccati: come strapparti sorrisi frequenti, così, e un ultimo bagio. (6,5)

L'amore oltre il confine, quello clandestino, quello proibito se all'interno di una distopia futuribile. Drake Doremus torna a raccontarcelo a modo suo. Tema inesauribile con altri angoli da indagare, nuove tecnlogie con cui fare i conti. Quello tra Nicholas Hoult e Laia Costa – così belli e talentuosi da fare invidia – sboccia sui siti d'incontri, e a causa di quelli rischia di morire. Lui, con già un matrimonio alle spalle, è segretamente in cerca della compagna giusta. Lei, spagnola in terra americana, insegue l'orgasmo. La loro notte di fuoco si trasforma in una convivenza di cui ci si annoia presto. Eppure troppo giovani per un terapista di coppia, innamorati come dicono, aprono le porte della camera da letto ad altre persone: non sanno bastarsi. Il sesso prima li unisce, poi li divide. Hoult ossessionato dai rimpianti verso la storica ex, la Costa presa da un uomo più grande. Dedicato alla memoria di Anton Yelchin, autentico ma prolisso senza reale motivazione, Newness parla come Genovese degli effetti collaterali che la tecnologia ha sul cuore e dei contro delle novità a tutti i costi: riflessioni post-moderne accompagnate da un tocco ormai riconoscibile, con dialoghi quotidiani, una fotografia bluastra e primi piani morbidissimi ma mai indulgenti – al contrario dei film precedenti qui c'è tanto contatto fisico e scarsa intimità: ci si confessa i reciproci amanti, mai i segreti personali. Questo amore online, quest'ultimo Doremus, piace sempre, ma meno del solito: se scettici come me all'idea della coppia aperta, ma attenti alla sensibilità del cinema indipendente. Se abbastanza vecchio stile da non credere nelle sperimentazioni e alle lacrime di coccodrillo di protagonisti un po' scostanti. La libertà, per ironia della sorte, sta nel legarsi spontaneamente; nell'annoiarsi insieme, in un finale che finalmente emoziona. Osando desiderare qualcosa di proprio in un mondo usa e getta, a forma di smartphone. (6,5)

Il quattro luglio, un giorno di festa. All'Indipendenza si aggiunge l'organizzazione di un compleanno a sorpresa. L'affaccendata Katie recupera festoni e palloncini colorati, il miglior vestito dal fondo dell'armadio e soprattutto gli invitati. Compresa la sua famiglia. Compreso il fratello minore, Seth: già ragazzo padre, già entrato e uscito in un indistinguibile andirivieni dalle cliniche di disintossicazione. Passarlo a prendere a casa diventa un'impresa: salvarlo di nuovo dall'eroina. Si dimena come un pazzo sul sedile anteriore. Porta le maniche luglie in piena estate. C'è ricaduto. Il bruciore della dipendenza, più forte dell'amore verso una bambina col pannolino sporco a cui ha promesso in pasto i fuochi d'artificio. Per Katie – una vita in differita, consacrata alle fragilità del prossimo –, invece, il sangue del suo sangue viene prima del futuro. In cerca ora di una clinica, ora di un'ultima dose, Abbi Jacobson accompagna un ottimo Dave Franco, alle prese con la prima grande prova distante dalle commedie demenziali e dall'ombra del più famoso James, in una Los Angeles in cui tutti vanno in rehab e le tentazioni sono sempre dietro l'angolo. Lei, con un vestitino da cocktail fuori luogo nei mondi di Shameless, sfida i bassifondi e attacchi di panico in cui pensa letteralmente di annegare (e Seth, in tutto ciò, resta la sua zavorra). Lui, in preda ai sudori freddi, al vomito e agli attacchi di dissenteria, è un tornado che ti porta in alto nei momenti di euforia e poi ti distrugge. Un'ora e quattordici per passare a comprare una torta d'alta pasticceria e la droga. A sorpresa, abbastanza per affezionarsi alla semplicità e al realismo di questo film. Due protagonisti al loro meglio. Una regia notturna, serratissima, con un taglio stilistico alla Sean Baker che a tratti lo rende un gioiellino. Dramma indie sparato dritto in endovena, 6 Balloons ha tutto il dolore, la violenza e la tenerezza che possono starci. In una macchina che porta verso i pusher. In un palloncino a elio sospeso nella speranza, finché non scoppia. (7)

Sentirle dire che non è felice davanti a una colazione a letto. Davanti a un ragazzo che, fra giochi erotici, piccoli riti e un linguaggio di gesti e risate coniato soltanto per loro, cerca di mantener viva la scintilla. Lui, infatti, è sentimentale per natura. Lei, la realista dei due, pare invece eternamente insoddisfatta. Colpa di un figlio che non arriva, degli ex, del cane che puzza, della cortesia esagerata del primo e della luna storta dell'altra. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Melodramma (pre)matrimoniale con protagonisti logorroici, bizzarri e umani che sperimentano al terzo anniversario le gioie e i dolori di mettere il cuore al vaglio, la commedia Netflix ha comprimari telefilmici per nulla indispensabili (Isidora Goreshter da Shameless e Kristin Bauer van Straten da True Blood) e un piglio indie che, al solito, la salva dai connaturati difetti. Dopo tre anni d'amore, per la copia uscita peggio di Zoey Deschanel, Noel Wells – già vista e mal sopportata in Master of None –, e Ben Schwartz, è in agguato la fine o forse un'altra occasione? Tutta questione di punti di vista, in Happy Anniversary. Un giorno all'apparenza lieto innesca nella coppia – che prende in giro le smanie dei coetanei radical chic, che si dà contro per sport pur di non cadere vittima della medesima ipocrisia – una serie di reazionie e pensieri collaterali. Accontentarsi. Ingannarsi. O, semplicemente, rassegnarsi al fatto che il tempo si cambi, anche come amanti? (5,5)

Non ho mai fatto mistero della mia predilezione per il cuore nero degli horror iberici, né per la concezione secondo la quale nel cinema di genere – ormai senza idee vincenti – si debba preferire la forma alla sostanza, se in cerca di qualche guizzo. Verònica è un film che gioca con il fuoco delle tavolette Ouija e il fascino delle evocazioni: l'ennesimo. Corrono gli anni Novanta, ed ecco i poster alle pareti delle adolescenti, le cuffiette del walkman nelle orecchie e un piacevole gusto kitsch, che contempla luci al neon e musica elettronica. La protagonista, quindicenne, è la primogenita di una famiglia bella ma popolosa, in cui lei si trova a fare un po' da mamma. Anche se aspetta ancora il primo ciclo mestruale, confine invisibile fra le donne e le bambine. Anche se le ragazze responsabili non trafficano con l'occulto da edicola, con il rischio che qualcosa – un'ombra alla James Wan, mostrata con intelligenti vedo-non vedo – si impossessi del suo corpo. Non mancano i cliché: la suora cieca con un fiuto per il male; il detective messo in difficoltà da un crimine con implicazioni paranormali. Non manca lo splatter, con un lungo incubo in cui la protagonista viene divorata dalla nidiata di fratelli minori: gli stessi che rendono adorabili, eppure, la quotidianità e il giovane cast – su tutti ovviamente lei, la bravissima Sandra Escacena – dell'ultimo film del sempre affidabile Paco Plaza. Il regista, braccio destro di Balaguerò nella saga in caduta libera di Rec, ricorda i nostri Fulci e Argento nella grana autenticamente rétro delle immagini; perfino lo Spielberg di Incontri ravvicinati, con il tenero Antonito incantato sull'uscio del bagno. L'eclissi oscura Madrid e anima un ipnotico delirio, fra possessione satanica e allucinazioni, con un tocco d'autore – classico e modernissimo insieme – che, come si diceva, sa fare la differenza. Inquietante metafora del diventare adulti come il cannibale Raw, Verònica è la riprova di come il male padroneggi tutti gli idiomi del mondo. Lo spagnolo, lingua di balli di gruppo e brividi non da poco, a quanto pare, meglio di altri. (7,5)