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sabato 26 maggio 2018

Metti una sera su Netflix: The Kissing Booth, Newness, 6 Balloons, Happy Anniversary, Verònica

Shelly è una di quelle adolescenti di cui ti accorgi quanto sono belle da un'estate all'altra. Le curve sbucate all'improvviso e l'allestimento di un chiacchierato stand dei baci rappresenteranno per lei un grattacapo non da poco. Colpa della gonna troppo corta se i coetanei fanno apprezzamenti spinti, che la imbarazzano e segretamente la lusingano. Colpa del rissoso e iper protettivo Noah se, con la scusa di proteggerla, si avvicina quel che basta a innamorarsi corrisposto di lei. Peccato sia il fratello maggiore di Lee, che di Elle è l'amico di tutta un'infanzia. Peccato che tra i due, pappa e ciccia, ci siano regole da non violare in nome di un lungo sodalizio. In fatto di sentimenti, i parenti sono materia proibita. Amore o amicizia? E che amicizia è, poi, se ci domanda di scegliere? Tratto da un romanzo in uscita per De Agostini, The Kissing Booth avrebbe potuto scoraggiarmi – con la sua aria appartentemente televisiva, con i suoi triangoli indigesti da un pezzo –, se non fosse stata per la media online che non ti aspetti. Che sia nel suo piccolo un'eccezione alla regola, per fortuna, te ne accorgi presto. Il segreto: la verve di Joey King, non bellissima eppure adorabile, degna della cotta che contrappone gli aitanti Joel Courney e Jacob Elordi. Commedia romantica frizzante e spiritosa, leggerissima, ricorda i teen cult degli anni '80 senza ricorrere alla retromania dilagante già bella che venuta a noia – a cosa serve ambientarla in un passato d'oro, poi, se hai mamma Molly Ringwald nel cast e un confronto finale sulle note di Don't You (Forget About Me)? Una sedicenne come tante e come nessuna, John Hughes che dà appuntamento al recente The Duff, ritmi azzeccati: come strapparti sorrisi frequenti, così, e un ultimo bagio. (6,5)

L'amore oltre il confine, quello clandestino, quello proibito se all'interno di una distopia futuribile. Drake Doremus torna a raccontarcelo a modo suo. Tema inesauribile con altri angoli da indagare, nuove tecnlogie con cui fare i conti. Quello tra Nicholas Hoult e Laia Costa – così belli e talentuosi da fare invidia – sboccia sui siti d'incontri, e a causa di quelli rischia di morire. Lui, con già un matrimonio alle spalle, è segretamente in cerca della compagna giusta. Lei, spagnola in terra americana, insegue l'orgasmo. La loro notte di fuoco si trasforma in una convivenza di cui ci si annoia presto. Eppure troppo giovani per un terapista di coppia, innamorati come dicono, aprono le porte della camera da letto ad altre persone: non sanno bastarsi. Il sesso prima li unisce, poi li divide. Hoult ossessionato dai rimpianti verso la storica ex, la Costa presa da un uomo più grande. Dedicato alla memoria di Anton Yelchin, autentico ma prolisso senza reale motivazione, Newness parla come Genovese degli effetti collaterali che la tecnologia ha sul cuore e dei contro delle novità a tutti i costi: riflessioni post-moderne accompagnate da un tocco ormai riconoscibile, con dialoghi quotidiani, una fotografia bluastra e primi piani morbidissimi ma mai indulgenti – al contrario dei film precedenti qui c'è tanto contatto fisico e scarsa intimità: ci si confessa i reciproci amanti, mai i segreti personali. Questo amore online, quest'ultimo Doremus, piace sempre, ma meno del solito: se scettici come me all'idea della coppia aperta, ma attenti alla sensibilità del cinema indipendente. Se abbastanza vecchio stile da non credere nelle sperimentazioni e alle lacrime di coccodrillo di protagonisti un po' scostanti. La libertà, per ironia della sorte, sta nel legarsi spontaneamente; nell'annoiarsi insieme, in un finale che finalmente emoziona. Osando desiderare qualcosa di proprio in un mondo usa e getta, a forma di smartphone. (6,5)

Il quattro luglio, un giorno di festa. All'Indipendenza si aggiunge l'organizzazione di un compleanno a sorpresa. L'affaccendata Katie recupera festoni e palloncini colorati, il miglior vestito dal fondo dell'armadio e soprattutto gli invitati. Compresa la sua famiglia. Compreso il fratello minore, Seth: già ragazzo padre, già entrato e uscito in un indistinguibile andirivieni dalle cliniche di disintossicazione. Passarlo a prendere a casa diventa un'impresa: salvarlo di nuovo dall'eroina. Si dimena come un pazzo sul sedile anteriore. Porta le maniche luglie in piena estate. C'è ricaduto. Il bruciore della dipendenza, più forte dell'amore verso una bambina col pannolino sporco a cui ha promesso in pasto i fuochi d'artificio. Per Katie – una vita in differita, consacrata alle fragilità del prossimo –, invece, il sangue del suo sangue viene prima del futuro. In cerca ora di una clinica, ora di un'ultima dose, Abbi Jacobson accompagna un ottimo Dave Franco, alle prese con la prima grande prova distante dalle commedie demenziali e dall'ombra del più famoso James, in una Los Angeles in cui tutti vanno in rehab e le tentazioni sono sempre dietro l'angolo. Lei, con un vestitino da cocktail fuori luogo nei mondi di Shameless, sfida i bassifondi e attacchi di panico in cui pensa letteralmente di annegare (e Seth, in tutto ciò, resta la sua zavorra). Lui, in preda ai sudori freddi, al vomito e agli attacchi di dissenteria, è un tornado che ti porta in alto nei momenti di euforia e poi ti distrugge. Un'ora e quattordici per passare a comprare una torta d'alta pasticceria e la droga. A sorpresa, abbastanza per affezionarsi alla semplicità e al realismo di questo film. Due protagonisti al loro meglio. Una regia notturna, serratissima, con un taglio stilistico alla Sean Baker che a tratti lo rende un gioiellino. Dramma indie sparato dritto in endovena, 6 Balloons ha tutto il dolore, la violenza e la tenerezza che possono starci. In una macchina che porta verso i pusher. In un palloncino a elio sospeso nella speranza, finché non scoppia. (7)

Sentirle dire che non è felice davanti a una colazione a letto. Davanti a un ragazzo che, fra giochi erotici, piccoli riti e un linguaggio di gesti e risate coniato soltanto per loro, cerca di mantener viva la scintilla. Lui, infatti, è sentimentale per natura. Lei, la realista dei due, pare invece eternamente insoddisfatta. Colpa di un figlio che non arriva, degli ex, del cane che puzza, della cortesia esagerata del primo e della luna storta dell'altra. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Melodramma (pre)matrimoniale con protagonisti logorroici, bizzarri e umani che sperimentano al terzo anniversario le gioie e i dolori di mettere il cuore al vaglio, la commedia Netflix ha comprimari telefilmici per nulla indispensabili (Isidora Goreshter da Shameless e Kristin Bauer van Straten da True Blood) e un piglio indie che, al solito, la salva dai connaturati difetti. Dopo tre anni d'amore, per la copia uscita peggio di Zoey Deschanel, Noel Wells – già vista e mal sopportata in Master of None –, e Ben Schwartz, è in agguato la fine o forse un'altra occasione? Tutta questione di punti di vista, in Happy Anniversary. Un giorno all'apparenza lieto innesca nella coppia – che prende in giro le smanie dei coetanei radical chic, che si dà contro per sport pur di non cadere vittima della medesima ipocrisia – una serie di reazionie e pensieri collaterali. Accontentarsi. Ingannarsi. O, semplicemente, rassegnarsi al fatto che il tempo si cambi, anche come amanti? (5,5)

Non ho mai fatto mistero della mia predilezione per il cuore nero degli horror iberici, né per la concezione secondo la quale nel cinema di genere – ormai senza idee vincenti – si debba preferire la forma alla sostanza, se in cerca di qualche guizzo. Verònica è un film che gioca con il fuoco delle tavolette Ouija e il fascino delle evocazioni: l'ennesimo. Corrono gli anni Novanta, ed ecco i poster alle pareti delle adolescenti, le cuffiette del walkman nelle orecchie e un piacevole gusto kitsch, che contempla luci al neon e musica elettronica. La protagonista, quindicenne, è la primogenita di una famiglia bella ma popolosa, in cui lei si trova a fare un po' da mamma. Anche se aspetta ancora il primo ciclo mestruale, confine invisibile fra le donne e le bambine. Anche se le ragazze responsabili non trafficano con l'occulto da edicola, con il rischio che qualcosa – un'ombra alla James Wan, mostrata con intelligenti vedo-non vedo – si impossessi del suo corpo. Non mancano i cliché: la suora cieca con un fiuto per il male; il detective messo in difficoltà da un crimine con implicazioni paranormali. Non manca lo splatter, con un lungo incubo in cui la protagonista viene divorata dalla nidiata di fratelli minori: gli stessi che rendono adorabili, eppure, la quotidianità e il giovane cast – su tutti ovviamente lei, la bravissima Sandra Escacena – dell'ultimo film del sempre affidabile Paco Plaza. Il regista, braccio destro di Balaguerò nella saga in caduta libera di Rec, ricorda i nostri Fulci e Argento nella grana autenticamente rétro delle immagini; perfino lo Spielberg di Incontri ravvicinati, con il tenero Antonito incantato sull'uscio del bagno. L'eclissi oscura Madrid e anima un ipnotico delirio, fra possessione satanica e allucinazioni, con un tocco d'autore – classico e modernissimo insieme – che, come si diceva, sa fare la differenza. Inquietante metafora del diventare adulti come il cannibale Raw, Verònica è la riprova di come il male padroneggi tutti gli idiomi del mondo. Lo spagnolo, lingua di balli di gruppo e brividi non da poco, a quanto pare, meglio di altri. (7,5)

martedì 16 agosto 2016

Mr. Ciak: Equals, Into the forest, Tallulah, Ghostbusters, La Notte del Giudizio 3


Una studentessa inglese con il visto in scadenza si innamorava di un giovane americano. E, insieme ma distanti, scoprivano che le promesse per la vita non si addicono ai vent'anni. Una studentessa, un'altra, s'innamorava – corrisposta – dell'uomo che la ospitava. Neanche i compromessi, neanche le responsabilità, giovavano alla relazione tra la pianista dagli occhi verdi e il suo ospite. A ideale conclusione di una trilogia sentimentale in cui d'amore si soffre, il Drake Doremus che tanto stimo propone un'ennesima coppia in difficoltà, questa volta sulla soglia di un futuro prossimo. Se erano i problemi di tutti i giorni, la gelosia o l'assennatezza, ad allontanare prima Anton Yelchin e poi Guy Pierce dalla dolce Felicity Jones, in Equals è una società distopica a condannare Silas e Nia, amanti fuorilegge, alla solitudine. Di bianco vestiti, rigidi e impassibili, si muovono senza sfiorarsi mai in un mondo alla Delirium, in cui guerre e pestilenze sono state debellate assieme al sentimento. Cosa succede se, davanti all'ennesimo suicidio, lei tradisce un moto di dispiacere? Cosa fai se scopri che saprebbe ricambiare il tuo bacio? E che futuro avreste mai, poi, in una città in cui solo due robot su cento, mille, un milione, hanno riacquistato l'anima? Cambia il genere, più alla moda, ma non l'occhio indie. Drake Doremus, per la sua ultima missione, abbandona le luci sfarfallanti delle metropoli e i pendolari, e si sposta su un set dalle forme avveniristiche, nemmeno troppo originali però, che fa suo ugualmente: lo si nota nei colori che si animano, nelle inquadrature geometriche, nella lentezza del risveglio sensoriale. Non tanto nell'iperuranio, quanto in camera da letto con Nicholas Hoult e Kristen Stewart. Equals ha tagli e temi tutt'altro che inconsueti, ma il regista aggiunse silenzi, l'intimità e quei finali sempre in bilico dei suoi. Con un duo di belli e intensi, riscattati già tempo fa dal fantasy adolescenziale, che lì per lì sembrano frettolosi e freddolosi. Il rigore formale, l'approccio per nulla strappalacrime, gli pianta il freddo dentro, e ci vuole un po' a scacciarlo. Si arriva perciò a un finale struggente ma speranzoso, con uno sbalzo di temperatura che fa scricchiolare la seconda parte: dalla monotonia alla sfiorata tragedia, in cui i richiami a Shakespeare tormentano. Si perdona l'escursione termica, l'imperfezione, in nome dell'emozione che quando arriva, finalmente, minaccia di commuovere. E Drake Doremus, sensibile regista di coppie tribolate e chiuse amarissime, con l'amore ci fa pace nel film meno nostro; paradossalmente, quello in cui l'amore causa le guerre. (6,5)

Vivono in una casa di vetro immersa nel verde, un padre e le sue due figlie. Eva, posata e matura, tempra il suo corpo notte e giorno a ritmo di musica. Nell, piccola ma responsabile, si impegna per l'ammissione al college: non vuole deludere le aspettative del genitore. Così diverse e così indispensabili l'una per l'altra, complementari, dovranno farsi forza all'indomani di un'apocalisse sconosciuta. L'elettricità salta, si regredisce a quel tempo in cui si viveva di caccia, agricoltura, affetti essenziali. E se la loro casa iniziasse a crollare per le intemperie, esponendole agli agenti atmosferici e alla violenza del prossimo? E se queste piccole donne nell'occhio del ciclone, che ogni tanto si concedono il lusso del generatore, una canzone o un video alla televisione, facessero gola a lupi dall'aspetto umano? Appartenente a un filone scif i che fa facilmente breccia – la fantascienza umanistica di un Perfect Sense, con domande senza risposta, contagi, effetti speciali assenti e emozioni forti -, Into the forest è un Hansel e Gretel al femminile, su due giovani donne vulnerabili. Delicatissimo e discreto, è impreziosito dall'elegante regia della canadese Patricia Rozema, che adatta un romanzo da noi purtroppo inedito, e dalle significative interpretazioni di Evan Rachel Wood e Ellen Page: ex ragazze prodigio del cinema indie - la prima bravissima ma incostante nelle scelte, l'altra penalizzata da un'eterna giovinezza e da un outing che, un po', le ha cucito addosso ruoli da dura -, sono le assolute padrone di casa. La foresta è maestra di vita, e avere lo stesso sangue in circolo scalda, d'inverno. Si inganna il tempo, non si tralasciano l'ordine e le passioni di una vita fa. Se la corrente ritornasse, vorremmo forse farci sorprendere allo stato ferino, sepolti i rituali e la cultura, dimenticata per sempre l'umanità? Eva non smette di muoversi, dunque, anche se al ritmo gelido del metronomo. Nell studia, la testa china sui libri, anche se non servono più le università e gli attestati. I fucili in pugno, puntati contro l'ignoto, e una mano da stringere, nel bisogno estremo. (7)

Tallulah vive un'esistenza da nomade. Nel suo mènage, ha trascinato il borghese Nico: giovane di buona famiglia, in fuga da una mamma che gli aveva riversato troppe aspettative addosso. Da quella mamma, un giorno, decide che vuole ritornare; lascia la protagonista nel cuore della notte. Il viaggio in macchina fino a New York è per ritrovarlo: una mossa disperata per non perdere ciò che quel ragazzo, l'ennesimo che la abbandona, rappresenta. Casa. Nella City, Lu incrocia altre due donne e i loro rispettivi guai. E di un dolce guaio di nome Madison, quasi due anni e un pianto che spezza il cuore, si fa carico: anche se il prendersi cura della bambina, l'assecondare il suo bestiale istinto materno, somiglia tanto a un rapimento. Da una parte abbiamo, Margo, madre di quel Nico ormai uccel di bosco e piantata in asso, a cinquant'anni, da un marito che si è dichiarato omosessuale; dall'altra, invece, Carolyn, ricca moglie trofeo e madre incapace, privata di una bambina che starebbe forse meglio altrove. La scapestrata Tallulah unirà le loro vite distanti e darà un senso alla loro solitudine: ingannando Margo, le dirà che la minore rapita è in realtà una nipote sconosciuta; tormentando Carolyn, alticcia e bisognosa, le farà sentire la struggente mancanza della figlia trascurata. Cosa succederà, però, quando arriverà il momento di assumersi tutta la responsabilità? Scrive e dirige Sian Heder, creatrice di Orange is the new black, che di vite al limite e donne a pezzi ne sa senz'altro qualcosa, e il risultato è una produzione che se ne infischia dell'originalità, sì, ma anche un triplice e intensissimo ritratto di signora. Le eroine, abbandonate dal prossimo e in cerca di calore, ugualmente vinte, ricordano tanto quelle dell'ultimo Virzì: le risate esagerate, la ricerca della felicità e la strada che, meglio di qualsiasi scuola, insegna. Se Ellen Page ci prova (e fa sorridere la sensazione di vederla quasi alle prese con il prosieguo ideale di Juno) e la televisiva Tammy Blanchard – qui, bionda e ispirata – sorprende, non c'è dubbio che su tutti svetti la magnifica Allison Janney: già alle prese, nel piccolo cult di Reitman, con le bizze di una Page in cerca di ruoli nuovi e delle carte d'adozione; già pessima genitrice, ma straordinaria caratterista, nella sitcom Mom. Sono diverse, le tre, talora nemiche giurate: ma c'è un pianto – un bisogno – che le porta allo stesso punto; davanti al medesimo finale. Dove si riversano una sfiorata tragedia; le speranze che per una volta le proverbiali mele cadano lontane dagli alberi e rotolino lungo il crinale di un collina, verso la salvezza; la visione di rinunciare alla gravità e di librarsi su Central Park. Ma la volontà di farcela, di ritentare, le porterà ad allungare la mano, aggrappandosi al primo ramo. Quando abbandonarsi al vuoto e naufragare nello spazio, invece, sembrava l'unica scelta ammissibile. (7+)

Ho seguito in silenzio le polemiche che sono toccate al reboot che, stando ai più, non aveva ragione d'essere. Si parlava del contrastato Ghostbusters, rifacimento di un film cult che ha spento trenta candeline e che, per forza di cose, ho visto quando già agli occhi delle nuove generazioni risultava datato: nasco a metà degli anni '90, infatti, ma soltanto nei Duemila sono conscio di ciò che guardo e di ciò che mi piace. E i film di Reitman, al contrario di un Ritorno al futuro, non hanno mai fatto breccia: sarà che non sono nella lista degli imperdibili stilata da un papà che gli anni '80 non li ha mai superati? E a lui, che al tempo eppure c'era, questo Ghostbusters in rosa è piaciuto. Commedia fantascientifica dalla comicità non tra le più raffinate, ma colorato intrattenimento per famiglie, ha le partecipazioni amichevoli di un'antica squadra che non serba rancore, una computer grafica all'avanguardia e un simpatico quartetto. Meritava gli impietosi paragoni mossi da spettatori che non hanno appeso al chiodo i paraocchi? Può dirsi una catastrofe, se consolida il solido duo McCarthy-Wiig, ci lascia scoprire il talento dell'eccentrica Kate McKinnon e mostra l'adone Hemsworth, qui segretario in prova, autoironico come non mai? Il divertimento abbonda e fuori luogo, in definitiva, appare tutto il gran rumore. C'è chi, chino sul cellulare, fiuta Pokemon e chi, nella classica New York avvezza a cataclismi e possessioni massive, caccia ectoplasmi, critiche gratuite e amicizie tra reietti. Le quattro colleghe, ad esempio, che abbandonano carriere sicure per il richiamo dell'avventura, incappando nel calore degli americani e nelle rimostranze degli italiani. Haters gonna hate. Serbo il mio odio per cose sporadiche e persone contate, io; figuriamoci per quattro professioniste che il loro lavoro – di comiche e cacciatrici – lo fanno, e sotto il fuoco incrociato di spettri arrabbiati e critici luciferini. (6,5)

Per le strade, l'inferno. Sangue e pazzia. Ragazze dalle auto sfavillanti che, con Party In The Usa in sottofondo, brandiscono mitraglie e macheti; turisti in cerca di morte; anziane donne che uccidono i mariti e guardano i cadaveri bruciare; rivali ghigliottinati in piazza; faide e vendette. Una volta l'anno, tutto è concesso. C'è la Purga. E, una volta l'anno, in sala, ecco i capitoli aggiuntivi di una distopia a tinte forti che, partita a sorpresa con l'interessantissimo La notte del giudizio, tenta come può, volta per volta, di mostrare volti inediti e angoli nascosti di uno spunto raro e di un'America allegorica. Negli Stati Uniti è tempo di elezioni: nella finzione, così come nella realtà. E non ci vuole poi troppo a individuare i facsimili di Hillary Clinton e Donald Trump, nello scontro tra progresso e privilegio, donna e uomo, vecchio e nuovo. Chi vincerà? Tutto è in forse, se si deve sopravvivere a una parentesi anarchica che è un'ottima scusa, in realtà, per sbarazzarsi di colei che appoggia il cambiamento. Da una parte c'è una governatrice, protetta dalla guardia del corpo; dall'altra, ci sono il proprietario di un piccolo alimentari e il suo braccio destro che, le armi in pugno, difendono il loro scampolo di american dream. I cenni alla cronaca non si contano, e ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale, in Election Year: terzo film di una fortunata serie che, dalla sua, ha la puntualità delle allusioni, sangue freddo e scarsa concorrenza, in sale poco affollate. L'ultimo, quantomai satirico nelle intenzioni, ha però una sceneggiatura non all'altezza del soggetto. L'inquietante quadretto che vi ho descritto in apertura? Puro suppellettile. The Purge sceglie la fuga, pretese di alta tensione, bruciandosi l'idea di antagonisti iconici – le sanguinarie e sguaiate dame che ascoltano la Cyrus, ad esempio – e analizzando le buone intenzioni di un quartetto penalizzato dai pessimi attori. L'azione si somma allo splatter, e finisce per diventarne un rimpiazzo; la morale, amarissima, è diluita da lungaggini e grandi gesti eroici. Election Year, che quasi sicuramente non resterà senza eredi, è peggiore dei due predecessori – in parte, prevedibili difetti del brodo allungato – ma dà da pensare, sì. Cosa che non si può chiedere a tutti gli horror estivi. Cosa, però, che potevamo chiedere eccome, e meglio, a chi tira il sasso e, per fretta e buonismo, nasconde poi la mano. (5,5)