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giovedì 25 settembre 2014

I ♥ Telefilm: Finding Carter, You're the worst, Under the dome

Finding Carter
Stagione I
La mia attività preferita, in estate, è annoiarmi. Cercavo la compagnia di una nuova serie tv e, poco convinto, mi sono avvicinato a Finding Carter. L'ennesima robetta adolescenziale, immaginavo, con un tono che non volevano essere dispreggiativo: a me la robetta adolescenziale piace, soprattutto se targata MTV. In questo caso, di nuovo c'è poco, ma sapete che Finding Carter merita? L'ho capito dai due episodi iniziali, rilasciati contemporaneamente, come fossero una lunga puntata di un'ora e mezza, e dalla sensazione di avere a che fare con qualcosa di profondamente familiare. La storia è quella dell'adolescente Carter che, grossomodo, è una come tante. Un problema con la giustizia, una notte, non le assicura macchie sulla sua fedina penale, ma una scoperta che rivoluziona tutto. In commissariato hanno già le sue impronte digitali. Lei non si chiama Carter, lei non è figlia della giovane donna che l'ha cresciuta: è stata rapita da bambina e, per tutta la vita, ha vissuto con la criminale che l'ha strappata ai suoi genitori. L'adolescenza è un periodo terrificante: mette in discussione tutto. E cosa mette in discussione, esattamente, la consapevolezza di non essere chi pensavamo? Carter può riabbracciare la sua famiglia e ritornare a casa, tredici anni dopo. Ma quelli che la abbracciano sono estranei, e lei non ricambia l'abbraccio. Finding Carter è uno young adult sulla scoperta delle proprie origini e sul riappropriarsi di un'identità negata, ma narrato dal punto di vista di una protagonista umana ma tormentata, che capiamo e non. Perché Carter si scopre parte della famiglia perfetta – ma esistono famiglie perfette? - eppure quello che vorrebbe fare è fuggire via, con quella mamma fasulla che seguirebbe in capo al mondo. All'inizio non può, poi non vorrà più, ma porterà novità e danni nell'esistenze con cui entrerà in contatto. Inserita in un nuovo liceo, si procurerà amicizie e inimicizie, amori e odi e, curiosa e screanzata, godrà della luce della popolarità. Kathryn Prescott, minuta e bellina, dopo Skins e una “spregevole” particina in Reign, si mostra una brava padrona di casa, ma sono i comprimari a farsi volere bene. L'affascinante mamma poliziotto, la timida sorella gemella, il carinissimo e precoce fratello minore e, soprattutto, Max: il migliore amico che, dietro l'aria da ragazzaccio, tocca con un'anima da autentico bambino perduto. Il finale di stagione, con segreti mai rivelati che aleggiano ovunque, è sospeso e abbastanza forte. Ci vorrà l'anno prossima per mettere insieme i pezzi. I colpi di scena non mancano, la serietà non pesa, la leggerezza incontra il dramma e lo stempera come meglio può. Finding Carter cattura con il pregio di una semplicità intelligente. E piace, per la descrizione di dinamiche familiari che fanno pensare nostalgicamente ai teen drama classici, tradizionali: a me a The O.C, ma senza villette con piscina, e a Kyle XY, ma senza alieni. Be', Carter – adorabile e odiosa – un po' alieno lo è. (7+)

You're the worst
Stagione I
Un'altra serie debuttata nei mesi estivi. Un'altra scoperta. You're the worst – sfrontato, dissacrante, ironico, sexy – è un modo più o meno nuovo di tornare a parlare d'amore. Le cose di cui parlare sarebbero tante - dalle battute fulminanti all'alchimia tra i protagonisti, dall'originalità dei toni al ritratto grottesco di un pugno di trentenni tutti vizi e grigliate in giardino – ma parto dicendone un'altra. Per guardare i dieci episodi di cui la prima stagione è composta mi ci sono voluti due mesi. Duecento minuti complessivi, distribuiti in una sessantina di giorni. Ma come si fa? Personalmente, la curiosità che ho provato agli inizi è finita per scemare e, verso il finale di stagione, una certa irritazione ha prevalso. Non tanto nei confronti della serie, quanto del formato sit-com. You're the worst, visto una volta ogni tanto, non me lo sono goduto come avrei voluto. Peccato, perché in questo modo non so parlarne oggettivamente. Recuperatelo adesso, e guardatelo in due giorni. Sarà uno spasso: garantito. Avrete tutta la mia invidia, ché è un gioiellino. Io il primo episodio, visto a luglio, neanche lo ricordo più. Ho vaghi flash dell'incontro tra Jimmy e Gretchen, ma, ormai, so come va a finire tra loro. Due tipi strambi e sopra le righe. Due pitbull, per citarli, che prendono a morsi gli altri cani, ma che tra loro vanno d'accordo. Si contendono il posto sullo stesso divano. La loro non-relazione è fisica: questione di chimica. Giurano di non amarsi mai, ma prima che un sentimento (per noi non tanto) impreviso faccia capolino, fanno del gran sesso, si saccheggiano i frigoriferi, ridono delle vite degli altri. Come la Kunis e Timberlake, ma in una rilettura politicamente scorretta, sono Amici di letto... ma diventeranno altro? Fantastici i protagonisti, che non conoscevo: Chris Geere, biondino dall'aristocratico accento british, e la rossa tutto pepe Aya Cash, divertita e seducente. Lui, scrittore fallito che salta da un letto all'altro, da quando quell'acidona della sua ex l'ha mollato; lei, manager di rapper all'avanguardia, con una parentesi da galeotta, l'allergia all'amore, la simpatia verso il bicchiere. Attorno a loro, tra ambienti finto chic, vernissage e brunch, un mucchio di parlocce e comprimari esilaranti: come Lindsay, paffuta mogliettina ninfomane, e Edgar, reduce di guerra che vive di programmi di cucina, crisi isteriche e così via. You're the worst, cattivo e inviperito, romantico e osé, non è un'altra stupida commedia americana. O forse sì? Come Don Jon, il telefilm Fox, infatti, i clichè li usa e li getta, li bacia e li mangia, con l'aiuto di un cast a sorpresa e di uno script brillante, ma – per me - vagamente schiavo della monotonia. Una commedia, questa, che non diventa mai rosa. Abbasso l'amore! (7)

Under the dome
Stagione II
Certo che chi Stephen King lo conosce solo per Under the dome, ragionevolmente, chiederebbe: ma re dell'horror dove? La serie televisiva, tratta da un corposo romanzo del mio autore preferito che ahimè non ho letto, perché pubblicato in un periodo di rottura provvisoria tra me e il caro zio Stephen, ha caratteriste contrarie a quelle del suo famosissimo ideatore. Cose che, quando leggo King, sottolineo spontaneamente: la scrittura magistrale, i personaggi dinamici, gli intrecci fitti ma coerenti, la tensione che non si perde, nonosante le tante pagine e i tanti dettagli. Cose che ci sono in Under the dome: nessuna delle precedenti elencate. Ah, non proprio vero: nel primo episodio, in una scena girata in un bar, c'è l'autore in persona – in un simpatico cameo – che chiede tutto gentile una tazza di caffè. Stephen, carissimo, non potevi chiedere che si facesse qualcosa di poco, poco meglio? Come la prima stagione, infatti, che mi aveva lasciato con un gran bel punto di domanda, anche la seconda – coi suoi tredici episodi – va avanti tra alti e bassi, ripetizioni e noia, trovate fantasiose (poche) e altre (parecchie) un tantino assurde. Nonostante la voglia di spoilerarmi tutto con l'aiuto magico di Wikipedia, mi trattengo, e quindi non so dirvi quali sciocchezze siano da attribuire alla riscrittura per la televisione, quali allo scrittore stesso, che in quel periodo pareva oggettivamente non brillare granchè. Si riparte da dove si ci era fermati (e chi se lo ricordava?) e si cambia il minimo indispensabile. Il microcosmo rappresentato da quella Chester's Mill in una bolla aliena rimane invariato, se non fosse per gente di poco conto che muore e gente (non sempre) di poco conto che, in qualche strano modo, torna. Viene meno, purtroppo, la mia amata Britt Roberson, destinata ad essere un'apparizione evanescente soltanto verso la fine, e si aggiunge un'altra ragazza, sbucata dagli anni '80 e tornata da una morte per omicidio. Posso anticiparvi che, questa volta, si esce all'esterno, ma la Cupola non lascia mai i suoi personaggi del tutto liberi. Si aprono dei tunnel, passaggi incomprensibili per dimensioni parallele, ma – con personaggi che giocano ai piccoli esploratori delle caverne e altri in preda alla sete di ventetta – si marcia più che altro sui consolidati drammi. Una vaga atmosfera apocalittica-catastrofica si respira, ma forse gli esigui effetti speciali non permettono grosse trovate. La storyline si infittisce, ma si lasciano seguire soltanto le vicente dei due belloni Mike Vogel e Rachelle Lefevre (lei bellissima!) e degli adolescenti “in vitro”, Colin Ford e Mackenzie “che fronte alta che hai” Lintz, a cui si aggiunge un occhialuto hacker doppiogiochista e la Melanie che visse due volte. Limitatevi a guardare le scene in cui ci sono loro, se non volete perdere il filo conduttore ma di seguirlo per intero non vi va. Finale leggermente ansiogeno e spalancato nel vuoto, un enorme boh, un ovvio to be continued. (5,5)

giovedì 24 dicembre 2015

I ♥ Telefilm: Catastrophe, The Affair, You're The Worst, Please Like Me

Catastrophe 
Stagione I-II
Immaginatevela pure. Sharon – quarantuno anni a breve, professione maestra – a gambe all'aria, durante un controllo medico. Scoprire, nella stessa mattina, di essere in attesa di un bambino e di avere quello che, evolvendosi, potrebbe rivelarsi un tumore. Il nascituro, risultato di una notte e via. La metastasi, invece, causa di ereditarietà e di malanni della mezza età. Al suo fianco, mentre il ginecologo dà notizie belle e brutte, Rob – americano lontano da casa, pubblicitario di successo. Un bicchiere di troppo, un corteggiamento spiccio e, tra mosse impacciate e risate involontarie, i due sono finiti a letto. Quella che per Rob doveva essere una tappa nella piovosa Londra, così, diventa un impegno più grande di lui; una pazza notte di passione, invece, una storia che vuole parlarci – ma coi toni politicamente scorretti che tutti noi amiamo – di responsabilità e piani alternativi. Eppure, quando hai una certa età e quel bambino concepito contro tutti i pronostici potrebbe essere l'ultima volta per essere mamma o papà, perché temporeggiare? Sospirare, accontentarsi e, magari, con la convinvenza e un matrimonio riparatore all'orizzonte, scoprire di volersi bene. Non tutte le catastrofi vengono per nuocere. Catastrophe è la comedy, irriverente e realistica, romantica in un modo che è solo suo, per chi ha apprezzato cose come Scrotal Recall e, a viva voce, si domanda: a quando un seguito? Queste serie inglesi – impeccabili per qualità, inaffidabili per puntualità: la seconda stagione di questa, però, ho avuto la fortuna di vederla subito dopo, e ci mostra i nostri protagonisti a due anni di distanza, con una ampia famiglia al seguito – hanno sempre temi semiseri, dialoghi esilaranti, attori che funzionano alla perfezione quando si cercano le risate e il momento di riflessione improvviso. Un po' come Sharon Horgan e Rob Delaney che non sono né bellissimi né giovanissimi ma che, con i ruoli cuciti su misura, sono folgoranti per la naturale alchimia e la reciproca confidenza. In cerca ora di un nuovo impiego, ora di un testimone di nozze, non mancano i comprimari bene a fuoco e esempi di triviale, pungente umorismo britannico. Ma quando sei nel mezzo del cammin della tua vita e la salute va e viene, è una inaspettata morsa al cuore attendere i risultati di quegli esami importantissimi – e, pensiero spaventoso, se il bambino non fosse sano? - e vedere come, nonostante gli ormoni rendano lei emotivamente fragile e vorace, il desiderio di cercarsi non manchi mai. (7,5)


The Affair
Stagione II
Scrittore sposato e padre di quattro figli, quarantenne di bell'aspetto e antica ambizione, perdeva la testa e il sonno per una cameriera dal sorriso sfuggente, durante le vacanze al mare, a casa dei facoltosi suoceri. Lei, agli occhi di lui seducente e fatale, in realtà aveva un lutto nel cuore – e un cuore, poi, lo aveva ancora? - e la paura dell'acqua: sposata per inerzia, ma purtroppo mancante di una parte vitale. Le bugie, il sesso di fretta, gli incontri rubati. Una relazione extraconiugale da nulla, un'avventura estiva per sentirsi giovani e contenti per un po', aveva avuto un esito imprevisto: felice per alcuni, infelice per altri. Dipende dall'occhio di chi guarda. L'abbandono dei rispettivi compagni di vita, la convivenza, un bambino in arrivo: la scappatella, tra confessioni dolorose e addii provvisori, era diventata amore vero. Il sesso occasionale, un divorzio: in mezzo, però, interrogatori serrati e il mistero. Nel primo The Affair, uno dei debutti più memorabili dello scorso anno, c'erano le molliche di pane di un giallo da risolvere: chi era alla guida dell'auto che ha ammazzato il subdolo Scott Lockhart? Si ritorna, intrigati al solito, sulla scena del crimine passionale – e, questa volta, si fa la spola tra la quieta Mountak e la città, luogo cardine di nuove tentazioni e svolte -, e qualcosa è cambiato. In tutti loro e nella struttura. I punti di vista raddoppiano e si triplica l'impegno di sceneggiatori e interpreti. I dialoghi realistici, gli inevitabili faccia a faccia e le litigate furibonde si fanno più intense, se a raccontarsi a cuore aperto sono anche i traditi: un Joshua Jackson con la pancia da birra, che torna a riporre fiducia in Cupido, romantico per natura, d'altronde, sin dai tempi di Dawson's Creek; una grande Maura Tierney, in cerca di ripicche da poco e della forza espressiva che, dopo tante partecipazioni in tivù, avevamo dimenticato. Il tempo cura la ferite: si resta in buoni rapporti, quando un matrimonio finisce, e i rimpianti si mettono da parte. Ma l'amore finisce così? Nel frattempo, Noah e Alison sembrano perfettamente realizzati: lui è un romanziere di successo, lei ha ripreso l'università e, dopo la perdita di Gabriel, aspetta un altro figlio. La spiaggia di notte e la clandestinità, però, hanno dato a lui una storia – il suo best seller parla di loro, coi toni pruriginosi che piacciono alle lettrici delle Sfumature di grigio – e a lei un'ennesima etichetta mortificante – l'amante può diventare moglie? Noah, non diversamente, si domanda: un uomo buono, mediocre, può essere un uomo grande? In un finale carico di colpi di scena, sospeso e orchestrato con lucidità, il duo diventerà triangolo, sulle note di una brilla ma magistrale The House Of The Rising Sun e di uno schianto che uccide. Dominic West, recidivo e granitico, ci terrà in scacco con un estenuante botta e risposta tra lui, artista in crisi, e la strizzacervelli Cynthia Nixon; la rivelazione Ruth Wilson, a lungo spenta, nei suoi vestitini floreali di casalinga e mamma, farà sentire una voce che pesa, sovvertendo i fragili equilibri raggiunti dai piatti della bilancia. (8)

You're The Worst
Stagione II
Gretchen e Jimmy, nemici giurati dell'amore, alla fine aveva ceduto al lato scuro: la convivenza. Mentre si tiravano le conclusioni della prima stagione, li vedevamo già provati e molto titubanti. Quanto avrebbero resistito? Se Edgar, reduce di guerra, sogna di andare a vivere con l'innamorata di turno e la sfacciata Lindsay, all'indomani del divorzio, si consola con gelato in quantità industriale e esilaranti piani di vendetta, in Gretchen – sfrontata e spensierata a forza – qualcosa si spezza. Abbandona il letto nel cuore della notte e piange in macchina. Spia i vicini felici, sognando la loro vita. Si ammala di depressione e non chiede l'aiuto di Jimmy che, checché ne dica il titolo, è andato a vivere con lei pronto al meglio e non al peggio. Ogni persona ha ombre nel passato e Jimmy, scappato da una famiglia chiassosa, avrebbe voluto vivere la convinvenza con serenità. L'egoismo sarà più forte di questo loro grandissimo non-amore? You're the worst, la sexy e divertente rivelazione Fox dello scorso anno, creatura estiva per eccellenza, è ritornata in autunno, con tre episodi in più e nuove tematiche. L'incesensurato Amici di letto a cui ci eravamo subito affezionati si scopre cresciuto. Diverso, nel bene e nel male. C'è più spazio per gli altri, si fa meno all'amore e, cose che capitano con la convinvenza, della persona con cui dividiamo il letto si scoprono le segrete debolezze. Come Jimmy, si è messi perciò davanti a una scelta. Abbandonare la nave che affonda, oppure rimanere accanto all'adorabile Aya Cash, che questa volta si concede di meno, ma si impegna di più? Per me, che nei precedenti episodi avevo trovato uno script brillante ma una certa ripetitività, la maturità fa tanto bene a un nuovo ciclo di You're the worst. La solita scrittura moderna e graffiante, la leggerezza che ha un suo peso specifico, gli attori in parte. Anche se il rischio di non prendere le loro storie sul serio, coi toni sopra le righe e il linguaggio colorito, era forte. Ma andava corso, suppongo, per scoprirsi adulti a trent'anni suonati. (7)  

Please Like Me
Stagione III
Vitale presenza nei famosi listoni, lo scorso anno, una freschissima comedy australiana che – a colpi di testa, colore, umorismo – era sbucata dal nulla per tenermi compagnia, con i suoi bizzarri personaggi extraterrestri, i cani a pelo lungo che stanno invecchiando, le torte fatte in casa. E quella sigla irresistibile che ti entrava in testa, invitandoti a fischiettare e a unirti a loro, tutti presi dalla convivenza, da relazioni sentimentali che cambiano dall'oggi al domani, dai preparativi per le affollate serate in famiglia. La storia di Josh – da etero a omosessuale senza drammi esistenziali – mi aveva fatto conoscere il talento sorprendente di Josh Thomas, attore protagonista e autore, e risate disimpegnate ma non troppo. Avevo visto la prima stagione, poi subito recuperato la seconda: con una maratona in piena regola si colmava la mancanza, anche se a rischio c'era che il tutto potesse venirmi leggermente a noia. Stessa sensazione prevale, ma più forte, durante il terzo anno in sua compagnia. Dieci episodi piacevoli e ben scritti, ma in cui ai personaggi accade poco. Il coinquilino Tom si innamora, ma pensa alla ex; i genitori vanno in crisi, di nuovo; la famosa ex, la bellissima Claire, ritorna a casa e semina dubbi. Josh, in tutto ciò, si prende cura del bisognoso Arnold: ragazzo fragile e tenero, a cui volere bene come un cucciolo; ma sarà davvero la scelta intelligente, se un sito d'incontri – i due, per un po', hanno deciso di essere una coppia aperta – gli fa conoscere un'altra persona, che non è solo la storia di una notte e via? Nell'arco delle puntate, inoltre, la gallina Adele verrà sacrificata per una nobile causa: nella scena più simpatica e memorabile, i commensali le rendono omaggio pregando e intonando, stonati, un'assurda Someone Like You. Le chiacchiere fitte fitte come in un giovane Woody Allen, figure che – alla fine - poco osano combinare, il sonnecchiare sui proverbiali allori per la tanta sicurezza guadagnata. Quanto sei simpatico, Josh? E qui, purtroppo, quanto autoreferenziale? (6,5)

martedì 30 dicembre 2014

2014 I ♥ Telefilm Awards - Perché ho visto quel (poco) che ho visto

Altro appuntamento giornaliero, altra Top10. Si parla, questa volta, di telefilm. Chi avrebbe detto che guardo pochissime – be', poche – serie tv? Me ne sono reso conto stilando la mia lista. Ho seguito pochissime novità e, perlopiù, ho proseguito con vecchie conoscenze e segreti guilty pleasure. Mai seguiti Games of thrones e The Walking Dead, ma mi rode essermi perso cose come Fargo, Master of Sex, Sons of Anarchy. Ho visto la luce giusto in estate, quando mi sono concesso la prima stagione di Breaking Bad e, tra esami e corsi, sono fermo ancora a quella. In lista, però, Orange is the new black: sono indietro, ma in base a quei tredici episodi che ho visto... una sorpresona. Propositi per il nuovo anno? Terminare Breaking Bad, per forza, e parlarvi di ogni singola stagione; abbandonare serie che mi trascino svogliatamente da un po'; ampliare a dismisura la lista di cosa vedere. Tornando al mio resoconto... Primo in lista a parte, sono più o meno in ordine sparso. E cioè, notate che sciccheria. Non facevo collage da... mai... e mentre la gente normale dormiva, io ritagliavo e inventavo categorie su categorie. Ne avevo pensate di più, ma avrei dovuto fare altri collage. I miei occhi, le mie mani, il mio computer si rifiutavano. Tutto è stato, per me, abbastanza facile e scontato. Le mie preferenze le so da sempre. L'indecisone giusto per la migliore attrice: ho scelto così perché Orphan Black mi ha stancato un po' e perchè Emmy Rossum è sempre stata eccelsa; la Green – indemoniata, seducente, vestitissima – è la mia rivelazione. Ditemi la vostra. Un salutone a voi. 
Ps. Notate i titoli delle categorie? Tutti a tema musicale, eh eh. E se le canzoni sono trash – tipo la canzone più brutta dell'anno per parlare delle donne più belle dell'anno – pure meglio.
 

1. True Detective: Era appena iniziato il 2014 quando, al debutto di un serial, già si parlava di serie dell'anno. Non si attendevano smentite. Sulla HBO, la perfezione.
2. Shameless IV: Un Settimo cielo per peccatori. Generoso, viscerale, squallido: uno splendore che fa male alle orecchie e bene al cuore.
3. Please Like me: Un colorato, esilarante, acuto racconto di formazione sulle eredità, la convivenza, i ragazzi e le ragazze, i cani a pelo lungo e le tortine da infornare. La mia serie rivelazione dell'anno, davvero. 
4. Orphan Black II: L'apatia all'inizio, ma un season finale con una miracolosa Maslany quintuplicata. Movimentato, surreale: una seria(le) dipendenza.
5. Penny Dreadful: Erotico, gotico, incantatore: la seduzione degli orchi. Eva Green è una dea.
6. Hannibal II: Barocco, eccedente, ricercato. Un bagno di sangue, per una serie che è la yakuzi dei bagni di sangue. C'è l'omicidio come forma d'arte. La morte è poesia.
7. Orange is the new black: Uno spettacolo contro i luoghi comuni; totalmente interessante, sempre vero. Un microcosmo senza sbavature al centro esatto della commedia e del dramma.
8. The Affair: L'erotismo elegante, la passione irrefrenabile, i diritti e i doveri di ogni coniuge, il giallo, due versioni. Un' ordinaria storia di tradimenti e sofferenze che ha più di un mistero... ma l'amore è il più antico.
9. Faking It: MTV sforna un'altra chicca. Venti minuti di spasso, risate, gioventù e bugie. Una sit-come per chi alle sit-com non va appresso. 
10. You're the worst: I clichè? Li usa e li getta, li bacia e li mangia, con l'aiuto di un cast a sorpresa e di uno script brillante, ma monotono. Una commedia che non diventa mai rosa. 

Migliore attore protagonista:
1.True Detective - McConaughey; Harrelson
2.Hannibal - Hugh Dancy; Mads Mikkelsen
3.Vicious - Ian McEllen; Derek Jacobi
Migliore attore non protagonista:
1. Shameless - Noel Fisher
2. Hannibal - Michael Pitt
3. American Horror Story - Evan Peters
Migliore attrice protagonista:
1. Penny Dreadful - Eva Green
2. Shameless – Emmy Rossum
3. Orphan Black - Tatiana Maslany
Migliore attrice non protagonista:
1. American Horror Story – Sarah Paulson
2. Mom - Allison Janney
3. Please Like me - Debra Lawrence



Sono una muchacha troppo sexy:
1. True Detective – Alexandra Daddario
2. Dal tramonto all'alba – Eliza Gonzàlez
3. Faking It – Rita Volk, Katie Stevens
Bello impossibile:
1. The Fall – Jamie Dorman
2. True Blood – Alexander Skarsgard, Ryan Kwanten
3. The Affair – Dominic West, Joshua Jackson
Nice to meet you, where you been?:
1. The Affair – Ruth Wilson
2. Salem - Janet Montgomery
3. The Fall – Jamie Dornan
Sing!:
1. AHS Freak Show – Jessica Lange (Life on Mars)
2. Selfie – Karen Gillian (Chandelier)
4. Bates Motel – Vera Farmiga (Maybe This Time)
Psycho Killer:
1. AHS – Elsa Mars
2. Revenge – Victoria Grayson
3. The Following – Joe Carroll
Oops, I did it again!: 
1. Revenge
2. Devious Maids
3. The Vampire Diaries
Hot Stuff:
1. You're the worst
2. Shameless
3. Penny Dreadful
What the hell! [Spoiler: i momenti boh]:
1. Penny Dreadful – Josh Hartnett si limona Reeve Carney
2. Revenge – Il ritorno del “Conte di Montecristo”
2. AHS Coven – La morte di Taissa Farmiga
We're Never Getting Back Togheter:
1. Sleepy Hollow
2. Once Upon a Time 
Don't Leave Me This Way:
1. Selfie
2. Red Band Society
3.Manhattan Love Story

sabato 3 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: The Young Pope, Fleabag, You're the Worst - Stagione 3

Il Papa giovane conquistava, con l'angelus in apertura in cui si schierava a favore dell'aborto e delle unioni civili. Ma era solo il sogno ad occhi aperti di un quarantenne capitato per caso sul soglio pontificio. Pedina manovrabile, si rivelava poi un osso duro. Bello come Gesù, non si concedeva ai fotografi. Previdente, raccoglieva confessioni nerissime per ricatti e tornaconti personali. Il colpo di testa iniziale era solo lavoro d'immaginazione: e il resto? Lenny Belardo è un santo o un diavolo? Il suo pontificato è una farsa? Sorrentino ci è o ci fa? The Young Pope ha un inizio sorprendente, soprattutto se i manierismi e i vezzi del nostro regista poco li si tollera. Prende un sulfureo Jude Law, attore non più sulla cresta dell'onda, e lo consacra. Prende la Chiesa Cattolica, istituzione di dubbia limpidezza, e ne scandaglia i meccanismi segreti. Tutt'intorno, personaggi che il nostro Papa lo allisciano e lo sabotano: Diane Keaton, guida spirituale che sostituisce una figura materna latitante; uno strepitoso Silvio Orlando, più interessato alla formazione del Napoli che al suo gregge; le biondissime Cécile De France e Ludivine Sagnier, la prima scaltra addetta stampa e la seconda moglie di una guardia svizzera; Javier Càmara, a New York per incastrare chi la Chiesa la infanga commettendo violenza, e uno Scott Shepherd che in Honduras fa vita lussuriosa. Un cast in forma smagliante e un perfetto capomastro, eppure spesso fa capolino il Sorrentino che non capisco: se la vestizione di Lenny con I'm sexy and I know it in sottofondo ha del geniale, se Nada ringrazia per un suo pezzo passato inosservato e rispolverato qui dall'accorto regista campano, meno riconoscenza e meno stupore vanno a una scrittura fiume che, al solito, sconfina qui e lì nel kitsch. Mi sono parse ridicole – non so se volontariamente o non – le tresche di Dussolier con la conturbante consorte di un immaginario narcotrafficante; si arriva alle puntate conclusive, purtroppo non all'altezza delle prime, curiosi e un po' stanchi. Paolo Sorrentino non perde la sua infondondibile cifra stilistica: qualcuno se ne rallegra, io non troppo. Impossibile però, pur avendo storto a tratti il naso e nutrendo più dubbi sul suo finale che sull'esistenza dello stesso Dio, non riconoscergli innumerevoli meriti: monologhi e dialoghi potentissimi, quando non abbondano i silenzi o le canzoni pop; una direzione impeccabile e il coraggio dei folli; memorabili scene madri (la preghiera silenziosa sul fondo di una piscina, o quella tra il rombare dei camion). L'egocentrico Sorrentino racconta l'umanità di un Pontefice che somiglia un po' a Bergoglio, un po' a Luciani, un po' a Ratzinger, ma The Young Pope è tale e quale a lui: supponente, misantropo, strabordante. Crederci è un atto di fede. Non apprezzarlo – soprattutto se in dieci ore complessive, da spettatori profani, c'era da temere maggiori stranezze – è peccato mortale. The Young Pope non ha convertito appieno uno scettico come me - se si parla di religione, se si parla di presunto cinema d'autore. Ma nonostante i nostri reciproci peccati - ermetico lui, in compagnia di un fondatissimo pregiudizio io – è gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII. (7,5)

La protagonista senza nome è una trentenne non particolarmente fortunata in una Londra non particolarmente ospitale. Proprietaria di un bar la cui attrazione principale è un porcellino d'india, abbandonata da una socia in affari morta suicida, la ragazza – single, anaffettiva, sarcastica – si dipana tra relazioni di una notte e via, imbarazzanti cene in famiglia, tentativi disperati di salvare dal fallimento quell'attività in cui ha investito tempo e speranze. Poco appariscente, sempre su piazza, accoglie nel proprio letto amanti occasionali che, dopo la sveltina, hanno sempre di meglio da fare. Sua sorella, madre di famiglia, al contrario, è la perfetta donna di casa. Fleabag è immatura e sola, ma ci ride su. Si concede e non pensa al futuro. Nei suoi sguardi in camera, tanta simpatia ma un fondo d'amarezza. Sboccata, leggera, irresponsabile, ci apre per venti minuti a settimana le porte della sua vita a un bivio. E fa morire dal ridere, con l'umorismo nero di Catastrophe e gli spunti di un Girls londinese, ma c'è altro. Tra siparietti e amplessi, il pensiero fisso all'amica scomparsa. C'è un segreto, un dolore, che la protagonista tiene infatti per sé. Fleabag potrebbe essere la comedy rivelazione di questo 2016. Ha un'ironia che adoro, un formato che non annoia e, soprattutto, una protagonista perfetta. La giovanissima Phoebe Waller-Bridge, anche autrice, ha un viso davanti al quale è impossibile restare seri: anche affascinante a modo suo, con un accento che rende perfino i brutti anatroccoli irresistibili, ha un'espressività – penso a Rowan Atkinson, a Leslie Nielesen – straordinaria. Purtroppo, sei episodi son pochi. E finisce senza che tu te ne accorga, quasi. La settimana successiva ero lì che, invano, ne aspettavo un altro. In attesa che la Waller-Bridge ritorni, con il suo trucco a pezzi e la sua tragicomica vita privata, con un segreto messo finalmente a nudo, si aguzzano le orecchie in attesa di un ronzio. Chi avrebbe mai detto che avrei aspettato con tale impazienza l'arrivo di una dolce parassita? (7)

Nella miriade di comedy che ho sedotto e abbandonato, You're the worst – che eppure parla di due amanti allergici alla serietà, alla relazioni a lungo termine – ha avuto un destino ben diverso. Mi fa compagnia da tre anni. La prima stagione, sexy e innovativa, era una commedia rosa che abbracciava un intero spettro di colori. La seconda, più riflessiva, mostrava i protagonisti a un bivio: si rimaneva amici di letto anche nella cattiva sorte? Si finiva con un ti amo, quella volta lì; con la voglia di non scappare a gambe levate dall'altra parte. Jimmy e Gretchen sono tornati con l'estate che finiva. Con loro, un Edgar che tenta la strada dello youtuber e cura i suoi traumi di guerra con la scusa della marijuana terapeutica; una Lindsday sempre irresponsabile e svampita che, in dolce attesa, si riprende il vecchio marito e propone di aprire la camera da letto a un terzo incomodo. Jimmy, romanziere dall'eterno blocco, scrive recuperando il tempo sprecato: l'improvvisa morte del padre, uomo profondamente odiato, da una parte lo motiva e dall'altra gli dà nuove rogne. Voleva diventare autore di best-seller e trasferirsi in America solo per fargli un dispetto? Gretchen, in cura da un'analista a cui rivolge insulti su insulti, uscita dal baratro, prova a essere una buona compagna e un'amica affidabile: difficile, se non addirittura impossibile, abbandonare il suo sregolato, consolidato modus vivendi. Stessa squadra vincente, stesso umorismo pungente, meno ammiccamenti e più responsabilità in ballo. Ma questo nuovo appuntamento con You're the worst, nonostante i suoi tredici episodi complessivi, non porta purtroppo a nuove svolte. Si sorride e, qui e lì, se gli episodi contemplano le vicessitudini di personaggi secondari che poco abbiamo a cuore, li si salta per noia. L'inglesino Chris Geere e l'adorabile Aya Cash non maturano, eludendo per il terzo anno consecutivo doveri e scadenze. Quando si passa da impegnati a fidanzati ufficialmente? Quando si cresce? Se non si va né avanti né indietro, perché allora non ci si lascia per sempre? La serie di Stephen Falk resta realistica, cinica, brillante. Nel male, la solita. (6)

martedì 20 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: The Exorcist, Mozart in the Jungle III, Red Oaks II

Nella famiglia Rance c'è qualcosa che non va. La figlia minore è protagonista di preoccupanti episodi di violenza. Reagisce alle preghiere e all'acqua santa con rabbia inaudita. Posseduta: i segni parlan chiaro. Come liberarla senza farle del male? Nella sua camera, le pareti imbottite; il viso si sporca di muco, tagli, vomito; la testa minaccia di girare, spezzandole il collo. Due preti con troppo da perdere sfidano il male che la ragazza si porta dentro. Tomas, giovane messicano, ha ceduto alla bellezza di una parrocchiana in crisi matrimoniale; l'esperto Marcus, invece, è stato bandito per i suoi metodi poco ortodossi. Siamo a Chicago, tentacolare e freddissima: a ogni angolo di stada, ci sono manifesti che annunciano la visita del papa, come in Rosemary's Baby. La possessione dell'adolescente è solo la punta dell'iceberg. Sotto la superficie, una setta che ha agganci ovunque; violenti omicidi rituali. A tratti risuona lo storico motivetto: subito è The Exorcist. La serie Fox, però, ha poco in comune con il capolavoro dell'horror. Nulla, dicevo, a proposito del pilot. E già quello, nonostante paragoni inevitabili e all'apparenza poco lusinghieri, sapeva sorprendere per l'ottima fattura: poche idee, tanta eleganza. Regia cinematografica, fotografia senza sbavature... e dopo? Collegamenti ad effetto, dal quinto episodio in poi, che non sto qui a svelarvi. E così, discreto ma rigoroso, The Exorcist si rivela più sequel che indesiderato reboot; più rispettoso successore che avventata riscrittura. Alfonso Herrera e Ben Daniels, con accenti che tutto possono e tanta intensità, vanno a costituire la coppia bene assortita di una specie di buddy movie che oscilla tra l'horror e il thriller piscologico; Geena Davis, ritoccata ma discreta, è la madre devota delle bellissime Hannah Kasulka e Brianne Howey, carne fresca per l'oscurità. Citazioni grandi e piccole, presenze maligne che ritornano e, quarantadue anni dopo, la pace per qualcuno e la chiamata alle armi per altri. Pur se all'ombra di William Friedkin, le dieci puntate pensate da Jeremy Slater – autore degli esecrabili Fantastic 4 e The Lazarus Effect – non fanno sparlare gli scettici; mantengono la tensione e le promesse e, con il twist ad impatto a metà dell'opera, colgono in contropiede. Fino al nono episodio, infatti, The Exorcist regge alla perfezione. Classico ma inquietante. Ha fatto propria la lezione di James Wan. Poi sbaglia perché ha fretta di chiuderla lì: la paura di un rinnovo incerto, infatti, ci regala un season finale non abbastanza potente. Di quelli che, né aperti né chiusi, mi lasciano un po' insoddisfatto. C'è qualcosa di marcio in Danimarca, scriveva Shakespeare. E c'è qualcosa di marcio in Vaticano, quest'anno come non mai, tra gli adepti in tonaca di Slater e gli intrighi di Sorrentino. Se non basta il segno della croce, darsi a una maratona. (7+)

Rodrigo è in crisi artistica. Giovane e scapestrato direttore d'orchestra, ha voltato le spalle alla Filarmonica nel momento del bisogno. Mentre i musicisti scioperano, l'inarrestabile Gael Garcìa Bernal fa vita da nababbo fra i canali di Venezia. Incantato dal sua bellezza, si è messo in testa di riportare la Fiamma – cantante sul viale del tramonto impersonata da una convincente Monica Bellucci, più a suo agio con l'inglese che con l'italiano – sul palcoscenico. I due si corteggiano, provano, mentre l'oboista Hailey – guarda caso, sempre in Italia – resta disoccupata dopo una figura barbina e un pranzo a base di vongole avariate. Tra la musicista e il direttore, si sa, c'è sempre stato del tenero. Galeotta sarà proprio Venezia? E il capriccioso, melodrammatico personaggio della Bellucci, come reagirà all'idea di un triangolo? Mozart in the jungle, dopo la non troppo sorprendente vittoria agli scorsi Golden Globes, ritorna. Nella prima metà, tanta leggerezza all'ombra delle calli; l'opera lirica e nuovi, illustri amici immaginari a consigliare il protagonista; qualche innocuo cliché, compreso un esagerato Christian De Sica, e molte risate. L'ambientazione nostrana, la tintarella, fa bene ai sentimenti e all'ispirazione, allieta i cultori; Mozart in the jungle, spostatosi nella laguna, ne guadagna in freschezza. La seconda parte, invece, riporta i personaggi al punto di partenza. E già in precedenza – più interessati alle scaramucce fra Bernal e Lola Kirke – seguivo gli orchestranti in marcia, tutto quel parlare di investitori e proventi, con un orecchio sì e l'altro no. Qualche episodio al centro gira a vuoto; come nelle commedie hipster di Stillman e Baumbach capita tutto e non capita granché. Dieci puntate volavano via che è un piacere, al solito, fra spartiti intrighi e concerti; regia e colonna sonora, con Amazon a produrre, sono senza pari per qualità. Ma, cosa detta anche per la comedy You're the worst, l'impressione che Mozart in the jungle non vada né avanti né indietro – sempre lì, sempre uguale – spegne gli entusiasmi. Per fortuna c'è l'irrequieto Gael Garcìa Bernal, ed è impossibile non adorarlo. Per fortuna il finale di stagione riserva qualche soddisfazione a chi lo segue più per il gossip che per la musica strumentale e, tra orgoglio sentimento e colti fantasmi, più di qualche buona ragione per tornare in questa giungla calorosa, ma svogliata. (6,5)

Lo scorso anno, di questi tempi, finivo di vedere la prima stagione di Red Oaks. Commedia agrodolce dalle ambientazioni vintage, ci raccontava l'estate di un giovane a un bivio. Quale strada scegliere, alla fine delle superiori? Seguire i desideri di un padre che lo voleva contabile, o ambire al cinema? I grattacapi e le speranze di un ventenne medio, però, non esaltavano. Il romanzo di formazione di David Gordon Green piaceva, ma con riserva. Come il suo eroe spiantato, era indeciso fra serietà e divertimento, cameratismo e nostalgia. Me lo aspettavo più spiritoso, più leggero. E una seconda stagione, invece, non l'aspettavo. Gli ho concesso inizialmente un'occhiata distratta, a tempo perso, e ho scoperto con entusiasmo un Red Oaks cambiato, adulto. Nel primo episodio, addirittura, ambientato in un appartamentino bohémien di una Parigi bertolucciana. Nei successivi nove, però, ecco che si ritorna fedelmente ai pantaloncini bianchi, ai campi di tennis, all'odore di cloro dello sfarzoso country club in cui i protagonisti s'incontrano di nuovo. E, in queste dieci puntate che volano con malinconia, si contendono a turno la simpatia dello spettatore. I genitori divorziano: la mamma sperimenta, il padre si scopre inguaribile gattaro. Un amico si dichiara alla ragazza perfetta, e questa le dice sì; un altro fa i conti con l'arrivo dei quarant'anni. La ex storica si sposa con il fotografo per cui ci ha mollato, ma nel giorno delle nozze ha bisogno di supporto morale. La fiamma attuale – ambiziosa, sofisticata, ricca – inizia a vergognarsi di uno che non ha apparenti obiettivi futuri, se non filmare battesimi e matrimoni fino al prossimo autunno. Ho voluto molto bene - più del solito - a questo David che fa da spettatore alla sua stessa vita e ha i tratti dell'adorabile Craig Roberts, quest'anno visto anche in Altruisti si diventa: bruttino che conquista, ha le mie stesse incertezze e, a occhio, la mia statura. Red Oaks si va facendo grande. Prende e va. Cortese, intelligente, pronto. Questa volta - quest'altra estate - scioglie i dubbi. Ha una scrittura delicata; una trascinante colonna sonora a tema, come nell'ultimo Linklater; la regia, per una manciata di puntate, di Gregg Araki. Quel che è rimasto, con buona pace di Raf, di quegli anni '80. (7)

sabato 14 marzo 2020

Comedy da quarantena: Derry Girls | Crashing | Catastrophe S04

Si chiama Derry ma non è la stessa di Stephen King. Viverci fa paura, qualche volta, ma non per i pagliacci assassini né per le fognature che nascondono insidie da horror. Siamo in Irlanda, negli anni Novanta, e crescere significava far fronte a un nemico spaventoso: il terrorismo. In una terra resa una polveriera dalla religione, dalla politica, dalla divisione tra filobritannici e indipendentisti, provano a restare a galla le quattro ragazze del titolo – cinque non tralasciando James, l’unico maschio dell’istituto, membro a pieno diritto della cricca. Studentesse di una scuola cattolica, severissima e tutta al femminile, le nostre eroine trovano spunti per farci ridere a crepapelle e riflettere in ogni puntata. Comedy breve e leggera nello stile delle migliori produzioni del Regno Unito, Derry Girls resterà forse una delle mie personali sorprese di quest’anno. Vista al solito a cena, come riempitivo da poco, si è fatta volere bene pian piano nonostante quelle protagoniste sardoniche e scostanti; nonostante una parentesi – la questione irlandese – conosciuta soltanto per sentito dire. Come può la Storia, quella con la lettera maiuscola, incidere sulle esistenze di chi la vive sulla propria pelle? Lo scopriremo noi stessi più in là, si spera, a pandemia finita. E nel frattempo, in due stagioni disponibili su Netflix in lingua originale, ce lo raccontano Erin e compagne. Ce lo cantano le canzoni dei Cranberries, insieme agli altri pezzi di una colonna sonora a tema tutta da ballare. Si trova comunque il tempo per innamorarsi del nuovo prete in città. Si tenta la strada della rivolta per assistere a film, concerti, adunate altrove. Si fa il callo a famiglie litigiose ma esilaranti, fonte d’imbarazzo e pettegolezzi a tavola. La comicità è donna, e non ha soltanto il nome di Phoebe Waller-Bridge: occhio anche alla penna di Lisa McGee – blasfema, veritiera, commovente –, con la speranza che qualcun altro saprà raccontare il nostro recente disagio, la nostra gioventù prigioniera, in perle altrettanto preziose. (7,5)

Cosa faceva Phoebe Waller-Bridge prima di Fleabag? Dopo i fasti della serie Amazon, da me amata finanche in tempi non sospetti, se lo saranno chiesti in molti fan. Comparsa in ruoli marginali di film e serie TV, ha scritto la prima stagione del thriller Killing Eve e una miniserie in sei puntate, prodotta ormai quattro anni fa, disponibile sempre su Netflix in versione sottotitolata. Com’è Crashing? Chicca da riscoprire o esordio acerbo? La verità sta nel mezzo. Ambientata quasi interamente in un ospedale in disuso adibito a condominio, ha la struttura e le ambientazioni circoscritte delle sit-com più consolidate. Pochi personaggi da far litigare, ingelosire, innamorare, accoppiare e scoppiare a fantasia. Phoebe, anche attrice, è Lulu: saltata fuori all’improvviso, chiede ospitalità all’amico d’infanzia e mette i bastoni tra le ruote alla futura moglie di lui. Sfortunata in amore, disincantata e un po’ egoista anticipa i tratti che renderanno indimenticabile il personaggio della serie successiva. Insieme a lei: un cinquantenne fresco di divorzio, usato come modello da una pittrice dall’accento francese; il dongiovanni di turno che forse nutre molto più di una semplice simpatia per un altro inquilino – Sam e Fred sono una delle coppie che più “shipperete” in questo periodo. Ci si affeziona nonostante il poco tempo insieme? Decisamente. Si ride? Peggio, ci si scompiscia. Con tempi comici già invidiabili, Phoebe conferma di aver sempre scritto benissimo. Anche se l’ironia di Crashing – meno raffinata, con tanto di battute su cacca, vomito e pipì – potrà infastidire chi (chi?) è contrario a un po’ di becera, irresistibile volgarità. (7)

Mi ero scordato di Catastrophe. Anzi, l’avevano scordata i nostri subbers di fiducia. Mai distribuita in Italia, l’ho seguita per tre anni di fila. Ne ho scritto. L’ho consigliata. Dopo la terza stagione è stata rinnovata per la quarta e ultima. Ma è arrivata così in sordina in patria, purtroppo, che non l’avevo notata nemmeno io. Recuperata un anno dopo e in lingua – mi sono adattato seppure consapevole di non cogliere tutto tutto –, è stata perfettamente all’altezza delle aspettative. Allora perché questo basso profilo? Perché questo ritardo, quest’oblio? Ambientata tra Irlanda e Stati Uniti, la serie raccontava agli esordi la relazione tra Sharon e Rob. Costretti a mettersi insieme per l’arrivo di un figlio inatteso, finivano per fare faville non soltanto a letto. Ironici, innamorati, controcorrente, s’incastravano tra alti e bassi come i protagonisti della affine You’re The Worst. Questa volta devono venire a patti con i vizi di lui, che alza il gomito e trova simpatico il sessismo del datore di lavoro. Questa volta devono venire a patti con la famiglia di lei, che approfitta di un viaggio a Boston per distrarsi, nonostante la mestizia di un funerale in atto. Le recriminatorie saranno all’ordine del giorno. Restare insieme per feeling, allora, o sotto costrizione? Il lieto fine è forse a rischio? Si fa poco sesso. I parenti sono ingombranti e i bambini bisognosi di attenzioni. I lavori, poi, non appagano affatto. Cosa spinge una coppia di quarantenni a lottare per restare unita? In periodo di quarantena, di convivenze forzate, di tensioni alle stelle – quando tutto finirà, secondo voi, ci saranno più gravidanze o più separazioni? –, gli insegnamenti di Sharon e Rob per sopportarsi torneranno utili. (7)

mercoledì 23 settembre 2015

Mr. Ciak: Inside Out, Boulevard, Second Chance, Un disastro di ragazza, Elephant Song, Z for Zachariah

Non so come mai. Potrei giurare che la mia chiusura dinanzi al cinema animato derivi dallo spirito di ribellione contro genitori che, da bambino, mi dicevano cosa vedere – sì ai cartoni e alle storie edificanti, ad esempio – e cosa non vedere – un no categorio, allora, ai film di paura e al brivido – ma mentirei. Ho sempre guardato tutto quello che volevo, e perdere il sonno per un horror visto con l'inganno mi ha fatto compagnia mentre diventavo grande: crescere significa avere la libertà di sbagliare. Davvero non mi spiego, dunque, quand'è che abbia smesso di credere alle fate e alla magia dei cartoni, ripromettendomi di guardare – una volta cresciuto – solo cose da grandi. Quando, invece, il miracolo dell'animazione ormai commuove in sala più i papà che i figli. Mi sono avvicinato a Inside Out con la paura di non amarlo quanto gli altri, e così un po' è stato. Il perché – sarà colpa della parte centrale con le avventure di Tristezza e Gioia, meno interessante delle ripercussioni che la loro ricerca aveva, invece, sulla frenetica giornata di Riley? - è vago. Bello ma non bellissimo, e più per il mistero delle mie convinzioni che per evidenti difetti di fabbrica, è un trionfo che non mi ha fatto gioire del tutto. Anche se è orchestrato magnificamente, l'emozione dipinge un vasto spettro di colore, l'idea di partenza è splendida. Inside Out è un'originale esplorazione del nostro profondo. Il trasferimento di Riley in un'altra città – e una casa inospitale, e amici di cui conquistare da zero la fiducia, e i genitori presissimi dalle fatiche del trasloco – genera in lei un terremoto emotivo delicatamente indagato: Paura, Rabbia e Disgusto hanno preso il comando, mentre Gioia e Tristezza – con l'aiuto di un tenero amico immaginario – tentano, altrove, di ammortizzare il crollo di certezze e valori. Se il linguaggio del genere si scontra contro la mia scorza dura, e arriva e non arriva, impossibile ignorare – anche se non mi è piaciuto, in definitiva, quanto mi si assicurava – la magia di una storia essenziale, il coraggio di non rinnegare quelle parti del nostro animo che certi giorni ci rendono naturalmente inclini alla malinconia, la coerenza di non calcare la mano con la stucchevolezza. Dai creatori di Up (dieci minuti d'apertura che mi hanno fatto piangere il mare, ma del resto non ricordo altro), un Girlhood che con la grazia di Linklater, quasi, e la fantasia unica della Pixar mostra la fatica del crescere e ciò che resta e ciò che ci abbandona mentre, in vista del'adolescenza, lasciamo la via dell'infanzia. Ma mai del tutto. Il quartiere generale delle vostre emozioni, però, funzionerà assai meglio del mio. (7)

Facce dipinte, parrucche, abiti succinti e tacchi alti ai lati di una strada di città. In sottofondo, le sirene della polizia e il brusio dei guidatori, fermi a un semaforo accanto a un mercato di corpi umani. Una macchina si ferma e carica a bordo una di quelle anime in vendita. A fare inversione di marcia, a dire salta su, un uomo che ha una moglie che ama, un lavoro in banca, un segreto che ha promesso di portarsi nella tomba. Boulevard, ambientato lungo i viali malfamati e negli albergerghi a ore, parla di un sessantenne che per una volta osa essere sé stesso. Ma vive un'età in cui, purtroppo, l'amore vero pensa di non meritarselo ed è tardi, ormai, per uscire allo scoperto. Nolan si è fermato, sì: ha rimesso la prima ed è partito: a bordo, un ragazzo che si prostituisce per campare e che, quella notte, ha incrociato un uomo più grande che si è messo in testa la pazza idea di cambiargli la vita. Il dramma indie di Dito Montiel è dalla strada che parte, ma l'immagine di quel nonno dissoluto che paga la compagnia di un ventenne disperato non ha nulla di degradante. Merito di una scrittura delicatissima, che racconta uno strano amore mai consumato, e degli occhi buoni, compassionevoli, di un protagonista che comunica umanità a ogni sguardo. Se la sceneggiatura affronta con grande tatto un tema spinoso, è in Robin Williams – che va oltre i dettami dei copioni, con l'espressione affranta che nessuno può descriverti e un ultimo sorriso rubato alla vita – che questo Boulevard trova la sua luce e la sua pace. Straordinario, dopo una serie di prove minori che avevano disegnato nèi nella sua carriera costellata di successi, nel personaggio di Nolan – omosessuale alla riscoperta del coraggio – trova modi nuovi per dare voce alla sua gentilezza naturale e a alla potenza di un'espressività di cui ogni ruga diventa emozione aggiunta. Seduto al suo fianco, un bravissimo – e sconosciuto - Roberto Aguire: un terzo dei suoi anni; il volto del ragazzino che a diciassette anni magari si negò; la scusa di una seconda gioventù. Si indaga quello che loro dicono e sentono, non quello che fanno o non fanno, e il risultato – lieve e significativo – confluisce verso un epilogo meno amaro di quel che sembrerebbe. Boulevard è l'ultimo film prima di andare via. Una performance così bella, di una tenerezza così disarmante, che rende vivo il ricordo del buon Robin e commovente il suo congedo. (7)

Alexander ha sette settimane ed è il figlio di una coppia che si ama molto. Crescendo, nei temi parlerebbe di un papà poliziotto e di una mamma bellissima. Sofus ha sette settimane anche lui, ma è nato in un covo di tossici: giace sul pavimento di un bagno, sporco dalla testa ai piedi, con nessuno che si cura di lui. Il primo muore tragicamente, quando il secondo – abbandonato a sé stesso – è vivo ma nella casa sbagliata. Per curare il dolore di una moglie inconsolabile, per dare un nuovo destino a quel figlio di nessuno, Andreas scambia i due neonati: porta l'estraneo sotto il suo tetto, mentre lascia che il corpicino che ha il suo stesso DNA venga trovato, al mattino, dai due eroinomani. Troppo intontiti per accorgersi dello scambio, troppo spaventati per chiedere aiuto. Second Chance, grande ritorno di una Bier che si era persa all'inseguimento vano di Hollywood e che si ritrova, adesso, nelle atmosfere cupe della Danimarca da cui era stato male mortale allontanarsi, è tra i film più duri e strazianti visti quest'anno. Perché la vicenda di uno scambio di culla può essere stata affrontata altrove, ma nessuno – con questa onestà senza fronzoli, coi ritmi da noir e le svolte da tragedia greca – vi ha mostrato, e forse per fortuna, gli stessi corpi minuscoli sballottati da forze grandissime, la paternità all'estremo. Susanne Bier, questa volta, non fa flop. A immagini sconvolgenti, perché ai bambini non andrebbe torto neanche un capello, aggiungete un colpo di scena particolarmente crudele e un protagonista magistrale. I dubbi etici e i nervi a fior di pelle perciò, tutt'uno con gli occhi arrossati e la coscienza a terra. Il risultato è un dramma che pesa sull'anima e sullo stomaco, ma che andrà affrontato nei giorni in cui sarete padroni di voi, e che per le unghie nella carne e la bile che sale e scende – cose brutte, soprattutto, ma andatelo a dire ai ricordi intensi che lasciano – non si cancella con un sospiro di sollievo. Ma il male perpetrato e il bene mancato, le bugie impossibili e il marcio, alla fine saranno niente se, nella corsia di un supermercato, il candore di un bambino combatterà lo sporco. I pugni in pancia e poi una specie di carezza, in un thriller su morti bianche che più nere non si può. (7,5)

C'era tanta curiosità per Un disastro di ragazza e da parte mia anche un po' di pregiudizio. E' l'ultimo film, infatti, di Judd Apatow che di bello, grossomodo, ha fatto solo 40 anni vergine: per il resto, i suoi quarantenni in crisi e i genitori improvvisati, non so voi, mi hanno sempre messo addosso tristezza infinita. Si rideva con loro o si rideva di loro? Patetico è divertente? Il suo nuovo lavoro – campione di incassi in America – è un film dei suoi, lunghissimo e misteriosamente approvato dalla critica ufficiale, che comunque mi sono goduto più del solito, pur trovandolo classico e mai controcorrente. La storia di Amy, trentenne trasandata e paffuta, è quella di una giovane donna che, seguendo l'esempio paterno, si è detta allergica alle relazioni serie. Fa sesso, beve, fuma, spezza cuori: irriverente, il suo comportamento, perché priorità degli uomini, in una visione bigotta di amore e comicità che pensavo sinceramente passata di moda? L'audacia non è di casa ma, in due ore che volano, un paio di risate, molti nonsense e grandi partecipazioni che valgono, per me, il prezzo del biglietto. Abituati ai disamori di You're the worst, la condotta selvaggia della protagonista, brava anche in sequenze semiserie, non sorprende: la televisione e questo nuovo femminismo vanno d'accordo da anni. Più che in Un disastro di ragazza, addirittura, che pur seguendosi senza noie e entusiasmi, procede verso un epilogo – e un cambiamento di rotta – assai tradizionale. La Bridget Jones di oggi osa, sì, ma nella seconda parte troverà il suo Darcy: premuroso medico sportivo che le chiede una relazione esclusiva. Come sarà il suo lieto fine? Con promesse di originalità e uno svolgimento, al contrario, da manuale, Apatow dirige una commedia romantica in cui la Schumer si mostra attrice esplosiva anche se non autrice memorabile. (6,5)

Un dottore scompare nel nulla, mentre fuori arriva il Natale. Un collega indaga tra le mura di quell'ospedale psichiatrico e voci di corridoio lo indirizzano verso Michael, giovane paziente per cui il mistero è un gioco e la verità un'invenzione. In un lungo faccia a faccia, parlerà di abusi, scandali e elefanti. Elephant Song è un raffinato thriller, un dramma psicologico, uno di quei film che quando li finisci spegni tutto e dici boh. Ritmi giusti, teatrali, possibili solo se, come in questo caso, la regia non si limita a fotografare ciò che ha davanti e il cast riesce a reggere l'intensità di estenuanti scontri e repentini cambi di registro. Tra richiami vaghi a uno Shutter Island da camera e alla serie Hannibal, con il transfert freudiano e un omoerotismo sottintenso, intriga continuamente ma ti lascia, in quel finale tragico e meditato, con un pugno di mosche in mano: c'era il fumo, ma non l'arrosto. Del giallo le accattivanti premesse ma non i colpi di scena ad effetto, e se funziona è per la scrittura minuziosa – dai dialoghi indagatori, ma poco originali – e per il suo protagonista. Motivo, essenzialmente, per cui l'ho recuperato. Il prodigioso Xavier Dolan – autore di Mommy, il film più bello visto quest'anno – in un ruolo arduo. Passato questa volta davanti alla macchina da presa, recita in un film non suo: lui che, quando è interprete dei suoi lungometraggi, autoreferenziale e presuntuoso, non mi piace, sapete? Qui, bravissimo e esagerato, con le smorfie e le provocazioni, monopolizza prevedibilmente le attenzioni. L'enfant prodige che fa la parte enfant terrible, dunque, eccede e diverte, ma purtroppo Elephant Song vive solo in virtù delle sue improvvisate da mattatore. E così invade con il suo far cinema, potentissimo, il film di un altro, debole di per sé. (6)

Ragazza scampata all'apocalisse scopre di non essere sola. Z for Zachariah – ultimo esemplare dello sci-fi intimista che mi piace, con i ritmi lenti e l'aria indipendente – sulla carta era promettente. Metteteci tre bravi attori, poi, in grado di riempire un'ora e trenta con le loro sole facce e tanta credibilità. Il cast è bene assemblato e non ci si annoia, nonostante una specie di distopia non indagata e la staticità. Ma il film commette lo stesso errore di Maze Runner, e in quello – lungometraggio per ragazzi – la totale mancanza di tensione sessuale poteva starci. Qui, in un mondo arido ma popolato – e che fortuna – da persone che sono letteralmente la fine del mondo, i personaggi – in particolare quello di John, il più oscuro dei tre – appaiono asessuati. Rilassati, spesso, all'interno di un triangolo che se si complica non è per via di pulsioni primitive. Ejiofor non ha presubibilmente un solo pensiero impuro nei riguardi della sua coinquilina: una Robbie di certo più dimessa che nell'ultimo Scorsese, ma comunque splendida. Nella realtà, in casi così estremi, cosa sarebbe accaduto? Brutto dirlo, ma brutto è l'uomo, che la necessità rende bestia. Per dire: anche Chris Pine, bello com'è, con una botta in testa, si sarebbe beccato una botta. Qual è il punto, insomma: mostrare che nell'uomo c'è civiltà, che è giusto avere fiducia nel prossimo? O forse, come si intuisce dalla sinossi del romanzo, la Robbie doveva essere poco più che una bambina, il suo collega invece un uomo fatto e finito, e dunque la differenza d'età – il mostro della pedofilia – quietava ogni possibile pulsione? Margot è una sexy venticinquenne, non un'adolescente acerba; Chris, invece, un adone con cui si entrerebbe subito in contrasto; Chiwetel – il più capace, ma con un personaggio pieno di ma – appare perciò mosso da atteggiamenti irrealistici. Quando il realismo, nella rappresentazione essenziale, doveva invece essere di casa. Un film che va a finire come già sai, ma di cui non convince il modo di arrivare all'inevitabile epilogo. Il The Last Man On Earth in versione Sundance non serve: allora, meglio riderci su. (5)