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mercoledì 2 novembre 2016

Mr. Ciak: Sing Street, Inferno, Nerve, Pericle il Nero, Microbo e Gasolina

Conor ha quindici anni, una famiglia che va allo scatafascio, una città che gli sta strettissima. Mamma e papà mettono in vendita la casa, vogliono vivere altrove ma separati, e a lui tocca trasferirsi alla scuola cattolica, in cui gli studenti indossano divise monocolore e scarpe che non può permettersi. Vessato dai bulli per la sua gentilezza e preso di mira dal direttore, che proprio non apprezza i suoi occhi screziati à la David Bowie, il ragazzino trova slancio nelle attenzioni di una ragazza che si sogna modella. Vuole comparire nell'ultimo videoclip della sua band, sì o no? Peccato che, di band, nelle giornate del timido Conor, non ce ne siano. Metterne su una per amore, così, e chiamarla Sing Street. Dopo la felice parentesi americana con Begin Again, John Carney torna a casa. Nella stessa Dublino dello splendido Once, ma con toni che omaggiano la commedia adolescenziale, l'ultimo film del regista irlandese è un leggerissimo, bellissimo romanzo di formazione, sullo sfondo di un Paese tagliato fuori dal mondo. Nelle aule campeggiano enormi crocifissi; a vent'anni si è già disillusi; il futuro passa solo dal tubo catodico. Londra, distante una striscia di mare appena, appare un miraggio. Qui, se ne parla come dell'America. Top of the Pops e i vinili di un fratello sfattone distribuiranno a piene mani pillole (della felicità) di Depeche Mode, Cure e Spandau Ballet: tra gli effetti collaterali, un look da camaleonte; tra i pro, sonorità che omaggiano di tutto un po', mentre si indagano sentieri non battuti. I protagonisti, liceali con il pop in circolo, cercano una scorciatoia e una voce. Troveranno anche loro stessi, magari, nella prossima canzone? Sing Street, in soldoni, parla di conquistare la bella di turno, diventare una celebrità, non rimanere inchiodati lì. In quella Irlanda che da lontano mi incanta, ma che dev'essere stata una prigione con lo steccato bianco e un amen per salvarci l'anima. Una trama elementare è però l'occasione per darsi a un altro irresistibile concerto all'aria aperta. Il Carney retrò immalinconisce, diverte e, da me attesissimo, non perde un colpo. E se il suo Sing Street non ha stonature, il merito va alle guance rosse di Ferdia Walsh-Peelo: un nome impronunciabile, le dritte fraterne di un prezioso Jack Reynor e, vero animale da palcoscenico, la capacità di trasformarsi da anatroccolo implume a idolo, quando con il microfono in pugno. Se mancano i peli sul petto, i costumisti e le groupie, si compensa con una testa che si inventa, lassù tra le nuvole, struggenti melodrammi e scenografie rubate a Ritorno al futuro. Se crescendo ci si è scordati di com'erano teneri ed esilaranti i quindici anni, infatti, ci si rinfresca la memoria fischiettando la colonna sonora più bella del mondo. Canta dell'andare fiero del tuo paio di scarpe marroni, se il mondo ti impone il nero, e di prende il largo in compagnia della tua sola buona volontà. Di quello, e di balli di fine anno, sole e sirene, anche in questo novembre che ti vorrebbe cupo, fotosensibile e boccheggiante. (8)

Dopo il successo di Il codice Da Vinci e Angeli e demoni, anche il terzo romanzo con protagonista il professor Langdon – a volere essere pignoli, il quarto: Il simbolo perduto, infatti, resta ancora orfano di trasposizione – arriva al cinema. E io, che prima che questo blog esistesse avevo trovato i precedenti una compagnia piacevole, sono arrivato all'appuntamento impreparato: ho Inferno in libreria da anni, ma non l'ho letto. Accanto avevo papà, per una volta, a sottolineare analogie e differenze; a dire che il libro era già così così di per sé, eppure di gran lunga superiore all'adattamento. A dieci anni dall'inizio della saga, ritornano prontamente regista, protagonista, compositore; l'arte italiana in filigrana e, a scatenare l'azione, cospirazioni che minacciano di nuovo di sconvolgere il mondo. Langdon si risveglia a Firenze senza memoria: al suo fianco, una dottoressa che non si tira indietro davanti all'avventura; nel taschino, un indizio che rimanda al capolavoro dantesco. Tra la Toscana e Venezia, con una virata finale in direzione Instanbul, Inferno è un thriller legato all'idea che la sovrappopolazione ci annienterà in tempi brevi. Si corre da una parte e dall'altra, il tempo stringe, il ritmo è dei più serrati; purtroppo, però, il tutto porta a un nulla di fatto. Indebolito dalla regia da dozzinale fiction Mediaset, da un pessimo Hanks – con lui, una Jones per cui però si hanno sempre occhi dolci – e da un epilogo, giura mio padre, stravolto in peggio. E quanto suonano ridicoli i dialoghi, in cui parte della colpa è anche del nostro doppiaggio? E quanto sono abbozzati i figuranti tutt'intorno, con tanto di immancabili cameo italiani? Si avevano basse aspettative per partito preso, e Inferno, televisivo e senza nerbo, nonostante le tinte orrorifiche dell'incipit, non è purtroppo neanche all'altezza di quelle. L'indagine di un James Bond in antropausa, imbolsito e visibilmente annoiato, che forse non sarà l'inferno del cinema, ma il purgatorio di Ron Howard. (5)

Vee viene convinta dai migliori amici ad osare. Sulla scia di una brutta delusione, così, si affida a Nerve: app futuristica che spinge chi si iscrive a compiere gesti avventati. Una variante di “obbligo e verità” in cui è contemplato solo il primo punto; in cambio, somme di denaro, versate da followers voyeur, e la fama mediatica. A lungo andare, la posta in gioco si alza: la sfida, da innocente, si fa mortale. E, presto, ci si trova con le spalle al muro. Tratto da un romanzo di prossima uscita per Newton Compton, Nerve parte come commedia adolescenziale, si evolve come thriller adrenalinico e, infine, arriva a un epilogo – la parte più insoddisfacente, con gli innamorati l'uno contro l'altra, come in Hunger Games – a tinte distopiche. Ibrido pop, coloratissimo, con le sue luci al neon, la musica instancabile, il montaggio dinamico, è un esperimento giovanile in cui, qui e lì, si scorge il potenziale: le nuove generazioni prigioniere dei social, ossessionate dai like e dalle dirette Facebook, che perdono il contatto con la realtà, il concetto di giusto e sbagliato, e di conseguenza si perdono, inseguendo l'ennesima folle richiesta. Di notorietà si muore, ma qui il pericolo non viene mai percepito come reale, e mancano la giusta dose di crudezza e coraggio. Ci si limita a farsi un po' male, ma mai nulla di grave, e il coraggio degli sconsiderati protagonisti – l'adorabile Emma Roberts e un Dave Franco sprovvisto del physique du role – non lo si ritrova, purtroppo, nelle intenzioni degli autori. Il lieto fine scende come manna dal cielo, miracoloso e affrettato, e fa sbuffare: gli Hunger Games finiscono, dal Labirinto si scappa via, c'è pace per i Divergent, ma dalle maglie della rete – lo dimostrano il cyberbullismo, tutte le Tiziana Cantone che non ce la fanno a ricominciare, i leoni da tastiera - non puoi districarti. (6)

Pericle, di mestiere, "fa il culo alla gente". Una notte, però, uccide la donna sbagliata. E, tra clan che si alleano, tradimenti e rivelazioni sulle sue origini, non resta che la fuga a Calais. Pericle il Nero, simbolo del tricolore allo scorso festival di Cannes, è la trasposizione di un controverso romanzo degli anni '90. Il progetto, fermo per un po', è passato dalle mani di Abel Ferrara a quelle di Stefano Mordini. Nel mentre, però, Sky ha sdoganato i meccanismi della camorra e Lo chiamavano Jeeg Robot ha aperto la strada ai bei film di questa annata. Questione di tempismo sbagliato, per Pericle il Nero, che tuttavia resta un onesto e curato noir d'esportazione. Producono i Dardenne e, dall'estremo sud della versione cartacea, il film si trasferisce al di là delle alpi: si gira al buio, e in una Europa grigia e tentacolare. Pericle si spaccia per chi non è, s'innamora di una panettiera madre di due bambini, fantastica di fare l'uomo di casa. Manesco e fesso, fondamentalmente inoffensivo; tonto, perfino, a causa delle droghe sintetiche, delle botte, di un'infanzia strana. Il passato, però, non vuole saperne di dargli un'altra chance. La sporcizia di Pericle il Nero è superficiale. Nonostante il suo cruento modus operandi, infatti, l'anti-eroe di Mordini ragione a voce alta e, finché può, evita i problemi alzando i tacchi. Dopo una buona prima parte, i difetti arrivano nella seconda: senza connotati, senza spazio, velocissima, con un protagonista che si muove, prende e va, e si capisce solo successivamente dove o perché. Pericle il Nero è un esperimento interessante, soprattutto grazie alla prova di uno Scamarcio contraddittorio e fragile, sempre più adulto; ma lontano dalle provocazioni, purtroppo, e altrettanto dalla memorabilità. Rapido e alquanto indolore, non fa il culo – parafrasandolo - alle sorprese al cinema di quest'anno: ben fatto, ma costruito alla bell'e meglio. Qualcuno, comunque, si potrebbe accontare: un marcio Riccardo, Nina Simone in cuffia e le luci sulla Manica, in fondo, non sono cosa che si vede spesso. (6,5)

Daniel e Théo si conoscono il primo giorno di scuola: si trovano. Il primo, per la pubertà che non vuole saperne di arrivare, è detto Microbo. L'altro, il chiodo e l'olio per motori sotto le unghie, ha il soprannome di Gasolina. Con le vacanze estive di mezzo, ha inizio un'avventura che somiglia a una fuga da una normalità che appiattisce: con legno, olio di gomito e il motore di un tosaerba super, costruiscono un'auto che dovrà portarli in giro per la Francia. Lungo il tragitto, ospiti bizzarri, guai e svincoli. Che promettono di legarli, lì dove i legami di sangue mancano in natura, o di dividerli per sempre. Quanto durerà il viaggio? E, soprattutto, come li troverà il ritorno? Stravolti, risanati, maturi? Microbo e Gasolina, ultimo film di quel Gondry che spesso faccio fatica a riconoscere – dopo l'intramontabile Eternal Sushine of the Spotless Mind, infatti, non posso dire di essere andato d'accordo con i successivi lavori, discontinui e surreali – ma che qui, senza fuochi artificiali o fronzoli di sorta, ma a corto di fantasia giammai, è più se stesso del solito. Sbugiardato e tenerissimo, in borghese e con il cuore in mano, ci intrattiene con il sorriso in un'ora e mezza piena di ricordi, adolescenti che pensano e parlano troppo, toni fiabeschi. Sembrerebbero di altre epoche, Microbo e Gasolina, e sembrerebbe di qualche generazione fa anche il loro romanzo di formazione su ruote: qui e lì, ci ricordano che non sono gli anni '80 dei Duffer Brothers, quelli, la tecnologia che sotterrano letteralmente in un fosso e le imperfezioni delle famiglie contemporanee. Il regista non l'ho rintracciato né nei manierismi né nei garbugli delle trame, e per me non è un difetto, e ho voluto ai protagonisti, bravissimi, un bene dell'anima. Qualche riserva giusto sul finale, che è amarognolo e troppo brusco. Di quelli che ti fanno dire: ma è finito già? E poi: cosa succede poi? (7)