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venerdì 8 ottobre 2021

Stagione che vieni, serie TV che vai: Sex Education 3 | Modern Love 2 | Atypical 4 | This is us 5 | Dickinson 2

All'inizio l'avevo sottovalutata, scambiandola per una specie di American Pie. Ma capace com'è di alternare i momenti goderecci alle riflessioni, a sorpresa, Sex Education è una serie che cresce di stagione in stagione. E la terza, per me, è la più bella finora prodotta. Matura e inclusiva come non mai, oltre a seguire l'evoluzione di personaggi ormai amatissimi, ha un occhio di riguardo verso il mondo queer. E l'amore platonico tra l'atleta popolare e il nuovo personaggio non binario, insieme a una scena che affronta la tematica tabù di sesso e disabilità, è di una delicatezza commovente. Di mezzo ci si mette anche la preside Jemina Kirke, cattiva ma non troppo, che per riportare ordine impone divise inamidate e etichette. Nell'impossibilità di esprimere sé stessi, i personaggi sentiranno nostalgia delle lezioni impartite da Otis e Maeve: ormai ai ferri corti – lui in una relazione segreta con Ruby, lei presissima da Isaac –, per un po' si sfiorano a malapena ma faranno scintille in gita. Come può Aimee superare il trauma delle molestie? Con chi possono confessare Eric e Adam, dopo un clamoroso coming out, le prime titubanze? C'è qualcosa di sbagliato nelle fantasie di Lily, che si eccita soltanto con racconti sugli alieni? Mentre gli adulti spiazzano tutti con una gravidanza imprevista – è fiocco roso per Gillian Anderson –, gli sceneggiatori non dimenticano di approfondire i comprimari né di stare al passo. La serie elogia il sesso, in qualunque sua forma, ma condanna il sessismo. Dà voce a ogni identità di genere, mette in mostra ogni corpo. È empatica e formativa, senza mai scadere nel didascalismo: la farei vedere a scuola, vorrei viverci dentro. Perché insegna stare meglio al mondo, e con più leggerezza. (8)

Era la coccola di cui avevo bisogno, soprattutto per riprendermi dai postumi dell'estate appena passata. Ma dopo quel debutto dolce e brillante, finito nel meglio della sua annata, questa volta Modern Love non propone né sensazionali parate di stelle (gli attori più famosi sono Minnie Driver, Anna Paquin e Kit Harrington: pochi e televisivi) né lacrime durature. Di otto episodi ne ho apprezzato fino in fondo soltanto tre. Il primo (la macchina del defunto marito Tom Burke da dare via: preparate i fazzoletti), il sesto (due anime tradite si incontrano e fraternizzano in fila da un terapista: dirige il regista del bellissimo Brooklyn), il settimo (dopo un'isolata notte di passione, due ragazzi gay si incrociano lungo le strade di New York con un espediente narrativo a metà tra Closer e The Affair). Godibili il secondo e il terzo (piccole commedie indie che azzeccano i ritmi e le tematiche, ma sbagliano purtroppo il cast: peccato), di una noia inenarrabile il quarto e il quinto (il primo amore di una stand-up comedian e la scoperta di sé di un'adolescente, forse lesbica, forse asessuale), stucchevole ma guardabile il conclusivo (troppa carne al fuoco, tra ritorni di fiamma e malattia, per non scontentare gli inguaribili sentimentali). Tutt'altro che moderna, romantica a tratti, a questo giro non vi farà innamorare. (6)

D'un fiato, anche se in ritardo sulla tabella di marcia, ho recuperato anche la quinta stagione di This is us. Nonostante i momenti di commozione non si siano negati, complice i ritmi del binge watching, per me è forse la stagione più discontinua e frammentaria del ciclo: soprattutto dopo i fasti impensati della precedente, di una magia pari a quella dell'esordio. Trovo saggia perciò, come annunciato da cast e produttori, la scelta di salutare per sempre la famiglia Pearson il prossimo anno: la sesta stagione sarà l'ultima. I flashback e i flashforward sono introdotti disordinatamente, con flebili fili conduttori a unirli. La costante presenza del Jack di Milo Ventimiglia, a malincuore, appare sempre più forzata. Ma se un Kevin neopapà si conferma il mio preferito dei tre fratelli e Kate, invece, la più insopportabile, sorprende constatare quanto a tenere banco siano quei comprimari un tempo in secondo piano: l'adorabile zio Nicky, la madre biologica di Randall, Beth, Toby, Miguel e soprattutto Madison, futura sposa di Kevin. L'emergenza sanitaria ancora in atto avrà fatto sicuramente la sua parte, guastando i piani di gloria degli sceneggiatori. E per la prima volta, così, viene messo in scena in TV il dramma delle mascherine antisettiche, degli abbracci centellinati, della degenza. Il pregio? Benché dimenticabili, questi quindici episodi sono la campagna vaccinale più efficace su piazza. Per questo e per l'affetto che ormai ci lega, gli perdoniamo qualche sbadiglio qui e lì. (7)

Comedy su un adolescente autistico alle prese con le gioie e i dolori della crescita, è la serie che più mi ha tenuto compagnia negli anni. Giunta alla quarta stagione, non senza qualche tempo morto nel mezzo, Atypical ci dice addio senza grandi sensi di colpa. Il protagonista, Sam, è cresciuto: ha ormai una fidanzata di lunga data, convive con il migliore amico e, a dispetto della sua diagnosi, punta con energia a ottenere l'indipendenza economica e affettiva. Punta a un viaggio in Antartide, soprattutto, per andare a vedere finalmente di persona i suoi animali preferiti: i pinguini, che guarda incantato allo zoo e di cui conosce le caratteristiche a menadito. Ma questa non è più soltanto la sua storia. Nel corso del tempo Atypical ha riservato sempre più attenzione ai personaggi secondari, al punto da seguire nel dettaglio tutti gli altri membri della famiglia Gardner. Mentre i genitori si riavvicinano, dopo il tetro pensiero di divorziare, la sorella maggiore – Casey, il personaggio più in divenire – esplora con consapevolezza i propri limiti e la propria sessualità. Non tutto fila come dovrebbe. Anzi, questa volta dieci episodi sembrano troppi e troppo tirati per le lunghe: trascinandoci, lasciano percepire la pochezza di una trama ormai giunta alle battute conclusive. Al pari di The Kominsky Method (vista, ma senza Alan Arkin nel cast perché scriverne?), Atypical si conclude a malincuore con la stagione più debole e dimenticabile. Ma il finale, dolce e conciliante, compiuto, ripaga comunque le attese. (6,5)

La poetessa americana Emily Dickinson raccontata in versione post-moderna. Non soltanto una trascinante colonna sonora contemporanea e un linguaggio colorito, ma anche: la scrittura febbrile, la speranza e il terrore di essere pubblicata, il sempiterno flirtare con i mostri e i fantasmi della mente umana, la bisessualità. Dopo un esordio folgorante, finito a pieno diritto nel meglio della sua annata, la serie Apple non rinnova il colpo di fulmine ma nemmeno delude. Fresca e godibile, benché sottotono rispetto ai fasti del debutto, non può contare più sul precedente effetto sorpresa e patisce la concorrenza della recente The Great – altro period drama maleducato e dissacrante, ma dalla sceneggiatura più graffiante: recuperatelo! Gli episodi belli per fortuna non mancano – vedasi l'ottavo –, insieme ai comprimari adorabili. Qualcuno ha citato Austin e Lavinia, il fratello e la sorella di Emily? La definizione, invece, mal si addice ahimè a Sue: l'interesse amoroso della protagonista, al centro di un inossidabile triangolo sentimentale, è uno dei personaggi più insopportabili del piccolo schermo. L'ex bambina prodigio Hailee Steinfeld, ribelle e appassionata, sin troppo in un epilogo che non convince per via del suo telefonato ritorno di fiamma, si conferma una magnetica padrona di casa. La sua storia troverà conclusione a novembre, sempre su questi schermi: la terza stagione, per la giovane Emily, sarà l'ultima poesia. Il prossimo mese lecito confidare nel proverbiale canto del cigno? (7)

lunedì 2 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: Dickinson | AHS: 1984 | Atypical S03

È un esperimento di quelli che o si amano, o si odiano.  Maleducata, autoironica, postmoderna, la serie Apple gioca con l’incontro-scontro tra corsetti e musica elettronica, con tanto di parolacce, visioni psichedeliche, festini a base di oppiacei. Al passo coi tempi, scherza sul binge e sul sexting:  cosa ci siamo inventati noi, infatti, se nell’Ottocento le pubblicazioni a puntate di Dickens erano l’equivalente delle serie da non spoilerare agli amici e gli autoritratti senza veli, regalati al cascamorto sbagliato, potevano diventare materia di pettegolezzo? Questo sfondo lontanissimo dall’immaginario dei period drama – per fortuna – si rivela la cornice ideale per parlare di una poetessa femminista, bisessuale, libera come l’aria. La giovane Dickinson flirta con la morte, sogna di vedere il circo e i vulcani, vede l’innamorata convolare a nozze con suo fratello, si lega a un mentore sfortunato. Forse inutile specificarlo, si scontra puntualmente con la mamma casalinga – Jane Krakowski: sempre sinonimo di risate assicurate – e con il padre, politico tanto accomodante in privato quanto severo in pubblico. I toni dissacranti di questa commedia adolescenziale raggiungono un ottimo equilibrio soprattutto negli episodi centrali: gemme di scrittura e regia, che soltanto di rado ci fanno distrarre pur di ammirare il gusto di costumi e scenografie. Dickinson, confermata per una seconda stagione, è una visione sorprendente. Ti affezioni a protagonisti e comprimari, rischiando di commuoverti nel finale. Ti dici meravigliato per l’insospettabile verosimiglianza della serie, che permette nel mentre di scoprire le migliori poesie di Emily – traboccanti di erotismo, tematiche macabre e spiritualità, compaiono sullo schermo in caratteri dorati – o di viaggiare nel tempo conoscendo ora le pose di Thoreau, ora l’ambizione della Alcott. Ti scopri innamorato della gamma espressiva di una Heilee Steinfeld da Golden Globe: esilarante nei momenti comici e potentissima in quelli di raccoglimento, l’attrice e cantante ha una passionalità che renderebbe orgogliosa la stessa autrice. Emily è stata capita. L’ho capita qui. Nella produzione in costume che scalcia, pur di uscire dai banchi di scuola e dalle sue gonne pesanti. Nel mix che, dopo Luhrmann e Coppola, istruisce elettrizzando. Dickinson: centonovanta anni e non sentirli. (7,5)

Ambientazioni lacustri, una scalmanata comitiva di amici, quattro assassini, tre piani temporali. Dopo il fallimento della stagione precedente, un imbarazzante crossover che scontentava fan e detrattori, American Horror Story torna seguendo la scia insanguinata di Venerdì 13 e la retromania dilagante, ormai prassi da Stranger Things in poi, qui proposta in verità senza grande spirito di iniziativa. Ryan Murphy si diverte a prendere in prestito il meglio e il peggio di quel filone cinematografico. Ossia: protagonisti insopportabili, sangue a litri, sesso e colpi di scena a raffica. La serie antologica che ha sempre avuto il gusto per l’eccesso nella lista dei difetti, come se la cava omaggiando un sottogenere già trash di per sé? Benché troppo kitsch per essere vero, fra lezioni di aerobica, capelli cotonati e canzoni a tema, il fritto misto di Murphy e company sceglie quest’anno di viversela con assoluta leggerezza e nel segno dell’autoironia. Abbandonando sia la politica statunitense che i crossover, 1984 torna ai toni sopra le righe della sottovalutata Scream Queens. Il risultato è una nona stagione nient’affatto memorabile, ma che in fondo potrebbe suscitare la benevolenza sia dei nostalgici sia di coloro che ricercano colpevolissimi guilty pleasure. Ci sono infatti stralci di cronaca nera – gli omicidi del Night Stalker, trasformato dagli sceneggiatori in un satanista dalle mille vite –, le leggende da falò – le gesta di Mister Tintinnio, accanto a terreni maledetti dove gli spiriti non trovano pace –, le presenze incorreggibilmente pop – la solita Emma Roberts, troppo specializzata nei ruoli di ape regina per convincere come fanciulla indifesa, e la coppia inedita costituita dai simpatici Matthew Morris e Billie Lourd. Ricordati di noi. Lo implorano questi fantasmi. Lo pretendono gli anni Ottanta. (6,5)

Farebbe bene a cambiare titolo. Non più Atypical ma I Gardner, in assonanza con le sit-com che hanno fatto la storia della televisione. Le si augura, infatti, lo stesso futuro. Arrivata già al terzo anno, più corale che mai, la serie Netflix sulla sindrome di Asperger riesce ancora a intenerire e appassionare. Anzi, se lo chiedeste a me, vi direi probabilmente che questi dieci episodi sono i migliori girati finora. La cosa ha davvero del miracoloso: perché sono uno spettatore incostante e l’ennesimo soggiorno a casa di Sam poteva trovarmi con la mente altrove. Contro ogni pronostico, invece, Atypical mi fa suo. Davanti allo schermo, con gli occhi a cuoricino, sorrido e mi emoziono grazie a un intrattenimento vecchio stile che ha dalla sua qualcosa che non passa mai di moda: un cast ben assortito. E qui, dal primo all’ultimo, i personaggi funzionano proprio tutti. Talmente vivi e contraddittori, a volte, che è impossibile non criticarne le scelte oppure trovarli antipatici. L’imprevedibile Sam, alle prese con la routine del college, è il collante per le storie degli altri. Mamma e papà, separati in casa dopo il tradimento della Leight, sono fermi a un bivio: il divorzio è più semplice del perdono? La sorella minore, Casey, si interroga sulla propria sessualità: attratta dalla coetanea Izzie, rischia di mettere da parte Evan, anche noto come il personaggio più adorabile del piccolo schermo. Si possono amare due persone contemporaneamente? Da non dimenticare, infine, Paige e Zahid: spalle comiche insostituibili, la fidanzata e il migliore amico del protagonista lasciano spazio a sorprendenti momenti di fragilità, con lei che subisce l’emarginazione delle matricole e lui traviato, invece, dalla relazione con la ragazza sbagliata. Ognuno o quasi avrà il suo lieto fine. Potremo sentirci nuovamente parte della famiglia, in attesa che dai piani alti arrivi la conferma di una quarta stagione? Lo speriamo, sì, prendendo in prestito dai pinguini studiati da Sam la fedeltà incondizionata, la pazienza e il senso di appartenenza. Le feste mi mettono di malumore, si sa: ho sempre paura di tornare a casa. Posso avere ancora i Gardner, per favore? In alternativa, mi trasferisco al Polo Sud. (7+)

lunedì 14 agosto 2017

I ♥ Telefilm: Speciale Comedy #2

Prendere ogni affermazione alla lettera, non capire gli stati d'animo altrui, spiazzare i nostri interlocutori con frasi brusche e rare manifestazioni d'affetto. L'armatura delle felpe col cappuccio, il pensiero della normalità. Sam, diciotto anni, è un libro aperto. Non coglie le sfumature. Candido, non ha segreti. La sua famiglia ci ha fatto il callo: da bambino, gli è stata diagnosticata una forma di autismo ad alto funzionamento. Com'è vivere l'adolescenza sentendosi diverso? Cosa significa dividere la casa con un ragazzo fragile, irritabile, dolcissimo, che suo malgrado monopolizza le attenzioni? Keir Gilchrist, già adorato in United States of Tara e It's a Kind of Funny Story, è un tenero Forrest Gump alle prese con il pensiero dello scioglimento della calotta polare e del primo amore: cotto della sua psicoterapeuta, prigioniero del suo mondo su misura, vuole far pratica con una coetanea che lo sopporta e supporta. La sorella maggiore, l'irresistibile Brigette Lundy-Paine, pensa a costruirsi una vita altrove (ha vinto una borsa di studio, ha un fidanzato) ma, fedele al nido, poi se ne pente. Nel frattempo, una Jennifer Jason Leight sull'orlo di una crisi di nervi tradisce papà Rapaport: l'amante, un giovane barista, non sa di Sam e dello stress che comporta. Chi può giudicarla se, per una volta, desidera sentirsi una donna e basta? Atypical, teen comedy in otto puntate sbarcata su Netflix a metà agosto, e non senza controversie, è la storia di una famiglia ordinaria alle prese con drammi e traguardi straordinari. Accusata da qualche testata americana di utilizzare l'autismo come spunto per risate facili, la compagnia di Atypical in realtà mi è parsa godibile, veritiera, delicata – lo confermano, in giro, le ottime medie e un cast vincente, senza un viso o una sottotrama fuori posto. La cosa davvero bella, accanto a un capomastro estremamente facile da voler bene, è che chi in cerca di una via di fuga, chi della felicità, sempre e comunque bene attenti a non pestarsi i piedi a vicenda, i membri della famiglia di Sam sono uguali noi. Se più atipici, be', solo sulla carta. (7,5)

Si erano conosciuti e piaciuti en passant. Quarantenni. L'idea che quella potesse essere l'ultima possibilità per diventare genitori aveva fatto sì che, galeotta una gravidanza indesiderata, diventassero una famiglia. L'amore era arrivato solo dopo. E con quello i figli: nella seconda stagione, ambientata a qualche anno di distanza dalla prima, ben due. Cos'è di Sharon e Rob adesso? Li avevamo lasciati in crisi. In un momento di riflessione, brilla, Sharon aveva fatto qualcosa con qualcuno. Neanche Rob, licenziato perché accusato ingiustamente di molestie sessuali, era senza macchia. Con la coscienza un po' sporca e il broncio, nella terza stagione di quel gioiello di umorismo nero che è Catastrophe ci si gode il piacere, dopo tanto rumore, di fare all'amore (questa volta con qualche precauzione). Non mancano i ripensamenti, le ricadute colpose, le emozioni grandi e piccole. Gli amici stretti e i parenti serpenti – genitori malaticci, fratelli scapestrati – danno qualche inevitabile imbarazzo, ma fanno compagnia. Il resto è un copione grossomodo invariato, e per questo vincente. Catastrophe non è la solita comedy. Somiglia tanto a un bagno di realtà. Alle relazioni comuni, ai disastri che ci combina l'amore, a noi spettatori. Romantici, con il dente avvelenato e il copyright sull'unicità. (7,5)

L'incipit di The Mick è tutto un programma. La protagonista, troppo in là con gli anni per giocare a fare la vandala, si fa bella tra le corsie di un supermercato – lavandosi e profumandosi con i loro prodotti, gratis – per poi scappare fuori senza pagare. Usare il prossimo, per Mickey, è un'arte. Così, un giorno, si presenta a casa della sorella maggiore – una che si è accasata con un tizio ricchissimo, madre appagata, organizzatrice di feste esclusive. L'aperitivo a scrocco però si conclude con un colpo di scena. La polizia arresta i padroni di casa e Mickey, suo malgrado, si trova a fare da tutrice a tre pesti di età diverse: una ragazza ribelle, che cambia fidanzati e hobby a giorni alterni; un adolescente convinto di poter comprare tutto e tutti, perfino l'amicizia; un bambino adorabile e assurdo, con il pallino per la piromania, l'omicidio e gli abiti da donna. Scorretta, volgarotta e nerissima, la comedy con l'ottima Kaitlin Olson diverte impunemente e ha macchiette – la domestica Alba, lo sfortunato fidanzato Jimmy – che sono tra i suoi punti forti. I bambini rischiano di diventare mele marce, ma tu ridi. Qualcuno ci lascia le penne, ma tu ridi. Qualcuno chiamerebbe gli assistenti sociali, il Telefono Azzurro: io, in poltrona, aspetto già la seconda stagione. The Mick è Io e zio Buck in chiave femminile. Tutti insieme appassionatamente che scopre il sarcasmo. Le famiglie convenzionali, la buona educazione, in fondo a chi piacciono? (6,5)

Casta per scelta, una giovane donna si scopriva in dolce attesa per l'errore della ginecologa. Quanto poteva durare questa barzelletta su una moderna immacolata concezione? I risvolti impossibili e la simpatia di Jane The Virgin conquistavano pubblico e critica nella prima stagione. Il segreto della comedy surreale che faceva furore durante la stagione dei premi: indefinibile. Vuoi l'irrinunciabile voce narrante, vuoi un cast centratissimo di volti semisconosciuti, vuoi i toni da telenovela venezuelana tra parodia e guilty pleasure. La seconda stagione, ripetitiva e diluita, non faceva passi né avanti né indietro: una sufficienza stiracchiata e qualche dubbio. Sul rinnovo, sul proseguire oppure no. Lo scorso autunno mi ha portato consiglio. Jane Gloriana Villanueva torna in forma smagliante: mamma, moglie, scrittrice pubblicata. Ha fatto la sua scelta, anche se i poligoni amorosi sono lontanissimi dal risolversi, e finalmente si concede una notte di passione dopo una quarantina di puntate: il principe azzurro ha dovuto aspettare. Autoironico, pulito e un po' malizioso, Jane The Virgin intrattiene con triangoli, paradossi e intrighi consueti. Si decideranno mai i genitori della ragazza del miracolo a dirsi di sì? Nonna Alba imparerà a lasciarsi andare? Quanti omicidi, quante doppie identità, al Marbella? In venti puntate pienissime e spassosissime, a sorpresa qualche brivido inaspettato. Una perdita improvvisa, una tragedia ingiusta, una Gina Rodriguez più brava che mai. Quarta stagione in arrivo, un posto vuoto a tavola, bizzarie e tragedie di una vergine incinta che anche non più vergine, anche non più incinta, regala gioie. (7)

Nonostante un amore nato solo a metà della prima stagione, le follie e i ritornelli di Crazy ex-girlfriend erano stati tra le sorprese più clamorose del piccolo schermo, lo scorso anno. Dov'era saltata fuori Rachel Bloom? Rinnovato a sorpresa, Crazy ex-girlfriend è tornato alla carica. Rebecca, dolce stalker, ha abbandonato New York per la provincia. Nel finale di stagione, il famoso Josh la ricambiava. Dopo una notte di passione, però, affiorava il dubbio: grande amore o lavaggio del cervello? In mesi in cui il musical è tornato sulla bocca di tutti, Crazy ex-girlfriend ritorna e prendo poco a poco. Josh, messo con le spalle al muro, tentenna. Il suo rivale in amore va via, mentre in ufficio se ne affaccia un altro, turbato e affascinato dalle scollature della procace Rebecca. Paula, migliore amica ad honorem, si iscrive all'università, scopre il tradimento del marito, si allontana. E, a sorpresa, si formano nuove squadre al femminile, con la protagonista e la temibile Valencia costrette a collaborare per un bene comune. Dopo un momento di titubanza iniziale, i motivetti e i balli della Bloom – imperdibili le parodie osè di Thinking out loud e Diamonds are a girl best friends – conquistano, cambiando il giusto le carte in tavola. In un finale, soprattutto, in cui tutto è in forse e i progetti per una terza stagione ancora più assurda, ancora più folle, si palesano all'ombra di fiori d'arancio. (6,5)

venerdì 19 gennaio 2018

Recensione a basso costo: Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, di Mark Haddon

| Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, di Mark Haddon. Einaudi, € 5, pp. 247 |

Christopher Boone, quindici anni, ha un mistero da risolvere e la sindrome di Asperger. Una forma di autismo ad alto funzionamento che, il più delle volte, lo rende un mistero per se stesso e il prossimo – un altro, ancora. Odia il giallo e il marrone, mentre considera il rosso di buon auspicio. Non sa interpretare le espressioni dei volti altrui, sciogliere frasi idomatiche o doppi sensi, ridere di una semplice barzelletta. Orfano di madre, impenetrabile, sta scrivendo però un mistery. Editor d'eccezione: la sua psicologa scolastica. Quello che stiamo leggendo noi, sì, con i capitoli che seguono l'ordine inconsueto dei numeri primi e problemi matematici, digressioni cervellotiche, negli intermezzi. Christopher, prodigio delle scienze, vuole fare l'astronauta ma intanto fa un apprendistato gratuito come detective fai-da-te. Qualcuno, nel cuore della notte, ha ammazzato con un forcone il cane della vicina. E Christopher non parla con gli sconosciuti, non ficca facilmente il naso, ma deve sapere chi è stato e perché. Soprattutto, deve capire di chi fidarsi in un intrigo di bugie non sempre a fin di bene; di facce che mentono senza che lui se ne renda conto. Il suo eroe, Sherlock Holmes, d'altronde vorrebbe così. E lui, che conosce a menadito i risvolti del Mastino dei Baskerville ed è un acuto osservatore per natura, non vuole deluderlo. 

Non pensavo di essere intelligente: guardavo le cose per quello che erano, e questo non voleva dire essere intelligenti. Significava semplicemente essere dei buoni osservatori. Essere intelligenti vuol dire guardare le cose per ciò che sono e utilizzare l'evidenza dei fatti per elaborare qualcosa di nuovo.

Leggo solo adesso, pescato a poco prezzo su una bancarella dell'usato, un best-seller da anni in classifica e sulla bocca di tutti. Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, ho subito pensato, me lo figuravo diverso. Più infantile. A tratti cupo e amaro, raccontato da un adolescente pragmatico e senza poesia ma dolce a modo suo, stupisce invece per la cattiveria di alcuni personaggi e l'accuratezza con cui Mark Haddon, al tempo semiesordiente, racconta il mondo interiore di un protagonista che a un certo punto parte all'avventura (destinazione: Londra, o forse l'ignoto), con un coltellino svizzero e un topo addomesticato nelle tasche. L'indagine a cui il titolo allude è in realtà un piccolo pretesto. Passepartout per un soggiorno angusto e affascinante, interessantissimo, in una testa che segue leggi tutte sue. Come in Room, voce credibilissima di un bambino cresciuto in cattività, la verosimiglianza è totale. Si ha l'impressione che Christopher Boone esista davvero. A differenza dei protagonisti di Atypical e Big Bang Theory, dell'altro investigatore speciale di Siobhan Dowd, non è soltanto lunghi silenzi, accortezze che fan simpatia, modi freddi ma gentili. A volte perde le staffe. Ha scoppi di violenza e finisce in una sorta di trance in cui la famiglia non lo può raggiungere e i minuti, le ore perfino, perdono di significato. Se la gente è troppa, si accuccia a terra, urla e strepita. Se la fa addosso, e non ha più l'età.

Penso che i numeri primi siano come la vita. Sono molto logici ma non si riesce mai a scoprirne le regole, anche se si passa tutto il tempo a pensarci su.

Chi è il responsabile dell'assassinio del povero Wellington? La domanda, si diceva, diventa presto secondaria. Christopher vive al di fuori di questo minuscolo giallo che innesca l'azione, la coscienza. E Christopher, ogni tanto, si perde. In una città sconosciuta. Nei segreti terribili di chi gli sta accanto. In una testa un po' matta – ma siamo matti noi, piuttosto – che ci regala inquietanti sogni apocalittici, sorrisi stentati e preoccupazioni diffuse, pagine bellissime in cui ci si scopre smarriti, boccheggianti, esattamente come lui.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Blink 182 – Adam's Song

mercoledì 1 maggio 2019

I ♥ Telefilm: Special | Bonding | This is us S03 | Santa Clarita Diet S03

La routine di un ragazzo fuori dall'ordinario. Il lavoro, gli amici, l'amore. Cos'è successo: il ritorno di Atypical è forse giunto in anticipo? La domanda sarebbe lecita davanti a una produzione, originale soltanto in teoria, che ricorda un po' la comedy sulla sindrome di Asperger, un po' Please Like Me. Qui, però, si parla di un altro disturbo: il protagonista ha una paralisi cerebrale sin dalla nascita. Qui, soprattutto, si parla senza filtri di troppo: il protagonista, realmente disabile, è eccezionalmente anche l'autore del tutto. Otto episodi brevissimi nell'arco dei quali Ryan O'Connell trova il coraggio di intenerirci e infastidirci, fra momenti di debolezza e gesti di egoismo. Ventotto anni, senza un impiego, convive con una mamma single che si è annullata in nome del troppo affetto e con un dramma niente affatto trascurabile: benché dichiaratamente omosessuale, spigliato e carino com'è, Ryan non è mai stato a letto con nessuno. Dall'avvio di uno stage presso una testata online alla perdita della verginità, galeotti i consigli di una strabordante migliore amica, non passerà molto. Il protagonista, in barba al politicamente corretto, minimizza sulla propria condizione: la zoppia di cui al lavoro tutti chiacchierano, colpa di un fantomatico incidente stradale. Si affida all'esperienza di un gigolò che, in una sequenza esplicita ma dolcissima, gli svela i segreti del contatto fisico infischiandosene dell'arrivo del principe azzurro. Ha la schiettezza di mostrarsi odioso, bisognoso, nel rapporto di co-dipendenza con la bravissima Karen Hayes, combattuta fra il ruolo di mamma a tempo pieno e i bisogni di cinquantenne ancora libera e piacente. Storia dal taglio classico e dai temi quanto mai consolidati, la serie Netflix mostra i lati amabili e quelli più spigolosi di un ragazzo egocentrico e autosufficiente soltanto in teoria. Forse osa poco, se non in quella prima volta sotto lauto compenso, ma il tocco di O'Connell – che con il beneplacito dei produttori sceneggia e interpreta, raccontando senza ipocrisie quel che ruota attorno alla disabilità -, appare speciale come da titolo. (7)

Lui è un aspirante comico gay, con scarsa esperienza tanto in materia di palcoscenici quanto di uomini. Lei è una studentessa di psicologia che a lezione non dà grandi confidenze ai compagni ma, sotto il cappotto, nasconde stivali al ginocchio, bustini e gatti a nove code. Migliori amici ai tempi del liceo, quando costituivano ben più che un'elettiva coppia di perdenti, si ritrovano non senza imbarazzo, non senza secondi fini, dopo essersi salutati di fretta durante la notte del ballo. Se la fatale Zoe Levin è una dominatrice con una fitta schiera di clienti sulla busta paga, lo spiantato Brendan Scannell gli fa da assistente improvvisato pur di sbarcare il lunario. Il sesso paga: soprattutto se lo si ama strano. Il sesso ha spettatori affezionati: soprattutto se lo manda in onda Netflix, in episodi di quindici minuti a cui è impossibile resistere. Nel solco di Sex Education, educazione sentimentale da bollino rosso, arriva così anche Bonding: la commedia nera contro il tabù, che promette di fustigare e scandalizzare gli spettatori, senza mai dimenticare una generosa dose di cuore. Goderecci eppure raramente volgari, espliciti ma senza scene di nudo, gli episodi godono di una scrittura degna delle produzioni britanniche: a tratti siamo nei territori di The End of the fucking world, ma è l'America odierna quella che si staglia oltre le stanze rosse della Levin. Pelle lucida, legacci, catene. Fiotti d'urina, fantasie di percosse e rapimenti, giochi di ruolo. Il coinquilino falsamente macho è attratto dall'idea della stimolazione prostatica, una coppia borghese cerca consulenti d'urgenza – il capofamiglia, infatti, si eccita soltanto con il solletico –, qualcuno considera pornografiche le marce dei pinguini. Come da copione, non mancano le richieste assurde, i clienti sopra le righe e i dialoghi sboccati, ma neanche approfondimenti psicologici degni d'attenzione: i protagonisti, infatti, aiutano gli altri a sentirsi liberi, ma sono i primi a vivere nell'anonimato di una doppia vita; a nascondersi nel non detto. Vicenda di solitudini siderali, di gente che ferisce per non essere ferita, Bonding è una terapia per combattere la prigionia delle inibizioni. Come gestire un'identità alternativa con il rischio che le strade della studentessa e quelle della dominatrice si incrocino? Come operare nel settore del sesso quando il contatto umano terrorizza? Gettato il frustino, bisogna imparare a farsi dominare. Per costruirsi un amore su misura. Per mantenere salda un'amicizia decennale. (7+)

Ogni famiglia, perfino la più unita, conosce momenti di crisi. È successo anche a quella di This is us. Se la seconda stagione era riuscita a sorpresa a difendersi – il rischio: quello di non replicare le emozioni della precedente –, la terza non ha ripetuto il piccolo miracolo. Non potendo più contare né sullo svelamento della tragica dipartita di Milo Ventimiglia né sull'elaborazione di una Mandy Moore inspiegabilmente tagliata fuori dalla stagione dei premi, i nuovi episodi si trascinano un po' – nonostante gli approfondimenti e gli ingressi dell'ultimo minuto, per fortuna, non manchino. Degni di nota, in particolare, i flashback ambientati in Vietnam: quando Jack, il capofamiglia, aveva un misterioso fratello al fronte interpretato da un ottimo Michael Angarano. Mentre Kevin indaga sulla scomparsa dello zio, i fratelli Randall e Kate si danno il cambio alternando gioie e dolori. Il primo, improvvisatosi politico, rischia di mandare all'aria il matrimonio con la fedele Beth. L'altra, invece, si è resa protagonista di una gravidanza a rischio. Jack e Rebecca, al centro di linee narrative che ormai cominciano a incastrarsi a fatica con le storie delle generazioni successive, regalano qualche sospiro garantito (ma scontato) con vecchi appuntamenti, parole non dette, acciacchi della terza età. Il ritmo, poco incalzante, ne risente. Gli episodi, per la prima volta da quando la serie va in onda, si sono accumulati in una cartella del mio portatile. Da quando l'appuntamento con This is us non è più un'urgenza? Da quando inizia a girare in tondo, attorno al cuore di una questione già bella che sbrogliata. Da quando questa famiglia americana si è fatta più conflittuale e incostante, più vicina alla mia nel bene e nel male, privandomi del sogno impossibile di farne parte. La crisi è giunta prima del settimo anno. Finirà, magari grazie a sceneggiatori meno adagiati sugli allori e ai benefici della terapia? (6,5)

A proposito di famiglie in crisi. A proposito di serie al centro di piccole grandi battute d'arresto. Come dimenticare le tragicomiche degli Hammond? Lui umano, lei non-morta. Ufficialmente: agenti immobiliari in quel di Santa Clarita. Un ridente sobborgo in cui niente è come sembra e i vicini, a dispetto delle apparenze, nei momenti giusti sanno voltarsi dall'altra parte. Abbastanza da credere alle bugie dei protagonisti, di glissare sulle loro stranezze. Abbastanza da non accorgersi che Drew Barrymore è assetata di sangue, mentre il servile Timothy Olyphant le fa da braccio destro giacché innamoratissimo. Anche in questo caso, dopo un prosieguo di buon livello, la commedia splatter targata Netflix ha rischiato di annoiarmi. Di trascinarsi con svolte poco convincenti, in una terza stagione copia-incolla delle precedenti. Spiace dirlo, ma l'arrivo di dieci episodi aggiuntivi non regala nuovi spunti. Spiace dirlo ma, benché appunto dispiaccia, la cancellazione non mi ha stupito. Santa Clarita Diet non scade, non peggiora, non delude. Resta sempre lo stesso, e purtroppo non è un pregio, come quella zombie che mangiando esseri umani si mette in salvo dalla decomposizione. La figlia si rende utile, ma l'FBI la torchia e il migliore amico trema per l'ansia da prestazione. Il marito tenta di proteggerla entrando a pieno diritto nella schiera dei Cavalieri di Serbia. E lei, al solito, semina in giro corpi smembrati e guai: ben propensa a trasformare gli altri, si immusonisce davanti ai tentennamenti di Joel, un Olyphant pur sempre irresistibile. Chi non vorrebbe essere immortale? A che prezzo, però, se tocca darsi al massacro – anche se di alcuni loschi neonazisti – per mantenersi giovani per sempre? Sempre macabro e scoppiettante, il mix di generi non può contare più sull'effetto sorpresa delle prime volte né sull'alchimia indiscutibile fra i due padroni di casa. La sceneggiatura, a proposito di autori pigri, non fa passi avanti. Quanto poteva durare restando sempre sopra le righe, sempre la fotocopia di un successo sì meritato ma mai bissato? Davanti a quel finale spiazzante, eppure, la curiosità c'era. Resterà sempre il dispiacere per l'avvenire degli Hammond, che probabilmente non conosceremo. Le colpe, questa volta, non sono imputabili soltanto ai tagli di Netflix. Ma a una commedia cannibale che ha il pane – temi originalissimi, grandi mattatori, ironia e sangue in quantità – e non i denti. (6)

mercoledì 17 gennaio 2018

I ♥ Telefilm: Black Mirror - Stagione IV | The End of the F***ing World

Specchio, specchio delle mie brame, qual era la serie più attesa del reame? L'ho trovata per fortuna già lì, senza aspettarla quasi. Sei episodi – geniali al solito, si sperava – caricati a cavallo fra l'anno vecchio e il nuovo. Tempismo sbagliato per pensare ai listoni, già chiusi e fissati su carta, ma non per darsi all'abbuffata – saltando le feste e i loro banchetti da mille portate, scarsi sensi di colpa da parte mia. Qualche boccone, qualche episodio, mi è andato però di traverso. Ma andiamo con ordine, partendo da una stagione fa: la terza – la prima che ho visto in realtà – magistrale sì ma, con il senno di poi, già in procinto di allontanarsi dall'umorismo british, dalla satira rivoluzionaria delle prime due. Preferendogli qualche volto noto, mano fermissime alla regia e gli amori dell'indimenticato San Junipero. L'impressione va accentuandosi nel corso della quarta. Riflesso confuso di una serie antologica che questa volta ha troppe eroine e pochi spunti vincenti. Di quelle puntate divorate per foga, per curiosità, poche non lasciano l'amaro in bocca. Si apprezzano l'aria vintage e il cast della prima – regata virtuale in stile Star Trek, capitanata da un frustrato e onnipotente Jesse Plemons – ma la fantascienza anni Settanta, forse limite mio, annoia un po' (6,5). La seconda, diretta da una Jodie Foster assolutamente fuori forma, racconta le ansie di mamma Rosemarie DeWitt, diventate ossessione nell'attimo in cui le nuove tecnologie le permettono di spiare costantemente l'unica figlia: una protagonista insopportabile e il taglio da giallo di Rai Due non aiutano (5). La terza, un Fargo al femminile, è la mattanza a opera di un'ottima Andrea Riseborough per proteggere interessi personali, segreti e lacrime di coccodrillo (6,5). La quarta, splendido fiore all'occhiello a metà tra 500 giorni insieme e Equals, ha finalmente del capolavoro: lui incontra lei, si piacciono, ma una società che monitora i cittadini, gli amanti, ha piani imperscrutabili per la loro relazione (8,5). Della quinta, survival horror in un rigoroso bianco e nero, si salva la regia di David Slade: la storia della donna braccata da un cane robot, in un anonimo deserto, non volevamo sentirla, almeno non qui (5,5). Per fortuna, qualche lampo di brillantezza nella chiusa metatelevisiva, in cui però l'ennesima femminista, l'ennesima vendetta, giustificano la grande stranezza, e la riducono ai minimi termini (7). Charlie Brooker è stanco. Lo Specchio Nero, nella stagione che ha meno colpi di scena, meno cose su cui spingerci a riflettere, è appannato. Se contro l'opacità non basta il Vetril, qualcosa possono la straordinaria delicatezza dell'inconsueto invito a cena di Hang the DJ; un museo degli orrori, in memoria dei Black Mirror presenti e passati, in cui non vorremmo che i cimeli esposti fossero vestigia di un futuro che già non c'è più. (6,5)

Dopo tanto, iniziare come preferisco io. Il ragazzo incontra la ragazza. James, seduto da solo al tavolo della mensa, conosce la scostante Alyssa, ultima arrivata. Lei, annoiata da tutto e tutti, da una famiglia allargata di cui non può sentirsi più parte, vorrebbe fuggire via – e nel silenzioso coetaneo dalla macchina perfettamente funzionante ha individuato un ideale compagno di viaggio. Lui, psicopatico senza se e senza ma, dopo un'infanzia passata a seviziare animali randagi, ha deciso di passare agli esseri umani: perché non partire proprio da quella ragazza che, dal nulla, gli si è gettata fra le braccia? Succede che partono, sulle tracce del papà truffatore di lei. Succede che il male, prima in teoria e poi in pratica, lo sperimentano davvero strada facendo. Assieme a quella tenerezza, a quella specie d'amore che amore non è, che né l'uno né l'altra – troppo anaffettivi, troppo fuori – contemplavano in partenza. Alyssa, alla cieca, si affida a un aspirante serial killer. James, somigliante al protagonista di Atypical ma con in aggiunta la vena di sadismo di Bates Motel, sente presto di non poter fare a meno della compagnia di un'attaccabrighe per natura. Acuto, violento, dolcissimo, The End of the F***ing World è la commedia adolescenziale che si veste di nero. Una scoperta su ruote divorata in tempi record, con i personaggi assurdi a cui mi affeziono per principio, le tavole calde dei boy meets girl di cui non avrò mai abbastanza, una sognante colonna sonora sottratta per rapina a mano armata alla grazia degli anni Cinquanta. Bonnie e Clyde, al giorno d'oggi, hanno grosse questioni irrisolte con mamma e papà. Sfoggiano camicie hawaiane super kitsch e tinte biondo platino. Hanno i volti freschi degli ottimi Jessica Barden e Alex Lawther, il pulp del fumetto d'origine, il mondo intero contro. Se si innamorano, complici d'omicidio e braccati, chi lo sa. Ma di loro, strambi e adorabili, mi sono innamorato un po' io. Perché fanno ridere, fan preoccupare, dall'inizio alla fine: la stessa che purtroppo cala presto dall'alto, sorprendendoli come a metà della corsa. In patria, hanno fatto poco rumore per disseminare veleni, cadaveri e cuori infranti. Le cose, da questo mese, potrebbero andare diversamente su un Netflix non sempre all'altezza delle proprie produzioni originali, vero, ma generoso Mecenate. Sperando vivamente che la fine del titolo sia soltanto l'inizio della loro avventura. E, sì, di una c***o di fantastica storia d'amore. (7,5)

mercoledì 26 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Castle Rock | Atypical S02

Ci sono nati il cane Cujo, l'antiquario di Cose preziose, i bambini di Stand By Me, lo scrittore fuori di sé di La metà oscura. Castle Rock, Maine, è la città immaginaria che nutre i crimini di sangue e i best-seller di sicuro successo. L'isola che non c'è, potremmo dire, o meglio: l'inferno che voleva esserci; farsi anche TV, se l'orrore piace pure a puntate. Le produzioni ispirate ai successi di King, tuttavia, le si accoglie sempre con un altro tipo di paura: quella che accompagna gli adattamenti deludenti, i progetti morti sul nascere in quanto mediocri. Così è stato, almeno, prima per Under the Dome, poi per The Mist. Quale destino si doveva mettere in conto invece per la sperimentale Castle Rock, serie scritta dal nuovo che il Re non lo avrebbe adattato, bensì omaggiato? L'omaggio, chiariamolo, è molto alla lontana: soprattutto ai conoscitori superficiali, potrebbe apparire perfino pretestuoso; uno specchietto per le allodole. In dieci episodi, ambientazioni a parte, del mondo di King – auguri a lui, che lo scorso venerdì ha spento settantuno candeline – in realtà c'è poco: la prigione di Shashank sullo sfondo, l'invecchiato ma valente sceriffo Pangborn, una giovane che per fardello ha il cognome del famigerato Jack Torrence. Non si vuole battere il ferro finché è caldo, no, così come non ci appare un vezzo, l'ennesimo easter egg, un cast con una manciata di attori già familiari a questo universo – parlo di Carrie e It, una meravigliosa Sissy Spacek e lo spiritato Bill Skarsgard, qui in borghese e alle prese con ruoli tutti diversi. È di ritorni a casa, invece, che si parla, con l'avvocato André Holland chiamato a fare luce sui misteri della propria infanzia. Di un giovane senza nome né memoria, prigioniero in un'ala nascosta del carcere, che forse è una vittima, forse un pericolo imminente. Si viaggia tra presente e passato, a cavallo tra realtà, soprattutto se nelle ultime puntate – magistrali la settima e la nona, autentici e toccanti girotondi temporali – l'immancabile J.J. Abrams ci mette lo zampino. Qualcosa e qualcuno non funzionano: il taglio tanto classico da risultare un po' compassato, ad esempio, o i personaggi di Jane Levy e della eppur brava Melanie Lynskey. Ma, se non tutto fila a regola d'arte, comunque fa piacere scorgere tra le righe il King meno indagato: introspettivo, malinconico, esistenzialista. Quello per pochi eletti. Nella fascinosa ma irrisolta Castle Rock, infatti, non ci sono enigmi più grandi del fluire del tempo, della memoria che svanisce invecchiando, delle ormai proverbiali sliding doors. Ci si allontana coraggiosamente, anche a costo di risultare meno vendibili, dalle atmosfere del tormentone Stranger Things, dalle trasposizioni fedelissime che puntualmente fanno flop, dallo scrittore tutto spauracchi che solo un profano si aspetta su carta. Le vie e i sentieri che si diramano, gli incroci, sono potenzialmente inesauribili. La serie Hulu non imbocca sempre quelli giusti, ma neppure i più scontati. Se ne va spesso a tentoni, nel bosco, fra multiversi e maledizioni, e nel suo smarrirsi scopre luoghi bizzarri nonché svolte dall'impensata bellezza lirica. E insieme a quest'ibrido degno di interesse, così, realizziamo strada facendo, al buio, che tutte le strade portano a casa. In una Castle Rock insolita, ma che intanto ti fa primo cittadino e suo prigioniero. (7)

Gli acquazzoni, il tè delle cinque, i ritorni che in fondo aspettavi. L'arrivo dell'autunno porta a domicilio piccole gioie irrinunciabili e appuntamenti fissi. Quest'anno, in attesa che i palinsesti americani riprendano a pieno regime, si è ripartiti con dolcezza, dalla famiglia Gardner. Non una delle sorprese più clamorose dello scorso anno, non lo nego, eppure produzione così quotidiana, così spontanea, che era stato un piacere accettarne gli inviti a pranzo e cena per condividerne la leggerezza e i dispiaceri. Si parlava, da titolo, di Sam: l'annunciato atipico dei quattro. Diciassette anni, poche parole e tanti sbalzi d'umore, una forma d'autismo ad alto funzionamento che lo rendeva poco ferrato in materia di adolescenza e ragazze, moltissimo invece se di mezzo c'erano pinguini da adottare a distanza o ghiacciai a rischio di scioglimento. Ci si affezionava a lui – a sorpresa, non il più problematico del nucleo domestico, nonostante le bizzarrie a fantasia –, e soprattutto a chi gli stava accanto, con il difficile compito di essere assennato e paziente; di far bene. Cose impossibili, si sa: nelle famiglie di ogni dove non esiste né perfezione apparente né tregua. Dopo il rinnovo, eccoli lì, proprio dove li avevamo lasciati: mamma Jennifer Jason Leigh, reduce da una relazione fedifraga smascherata in fretta, è invitata di malo modo ad andare altrove ma intanto cerca il perdono di tutti; papà Michael Rapaport, con quel tradimento che ancora brucia nell'orgoglio, si distrae sposando pienamente la causa del figlio maggiore ma la fatica del multitasking pesa sia sul fisico che sui nervi; Brigitte Lundy-Paine, sorella brillante e ambiziosa, cambia scuola e forse gusti sessuali, se un'avvenente coetanea le dà da pensare. E poi c'è l'ottimo Keir Gilchrist: in una relazione da definire, quasi diplomato, innamorato non corrisposto di una terapeuta dagli occhi a mandorla in attesa di un neonato fuori programma. Meno egocentrico, più adulto, il protagonista conferma ancora una volta la propria magia: la capacità inconsapevole di rendere strane e importanti, intense, le esistenze che sfiora. Naturale proseguimento della prima stagione, senza grandi intoppi né forzature, Atypical ha dalla sua, questa volta, un'accentuata dimensione corale che funziona e diverte grazie a comprimari caratterizzati tutti con lo stesso piglio ironico, tutti con lo stesso cuore d'oro. In un prosieguo che non è il più atipico che avresti potuto immaginare, ma il più corretto. (7)

lunedì 28 agosto 2017

Recensione: Il mistero del London Eye, di Siobhan Dowd

| Il mistero del London Eye, Siobhan Dowd. Uovonero, € 14, pp. 256 |

Il nome Siobhan Dowd potrebbe non dirvi niente. L'autrice irlandese, stroncata da un cancro all'età di quarantasette anni, era una presenza tutt'altro che in secondo piano nel bellissimo Sette minuti dopo la mezzanotte – oggetto, quest'anno, di una trasposizione cinematografica altrettanto struggente. L'idea dell'albero che si liberava delle radici e passava a trovare Conor, tredicenne con una perdita da metabolizzare e un ingiustificato senso di colpa, era di Siobhan. Che tra le pagine parlava di malattia, e della sua. Che si spegneva prima del punto fermo, dell'ultima fiaba del mostro. Patrick Ness, vincitore come la collega della Carnegie Medal, l'ha ultimato per non lasciare che un capolavoro dell'infanzia prendesse polvere in un cassetto. C'era la curiosità forte di leggere una Dowd senza intermediari; ancora tra noi. L'occasione si è palesata al mercatino del primo sabato del mese. Su una bancarella, ho trovato il suo esordio per soli due euro. Il mistero del London Eye è un giallo capitanato da due fratelli, Ted e Kat: il primo ha dodici anni e un diverso sistema operativo nel cervello, l'altra ne ha due in più e il pallino per lo shopping al centro commerciale. A Londra è primavera, ma un temporale è in arrivo. Somiglia a una grandinata che minaccia di farti rimanere a casa e al temperamento di zia Gloria: fumatrice incallita, divorziata senza drammi, mamma di un ragazzino da portare volente o nolente a New York. Salim è passato a salutare i cugini prima di trasferirsi. Propone un giro sul London Eye, perché ama gli edifici imponenti, le altezze, e lassù non ci è mai stato. I ragazzi sono in fila, quando Salim decide di saltare la coda e di accettare il biglietto da uno sconosciuto che all'ultimo momento si è tirato indietro per colpa delle vertigini: sale, salutato dai parenti, e quaranta minuti dopo non scende.

Sul mio cervello gira un sistema operativo diverso da quello delle altre persone. Vedo cose che loro non vedono e a volte loro vedono cose che io non vedo. Per quanto mi riguarda, se Andy Warhol era come me, allora un giorno sarò anch'io un'icona culturale. Invece che per le lattine di zuppa e divi del cinema, io sarò famoso per le mie previsione del tempo e per l'abbigliamento formale e andrà bene così.

Da Shutter Island e Contrattiempo, i thriller insegnano che è possibile sparire in una stanza chiusa a doppia mandata. E in cima a un enorme ruota di bicicletta, che sfida le nuvole, la gravità e le partenze dell'ultimo minuto? Coma ha fatto Salim a volatilizzarsi? Kat, spiccia e razionale, pensa a una fuga o a un rapimento; Ted, uno Sherlock Holmes in erba, prende in considerazione perfino l'idea dell'autocombustione. A raccontarci un'indagine intrigante quanto basta e intrisa di leggerezza, è lui, il piccolo di casa. Affetto come l'adorabile protagonista di Atypical da una forma di autismo ad alto funzionamento, ha hobby inconsueti (le previsioni metereologiche, gli abiti eleganti), scarse interazioni con i coetanei (non coglie i doppi sensi e le metafore, non regge gli sguardi altrui, non sa leggere i volti) e un'intelligenza sviluppatissima (se la polizia brancola nel buio, sappiamo che lui troverà comunque tutte le risposte). Amo i personaggi fuori dall'ordinario, affatto i narratori bambini. Il caro Ted, “neek” precoce e bizzarro con una famiglia a soqquadro, non mi ha ispirato purtroppo gran simpatia; non sono mai entrato nella sua testa per capire cosa avesse di diverso dalla mia. Del Mistero del London Eye tessono ovunque le lodi, ma io l'ho trovato scritto bene, scorrevole e nulla più; troppo infantile per i miei gusti. Un genietto si racconta. Suo cugino è scomparso. Il pretesto del giallo, però, desta scarsa preoccupazione, qualche sorriso centellinato e una profonda tristezza, quella sì, per una scrittrice andata via prima del tempo. Ci saranno modi migliori per riscoprirla, confido, e renderle più degnamente omaggio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Cranberries – Just My Imagination