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lunedì 2 luglio 2018

Recensione: L'unico ricordo di Flora Banks, di Emily Barr

| L'unico ricordo di Flora Banks, di Emily Barr. Salani, € 15,90, pp. 300 |

Qualcuno ha detto che il primo bacio non si scorda mai. Flora Banks, diciassette anni, scopre a proprie spese quanto quel qualcuno abbia ragione. A una festa bacia al chiaro di luna Drake: sono su una spiaggia della Cornovaglia, hanno bevuto un po' e lui, in partenza per le isole Svalbard, è il ragazzo di Paige, complice della protagonista sin dai tempi dell'asilo. Sono cose che no, una migliore amica non dovrebbe fare, eppure è successo: metti l'atmosfera giusta nel momento sbagliato, una pietra nera come l'onice in dono. Poco male, perché nella vita di Flora in teoria non ci sarebbe spazio per i sensi di colpa: quella notte – l'euforia del contatto fisico, il contro di un tradimento imperdonabile – è destinata a scomparire senza lasciar traccia. L'adolescente, infatti, non ha la memoria a breve termine. Un'operazione chirurgica, da bambina, le ha tolto un tumore al cervello assieme a qualcos'altro: la capacità di immagazzinare persone, avventimenti e drammi successivi al suo male. Quando torna in sé, ogni volta da capo, interiormente ha dieci anni ma esteriormente un corpo già formato, da donna, che cozza contro la stanza dipinta di rosa, i Lego e le Barbie ancora in esposizione, gli abiti tutti merletti delle bambine modello. A raccontarle la sua storia, ogni volta da capo, sono i segni incancellabili dell'inchiostro: appunti volanti sui taccuni, sui post-it, perfino sulla pelle di braccia e mani, per non smarrirsi in un mare di confusione. Succede qualcosa di strano e di miracoloso. Succede, forse, che l'amore è mistero, è magia. Perché Flora Banks, all'indomani del bacio, continua a non ricordare tante cose importanti – ad esempio Jacob, fratello maggiore magnifico e sempre fuori scena – ma Drake e le sue labbra sì.

C'è stata una festa. Drake parte. Paige è triste. Ho diciassette anni. Devo essere coraggiosa.

Ci sono nuove coordinate, così; un prima e un dopo. Ma a contare non è più l'operazione che l'ha resa vittima dell'amnesia, bensì il coetaneo in volo per il Polo Nord e il desiderio folle di partire all'avventura sulle sue tracce. Rimasta a casa da sola, con i genitori a Parigi per le condizioni improvvisamente critiche di Jacob, la figlia modello sorprende tutti – sé stessa in primis – e segue alla lettera le sue ultime annotazioni. Su un post-it ha scritto che non c'è da fidarsi dell'ipocrisia della famiglia, che con la scusa del troppo bene la tiene reclusa e all'oscuro; sul palmo della mano, invece, che adesso dev'essere coraggiosa. Smette di prendere con puntualità le sue pillole, due al giorno. Prende una pelliccia, prima un treno e poi un aereo, e lascia il Regno Unito per la Norvegia. Vive, perché prima respirava solamente.

Ho bisogno di un po' di aiuto per ricordare le cose. Non mi stanno in testa, ma in compenso ce le ho sulle mani.

L'esordiente Emily Barr sa scrivere, e scrive un romanzo difficile da incasellare: un po' limitante la definizione di Young Adult, che purtroppo scoraggerà i lettori più maturi; ingannevole la promessa dell'elemento thriller. Come mai mamma e papà, che vorrebbero proteggerla costi quel che costri, non tornano a casa? Perché Drake, con cui si è messa a nudo in un'intima corrispondenza via e-mail, smette d'un tratto di risponderle? 
C'è una giovane donna, questo sì. Ci sono un passato avvolto dalla nebbia, qualche colpo di scena qui e lì, e niente di davvero pericoloso in ballo. Paragoni che citano a sproposito John Green, quando si è più dalle parti dello Strano caso del cane ucciso a mezzanotte e di una versione meglio architettata di Noi siamo tutto. Non si tratta, per fortuna, di disvalori. La struttura particolarissima dell'Unico ricordo di Flora Banks avrebbe potuto infatti rendere la lettura dispersiva, frammentaria, ripetitiva: eppure, chissà come, la Barr non ci casca. Tanto è dovuto a una mina vagante per eroina: un'adolescente senza la bussola che in realtà non cerca l'amore, ma l'indipendenza.

Il tempo è una cosa casuale. È la cosa che ci rende vecchi. […] Gli altri esseri umani, tutti tranne me, hanno la loro vita scandita dal passare delle ore, dei minuti, dei giorni, dei secondi, ma tutte queste cose non sono niente. […] Il tempo è la cosa che fa avvizzire e deteriorare il nostro corpo. Ecco perché tutti ne hanno paura. Ma questo non mi riguarda: io so che non invecchierò mai.

Ci vogliono fegato e cuore in parti uguali, un briciolo di sana avventatezza, per perdersi e ritrovarsi in un luogo (della mente) dove sconsigliano di andare in inverno, da soli: il principe azzurro un ideale astratto, orsi polari e foche avvistati all'orizzonte, i guanti spessi a coprire le mani e dunque i promemoria. Nessuna distinzione fra giorno e notte. Tutti sono sconosciuti e ogni città è straniera. Tutti, soprattutto, possono ingannare la narratrice. Le parole non mentono, gli altri – chi per una ragione e chi per un'altra, senza distinzione – sì. Leggere di Flora Banks, da bambina indifesa a donna che sopperisce alla memoria ballerina con una volontà di ferro, tocca e stupisce come l'imboccare nonostante tutto, a colpo sicuro, la via di casa. Rinnova il dolore. Rinnova lo smarrimento. Rinnova l'emozione. 
Di chi non c'è più, eppure ti trova lo stesso attraverso le righe di una lettera vecchio stile. Del sole di mezzanotte, spettacolo a cui assistere almeno una volta nella vita. 
Di un grande amore che grande amore non è, ma intanto ti spinge a scoprire come gira il mondo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Clean Bandit ft. Jess Glynne – Rather Be

venerdì 19 gennaio 2018

Recensione a basso costo: Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, di Mark Haddon

| Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, di Mark Haddon. Einaudi, € 5, pp. 247 |

Christopher Boone, quindici anni, ha un mistero da risolvere e la sindrome di Asperger. Una forma di autismo ad alto funzionamento che, il più delle volte, lo rende un mistero per se stesso e il prossimo – un altro, ancora. Odia il giallo e il marrone, mentre considera il rosso di buon auspicio. Non sa interpretare le espressioni dei volti altrui, sciogliere frasi idomatiche o doppi sensi, ridere di una semplice barzelletta. Orfano di madre, impenetrabile, sta scrivendo però un mistery. Editor d'eccezione: la sua psicologa scolastica. Quello che stiamo leggendo noi, sì, con i capitoli che seguono l'ordine inconsueto dei numeri primi e problemi matematici, digressioni cervellotiche, negli intermezzi. Christopher, prodigio delle scienze, vuole fare l'astronauta ma intanto fa un apprendistato gratuito come detective fai-da-te. Qualcuno, nel cuore della notte, ha ammazzato con un forcone il cane della vicina. E Christopher non parla con gli sconosciuti, non ficca facilmente il naso, ma deve sapere chi è stato e perché. Soprattutto, deve capire di chi fidarsi in un intrigo di bugie non sempre a fin di bene; di facce che mentono senza che lui se ne renda conto. Il suo eroe, Sherlock Holmes, d'altronde vorrebbe così. E lui, che conosce a menadito i risvolti del Mastino dei Baskerville ed è un acuto osservatore per natura, non vuole deluderlo. 

Non pensavo di essere intelligente: guardavo le cose per quello che erano, e questo non voleva dire essere intelligenti. Significava semplicemente essere dei buoni osservatori. Essere intelligenti vuol dire guardare le cose per ciò che sono e utilizzare l'evidenza dei fatti per elaborare qualcosa di nuovo.

Leggo solo adesso, pescato a poco prezzo su una bancarella dell'usato, un best-seller da anni in classifica e sulla bocca di tutti. Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, ho subito pensato, me lo figuravo diverso. Più infantile. A tratti cupo e amaro, raccontato da un adolescente pragmatico e senza poesia ma dolce a modo suo, stupisce invece per la cattiveria di alcuni personaggi e l'accuratezza con cui Mark Haddon, al tempo semiesordiente, racconta il mondo interiore di un protagonista che a un certo punto parte all'avventura (destinazione: Londra, o forse l'ignoto), con un coltellino svizzero e un topo addomesticato nelle tasche. L'indagine a cui il titolo allude è in realtà un piccolo pretesto. Passepartout per un soggiorno angusto e affascinante, interessantissimo, in una testa che segue leggi tutte sue. Come in Room, voce credibilissima di un bambino cresciuto in cattività, la verosimiglianza è totale. Si ha l'impressione che Christopher Boone esista davvero. A differenza dei protagonisti di Atypical e Big Bang Theory, dell'altro investigatore speciale di Siobhan Dowd, non è soltanto lunghi silenzi, accortezze che fan simpatia, modi freddi ma gentili. A volte perde le staffe. Ha scoppi di violenza e finisce in una sorta di trance in cui la famiglia non lo può raggiungere e i minuti, le ore perfino, perdono di significato. Se la gente è troppa, si accuccia a terra, urla e strepita. Se la fa addosso, e non ha più l'età.

Penso che i numeri primi siano come la vita. Sono molto logici ma non si riesce mai a scoprirne le regole, anche se si passa tutto il tempo a pensarci su.

Chi è il responsabile dell'assassinio del povero Wellington? La domanda, si diceva, diventa presto secondaria. Christopher vive al di fuori di questo minuscolo giallo che innesca l'azione, la coscienza. E Christopher, ogni tanto, si perde. In una città sconosciuta. Nei segreti terribili di chi gli sta accanto. In una testa un po' matta – ma siamo matti noi, piuttosto – che ci regala inquietanti sogni apocalittici, sorrisi stentati e preoccupazioni diffuse, pagine bellissime in cui ci si scopre smarriti, boccheggianti, esattamente come lui.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Blink 182 – Adam's Song