martedì 15 marzo 2016

Recensione: Io e te all'alba, di Sunne Munk Jensen e Glenn Ringtved

Vorrei descrivere l'alba mentre eravamo lassù, che l'ha fatto quasi diventare bello. E giusto. Vorrei far capire il perché. Raccontare la storia vera. E vorrei che Liam mi abbracciasse.

Titolo: Io e te all'alba
Autori: Sanne Munk Jensen e Glenn Ringtved 
Editore: Piemme Freeway
Numero di pagine: 318
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Louise vive ad Aalborg, in Danimarca. Ha diciassette anni, va al liceo. I suoi genitori sono brave persone. Una sera conosce Liam, un ragazzo poco più grande di lei, e i due si innamorano perdutamente. Trovano un minuscolo appartamento ai margini della città e si amano, fra sesso e droga, senza limiti. Liam ha tanti sogni, ma una pessima idea su come realizzarli. Comincia a lavorare per Johannes, uno spacciatore, un pesce grosso. All’inizio va a gonfie vele, ma poi la situazione precipita, trascinandosi dietro tutto e tutti. È inutile chiedersi perché Louise non sia scappata quando ancora poteva farlo. Non l’ha fatto e basta. Questa storia racconta il perché.
                          La recensione
L'alba che irrompe sorprende Louise e Liam, diciassette e diciannove anni, sull'alto di un ponte. Si tengono per mano, ammanettati. Poi il tuffo. Un'altra alba, ma di tanti giorni dopo, restituisce i loro cadaveri: gonfi, blu, irriconoscibili. Le manette non si sono spezzate, le loro mani non si scono mai sciolte dalla stretta. La pena dei familiari, i perché sprecati, le tristissime esequie. Per lui, la cremazione. Lei, invece, viene sepolta in una bara bianca, su un letto di viole. Louise odiava profondamente le viole, però i suoi genitori non l'hanno mai saputo. Quante cose non sapevano di lei, un tempo figlia modello? Le famiglie, attonite, non hanno voluto sotterrarli insieme. Si conoscevano da poco e subito erano andati a vivere insieme, in un appartamentino dai colori kitsch e arredato a caso coi mobili dell'Ikea. Parlavano, nell'ultimo periodo, di fuga, per lasciarsi alle spalle i guai. Hanno bruciato le tappe, si sono voluti bene male, si sono rovinati con le proprie mani. Un funerale comune, per i parenti disperati, è troppo. E i funerali, si sa, sono più per i vivi che per i morti. Tempo di dare ragione alle famiglie, a lungo menefreghiste, ma anche di sentire le loro, che sono ormai dall'altra parte. Louise, ex figlia modello e brava ragazza, ha infatti qualcosa da raccontarci. Come in un Amabili resti in cerca d'autore, la narratrice onnisciente, all'indomani del ritrovamento del suo stesso cadavere, racconta cos'è successo davvero. Un po' fantasma e un po' guardiano, non ha rimpianti di sorta, se non uno. Un dubbio: dall'alta parte, dov'è Liam? Si snoda, così, una vicenda di gangster e pupe, agnelli sacrificali e debiti di sangue da saldare. Louise e Liam, vissuti tra le droghe libere e il sogno dell'Irlanda, non sono tra i ragazzi tristi e malinconici di cui ultimamente abbiamo letto. Sono su di giri – per la passione e i trip – e fanno progetti su progetti. 
Ma, a differenza degli adolescenti americani, si muovono in un ambiente squallido, adulto, violento, che ricorda poco gli scenari degli young adult tradizionali e tanto, invece, le borgate malfamate e i rapporti senza freni di Silvia Avallone, Valentina D'Urbano, Niccolò Ammaniti. Ricorda la trasgressiva Bristol di Skins, vista attraverso una fotografia sbiadita e gli occhi come spilli di diciassettenni maledetti. Cattive compagnie, troppe, e non c'è luce in fondo al tunnel. Non c'è alcuna via d'uscita. Da un amore che stringe sui polsi. Da una strada che è maestra di vita, sì, ma insegna le cose sbagliate: il tuo compagno di banco è uno spacciatore, in quella scuola di fiordi e cemento armato; nessuno si preoccupa, se sei spesso assente; la prima della classe, ragazza inarrivabile, è stranamente facile da indurre in tentazione. Io e te all'alba è un romanzo per adolescenti e non, scritto al presente e al passato. Senza capitoli, ma diviso in frammenti speculari. Da un lato abbiamo loro, giovanissimi e sulla via del non ritorno. Dall'altro, invece, coloro che restano a compiangerli, in quella Danimarca intraducibile, glaciale: il padre permissivo e la mamma distante di Louise; il padre di Liam, irlandese alticcio che non si è mai integrato, e un fratello minore, Jonathan, che a tredici anni si risveglia dagli incubi su un letto bagnato di pipì. La ricerca di un diario segreto, abbandonato in una roulotte in mezzo al nulla. Lo shock impensabile, la sete di vendetta, la voglia di perdonare – e perdonarsi. I pensieri sgradevoli, le pistole che pesano nella tasca del giaccone: ma per uccidere o per uccidersi? Nel frattempo, la mamma di Louise caccia si avvicina al consuocero. Il padre della adolescente, invece, troverà consolazione nella caccia al colpevole, ai mulini a vento, e nel candore della migliore amica della figlia, che prova un dolore simile eppure diverso dal suo. 
Flirt innocui, amicizie inaspettate, nessuna malizia negli abbracci di chi soffre e cerca sollievo in qualcuno che non sia il proprio coniuge. Separati ma spiritualmente insieme, per superare il lutto e un senso di colpa che non va via. La domanda, perenne: cosa hanno fatto? Soprattutto, cosa non abbiamo fatto noi? Il dubbio, a lungo, resta. Scelta consapevole o omicidio? Sanne Munk Jensen e Glenn Ringtved, a quattro mani, ci propongono un linguaggio crudissimo, una scrittura senza fronzoli e situazioni pulp, per lettori con il pelo sullo stomaco. Storia d'amore alternativa, melò con una versione nordica e malaticcia degli intramontabili Romeo e Giulietta, Io e te all'alba fa tappe frequenti nel lato selvaggio e in territori che appartengono più propriamente al noir. Quasi tarantiniano, ad esempio, nel tratteggiare un personaggio come Johanness: signore della droga e boss locale, dai denti geometrici, l'eloquio accattivante e gli hobby – vedi il rettile come animale domestico – grotteschi. Tutte cose che mi piacciono, tutte cose che non mi aspettavo scartando il pacchetto. Fan parte della sorpresa. Però la crudeltà e la sporcizia, che colgono all'inizio impreparati, sconvolgono ma non arrivano: galleggiano in superficie. Però il dolore – fatta eccezione per quello dei genitori, i personaggi più umani e interessanti tra tutti – arriva a ondate e, in definitiva, trattandosi di una storia brutale e cupa, non è abbastanza. E lui e lei, protagonisti di una vicenda a tinte crime, rocambolesca e accidendata, non restano impressi, al contrario di uno spunto e di un incipit che danno i brividi. Gli scandinavi sono abili giallisti, ma con i sentimenti non sono chissà quanto a proprio agio. Il che rende gli autori di Io e te all'alba spietati, con fegato da vendere, ma non troppo partecipi. L'amore tra i due personaggi, al centro di una tragedia che sa di thriller, dà brividi a fior di pelle – l'alone tragico, il disgusto per un simile degrado, la rabbia per la loro irruenza – ma non quello, alla fine, davvero necessario. La freddezza dei loro climi, come mi ha suggerito l'amica blogger Silvia, dev'essergli entrata nella penna, oltre che nelle ossa. Sono secchi e glaciali, la fuga d'amore è sottoposta ad autopsia, ma quei cadaveri ripescati all'inizio nel fiordo, ammanettati per non dividersi mai, hanno corpi gonfie, mani gelide e, nonostante tutto, cuori ancora caldi.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Naughty Boy ft. Beyoncé - Runnin' (Lose It All) 


domenica 13 marzo 2016

Mr. Ciak: Lo chiamavano Jeeg Robot, The Dressmaker, Victor Frankenstein, Regression

C'è solo una frase che, in vita mia, ripeto ancora più spesso di “ciao, cosa leggi?”, ma tant'è. Ripetiamola per chi fa orecchie da mercante e per il leggero disappunto di chi, scalpitante, attende di rincontrare in sala, questa primavera, Batman, gli Avengers, i prodigiosi allievi della scuola del Professor X. A me il cinecomic tradizionale, sogno di infanzia dei tanti, sembra più un mezzo incubo. Non mi piace, dura quanto un lungo film da festival, mi trova annoiato e chiuso a riccio. Dopo la delusione Deadpool, autocompiaciuto e ben poco brillante, ero in cerca della mia eccezione alla regola. Se l'eroe da fumetto americano ti lascia freddo, cosa potrà mai dirti o darti quello nato e cresciuto tra i palazzoni fatiscenti di Tor Bella Monaca, direte voi, che tra l'altro parla solo e soltanto romanesco, ha una maschera fatta all'uncinetto e, per mirabolanti avventure e salvataggi spettacolari, può affidarsi a un budget con una manciata di zeri in meno? Il primo eroe nostrano, uscito qualche Natale fa, faceva in realtà le medie e scompariva nel vento. Portava la firma del buon Salvatores e si chiamava come me. Il ragazzo invisibile, pellicola ibrida sull'infanzia e per l'infanzia, era stata frainteso da chi, prevenuto, non ne aveva saputo apprezzare la delicatezza, le citazioni, quel po' di magia. Se l'intrattenimento per famiglie, il bollino verde alla tivù non fanno per voi, magari dovreste passare a conoscere Enzo Ceccotti. Preceduto da una fama lampo ma non dal solito pregiudizio, che ha la sua da dire lo sapete già. Serve dirlo ancora, perciò? Serve davvero sforzarsi di trovare nuove aggettivi? Lo chiamavano Jeeg Robot, folgorante esordio alla regia di Gabriele Mainetti, è quel che avete già letto ma anche qualcosa di più che, sotto sotto, non ti aspettavi. Non tanto da una produzione italiana, quanto da un eroe che non sia, almeno, l'affabile e emotivo Spider-Man. La regia è consapevole, giovanissima: spuntate quella casella lì. Il villain di un Luca Marinelli istrione, che canta Un'emozione da poco e subito è cult, non sfigurerebbe nel folle squadrone del futuro Suicide Squad: altra casella riempita. New York, per una volta, è salva dagli invasori di una nemica cività, ma Mainetti tocca punti nevralgici e paure nostrane: il sacrosanto derby Roma-Lazio; il Tevere, storica fabbrica di malanni; l'allarmismo di un attentato terroristico, dopo Parigi. Sbarrata terza, quarta e quinta casella. A quello che sapevate e, andate sicuri, perché sono spunti e particolarità che troverete per certo, aggiungo quello che forse vi era sfuggito. Lo chiamavano Jeeg Robot, infatti, sta in curiosi e significativi dettagli: il cattivo ha una sessualità assai dubbia, la principessa in rosa e il suo lui consumano un amplesso brusco e corto in un camerino del centro commerciale, il cavaliere senza macchia guarda porno notte e dì e ingurgita solo yogurt alla vaniglia. Il segreto, in un trio di protagonisti fragili, familiari, elaboratissimi. Lo Zingaro, boss locale interpretato da un Marinelli sopra le righe, è impegnato a sedare una guerriglia tra romani e camorristi. Nel frattempo, sogna un ritorno sul piccolo schermo – lo avevamo visto al Grande Fratello, o forse era Buona Domenica? - e spera che, se non le sue doti canore e il look studiato, sia il culto della violenza a condurlo alla gloria mediatica. La lei del falso Jeeg, interpretata dalla deliziosa Ilenia Pastorelli, è sensuale, inconsapevole, matta. Qualcuno l'ha fatta piangere, da bambina, e adesso si imbatte nello scortese Enzo, che purtroppo non sa amarla nel modo giusto. All'ex gieffina, rivelazione in abito confetto, si affianca il corpulento Santamaria della porta accanto, che nelle sequenze iniziali si becca radiazioni e superpoteri. E, paradossalmente, all'inizio incapace di qualsivoglia tenerezza, scortese e misantropo, è con la mutazione – e con la trasognata Pastorelli per mano, come Reno e la Portman nello splendido Léon - che rispolvera l'umanità di cui, in fondo, è capace. A malincuore, mi trattengo mezzo voto – puntavo, infatti, a un otto pieno – per un epilogo che, a tratti, può rivelare la perdonabile modestia della produzione e la parentesi di un'organizzazione criminale che, sulla scia delle cupe crime stories di Sollima e Placido, avrebbe meritato un'indagine maggiore. Splatter, autoironico, hard boiled, tenerissimo, Lo chiamavano Jeeg Robot è tanta roba (la “b”, prego, è doppia): dagli americani prende due professionisti sorprendentemente versatili – com'è noto, Santamaria e Marinelli hanno curato anche le tracce della sconvolgente colonna sonora sanremese – ma agli americani, sottovoce, insegna l'emozione non da poco che mancava. Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi. Lui, lui che può. (7,5)

Arrivavano con l'alzarsi del vento e con la Quaresima alle porte, mamma e figlia, per scombussolare i fioretti dei parrochiani e gli equilibri di un incantato borgo francese. In Chocolat, la bella pasticciera Binoche seminava zizzania. Si alza il vento anche in The Dressmaker e, in una Australia degli anni cinquanta che sembra uscita dal vecchio west, rotolano in stada le balle di fieno e sbattono gli stipiti delle porte. Spunta di notte, come una strega, la figliol prodiga e prende possesso della casa sulla collina. Un tubino rosso fuoco, i tacchi a spillo, un abito per ogni occasione che attira sguardi di disapprovazione. Tilly Dunnage, stilista alla moda, è una donna in cerca un po' di risposte e un po' di vendetta. L'hanno bandida da quelle terre, alla stregua di un demonio, e spiandola tutti mormorano “assassina” a mezza voce. Però quant'è seducente. Però quant'è rancorosa. Sarà vero oppure no che, da bambina, ha spezzato il collo a un coetaneo, sperando di farla franca? The Dressmaker, presentato in anteprima al Torino Film Festival, è una squisita commedia retrò, sullo sfondo di una polverosa Australia e  cucita sulle misure di Kate Winslet: procace, espressiva, costante nelle interpretazioni. I brutti anatroccoli diventano cigni, saltano i matrimoni combinati e, dagli annales, fanno capolino tresche segrete e scandali. L'eroina senza padre marcia, indomita come un'amazzone, e in cerca della verità mostra che rivalsa e guerriglia non sono cosa da uomini e che il gentil sesso, vedi l'omertà e i colpi proibiti, così gentile non è. Nella sua guerra privata, toni grotteschi, messaggi in filigrana e comprimari irresistibili: una straordinaria Judy Davis, genitrice nevrastenica; l'esilarante sceriffo Hugo Weaving, che dopo Priscilla torna al sogno dei boa di piume e dei lustrini; un galante Liam Hemswort, non il solito marcantonio senza arte né parte. La prima parte, frivolissima e spensierata, trae in inganno; la seconda, con questa protagonista che si attira lutti da ogni parte, prende in contropiede. Esiste la sfortuna? A cosa può spingere provare che il tuo amore e più forte dell'odio altrui? Più che dai colori pastello, allora, The Dressmaker si rivela essere una commedia nera in transizione. Un novello Chocolat, sì, ma più caustico, che avvelena i diabetici e della gramigna, erba infestante, fa un doveroso falò di vanità. (7)

La scintilla del fulmine, un corpo mostruoso che prende vita, uno scienziato che – dall'alto del suo spirito di onnipotenza – urla “è vivo”. Cosa c'era prima della creatura, il suo esperimento più riuscito? Era una professione solitaria quella del medico sui generis di Mary Shelley e com'erano la sua gioventù, il suo passato, prima che inventiva, curiosità e genio lo portassero sulla via del non ritorno? Dopo l'attento Branagh e il dissacrante Brooks, senza voler ricordare infinite miniserie tivù né scomodare i grandi classici della settima arte, da inserire nello stesso filone di retelling in chiave dark (ma non troppo) di Dracula Untold e The Wolfman, arriva Victor Frankenstein. La storia che abbiamo letto e riletto, visto e rivisto, ma in chiave giovanile e parzialmente postmoderna. Un po' prequel e un po' reboot, ha la sua particolarità in un approccio scanzonato, che nella prima parte coinvolge decisamente, e nel narratore: non il Victor del titolo, enigmatico e spregiudicato rampollo, bensì Igor, il suo deforme braccio destro. Chi era e come si conobbero? Con Max Landis, figlio di cotanto padre, a scrivere e Paul McGuigan, da me molto stimato in Slevin e Wicker Park, alla macchina da presa, Igor – salvato dal circo, innamorato di un'avvenente trapezista, guarito dalla sua famosa deformità – diventa socio alla pari, coinquilino e migliore amico. Interpretato da un Radcliffe che sa prendersi poco sul serio e convincere, è lui, in definitiva, la sola creazione senza intoppi di un McAvoy esagerato, carismatico, la cui parlantina lascia francamente ammaliati. Tanto il primo lavora a sottrarre, quanto il secondo ad aggiungere e, soprattutto nella prima ora, si raggiunge un equilibrio che convince, pur coi suoi limiti. E, strana coppia che non sono altro, ricordano moltissimo Law e Downey Jr. nello Sherlock Holmes secondo Guy Ritchie: altrettanto leggeri, fisici, disimpegnati. Le cose funzionano meno, purtroppo, nell'epilogo: una festa di effetti speciali, l'ennesimo e poco necessario trionfo della computer grafica, in cui la sceneggiatura di Landis si riallaccia come può al capolavoro ottocentesco, ma il risultato, con il mostro che ricorda un orco del Signore degli anelli e una o due esplosioni in surplus, lascia a desiderare. Più affascinante e meglio recitato dell'accoppiata Stoker-Luke Evans, meno soporifero di uno sbagliato Benicio Del Toro in versione licantropo, il novello Victor Frankenstein, godibile fino alla fine, non serviva e comunque non meritava il pubblico linciaggio ma, poco ma sicuro, con l'accoppiata coperta e divano, in una visione casalinga e con la pioggia fuori, garantisce una non trascurabile compagnia. (6)

Negli anni, il cileno Alejandro Amenàbar si è rivelato una giovane promessa su cui puntare. Dopo l'esordio con il noir Tesis, che purtroppo mi manca, ha mietuto grandi consensi con l'onirico Apri gli occhi, a cui dobbiamo il per me bellissimo Vanilla Sky; lo psicologico The Others, con una Kidman che sembrava Grace Kelly; il premiato Mare dentro; il rabbioso ma illuminante Agorà. Torna alla base, alle origini, con un thriller a tinte horror scritto e diretto da lui in persona. Ma ne siamo proprio sicuri? Regression segue le indagini dell'agente Kenner: Angela Gray, diciassettenne pietrificata dallo shock, ha accusato il padre di violenza carnale, in una ristretta e bigotta cittadina statunitense. Ma c'è di più. Uomini di nero vestiti, chiamate nel cuore della notte e incubi ricorrenti, potrebbero indicare – come Angela, d'altronde, giura – la presenza del Maligno? Stupro brutale o sacrificio rituale? L'ipnosi, tecnica sperimentale negli anni Novanta, per scovare quel che le vittime hanno rimosso. Regression parla di suggestione, e suggestiona: i suoi protagonisti si muovono infatti tra il sonno e la veglia, nottetempo, e tutto è dubbio e mistero. La resa visiva, ottima, cattura coi toni di grigio, la pioggia perenne, i vetri appannati delle auto. Ma l'ultimo Amenàbar diventa – neanche a farlo apposta – altrettanto grigio, slavato, appannato. Faticoso nell'esposizione, cervellotico e cavilloso invano. Nella chiusa, scontatissimo. Il detective accigliato, l'adolescente vittima di abusi, le ombre lunghe e il sospetto dei riti satanici. Cosa è vero e cosa no? Dov'è che finisce la superstizione e inizia la verità? Regression gioca a carte scoperte sin dall'inizio e, per tutto il tempo, invano, soffia fumo negli occhi. Ethan Hawke, in parte al solito, sfrutta il fascino dannato che naturalmente si ritrova e che io gli invidio. Emma Watson, attesissima in un ruolo distante anni luce da quello dell'indimenticata Hermione, con l'espressione sempre afflitta e l'aria da Santa Maria Goretti, è forse la peggiore attrice dello scorso anno. Un ruolo chiave, un personaggio ambiguo – ora serafico, ora diabolico -, ma lei eccede di smorfie, faccine e la sua bellezza senza fronzoli finisce per convincere più di una prova da recita scolastica. Allieva della stessa scuola di Keira Knightley e Barbara D'Urso, secondo voi? Ancora, Regression parla di fede e credenza. Crederci è la parola chiave. E io, assonnato e irritato dalle lacrime di coccodrillo di lei, non ci ho creduto neanche un po'. (5-)

venerdì 11 marzo 2016

Recensione: La tristezza ha il sonno leggero, di Lorenzo Marone

Io non voglio stare meglio. Io voglio stare bene.

Titolo: La tristezza ha il sonno leggero
Autore: Lorenzo Marone
Editore: Longanesi
Prezzo: € 16,40
Numero di pagine: 373
Sinossi: Erri Gargiulo ha due padri, una madre e mezza e svariati fratelli, È uno di quei figli cresciuti un po' qua e un po' là, un fine settimana dalla madre e uno dal padre, Sulla soglia dei quarant'anni è un uomo fragile e ironico, arguto ma incapace di scegliere e di imporsi, tanto emotivo e trattenuto che nella sua vita, attraversata in punta di piedi, Erri non esprime mai le sue emozioni ma le ricaccia nello stomaco, somatizzando tutto. Un giorno la moglie Matilde, con cui ha cercato per anni di avere un bambino, lo lascia dopo avergli rivelato di avere una relazione con un collega. Da quel momento Erri non avrà più scuse per rimandare l'appuntamento con la sua vita. E uno per uno deciderà di affrontare le piccole e grandi sfide a cui si è sempre sottratto: una casa che senta davvero sua, un lavoro che ama, un rapporto con il suo vero padre, con i suoi irraggiungibili fratelli e le sue imprevedibili sorelle. Imparerà così che per essere soddisfatti della vita dobbiamo essere pronti a liberarci del nostro passato, capire che noi non siamo quello che abbiamo vissuto e che non abbiamo alcun obbligo di ricoprire per sempre il ruolo affibbiatoci dalla famiglia. E quando la moglie gli annuncerà di essere incinta, Erri sarà costretto a prendere la decisione più difficile della sua esistenza...
                                               La recensione
Dlin-dlon! Il campanello che suona, di nuovo, e altre figure – adulti con neonati nell'incavo del braccio, fidanzate sconosciute, fratelli acquisiti – si riversano nel salotto di un appartamento che affaccia su Napoli. Sono come le onde del mare, non finiscono più. E il citofono rumoreggia. Ma il cibo è in gran quantità, un posto a tavola lo si può sempre aggiungere stringendosi giusto un po' e anni di feste insieme e vacanze al mare, all'indomani della fusione tra i Gargiulo e i Ferrara, hanno rafforzato l'abilità della dispotica padrona di casa a incastrare sedie tra sedie, coreografare i movimenti in cucina dei numerosi figuranti, non confondersi coi nomi e, soprattutto, con chi è figlio di chi. Gli occhi si sollevano dai piatti e il ciarlare cessa, se alla fine sopraggiunge Erri, il fratello maggiore, davanti al quale, lì per lì, non si sa bene cosa dire. Matilde l'ha tradito, ha le scartoffie della separazione per le mani e, impiegato nell'azienda del suocero, ha perso il lavoro dopo il famoso patatràc. Ora ha aperto una fumetteria, vive in un appartamento da scapolo nei Quartieri Spagnoli e, quarantenne stranamente impegnato per aver perso ogni cosa in un colpo solo, prova a farsi in quattro – o in cinque, o in dieci: quanti sono i suoi parenti vicini e lontani, esattamente? - per non perdere di vista il traguardo, prestare ascolto, dare a tutto e a tutti l'importanza che meritano. In giorni in cui si parla di tradizione e famiglie, in mesi in cui ho dato un taglio drastico alla mia, apro le porte a un simpaticissimo ragazzo di mezza età che ha l'opposto del mio problema: una casa strapiena e un albero genealogico dalle radici spesse, con in cima rami, rametti e qualche germoglio in boccio. Se Tizio sposa Caio, avevo letto non ricordo dove, e la legge consentisse loro di adottare Sempronio, il bambino cosa disegnerebbe, se è la sua famiglia che deve raffigurare con le tempere sul lavoretto di Natale? Tre omini stilizzati e nessuna donna (o il contrario), come noi tre – due figli e un padre – che da dicembre abbiamo imparato a fare la lavatrice e a non trovare più nel bucato una camicetta lillà, un reggiseno? E il disagio nostro, ai brindisi di laurea o nei giorni di festa da inventare daccapo? E quello di Erri, che ha due mamme, due papà e fratellastri che non si contano? A sei anni, infatti, i suoi genitori hanno divorziato, ma dalle schegge di una coppia scoppiata sono venuti al mondo, in combinazioni da lui non contemplate prima di allora, una sorella – l'esilarante Flor, nata da Gargiulo senior e da una bella andalusa – e due fratelli, Giovanni e Valerio, nati però da mamma Renata e dal nuovo compagno, Mario. 
E Mario, uomo dal cuore d'oro, dal matrimonio precedente ha portato con sé una figlia, Arianna: a quanto può valere ripetersi che non si può fare, che quella è la figliastra di tua mamma, se davanti a te hai la ragazzina più splendida e affranta mai incontrata? Dlin-dlon. Il postino suona, la Longanesi è il mittente e, nell'involto, ecco l'ultimo romanzo di Lorenzo Marone. Una storia nuova, verace, all'indomani di quindici mesi strani, come racconta l'autore nei ringraziamenti, che l'hanno reso una firma lanciatissima – la trasposizione di La tentazione di essere felici, con un gran cast, è attualmente in produzione – e, cosa più importante, genitore di un bambino che gli sonnecchia su un palmo di mano. Le parole magiche: speranza, sogno, rimpianto, felicità. Paternità. La struttura, che facilmente si adatterebbe a un cinema che sta prediligendo gli ambienti circoscritti, i flashback, i dialoghi brillanti, è semplice: un pranzo in grande, una riunione e, tra una portata e l'altra, il vai e vieni dei ricordi. Come siamo finiti qui, tutti riuniti attorno a un tavolo rotondo, e cosa sto combinando, si domanda l'insicuro Erri, mentre sbircia il telefono e la madre lo sgrida, come se non avesse ormai quarant'anni suonati, pochi capelli, mille contraddizioni e un nome assurdo, ma che personalmente adoro? Tra gli Sms in arrivo, una notizia spiazzante e le possibilità che genera.
A capotavola, inoltre, che attira le attenzioni dei commensali picchiettando il bicchiere con la forchetta, il capofamiglia – be', uno dei due – che ha un annuncio serio da fare. In quel giorno raccontato con umorismo e malinconia, c'è gente che ha qualcosa da dirci, forse un altro peso da darci, e ci sono cose che il caro Erri ancora non sa. E c'è così tanto di te e di me, di ciò che siamo stati e di ciò che siamo, che ti aspetteresti un cameo di qualcuno che conosci, se non addirittura di un altro te stesso: il fidanzato random della sorellina ribelle, il vicino passato a chiedere in prestito un po' di farina... Lorenzo Marone, arguto e saggio, mi era piaciuto già la prima volta, ma convince senza riserve adesso, definitivamente, a un solo anno di distanza. Io che eppure ai tempi di Cesare Annunziata mi domandavo tra me e me se la lieve retorica, il gusto aforistico, la frase ricamata fossero più caratteristica di Cesare, tenero e anziano misantropo, o del suo ideatore. I temi sono ricorrenti, la scrittura resta delicatissima e l'autore partenopeo - qui più a proprio agio, qui più lui - ci regala un ricco romanzo corale e personaggi filosofi su cui rimuginare, tra l'accogliente Mario, un Erri senza maschere e una Arianna che ha perso il filo della sua esistenza. Questo, per dire che i Sempronio della ostacolata stepchild adoption, gli Erri Gargiulo in surplus, i lit-blogger con una tessera mancante sopravviveranno ai vuoti, ai pieni e alle domande stupide, quando i disegni e i compiti in classe spingeranno la prof che ha marciato al Family Day a non nascondersi dietro un dito. Ci sono bambini allegri e bambini tristi, genitori cattivi e genitori buoni. Ma le famiglie tradizionali sono un mito da pubblicità anni Cinquanta, uno spot sui biscotti della prima colazione: normalità e casa sono vocaboli che insieme proprio non stanno, come il sacrilegio del parmigiano sugli spaghetti con le vongole. La tristezza avrà pure il sonno leggero, dunque, ma la mano di Lorenzo, il suo passo discreto e una scrittura piena di sensibilità sono più leggere ancora: così la tristezza non apre gli occhi ma, come per un miracolo tutto napoletano, ecco che si risvegliano le riflessioni sull'attualità, i sorrisi fiduciosi, i pensieri positivi. E la felicità, l'ospite che mancava all'appello, ti tenta ancora nelle pieghe di una giornata, e di una vita, no.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Dolcenera - Ci vediamo a casa

mercoledì 9 marzo 2016

Recensione in anteprima: Equazione di un amore, di Simona Sparaco

Può avere un cuore una testa pensante? 
Si. Può.

Titolo: Equazione di un amore
Autrice: Simona Sparaco
Editore: Giunti
Numero di pagine: 352
Prezzo: € 18,00
Data di pubblicazione: 9 Marzo 2016
Sinossi: Singapore è una bolla luminosa a misura di gente privilegiata e Lea, che non indossa nemmeno un gioiello, ha lasciato Roma per vivere lì. Ha sposato un avvocato di successo che nel tempio finanziario del consumo ha trovato le sue soddisfazioni. Anche se a tratti è punta da una nota di malinconia, la ragione le dice che non avrebbe potuto fare scelta migliore: Vittorio è affidabile, ambizioso, accudente. È un uomo che prende le cose di petto e aggiusta quello che non va; come quando ha raccolto lei, sotto la pioggia, un pomeriggio londinese di tanti anni prima. Al cuore di Lea invece basta pochissimo per confondersi: l’immagine di un ragazzino introverso, curvo su una scrivania a darle ripetizioni di matematica. Si chiama Giacomo e Lea non ha mai smesso di pensare a lui. L’alunno più brillante, il professore più corteggiato, l’amante passionale, l’uomo codardo. Lea sa bene che deve stargli lontano, perché Giacomo può farle male: c’è un’ombra in lui, qualcosa che le sfugge, ma che lentamente lo divora. Quando una piccola casa editrice accoglie il romanzo che ha scritto, Lea è costretta a tornare a Roma, e ogni proposito crolla. Il passato con tutta la sua prepotenza li travolge ancora una volta, con maggior violenza e pericolo. Secondo i principi della fisica che Giacomo le ha insegnato, nulla può separare due particelle quantiche una volta che sono entrate in contatto. Saranno legate per sempre, anche se procedono su strade diverse, lontane e imprevedibili.
                                                 La recensione
La tua mente è un ingranaggio perfetto.” Lui sorrise.
“Tutt'altro. Alle volte mi sento come questo scarabocchio” e indicò una specie di conchiglia ai margini del foglio. “Invece sei così.” Lea aveva tolto il tappo a un UniPosca azzurro e disegnato un cerchio perfetto, senza sbavature.
Un aereo che prende quota, una ragazza che cammina avanti mentre si guarda indietro, un cielo di nuvole azzurre e rosa. Quell'aereo l'ha portata lontano, ma lei è una di quelle che afferrano le mani del vicino di posto alla minima turbolenza e che scoppiano in un applauso se l'atterraggio è perfetto. Spera di chiudere gli occhi, a bordo, e svegliarsi dall'altra parte del mondo. Quella ragazza che viaggia, un po' qui e un po' lì, si chiama Lea, va verso i quaranta e cinque anni prima, finalmente, si è fermata. Cresciuta a Roma, è scappata a Londra e, a Piccadilly Circus, studentessa di cinema sotto la pioggia, è stata raccolta da uno sconosciuto che le ha promesso fedeltà eterna, tutta la costanza possibile e Singapore. Città giardino, metropoli futurista, in cui prendersi cura di un corpo magrissimo e lasciarsi andare a Vittorio. Il cuore è altrove però, irraggiungibile: promesso, vent'anni prima, a un altro così diverso da quel partner accomodante, indaffarato, banchiere. Marito e moglie provano ad avere un erede e Lea, intanto, scrive di dittatori benevoli, italiane all'estero, scelte a confine. Nel mentre, si rivede adolescente: una bambina che non si è mai ripresa da un primo amore che, purtroppo, non si scorda mai per davvero. Le novità viaggiano più in fretta degli spermatozoi di Vittorio, che forse son pigri: la buona notizia della pubblicazione, a cura di una piccola realtà editoriale, precede il mancato arrivo del bambino desiderato. Lea vola, così, seguendo la rotta inversa: torna dove tutto è iniziato – e dove, in fondo, non ha mai avuto fine. Volevo leggere Simona Sparaco dai tempi dell'esordio, io che per la nostra narrativa ho sempre avuto un debole. Simona affrontava situazioni forti, di petto; parlava di coppie scoppiate, famiglie a pezzi, terre esotiche. Complice l'attenta promozione al suo ultimo romanzo, è da Equazione di un amore che parto. Quello che meno mi ispirava, son sincero. In quelli che lo avevano preceduto, infatti, temi nelle mie corde: in uno la tragedia di una gravidanza a rischio, nell'altro la riconciliazione con un padre zingaro e in questo, scritto al presente e al passato, l'amore senza giri di parole e senza imbrogli. L'amore al centro, sin dal titolo: prendere o lasciare? Mi avvicino alla storia di Lea, perciò, con il dubbio. La Sparaco la avevo immaginata diversa, non so neanch'io più come, ma mi colpisce: bastano poche pagine appena. Uno stile denso e poco aforistico, una conoscenza approfondita di costumi e riti, personaggi appassionati. Lea, reduce da una relazione autodistruttiva, in pace con se stessa, fa ritorno per due mesi a Roma con un manoscritto da correggere: il viaggio estenuante e gli angoli segreti della sua infanzia le portano alla mente Giacomo. Lei era una frana con i numeri e lui, di cinque anni più grande, era una frana con le persone. Tutte le strade portano a Roma, e quant'è piccolo il mondo? Perché è Giacomo, lo stesso ragazzo che l'ha fatta innamorare prima tra i banchi di scuola e poi nel suo covo bohémien, che si occuperà di fare dell'opera prima di Lea un best-seller. 
Il comunista in erba dagli ideali utopistici, il ventenne con le smanie da filosofo e la barba sfatta che sonnecchiava su un'isola greca, è passato dalla matematica alla letteratura. Coltiva il sogno di un altro. Resta colto, ipercritico, saccente, e ha in pugno una penna rossa per correggere le sviste, i refusi e, sotto sotto, parlare di loro due. Di cosa hanno combinato e di cosa, volendo, avrebbero potuto combinare. Scrivendo ai margini della parziale autobiografia di Lea quello che, tra gli anni Novanta e il nuovo millennio, il ginnasio e gli anni da matricola, si sono fatti. Tardi, allora, per dirsi l'essenziale e, magari,  “scusa”? Equazione di un amore parla di due vecchi amanti che insieme stanno da cani e soli peggio ancora. Si rivedono e sentono che la loro storia irrisolta è un arto fantasma che, quando piove, torna a pizzicare. Nonostante abbia difficoltà a rapportarmi con le equazioni tanto quanto con i romanzi sentimentali – quelli che non prevedono crossover o appigli, dico: quelli sugli amori normali, quotidiani, nudi e crudi -, il romanzo di Simona Sparaco mi è piaciuto molto e solo alla fine ho titubato. Un prefinale convincente, che in realtà pensavo e desideravo fosse il finale vero e proprio, e cinquanta pagine che avanzavano. Cosa c'è lì, Simona? Ci sono stati lo sconcerto e un pizzico di delusione: io che vedo e provvedo, io che ho il pallino del blues più struggente, per la prima volta o quasi mi sono mi sono sentito preso alla sprovvista. Colpo di scena. Un'ultima tappa in cui la magia dell'oriente non risparmia neanche il viandante, romantiche sincronie, superstizioni affascinanti, cenni alla metempsicosi. 
Discorsi che valgono anche per una expat? E per la prima volta o quasi mi sono rivisto in un lato del triangolo: quel Giacomo al vertice che è chiuso a riccio e tanto fa penare la devota Lea. Più per gli aculei e gli hobby – fa il lavoro che vorrei, è moro e spettinato, ha un mondo segreto – , in realtà, che per la gente che abbiamo fatto piangere. Ma stiamo bene per conto nostro – e non è una scusa per darsi alla pazza gioia, ma un'autentica esigenza alla solitudine, un'inclinazione alla malinconia che è più forte degli obblighi del vivere sociale – e se qualcuno ci prova, a riscaldarci, a trovare un pertugio nell'armatura, fa fatica sprecata. Lea, a un certo punto, leggendo una fiaba, racconta di una giraffa che si è innamorata del sole e, come un Icaro romantico e donna, si brucia le antenne. Simona, che le dà man forte senza tralasciare, però, l'umanità di un marito un po' noioso e i moventi di un amante ostinato, ribatte che il cuore - l'unico organo che ha bisogno di una guaina, il pericardio, perché troppo esposto – non è come la coda delle lucertole. Se squarciato per dispetto, non ricresce mica. Ho confuse reminescenze di chimica: gli esercizi per bilanciare gli elettroni, ad esempio. Come si procedeva non lo so, ma in sintassi accade qualcosa di simile con i verbi, spostandomi in un ambito in cui posso mettermi più comodo: all'esame di Linguistica Generale mi hanno chiesto, infatti, una cosa che si chiama “valenza”. Ci sono verbi che hanno bisogno di un solo argomento – i monovalenti: sarà facile intuire, dunque, cosa siano i bivalenti, i trivalenti e così via – e atomi, nelle scienze, che hanno la capacità di combinarsi con altri atomi guadagnando o perdendo elettroni. Due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, insieme, costituiscono la formula dell'acqua. L'amore, invece, è un verbo bivalente; transitivo. La calorosa Lea e lo sfuggente Giacomo, insieme, rappresentano le intricate parentesi da risolvere, in Equazione di un amore. I sentimenti, come la matematica, non sono cosa per tutti. Come i numeri sono infiniti, misteriosi, universali. Se qualcuno ti si siede accanto e te li spiega, e non ti inganna né ti rimprovera, proprio come la maestra Sparaco fa, passa d'un tratto la paura di sbagliar(si)e.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ivano Fossati – Carte da decifrare

sabato 5 marzo 2016

Mr. Ciak: Perfetti sconosciuti, Suffragette, The Gift, 99 Homes, Il segreto dei suoi occhi

Cena coi fiocchi a casa di amici. Hanno un salotto ampio, cucina abitabile, un terrazzino con vista panoramica da cui osservare l'eclissi che incanta Roma. L'astro li rende tutti un po' lunatici, il vino bio assai su di giri e la noia del conoscersi bene li spinge perciò a un esperimento dagli effetti tragicomici. Tra una portata e l'altra, poggiare gli smartphone sul tavolo. E, ad alta voce, dirsi tutto quello che arriva. Quanto si è in armonia? Quanto sanno i mariti delle mogli, quanto le mogli dei mariti, e cosa nascondiamo al nostro migliore amico? La Rorhwacher e Leo, neosposini, devono far conto con la lucidità di lei – ultima arrivata – e la mancata serietà di lui. La Foglietta e Mastandrea, con un paio di mutandine sfilate di nascosto e uno scambio di cellulari per salvare una relazione di facciata, scendono all'ennesimo compromesso. Battiston, licenziato da poco e da poco fidanzato, quanto fa bene a non portare il suo ultimo amore a quella cena all'insegna della rivelazione. Giallini, chiurgo plastico, e la Smutniak, analista, irreprensibili padroni di casa, pensano all'aiuto di uno psicologo e a un ritocco al seno: preferirebbero, però, ricorrere a terzi. Perfetti sconosciuti, commedia italiana a sorpresa, perché così ben pensata e tanto di successo, darà senz'altro fiducia ai più. Per dire che il cinema italiano, come asserisco da un po', è in forma e che il pubblico generalista, a volte, individua e premia un prodotto valido ancor prima della critica. Per dire che, a me, le commedie di Genovese – viste in tivù quando capitava, mai recensite perché mi sarei limitato a usare poche parole e diminutivi da prima elementare – in realtà piacciono quasi sempre, mi rilassano, ma qui scrive e dirige meglio. Qui fa la differenza. E se il genere, dal granitico impianto teatrale, richiede situazioni credibili e ambienti circoscritti, ci pensano alcuni degli attori più impegnati e versatili di casa nostra – la Rorhwacher convince di più quand'è seria e pensierosa, ma Mastandrea e Battiston sono bravissimi. Ci si ispira al caustico Carnage e ci si inserisce in quel filone che, tra I nostri ragazzi e Il nome del figlio, lo scorso anno, mi aveva regalato finali agghiaccianti, discorsi fiume, interpretazioni maiuscole. Perfetti sconosciuti però, indispensabile presenza, è più divertente del primo – al contrario, atipico thriller – e più accattivante del secondo – libero adattamento di una pièce d'oltralpe. I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce, con altro alcol e le fedi lanciate come fossero trottole – e le riflessioni in abbondanza, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellirà tutti prima dell'arrivederci e dei dove l'ho lasciato, il cappotto? (8)

Maud, moglie e mamma, si spezza la schiena in una lavanderia industriale. La paga è una miseria e il capo ha le mani troppo lunghe. Quasi sicuramente, ha abusato di lei. Erano gli anni dieci del novecento e, di lì a poco, Londra e il mondo avrebbero vissuto i dolori di due guerre. Nei quartieri popolari, tra le baracche fatiscenti della classe operaia, il momento di marciare era arrivato in anticipo: un'altra piccola guerra e, a combatterla, le donne. Tutte in piazza per il diritto al voto. I discorsi ispiranti dell'attivista Emmeline Pankhurst e la toccante storia della coraggiosa Maud per parlare, così, di un'altra epoca e di figure femminili che, titaniche, non si lasciano mettere in un angolo. La colonna sonora è di Desplat, la sceneggiatura di Abi Morgan, il un cast è di lusso, sebbene Meryl Streep abbia poco più che un cameo e Helena Bonham Carter, credibile se lontana da Tim Burton, figuri in un ruolo secondario, al serivizio della coralità. Materiale rigoroso, storia vera, l'ombra vaga della BBC, per una pellicola di genere esatta e tradizionale. Sarah Gavron, semi-esordiente, lavora, infatti, a una ricostruzione sorprendentemente poco laccata. Protagonista dolce e combattiva, una potente Carey Mulligan: gli occhi belli e le fossette più adorabili in circolazione, in unione a un'espressività che emoziona. Personaggi struggenti, orgogliosi, fragili. Donne tormentate, maltrattate, battute, condannate al silenzio e alla sottomissione, in Suffragette, dramma d'apertura allo scorso Festival di Torino. E gli uomini, superficialmente si osserva, erano tutti tanto cattivi? Durante l'orario di lavoro, c'è il signorotto di turno che gioca a fare Dio. Il poliziotto Brendan Gleeson mantiene l'ordine con il pugno di ferro. In casa, ci sono mariti come Ben Whishaw, ottusi ma fondamentalmente buoni, che hanno idee ancora confuse. Suffragette, appassionante, ma poco memorabile, non ci risparmia neanche il sangue – la polizia placava le manifestazioni a suon di manganellate, non aveva pietà – e i trattamenti crudeli nelle galere inglesi – perquisizioni, docce fredde, percosse. A mancargli, forse, il fuoco della ribellione e, nell'esposizione, maggiore audacia; di sicuro, non una certa, connaturata forza d'animo. (6,5)

Per Simon e Robyn, sposi affiatati con il desiderio di ampliare la loro famiglia felice, è il trionfo del sogno americano: una splendida casa, un lavoro di successo per lui, nuove amiche per lei. Finché, dal passato di un marito al di sopra di ogni sospetto, non emerge un'ombra isolata. Gordo, compagno d'infanzia, che inizia a presentarsi alla loro porta con doni e attenzioni indesiderate. Ma niente sarà più come prima, se un passato vergognoso bussa alla tua porta e, nell'ultimo pacco regalo, troverai verità, e colpi di scena, impossibili da rimandare al mittente. Un Bateman ormai a proprio agio fuori dai territori della commedia e l'affascinante Rebecca Hall fanno da contraltare a quel Joel Edgerton, qui subdolo antagonista, che ho trovato completamente in parte solo in Warrior. L'attore australiano, però, fa perdonare il suo carisma latitante, scoprendosi non solo autore, ma anche regista, di questa riuscita opera prima. The Gift è il thriller rigoroso e senza sbavature, molto elegante nella resa, che proprio non ti aspettavi dai produttori di Sinister e Insidious. Il paranormale, questa volta assente all'appello, cede il posto, infatti, a un accattivante triangolo in cui, a una prima parte che non tenta di evitare i cliché degli Attrazione Fatale a fantasia, segue uno sviluppo da dramma borghese, all'insegna della scoperta dell'altro e dei segreti di un ennesimo "amore bugiardo". La vendetta, sottile e da servire fredda, tarda ad arrivare ma non fa sconti di sorta e l'epilogo, tra strizzate d'occhio a Bed Time e un palese omaggio a I soliti sospetti, sorprende ma non troppo, sovvertendo ogni cosa per i protagonisti, ma mantentendo intatto un equilibrio – stilistico e strutturale – che, intelligente fino all'ultimo, non altera la verosimiglianza dell'ispezione psicologica con gratuiti colpi di scena. (7-)

Ci sono lavori che non faresti mai. L'annunciatore di brutte notizie, l'ambasciator che porta pena, lo sciacallo. Ma qualcuno deve pur farli, no? Soprattutto all'indomani di una crisi finanziaria che ti butta a calci in mezzo alla strada. Prestiti scoperti, ipoteche sulla casa, i debiti che ti sommergono e tu poi anneghi. Dennis, ragazzo padre e onesto manovale, è l'ennesimo annegato che ha chiuso il suo passato in una scatola e, con madre e figlio, si è trasferito in un motel. A lanciargli il salvagente, l'agente immobiliare Rick Carver: la sigaretta elettronica, la pistola negli stivali, l'incarnazione del cinismo. Carver, una mattina, ha intimato a Dennis di abbandonare la casa in cui è cresciuto: ha decretato la sua rovina – e la sua ascesa. Il giovane uomo senza più futuro diventa prima factotum, poi stretto complice di quel delinquente in giacca e cravatta. L'allievo supererà il maestro? 99 Homes, un'ora e cinquanta e tanta voglia di vederlo, dalla presentazione - due estati fa - in quel di Venezia. Il dramma di Ramin Bahrani si rivela una triste storia di ordinaria follia. Una parabola ora ascendente, ora discendente di senso di colpa e porte in faccia. La terra delle opportunità, nel 2008, ne ha date fin troppe e le ha pretese indietro. C'è incubo peggiore di perdere tutto, perfino quella felicità che è il punto saliente di una costituzione che incanta e illude? Se Adam McKay, fresco di premio Oscar, guarda alla recessione con l'occhio del finanziere e il piglio da circense, Bahrani – origini indiane e un film solido, ma dal taglio televisivo e non esente da un po' di sana retorica a stelle e strisce – dirige un piccolo Wall Street aggiornato, in cui il Gekko di turno è uno Shannon al solito superbo e cattivissimo, e il suo discepolo è un contrito ed umano Andrew Garfield, addirittura più convincente dell'antagonista, che vuole emozionarci e ci riesce con un nonnulla. Non immagino, infatti, nulla di più spaventoso che perdere tutto. E ricominciare, sì, ma vendendo l'anima. 99 Homes, ben recitato ma scritto di fretta, colpisce punti nevralgici: esempio di un cinema timido e tradizionale, ma dal forte impatto emotivo, lì dove il sogno americano tuo diventa, ben presto, l'incubo di qualcun altro. All'umiliazione non c'è fine. Il dispiacere non trova tregua. E la violenza, in un mondo in cui tutto è all'asta, non ha prezzo. (7)

All'indomani dell'undici settembre, si vive nel terrore. Negli uffici di polizia, gran fermento e, sul campo, è lotta al terrorismo. Ma, quando è caccia al nemico straniero, in un commissariato in cui l'arrivo di Claire ha già turbato gli equilibri interni, ci si sposta dal timore degli ordigni a quello, più intimo e naturale, che nasce dallo stupro e dall'assassinio impunito di una figlia. Passano tredici anni. L'assassino si è volatilizzato, il caso è caduto nel dimenticatoio, la team force si è separata. Ma qualcuno non ha dimenticato. Il segreto dei suoi occhi, remake dell'omonimo film argentino, premio Oscar nel 2010, nessuno lo voleva e nessuno lo aspettava. Uscito in sordina lo scorso inverno, non aveva attirato su di se aspre critiche: l'operazione pareva discutibile, il risultato non necessario, ma un trio di ottimi attori e uno script rivisto, a tratti, assicuravano due ore non da buttare. E, grossomodo, questo è. L'originale l'ho visto sei anni fa, mi era anche piaciuto, ma lo ricordavo vagamente: qualcosa che aveva a che fare con la dittatura, un grande amore e un mistero da risolvere. Mi sono approcciato al remake senza pregiudizi e senza memoria. Ci si sposta dall'America Latina agli Stati Uniti e la dittatura cede il posto all'allarmismo post Bin Laden. L'amore, conflittuale sì, ma per nulla struggente, poco fa breccia con due personaggi così agli antipodi. Il mistero c'è, e ha più spazio del cuore e più spessore della cronaca. La Roberts, smunta e invecchiata, superba, cerca vendetta e sollievo. La Kidman, anche se troppo Lady Diana per convincere come procurato distrettuale, anche se troppo bella per essere vera – e infatti tanto vera non è -, ci suggerisce sporadicamente, ad esempio nella sequenza dell'interrogatorio, che un tempo era la migliore. Chiwetel Ejiofor, che offre la prova più costante tra i tre, è però un agente scritto seguendo qualche stilema televisivo di troppo. Qualcosa manca e, nonostante Il segreto dei suoi occhi resti una storia piena di dolore e passioni, al di là della buona prova dei tre, per nulla ci si addolora e ci appassiona il minimo indispensabile. (5,5)

giovedì 3 marzo 2016

Recensione: L'estate degli annegamenti, di John Burnside

Non sono pazza – non al punto di parlare di queste cose con i vivi – e non sono una fanatica dei tempi antichi, come Kyrre, ma mi sto abituando al fatto che, a casa mia, ci sono ombre nelle pieghe di ogni coperta e tremori impercettibili in ogni bicchiere d'acqua... E certi giorni si aprono squarci minuscoli, quasi infinitesimali nella trama del mondo, da cui il caos potrebbe sgorgare e prendermi alla sprovvista, ovunque mi trovi.

Titolo: L'estate degli annegamenti
Autore: John Burnside
Editore: Neri Pozza
Numero di pagine: 285
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Liv ha vissuto i suoi primi tre anni a Oslo, ma non rammenta nulla di quel tempo. Conosce bene solo Kvaloya, settanta gradi di latitudine nord, nel circolo polare artico, l'isola che sua madre, pittrice di talento, ha scelto quando ha deciso di rifugiarsi in un luogo remoto dove dipingere in pace. La baita grigia in cui la ragazza vive è affacciata sul fiordo di Malangen, un tratto di costa dove non c'è nulla, a parte la casa e la hytte - un minuscolo rifugio usato un tempo per la caccia o la pesca - del vecchio Kyrre Opdahl. Il tempo scorre diversamente sull'isola, le antiche leggende impregnano legni di rimesse, pontili e dimore, come quella di Kyrre, dove si conserva la memoria di antichi e funesti eventi: ragazzi di campagna usciti alle prime luci dell'alba e tornati a casa contaminati da qualcosa di innominabile, un battito d'ali o un soffio di vento nella testa, al posto dei pensieri. Nella fantasia popolare i troll sono mostri e la huldra una fata che, vestita di rosso, danza nei prati in attesa di giovani uomini da ammaliare e distruggere, ma nella memoria di Kyrre sono forze maligne all'origine di accadimenti reali. Con una tazza di caffè tra le mani, Liv ascolta incantata e tremante i racconti del vecchio. In cuor suo, tuttavia, non crede affatto all'esistenza di tali forze o esseri. L'estate, però, in cui la ragazza compie 18 anni accadono eventi così letali da sradicare le più solide e ferme convinzioni...
                                                La recensione
In Norvegia, sono più le persone che se ne vanno che quelle che arrivano per restare. Le temperature rigide, le giornate che non finisco più – notti che durano giorni, giorni che durano notti – e l'isolamento perenne intimoriscono i viandanti. Gli stessi elementi, in unione alla freddezza degli animi nordici e a una lingua difficilissima, fanno spavento anche a chi c'è nato, eppure non sa starci. Ci sono città, e soprattutto isole deserte, sconsigliabili ai cuori fragili. Leggenda ha voluto, per anni, almeno, che la distante Scandinavia detenesse un tristissimo primato: lì, pare, il più alto numero di suicidi. Eppure io l'ho conosciuto un bambino norvegese, alto, biondo e pieno di vita, che mi ha insegnato una parolaccia o due nella sua lingua e, italiano per parte di padre, mi ha spiegato – con quell'accento secco, che suona duro e spietato di per sé – le differenze inconciliabili, i pregi e i difetti. Eppure io, in questi Paesi belli e sinistri, ho sempre desiderato andarci: di mio, più attratto dal sublime che dal piacevole, più incuriosito dalle sfide che dalle passeggiate quiete quiete. Un eremo nascosto, le onde, il vento alle porte. La terra scura, in cui crescono fiori che non conosci e, in mezzo alle radici, racconti tra mito e verità. Mi piaceva tanto, ad esempio, la Scozia di La gemella silenziosa: una cartolina da incubo. Valida alternativa, però, l'isola di Kvaloya: la forma di un trifoglio, le alture a strapiombo sull'Artico, settanta gradi di latitudine nord. Dove Oslo è considerata alla stregua di una città esotica, straniera, e il sole di mezzanotte ispira strane visioni. E' esattamente per quel motivo – una pazzia che somiglia all'ispirazione, le visioni che offrono spunti per nuove tele – che la mamma di Liv, pittrice corteggiata e sfuggente, si è trasferita in un appartato bungalow sui fiordi. Alle spalle, si è lasciata un uomo senza nome – perfino la figlia adolescente è all'oscuro dell'identità del genitore – e un mondo non le dava pace. Nell'Isola delle balene, invece, il contatto umano scarseggia – e il problema non sussiste, se sei un'artista misantropa e hai una figlia chiusa a riccio nei suoi pensieri strani – e gli scorci mozzafiato ti hanno reso non a caso la più celebre paesaggista su piazza. Non succede mai niente a Kvaloya, fino a quando, d'improvviso, non succede tutto. Lo anticipa la quarta di copertina e, nelle prime pagine, lo conferma una narratrice inquieta come poche. Il suo romanzo, cronaca di un'estate bizzarra, di crescita e mistero, prende avvio nel momento in cui la sua storia imbocca un sentiero mai battuto in precedenza e scova una falla invisibile nel mondo che conosciamo. 
E pensare che lì, mamma e figlia, ritenevano di essere al sicuro dal trambusto e dall'incertezza: protette per sempre dal mare. E pensare che, studiose e razionali, non si erano poste il legittimo dubbio: le favole sono favole, punto e basta. Come spiegare però la morte di due fratelli, biondi e inseparabili, che sono annegati in una notte senza tempeste? Come svelare l'enigma di uomini che scompaiono nel nulla e la dipartita di chi, dissolvendosi, lascia una scia di cenere sulla spiaggia? I troll, i folletti e le huldra, fatali ragazze in rosso con coda bovina e fascino da sirena. Sugli incidenti, la presenza fissa di una coetanea della protagonista, la subdola Mia, e in testa, che suonano e risuonano, i racconti del dirimpettaio, Kyrre Opdhal. L'estate degli annegamenti, tuttavia, non è un giallo, né una storia da brivido in senso stretto. In realtà, il mistero degli annegati – debitamente riportato nelle sinossi, subito ripreso in apertura – è affrontato sin dal prologo e, nelle successive duecento, trecento pagine, fa capolino spesso ma non trova soluzione. Liv non è una schiva e malinconica Nancy Drew, non gioca a fare la detective: piuttosto, è guardiana e testimone, come in un La finestra sul cortile che nel thriller fa però sporadiche tappe, di una stagione in cui il mare a volte prende e a volte dà. 
Un nuovo inquilino, nella hytte del vecchio e burbero Kyrre, che esercita anche un indiscreto fascino sulla confusa Liv; qualche pretendente che va e qualche pretendente che viene, di sabato, nel soggiorno di una mamma contesa come Penelope dai proci; una lettera da Londra e, a scriverla, un padre ignoto ma sofferente. Resterete delusi, se in cerca di un altro giallo che viene dal nord. Ancora, resterete a bocca asciutta, se desiderosi di risposte a ogni costo. L'estate degli annegamenti è un libro nebbioso, sospeso, irrisolvibile, che in altre circostanze, forse, non mi sarebbe piaciuto. Amo le atmosfere evocative, non l'incertezza. Amo a piccole dosi le descrizioni meticolose, i dettagli che del fiordo di Malangen mi fanno sentire il freddo nelle ossa, non una lingua che, colta e baldanzosa, indugia più su se stessa che nei dialoghi. Però John Burnside, poeta britannico che incrocio qui per la prima volta, scrive talmente bene – mi ha ricordato la prosa erudita di una Donna Tartt, ma le poche pagine e le situazioni fin troppo circoscritte non cedono mai spazio a una simile verbosità – che mi sarei goduto a tempo indeterminato la compagnia delle sue figure instabili, contraddittorie, psicotiche che vivono in un perpetuo e dolce dormiveglia. Sognano o son deste? Evocativo e oscuro, terreno e ultraterreno, L'estate degli annegamenti è un romanzo a confine, dalla scrittura a confine. Sogno di una notte bianca di mezza estate, lì dove il mare e la terra si perdono l'uno negli occhi dell'altro. Smarrendo la via del ritorno.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Summertime Sadness

martedì 1 marzo 2016

Pillole di recensioni: Adieu mon coeur | Non respirare

Titolo: Adieu mon coeur
Autore: Angelo Calvisi
Editore: CasaSirio
Numero di pagine:
Prezzo: € 13,00
Il mio voto: ★★★
La recensione: Ha un titolo francese, un autore italiano, un protagonista cittadino del mondo. A farcelo conoscere, una casa editrice piccina ma in crescita che, con i suoi scrittori di qualità, le edizioni curate e quel formato tascabile che è un piacere, la scorsa estate, si era imposta come un'autentica rivelazione. Qualche mese dopo, rieccola ospite sul blog: pubblicano il romanzo di Angelo Calvisi, pensano a me per avere un parere e, questa volta, fanno più colpo loro – pop e pieni di carattere – che un libro breve e particolare, di cui poco mi viene da dirvi. La storia a frammenti di Paolo, e son frammenti sparsi, lo mostra bambino, adolescente ed adulto, nell'arco di trent'anni vissuti in giro e a pieno. Cresciuto nella provincia genovese, passa l'infanzia in oratorio, tra le partite a calcio balilla, gli amici i cui nomignoli sono tutto un programma, le prime cotte e i primi dolori: i genitori litigano spesso, le altre bambine non se lo filano, un avvenimento luttuoso è dietro l'angolo. Quattro parti, quattro decenni e, nel finale, un salto indietro. Un'adolescenza in comunità, la scoperta della musica, una moglie e un paio di figli in Francia. Ma com'è che si dice? Mogli e buoi dei paesi tuoi e, sempre parlando per proverbi della nonna, il primo amore non si scorda mai. Ecco che ritorna la spasimata Michela, che proprio non può desiderare. Ecco che la bottiglia, la chitarra e rimpianti ci fanno prima perdere e poi ritrovare. Il cuore resta – checché ne dica il titolo – e ci sono una bella struttura ad incastro, verità e nostalgia a palate, qualcosa del Nick Hornby di Alta fedeltà, del Nicholls di Un giorno, del Biglia bugiardo e avventuroso di Ti prendo e ti porto via. Le gioie del vinile e le donne, gli incontri una volta ogni morte di Papa e la non trascurabile incapacità nel combinarne una giusta. Che c'è, allora, che non va? Oggettivamente, niente: Adieu mon coeur è un amarcord tra passato e presente, con tocchi di grottesco, un colonna sonora perfetta, l'umorismo vincente, l'occhio lucido. Ma trent'anni li avrei letti ancora più volentieri in più pagine e il me a cui tanto a genio il racconto, alla fine, non sta, ha patito un po' i salti e la divisione in capitoli a sé stanti. Gradirò sempre i tipi di CasaSirio, perciò, ma mi farò un'idea pià precisa di chi sia Angelo Calvisi – professionista poliedrico e dalla biografia stermianta, da quel che leggo – con a dispostizione, si spera, un'altra storia e, soprattutto, altre pagine.

Titolo: Non respirare
Autrice: Elisabetta Pastore
Editore: Frassinelli
Prezzo: € 18,00
Numero di pagine: 244
Il mio voto: ★★½
La recensione: Spesso, ci sono libri – belli, brutti, boh – a cui non ti avvicineresti mai, se non fosse che, a promuoverli, c'è tutto un ambaradan e la firma di un editore di cui ti fidi alla cieca. La Frassinelli piace perché raramente cavalca l'onda, la Frassinelli non pubblica comuni erotici. Allora cos'era il romanzo della Pastore, sulla doppia vita di una ragazza meridionale che impara a diffidare dagli uomini, a preferire la campagna alla metropoli, a esplorare la propria sessualità? L'etichetta di romanzo erotico, in realtà, più che stretta gli sta larga, lì dove si immaginerebbero comunemente parole languide, un fare ammicante, protagonisti avvenenti. Non respirare ha invece una protagonista smilza, poco procace, e uno stile asciutto e spigoloso. Veronica, di giorno avvocato sottopagato e di notte voce a un telefono a pagamento, fa sesso alla cornetta perché a Roma non si può campare e perché il suo ragazzo è un tossico che le mette a soqquadro la borsetta. I suoi interlocutori cercano il massimo del piacere e le confessano l'inquietudine più segreta. Vive lunghe giornate e lunghissime notti. Vive due vite. Eppure resta una protagonista a metà: senza carattere. Ma ha le sue peculiarità, i suoi tratti distintivi. Disegna, ad esempio, spinta da voci che, a matita, si fanno volti. E son volti che, a volte, incrocia dove meno si aspetterebbe. La matita sul foglio è istinto basico; il sesso non è fatto ma descritto, parlato. In Non respirare, la parola assume fondamentale centralità, infatti, e i toni, carezzevoli e sboccati, non cadono nell'eccesso. La storia, sventato il pregiudizio iniziale, c'è, così come lo stile. Un eros a voce; un'esordiente promettente. Non respirare, tuttavia, convince poco. La Pastore, seppure spicchi, con un non so che del Lucarelli di Almost Blue, segue quella che chiamo la poetica dello spezzettamento: frasi e paragrafi telegrafici, nessun capitolo, un racconto racchiuso tra un punto fermo e l'altro. E, per i miei gusti, sono troppi i punti e troppo poco quello che c'è in mezzo. I sussurri di Veronica – la stessa che fa boccheggiare, venire, piangere i suoi lontani e solitari clienti – qui arriva come smorzata. La linea sta per cadere. Chi c'era davvero dall'altra parte? Tuuuu tuu...