Visualizzazione post con etichetta Malattia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Malattia. Mostra tutti i post

lunedì 14 ottobre 2024

Recensione: Il male che non c'è, di Giulia Caminito


| Il male che non c’è, di Giulia Caminito. Bompiani, € 18, pp. 272 |

Parte tutto da un refuso nella newsletter della casa editrice per cui lavora. Un apostrofo fuori posto e Loris, trent'anni, precario, finisce schiacciato sulle mattonelle del bagno. Il fiato corto, il cuore impazzito, un uovo dal guscio duro che gli si schiude all'improvviso sul fondo della pancia. Lo conosciamo steso tra il lavandino e il bidet, all'alba dell'ennesima crisi. Al di là della porta chiusa c'è Jo, l'eterna fidanzata, che spererebbe in un compagno più tonico, più intrepido, più appassionato. Seduta sulla lavatrice, invece, c'è la sua amante immaginaria: si chiama Catastrofe, spiazza con trasformazioni imprevedibili e somiglia alla versione horror di una delle emozioni di Inside Out. È lei a comunicargli che presto o tardi esploderà. Cosa si nasconde dietro i mal di pancia, i tremori, le ossessioni di Loris? Schiavo della melatonina e dei fermenti lattici, prigioniero dell'inferno di sé stesso, invidia il codice rosso dei feriti a morte, si nutre di tragiche storie vere sui forum e su YouTube, origlia con astio i suoni di un vicino di casa che suona, scopa e vive senza pudore. A un certo punto dichiara che preferirebbe una malattia terminale al pressappochismo con cui, ormai, lo liquidano i medici.

Cosa succederà a quel ragazzino nella foto lui non lo sa, eppure non può fare niente per salvarlo, né da sé stesso né dal dolore, perché così avviene: il male arriva e passa schiacciando e livellando, deviando il corso del fiume che sei stato.

Sarebbe facile biasimarlo, considerarlo empio e vittimista, ma la verità è che quest'ipocondriaco con cui parrebbe impossibile empatizzare ha la mia faccia allo specchio, le mie identiche crepe. All'inizio ho corso il rischio di divorare la sua storia. Poi ho rallentato, per la paura di essere divorato. Il lockdown sembra accaduto una vita fa, ma l'altro giorno ho trovato una vecchia mascherina nella tasca del doppiopetto. E ho ripensato a quand'ero come Loris, ai capelli sporchi e alle clavicole sporgenti, ai libri letti bulimicamente e ai siti porno consultati in cerca di un'eccitazione che non sopraggiungeva. A un lavoro che, nell'immobilismo generale, non arrivava. Dopo tanta paura della malattia, il contagio, infine, era giunto con carico di delusione: una febbriciattola che non mi avrebbe ammazzato — per fortuna, purtroppo. La mia stanza, intanto, era diventata una cella dove enumerare le figuracce, i rimorsi, i ricordi; il corpo un campo di battaglia. Durante la lettura mi sono materializzato alle spalle di Loris e, io che ci sono passato, io che a volte ci passo ancora, ho rubato il posto a Catastrofe nell'ascoltarlo, scuoterlo, stringerlo forte. Se non fosse così brava, Giulia Caminito risulterebbe respingente. È il rischio che corre chi sceglie personaggi scomodi e pone al centro, senza fronzoli, la malattia: queste volta, per di più, una malattia reputata immaginaria. La sua scrittura, di chirurgica esattezza, è la sonda nelle viscere di Loris. Cerca il male, Giulia. Insegue il ticchettio della bomba e medita un modo per disinnescarla, lei che ha strumenti da artificiera. È nella ricerca, però, che trova anche la luce che resta.

Si era sempre immaginato accanto a lei, ma da soli. Loro due come una diade tenace, un microcosmo autosufficiente.

Loris, anestetizzato, se ne sta rannicchiato in posizione fetale e torna neonato, embrione, spermatozoo. Vive un'evoluzione a rovescio. Il suo lamento diventa un romanzo intimo, privatissimo, pieno di simboli e dolori, in cui il passato è l'unico baluardo sicuro contro un presente sismico. Laggiù c'è un nonno che ci spiega la vita attraverso l'osservazione delle voliere e che ci rivela, all'occorrenza, i segreti degli innesti felici. Serve colla abbondante affinché la vita attecchisca; serve pazienza, poi, affinché fiorisca nella pelle di una corteccia estranea. L'autrice romana si fa portavoce di quei segreti — suo nonno, a cui il romanzo è dedicato, doveva somigliare molto a Tempesta — e li condivide generosamente con noi, pur di vincere la solitudine che l'ansia chiama a sé. Firma, così, un romanzo ben più misurato del precedente, in cui trova finalmente spazio vitale una generazione che finora non c'era sui libri: quella affetta dal male che non c'è. Giulia Caminito ci ha salvati dall'estinzione.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gazzelle - Destri


lunedì 14 novembre 2022

Recensione: Avere tutto, di Marco Missiroli

Avere tutto, di Marco Missiroli. Einaudi, € 18, pp. 160 |

Da quando mi sono trasferito a Torino, mio padre mi telefona ogni sera. Abbiamo vissuto insieme tutta la vita senza mai saperci rivelare molto l'uno dell'altro. Tra noi avvengono conversazioni goffe, brevissime, piene di convenevoli. “Hai cenato?”, “Com'è il tempo?, “I coinquilini, il lavoro, lo smog?”. Un copione reiterato, sera dopo sera, da pronunciare a memoria quando ci si vuole bene, ma si è d'altri tempi e di poche parole. Ho trovato la stessa laconicità e la stessa tenerezza nell'ultimo Marco Missiroli, tornato in libreria a tre anni di distanza dal controverso Fedeltà. Lontano da temi spinosi e ambiguità sentimentali, questa volta non sembra scontentare i lettori. Avere tutto è un romanzo intimo e minimalista sui non detti tra un padre e un figlio all'alba di una tragedia: il vecchio, vedovo da un po', sta morendo di un male inguaribile; il giovane, pubblicitario di città non più così giovane, si prende cura di lui con le parole e, soprattutto, con i fatti. Quindi c'è Nando, che in gioventù faceva faville nelle balere e che ora, alla stregua di un animale sofferente, tende a nascondersi a bordo della sua sgangherata Renault. E poi c'è Sandro, il figliol prodigo, che torna a Rimini con la coda tra le gambe per fuggire al vizio del gioco d'azzardo e correre incontro al destino amaro del genitore.

Gli confidavo tutto senza confidargli niente. Da bambino gli parlavo nella testa e subito speravo di notargli una reazione: il sopracciglio ad arco, il tamburellare delle dita, una moina complice come se mi avesse ascoltato per telepatia. E la felicità nelle ore in cui lo seguivo e lui sceglieva mansioni dove potevo osservarlo: sturare un lavandino, potare il roseto, pulire l'abitacolo della macchina. Gli incantesimi delle sue mani.

Tra i due corrono silenzi, segreti e sigarette; un'intimità dolente, animata dagli sbuffi e dai mugugni di due uomini soli. Già nel romanzo precedente, d'altronde, l'autore romagnolo aveva raggiunto i picchi migliori alle prese con il personaggio di un'anziana: Anna, la madre di Margherita. Proprio come in Fedeltà, tuttavia, finisce per appesantire la narrazione con un vizio superfluo: non più le lotte clandestine tra cani, bensì il poker. Le digressioni sull'argomento frammentano l'intensità di una vicenda già esile di per sé e fanno sentire la mancanza di Nando, l'attore non protagonista che vorremmo fosse sempre in scena. Il tema della malattia, per quanto sentito, è affrontato in maniera consueta. Tutto va come previsto, fra imbarazzi iniziali e dettagli meticolosi dell'agonia conclusiva. Tutto è ben scritto, comprese le dinamiche al tavolo da gioco, ma purtroppo già svelato in quarta di copertina. Si può riprendere il controllo della propria vita mentre un padre sta perdendo il controllo della propria? Si può ricominciare daccapo al principio di una fine annunciata? L'ultimo Missiroli (si) emoziona senza bluffare. Ma, un po' come le telefonate con papà, racconta smanie e nostalgie in un sussurro che nulla aggiunge e nulla toglie al lessico del dolore.

Il mio voto: ★★★

sabato 25 settembre 2021

Recensione: Il nostro meglio, di Alessio Forgione

| Il nostro meglio, di Alessio Forgione. La nave di Teseo, € 17, pp. 288 |

Lo avevamo conosciuto con Napoli mon amour, un romanzo di formazione che omaggiava un capolavoro della Nouvelle Vague ma che brillava per lo sguardo neorealista. Reduce da una candidatura al premio Strega, Alessio Forgione torna in libreria e ritrova, a sorpresa, una vecchia conoscenza: Amoresano, protagonista del suo esordio e suo alter-ego. Dopo avercelo raccontato irrequieto e smarrito, in preda alla disperazioni delle ambizioni frustrate, questa volta fa un passo indietro. Riavvolge il nastro. Il nostro meglio si svolge qualche anno prima.

Riprendo a camminare. Percorro via Benedetto Croce e guardo i vestiti e le facce delle persone che mi vengono incontro e mi superano e continuano per la loro strada. Penso che la cosa che più mi piace di Napoli è che mi somiglia e che Napoli è come me: stanca, che ancora si muove e procede, verso dove non si sa, ma procede.

Ventenne, iscritto a scienze politiche, Amoresano è giovanissimo e ancora all'oscuro degli anni che lo aspettano. Nonostante tutto, però, non appare spensierato. Il romanzo, infatti, racconta a ritroso il suo primo dolore: la malattia della nonna. Si può elaborare un lutto quando non è ancora avvenuto? Malinconico per natura, il protagonista è un novello Holden che sfugge alle lacrime cercando dappertutto distrazioni. Frequenta amici e ragazze, va in gita sui monti abruzzesi e, soprattutto, passeggia per dimenticare: tutt'intorno c'è una città brulicante di turisti, drammi e stranezze, con gente che si schianta dai balconi e matti che fanno il bagno nelle fontane. Si può posticipare l'inevitabile? Strutturato come un implacabile conto alla rovescia, il romanzo mescola passato e presente per ingentilire la tragedia del cancro. Ma mentre il passato è dolcissimo, il presente è di una cupezza intollerabile: la pelle della nonna ingiallisce, aumentano i dosaggi di morfina e la malattia, come nell'ultimo romanzo di Anna Giurickovic Dato, diventa la protagonista assoluta. Mai come in questo caso, allora, mi è possibile dividere il romanzo in due parti: individuare ciò che mi ha appassionato e ciò, invece, che non mi è piaciuto.

Penso che forse, dopo che tutto è finito, delle persone ti mancano pure le case dove le hai vissute.

Il nostro meglio è bello, è vincente, è mio, quando porta in scena la coralità della famiglia: tipicamente napoletana, e perciò popolosa e caotica, accoglie bugie a fin di bene, tenerezze e moine. All'oscuro della sua sorte, la nonna è un vulcano di energia: si vanta della carriera universitaria del nipote, a onor del vero non troppo brillante, e raduna il parentado per quelle festività dall'allegria un po' forzata. Gli andirivieni di Amoresano, invece, mi sono parsi scollati dal resto: appesantito dai suoi pensieri esistenzialisti, il giovane si trascina poco convinto tra le prove della band (con l'amico Angelo che sogna, intanto, di partire per Londra) e due flirt che portano a un nulla di fatto (il primo con Maria Rosaria, tabaccaia con il pallino delle poesie tristi, e il secondo con Anna, barista pronta a svelargli le vedute della bella Procida). Ritratto di famiglia con tempesta, Il nostro meglio mi ha ricordato con emozione le estati dai miei nonni: quando alla controra toccava andare a letto, anche soltanto per riposarsi gli occhi. Ma questo Amoresano più giovane e più errabondo non mi ha ricordato, purtroppo, la bellezza struggente del nostro primo incontro. Sono tornato a salutarlo a Napoli: la città era lo splendore di sempre, ma non è stato amore.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Pino Daniele - Quando 

sabato 12 settembre 2020

Recensione: Il grande me, di Anna Giurickovic Dato

Il grande me, di Anna Giurickovic Dato. Fazi, € 18, pp. 220 |

In un esordio dagli echi nabokoviani aveva raccontato l’ignominia di un padre che amava troppo la figlia femmina. Questa volta Anna Giurickovic Dato, classe 1989, sceglie la tenerezza per raccontare invece una storia dai ruoli invertiti: è una figlia ad amare troppo il suo papà, al punto da volerlo proteggere con candide bugie e mille cerimonie dalla realtà dei fatti. Il genitore va consumandosi come lo stoppino di una candela, presto si spegnerà. È cancro al pancreas, il peggiore. Ci sono metastasi dappertutto. Non si sfugge. 
Tra Catania, Roma e Milano, la famiglia Capace – a pezzi, ma disposta a rinsaldarsi nel nome del padre e di un bene maggiore – si riunisce al capezzale. Si è mai pronti a morire? Si è mai preparati a diventare orfani? Mossa da un viscerale senso del dovere, la giovane Carla torna a casa: si unisce ai fratelli, rinuncia alle feste in compagnia, rinuncia a sé stessa. Mentre il primogenito sembra essersi trasformato nell’epigono del padre, in quanto a stazza fisica e saggezza, e l’ultimogenita ricerca cure impossibili affidandosi alla medicina alternativa, la figlia di mezzo s’interroga su quale sarà la propria missione. Magari venire a capo di un rebus familiare confessato in pieno delirio?

È un ridere a metà, uno stare insieme a metà, separati da una morte che è già seduta tra di noi e la sentiamo. Fate presto, ci dice, vi ho lasciato il tempo giusto per conoscervi, scambiatevi le ultime parole; voi figli imparate da lui tutto ciò che ha da insegnarvi, prendete appunti, registrate ogni momento, così poi potrete moltiplicarlo, non siate tristi, non ce n’è il tempo, condividete le vostre ultime risa, accarezzatevi, toccatevi perché non vi siete mai toccati, allontanate la timidezza, l’imbarazzo non c’entra con questi ultimi mesi, questo periodo è la cerniera delle vostre vite, apritela con delicatezza, lasciate che i vostri lembi si separino come ci si separa da un abito pesante tra l’inverno e la primavera, raccogliete tutto di vostro padre, così potrete contenerlo.
Il grande me è la cronaca di una morte annunciata. È un piccolo giallo irrisolto. È una raccolta di aneddoti dove il signor Simone – teatrale, egocentrico, brillante, volitivo – viene descritto ora come un musicista raffinato, ora come un fascinoso Omar Sharif, ora come un integerrimo politico di sinistra. La voce narrante ce lo ritrae con la tipica vanteria tipica delle mamme chiocce, benché a parlare sia la figlia. Ma Simone è stato forse così perfetto? Non ha mai covato rimpianti o delusioni? Nel dubbio, Carla finisce per mettersi da parte: sconosciuta perfino al lettore – fatta eccezione per un capitolo di grande erotismo dove rivela le contraddizioni di una sensualità folle e vendicativa –, si mostra in rari sprazzi e sempre in relazione alla tragedia. Nell’ultima parte, inevitabilmente, la malattia diventerà sempre più preponderante. Una primadonna crudele che non ammette diretti concorrenti. Una mantide religiosa che fagocita sia il corpo del povero Simone, sia una dimensione corale prima abbozzata e infine sacrificata.

Non è il mestiere dei figli essere padri.

Dopo un bestseller di risonanza internazionale, l’autrice catanese torna in libreria con un romanzo all’apparenza convenzionale ma in realtà ancora più struggente. Alcune emozioni non si possono simulare. Anna deve averle sperimentate tutte sulla propria pelle e intuisco quanto Il grande me, in realtà, sia la tappa di un’intima elaborazione che suscita nel lettore rispetto ed empatia immediati. Nonostante tutto, confesso qualche dubbio relativo alla struttura; alla presenza di un intreccio romanzesco superfluo che orna una storia già forte di per sé, perché in parte autobiografica. Impaziente, ho divorato pagine su pagine caratterizzate da uno stile poetico e solenne. E ho letto con ammirazione le apostrofi, le domande retoriche, le invocazioni e le preghiere, che rendono lo stile di Anna un moderno coro da tragedia greca. Cerebrale, difficile, implosiva più che esplosiva, questa sua seconda prova non convince totalmente per via della troppa carne al fuoco a fronte delle sole duecento pagine – abbiamo il segreto di Simone, le pulsioni autodistruttive di Carla, il logorante stillicidio del cancro –, ma riesce lì dove pareva impossibile. Ossia trovare parole per sfidare la «dislessia della morte»: e, senza sorprese, son parole bellissime.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Gli uomini non cambiano