venerdì 31 maggio 2024

Recensione: Trilogia della città di K., di Agota Kristof

|Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Einaudi, € 14, pp. 384 |

Quando ho chiuso Trilogia della città di K, ho sentito il bisogno di sfogliarlo a ritroso. Ho recuperato un foglio volante e ci ho appuntato sopra nomi propri, cronologie, dettagli di un intreccio narrativo che cambia a piacimento e sconvolge. La scrittura è ordine e chiarezza, pensavo a torto. Ho condiviso le mie annotazioni con altri lettori: come me, a fine lettura, dichiaravano confusione. Ma le nostre opinioni sui misteri di Agota Kristof non collimavano. Le interpretazioni sul romanzo, anzi, si moltiplicano; il gioco di specchi si complicava. A chi appartenevano le parole lette? C'era una verità univoca, o la trilogia era una lunga bugia? Quanti erano i narratori inaffidabili: uno o due? Ambientato in un conflitto senza nome, in una città dell'est dall'identità violata dagli invasori stranieri, due gemelli temprano corpo e spirito a un passo dalla frontiera. Disabituati all'amore, alimentano una perversa fascinazione e nutrono uno strano senso della giustizia. In prima persona plurale, documentano le loro giornate sul Grande quaderno nascosto in soffitta. Man mano si passa a una narrazione in terza persona. Nella progressiva messa a fuoco, il periodare si fa articolato, i capitoli si allungano e i gemelli, finalmente distinguibili e collocati su uno sfondo meno favolistico, sperimentano lo struggimento della separazione: in La prova, Lucas resta privo della sua metà e trova consolazione in una famiglia improvvisata, ma capace di tenerezza. Che fine ha fatto l'altro? Il suo nome, anagrammatico, è Claus o Klaus? Intervengono personaggi dal linguaggio sibillino, allegoria di qualcosa di ben più sfuggente. Le identità si sovrappongono e mescolano. La trama si fa più oscura. Quarant'anni dopo, le frontiere si assottigliano e le vicende trovano risoluzione in un racconto a punti di vista alterni. Le ultime pagine rivelano la natura dello strappo, l'origine del trauma. Possiamo fidarci, però, se il titolo recita: La terza menzogna?

Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita.

Capace di suscitare parimenti curiosità e frustrazione, Kristof è l'attentissima Minosse di un labirinto in cui le nostre tre storie finiscono per sovrapporsi disordinatamente e in cui il gusto della narrazione, qui parente stretta della bugia, prende il sopravvento. Il filo rosso è proprio la scrittura: inseguendone il bandolo, arriveremo in una casa dalle imposte verdi, all'ombra di un noce abbandonato. I protagonisti, al contempo candidi e crudeli, fanno provviste dei prodotti di cancelleria; prendono cartolibrerie in gestione, seducono bibliotecarie con il pallino dei libri proibiti, rievocano un'infanzia scandita dal ticchettio della macchina da scrivere. Uno diventerà prosatore, uno poeta: lo faranno per legittima difesa. La Trilogia è un groviglio che infesta mente e cuore. Non ha una spiegazione né un senso: ne ha molteplici. Se me lo chiedeste oggi, per me teorizza il valore salvifico della finzione contro la brutalità dell'autofiction. È soltanto così che delle pedine inermi, in balia della violenza della Storia e delle istituzioni familiari, possono trasformarsi in soggetti attivi. Eroi della loro personale epopea tragica, vivono disavventure zeppe di morti, amplessi, ardori e mostruosità. Ma la spettacolarità futurista della guerra – macabra ma irresistibile – arde i noiosi salotti borghesi: è soprattutto lì, infatti, che si annidano mine mortali. Se me lo chiedeste domani, invece, chissà. È una storia che cambia pelle. E, nel frattempo, cambia la tua.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Max Richter – On the Nature of Daylight

12 commenti:

  1. Lessi la "Trilogia della città di K." tanti anni fa e ricordo ancora il senso di meraviglia e stordimento che provai passando da una storia all'altra. Mi colpì anche lo stile dell'autrice, con queste sue frasi secche, dirette, concise e potentissime. Hai proprio ragione, uno di quei libri che cambia un po' la tua storia, ti fa mettere in prospettiva le cose.

    Ti consiglio anche le sue poesie, "Chiodi", edito Casagrande: potrai ritrovare la magia della sua scrittura a un livello diverso, ma altrettanto coinvolgente/emozionante.

    Buona giornata,
    Matteo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Buongiorno, caro Matteo! Ti ringrazio per il tuo commento. Recupererò senz'altro. Una penna ipnotica.

      Per caso hai visto il film tratto una decina di anni fa da Il grande quaderno? Dal trailer, sembra molto fedele.

      Elimina
    2. Ciao! Devo dire di no, non conosco. Mi hai incuriosito, però...

      Elimina
    3. Non so se è su qualche piattaforma, ma sembra un'operazione interessante. E azzardata. Anche se il primo racconto è quello più facilmente papabile per una trasposizione.

      Elimina
  2. Sembra bellissimo. E mi sa anche incasinatissimo. Forse troppo? :)

    RispondiElimina
  3. Trovato anni e anni fa al mercatino dell'usato, il libraio mi augurò buona fortuna... non un buon segno, anche se poi mi disse che era fra i suoi libri preferiti. Ovviamente sta ancora lì, in attesa del suo momento, e quindi ti ho letto con gli occhi chiusi, saltando righe e dubbi :) quando mi decido ne parliamo, promesso!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Come il libraio, ti auguro buona fortuna anch'io. Un trio senza ritorno!

      Elimina
  4. Leggo di questa Trilogia da anni e finora, per ragioni che non saprei dirti, l'ho sempre "snobbata", ma mi sa che ho fatto male e che valga la pena leggerla.
    Grazie Michele :))

    RispondiElimina
  5. In assoluto ho preferito la prima parte.
    Ricchissima nella sua ermeticità, quasi un paradosso.
    Mi sono perso nell'ingarbugliatissimo terzo capitolo.
    Resta comunque un libro stellare, che presto o tardi rileggerò.

    RispondiElimina