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martedì 15 luglio 2025

Recensione: La radice del male, di Adam Rapp

| La radice del male, di Adam Rapp. NN Editore, € 22, pp. 544 |

Anni Cinquanta. Elmira, New York. Una modesta casetta costruita all'ombra di un sicomoro, gli infissi verde pisello e l'eco delle campane della vicina chiesa di San Giovanni. Una famiglia come tante. Numerosi, repubblicani, cattolici, i Larkin —un padre silenzioso, una madre devota, sei figli — cenano con un ritratto di Gesù in cucina. Molti dei protagonisti perderanno comunque la retta via. Come nelle grandi saghe familiari, seguiamo i loro trionfi e le loro sciagure fino ai giorni nostri. Dalla presidenza di Roosevelt al secondo mandato di Obama, passando per la guerra in Vietnam, l'AIDS, l'abolizione della sedia elettrica. Ogni capitolo, a punti di vista alterni, è una finestra aperta sulle loro esistenze. A scandirle sono la musica, il football, la cronaca nera.

Siamo tutti qui per poco più che un battito di ciglia, come i polli e le termiti, e se davvero c'è un Dio, è che che se ne frega di noi.

Myra, la primogenita, è un'infermiera impiegata nel braccio della morte: cresce da sola il figlio Ronan e non perde mai la grazia struggente con cui, a tredici anni, scriveva lettere d'amore al Giovane Holden. Fiona, spregiudicata e sessualmente promiscua, si oppone all'accudimento di Joan — la sorella disabile — per inseguire la carriera di attrice. Alec, la pecora nera con un passato da chierichetto, fugge per tutto il Midwest — mai dall'oscurità annidata in sé stesso — lasciandosi alle spalle cartoline macabre e altre briciole nella speranza di essere trovato. Nel frattempo, succede la vita. Splendida e imprevedibile, a volte beffarda, diventa materia viva nelle mani di Adam Rapp. Subito paragonato a leggende della scrittura, possiede la quiete grandezza della grande narrativa americana. La prosa è senza fronzoli. L'intreccio, epico e semplice al tempo stesso, è un gioco di prestigio dove le figurine di football e le prime edizioni del capolavoro di Salinger vengono trasmesse di madre in figlio. Cosa erediteremo, invece, dai nostri padri?

Siamo tutti condannati a essere quello che siamo.

Se lo domanda proprio Ronan, aspirante drammaturgo a New York, che ha ereditato dagli uomini della famiglia gli occhi infossati e i lupi nella testa. La criminalità è una tara genetica? Il serial killer John Wayne Gacy potremmo essere noi? Come nella Derry di Stephen King, qualcosa di malvagio si annida nel sottosuolo americano. La violenza è dappertutto. Nel ragazzo che flirta con te alla tavola calda. Nell'ubriacone molesto della lavanderia a gettoni. Nel prete che paga il tuo silenzio a furia di regali costosi. Nella luce del garage, che ti ordina di sterminate i tuoi cari con un martello. In mezzo a tutto questo male, tuttavia, è impossibile non volere a queste tre generazioni di Larkin tutto il bene del mondo. Anche se, a guardare bene, negli occhi infossati dei figli si intravede ancora il riflesso di quel martello. Sempre lì, sotto il lavandino della cucina. In attesa.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – The Sound of Silence

martedì 28 gennaio 2025

Recensione in anteprima: Splendeva l'innocenza, di Roberto Camurri

| Splendeva l'innocenza, di Roberto Camurri. NN Editore, € 17, pp. 192 |

Ci sono romanzi in grado di immortalare un momento, un'estate, come foto Polaroid. Lo scrivevo dell'ultimo Veronesi: un amarcord semplice e difficilissimo sul confine che separa l'infanzia dall'adolescenza. Quando accade, invece, di scoprirsi adulti? Crescere significa sopravvivere nel quarto romanzo di Roberto Camurri: scoperto otto anni, torna in libreria con il suo lavoro più memorabile, dopo i racconti dell'esordio e le sfumature horror dell'esperimento precedente. Alle prese con i sogni e le paure della meglio gioventù, firma un inno generazionale che sembra uscito da un ritornello degli 883. Questa volta non siamo a Fabbrico, ma a Monterosso, dove ho speso qualche giorno proprio al principio dell'anno nuovo. In questo borgo delle Cinque Terre stretto tra il mare e la montagna, il tempo sembra fermo. Soprattutto per Luca. Proprietario di un bar appartenuto ai genitori, si rifugia tra le braccia di una ragazza che ogni notte gli si intrufola in casa come una vampira. Presto compirà quarant'anni. Quando diventerà un adulto responsabile?

Le altre persone sparite, solo loro due, quella panchina e il profumo di lei, uno strano aroma di mele e vaniglia. Luca avrebbe voluto rimanere in silenzio, toccarla, baciarla. Restare su quella panchina per sempre.

Mente l'amico Pietro si è già sposato, c'è qualcun altro che gli dà da pensare: Alessio, mingherlino ma titanico, ha un animo vagabondo e sempre scarsa voglia di rincasare. Quale affinità lo inchioda al devoto Luca; quale colpa? Ormai magistrale nel ritrarre questi microcosmi sospesi e sonnolenti, sensibilissimo nella trattazione di una mascolinità spoglia di qualsiasi machismo, Camurri ci sussurra di genitori che invecchiano, ideali che scolorano, amicizie che durano. E mentre la natura minaccia alluvioni, preannunciando in anticipo il climax dell'epilogo, l'autore si barrica nell'eterno presente della giovinezza tramontata. Scritto a cavallo tra due linee temporali, Splendeva l'innocenza splende — letteralmente — nei suoi lunghi flashback. Il 2001 non è in bianco e nero. Coloratissimo, pieno di bandiere rosse e arcobaleno, ci mostra protagonisti socialmente impegnati, politicamente schierati, che all'indomani del diploma sognavano un altro mondo possibile. In una Genova a ferro e fuoco, in quei giorni, si teneva il G8.

Perché la nostalgia ha rotto il cazzo.

Nel caos delle manifestazioni, Camurri isola abilmente immagini di bellezza e devastazione. E con poche precise pennellate cristallizza la fiducia, la rabbia, il volto di un primo amore di nome Valentina. Che fine ha fatto quella novella partigiana che sognava soltanto di dire: «Io c'ero»? Tra attese in stazione, abbracci goffi e sigarette di troppo, Luca e gli altri si librano in una bollaoltre i confini del mondo. Quando scoppierà, le conseguenze faranno un male cane. Pervaso di una nostalgia balorda, questo Camurri sa di fumo e lacrimogeni. Il vento lo spettina, gli schizzi del mare lo raggiungono finanche in strada. È allerta meteo: l'alta marea ha trascinato a riva resti sparsi, ricordi. Speriamo che, quando le acque si ritireranno, avranno clemenza per le fantasticherie dei ventenni che furono. Dove finiscono le speranze? E le onde?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: 833 - Rotta per casa di Dio
 

venerdì 21 aprile 2023

Recensione: Un giorno di festa, di Joyce Maynard

| Un giorno di festa, di Joyce Maynard. NN Editore, € 19, pp. 240 |

Lei, Adele, è una mamma single che ha chiuso con il mondo: improvvisamente sembra essere diventato troppo per lei. Ex ballerina, ha riposto le scarpette e il cuore in un cassetto a seguito di un divorzio dolorosissimo. Chiusa in una casa ai margini della provincia, accumula provviste per limitare gli andirivieni al supermercato e si lecca amaramente le ferite in compagnia di Henry, l'unico figlio. Lui, Frank, è un galeotto braccato dalla tragedia: sull'uomo, reduce di guerra evaso dopo diciotto anni di carcere, pendono una taglia di diecimila dollari e l'accusa di omicidio colposo. In fuga dalla polizia, si rintana a casa dei protagonisti. Li prende in ostaggio, o forse, presso di loro, trova semplicemente e finalmente rifugio. In un film di un decennio fa – trasposizione cinematografica felicissima – i due erano interpretati dagli splendidi Kate Winslet e Josh Brolin. Dalla loro convivenza forzata nascerà una struggente storia d'amore lunga sei giorni appena.

Ovunque tu scelga di vivere, c'è sempre un'altra casa, un'altra persona che ti chiama. Vieni da me. Torna qui.

A raccontarla è Henry, tredicenne precoce e in piena tempesta ormonale, abituato sin dall'infanzia a osservare senza pregiudizi i punti di rottura degli adulti. Rievocata da un altro narratore, probabilmente, questa stessa storia si sarebbe prestata alla doppiezza; alla morbosità. Adele è vittima della sindrome di Stoccolma? Frank è il suo carceriere? Henry, che durante la notte sente spesso la testiera del letto picchiare contro il muro della camera matrimoniale, è il testimone di un abuso? Prevalgono le ragioni del cuore, non quelle della ragione; una scrittura delicata, eppure tesissima insieme, in grado di creare un erotismo avvolgente e un'atmosfera sospesa nella sonnacchiosa canicola estiva. L'arrivo del galeotto è vissuto dall'adolescente con un misto di spavento ed eccitazione. Come il resto dei suoi coetanei, pensa al sesso in continuazione e vede il suo corpo cambiare. Presto cambia qualcosa anche in quella madre che a volte beve un po' troppo e, spenta, è abituata ad avere Henry come unico confidente. Lo sviluppo della sessualità del ragazzino è parallelo al risveglio sessuale della madre. Frank è un uomo con spalle larghe e mani grandi. Frank cambia le lampadine guaste, prepara la moka al mattino, cucina un ottimo chili. Frank, con gesti lenti e morbidissimi, è capace tanto di legare i polsi degli ostaggi con foulard di seta quanto di mulinare in aria una mazza da baseball.

Mia madre e Frank erano come due naufraghi su un'isola tanto sperduta che nessuno li avrebbe mai trovati, ciascuno con nient'altro a cui aggrapparsi eccetto la pelle dell'altro, il corpo dell'altro. O forse non era nemmeno un'isola, solo una scialuppa di salvataggio in mezzo all'oceano, anche quella in procinto di sfaldarsi.

È troppo tardi per essere una famiglia? Soprattutto, si è troppo mal assortiti per immaginare un futuro insieme – magari oltre il confine? In certi weekend festivi, in certi romanzi, sembra tutto possibile. Anche vincere l'inevitabile gelosia che si avverte quando un genitore s'innamora e, per un attimo, si ha la sensazione di essere lasciati indietro. Mosso da una spasimata voglia di contatto umano, Un giorno di festa è un gioiello di tensione emotiva imprevedibile fino all'ultimo, così com'è imprevedibile l'animo adolescente. Joyce Maynard, annullatasi per magia dietro il punto di vista maschile, ci invita a camminare in punta di piedi, a trattenere il respiro, a far piano: potremmo disturbare il filosofeggiare di Frank, che attraverso i segreti per una perfetta pasta frolla sembra raccontare quelli della felicità, o spezzare il fragile incanto di questo melodramma degno di I ponti di Madison County, non pensato per la voracità di occhi indiscreti.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Joni Mitchell – A Case of You

venerdì 15 aprile 2022

Recensione: Qualcosa nella nebbia, di Roberto Camurri

| Qualcosa nella nebbia, di Roberto Camurri. NN Editore, € 17, pp. 170 |

Torno di nuovo a Fabbrico, fra le pagine del terzo romanzo di Roberto Camurri. A sorpresa scopro la città profondamente cambiata. Lo scenario quieto e riposante dell'esordio è stato smarginato dalla foschia. L'arrivo della sera, ora, getta ombre lunghe su luoghi un tempo rassicuranti; le montagne intorno, incombenti, generano un senso di claustrofobia; le porte dei fienili, murate, raccontano storie di morte e sopraffazione. Vuota e spettrale, sviluppatasi all'ombra di un pastificio invaso dai topi, Fabbrico funge da scenario per un gioco metanarrativo tanto torbido quanto affascinante, pieno di sesso e disagio.

Scrivevo e mai mi sarei fermato. Ero in preda a qualcosa di mistico, sconosciuto. Non avevo sentito la campanella suonare, la maestra alzarsi, il rumore delle sedie trascinate sul pavimento per allontanarsi dai banchi, il vociare tipico della fine delle lezioni. Non avevo visto la maestra avvicinarsi, le sue dita prendere il foglio. Qualcosa era scattato, irrazionale. Mi ero alzato dal banco, con le lacrime e il fiato corto, la pelle rossa, gli occhi spalancati, mi ero gettato addosso a quella supplente, le avevo strappato il foglio di mano, lo avevo stretto a me, non volevo lasciarlo andare. Era la cosa più bella del mondo, inventare e raccontare una storia.

Alla maniera dell'ultimo Donaera, Camurri abbandona l'intimismo dei suoi lavori precedenti per un intreccio a metà tra l'autofiction e l'horror. Qualcosa nella nebbia parla di uno scrittore di successo di nome Roberto, marito e padre di famiglia, che lavora a tempo pieno con i matti e ogni tanto, vittima di pensieri meschini, perde le staffe. Ma questa, no, non è un'autobiografia. Benché abbia ambientato laggiù tutti i suoi romanzi, il protagonista non ha mai messo piede in quel di Fabbrico: o così crede. Perseguitato dal richiamo dell'anonima cittadina di provincia – braccato, ispirato, condannato –, vi sembra legato da un misterioso patto mefistofelico. Impegnato in un tour in Olanda e alle prese con la stesura di un nuovo libro, sarà costretto ad affrontare i propri demoni per non perdere il filo della storia più importante: quella della sua vita.

Avevo racchiuso delle vite in una gabbia di vetro, l'avevo chiamata Fabbrico, l'avevo esposta nuda e fragile sotto gli occhi di tutti. Ero arrabbiato con loro perché avevo creduto alle loro parole, ero sicuro sarebbero bastate, non era così. Il buco tra lo stomaco e lo sterno si faceva di nuovo sentire, era ancora lì, c'era sempre stato. Non era la scrittura a riempirlo. Non erano gli applausi, il successo. Ero sconvolto, pensavo di essergli sfuggito.

Come se avessero vita propria, intanto, i personaggi di cui scrive vendono l'anima alla pulsioni peggiori. In questo spietato romanzo nel romanzo leggiamo così di Alice, soubrette ritornata all'ovile affamata di sadomasochismo; di Andrea, detto Jack, che annega i propri traumi infantili nel whisky; di Giuseppe, pazzo di Alice, che qualche volta si intrattiene a conversare con il fantasma del padre suicida. Sarebbe imperdonabile raccontarvi altro. All'apparenza confuso, Qualcosa nella nebbia è in realtà un loop pirandelliano abitato da personaggi legati dal filo di medesimo dolore e sciolti, infine, dall'incantesimo di una fattucchiera impermeabile alla pioggia. La costruzione della propria identità, nel coraggiosissimo Camurri, è una questione collettiva. E per mettere un punto alla seconda storia, in questo complesso sistema di scatole cinesi, è necessario prima assicurare una degna conclusione alla prima. Mi aspettavo una passeggiata nella Holt di Kent Haruf: ho trovato ad attendermi al barco, con un brivido di piacere, la Derry di Stephen King.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Promise - Silent Hill's Theme 

lunedì 13 settembre 2021

Recensione: Lei che non tocca mai terra, di Andrea Donaera

| Lei che non tocca mai terra, di Andrea Donaera. NN, € 17, pp. 240 |

C'era una bestia nel folgorante esordio di Andrea Donaera. E c'è anche qui, pericolosa ma dormiente, nascosta sotto le palpebre chiuse di Miriam. Gli occhi bellissimi e devastati della diciottenne in coma, infatti, celerebbero una scintilla maligna. O così mormora qualcuno, in una Gallipoli che lontana dai bagordi estivi si trasforma in una specie di Twin Peaks. In una camera da letto vista mare, in cui si respira un miscuglio insopportabile di detergente e polpette fritte, i superstiti si affidano, scettici, alla cosiddetta talking cure: parlano alla ragazza addormentata. E hanno punti di vista così diversi e distinguibili che ti verrebbe da leggerli a voce alta, per dar loro vita come in un podcast.

Ma l'amore è più forte del male. No?

Ci sono Lucio, il sindaco del paese, che nel suo italiano stentato non riesce a trattenere la preoccupazione verso le sorti dell'unica figlia; Mara, l'algida moglie del Nord, che scocca bestemmie contro la famiglia del marito; Gabry, l'amica bolognese, che registrandosi con la webcam ricorda i giuramenti di sangue e le piccole iniziazioni sessuali. Infine Andrea, che porta il nome dell'autore e, romantico per natura, canta Miriam come fosse una novella Beatrice: i due si sono incontrati in un bar, hanno consumato un brusco amplesso in macchina e, al principio del loro amore, sono stati interrotti sul più bello. L'innocenza del loro sentimento mette in moto un'antica faida familiare le cui radici sono intrecciate all'inquietante folklore locale. Figlio di un padre suicida e di una madre gravemente depressa, Andrea è diventato l'apprendista di Papa Nanni, esorcista dalla lingua melliflua convinto che la ragazza sia il demonio. Diviso tra spiritualità e pulsioni terrene, il giovane tesse un dialogo impossibile con la vagheggiata Miriam: nient'affatto angelica, ma al contrario curiosa e ribelle, questa bella addormentata è tentata dall'idea del sonno eterno. Perché aprire gli occhi? Perché mettere nuovamente i piedi a terra? Cosa troverebbe al risveglio, se non il solito paesedimerda?

Penso che è così che nascono le ossessioni: quando cerchiamo qualcuno che ci possa salvare, e ci convinciamo di averla trovata, poi, quella persona. Per me tu sei quella che può salvarmi. Anche se non è vero, anche se magari sono io, in realtà, a dover salvare te: a me basta credere che tu sei la salvezza mia – l'ossessione mia.

Lei che non tocca mai terra è l'incisione di un verso goth metal su una lapide bianca. In un Salento eccezionalmente oscuro, dove l'inverno porta il fango, la neve e le labbra spaccate a sangue, gli schizzi d'acqua salata diventano tutt'uno con le lacrime d'angoscia versate dai protagonisti. Ai piedi del letto di Miriam, travolta da un pirata della strada, elaborano in modi diversi il medesimo dolore. E tentano di venire a capo di un mistero più grande di loro, che forse risale alla guerra in Albania: quando una strega incise sulla sabbia le orme di un uomo e lo maledisse per sempre. Il sangue infetto può essere ereditato? Passare di vena in vena, di generazione in generazione, fino a far marcire il corpo e lo spirito? Spaventoso e dolcissimo, l'autore pugliese il cui cognome è un anagramma si supera. Questa volta è il direttore d'orchestra di una polifonia dalla potenza sconcertante: una fiaba horror di tentazioni irrinunciabili, eterni ritorni e fragorosi big bang, che nel mentre fa strage di madonne e congiuntivi. Questa volta è Poseidone in persona: in balia delle sue onde grigio piombo, tra picchi di tenerezza e abissi di dolore, ti annoda strette strette le budella in preda a un irrinunciabile mal di (a)mare.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gaudiano – Polvere da sparo

mercoledì 7 luglio 2021

Recensione: Promesse, di Bryan Washington

| Promesse, di Bryan Washington. NN Editore, € 18, pp. 352 |

Mike, giapponese, fa il cuoco in Texas. Ben, afroamericano, sieropositivo, è un maestro d'asilo. Fanno coppia da quattro anni. Si sono incrociati a una festa di amici di amici, poi si sono ritrovati su una app d'incontri. Giunti ormai a un bivio, litigano spessissimo e rimediano dandosi a quel sesso riparatore che lascia addosso una vaga tristezza. La loro relazione, avvizzita più che matura, è fatta di sporadici momenti di romanticismo e di compromessi infiniti. Cosa sarà di loro? La domanda si complica quando la loro convivenza, un tempo privata, diventa una questione di famiglia. Nessuno ha risposte consolatorie, neanche i genitori: tutti divorziati, spesso incapaci di voltare pagina, elaborano in maniera goffa i propri fallimenti sentimentali. Il romanzo di Bryan Washington prende avvio con la partenza di Mike per Osaka: quando la madre, Mitsuko, giunge in visita a Houston, lui è costretto a volare in Giappone per riappacificarsi con il padre, Eiju, affetto da un tumore all'ultimo stadio. Scappa forse lontano dal compagno? Soprattutto, tornerà indietro?

Una storia è un cimelio, dice. Una cosa personale. I cimeli non si chiedono. Ti vengono dati e basta.

Questa è una vicenda tenera e laconica di convivenze segnate dall'incomunicabilità. Caratterizzata da un'intimità palpabile, a volte irresistibile e altre dolorosa, racconta di culture agli antipodi e radici, di ritorni alle origini e ritorni di fiamma. Mentre Ben è obbligato a dividere l'appartamento con la suocera, una granitica fata madrina che cucina continue prelibatezze e si commuove segretamente davanti ai film di JLo, Mike raccoglie l'eredità del padre: a sorpresa, un anziano gioviale e benvoluto, che ha deciso di sospendere le terapie e di affidare al figlio il bar di sua proprietà. Il riavvicinamento andrà di pari passo col decadimento fisico di Eiju. Lieve e schietto, fortemente contemporaneo, Washington riporta i dialoghi senza le virgolette. Cattura i gesti, gli sguardi, le smorfie e i sorrisi attraverso una narrazione spontanea nel suo disordine, che intreccia a piacimento i ricordi dei protagonisti con gli eventi raccontati.

Senti, ha detto Mike. Solo perché qualcosa non funziona non significa che sia rotto. Devi avere voglia di aggiustarlo. Ci deve essere la volontà. Allora dimmelo. A te va di aggiustarlo?

La trama è appena accennata, l'epilogo sospeso, e qui si muovono senza copione personaggi completamente a piede libero. Come succede anche nei romanzi di Sally Rooney, tuttavia, alla curiosità iniziale subentra strada facendo un po' di monotonia: colpa di una parte centrale non esente da lungaggini, che sceglie di soffermarsi eccessivamente sul soggiorno di Mike glissando invece sugli sviluppi di Ben, e di uno stile all'inizio fresco e colloquiale, poi appesantito da capitoli densissimi. Promesse è una commedia indipendente che parla di identità, sessuale e culturale; dei luoghi e delle persone da considerare, finalmente, casa nostra. In copertina non sventola nessuna bandiera. Né giapponese, né americana, né arcobaleno. C'è semplicemente una busta in balia del vento. Perché Mike e Benson, scostanti, fuori forma e separati dai non detti, sono un casino e basta. Ma d'altronde ce l'ha insegnato American Beauty, in una scena che ha fatto istantaneamente la storia del cinema: anche una busta volante può essere un capolavoro.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Alphaville - Big in Japan 

giovedì 17 giugno 2021

Recensione: Il buio non fa paura, di Pier Lorenzo Pisano

 
| Il buio non fa paura, di Pier Lorenzo Pisano. NN Editore, € 16, pp. 176 |

Sembrerebbe lo scenario di una favola d'altri tempi, fumoso ed indefinito, se non ci fossero piccole indicazioni a dare un passato a quel luogo: per il resto, un presepe in rovina con ancora i segni delle bombe lungo le strade crepate e una paura diffusa verso il nemico tedesco. Gli uomini, incorniciati dalle finestre, osservano tutto e tutti con sospetto. I fucili sempre a portata di mano, per ogni evenienza. Laggiù c'è violenza. Ma c'è anche tanta tenerezza, tantissima. Di questo si sono nutriti i protagonisti: tre fratellini di età diverse che condividono il letto a castello, le storie della buonanotte, le arrampicate su un vecchio faggio e le corse a perdifiato nei campi di granturco. Il loro idillio è guastato all'improvviso da un colpo di vento; dal sopraggiungere di un'oscurità così fitta da avere corpo, e mani. Il buio inghiotte la donna di casa, che sparisce all'improvviso senza lasciare traccia. L'hanno uccisa i lupi? I simpatizzanti nazisti? Il suo stesso marito? Pier Lorenzo Pisano, finalista presso quel Premio Calvino che sforna talenti su talenti, cerca le risposte sulle rive del ruscello; nel folto del bosco. Il suo è un esordio convenzionale, ad altezza bambino, caratterizzato da una lingua colta e infantile allo stesso tempo, intessuta di onomatopee, vezzeggiativi e incanto. A dispetto del linguaggio originalissimo, è la storia in sé a non serbare grandi sorprese. A sembrare già raccontata altrove, in variazioni sul tema ora più entusiasmanti, ora più deludenti. C'è una presenza mostruosa in paese. Gli animali vengono trovati barbaramente uccisi, le campane suonano a morto, i capifamiglia hanno conti in sospeso con il bosco.

Gabriele è quasi sotto le braccia nere, che gli si avvolgono attorno e lo sollevano piano, ma non ha più paura, non sente più nemmeno il freddo, e adesso che sono così vicini gli sembra di riconoscerla. Sussurra: ma’. 

Mentre il papà si sfoga accumulando cataste di legna, i piccoli si stringono in unico giaciglio e si fanno coraggio. Guidati da Gabriele, il fratello di mezzo, giungono presto a una conclusione tanto spiazzante quanto dolorosa: e se il mostro cacciato da tutti fosse proprio la loro mamma? Se il buio l'avesse fatta sua – un tutt'uno indistinguibile? Dalle parti di Sette minuti dopo la mezzanotte (senza la stessa devastante carica metaforica) e del film La madre (senza sprazzi horror), Il buio non fa paura racconta la goffa convivenza tra quattro piccoli uomini, impreparati all'elaborazione del lutto. E di una creatura alta come un albero, nera come la notte, che tuttavia ha le braccia accoglienti di un genitore. Si respira aria di fiaba e di tragedia. Ma non tutto, anzi quasi niente, viene chiarito in un epilogo che giunge troppo in fretta ma lascia sensazioni più durature del previsto. Sono i misteri della vita e della morte. E di alcune opere prime dalle ginocchia sbucciate, in cui l'originalità non è di casa, ma l'emozione – dei legami familiari, delle narrazioni di matrice orale – è un prezioso lumicino a cui affidarsi.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Roberto Vecchioni – I colori del buio

lunedì 21 settembre 2020

Recensione: La casa sul lago, di David James Poissant


| La casa sul lago, di David James Poissant. NN Editore, € 18, pp. 350 |

Non esistono famiglie felici. Per fortuna. Quando ci perderemmo se non avessimo da leggere di recriminazioni e dissapori? Infelici a modo loro, gli Starling popolano un quadretto in cui mi sono immedesimato fino a perdermi. All’inizio li ho odiati, poi ho finito per voler bene a tutti. Sempre all’inizio, data la trama canonica, immaginavo che non avessero niente di nuovo da regalarmi: sono meno disfunzionali di altri, infatti, ma proprio lì sta la loro originalità. Dimenticate le esagerazioni da soap opera. Scordate grossi traumi, se a salvaguardare l’infanzia dei figli ci hanno pensato due genitori esemplari. Perfino i segreti, benché numerosi, sono semplici non detti che nel frattempo si sono accumulati per pigrizia o codardia. Possiamo rimandare a domani la verità pur di non affrontarla oggi? Questo romanzo è una foto incorniciata appesa al muro di una casa ormai sfitta. Chiudere la porta sul vuoto creato dal trasloco riempirà gli occhi di lacrime. È un addio?

Avere un figlio è rovinare se stessi, per sempre, in nome dell’amore.

Signorili, progressisti e gay friendly, gli Starling credono nella raccolta differenziata, in Hillary e nelle pari opportunità. Newyorkesi d’adozione, ogni estate emigrano al sud per le vacanze. Il cuore della loro villeggiatura è una casetta sgangherata affacciata su Lake Christopher, North Carolina: un luogo modesto ma pieno di ricordi felici, dove in passato si sono rifugiati per riprendersi da un lutto. Presto dovranno lasciarlo per sempre. Lo comunicano i genitori, che per ragioni imperscrutabili hanno deciso di trascorre il pensionamento altrove. La casa è già stata acquistata. Si può dare un prezzo a qualcosa che ha un valore sentimentale tanto forte? Da bolla spensierata, il lago diventa un piccolo campo di battaglia. Ci sono scatoloni da fare, spiegazioni da pretendere, ricordi agrodolci da rispolverare. In un tour de force della memoria, i protagonisti vorrebbero godersi l’ultimo weekend, ma un evento luttuoso – l’annegamento di un bambino – getta ombre sul resto del soggiorno. Quanto può toccarci il dolore di una famiglia sconosciuta?

Da un anno sperava nell'assoluzione. Ma questo è meglio. Questo è matrimonio. L’amore è mettersi in spalla dei pesi – bambini morti, case malconce, infedeltà che ti rimangono appiccicate addosso – e proseguire.

Mentre il lago viene dragato in cerca del corpicino, i personaggi chiudono le tapparelle per non guardare la morte in faccia. E così, per la prima volta da un po’, si guardano. Ci sono Richard e Lisa, ex professori, che pensano al destino della sfortunata primogenita e alle conseguenze di un papillon annodato da mani estranee. Quanto si è responsabili degli uomini in cui si trasformeranno i nostri bambini? Ci sono Michael e Thad, i figli, che d’un tratto si sentono espropriati: il primo, un fascio di nervi, fatica ad ammettere di avere un problema con l’alcol e con la paternità in arrivo; il secondo, aspirante poeta con due tentati suicidi alle spalle, vive con frustrazione tanto la mancata ispirazione quanto i vizi del partner, desideroso di far parte di una coppia aperta. Perché quei genitori perfetti hanno generato due pecore nere così, una delle quali per di più vota Trump? Ci sono, infine, Diane e Jake: compagni rispettivamente di Michael e Thad, offrono un punto di vista esterno sugli intrighi degli Starling. Avete presente la sensazione di voler essere inclusi, ma al contempo di voler fuggire via?

Pensi che la felicità sia ottenere quello che vuoi. Qualunque cosa vuoi, quanta ne vuoi, quando vuoi. E se non fosse verità felicità? E se la vera felicità fosse dire ‘Fanculo a cosa vuoi tu, e rimanere insieme, anche quando è dura, anche quando non sei più quello di una volta?

Tra politica, omosessualità e aborto, David James Poissant costruisce un romanzo profondamente americano. La sua prosa è un velo delicato che ammorbidisce senza mai nascondere. Abilissime, le descrizioni si muovono dentro e fuori; planano a volo d’aquila su paesaggi idilliaci e scandagliano a tappeto la psiche dei personaggi. I dialoghi suonano cinematografici e l’affastellarsi delle scene sembra seguire il montaggio coreografico di un regista di talento. Il canto di rane e cicale, poi, fa da emozionante contrappunto. La domenica va avvicinandosi, la famiglia ha fretta. Deve fare ordine. La cernita in previsione del trasloco non riguarderà soltanto le cianfrusaglie da buttare, ovviamente, ma anche i loro ricordi. Si può salvare dalla spazzatura un amore maturo, che forse troverà la forza per ricominciare in Florida? E il perdono: prendere o lasciare? La casa sul lago prende avvio con una morte, ma strada facendo trova modi straordinari per celebrare la vita nonostante tutto. Una volta toccato il fondo non si può che risalire: perfino in acque come queste. Calme all'apparenza, sotto la superficie immobile nascondono gelide correnti sotterranee e gorghi ingannevoli.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Neil Young – Sweet Caroline

lunedì 22 giugno 2020

Recensione: La strada di casa, di Kent Haruf

| La strada di casa, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 194 |

Da qualche parte ho letto che a casa non si va, a casa si torna. È per questo che da quattro anni a questa parte considero Holt un po’ mia. Sono infatti una persona incostante e senza radici, eppure a sorpresa, romanzo dopo romanzo, il compianto Kent Haruf mi ha insegnato due virtù fondamentali: la pazienza e il senso d’appartenenza. Si può sentire nostalgia di un luogo che non conosci? Si può desiderare una pianura che non c’è? La mia bussola interiore e gli amici di NN mi hanno guidato per la quarta volta in quel di Holt – entro l’anno recupererò anche Crepuscolo e poi, con un brivido, mi sentirò orfano per sempre. Slittato fino a giugno a causa del lockdown, atteso, centellinato, amato, il nuovo romanzo dell’autore americano è in realtà il secondo. Scritto negli anni Novanta, ben prima della trilogia, è ambientato nel trentennio precedente e ricorda l’eleganza polverosa dei classici del cinema.

Finalmente Holt, con i lampioni blu in lontananza, poi sempre più vicini, e le strade deserte e silenziose una volta entrati in città.
Questa storia, più piccola delle altre ma emozionante comunque, conferma la magia dei mondi di Haruf, la sua scrittura avvolgente come una coperta di Linus, la predilezione per i personaggi femminili tristi e volitivi. Prende avvio da un ritorno imprevisto. A chi appartiene la Cadillac rosso fuoco parcheggiata su Main Street? È forse Jack Burdette il brutto ceffo al volante? È un pugno in un occhio. È un fulmine a ciel sereno. L’uomo, braccato alla stregua di un ricercato, mancava da otto anni in città.
A raccontarci l’antefatto è il timido direttore del giornale locale, Pat, che da giovane fu un compagno di scuola e un ammiratore del fuggitivo: alto due metri, pesante un quintale di muscoli, Jack era una promessa del football e un perdigiorno impenitente. Troppo grande per Holt, ha trovato rifugio prima nel poker e nella birra calda, poi nelle gloria dell’esercito, infine nelle donne: da un lato Wanda Jo, fidanzata storica e servizievole a cui ha spezzato il cuore; dall’altro lato Jessie, legittima moglie e madre dei suoi due figli, in balia di una spietata caccia alle streghe dopo l’uscita di scena del partner truffatore. Il romanzo racconta le vicissitudini dei Burdette, dalla fuga del capofamiglia fino al ritorno tardivo, e della vicinanza sentimentale tra il narratore e Jessie: una donna piccola e orgogliosa, che sgobba ai tavoli come cameriera e in un capitolo che ha davvero del capolavoro – l’ottavo, preparate i fazzoletti – si mostra struggente in un succinto abito rosso.

La gente di Holt pensava che  quel punto avrebbe pianto. Pensavano che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi e dopo un po’ si addormentò.
Tra attimi di cupo smarrimento e momenti di grande armonia – un altro episodio significativo è ambientato in un parco acquatico –, il romanzo qui e lì mostra il fianco a qualche debolezza. Le anticipazioni e le ellissi del narratore onnisciente, nonostante i toni pur sempre accorati e compassionevoli, tolgono il piacere di scoprire gradualmente le sorti degli attanti; l’epilogo dolce-amaro appare precipitoso; qualche risvolto tragico – penso al personaggio della giovane Toni, la figlia di Pat – è inserito e mai approfondito, come se non avesse grandi conseguenze sulle vite degli altri.
A differenza di Vincoli, già perfetto, La strada di casa ha maggiori ingenuità e la voce ancora acerba dei primi esperimenti. Ma un Haruf minore resterà in ogni caso un grande Haruf: soprattutto per i fedelissimi che bramavano, speranzosi, l’ennesimo tassello da vivere intensamente. Sconquassata dallo sferragliare di un isolato treno merci, la città di Holt, Maine, qui era ancora in corso d’opera e lontana dall’acme dello splendore. Ma appariva già bella a sufficienza, come suggerisce saggiamente il titolo, da volerci fare presto ritorno; da somigliare a casa.  
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Passenger – Home 

martedì 9 giugno 2020

Recensione: Il nome della madre, di Roberto Camurri

| Il nome della madre, di Roberto Camurri. NN Editore, € 17, pp. 174 |

This is a man’s world. But it would be nothing, without a woman or a girl. L’intramontabile James Brown cantava così, e nel secondo romanzo del bravo Roberto Camurri gli fanno eco i due protagonisti. In  un mondo a “misura d’uomo” – la stessa provincia emiliana dell’esordio, pacifica ed evocativa come la Holt di Kent Haruf – quanto pesa l’assenza di una donna fuggita via? Fino all’ultimo, di quella donna non conosceremo né le motivazioni né il nome. Saranno tramandati di padre in figlio, come un segreto da custodire. Ma intanto leggiamo del rapporto d’amore-odio tra i superstiti, che vivono nell’incanto selvaggio di una casa popolata soltanto da soli maschi; dei pasti consumati in silenzi, delle mattine rischiarate a fatica, della lentezza di arrancare giorno per giorno chiedendosi come mai. Il loro amore non era forse abbastanza? Questa è la storia di Ettore, genitore tutto d’un pezzo, che per strada attacca briga con il primo bellimbusto e in giardino improvvisa un falò con la camicia da notte della moglie. Questa è la storia di Pietro, abbandonato appena nato, che cresce impreparato alla vita adulta, incostante, incapace di stabilità: sniffa, s’innamora e tradisce, va e poi viene.  Questa, in parte, è anche la mia storia. Che da cinque anni faccio i conti con il senso d’abbandono e che in rubrica ho salvato il nuovo contatto di mia madre scrivendoci accanto il numero due: come a dire che viviamo lontani, in un’altra fase delle nostre vite. 

Quando la città finisce, quando, tutto attorno, vede quel pianeggiare che scopre essergli ancora consueto, gli viene in mente una canzone, una canzone che Ettore ascoltava quando lui era piccolo, è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità. Scopre che non se n’è mai andato veramente, che quella terra, quella pianura, quei colori, quel cielo pallido e quell’umidità che ricopre i campi saranno sempre casa sua.

Per ragioni personali, il romanzo mi ha toccato nel profondo. Ma forse proprio per questo non sono riuscito ad apprezzarlo. Avrei voluto identificarmi fino in fondo con i protagonisti, ma non ho trovato traccia né della mia rabbia né dei miei rimpianti. Soltanto una pacata rassegnazione, che rallenta i gesti, semplifica le manifestazioni d’affetto, annulla i dialoghi. Dotato di una struttura esile, che fino a pagina cento non riesce ad allontanarsi dal riassunto in copertina, Il nome della madre si fonda su atmosfere vividissime, tra campi e cantieri, pianure a perdita d’occhio e il gorgogliare del Po. Mi sono beato dei cespugli di magnolia, dei passerotti che beccano le molliche sul tavolo in giardino, della natura sonnacchiosa e dei meravigliosi spaventi che offre qui e lì. La malinconia del paesaggio settentrionale, le ambientazioni nebbiose e senza guizzi, finiscono però per influenzare troppo gli stati d’animo dei personaggi appiattendo una storia che mi è parsa statica.

Il fantasma di sua madre adesso è in piedi davanti a lui, gli occhi scintillano nello scuro di quella notte, sanno di quiete e di futuro, di casa, sono i suoi stessi occhi. Pietro si volta a guardarla e la vede sorridere mentre alza una mano per accarezzarlo, una mano che è fatta di nebbia come di nebbia sembra fatta ogni cosa che lo circonda in quel parco, una mano che sente calda sulla pelle come la voce che gli sussurra nella testa, la voce che riconosce.

Pur non amando il formato del racconto, a sorpresa qui mi sono trovato a rimpiangerlo: se fosse stato parte di una raccolta, infatti, con altre storie a fargli da cornice, avrei trovato questo ritorno in libreria ben più compiuto di così. È stato difficile empatizzare con i nuovi protagonisti di Roberto. Meno lasciarsi emozionare dai cenni al romanzo precedente – i cameo di Bice, Davide, Valerio, Anela – o da una scrittura comunque preziosa, che ricorda il minimalismo americano anche quando, come in questo caso, manca uno sguardo originale su un tema affrontato spesso altrove. Qualcosa cambia nelle ultime pagine, le più toccanti, con un ritorno a casa che commuoverà. Questo è un romanzo interamente basato su una mancanza. E manca di qualcosa, al pari delle ultime foto della mia famiglia.   
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Fabrizio Moro – L’eternità (Il mio quartiere)

mercoledì 4 marzo 2020

Recensione: Giovanissimi, di Alessio Forgione

| Giovanissimi, di Alessio Forgione. NN Editore, € 16, pp. 224 |

Memore del trauma che fu il romanzo d’esordio – il resoconto disperato di un trentenne senza futuro, in una Napoli di amori e incertezze –, mi ero ripromesso che avrei dovuto rileggere Alessio Forgione a tempo opportuno. Quando l’umore era alto. Maestro di arrovellamenti interiori e frustrazioni, nell’ultimo periodo, avrei finito purtroppo col non farlo più. Così l’ho affrontato senza starci troppo a pensare. Ma quant’è affidabile il detto via il dente, via il dolore? Giovanissimi ha fatto male ugualmente.
Siamo in un rione. Questa volta, giocando con l’effetto nostalgia che altrove va per la maggiore, si fa un salto indietro negli anni Novanta. Marco, detto Marocco per la carnagione olivastra e i capelli riccissimi, è un quattordicenne che si domanda come finirà il campionato e quando l’innocenza. Abbandonato dalla madre, vive col papà – un uomo onesto e tutto d’un pezzo – una routine scandita da paste col pesto, tè alla pesca e partite di pallone. È sin dall’infanzia che sogna di diventare un calciatore famoso. Marocco si divide tra sale giochi, sigarette, giornalini pornografici e Dylan Dog; scrocca passaggi in motorino – il padre l’ha iscritto allo scientifico e poi ha infranto la promessa: non gliene ha mai regalato uno – e all’improvviso salta fuori un piccolo traffico di droga a ingrossargli le tasche. Quando il migliore amico, Lunno, gli ha proposto di spacciare nei bagni della scuola, lui subito ha detto di sì: per carattere non sa tirarsi indietro, infatti, e il loro è un giro talmente modesto da non scomodare mai i prepotenti del quartiere.

«Voglio mangiare con te tutte le volte che mi viene fame». «Che significa?».
«Che ti amo?». «E perché non me l’hai detto?». «Perché mi fai paura».
In queste pagine sperimenta: la prima punizione, il primo bacio, la prima volta con una ragazza – Serena, che ha le zizze grandi e rende tutto più meraviglioso. E leggendo, capitolo dopo capitolo, si rischia di volergli un bene esagerato; di affezionarsi troppo. Checché se ne dica, è un bravissimo ragazzo; un’anima fragile. Ferito dalle malelingue, dall’abbandono, dagli avversari rissosi con cui farebbe meglio a non immischiarsi, piange senza far rumore e si allena per non soffrire. Candido, semplice e innocente, cammina suo malgrado in una realtà eternamente sotto assedio: a un appuntamento può incrociare un passante accoltellato, il cui cadavere macchia un lenzuolo all’altezza del petto; sentire scoppiare i fuochi d’artificio fuori stagione, segno che non lontano ci sono traffici illeciti in corso; perdere compagni di squadra da un momento all’altro, dal momento che la loro età anagrafica non è sinonimo di lunga vita.
Giovanissimi non è La paranza dei bambini né La terra dell’abbastanza. Protagonisti e figuranti si sporcano senza puntare al potere, ma soltanto per mantenersi a galla. Sconvolge, allora, constatare quanto sia facile mettersi nei casini fino al collo; e se va male, rovinarsi i migliori anni.  Senza ansia da prestazione, Alessio Forgione mi è parso genuino e immediato come ai tempi del debutto. Il traguardo della pubblicazione e il successo non ne hanno cambiato l’approccio neorealista e la visione del mondo: compreso l’inconfondibile nichilismo di chi vede spesso il bicchiere mezzo vuoto. Lo stimo, e un po’ non lo sopporto. Si comporta con i suoi personaggi e i suoi lettori, infatti, alla maniera spietata di certi scrittori.

Fu così che pensai che nel primo ciao che si dice è compreso anche l’addio e che l’inizio è solo l’inizio della fine e che ogni incontro non è altro che un lungo abbandono, centellinato goccia a goccia, lento.
Inutile aspettarsi un finale tarallucci e vino. Ma questa volta non poteva forse accadere, cogliendoci tutti di sorpresa? Su Marocco e gli altri incombe una nuvola nera, un nuovo tormento. Un fatalismo che mi è sembrato raggirabile. La drammaticità del romanzo, su di me, ha avuto un impatto diverso rispetto a Napoli Mon Amour. Se quello si rivelava essere una escalation inesorabile, questo è una stoccata più rapida; più a tradimento. Meno necessaria? Le eccezione, in storie del filone, sono gli epiloghi quieti: Marocco, senza sbilanciarsi, per me ne avrebbe meritato uno. Perché è un personaggio eccezionalmente atipico. Senza machismo, racconta con commozione le amicizie e i flirt, gli sfottò, il cameratismo da spogliatoio, le sbronze tragicomiche e i reggiseni da slacciare. È un compare fedele, un fidanzato dolce. Apprezza gli abbracci del babbo, stringe i fianchi degli amici in scooter per bisogno di calore umano, e se ne infischia bellamente dei votacci e delle conseguenze. Corre, cade, si rialza, commette fallo. Qualche volta si merita il cartellino rosso, qualche volta fa goal. Giovanissimo, finché dura. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Anastasio – Correre

giovedì 3 ottobre 2019

Recensione: Io sono la bestia, di Andrea Donaera

| Io sono la bestia, di Andrea Donaera. NN Editore, € 16, pp. 226 |

Andrea Donaera, classe 1989, è l’ultimo talento a unirsi agli italiani Roberto Camurri e Alessio Forgione sotto l'egida un editore pressoché infallibile. La collana che ospita gli esordienti si chiama Gli Innocenti. Buffo, ho pensato, leggendo Io sono la bestia: un romanzo che di divertente, su carta, non ha niente. C’è dell’ironia tragica, eppure, dietro la scelta di includere una storia d’amore e malaffare in una collana con un nome simile: in questo romanzo – che vi sia d’avvertimento – di innocente non c’è nessuno. 
Siamo a Gallipoli nell’estate del ’94. Se giovani e sognatori, si tentava di evadere dalla provincia in compagnia di Bruce Springsteen e Kurt Cobain; attraverso la valvola di sfogo della scrittura o assopendosi nell’illusione di una relazione salvifica. Ma in una campagna con gli ulivi all’orizzonte, la terra rossa e i campi coltivati segretamente di morti ammazzati, scappare significherebbe essere braccati per sempre. A che serve strattonare la catena? A certi destini non si può sfuggire. Lo sa bene Michele, il figlio del boss: quindicenne in sovrappeso, sfortunato a scuola e in amore, l’ha fatta finita buttandosi dal settimo piano del suo condominio. Di lui restano una bara su cui piangere e una macchia di sangue sull’asfalto. Resta un senso di colpo da sfogare soprattutto contro Nicole, la compagna di classe che ha rifiutato le sue poesie all’uscita di scuola. È la scusa dietro cui si trincera Mimì, il padre del ragazzo suicida, che combattuto fra tenerezza e crudeltà elude il lutto alla sua maniera: vendicandosi.

La gobba che c’ho sulla schiena: è la vita che lui mi ha ricacciato dentro. Con colpi violenti me l’ha ricacciata dentro. E la vita mia voleva schizzarsene fuori. Volevo vivere, io. Ma no. Mio padre mi ha ricacciato dentro la vita. Con la violenza. Ed ecco la gobba. Ed ecco io. ‘Sta bestia.

Nascosto dietro citazioni letterarie e discorsi fintamente colti, Mimì gestisce con il pugno di ferro una corte di sottomessi e galoppini – disprezza la moglie Marta, remissiva casalinga che puzza d'olio per friggere e rimpianti, e lascia fare il lavoro sporco ai fedelissimi Vincenzo e Carmine. Novanta giorni prima, d’altronde, ha già punito Veli, il fidanzato della figlia Arianna: chiuso in una cascina sperduta, con la barba sfatta e un tavolo per letto, il giovane – protagonista di un amore scandaloso degno di Romeo e Giulietta – condivide la prigionia con la sciagurata Nicole. Deve farle da carceriere e guardiano; sa che presto o tardi qualcuno tornerà per giustiziarla. 
Questa è una storia che parla di generazioni a confronto; dei diritti e dei doveri di una piccola comunità schiava della Sacra Corona Unita. Questa è la storia di chi il potere lo adopera e lo subisce: gente schierata da un lato e dall’altro della barricata, unita dai postumi di un dolore contagioso. C’è speranza per le donne della famiglia Trevi, ossessionate dalla pulizia – ripenso a Lady Macbeth, al sangue che non sa cancellare dalle proprie mani – e troppo disincantate per lasciarsi andare al romanticismo? C’è un futuro alternativo per Nicole, musa candida e sfacciata che mangiando un piatto di pasta e rape si domanda perché sua madre, a pranzo, la guardi come fosse un morto che cammina? E per Veli, per la prima volta preoccupato per la sorte di un’altra prigioniera?

Tutti mi sembrano finti. Solo tu sei vero”. 
“Anche per me è così, sai. Sei tu la mia unica cosa vera”.
Non lasciarmi mai da sola in mezzo alle cose finte”. 
“Non lo farò”. 
“Promettimelo”.

Si parte in medias res, con una furia omicida che troveremo anche nelle pagine restanti. Si prosegue leggendo di omicidi, incesti e violenze sessuali, fra barbari riti d’iniziazione e malefici familiari. Si giunge inevitabilmente a un epilogo aperto e beffardo, dalla struttura circolare, in cui mutano i punti di vista ma la legge del taglione miete comunque nuovi adepti. Io sono la bestia è una lettura asfissiante, nera e disperata. Una tragedia contemporanea d’impianto teatrale, a tratti provante anche per lettori con il pelo sullo stomaco. Ma per fortuna, nella convivenza forzata fra i due prigionieri, si annidano sorrisi veri e attimi di distensione durante i quali sembra stupido e bello immaginare che la scopa sia un microfono per cantare insieme Come as you are. Sul pavimento ci sono poche buste della spesa, un volume di fiabe, e delle forbici da maneggiare con attenzione. Potrebbero servire per uccidere o per uccidersi. Potrebbero servire per radersi, ricercando una parvenza di normalità in quel limbo senza fine. Anche la penna di Andrea Donaera, similmente, è un’arma a doppio taglio. Uno strumento affilatissimo, che scortica al suon di periodi nervosi ed ellittici e rinfranca, poi, con dialoghi ariosi in cui ogni tanto è benaccetto il dialetto.

Perché è terribile essere certo che tra poco lei non ci sarà più, che la porteranno via da me, da tutti. La uccideranno e non sapranno che stanno commettendo un crimine ancora più grande di quello che pensano: stanno privando il mondo di una cosa buona, una cosa pura, vera. Una cosa sacra. Non bisognerebbe toccarle, le cose sacre. Loro non lo sanno. Non lo sapranno.

Con un lessico vario e ricercato, alternando prima e terza persona, l’autore fa la differenza con una lingua a volte enfatica, altre asciutta; un sunto di squallore e lirismo degno del miglior film di Edoardo De Angelis, con situazioni estreme e sentimenti gridati a squarciagola. Il risultato finale è di un’intensità perturbante. 
Ha la stessa naturalezza con cui la moglie di Mimì sventra pesci sul lavello della cucina, buttando via le interiora. Ha i colpi d’ala di Veli, che contemplando dal suo giaciglio la muffa sul soffitto pensa al fiume del filosofo Eraclito. Ha l’orrore di un macabro feticcio composto legando gli uni agli altri un paio di topi, costretti a divorarsi nel tentativo di sottrarsi al cattivo gusto dello scherzo. Chi degli animali ha sferrato il primo morso, non sapendo che sarebbero poi morti tutti quanti? Anelli della stessa catena, i protagonisti sono al centro di un sadismo affine. Chi, fra loro, è la bestia? Il titolo del romanzo fa sfoggio del pronome di prima persona. Ma la ferocia resta pur sempre un verbo da coniugare dall’inizio alla fine, al singolare e al plurale: bestie dappertutto, bestie come noi.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are

lunedì 22 luglio 2019

Recensione: Canta, spirito, canta, di Jesmyn Ward

| Canta, spirito, canta, di Jesmyn Ward. NN Editore, € 18, pp. 270 |

Bentornati, se siete di ritorno nell'affascinante Bois Sauvage. Benvenuti, se invece è la prima volta. Sembrano accoglierci queste precise parole – formule di saluto, sintomo di accoglienza sincera – all'inizio del secondo romanzo della bravissima Jesmyn Ward. L'autrice afroamericana, che la scorsa estate mi aveva strappato il cuore dal petto con Salvare le ossa, ci porta per mano nei luoghi del nostro colpo di fulmine. Gli stessi che, nelle ultime pagine del capitolo precedente, erano stati spazzati via dalla forza distruttrice di Katrina: un uragano con un programmatico nome di donna. Questa volta, salutati Esch e i suoi fratelli, conosciamo i membri della famiglia Stone. Possibile non rimpiange i personaggi al centro della passata vicenda? Per quanto ne abbia sentito la mancanza, preferendo in definitiva l'altro romanzo a questo, è stato impossibile non affezionarsi anche alla voce di Jojo: tredici anni, le gambe chilometriche e le ginocchia grassocce, divide la casa con i nonni paterni e accudisce la piccola Kayla, che del fratello maggiore ha fatto il suo universo. Giù alle prese con gli sconvolgimenti della pubertà, nel giorno del suo compleanno fa i conti con due drammi: suo padre, Michael, sta per essere scarcerato; i primi spiriti errabondi stanno cercando nel frattempo di attirare la sua attenzione. Di razza meticcia, con nascenti doti da medium ereditate dal ramo materno, il protagonista parla con i morti e gli animali e, nel tempo libero, pende dalle labbra di nonno Pop, tanto accorto nel prendersi cura della moglie malata quanto disordinato qualora ci sia una da raccontare una storia dall'inizio alla fine.

Un uomo ha dentro delle cose che lo muovono. Come le correnti d'acqua. Cosa che non puoi farci niente. Più passano gli anni, più mi rendo conto che è così. Quello che ha dentro Stag è come acqua, così nera e profonda che non riesci a vedere la fine.

Com'è stata la sua reclusione a Parchman, campo di lavoro in cui fu rinchiuso per colpa dello strapotere dei bianchi? Qual è la verità su Richie, prigioniero della stessa età di Jojo, che piange incessantemente la sua giovinezza interrotta e, sotto forma di apparizione, tormenta il nipote per sbrogliare un'ultima questione irrisolta? Questa è la storia di un'iniziazione triviale e poetica. Ma è, soprattutto, la storia di un lungo viaggio in macchina. Direzione: il famigerato penitenziario. Si va a recuperare Michael. Guida Leonie, la mamma tossicodipendente del protagonista, e dietro siedono Jojo e Kayla. Più che stretti, i due sono avvinghiati. La donna li guarda con un misto di fastidio e invidia, sentendosi inadeguata: il primogenito vorrebbe rubarle il posto, essere un genitore migliore di lei. 
A punti di vista alterni, così, si danno il cambio mamma e figlio: il primo, di una tenerezza disarmante, con sin troppo da fronteggiare; l'altra, facilmente influenzabile, che preferisce il fidanzato alla prole e inconsciamente ha fatto propri i poteri di una famiglia di donne magiche. Trasporta cristalli di meth in un vano dell'automobile, non bada al vomito della figlia in preda all'influenza, eppure quando è fatta vede il fratello – Given, ammazzato in un presunto incidente di caccia – e distingue le piante medicamentose da quelle letali. La mela è caduta lontana dall'albero? Jesmyn Ward smuove mari e monti, apre in due la terra con la violenza dei sismi, e fa rotolare il frutto della discordia alla portata dei suoi personaggi. Irresponsabili e disperati, recuperano un nuovo passeggero e puntano a casa: si scontreranno con il braccio violento della legge – struggente il rapporto simbiotico fra Jojo e Kayla nella scena del posto di blocco – e matureranno riflessioni sulle loro origini rinnegate, nonché sui segreti taciuti a fin di bene – lo scioccante destino di Richie sembra proprio sbucato dalle migliori pagine di Uomini e topi.

Diceva che c'è uno spirito in tutte le cose. Negli alberi, nella luna, nel sole, negli animali. Diceva che il più importante è il sole, Aba, come lo chiamava lui. Ma per avere un equilibrio ci vuole tutto lo spirito che c'è in ogni cosa. Solo così le piante crescono, gli animali nascono e ingrassano per darci nutrimento. Ecco come me lo spiegava: se c'è troppo sole e niente pioggia, le piante seccano. Se c'è troppa pioggia, marciscono. Lo spirito deve trovarsi in equilibrio. Il corpo, mi diceva, è uguale.

Il tragitto è un po' un calvario, un po' un incanto. Scabroso, essenziale, pieno zeppo di magia, Canta, spirito, canta è l'avventura di un gruppo di sconosciuti con in comune il medesimo DNA e una sorprendente propensione allo straordinario. Le generazioni passate hanno subito deportazioni e schiavitù, l'onta dei crimini d'odio: l'odore di un bambino sarà abbastanza dolce da cancellare il puzzo di sangue? Sorretto dall'andamento classico e delicato del realismo magico, bello ma meno perturbante del precedete, il viaggio tocca facilmente il cuore parlando di bambini cresciuti in fretta, sorelline bisognose, razzismo e altre ingiustizie. Lo spunto abusato della trasferta on the road e l'impressione che ci fosse troppa carne al fuoco, tuttavia, mi hanno fatto trovare leggere stonature in questo intenso coro gospel. La litania funebre di Jesmyn Ward, stavolta, è un'armonia piena ma imperfetta. Una canzone già sentita, ma ugualmente capace di toccare le corde giuste. Il nostro spirito le risponderà in un doloroso controcanto.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Alice Merton – No Roots