Anni
Cinquanta. Elmira, New York. Una modesta casetta costruita all'ombra
di un sicomoro, gli infissi verde pisello e l'eco delle campane della
vicina chiesa di San Giovanni. Una famiglia come tante. Numerosi,
repubblicani, cattolici, i Larkin —un padre silenzioso, una madre
devota, sei figli — cenano con un ritratto di Gesù in cucina. Molti dei
protagonisti perderanno comunque la retta via. Come nelle grandi
saghe familiari, seguiamo i loro trionfi e le loro sciagure fino ai
giorni nostri. Dalla presidenza di Roosevelt al secondo mandato di
Obama, passando per la guerra in Vietnam, l'AIDS, l'abolizione della
sedia elettrica. Ogni capitolo, a punti di vista alterni, è una
finestra aperta sulle loro esistenze. A scandirle sono la musica, il
football, la cronaca nera.
Siamo
tutti qui per poco più che un battito di ciglia, come i polli e le
termiti, e se davvero c'è un Dio, è che che se ne frega di noi.
Myra,
la primogenita, è un'infermiera impiegata nel braccio della morte:
cresce da sola il figlio Ronan e non perde mai la grazia struggente
con cui, a tredici anni, scriveva lettere d'amore al Giovane
Holden.
Fiona, spregiudicata e sessualmente promiscua, si oppone
all'accudimento di Joan — la sorella disabile — per inseguire la
carriera di attrice. Alec, la pecora nera con un passato da
chierichetto, fugge per tutto il Midwest — mai dall'oscurità
annidata in sé stesso — lasciandosi alle spalle cartoline macabre
e altre briciole nella speranza di essere trovato. Nel frattempo,
succede la vita. Splendida e imprevedibile, a volte beffarda, diventa
materia viva nelle mani di Adam Rapp. Subito paragonato a leggende
della scrittura, possiede la quiete grandezza della grande narrativa
americana. La prosa è senza fronzoli. L'intreccio, epico e semplice
al tempo stesso, è un gioco di prestigio dove le figurine di
football e le prime edizioni del capolavoro di Salinger vengono
trasmesse di madre in figlio. Cosa erediteremo, invece, dai nostri
padri?
Siamo
tutti condannati a essere quello che siamo.
Se
lo domanda proprio Ronan, aspirante drammaturgo a New York, che ha
ereditato dagli uomini della famiglia gli occhi infossati e i lupi
nella testa. La criminalità è una tara genetica? Il serial killer
John Wayne Gacy potremmo essere noi? Come nella Derry di Stephen
King, qualcosa di malvagio si annida nel sottosuolo americano. La
violenza è dappertutto. Nel ragazzo che flirta con te alla tavola
calda. Nell'ubriacone molesto della lavanderia a gettoni. Nel prete
che paga il tuo silenzio a furia di regali costosi. Nella luce del
garage, che ti ordina di sterminate i tuoi cari con un martello. In
mezzo a tutto questo male, tuttavia, è impossibile non volere a
queste tre generazioni di Larkin tutto il bene del mondo. Anche se, a
guardare bene, negli occhi infossati dei figli si intravede ancora il
riflesso di quel martello. Sempre lì, sotto il lavandino della
cucina. In attesa.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – The Sound of
Silence
Ci
sono romanzi in grado di immortalare un momento, un'estate, come
foto Polaroid. Lo scrivevo dell'ultimo Veronesi: un amarcord semplice e
difficilissimo sul confine che separa l'infanzia
dall'adolescenza. Quando accade, invece, di scoprirsi adulti?
Crescere significa sopravvivere nel quarto romanzo di Roberto
Camurri: scoperto otto anni, torna in libreria con il suo lavoro più
memorabile, dopo i racconti dell'esordio e le sfumature horror
dell'esperimento precedente. Alle prese con i sogni e le paure
della meglio gioventù, firma un inno generazionale che sembra uscito
da un ritornello degli 883. Questa volta non siamo a Fabbrico, ma a
Monterosso, dove ho speso qualche giorno proprio al principio
dell'anno nuovo. In questo borgo delle Cinque Terre stretto tra il
mare e la montagna, il tempo sembra fermo. Soprattutto per Luca.
Proprietario di un bar appartenuto ai genitori, si rifugia tra le braccia di una
ragazza che ogni notte gli si intrufola in casa come una vampira.
Presto compirà quarant'anni. Quando diventerà un adulto
responsabile?
Le
altre persone sparite, solo loro due, quella panchina e il profumo di
lei, uno strano aroma di mele e vaniglia. Luca avrebbe voluto
rimanere in silenzio, toccarla, baciarla. Restare su quella panchina
per sempre.
Mente
l'amico Pietro si è già sposato, c'è qualcun altro che gli dà da
pensare: Alessio, mingherlino ma titanico, ha un animo vagabondo e
sempre scarsa voglia di rincasare. Quale affinità lo inchioda al
devoto Luca; quale colpa? Ormai magistrale nel ritrarre questi
microcosmi sospesi e sonnolenti, sensibilissimo nella trattazione di
una mascolinità spoglia di qualsiasi machismo, Camurri ci sussurra
di genitori che invecchiano, ideali che scolorano, amicizie che
durano. E mentre la natura minaccia alluvioni, preannunciando in
anticipo il climax dell'epilogo, l'autore si
barrica nell'eterno presente della giovinezza tramontata. Scritto a
cavallo tra due linee temporali, Splendeva l'innocenza splende
— letteralmente — nei suoi lunghi flashback. Il 2001 non è in bianco e
nero. Coloratissimo, pieno di bandiere rosse e arcobaleno, ci mostra
protagonisti socialmente impegnati, politicamente schierati, che
all'indomani del diploma sognavano un altro mondo possibile. In una
Genova a ferro e fuoco, in quei giorni, si teneva il G8.
Perché
la nostalgia ha rotto il cazzo.
Nel
caos delle manifestazioni, Camurri isola abilmente immagini di
bellezza e devastazione. E con poche precise pennellate cristallizza
la fiducia, la rabbia, il volto di un primo amore di nome Valentina.
Che fine ha fatto quella novella partigiana che sognava soltanto di
dire: «Io c'ero»? Tra attese in stazione, abbracci goffi e
sigarette di troppo, Luca e gli altri si librano in una bollaoltre i confini del mondo. Quando scoppierà, le conseguenze
faranno un male cane. Pervaso di una nostalgia balorda, questo Camurri sa di
fumo e lacrimogeni. Il vento lo spettina, gli schizzi del mare lo
raggiungono finanche in strada. È allerta meteo: l'alta marea ha
trascinato a riva resti sparsi, ricordi. Speriamo che, quando le acque
si ritireranno, avranno clemenza per le fantasticherie dei ventenni
che furono. Dove finiscono le speranze? E le onde?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: 833 - Rotta per casa di Dio
Lei,
Adele, è una mamma single che ha chiuso con il mondo:
improvvisamente sembra essere diventato troppo per lei. Ex ballerina,
ha riposto le scarpette e il cuore in un cassetto a seguito di un
divorzio dolorosissimo. Chiusa in una casa ai margini della
provincia, accumula provviste per limitare gli andirivieni al
supermercato e si lecca amaramente le ferite in compagnia di Henry,
l'unico figlio. Lui, Frank, è un galeotto braccato dalla tragedia:
sull'uomo, reduce di guerra evaso dopo diciotto anni di carcere,
pendono una taglia di diecimila dollari e l'accusa di omicidio
colposo. In fuga dalla polizia, si rintana a casa dei protagonisti.
Li prende in ostaggio, o forse, presso di loro, trova semplicemente e
finalmente rifugio. In un film di un decennio fa – trasposizione
cinematografica felicissima – i due erano interpretati dagli
splendidi Kate Winslet e Josh Brolin. Dalla loro convivenza forzata
nascerà una struggente storia d'amore lunga sei giorni appena.
Ovunque
tu scelga di vivere, c'è sempre un'altra casa, un'altra persona che
ti chiama. Vieni da me. Torna qui.
A
raccontarla è Henry, tredicenne precoce e in piena tempesta
ormonale, abituato sin dall'infanzia a osservare senza pregiudizi i
punti di rottura degli adulti. Rievocata da un altro narratore,
probabilmente, questa stessa storia si sarebbe prestata alla
doppiezza; alla morbosità. Adele è vittima della sindrome di
Stoccolma? Frank è il suo carceriere? Henry, che durante la notte
sente spesso la testiera del letto picchiare contro il muro della
camera matrimoniale, è il testimone di un abuso? Prevalgono le
ragioni del cuore, non quelle della ragione; una scrittura delicata,
eppure tesissima insieme, in grado di creare un erotismo avvolgente e
un'atmosfera sospesa nella sonnacchiosa canicola estiva. L'arrivo del
galeotto è vissuto dall'adolescente con un misto di spavento ed
eccitazione. Come il resto dei suoi coetanei, pensa al sesso in
continuazione e vede il suo corpo cambiare. Presto cambia qualcosa
anche in quella madre che a volte beve un po' troppo e, spenta, è
abituata ad avere Henry come unico confidente. Lo
sviluppo della sessualità del ragazzino è parallelo al risveglio
sessuale della madre. Frank è un uomo con spalle larghe e
mani grandi. Frank cambia le lampadine guaste, prepara la moka al
mattino, cucina un ottimo chili. Frank, con gesti lenti e
morbidissimi, è capace tanto di legare i polsi degli ostaggi con
foulard di seta quanto di mulinare in aria una mazza da baseball.
Mia
madre e Frank erano come due naufraghi su un'isola tanto sperduta che
nessuno li avrebbe mai trovati, ciascuno con nient'altro a cui
aggrapparsi eccetto la pelle dell'altro, il corpo dell'altro. O forse
non era nemmeno un'isola, solo una scialuppa di salvataggio in mezzo
all'oceano, anche quella in procinto di sfaldarsi.
È
troppo tardi per essere una famiglia? Soprattutto, si è troppo mal
assortiti per immaginare un futuro insieme – magari oltre il
confine? In certi weekend festivi, in certi romanzi, sembra tutto
possibile. Anche vincere l'inevitabile gelosia che si avverte quando
un genitore s'innamora e, per un attimo, si ha la sensazione di
essere lasciati indietro. Mosso da una spasimata voglia di contatto
umano, Un giorno di festa è
un gioiello di tensione emotiva imprevedibile fino all'ultimo, così
com'è imprevedibile l'animo adolescente. Joyce Maynard, annullatasi
per magia dietro il punto di vista maschile, ci invita a camminare in
punta di piedi, a trattenere il respiro, a far piano: potremmo
disturbare il filosofeggiare di Frank, che attraverso i segreti per
una perfetta pasta frolla sembra raccontare quelli della felicità, o
spezzare il fragile incanto di questo melodramma degno di I ponti di Madison County, non
pensato per la voracità di occhi indiscreti.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Joni Mitchell – A Case of You
Torno
di nuovo a Fabbrico, fra le pagine del terzo romanzo di Roberto
Camurri. A sorpresa scopro la città profondamente cambiata. Lo scenario
quieto e riposante dell'esordio è stato smarginato dalla foschia.
L'arrivo della sera, ora, getta ombre lunghe su luoghi un tempo
rassicuranti; le montagne intorno, incombenti, generano un senso di
claustrofobia; le porte dei fienili, murate, raccontano storie di
morte e sopraffazione. Vuota e spettrale, sviluppatasi all'ombra di
un pastificio invaso dai topi, Fabbrico funge da scenario per un gioco
metanarrativo tanto torbido quanto affascinante, pieno di sesso e
disagio.
Scrivevo
e mai mi sarei fermato. Ero in preda a qualcosa di mistico,
sconosciuto. Non avevo sentito la campanella suonare, la maestra
alzarsi, il rumore delle sedie trascinate sul pavimento per
allontanarsi dai banchi, il vociare tipico della fine delle lezioni.
Non avevo visto la maestra avvicinarsi, le sue dita prendere il
foglio. Qualcosa era scattato, irrazionale. Mi ero alzato dal banco,
con le lacrime e il fiato corto, la pelle rossa, gli occhi
spalancati, mi ero gettato addosso a quella supplente, le avevo
strappato il foglio di mano, lo avevo stretto a me, non volevo
lasciarlo andare. Era la cosa più bella del mondo, inventare e
raccontare una storia.
Alla
maniera dell'ultimo Donaera, Camurri abbandona l'intimismo dei suoi
lavori precedenti per un intreccio a metà tra l'autofiction e l'horror. Qualcosa nella nebbia parla
di uno scrittore di successo di nome Roberto, marito e padre di
famiglia, che lavora a tempo pieno con i matti e ogni tanto, vittima
di pensieri meschini, perde le staffe. Ma questa, no, non è
un'autobiografia. Benché abbia ambientato laggiù tutti i suoi
romanzi, il protagonista non ha mai messo piede in quel di Fabbrico: o così
crede. Perseguitato dal richiamo dell'anonima cittadina di provincia – braccato,
ispirato, condannato –, vi sembra legato da un misterioso patto
mefistofelico. Impegnato in un tour in Olanda e alle prese con la
stesura di un nuovo libro, sarà costretto ad affrontare i propri
demoni per non perdere il filo della storia più importante: quella
della sua vita.
Avevo
racchiuso delle vite in una gabbia di vetro, l'avevo chiamata
Fabbrico, l'avevo esposta nuda e fragile sotto gli occhi di tutti.
Ero arrabbiato con loro perché avevo creduto alle loro parole, ero
sicuro sarebbero bastate, non era così. Il buco tra lo stomaco e lo
sterno si faceva di nuovo sentire, era ancora lì, c'era sempre
stato. Non era la scrittura a riempirlo. Non erano gli applausi, il
successo. Ero sconvolto, pensavo di essergli sfuggito.
Come
se avessero vita propria, intanto, i personaggi di cui scrive vendono
l'anima alla pulsioni peggiori. In questo spietato romanzo nel
romanzo leggiamo così di Alice, soubrette ritornata all'ovile
affamata di sadomasochismo; di Andrea, detto Jack, che annega i
propri traumi infantili nel whisky; di Giuseppe, pazzo di Alice, che
qualche volta si intrattiene a conversare con il fantasma del padre
suicida. Sarebbe imperdonabile raccontarvi altro. All'apparenza
confuso, Qualcosa nella nebbia è
in realtà un loop pirandelliano abitato da personaggi legati dal
filo di medesimo dolore e sciolti, infine, dall'incantesimo di una
fattucchiera impermeabile alla pioggia. La costruzione della propria
identità, nel coraggiosissimo Camurri, è una questione
collettiva. E per mettere un punto alla seconda storia, in questo complesso sistema di scatole cinesi, è necessario prima assicurare una degna conclusione alla prima. Mi aspettavo una passeggiata nella Holt
di Kent Haruf: ho trovato ad attendermi al barco, con un brivido di piacere,
la Derry di Stephen King.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Promise - Silent Hill's Theme
C'era
una bestia nel folgorante esordio di Andrea Donaera. E c'è
anche qui, pericolosa ma dormiente, nascosta sotto le palpebre chiuse
di Miriam. Gli occhi bellissimi e devastati della diciottenne in
coma, infatti, celerebbero una scintilla maligna. O così mormora
qualcuno, in una Gallipoli che lontana dai bagordi estivi si
trasforma in una specie di Twin Peaks. In una camera da
letto vista mare, in cui si respira un miscuglio insopportabile di
detergente e polpette fritte, i superstiti si affidano, scettici,
alla cosiddetta talking cure: parlano alla ragazza addormentata. E
hanno punti di vista così diversi e distinguibili che ti verrebbe da
leggerli a voce alta, per dar loro vita come in un podcast.
Ma
l'amore è più forte del male. No?
Ci
sono Lucio, il sindaco del paese, che nel suo italiano stentato non
riesce a trattenere la preoccupazione verso le sorti dell'unica
figlia; Mara, l'algida moglie del Nord, che scocca bestemmie contro la famiglia del marito; Gabry, l'amica bolognese,
che registrandosi con la webcam ricorda i giuramenti
di sangue e le piccole iniziazioni sessuali. Infine Andrea, che porta
il nome dell'autore e, romantico per natura, canta Miriam come fosse
una novella Beatrice: i due si sono incontrati in un bar, hanno
consumato un brusco amplesso in macchina e, al principio del loro
amore, sono stati interrotti sul più bello. L'innocenza del loro
sentimento mette in moto un'antica faida familiare le cui radici sono
intrecciate all'inquietante folklore locale. Figlio di un padre
suicida e di una madre gravemente depressa, Andrea è diventato
l'apprendista di Papa Nanni, esorcista dalla lingua melliflua
convinto che la ragazza sia il demonio. Diviso tra spiritualità e
pulsioni terrene, il giovane tesse un dialogo impossibile con la
vagheggiata Miriam: nient'affatto angelica, ma al contrario curiosa e
ribelle, questa bella addormentata è tentata dall'idea del sonno
eterno. Perché aprire gli occhi? Perché mettere nuovamente i piedi
a terra? Cosa troverebbe al risveglio, se non il solito paesedimerda?
Penso
che è così che nascono le ossessioni: quando cerchiamo qualcuno che
ci possa salvare, e ci convinciamo di averla trovata, poi, quella
persona. Per me tu sei quella che può salvarmi. Anche se non è
vero, anche se magari sono io, in realtà, a dover salvare te: a me
basta credere che tu sei la salvezza mia – l'ossessione mia.
Lei
che non tocca mai terra è
l'incisione di un verso goth metal su una lapide bianca. In un
Salento eccezionalmente oscuro, dove l'inverno porta il fango, la
neve e le labbra spaccate a sangue, gli schizzi d'acqua salata
diventano tutt'uno con le lacrime d'angoscia versate dai
protagonisti. Ai piedi del letto di Miriam, travolta da un pirata
della strada, elaborano in modi diversi il medesimo dolore. E tentano
di venire a capo di un mistero più grande di loro, che forse risale
alla guerra in Albania: quando una strega incise sulla sabbia le orme
di un uomo e lo maledisse per sempre. Il sangue infetto può
essere ereditato? Passare di vena in vena, di generazione in
generazione, fino a far marcire il corpo e lo spirito? Spaventoso
e dolcissimo, l'autore pugliese il cui cognome è un anagramma si
supera. Questa volta è il direttore d'orchestra di una polifonia
dalla potenza sconcertante: una fiaba horror di tentazioni
irrinunciabili, eterni ritorni e fragorosi big bang, che nel mentre
fa strage di madonne e congiuntivi. Questa volta è Poseidone in
persona: in balia delle sue onde grigio piombo, tra picchi di
tenerezza e abissi di dolore, ti annoda strette strette le budella in
preda a un irrinunciabile mal di (a)mare.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Gaudiano – Polvere da sparo
|
Promesse, di Bryan Washington. NN Editore, € 18, pp. 352
|
Mike,
giapponese, fa il cuoco in Texas. Ben, afroamericano, sieropositivo, è un maestro
d'asilo. Fanno coppia da quattro anni. Si sono
incrociati a una festa di amici di amici, poi si sono ritrovati su
una app d'incontri. Giunti ormai a un bivio, litigano spessissimo e
rimediano dandosi a quel sesso riparatore che lascia addosso una vaga tristezza. La
loro relazione, avvizzita più che matura, è fatta di sporadici
momenti di romanticismo e di compromessi infiniti. Cosa sarà di
loro? La domanda si complica quando la loro convivenza, un tempo
privata, diventa una questione di famiglia. Nessuno ha risposte
consolatorie, neanche i genitori: tutti divorziati, spesso incapaci
di voltare pagina, elaborano in maniera goffa i propri fallimenti
sentimentali. Il romanzo di Bryan Washington prende avvio con la
partenza di Mike per Osaka: quando la madre, Mitsuko, giunge in
visita a Houston, lui è costretto a volare in Giappone per
riappacificarsi con il padre, Eiju, affetto da un tumore all'ultimo stadio. Scappa forse lontano dal compagno? Soprattutto,
tornerà indietro?
Una
storia è un cimelio, dice. Una cosa personale. I cimeli non si
chiedono. Ti vengono dati e basta.
Questa
è una vicenda tenera e laconica di convivenze segnate
dall'incomunicabilità. Caratterizzata da un'intimità palpabile, a
volte irresistibile e altre dolorosa, racconta di culture agli
antipodi e radici, di ritorni alle origini e ritorni di fiamma.
Mentre Ben è obbligato a dividere l'appartamento con la suocera, una
granitica fata madrina che cucina continue prelibatezze e si commuove
segretamente davanti ai film di JLo, Mike
raccoglie l'eredità del padre: a sorpresa, un anziano gioviale e
benvoluto, che ha deciso di sospendere le terapie e di affidare al
figlio il bar di sua proprietà. Il riavvicinamento andrà
di pari passo col decadimento fisico di Eiju. Lieve e schietto,
fortemente contemporaneo, Washington riporta i dialoghi senza le
virgolette. Cattura i gesti, gli sguardi, le smorfie e i sorrisi
attraverso una narrazione spontanea nel suo disordine, che intreccia
a piacimento i ricordi dei protagonisti con gli eventi raccontati.
Senti,
ha detto Mike. Solo perché qualcosa non funziona non significa che
sia rotto. Devi avere voglia di aggiustarlo. Ci deve essere la
volontà. Allora dimmelo. A te va di aggiustarlo?
La
trama è appena accennata, l'epilogo sospeso, e qui si muovono senza
copione personaggi completamente a piede libero. Come succede anche
nei romanzi di Sally Rooney, tuttavia, alla curiosità iniziale
subentra strada facendo un po' di monotonia: colpa di una parte
centrale non esente da lungaggini, che sceglie di soffermarsi
eccessivamente sul soggiorno di Mike glissando invece sugli sviluppi
di Ben, e di uno stile all'inizio fresco e colloquiale, poi
appesantito da capitoli densissimi. Promesse è
una commedia indipendente che parla di identità, sessuale e
culturale; dei luoghi e delle persone da considerare, finalmente,
casa nostra. In copertina non sventola nessuna bandiera. Né
giapponese, né americana, né arcobaleno. C'è semplicemente una
busta in balia del vento. Perché Mike e Benson, scostanti, fuori
forma e separati dai non detti, sono un casino e basta. Ma d'altronde
ce l'ha insegnato American Beauty,
in una scena che ha fatto istantaneamente la storia del cinema: anche
una busta volante può essere un capolavoro.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Alphaville - Big in Japan
Sembrerebbe
lo scenario di una favola d'altri tempi, fumoso ed indefinito, se non
ci fossero piccole indicazioni a dare un passato a quel luogo: per il
resto, un presepe in rovina con ancora i segni delle bombe lungo le
strade crepate e una paura diffusa verso il nemico tedesco. Gli
uomini, incorniciati dalle finestre, osservano tutto e tutti con
sospetto. I fucili sempre a portata di mano, per ogni evenienza.
Laggiù c'è violenza. Ma c'è anche tanta tenerezza, tantissima. Di
questo si sono nutriti i protagonisti: tre fratellini di età diverse
che condividono il letto a castello, le storie della buonanotte, le
arrampicate su un vecchio faggio e le corse a perdifiato nei campi di
granturco. Il loro idillio è guastato all'improvviso da un colpo di
vento; dal sopraggiungere di un'oscurità così fitta da avere corpo,
e mani. Il buio inghiotte la donna di casa, che sparisce
all'improvviso senza lasciare traccia. L'hanno uccisa i lupi? I
simpatizzanti nazisti? Il suo stesso marito? Pier Lorenzo Pisano,
finalista presso quel Premio Calvino che sforna talenti su talenti,
cerca le risposte sulle rive del ruscello; nel folto del bosco. Il
suo è un esordio convenzionale, ad altezza bambino, caratterizzato
da una lingua colta e infantile allo stesso tempo, intessuta di
onomatopee, vezzeggiativi e incanto. A dispetto del linguaggio
originalissimo, è la storia in sé a non serbare grandi sorprese. A
sembrare già raccontata altrove, in variazioni sul tema ora più
entusiasmanti, ora più deludenti. C'è una presenza mostruosa in
paese. Gli animali vengono trovati barbaramente uccisi, le campane
suonano a morto, i capifamiglia hanno conti in sospeso con il bosco.
Gabriele
è quasi sotto le braccia nere, che gli si avvolgono attorno e lo
sollevano piano, ma non ha più paura, non sente più nemmeno il
freddo, e adesso che sono così vicini gli sembra di riconoscerla.
Sussurra: ma’.
Mentre
il papà si sfoga accumulando cataste di legna, i piccoli si
stringono in unico giaciglio e si fanno coraggio. Guidati da
Gabriele, il fratello di mezzo, giungono presto a una conclusione
tanto spiazzante quanto dolorosa: e se il mostro cacciato da tutti
fosse proprio la loro mamma? Se il buio l'avesse fatta sua – un
tutt'uno indistinguibile? Dalle parti di Sette minuti dopo la mezzanotte (senza la stessa devastante carica metaforica) e del film
La madre (senza sprazzi horror), Il buio non fa paura racconta la
goffa convivenza tra quattro piccoli uomini, impreparati
all'elaborazione del lutto. E di una creatura alta come un albero,
nera come la notte, che tuttavia ha le braccia accoglienti di un
genitore. Si respira aria di fiaba e di tragedia. Ma non tutto, anzi
quasi niente, viene chiarito in un epilogo che giunge troppo in
fretta ma lascia sensazioni più durature del previsto. Sono i
misteri della vita e della morte. E di alcune opere prime dalle
ginocchia sbucciate, in cui l'originalità non è di casa, ma
l'emozione – dei legami familiari, delle narrazioni di matrice
orale – è un prezioso lumicino a cui affidarsi.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Roberto Vecchioni – I colori del buio
|La casa sul lago, di David James Poissant. NN Editore, € 18,
pp. 350 |
Non
esistono famiglie felici. Per fortuna. Quando ci perderemmo se non
avessimo da leggere di recriminazioni e dissapori? Infelici a modo
loro, gli Starling popolano un quadretto in cui mi sono immedesimato
fino a perdermi. All’inizio li ho odiati, poi ho finito per voler
bene a tutti. Sempre all’inizio, data la trama canonica, immaginavo
che non avessero niente di nuovo da regalarmi: sono meno
disfunzionali di altri, infatti, ma proprio lì sta la loro
originalità. Dimenticate le esagerazioni da soap opera. Scordate
grossi traumi, se a salvaguardare l’infanzia dei figli ci hanno pensato due genitori esemplari. Perfino i segreti, benché
numerosi, sono semplici non detti che nel frattempo si sono
accumulati per pigrizia o codardia. Possiamo rimandare a domani la
verità pur di non affrontarla oggi? Questo romanzo è una foto
incorniciata appesa al muro di una casa ormai sfitta. Chiudere la
porta sul vuoto creato dal trasloco riempirà gli occhi di lacrime. È
un addio?
Avere
un figlio è rovinare se stessi, per sempre, in nome dell’amore.
Signorili,
progressisti e gay friendly, gli Starling credono nella raccolta
differenziata, in Hillary e nelle pari opportunità. Newyorkesi
d’adozione, ogni estate emigrano al sud per le
vacanze. Il cuore della loro villeggiatura è una casetta sgangherata
affacciata su Lake Christopher, North Carolina: un luogo modesto
ma pieno di ricordi felici, dove in passato si sono rifugiati per
riprendersi da un lutto. Presto dovranno lasciarlo per
sempre. Lo comunicano i genitori, che per ragioni
imperscrutabili hanno deciso di trascorre il pensionamento altrove.
La casa è già stata acquistata. Si può dare un prezzo a qualcosa
che ha un valore sentimentale tanto forte? Da bolla spensierata, il
lago diventa un piccolo campo di battaglia. Ci sono scatoloni da
fare, spiegazioni da pretendere, ricordi agrodolci da rispolverare.
In un tour de force della memoria, i protagonisti vorrebbero godersi
l’ultimo weekend, ma un evento luttuoso – l’annegamento di un
bambino – getta ombre sul resto del soggiorno. Quanto può
toccarci il dolore di una famiglia sconosciuta?
Da
un anno sperava nell'assoluzione. Ma questo è meglio. Questo è
matrimonio. L’amore è mettersi in spalla dei pesi – bambini
morti, case malconce, infedeltà che ti rimangono appiccicate addosso
– e proseguire.
Mentre
il lago viene dragato in cerca del corpicino, i personaggi chiudono le tapparelle
per non guardare la morte in faccia. E così, per la prima volta da
un po’, si guardano. Ci sono Richard e Lisa, ex professori, che
pensano al destino della sfortunata primogenita e alle conseguenze di un
papillon annodato da mani estranee. Quanto si è responsabili degli
uomini in cui si trasformeranno i nostri bambini? Ci sono Michael e
Thad, i figli, che d’un tratto si sentono espropriati: il primo, un
fascio di nervi, fatica ad ammettere di
avere un problema con l’alcol e con la paternità in arrivo; il
secondo, aspirante poeta con due tentati suicidi alle spalle, vive
con frustrazione tanto la mancata ispirazione quanto i vizi del
partner, desideroso di far parte di una coppia aperta. Perché quei
genitori perfetti hanno generato due pecore nere così, una delle
quali per di più vota Trump? Ci sono, infine, Diane e Jake:
compagni rispettivamente di Michael e Thad, offrono un punto di vista
esterno sugli intrighi degli Starling. Avete presente la sensazione
di voler essere inclusi, ma al contempo di voler fuggire via?
Pensi
che la felicità sia ottenere quello che vuoi. Qualunque cosa vuoi,
quanta ne vuoi, quando vuoi. E se non fosse verità felicità? E se
la vera felicità fosse dire ‘Fanculo a cosa vuoi tu, e rimanere
insieme, anche quando è dura, anche quando non sei più quello di
una volta?
Tra
politica, omosessualità e aborto, David James Poissant costruisce un
romanzo profondamente americano. La sua prosa è un velo delicato che ammorbidisce senza mai nascondere. Abilissime, le descrizioni si
muovono dentro e fuori; planano a volo d’aquila su paesaggi
idilliaci e scandagliano a tappeto la psiche dei personaggi. I
dialoghi suonano cinematografici e l’affastellarsi delle scene
sembra seguire il montaggio coreografico di un regista di talento. Il canto di
rane e cicale, poi, fa da emozionante contrappunto. La
domenica va avvicinandosi, la famiglia ha fretta. Deve fare ordine. La cernita in previsione del trasloco non riguarderà
soltanto le cianfrusaglie da buttare, ovviamente, ma anche i loro
ricordi. Si può salvare dalla spazzatura un amore maturo, che forse
troverà la forza per ricominciare in Florida? E il perdono: prendere
o lasciare? La casa sul lago prende avvio con una morte, ma
strada facendo trova modi straordinari per celebrare la vita
nonostante tutto. Una volta toccato il fondo non si può che
risalire: perfino in acque come queste. Calme all'apparenza, sotto
la superficie immobile nascondono gelide correnti
sotterranee e gorghi ingannevoli.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Neil Young – Sweet Caroline
Da
qualche parte ho letto che a casa non si va, a casa si torna. È per
questo che da quattro anni a questa parte considero Holt un po’ mia. Sono infatti una persona incostante e senza
radici, eppure a sorpresa, romanzo dopo romanzo, il compianto Kent
Haruf mi ha insegnato due virtù fondamentali: la pazienza e il senso
d’appartenenza. Si può sentire nostalgia di un
luogo che non conosci? Si può desiderare una pianura che non c’è?
La mia bussola interiore e gli amici di NN mi hanno guidato per la
quarta volta in quel di Holt – entro l’anno recupererò anche
Crepuscolo e poi, con un brivido, mi sentirò orfano per
sempre. Slittato fino a giugno a causa del lockdown, atteso,
centellinato, amato, il nuovo romanzo dell’autore americano è in
realtà il secondo. Scritto negli anni Novanta, ben prima della
trilogia, è ambientato nel trentennio precedente e ricorda
l’eleganza polverosa dei classici del cinema.
Finalmente
Holt, con i lampioni blu in lontananza, poi sempre più vicini, e le
strade deserte e silenziose una volta entrati in città.
Questa
storia, più piccola delle altre ma emozionante comunque, conferma la
magia dei mondi di Haruf, la sua scrittura avvolgente come una
coperta di Linus, la predilezione per i personaggi femminili tristi e
volitivi. Prende avvio da un ritorno imprevisto. A chi appartiene la
Cadillac rosso fuoco parcheggiata su Main Street?
È forse Jack Burdette il brutto ceffo al volante? È un pugno in un
occhio. È un fulmine a ciel sereno. L’uomo, braccato alla stregua
di un ricercato, mancava da otto anni in città. A raccontarci
l’antefatto è il timido direttore del giornale locale, Pat, che da
giovane fu un compagno di scuola e un ammiratore del fuggitivo: alto
due metri, pesante un quintale di muscoli, Jack era una promessa del
football e un perdigiorno impenitente. Troppo grande per Holt, ha
trovato rifugio prima nel poker e nella birra calda, poi nelle gloria
dell’esercito, infine nelle donne: da un lato Wanda Jo, fidanzata
storica e servizievole a cui ha spezzato il cuore; dall’altro lato
Jessie, legittima moglie e madre dei suoi due figli, in balia di una
spietata caccia alle streghe dopo l’uscita di scena del partner
truffatore. Il romanzo racconta le vicissitudini dei Burdette, dalla
fuga del capofamiglia fino al ritorno tardivo, e della vicinanza
sentimentale tra il narratore e Jessie: una donna piccola e
orgogliosa, che sgobba ai tavoli come cameriera e in un capitolo che
ha davvero del capolavoro – l’ottavo, preparate i fazzoletti –
si mostra struggente in un succinto abito rosso.
La
gente di Holt pensava che quel punto avrebbe pianto. Pensavano
che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non
lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un
essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi
e dopo un po’ si addormentò.
Tra
attimi di cupo smarrimento e momenti di grande armonia – un altro
episodio significativo è ambientato in un parco acquatico –, il
romanzo qui e lì mostra il fianco a qualche debolezza. Le
anticipazioni e le ellissi del narratore onnisciente, nonostante i
toni pur sempre accorati e compassionevoli, tolgono il piacere di
scoprire gradualmente le sorti degli attanti; l’epilogo dolce-amaro
appare precipitoso; qualche risvolto tragico – penso al personaggio
della giovane Toni, la figlia di Pat – è inserito e mai
approfondito, come se non avesse grandi conseguenze sulle vite degli
altri. A differenza di Vincoli, già perfetto, La strada di
casa ha maggiori ingenuità e la voce ancora acerba dei primi
esperimenti. Ma un Haruf minore resterà in ogni caso un
grande Haruf: soprattutto per i fedelissimi che bramavano,
speranzosi, l’ennesimo tassello da vivere intensamente.
Sconquassata dallo sferragliare di un isolato treno merci, la città
di Holt, Maine, qui era ancora in corso d’opera e lontana dall’acme
dello splendore. Ma appariva già bella a sufficienza, come
suggerisce saggiamente il titolo, da volerci fare presto ritorno; da
somigliare a casa.
This is a man’s world. But it would be nothing, without a woman or a girl. L’intramontabile James Brown cantava così, e nel secondo romanzo del bravo Roberto Camurri gli fanno eco i due protagonisti. In un mondo a “misura d’uomo” – la stessa provincia emiliana dell’esordio, pacifica ed evocativa come la Holt di Kent Haruf – quanto pesa l’assenza di una donna fuggita via? Fino all’ultimo, di quella donna non conosceremo né le motivazioni né il nome. Saranno tramandati di padre in figlio, come un segreto da custodire. Ma intanto leggiamo del rapporto d’amore-odio tra i superstiti, che vivono nell’incanto selvaggio di una casa popolata soltanto da soli maschi; dei pasti consumati in silenzi, delle mattine rischiarate a fatica, della lentezza di arrancare giorno per giorno chiedendosi come mai. Il loro amore non era forse abbastanza? Questa è la storia di Ettore, genitore tutto d’un pezzo, che per strada attacca briga con il primo bellimbusto e in giardino improvvisa un falò con la camicia da notte della moglie. Questa è la storia di Pietro, abbandonato appena nato, che cresce impreparato alla vita adulta, incostante, incapace di stabilità: sniffa, s’innamora e tradisce, va e poi viene. Questa, in parte, è anche la mia storia. Che da cinque anni faccio i conti con il senso d’abbandono e che in rubrica ho salvato il nuovo contatto di mia madre scrivendoci accanto il numero due: come a dire che viviamo lontani, in un’altra fase delle nostre vite.
Quando la città finisce, quando, tutto attorno, vede quel pianeggiare che scopre essergli ancora consueto, gli viene in mente una canzone, una canzone che Ettore ascoltava quando lui era piccolo, è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità. Scopre che non se n’è mai andato veramente, che quella terra, quella pianura, quei colori, quel cielo pallido e quell’umidità che ricopre i campi saranno sempre casa sua.
Per ragioni personali, il romanzo mi ha toccato nel profondo. Ma forse proprio per questo non sono riuscito ad apprezzarlo. Avrei voluto identificarmi fino in fondo con i protagonisti, ma non ho trovato traccia né della mia rabbia né dei miei rimpianti. Soltanto una pacata rassegnazione, che rallenta i gesti, semplifica le manifestazioni d’affetto, annulla i dialoghi. Dotato di una struttura esile, che fino a pagina cento non riesce ad allontanarsi dal riassunto in copertina, Il nome della madre si fonda su atmosfere vividissime, tra campi e cantieri, pianure a perdita d’occhio e il gorgogliare del Po. Mi sono beato dei cespugli di magnolia, dei passerotti che beccano le molliche sul tavolo in giardino, della natura sonnacchiosa e dei meravigliosi spaventi che offre qui e lì. La malinconia del paesaggio settentrionale, le ambientazioni nebbiose e senza guizzi, finiscono però per influenzare troppo gli stati d’animo dei personaggi appiattendo una storia che mi è parsa statica.
Il fantasma di sua madre adesso è in piedi davanti a lui, gli occhi scintillano nello scuro di quella notte, sanno di quiete e di futuro, di casa, sono i suoi stessi occhi. Pietro si volta a guardarla e la vede sorridere mentre alza una mano per accarezzarlo, una mano che è fatta di nebbia come di nebbia sembra fatta ogni cosa che lo circonda in quel parco, una mano che sente calda sulla pelle come la voce che gli sussurra nella testa, la voce che riconosce.
Pur non amando il formato del racconto, a sorpresa qui mi sono trovato a rimpiangerlo: se fosse stato parte di una raccolta, infatti, con altre storie a fargli da cornice, avrei trovato questo ritorno in libreria ben più compiuto di così. È stato difficile empatizzare con i nuovi protagonisti di Roberto. Meno lasciarsi emozionare dai cenni al romanzo precedente – i cameo di Bice, Davide, Valerio, Anela – o da una scrittura comunque preziosa, che ricorda il minimalismo americano anche quando, come in questo caso, manca uno sguardo originale su un tema affrontato spesso altrove. Qualcosa cambia nelle ultime pagine, le più toccanti, con un ritorno a casa che commuoverà. Questo è un romanzo interamente basato su una mancanza. E manca di qualcosa, al pari delle ultime foto della mia famiglia.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Fabrizio Moro – L’eternità (Il mio quartiere)
|Giovanissimi, di Alessio Forgione. NN Editore, € 16, pp. 224 |
Memore
del trauma che fu il romanzo d’esordio – il resoconto disperato
di un trentenne senza futuro, in una Napoli di amori e incertezze –, mi ero ripromesso che avrei dovuto rileggere Alessio
Forgione a tempo opportuno. Quando l’umore era alto. Maestro di
arrovellamenti interiori e frustrazioni, nell’ultimo periodo, avrei
finito purtroppo col non farlo più. Così l’ho affrontato senza
starci troppo a pensare. Ma quant’è affidabile il detto via il
dente, via il dolore? Giovanissimi ha fatto male ugualmente.
Siamo
in un rione. Questa volta, giocando con l’effetto nostalgia che altrove va per la maggiore, si
fa un salto indietro negli anni Novanta. Marco, detto
Marocco per la carnagione olivastra e i capelli riccissimi, è un
quattordicenne che si domanda come finirà il campionato
e quando l’innocenza. Abbandonato dalla madre, vive col papà –
un uomo onesto e tutto d’un pezzo – una routine
scandita da paste col pesto, tè alla pesca e partite di pallone. È
sin dall’infanzia che sogna di diventare un calciatore famoso.
Marocco si divide tra sale giochi, sigarette, giornalini pornografici
e Dylan Dog; scrocca passaggi in motorino – il padre l’ha iscritto
allo scientifico e poi ha infranto la promessa: non gliene ha mai
regalato uno – e all’improvviso salta fuori un piccolo traffico
di droga a ingrossargli le tasche.
Quando il migliore amico, Lunno, gli ha proposto di spacciare nei
bagni della scuola, lui subito ha detto di sì: per carattere non sa
tirarsi indietro, infatti, e il loro è un giro talmente modesto da
non scomodare mai i prepotenti del quartiere.
«Voglio
mangiare con te tutte le volte che mi viene fame». «Che
significa?».
«Che ti
amo?». «E perché non me l’hai detto?». «Perché mi fai paura».
In
queste pagine sperimenta: la prima punizione, il primo
bacio, la prima volta con una ragazza – Serena, che ha le zizze
grandi e rende tutto più meraviglioso. E leggendo, capitolo dopo
capitolo, si rischia di volergli un bene esagerato; di affezionarsi
troppo. Checché se ne dica, è un bravissimo ragazzo; un’anima
fragile. Ferito dalle malelingue, dall’abbandono, dagli avversari
rissosi con cui farebbe meglio a non immischiarsi, piange senza far
rumore e si allena per non soffrire. Candido, semplice e innocente,
cammina suo malgrado in una realtà eternamente sotto assedio: a un
appuntamento può incrociare un passante accoltellato, il cui
cadavere macchia un lenzuolo all’altezza del petto; sentire
scoppiare i fuochi d’artificio fuori stagione, segno che non
lontano ci sono traffici illeciti in corso; perdere compagni di
squadra da un momento all’altro, dal momento che la loro età anagrafica non è sinonimo di lunga vita.
Giovanissimi
non è La paranza dei bambininé La terra dell’abbastanza. Protagonisti e figuranti si sporcano senza
puntare al potere, ma soltanto per mantenersi a galla. Sconvolge, allora, constatare
quanto sia facile mettersi nei casini fino al collo;
e se va male, rovinarsi i migliori anni. Senza ansia da
prestazione, Alessio Forgione mi è parso genuino e immediato come ai
tempi del debutto. Il traguardo della pubblicazione e il successo non
ne hanno cambiato l’approccio neorealista e la visione del mondo:
compreso l’inconfondibile nichilismo di chi vede spesso il
bicchiere mezzo vuoto. Lo stimo, e un po’ non lo sopporto. Si
comporta con i suoi personaggi e i suoi lettori, infatti, alla maniera spietata
di certi scrittori.
Fu
così che pensai che nel primo ciao che si dice è compreso anche
l’addio e che l’inizio è solo l’inizio della fine e che ogni
incontro non è altro che un lungo abbandono, centellinato goccia a
goccia, lento.
Inutile aspettarsi un finale tarallucci e vino. Ma questa volta non
poteva forse accadere, cogliendoci tutti di sorpresa? Su Marocco e
gli altri incombe una nuvola nera, un nuovo tormento. Un fatalismo che mi è sembrato raggirabile.
La drammaticità del romanzo, su di me, ha avuto un impatto diverso rispetto a Napoli Mon Amour. Se quello si rivelava essere una escalation inesorabile, questo è una stoccata più rapida; più a
tradimento. Meno necessaria? Le eccezione, in storie del filone, sono gli epiloghi quieti: Marocco, senza
sbilanciarsi, per me ne avrebbe meritato uno. Perché è un personaggio eccezionalmente atipico. Senza machismo, racconta con commozione le amicizie e i
flirt, gli sfottò, il cameratismo da spogliatoio, le sbronze
tragicomiche e i reggiseni da slacciare. È un compare fedele,
un fidanzato dolce. Apprezza gli abbracci del babbo, stringe i
fianchi degli amici in scooter per bisogno di calore umano, e se ne
infischia bellamente dei votacci e delle conseguenze. Corre, cade, si
rialza, commette fallo. Qualche volta si merita il cartellino rosso,
qualche volta fa goal. Giovanissimo, finché
dura.
Andrea
Donaera, classe 1989, è l’ultimo talento a unirsi agli italiani Roberto Camurri e Alessio Forgione sotto l'egida un editore pressoché infallibile. La collana che ospita gli esordienti si
chiama Gli Innocenti. Buffo, ho pensato, leggendo Io sono la
bestia: un romanzo che di divertente, su carta, non ha niente. C’è dell’ironia tragica, eppure, dietro la scelta di
includere una storia d’amore e malaffare in una collana con un nome
simile: in questo romanzo – che vi sia d’avvertimento – di
innocente non c’è nessuno.
Siamo a Gallipoli
nell’estate del ’94. Se giovani e sognatori, si tentava di
evadere dalla provincia in compagnia di Bruce Springsteen e Kurt
Cobain; attraverso la valvola di sfogo della scrittura o assopendosi
nell’illusione di una relazione salvifica. Ma in una campagna con
gli ulivi all’orizzonte, la terra rossa e i campi coltivati
segretamente di morti ammazzati, scappare significherebbe essere
braccati per sempre. A che serve strattonare la catena? A certi
destini non si può sfuggire. Lo sa bene Michele, il figlio del boss: quindicenne in sovrappeso, sfortunato a scuola e in amore, l’ha
fatta finita buttandosi dal settimo piano del suo condominio. Di lui
restano una bara su cui piangere e una macchia di sangue
sull’asfalto. Resta un senso di colpo da sfogare soprattutto contro
Nicole, la compagna di classe che ha rifiutato le sue poesie
all’uscita di scuola. È la scusa dietro cui si trincera Mimì, il
padre del ragazzo suicida, che combattuto fra tenerezza e crudeltà
elude il lutto alla sua maniera: vendicandosi.
La
gobba che c’ho sulla schiena: è la vita che lui mi ha ricacciato
dentro. Con colpi violenti me l’ha ricacciata dentro. E la vita mia
voleva schizzarsene fuori. Volevo vivere, io. Ma no. Mio padre mi ha
ricacciato dentro la vita. Con la violenza. Ed ecco la gobba. Ed ecco
io. ‘Sta bestia.
Nascosto
dietro citazioni letterarie e discorsi fintamente colti, Mimì
gestisce con il pugno di ferro una corte di sottomessi e galoppini –
disprezza la moglie Marta, remissiva casalinga che puzza d'olio per
friggere e rimpianti, e lascia fare il lavoro sporco ai fedelissimi
Vincenzo e Carmine. Novanta giorni prima, d’altronde, ha già
punito Veli, il fidanzato della figlia Arianna: chiuso in una cascina
sperduta, con la barba sfatta e un tavolo per letto, il giovane –
protagonista di un amore scandaloso degno di Romeo e Giulietta
– condivide la prigionia con la sciagurata Nicole. Deve farle da
carceriere e guardiano; sa che presto o tardi qualcuno tornerà per giustiziarla. Questa è una storia che parla di generazioni a
confronto; dei diritti e dei doveri di una piccola comunità schiava
della Sacra Corona Unita. Questa è la storia di chi il potere lo adopera e
lo subisce: gente schierata da un lato e dall’altro della
barricata, unita dai postumi di un dolore contagioso. C’è speranza
per le donne della famiglia Trevi, ossessionate dalla pulizia –
ripenso a Lady Macbeth, al sangue che non sa cancellare dalle proprie
mani – e troppo disincantate per lasciarsi andare al romanticismo?
C’è un futuro alternativo per Nicole, musa candida e sfacciata che
mangiando un piatto di pasta e rape si domanda perché sua madre, a
pranzo, la guardi come fosse un morto che cammina? E per Veli, per la
prima volta preoccupato per la sorte di un’altra prigioniera?
“Tutti
mi sembrano finti. Solo tu sei vero”. “Anche per me è così,
sai. Sei tu la mia unica cosa vera”.
“Non
lasciarmi mai da sola in mezzo alle cose finte”. “Non lo farò”. “Promettimelo”.
Si
parte in medias res, con una furia omicida che troveremo anche nelle
pagine restanti. Si prosegue leggendo di omicidi, incesti e violenze
sessuali, fra barbari riti d’iniziazione e malefici familiari. Si
giunge inevitabilmente a un epilogo aperto e beffardo, dalla
struttura circolare, in cui mutano i punti di vista ma la legge del
taglione miete comunque nuovi adepti. Io sono la bestia è una
lettura asfissiante, nera e disperata. Una tragedia contemporanea
d’impianto teatrale, a tratti provante anche per lettori con il
pelo sullo stomaco. Ma per fortuna, nella convivenza forzata fra i due
prigionieri, si annidano sorrisi veri e attimi di distensione durante
i quali sembra stupido e bello immaginare che la scopa sia un
microfono per cantare insieme Come as you are. Sul pavimento
ci sono poche buste della spesa, un volume di fiabe, e delle forbici
da maneggiare con attenzione. Potrebbero servire per uccidere o per
uccidersi. Potrebbero servire per radersi, ricercando una parvenza di
normalità in quel limbo senza fine. Anche la penna di Andrea
Donaera, similmente, è un’arma a doppio taglio. Uno strumento
affilatissimo, che scortica al suon di periodi nervosi ed ellittici e
rinfranca, poi, con dialoghi ariosi in cui ogni tanto è benaccetto
il dialetto.
Perché
è terribile essere certo che tra poco lei non ci sarà più, che la
porteranno via da me, da tutti. La uccideranno e non sapranno che
stanno commettendo un crimine ancora più grande di quello che
pensano: stanno privando il mondo di una cosa buona, una cosa pura,
vera. Una cosa sacra. Non bisognerebbe toccarle, le cose sacre. Loro
non lo sanno. Non lo sapranno.
Con
un lessico vario e ricercato, alternando prima e terza persona,
l’autore fa la differenza con una lingua a volte enfatica, altre
asciutta; un sunto di squallore e lirismo degno del miglior film di Edoardo
De Angelis, con situazioni estreme e sentimenti gridati a
squarciagola. Il risultato finale è di un’intensità perturbante. Ha la stessa naturalezza con cui la moglie di Mimì sventra pesci sul
lavello della cucina, buttando via le interiora. Ha i colpi d’ala
di Veli, che contemplando dal suo giaciglio la muffa sul soffitto
pensa al fiume del filosofo Eraclito. Ha l’orrore di un macabro
feticcio composto legando gli uni agli altri un paio di topi,
costretti a divorarsi nel tentativo di sottrarsi al cattivo
gusto dello scherzo. Chi degli animali ha sferrato il primo morso,
non sapendo che sarebbero poi morti tutti quanti? Anelli della stessa
catena, i protagonisti sono al centro di un sadismo affine. Chi, fra
loro, è la bestia? Il titolo del romanzo fa sfoggio del pronome di
prima persona. Ma la ferocia resta pur sempre un verbo da
coniugare dall’inizio alla fine, al singolare e al plurale: bestie dappertutto, bestie come noi.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are
Bentornati,
se siete di ritorno nell'affascinante Bois Sauvage. Benvenuti, se
invece è la prima volta. Sembrano accoglierci queste precise
parole – formule di saluto, sintomo di accoglienza sincera –
all'inizio del secondo romanzo della bravissima Jesmyn Ward.
L'autrice afroamericana, che la scorsa estate mi aveva strappato il
cuore dal petto con Salvare le ossa, ci porta per mano nei
luoghi del nostro colpo di fulmine. Gli stessi che, nelle ultime
pagine del capitolo precedente, erano stati spazzati via dalla forza distruttrice di Katrina: un uragano con un
programmatico nome di donna. Questa volta, salutati Esch e i suoi
fratelli, conosciamo i membri della famiglia Stone. Possibile non
rimpiange i personaggi al centro della passata vicenda? Per quanto ne
abbia sentito la mancanza, preferendo in definitiva l'altro romanzo a
questo, è stato impossibile non affezionarsi anche alla voce di
Jojo: tredici anni, le gambe chilometriche e le ginocchia grassocce,
divide la casa con i nonni paterni e accudisce la piccola Kayla, che
del fratello maggiore ha fatto il suo universo. Giù alle prese con
gli sconvolgimenti della pubertà, nel giorno del suo compleanno fa i
conti con due drammi: suo padre, Michael, sta per essere scarcerato;
i primi spiriti errabondi stanno cercando nel frattempo di attirare la sua
attenzione. Di razza meticcia, con nascenti doti da medium ereditate
dal ramo materno, il protagonista parla con i morti e gli animali e,
nel tempo libero, pende dalle labbra di nonno Pop, tanto accorto nel
prendersi cura della moglie malata quanto disordinato qualora ci sia una da raccontare una storia dall'inizio alla fine.
Un
uomo ha dentro delle cose che lo muovono. Come le correnti d'acqua.
Cosa che non puoi farci niente. Più passano gli anni, più mi rendo
conto che è così. Quello che ha dentro Stag è come acqua, così
nera e profonda che non riesci a vedere la fine.
Com'è
stata la sua reclusione a Parchman, campo di lavoro in cui fu
rinchiuso per colpa dello strapotere dei bianchi? Qual è la verità su
Richie, prigioniero della stessa età di Jojo, che piange
incessantemente la sua giovinezza interrotta e, sotto forma di
apparizione, tormenta il nipote per sbrogliare un'ultima questione
irrisolta? Questa è la storia di un'iniziazione triviale e poetica.
Ma è, soprattutto, la storia di un lungo viaggio in macchina.
Direzione: il famigerato penitenziario. Si va a recuperare
Michael. Guida Leonie, la mamma tossicodipendente del protagonista, e
dietro siedono Jojo e Kayla. Più che stretti, i due sono
avvinghiati. La donna li guarda con un misto di fastidio e invidia,
sentendosi inadeguata: il primogenito vorrebbe rubarle il posto,
essere un genitore migliore di lei. A punti di vista alterni, così,
si danno il cambio mamma e figlio: il primo, di una tenerezza
disarmante, con sin troppo da fronteggiare; l'altra, facilmente
influenzabile, che preferisce il fidanzato alla prole e
inconsciamente ha fatto propri i poteri di una famiglia di donne
magiche. Trasporta cristalli di meth in un vano
dell'automobile, non bada al vomito della figlia in preda
all'influenza, eppure quando è fatta vede il fratello – Given,
ammazzato in un presunto incidente di caccia – e distingue le
piante medicamentose da quelle letali. La mela è caduta lontana dall'albero? Jesmyn Ward smuove mari e monti, apre in due la terra
con la violenza dei sismi, e fa rotolare il frutto della discordia
alla portata dei suoi personaggi. Irresponsabili e disperati,
recuperano un nuovo passeggero e puntano a casa: si
scontreranno con il braccio violento della legge – struggente il
rapporto simbiotico fra Jojo e Kayla nella scena del posto di blocco
– e matureranno riflessioni sulle loro origini rinnegate, nonché
sui segreti taciuti a fin di bene – lo scioccante destino di
Richie sembra proprio sbucato dalle migliori pagine di Uomini e topi.
Diceva
che c'è uno spirito in tutte le cose. Negli alberi, nella luna, nel
sole, negli animali. Diceva che il più importante è il sole, Aba,
come lo chiamava lui. Ma per avere un equilibrio ci vuole tutto lo
spirito che c'è in ogni cosa. Solo così le piante crescono, gli
animali nascono e ingrassano per darci nutrimento. Ecco come me lo
spiegava: se c'è troppo sole e niente pioggia, le piante seccano. Se
c'è troppa pioggia, marciscono. Lo spirito deve trovarsi in
equilibrio. Il corpo, mi diceva, è uguale.
Il
tragitto è un po' un calvario, un po' un incanto. Scabroso,
essenziale, pieno zeppo di magia, Canta, spirito, canta è
l'avventura di un gruppo di sconosciuti con in comune il medesimo DNA
e una sorprendente propensione allo straordinario. Le generazioni
passate hanno subito deportazioni e schiavitù, l'onta dei crimini
d'odio: l'odore di un bambino sarà abbastanza dolce da cancellare il
puzzo di sangue? Sorretto dall'andamento classico e delicato del realismo
magico, bello ma meno perturbante del precedete, il
viaggio tocca facilmente il cuore parlando di bambini cresciuti in
fretta, sorelline bisognose, razzismo e altre ingiustizie. Lo spunto
abusato della trasferta on the road e
l'impressione che ci fosse troppa carne al fuoco, tuttavia, mi hanno
fatto trovare leggere stonature in questo intenso coro gospel. La
litania funebre di Jesmyn Ward, stavolta, è un'armonia piena ma
imperfetta. Una canzone già sentita, ma ugualmente capace di
toccare le corde giuste. Il nostro spirito le risponderà in un
doloroso controcanto.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Alice Merton – No Roots