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venerdì 26 giugno 2015

I ♥ Telefilm: Sense8, Orphan Black III, What Lives Inside

Sense8
Stagione I
Serie che spuntavano come funghi nel mio periodo di reclusione forzata. E, tra queste, serie che non immaginavo neanche di avere il bisogno di seguire. Nello specifo, questa qui, scritta – e, per qualche episodio, diretta – dai fratelli Wachowski. Amati e odiati creatori del cult Matrix, da poco reduci dal fiasco Jupiter Ascending, qui cento passi avanti e uno indietro. La Netflix a produrre, storie dentro storie e – all'inizio - l'ombra di quel povero Cloud Atlas tanto messo al vaglio per il quale avevo invece straveduto. Sense8, per leggerezza, piglio autoironico, giusta misura, è senz'altro migliore. Non ha momenti morti. Nella sua fantasiosa coralità, non ha una storia che ti piace e un'altra no. Risulta talmente ben pensato che gli otto personaggi – nati nello stesso giorno, connessi, in pericolo mortale – a turno promettono di diventare i tuoi preferiti. Un giorno preferisci Riley, deejay islandese che sta tornando a casa; un altro, invece, Sun, imprenditrice koreana dai colpi segreti, in una prigione di massima sicurezza per colpe non sue; Nomi, che un tempo si chiamava Michael; Lito, star messicana, che nella vita privata vive un comico mènage a tre; Wolfgang, duro e selvaggio, ai ferri corti con mezza Berlino per un furto di diamanti; Will, sbirro provetto nella pericolosa Chicaco; Kala, bellissima indiana alle prese con un matrimonio combinato; ancora, Capheus – africano – con un pulmino sgangherato che ha il nome di Van Damme e una propensione per i guai. Personaggi in divenire che, sfidando fusi orari, latitudini e paradossi, a volte vengono a trovarsi nella medesima inquadratura grazie a splendide sequenze d'insieme – è il caso di What's Up che passa al karaoke, di un'orgia impossibile in cui all'unisono si raggiunge il piacere, del ricordo della miracolosa notte delle loro nascite. L'intreccio, a volte, può ricordare i prodotti commerciali di una The CW – ad esempio Heroes, che alle medie adoravo: voi avevate l'album di figurine, sì? - ma si sposa a momenti di pura bellezza – e personalità, e passione - indiscutibilmente autoriali. E Sense8 è lì che è fantastico, nella normalità di un giorno qualunque; quando non succede granché. Ti prendi il tempo per conoscerli e comprenderli – e non so raccontarvi, adesso, quanto sia intenso il nono episodio, ad esempio, in cui gli inseguimenti vanno a nanna par lasciare pace ai due diversi, Nomi e Lito, che in un museo vuoto danno vita a un dialogo mentale in cui parlano delle loro relazioni. Lei che prima era un lui, che poi è diventato una lei, che poi si è innamorato di un'altra lei; lui – sempre stato convinto della propria mascolinità, al contrario – che al primo appuntamento, già cotto, faceva un pompino a quello sconosciuto che parlava d'arte in uno squallido bagno pubblico, eppure non c'era squallore alcuno. A Sense8 credi e subito giureresti di credere nel prossimo, vincendo la tua diffidenza da misantropo; contagiato dall'intensità, sconquassato dall'empatia. C'era il video di questa canzone pop, un pezzo per l'estate della Minogue, mi pare, di cui non ricordo ora come ora neanche il ritornello; alla base, comunque, aveva una gran bella idea. Gli amanti di New York si spogliavano e, in mezzo a strade vuote, rimanevano solo in biancheria intima: si baciavano, si mischiavano, formavano una piramide umana. Un corpo solo. Non si sapeva dove iniziassero e finissero le bocche. Di chi fossero le mani, le braccia, la pelle esposta. Gli uomini e le donne - i bianchi, i neri, i gialli e le incredibili sfumature che stanno a metà, frutto di una splendida mescolanza di razze - condividevano il cuore. Si amavano i maschi con i maschi, le femmine con le femmine, in ogni alternativa possibile, e - sarà che erano tutti così belli e di quella bellezza che non fa spavento, sarà che mi piace pensare che anche allora la tolleranza fosse di casa - avevano l'aspetto che immagino abbia l'armonia. L'ordine, sulla terra, era una forma geometrica tutta nuda e senza vergogna. Pensieri – e immagini – che mi sono tornati in mente anni dopo, quando di quella canzone mi è sfuggito di mente il titolo e, dalla tivù della mia stanza, è arrivato e se ne è andato, in un paio di giorni, l'impensato Sense8: per me, attualmente, serie dell'anno. Il minimo comune divisore di un grande amore (o otto?), e tutto il caos trova così un senso. (9)

Orphan Black
Stagione III
Questo sembra essere l'anno in cui le serie che seguivo o finiscono o, puntualmente, mi deludono. Che posso farci? Due anni fa ho conosciuto una rivelazione di nome Tatiana Maslany – santificatela subito – e ho consigliato la sua serie a parte del mondo conosciuto, probabilmente. Orphan Black era bellissimo, originale, a tratti divertente: andava recuperato per forza. Già la seconda stagione, similissima alla prima e con poca voglia di fare, mi avrebbe lasciato un po' così, appeso all'incertezza più totale, se non fosse stato per quel colpo di scena finale che, come nella migliore tradizione degli ultimi episodi, mi aveva lasciato con la curiosità a mille. Non c'erano solo le “sorelle” del misterioso Progetto Leda: accanto a quelle donne baciate dalla scienza – una casalinga disperata, una detective, una hacker, un'ucraina omicida e via dicendo – c'erano anche, a sorpresa, cloni uomini. Il Progetto Castor e i suoi spietati assassini dalla stessa faccia: l'altro lato del medesimo esperimento. Si parte da loro, subdoli e manovrati dall'alto, e sono tutti Ari Millen: uno che è bravo, ha una faccia pure interessante, ma vuoi paragonarlo forse al camaleonte – e uragano - Tatiana? Consideriamo comprimari, e aspiranti villain, che sanguinano a volontà, ma non hanno il carisma sperato. Consideriamo che il parlare di fantascienza-fantascienza risulta incomprensibile, e che il succo della vicenda – clonazioni e compagnia bella – almeno io non lo seguo affatto bene, quando dovrebbe essere il fondamento di tutti e dieci gli episodi, da patti. Consideriamo una parte centrale – con le sestra Sarah e Helena intrappolata nella base dei cattivi – che non vedevo davvero l'ora finisse. Cosa resta? Una protagonista straordinaria che tutto può, e vabbè, e i siparietti comici messi in atto dagli amici giulivi, dalle massaie che si danno allo spaccio di stupefacenti causa Breaking Bad, dai karaoke intonati nei fumosi bar londinesi. Una terza serie, dunque, che si ricorda più per l'ordinario che per lo straordinario. Se laboratori e intrighi organizzati da menti superiori non mi hanno coinvolto a dovere – con Sarah, autentica protagonista, che appare sottotono e Cosima che, alla Nolan Ross, ci intrattiene con triangoli in rosa di cui importa poco, nonostante lo splendore delle due pretendenti al suo cuore -, hanno saputo farlo l'impresa di famiglia di Alison e Donnie – e quell'ex che spunta dal passato non è forse il Justin Chatwin di Shameless? - e gli scleri della pazza Helena che a volte si rivela un agnellino, a volte un leone, ma è sempre e comunque una forza. Soprattutto se condivide lo stesso tetto, per un arco di episodi, con la mia spacciatrice – e madre di famiglia - preferita: a quanto, ci chiediamo tutti, una sit-com sulle due? (7-)

What Lives Inside
miniserie tv
Uno scrittore amato da generazioni di bambini muore all'improvviso. Al suo funerale, quel figlio con cui non ha mai avuto un gran rapporto – lui che è stato padre metaforico di tanti ragazzini, ma non del sangue del suo sangue. Tra le chiacchiere di circostanza e le condoglianze non sentite fino in fondo, quel bambino solitario diventato uomo e, nel laboratorio del genitore, in mezzo a modellini e bozze, scorge una porta segreta. Quella che porta al mondo interiore del papà. Sarà realtà o immaginazione? Nel cast, Colin Hanks – figlio di un padre che non troppo tempo fa è stato amatissimo come quello del protagonista -, mamma Catherine O'Hara e, in una comparsata delle sue, il fresco vincitore dell'Oscar per Whiplash, J.K Simmons. What Lives Inside – strano prodotto di cui mi sfugge la definizione: come li chiamate quattro episodi totali di dieci minuti ciascuno? - è una colorata e malinconica creatura fatata, che ha qualcosa di Big Fish e qualcosa di Alice in Wonderland. Le ispirazioni e l'affetto del Burton migliore, gli effetti speciali di quello peggiore – nonostante un budget altissimo e un lato grafico ottimo. Quaranta minuti sono un po' pochi per appassionarcisi davvero, ma visivamente, questo, è un gioiello che non lascia indifferenti. Il trionfo dello schermo verde, l'ennesimo, che arriva a modo suo anche dalle parti del cuore. Per forza di cose, si ferma prima di appassionare, ma guardato come un esperimento – un inedito buona la prima – lascia confusi perché è già finito, e come è possibile?, ma incantati perché raramente sul piccolo schermo del nostro computer, almeno che non si parlasse di un film piratato, sono passati sprazzi di luce - e note - tanto suggestivi. (6,5)

martedì 16 maggio 2017

I ♥ Telefilm: Sense8 II | Imposters | Riverdale

L'ho aspettato più del giorno della mia laurea, scrivevo lo scorso dicembre a proposito del ritorno di Sense8. Avevo ingannato l'attesa con uno speciale natalizio lungo due ore. Soddisfatto ma non troppo, aspettavo una seconda stagione in piena regola. Quanto mancava a maggio? I sensate, in pericolo mortale e belli come il sole, questo mese sono comparsi puntuali sul menu di Netflix. Saggiamente, ho preferito cercare la loro compagnia non più di una volta ogni ventiquattr'ore. Ho fatto in modo che la visione durasse così dieci giorni complessivi, evitando come potevo spoiler e cattivi pensieri lavorare a un prodotto simile comporta spese esagerate e tanta fatica, leggevo, e in caso di rinnovo la terza stagione sarebbe l'ultima e arriverebbe soltanto tra due anni. Riemergo ora da una maratona mai tanto lenta, mai tanto centellinata: appagato e tutt'altro che sorpreso. Sense8 è una conferma che non riesce a superarsi. Della prima stagione mancano le scene subito cult – il karaoke a distanza, l'orgia telepatica, le sequenze del parto (si difendono bene, tuttavia, il remix di What's Up, le dichiarazioni plateali a San Paolo, i brindisi al bar). Nella scrittura permangono sbavature grandi e piccole: la lotta a Whisperer viene accennata all'inizio di ogni puntata, abbandonata a metà per fare spazio al vissuto dei singoli, ripresa infine in una chiusa al cardiopalma. Qualcosa sfugge quando si approfondisce il lato fantascientifico ed entrano in ballo altre varianti, altri homines sensorium (una di loro, convincente femme fatale, è la nostra Valeria Bilello). Si sopperisce all'equilibrio che manca, in una stagione al solito difficoltosa e strabordante, a colpi di arti marziali e bellezza. Perché io mi preoccupavo di Nomi, invitata al matrimonio della sorella nel suo nuovo corpo di donna; di Will e Riley, nascosti in una topaia e sedati per scacciare le voci; di Wolfgang e Kala, che si baciano da una parte all'altra del mondo; di Lito, che ha fatto outing e ora fa fatica a trovare i ruoli giusti; di Capheus, protagonista di un recasting e di una rivoluzione in Kenya; della splendida Sun, in fuga e in cerca di vendetta. Spero che nessuno si offenderà se dico questo. Ma se seguite Sense8 desiderosi di azione e disinteressati al resto – alle famiglie conservatrici e agli amori a distanza, a una diversità da festeggiare su un carro in Brasile: ai magnifici otto –, non avete mai afferrato il punto. Le sorelle Wachowski abbozzano cospirazioni su cospirazioni e, con la classica liturgia suggestiva e kitsch, santificano il multiculturalismo, i contrasti, le famiglie che ti scegli da te. Il loro Sense8 è un girotondo a prova di misantropo. E finché ti trasmetterà questa armonia, finché ti lascerà un posto nel mezzo delle proprie affinità elettive e ti dirà che sei fatto a rovescio e mi vai benissimo così, non tratterrai un brivido nel tuo pigiama a scacchi e ti sentirai in pace con un mondo più bello, più vario, più possibile. (8)

Un timido trentenne, un bellimbusto dalla mascella squadrata, un'artista omosessuale. Cos'hanno in comune Ezra, Richard e Jules, lontani tra loro e assolutamente inconciliabili? Gli stessi gusti in fatto di donne. In momenti diversi della loro vita, infatti, hanno sposato la stessa ragazza. Si chiama Maddie, pare. E' una truffatrice. Nessuno sa che fine abbia fatto. Tutti, sotto ricatto, tentennano all'idea di cercarla. Finché l'improvvisato trio di partner sedotti e abbandonati non prende forma e gli Stati Uniti non sono abbastanza grandi per nascondersi. In Imposters, commedia a tinte crime saltata fuori non so dirvi dove, la donna che tutti e tutte vogliono somiglia a Inbar Lavi: israeliana dagli occhi di cerbiatto che simula accenti, orgasmi e sentimenti. Da una parte seguiamo i sotterfugi della squadra degli abbandonati. Dall'altra, invece, ci lasciamo irretire dai nuovi piani di una insolita dark lady: ribattezzata Saffron, nella sua ennesima missione dovrebbe sedurre il panciuto bancario di turno ma finisce per innamorarsi di uno sconosciuto. Cosa succederà a metà stagione, quando gli ex raggiungeranno il loro bersaglio? Come andrà a finire se truffati e truffatori a un certo punto si confondono? Imposters, di cui avevo visto il pilot a tempo perso, è un divertimento che al momento dura dieci puntate. I giochi di prestigio di Ocean's Eleven fanno una gran figura, tutto sommato, al matrimonio di Se scappi ti sposo. Ma la protagonista, forse imparentata con la Cotillard di Allied, è l'incubo degli uomini che si infatuano troppo facilmente. Bella com'è, per nostra sfortuna, non resterà single troppo a lungo. In barba alla solidarietà maschile, sempre che esista, ci si augura perciò altri polli da spennare e una seconda stagione di cui, al momento, poco si sa. (7)

Una città di provincia. Il liceo pubblico. La classica tavola calda aperta giorno e notte. Ci si è arricchiti grazie all'esportazione dello sciroppo d'acero, nell'immaginaria Riverdale. Il mantello dell'invisibilità dei tranquilli abitanti, d'un tratto, viene strappato via. Un omicidio al lago, una famiglia contro l'altra, sospetti e investigatori in erba. Chi ha ucciso il gemello di Cheryl Blossom, l'ape regina della scuola? Chi sceglierà Archie tra Betty, amica di sempre dall'insospettabile lato oscuro, e l'ultima arrivata Veronica? Qual è la verità su Jughead, interessante sociopatico che studia tutto e tutti da sotto il suo cappuccio scuro? Di Riverdale avevo parlato ai tempi del debutto. Teen drama ispirato a una storica serie a fumetti, è arrivato tardi alla festa. Fuori tempo massimo sembra così più l'erede lampo di un Pretty Little Liars che il suo predecessore. Le differenze con la serie Abc: affascinanti atmosfere vintage, un taglio più cinematografico, trash a piccole dosi. Realizzato di certo meglio, ha i suoi difetti in un cast di attori incapaci e di bell'aspetto – vi sfido a cercarne uno che non abbai – e in un andazzo che fa carta straccia del mistero. Il destino dell'erede dei Blossom è presto spiegato. Nel tredicesimo episodio abbiamo il colpevole, il movente, il caso chiuso. La voglia di proseguire si era già andata esaurendo a metà, figuriamoci adesso. Con Riverdale, prodotto superfluo ma non imperdonabilmente scadente, ho avuto infatti uno strano rapporto. L'ho seguito volentieri per un po', poi ho lasciato ammassare gli episodi senza voglia. Non mi annoiavo guardandolo, ma il pensiero di farlo mi tentava di rado. Guilty pleasure sì, quindi, ma di quelli né troppo colpevoli né troppo piacevoli. Una via di mezzo che non cattura, almeno me che alle vie di mezzo non presto granché fede. Ho seguito cose ben peggiori, negli anni, e me le sono fatte perfino piacere. Al soggiorno a Riverdale, invecenon mi sono affezionato. Andrò via senza cartoline da regalare ai parenti e, semmai ritornerò, sarà solo per vedere cos'è successo lì mentre cambiavo aria. (5,5)

martedì 29 dicembre 2015

I ♥ Telefilm Awards - 2015

Giorni di propositi e listoni. Dopo i romanzi, oggi, si parla dei telefilm che ci hanno fatto compagnia sul piccolo schermo, in un anno in cui – se il cinema, almeno a mio dire, ha deluso – le produzioni televisive e l'avvento Netflix hanno regalato, al contrario, sorprese su sorprese. Continuano a mancarmi le serie più amate dai colleghi blogger – Leftovers, Mad Men, Fargo, Mr. Robot – e a piacermi, con una certa convinzione di fondo, cose da poco: si celebrano perciò, in una Top 10 scritta di getto, le cose belle e le cose che, meno belle, mi hanno aiutato però a vivere a cuor leggero. Tra i doverosi recuperi, esclusi dalla lista, quattro stagioni di Scandal e il capolavoro Breaking Bad, che ovviamente avrebbe stravinto in tutte le categorie; stracciato a mani basse la concorrenza. Ti piace forse vincere facile? Oltre a una sfilza di titoli, due parole per dirvi perché li ho scelti, categorie, sottocategorie. I migliori attori e, a seguire, rubando strofe alle canzoni più trash su piazza – per pigrizia, ammetto che non le ho purtroppo aggiornate – i belli e le belle, gli esordienti e i momenti impressi a fuoco. La lista dei film – con la stessa struttura e le stesse identiche voci, più qualche aggiunta – si farà attendere un altro po'. Tanta indecisione e, ancora, qualche recupero dell'ultimo minuto. E le vostre serie dell'anno, invece?


10. London Spy: Il melodramma conosce il noir, con il rischio di risultare tutto e niente. Mostra, però, monito per gli spettatori più omofobi del cosmo, che c'è qualcosa di indescribile quando lui incontra lei, nei boy meets girl di ogni dove, ma che quando un lui incontra un altro lui – nella storia della spia e dell'uomo che la amò, ad esempio – la magia è la stessa.
9. Unreal: Commedia nera di notevole fattura dalla divertentissima componente trash – un programma come un'agenzia matrimoniale – ma dotata di un meticolo studio di reazioni, meccanismi di causa effetto, colpi di scena. Guilty pleasure? Un piacere sì, ma in definitiva poco colpevole.
8. Le regole del delitto perfetto: Ho conosciuto così la famigerata Shonda Rhimes. Un intrattenimento che risulta utile per ammazzare il tempo e per scagionarti con classe estrema, se insieme al tempo hai ammazzato pure qualcun altro.
7. Ash vs Evil Dead: Bruce Campbell, sessantenne, torna a indossare una motosega come guanto e a combattere il male, nella spassosa reunion che i fan di generazioni nuove e vecchie aspettavano. Ha il busto ortopedico, la dentiera e due pivelli come aiutanti; non perde i colpi. Raimi produce – e qualche volta dirige – un rinfrescante bagno di sangue e un caldo ritorno a casa. Anzi, nella Casa.
6. The Affair II: I punti di vista raddoppiano ed è triplicato l'impegno di sceneggiatori e interpreti. I dialoghi realistici, gli inevitabili faccia a faccia e le litigate furibonde si fanno più intense, se a raccontarsi a cuore aperto sono anche i traditi.
5. Scream Queens: Spassoso, violento, verso il trash infinito e oltre. Idiota con cura, semiserio con ironia. La parodia di un genere che ha detto tutto e adesso sa finalmente prendersi per i fondelli.
4. Flesh & Bone: Il folgorante Whiplash sul mondo del balletto. Dove non esiste un cigno bianco, senza un cigno nero.
3. Hannibal III: Una produzione che ci lascia prima del tempo, ma forse con la stagione più bella che c'è. Amara consolazione? La classe del tutto, comunque, non è acqua. E' sangue.
2. Daredevil: Un film lungo tredici ore: alta qualità, dialoghi corposi, momenti spettacolari che non vivono di soli effetti speciali. Ha, inoltre, un'armatura resistente, l'agilità per schivare proiettili di sarcasmo, la possibilità di difendersi – e di convincere – soprattutto a suon di parole. Anche se i calci rotanti, okay, hanno sempre la loro importanza.
1. Sense8: Una storia in cui credi a colpo d'occhio, e subito giureresti di credere nel prossimo, vincendo la tua diffidenza da misantropo. L'aspetto che immagino abbia l'armonia. 
L'ordine, sulla terra, è una forma geometrica tutta nuda e senza vergogna. 

Migliore attore protagonista:
1. Hannibal III: Mads Mikkelsen – Hugh Dancy
2. London Spy: Ben Whishaw
3. The Affair: Dominic West
Migliore attrice protagonista:
1. Penny Dreadful: Eva Green
2. Unreal: Shiri Appleby
3. Bates Motel: Taissa Farmiga
Migliore attore non protagonista:
1. Flesh & Bone: Ben Daniels
2. Daredevil: Vincent D'Onofrio
3. Shameless: Cameron Monaghan
Migliore attrice non protagonista:
1. The Affair: Maura Tierney
2. Penny Dreadful: Billie Piper
3. Scream Queens: Lea Michele – Jamie Lee Curtis



Sono una muchacha troppo sexy:
1. Flesh & Bone: Sara Hay
2. Quantico: Priyanka Chopra
3. Scream Queens: Emma Roberts
Bello impossibile:
1. Le regole del delitto perfetto: Jack Falahee
2. AHS – Hotel: Finn Wittrock
3. Unreal: Freddy Stroma
Siamo la coppia più bella del mondo:
1. London Spy: Ben Whishaw, Edward Holcroft
2. Catastrophe: Sharon Horgan, Rob Delaney
3. Billy & Billie: Adam Brody, Lisa Joyce 
Nice to meet you, where you been?:
1. Daredevi: Charlie Cox
2. Flesh & Bone: Sara Hay
3. Galavant: Joshua Sasse



Sing:
1. Sense8: What's Up
2. The Affair: The House of The Rising Sun
3. Please Like Me: Someone Like You
Psycho Killer:
1. Daredevil/Jessica Jones: Vincent D'Onofrio, David Tennant
2. The Royals: Elizabeth Hurley
3. AHS – Hotel: Lady Gaga
I Want Your Sex:
1. Sense8: Ammucchiata telepatica
2. AHS – Hotel: Lady Gaga e Matt Bomer, in un'orgia di sangue
3. The Affair: Ruth Wilson – Dominic West
Cry me a river:
1. Hannibal: Love Crime
2. Sense8: Mad World
3. Shameless: Ian, Mickey, il bipolarismo
I Love the way you l... die:
1. Scream Queens: Ariana Grande
2. Ash vs Evil Dead: dovrei scegliere una morte soltanto? 
3. Le regole del delitto perfetto: Tom Verica
Ops, I did it again:
1. Jane The Virgin - Stagione 2
2. Devious Maids - Stagione 3
3. The Royals - Stagione 2

mercoledì 20 giugno 2018

I ♥ Telefilm | Sense8 - The Series Finale: Amor Vincit Omnia

Abbiamo avuto una gioia lunga ventitré episodi e scarsissimo preavviso per dirgli addio. Quella cancellazione arrivata inaspettata, un fulmine a ciel sereno, e spettatori appassionati che da ogni dove apostrofavano l'ennesima scelta infelice presa in casa Netflix a suon di petizioni e hashtag. Lo davamo per spacciato – troppo costoso, troppo ambizioso, eppure così voluto dai più – ma Sense8 è tornato su gran richiesta, a un anno di distanza, soltanto per congedarsi a modo suo. Per scioglierci i dubbi sulle sorti di Wolfgang, purtroppo cavia nelle mani sbagliate; per parlarci del rapimento di Whispers, preziosa merce di scambio, e far chiarimenti sul ruolo ambiguo da sempre ricoperto da Jonas e Angelica, che dei magnifici otto erano i genitori spirituali. 
Siamo nella capitale francese e, in uno sfarzoso appartamento condiviso con amici, partner e ospiti a sorpresa, i protagonisti delle ormai sorelle Wachowski si sono finalmente e fisicamente riuniti. Devono prima salvare il tedesco in ostaggio, dato che il suo dolore è il loro dolore; poi spostarsi nella bella Napoli con i Depeche Mode in stereo, all'inseguimento del profumo della pizza, di qualche perdonabile luogo comune e dei piani di guerra della fatale Bilello. 
Kala è combattuta tra Wolfgang e il marito venuto apposta dall'India, ma scegliere non è priorità se anche l'amore è comunanza; Sun scappa dal Detective Mun, ma l'attrazione per il rivale è talmente forte che farsi cogliere in flagraza di reato, per una volta, sarebbe il male minore; Nomi e Amanita pensano alle nozze in cima alla Tourre Eiffel, simbolo internazionale di amore e rivoluzione (le parole chiave); Will, vero uomo d'azione del gruppo, pianifica invece missioni impossibili, mettendo con dispiacere nell'ombra personaggi come Riley (spiace, perché la deejay islandese era uno dei migliori), Lito (dimenticate le dolorose conseguenze del recente outing, e mettetici i capricci sopra le righe degli attori ispanici), Capheus (cos'è stato, ci si domanda, della sua lotta politica in Africa?). Se le scene non sono state divise così equamente tra i membri del cast, tocca ammettere quanto preziosa sia invece la partecipazione dei comprimari: Daniela, parte di un eterno triangolo amoroso, rivela forza di carattere e grande abilità con le pistole automatiche; il saggio Hernando cita Virgilio, improvvisandosi guida turistica a Forcella, e dà il titolo a quest'ultimo episodio; l'ingessato Rajan, qui in trasferta, è pronto a schiudere gli occhi davanti all'impossibile e a rendersi utile, mostrando che per il taser ci sono utilizzi e utilizzi. Nelle due ore e trenta di Amor Vincit Omnia, molte ma non abbastanza con al solito tanta carne al fuoco, sono forti i bang e le emozioni. Se la sanguinosa prima parte preferisce non andare per il sottile, scegliendo per la resa dei conti la frenesia e le esplosioni del cinema d'azione americano, ci si concede la venalità della seconda per la celebrazione di nozze pirotecniche, promesse di matrimonio che diventano un'ode ai sentimenti e alla serie stessa, feste (e orge) in grande con i brividi garantiti da Ludovico Einaudi. Un po' sovversivi e un po' turisti, sempre più famiglia, i Sensate hanno risposto all'unisono all'appello di spettatori che in fondo desideravano una conclusione tale e quale a questa. Non la più indimenticabile, non la più giusta, ma forse la più necessaria: un flash mob colorato di razze, vestiti e sfumature, senza morti tragiche di sorta o spese a cui badare, che rende felici, non amareggiati. La visione di Sense8 si conferma, perciò, strabordante in ogni dove e imperfetta. Ma mai come ora – in tempi di muri fisici e ideologici, di frontiere e porti chiusi al diverso da te, di una Parigi di nuovo nell'occhio del terrore – la famiglia più bella e varia di cui Netflix poteva vantarsi ha il pregio di regalarti qualche scampolo di fiducia, un'altra lezione di umana benevolenza, in questo nostro pazzo mondo. 
Vedere questo episodio: segno, in parte, che la lezione è stata metabolizzata; che i fan si sono uniti, come parte di uno sconfinato cluster, per un piccolo traguardo quale può essere un degno finale di serie. Che qualcosa si stia già impercettibilmente muovendo? Questo episodio era per loro, per noi, per me. Perché l'unione fa la forza e, a volte, anche il lieto fine. (7)

martedì 14 febbraio 2017

I ♥ Telefilm: Santa Clarita Diet | Sense8 - A Christmas Special

Sheila e Joel sono agenti immobiliari di mezza età e di bell'aspetto. Un quartiere residenziale in una California da cartolina. La solita villetta con giardino, uguale a quella accanto. La solita coppia felice, che si conosce dal liceo e lotta contro i capricci di una figlia adolescente. Finché, nel bel mezzo di una compravendita, Sheila non imbratta di vomito la moquette nuova. E, nel disgustoso intruglio verdastro, non scorge un organo: presubilmente, ha rimesso anche quello. Il suo cuore smette di battere. Non avverte il dolore fisico. Ha voglie irrefrenabili – dal sesso orale all'ultimo modello di un fuoristrada al di fuori della loro portata – e, soprattutto, una fame inesauribile. Manzo, pollo, tacchino: carne cruda, al sangue. Dopo avere assaggiato quella umana, però, impossibile tornare indietro. Tocca fare i conti con la realtà: la madre di tua figlia, la tua compagna da venticinque anni, è una non-morta. Non si decompone, almeno non subito. Diventa ancora più seducente, solare e schietta. Qual è il suo segreto di bellezza, si domandano le amiche invidiose? Cosa nasconde la coppia, si chiedono invece i vicini di casa poliziotti? La dieta di Santa Clarita prevede un impianto da sitcom, toni grotteschi, generosi sprazzi di nonsense e un duo affiatatissimo. Cosa non farebbe un sorprendente Timothy Olyphant, mai tanto divertito, per l'adorabile Drew Barrymore? Santa Clarita Diet, visto nell'arco di due pomeriggi, segue le vicende degli adulti – che, in cerca di una cura miracolosa, rischiano spesso di allontanarsi – e di un'adolescente irrequieta che, con il fidato amico nerd alle costole, tenta di abituarsi alla nuova conformazione di questa assurda famiglia. La patologia di Sheila, infatti, porta i familiari restanti a interrogarsi sull'istinto, la libertà, il senso del pudore. L'andamento è dei più leggeri, i trenta minuti a puntata si incastrano a meraviglia in qualsiasi momento della giornata e, tra frattaglie e scaramucce, ho riso tanto. La serie di Victor Fresco, già autore di My Name is Earl, è un Modern Family con zombie. Una commedia nera, nello stile di La morte ti fa bella, in cui qualcosa va a male e qualcosa dura. La vita coniugale richiede compromessi, piccoli pegni. Se l'amore lo pretende, poi, anche qualche sacrificio umano. (7)

Ho aspettato il ritorno di Sense8 più del giorno della mia laurea. Anche se ritorno non è, bensì un semplice speciale natalizio. Anche se toccherà pazientare fino a maggio per scoprire cos'è stato, durante la loro assenza, dei magnifici otto che due anni fa conquistavano il primo posto fra i miei telefilm preferiti. Netflix vizia, intrattiene, elude l'attesa con un contentino lungo due ore. Si fa un approfondito punto della situazione. Si fa un'ampia panoramica per chiamare all'appello i personaggi, che nel mentre hanno raggiunto un bivio e aspettano noi per decidere cosa verrà. Gli snodi narrativi non procedono oltre, in vista della prossima primavera; i protagonisti vengono individuati dai poderosi zoom delle sorelle Wachowski. La notizia dell'omosessualità di Lito, latin lover sudamericano, ha raggiunto la stampa: è outing al cenone di mamma. Sun, dirigente coreana e campionessa di arti marziali, è in isolamento: suo fratello, sangue del suo sangue, l'ha incastrata e nessuna cella è abbastanza grande per nascondersi dalle cospirazioni. Wolfgang, in una Germania sotto zero, abbraccia la vita criminale della sua stirpe; Kala, sposa indiana in vacanza a Positano, tentenna all'idea della prima notte di nozze; Capheus, al centro di un recasting che non tange, trova un rimpiazzo per il suo pulmino con Van Damme sulla fiancata. Nomi è in fuga, così come Will e Riley: rifugiati in una catapecchia islandese, i due scacciano con l'eroina le interferenze di chi li vorrebbe cavie. Siamo con loro, nati in agosto, quando spengono le candeline per i loro compleanni coincidenti e si imbrattano di glassa. alla Vigilia, fra cori gospel e rivelazioni a cui non si risponde che con l'accettazione. Al countdown per Capodanno, che prevede colpi di pistola e fuochi d'artificio in una Berlino imbiancata. Si entra in scena con Feeling Good, ammaliando, e ci si prepara ai saluti con un'emozionantissima Hallelujah. A metà, visioni dell'eredità di Daryl Hannah e il sesso di gruppo che infrange i tabù, celebrando i corpi nudi, gli intrecci di anime, i colori della diversità. Sono benvenuti nel mucchio selvaggio anche la frizzante Amanita, compagna di Nomi, e l'adorabile Hernando di Alfonso Herrera, che fa strano vedere accanto a Silvestre e senza l'abito talare di The Exorcist. Si toccano pelle contro pelle gli uomini e le donne, i bianchi e i neri, a ricordarci sotto le feste il calore, l'armonia e l'apertura (di gambe, cuori o teste che sia). Lo speciale natalizio di Sense8 seduce a colpo sicuro ribadendo i suoi punti di forza – le emozionanti scene d'insieme, le intense affinità erotiche e intellettuali, il montaggio da videoclip – e ti lascia presto, dando respiro a te che ami lamentarti dei film a tema sul Cinque e dici di andare fiero della tua misantropia, e invece no. 

domenica 30 dicembre 2018

[2018] Top 10: Le serie TV


10. Kidding
Quand'è che lo spettacolo deve continuare? Se lo chiede un Carrey in forma smagliante, rinnovando su Showtime il sodalizio con Gondry. Ci mettono l'intensità del cinema indie, un po' di stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori.

9. Killing Eve
Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre poco sul serio. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti compresi.

8. American Vandal
Un giallo con le problematiche dei nostri ragazzi e gli incastri della Christie. Un esperimento sociale che schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi osceni, dai virus intestinali, far nascere i germi della rivoluzione.

7. The Marvelous Mrs. Maisel – Stagione II
Riecco Midge, già pronta per il tour. Ha un nuovo flirt, nuovi cappelli per gli abiti da cocktail e quache difficoltà a gestire la sua doppia vita. Se si sente la mancanza dei suoi numeri di cabaret, messi da parte per lasciare spazio a personaggi con meno appeal, compensano le battute al solito fulminanti, gli invidiabili colori pastello e un'eroina contro i tabù.

6. The Affair – Stagione IV
Ci sono meno rancori, meno bugie, ma tanti segreti. Scarseggia il sesso, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti e a qualche rara caduta di stile. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato, davo già per persa.

5. BoJack Horseman – Stagione V
Sempre un gioiello di scrittura, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci. Accendete: c'è l'esistenza in onda. Magari in binge watching?

4. Daredevil – Stagione III
La serie Marvel che non ha i superpoteri ma è comunque super. Una granitica crime story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva, gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione noir atipica per il genere.

3. Homecoming
Le geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di Dolan. Esmail è andato a scuola dai migliori. E nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza sentimento; rétro eppure modernissimo.

2. L'amica geniale
Le abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate. E le abbiamo riconosciute a colpo d'occhio nella serie che doveva farcele conoscere in carne e ossa e che, per fortuna, ha compiuto il miracolo.

1. The Hauting of Hill House
Si confondono realtà e immaginazione. Si viene a patti, in una terapeutica seduta di ipnosi, con la delusione di cinque bambini impreparati al mondo esterno. Prigionieri prima di quelle stanze buie, poi del ricordo, i Crane spergiurano, falliscono, commuovono e perdonano su una via per l'elaborazione che porta dove tutto ha avuto inizio. Ci viene richiesta un'identica assenza di logica per prestare fede all'amore, per credere all'orrore. Il resto, direbbe Nell, sono coriandoli.


I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Jim Carrey (Kidding), Jonah Hill (Maniac), Charlie Cox (Daredevil);
Miglior attrice protagonista: Julia Roberts (Homecoming), Rachel Brosnahan (The Marvelous Mrs. Maisel), Jodie Comer (Killing Eve);
Miglior attore non protagonista: Vincent D'Onofrio (Daredevil), Joshua Jackson (The Affair), Alan Arkin (Il metodo Kominsky);
Miglior attrice non protagonista: Yvonne Strahovski (The Handmaid's Tale), Mandy Moore (This is us), Sissy Spacek (Castle Rock).



Muchacha sexy: Debby Ryan (Insatiable), Elizabeth Lail (You), Kiernan Shipka (Le terrificanti avventure di Sabrina);
Bello e impossibile: Daniel Sharman (I Medici), Christopher Gorham (Insatiable), Bill Skarsgard (Castle Rock);
La coppia più bella del mondo: Barden-Lawther (The End of the F***ing World), Oh-Comer (Killing Eve), Barrymore-Olyphant (Santa Clarita Diet);
Nice to meet you: Elisa del Genio e Ludovica Nasti (L'amica geniale), Eliza Scanlen (Sharp Objects), Stephan James (Homecoming).




Sing it back: I Feel You (Sense8), Shall We Dance? (The Marvelous Mrs. Maisel), Renaissance (I Medici);
Psycho Killer: Jodie Comer (Killing Eve), Darren Criss (The Assassination of Gianni Versace), Wilson Bethel (Daredevil);
Cry me a river: La morte di Jack (This is us), Il monologo di Nell (The Haunting of Hill House), L'alzheimer di Sissy Spacek (Castle Rock);
Let's talk about sex: Il ménage à trois (Élite), L'orgia di addio (Sense8), Amy Adams e Chris Messina (Sharp Objects);
Ops, I dit it again – Guilty Pleasure: You, Élite, The Generi

lunedì 24 giugno 2019

Recensione: Il nostro giorno, di David Levithan

| Il nostro giorno, di David Levithan. Rizzoli, € 18, pp. 464 |

Ci sono ritorni che aspettavi senza saperlo. È successo con Il nostro giorno: all'apparenza seguito fuori tempo massimo del romanzo di David Levithan, letto e adorato negli anni del liceo, ha temporeggiato sei anni prima di riprendere le redini del capitolo precedente – nel mentre ci sono stati un capitolo intermedio raccontato dal punto di vista della coprotagonista, purtroppo mai letto, e l'omonimo film di Michael Sucsy, sottovalutato dagli spettatori ma comunque ottimo per rinfrescarsi la memoria. Ho salutato i protagonisti a diciannove anni, così, ma allo stesso tempo, al cinema, l'ho fatto giusto la scorsa estate. Ora come allora quel finale dolce-amaro, sospeso nei forse, mi era sembrato perfetto: non sono per le precisazioni a ogni costo – mi piace il mistero dell'inspiegato –, né per il lieto fine delle fiabe. L'idea di saperne di più, onestamente, attraeva e spaventava. E se, giovanissimo ai tempi, mi fossi lasciato andare a un entusiasmo ingiustificato con la lettura di Ogni giorno? E se l'autore avesse rovinato tutto, rivangando la storia d'amore fra A e Rhiannon per un pubblico ormai fuori target? Il sospetto mi ha fatto compagnia, e mi ha fatto preoccupare, per le prime pagine. Seguito diretto del predecessore, Il nostro giorno è infatti ambientato a poche settimane di distanza dagli avvenimenti del capitolo introduttivo. Ricordiamo a grandi linee la peculiarità della trama: nel momento del risveglio l'anima di A viaggia da un corpo all'altro. A volte maschio, a volte femmina, vive la maledizione di cambiare ogni giorno pelle ma il privilegio, d'altro canto, di vestire i panni di qualcun altro. Straordinario portavoce di empatia e tolleranza, finiva per violare le regole innamorandosi di Rhiannon: sedicenne di aperte vedute che ogni giorno, qualsiasi fosse il suo aspetto, ne ricambiava i sentimenti.

Ci viene detto che le parole più potenti del mondo sono “ti amo”. E anche se penso che siano potenti, penso che questa frase lo sia altrettanto: “Ho iniziato a conoscerti, e voglio conoscerti di più”.

Per il bene di entrambi, non poteva durare. Ma, come leggiamo, si sono accorti presto di non saper fare a meno l'uno dell'altra. Anche se nel frattempo lei si è fidanzata con Alexander, il ragazzo perfetto, e ha un piede in due scarpe. Anche se lui, fedelissimo, è vittima di una violenta crisi di identità. Non ci vorrà molto per scambiarsi messaggi e canzoni in chat. Per ricascarci, lasciandosi dietro tracce inequivocabili per il piacere perverso di X: alter-ego del protagonista, è un villain in piena regola – infesta i corpi degli ospiti come farebbe una presenza demoniaca, uccide, minaccia – ma, a differenza dei cattivi da fumetto, a muoverlo sono più i dolori di un'esistenza in solitaria che i piani criminali. Ai lati opposti di una simile barricata, A e la sua metà oscura devono decidere da che parte stare; accanto a chi svegliarsi. Deve essere per forza un viaggio solitario, il loro? Cos'è giusto per i corpi invasi, e cosa per quelle anime erranti? Il nostro giorno è un romanzo maturo. Da un lato, il faccia a faccia fra i Viaggiatori porta alla luce questioni etiche e dilemmi morali, con congetture che oscillano fra filosofia, scienza e fede; dall'altro, invece, la strana relazione a distanza con Rhiannon, a ben vedere, non è tutta rose e fiori. L'adolescente è chiamata ancora una volta a giostrarsi fra amicizie e futuro, macinare chilometri in macchina, mentire. Provata dagli abbandoni e dagli andirivieni, appare più disincantata, rischiando di arrivare già stanca a incontri goduti quindi a metà. Mancarsi, però, è meglio che deludersi?

Ciò che c'è tra noi, be', di sicuro non è una cosa normale. Ma il punto, quando si ama qualcuno, è che sei tu a scrivere la tua versione della normalità. Ed è esattamente questo che faremo. […] Noi saremo onesti e condivideremo le nostre vite. Faremo dei casini e ci daremo una mano a vicenda per risolverli. Faremo degli errori, soprattutto a proposito dei nostri sentimenti. Però ci saremo, nei giorni belli e in quelli brutti. Perché io non voglio che tu sia qualcuno con cui esco, A, o che tu faccia dentro e fuori dalla mia vita: voglio che tu sia la mia costante.

Compendio d'azione e introspezione, con l'aggiunta vincente di piccoli inserti thriller, il ritorno in libreria di David Levithan conferma la sua bravura al di sopra della media in materia di Young Adult. Questa volta ha scelto una struttura polifonica di punti di vista speculari, regalandoci passaggi che appaiono veri gioielli di scrittura creativa – il soggiorno di A nel corpo di un ragazzo iperattivo, scosso da un terremoto di input chimici, o la storia parallela di due adolescenti dai sentimenti incerti a un convegno di letteratura queer –, dolcissimi appuntamenti galanti – su una panchina innevata a Central Park dove sarebbe bello invecchiare insieme, davanti ai capolavori impressionisti al Met, durante una marcia per l'uguaglianza a Washington DC –, spiragli di un mondo ben più popoloso del previsto – a sorpresa scopriamo che ci sono altri nella condizione di A, e si confessano nei forum anonimi, e lanciano preoccupanti segnali d'aiuto.

Mi sono tenuta stretta le mie storie capendo che ciascuno di noi ne contiene una moltitudine e che nessuna racconta esattamente la stessa cosa. Ciascuno di noi ha dentro di sé almeno una storia che a raccontarla ci spezza il cuore. Ciascuno ha almeno una storia in cui siamo sorpresi della nostra stessa forza d'animo e una storia che non si è mai avverata e che più di tutte avremmo voluto poter raccontare. Spesso non è colpa nostra se questa storia non è mai diventata vera; spesso siamo rimasti bloccati nell'attesa che le storie di altri combaciassero con le nostre.

Delicato e moderno, educativo senza mai salire in cattedra con inutili pretese di verità, Il nostro giorno per fortuna non dice troppo né si snatura. Diverso ma uguale, attento alle questioni di genere con l'intelligenza di sempre, nell'era della presidenza Trump torna a riflettere su sesso e identità, armonia e compartecipazione, attraverso un'ordinaria relazione fra ragazzi straordinari. A e Rhiannon hanno una nuova lezione da imparare, nuove parole per definire un sentimento che travalica i confini di amore e amicizia. Il cuore, infatti, è un organo capiente. Possiamo amare a lungo e di più, senza vincoli, a patto di non sacrificare noi stessi: non siamo fatti in fondo per consacrare la nostra vita a una sola persona, a una sola battaglia. Il sopraggiungere della mezzanotte vanificherà tutti gli sforzi? Il carpe diem secondo David Levithan passa allora da qui: un romanzo puntuale nel suo essere in ritardo, che a colpi d'arte risarcisce gli orfani inconsolabili di Sense8 – siamo tele astratte di Rothko, non forme predefinite – e, nel mese del pride, a testa alta, marcia con l'arcobaleno di tutti i suoi colori.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: P!nk – What About Us

venerdì 29 dicembre 2017

[2017] Top 10: Le serie TV


10. Fargo  Stagione I
La scoperta tardiva di un cult che si fa a puntate. Tracce permanenti di grandi interpretazioni, black humour e sangue arterioso. Nel bianco della neve. Nella memoria.

9. Big Mouth
Il risveglio degli ormoni e l'esplorazione del corpo proprio e altrui, del porno, delle insidie delle scuole medie. Il sesso, in un cartone animato con la bocca larga e la lingua biforcuta, scandalizza e diverte. Il nonsense e l'intelligenza della scrittura, su Netflix, volano altissimi. Da lassù, probabilmente ti stranno mostrando il dito medio.

8. The Marvelous Mrs. Maisel
Colori pastello, dialoghi irresistibili e una progonista meravigliosa proprio come da titolo. Scoprire se stessi, e un'inspettata vena comica, dopo un cuore spezzato. Scoprire, se in cerca di un gioiello dell'ultimo minuto, che i coniugi Palladino non sono soltato vecchie repliche su Italia Uno, Rory e Lorelai.

7. Sense8 |  Stagione II
Un girotondo a prova di misantropo. E, finché ti trasmetterà questa armonia, ti sentirai in pace con un mondo più bello, più vario, più possibile.

6. This is us
A cavallo tra una prima stagione meravigliosa e una seconda che ingrana a fatica, riconciliarmi – grazie alla famiglia Pearson – con le emozioni, e le lacrime, che non sentivo più sulla faccia.

5. Feud – Bette and Joan
La storia dei dissapori tra la Crawford e la Davis affascina e devasta. Un po' doverosa celebrazione, un po' seduta spiritica mascherata a festa.

4. Master of None |  I-II
Uno di quei film indipendenti che tanto adoro, ma a puntate. Per questo più godibile, per questo più bello ancora.

3. Big Little Lies
Non è un giallo, ma c'è un cadavere in cui si inciampa. Parla di violenza domestica, bullismo e crimini di sangue, eppure sa risultare esilarante. La commedia nera con le amiche da chick lit si affaccia sul lato oscuro della mezza età e della vita di provincia.

2. BoJack Horseman | I-IV
L'esame di coscienza di una persona in crisi di identità che si sente male da sola e peggio in compagnia. Identica a me, nel percepirsi un collezionista di sbagli: mai abbastanza. Ah, sì. Si parla in realtà di un cavallo un po' patetico, un attore decaduto, che indossa Converse rosse e un pigiama con le mele.

1. The Handmaid's Tale
L'allarme femminicidio, Donald Trump, il fondamentalismo religioso, gli omossessuali seviziati in Cecenia. La fantascienza che non sembra invenzione. Trionfano la nausea, la riflessione, l'urgenza, Elisabeth Moss. Perdono i bastardi. 

giovedì 20 ottobre 2016

Zapping #2: The Exorcist, Quarry, The Good Place

In anni di rimaneggiamenti e scarsa fantasia, l'idea del remake, infine, ha sfiorato anche L'esorcista. Horror cult visto quando non avevo ancora l'età, verso cui non ho nutrito mai chissà quale timore: reverenza, sì, perché anche a detta di chi, guardandolo, non è saltato dalla poltrona, la piccola Regan e la sua storia infernale non invecchiano mai. Tacciono i soliti detrattori, però. E, in casa Fox, il novello The Exorcist è stato accolto senza scomporsi. In parte, perché dietro a un nome che pesa c'è tutt'altro: se sia un seguito o un reboot, infatti, non è ancora chiaro. In parte, perché è una serie che spicca per discrezione e non per ascolti alle stelle. Dietro un titolo inequivocabile, un'altra storia. In una famiglia di persone devote e di buon cuore, in cui la matriarca è interpretata da una tiratissima ma convincente Geena Davis, la piccola di casa – ingenua e seducente insieme - inizia a comportarsi in maniera inquietante. Ci si appella al parroco del quartiere, giovane dalla fede vacillante, che a sua volta chiede la consulenza di un prete noto per i suoi metodi poco ortodossi. Qui e lì, a intermittenza, risuona lo storico motivetto che la produzione avrà pagato fior di quattrini per avere. Qui e lì, The Exorcist ha i suoi bei pregi: l'interpretazione di Ben Daniels, già magnetico coreografo in Flesh and Bone – il suo giovane collaboratore, invece, è il messicano Alfonso Herrera, visto in Sense8; un taglio affascinante; i serial killer fanatici che, a partire dal secondo episodio, sterminano un quartiere, strappando di netto cuore e occhi alle vittime. Cosa lo distingue, però, dallo sfortunato Damien e da quell'Outcast che, per noia, ho volentieri abbandonato a sé stesso? Cosa ha in comune con il capolavoro di Friedkin, e perché non scegliere di intitolarsi in altro modo? Sperando che trovi una sua strada e che, con il tempo, il pubblico americano decida di non cambiare canale, lo seguo volentieri. I pro che affiorano potrebbero vincere i contro, i pregiudizi e gli irragionevoli, ma inevitabili, confronti. ()

Mac, di ritorno dalla guerra del Vietnam, scopre che non c'è più posto per lui. Il padre si è risposato, la moglie l'ha tradito; gli si nega un lavoro decoroso e, in città, tutti parlano a mezza voce di uno scandalo ignominioso successo al fronte. Cosa fare, se nulla hanno potuto i vietcong, ma il destino si è accanito contro un uomo brusco, ignorante, un po' violento, ma fondamentalmente sfortunato? Non resta, perciò, che darsi su richiesta alla vita criminale. Il reduce senza speranze, ora sicario improvvisato, è il protagonista di Quarry, miniserie tratta dai premiati romanzi noir di Max A. Collins. I ritmi sono lenti, introspettivi, e gli ambienti grigi e sporchi: siamo dalle parti di un True Detective, spiegazzato, insonne, metropolitano. Sullo sfondo, gli anni Settanta dello scandalo Watergate, tornati già di moda con The Get Down e Elivs & Nixon. Ma senza lustrini, disco music, luoghi comuni. Il protagonista, eccellente, è il Logan Marshall Green che spiccava, per la bella barba e la bella faccia, nonché per l'impressionante somiglianza con Tom Hardy, nel thriller “da camera” The Invitation. Di lui - che esagera, si sporca e si spoglia, come Mortensen in La promessa dell'assassino - e di questo Quarry, giunto intanto al sesto di otto episodi, sentiremo senz'altro parlare. (Sì)

Eleanor Shellstrop, in vita, non è mai stata una santa. Bugiarda, avida, egoista. In vita, dico, perché ora è morta: investita da un camion che trasportava Viagra, nel bel mezzo del parcheggio di un grande supermercato. La sua grottesca dipartita, tra il tragico e il ridicolo, le ha permesso di occupare un posto d'eccezione in paradiso. Un aldilà su misura, progettato da Michael: braccio destro dell'Altissimo, lì al suo primo incarico. Ci sono case colorate, cieli blu, si vola e si incontra l'anima gemella planando. Ci si capisce, perché tutti parlano la stessa lingua. Ma l'architetto celeste, sbadato e inesperto, ha fatto un errore madornale. La protagonista, infatti, pecora nera, era destinata all'altra metà del cielo. Lo sanno solo lei – una Kristen Bell che ci riprova in tivù, ma con scarsa convinzione – e il suo unico amico. Manterranno il segreto? Riusciranno a renderla abbastanza gentile da meritarselo, un posto lassù? La sua presenza, intanto, scatena il caos. The Good Place, comedy con la ex Veronica Mars in cerca di nuovi ingaggi e altre mete, è un intrattenimento dei più innocui. Realizzato così così, non particolarmente divertente, da vedere solo se non si ha di meglio. Prevale, in generale, l'impressione che durerà poco. Soprattutto, la sensazione che nel “posto cattivo” ci sarebbe stato tanto, tanto di più per cui divertirsi. (No)