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mercoledì 20 giugno 2018

I ♥ Telefilm | Sense8 - The Series Finale: Amor Vincit Omnia

Abbiamo avuto una gioia lunga ventitré episodi e scarsissimo preavviso per dirgli addio. Quella cancellazione arrivata inaspettata, un fulmine a ciel sereno, e spettatori appassionati che da ogni dove apostrofavano l'ennesima scelta infelice presa in casa Netflix a suon di petizioni e hashtag. Lo davamo per spacciato – troppo costoso, troppo ambizioso, eppure così voluto dai più – ma Sense8 è tornato su gran richiesta, a un anno di distanza, soltanto per congedarsi a modo suo. Per scioglierci i dubbi sulle sorti di Wolfgang, purtroppo cavia nelle mani sbagliate; per parlarci del rapimento di Whispers, preziosa merce di scambio, e far chiarimenti sul ruolo ambiguo da sempre ricoperto da Jonas e Angelica, che dei magnifici otto erano i genitori spirituali. 
Siamo nella capitale francese e, in uno sfarzoso appartamento condiviso con amici, partner e ospiti a sorpresa, i protagonisti delle ormai sorelle Wachowski si sono finalmente e fisicamente riuniti. Devono prima salvare il tedesco in ostaggio, dato che il suo dolore è il loro dolore; poi spostarsi nella bella Napoli con i Depeche Mode in stereo, all'inseguimento del profumo della pizza, di qualche perdonabile luogo comune e dei piani di guerra della fatale Bilello. 
Kala è combattuta tra Wolfgang e il marito venuto apposta dall'India, ma scegliere non è priorità se anche l'amore è comunanza; Sun scappa dal Detective Mun, ma l'attrazione per il rivale è talmente forte che farsi cogliere in flagraza di reato, per una volta, sarebbe il male minore; Nomi e Amanita pensano alle nozze in cima alla Tourre Eiffel, simbolo internazionale di amore e rivoluzione (le parole chiave); Will, vero uomo d'azione del gruppo, pianifica invece missioni impossibili, mettendo con dispiacere nell'ombra personaggi come Riley (spiace, perché la deejay islandese era uno dei migliori), Lito (dimenticate le dolorose conseguenze del recente outing, e mettetici i capricci sopra le righe degli attori ispanici), Capheus (cos'è stato, ci si domanda, della sua lotta politica in Africa?). Se le scene non sono state divise così equamente tra i membri del cast, tocca ammettere quanto preziosa sia invece la partecipazione dei comprimari: Daniela, parte di un eterno triangolo amoroso, rivela forza di carattere e grande abilità con le pistole automatiche; il saggio Hernando cita Virgilio, improvvisandosi guida turistica a Forcella, e dà il titolo a quest'ultimo episodio; l'ingessato Rajan, qui in trasferta, è pronto a schiudere gli occhi davanti all'impossibile e a rendersi utile, mostrando che per il taser ci sono utilizzi e utilizzi. Nelle due ore e trenta di Amor Vincit Omnia, molte ma non abbastanza con al solito tanta carne al fuoco, sono forti i bang e le emozioni. Se la sanguinosa prima parte preferisce non andare per il sottile, scegliendo per la resa dei conti la frenesia e le esplosioni del cinema d'azione americano, ci si concede la venalità della seconda per la celebrazione di nozze pirotecniche, promesse di matrimonio che diventano un'ode ai sentimenti e alla serie stessa, feste (e orge) in grande con i brividi garantiti da Ludovico Einaudi. Un po' sovversivi e un po' turisti, sempre più famiglia, i Sensate hanno risposto all'unisono all'appello di spettatori che in fondo desideravano una conclusione tale e quale a questa. Non la più indimenticabile, non la più giusta, ma forse la più necessaria: un flash mob colorato di razze, vestiti e sfumature, senza morti tragiche di sorta o spese a cui badare, che rende felici, non amareggiati. La visione di Sense8 si conferma, perciò, strabordante in ogni dove e imperfetta. Ma mai come ora – in tempi di muri fisici e ideologici, di frontiere e porti chiusi al diverso da te, di una Parigi di nuovo nell'occhio del terrore – la famiglia più bella e varia di cui Netflix poteva vantarsi ha il pregio di regalarti qualche scampolo di fiducia, un'altra lezione di umana benevolenza, in questo nostro pazzo mondo. 
Vedere questo episodio: segno, in parte, che la lezione è stata metabolizzata; che i fan si sono uniti, come parte di uno sconfinato cluster, per un piccolo traguardo quale può essere un degno finale di serie. Che qualcosa si stia già impercettibilmente muovendo? Questo episodio era per loro, per noi, per me. Perché l'unione fa la forza e, a volte, anche il lieto fine. (7)

lunedì 18 settembre 2017

Mr. Ciak: Baby Driver, Rachel, Moglie e Marito, Tutto quello che vuoi, I figli della notte

Corse in macchina. Rapine. Voltafaccia e sparatorie. Cosa può spingermi al cinema a vedere un action, se non il genio di Edgar Wright? Il brillante autore della Trilogia del Cornetto e di quello Scott Pilgrim troppo nerd per i miei gusti, torna schiacciando forte il pedale. A bordo: Ansel Elgort, già ottimo ai tempi di Colpa delle stelle, e la romantica cameriera Lily James. All'inseguimento: la banda capitanata da Spacey, Hamm e Foxx – divertenti, ma quanto gigioneggianti? La colonna sonora, da incorniciare, non tace un momento. Le corse si sposano perfettamente con la maestria del piano sequenza dei titoli di testa (schivare i passanti, attraversare, portare in equilibrio i caffè non sono che una gran coreografia) e la tenerezza di quei dialoghi timidi ma dolci, da romcom, in cui Baby Driver somiglia un po' a 500 giorni insieme. Cosa, all'uscita dalla sala, mi ha fatto propendere per il nì e un briciolo di delusione? Cosa, già il giorno successivo, non mi ha spinto a scriverne? Il divertimento momentaneo, grande ma non dei più contagiosi, e la prevedibilità di una scrittura spiccia, che bada tanto alla tecnica, il giusto al cuore e poco e niente al mondo di Baby. Un delinquente di enfant prodige il cui potenziale viene banalizzato dopo la prima metà – con la sua aria da bravo ragazzo, non bellissimo, Elgort ricorda proprio un Peter Parker che tenta di conciliare pubblico e privato, sentimenti e responsabilità, con villain che vogliono per forza avere l'ultima parola (a volte, perfino la redenzione) e una lei con cui bruciare in fretta le tappe. La carica innovativa del regista, il suo umorismo british, corrono dietro al cinema americano. Non temono i cliché, quando avrebbero dovuto invece prestare più attenzione. Danno scosse in poltrona, ma dimenticano qualcosa che resti. Baby Driver è l'intrattenimento elettrizzante che avete letto altrove. Ma non mi ha fatto cambiare idea su un genere limitato, per quanto accattivante e ben musicato esso sia. Ma Wright ha fatto di meglio in passato: precisamente, tutto il resto. (6,5)

Philip si scopre erede di una fortuna alla morte del cugino. Il parente, in lettere deliranti, accusava la sua nuova moglie di cospirare contro di lui. Delirio o verità? Nel momento di fronteggiare l'usurpatrice, Philip si trova davanti una donna così cristallina da farlo dubitare, tanto affascinante da indurlo in tentazione. Ispirato a un romanzo dell'autrice degli Uccelli e Rebecca, My Cousin Rachel è una produzione britannica fatta di accenti regali, interpreti in forma, scenari mozzafiato. A metà tra il melodramma e il mistery, abbozza appena l'elemento noir e limita l'erotismo, l'ambiguità, per non allontanarsi mai troppo dal cinema elegante dell'impersonale Roger Michell. Delle intenzioni della sua protagonista, delle coincidenze grandi e piccole, la Du Maurier non svela nulla su carta. Al cinema restano un'ambiguità che perdura, ma scarso appeal. My Cousin Rachel è una caccia alle streghe; un romanzo gotico sul sospetto e l'ossessione a cui mancano in parte il pathos, in parte la fascinazione. Si arriva così a un finale amaro a piccoli passi ma precipitosamente; senza quasi decollare. Se in una particina spicca il nostro Favino, protagonisti assoluti di un corteggiamento lento e fatale sono Sam Claflin, candido e ineffabile, e lo charme di una Weisz superba. Un po' femme fatale, un po' fattucchiera, l'ultima arrivata fa tisane misteriose, ispira regali costosi e, in un attimo, fa capitombolare il padrone di casa. Come Elena di Troia, sembra crea il caos attorno. Per lei, gli uomini muiono. Dipende forse dalla sua volontà di manipolatrice? O, in pieno vittorianesimo, ci voleva poco per dare a una donna la colpa di ogni male? Quando il tarlo comincia a rodere, ogni gesto sembra simulato; ogni collana di perla, ogni festa in pompa magna, l'ennesimo furto; ogni bacio una bugia. (6)

Due bambini, una casa a Roma, tanta voglia di darsi addosso e poca di fare l'amore. Andrea e Sofia sono una coppia dai giorni contati. Lui chirurgo con un misterioso progetto in ballo, lei presentatrice televisiva. Galeotti un corto circuito e una macchina per conoscere i pensieri dell'altro, i protagonisti si scoprono cambiati dopo l'ennesimo battibecco. Sì, succede quello che capita alla mamma e alla figlia di Quel pazzo venerdì, ai liceali agli antipodi di Boygirl, e chi ne ha più ne metta. Moglie e Marito, esordio alla regia di Simone Godano, per fortuna è italianissimo. Lontano dalle classiche gag, vicino all'intelligenza che tanto ci ha stupito in sala lo scorso anno. Kasia Smutniak e Pierfrancesco Favino (esilaranti e in parte, anche se i gesti misurati di lei convincono più delle moine di lui) fanno a cambio corpo. Si sorride, e spesso si ride ad alto volume; tra le righe, si ragiona. In una commedia che ha uno spunto fantastico, ma sceglie una dimensione realistica per parlare delle contraddizioni delle donne e delle debolezze degli uomini. Per dire che la parità dei sessi esiste, con buona pace di chi si nasconde dietro un dito, e che in un amore che muore non c'è chi ha torto e chi ha ragione. Il finale che immagini è forse dietro l'angolo, ma nel mentre l'emozione – un'emozione diversa dal divertimento fine a se stesso, dallo sghignazzo – fa capolino. Durante l'amplesso, a ruoli inversi, si scoprono così la pazienza e i segreti dell'altro. L'arrivo del ciclo mestruale giustifica ogni nervosismo. Un neonato che ti si attacca al seno, ma tu sei un padre travestito da mamma, ti fa scoprire la bellezza di essere guardato così: come se fossi tutto il mondo. Tra moglie e marito, se c'è tensione nell'aria, metti la scoperta dell'empatia, la meraviglia di conoscersi daccapo, la paura di scambiarsi di posto. Il dito, mai. (7)

Alessandro, ventiduenne, vive un rapporto conflittuale con il padre e una relazione segreta con Donatella Finocchiaro, mamma del suo migliore amico. A impartirgli lezioni di galanteria e buonumore, un poeta affetto da Alzheimer. Nel suo studio, ha grattato sulla carta da parati poesie che parlano dell'amore e della guerra. Giorgio, giunto a Roma dopo l'arrivo degli alleati americani, snocciola nomi stranieri e farnetica di tesori nascosti. Chiama il protagonista con un altro nome, nei giorni no. Gli strappa qualche sigaretta a scrocco. Apprezza i videogiochi, la gioventù, e se ne circonda. Esistono ancora uomini così? Che fanno il baciamano, che chiedono il permesso prima di avvicinarsi a una donna, che credono nelle rime e nell'umanità? Si può forse imparare, applicandosi? La loro amicizia ispira lunghe passeggiate e un bellissimo confronto generzionale, con tanto di immancabile viaggio in macchina. Torna Francesco Bruni, braccio destro di Virzì, con una commedia dolce e istruttiva delle sue. Come nel precedente Scialla, i giovani e i vecchi che dialogano e si confrontano; la freschezza di un esordiente nato imparato; il contrappunto dello straordinario Montaldo, che ha ottantasette anni e non li sente. Emozionante con garbo, all'ultimo Bruni si perdona perfino la prevedibilità della seconda parte – la deriva on the road, l'epilogo annunciato – per il semplice fatto che il tuo cuore desiderava fortemente sperarci. Per il resto, tra risate e occhi umidi, un cast sincero e una sceneggiatura a modo, può trovarci davvero tutto quello che vuoi: di quel titolo, c'è da fidarsi. (7)

Un collegio per formare gli uomini di domani. Niente cellulari, professori severi e bulli mascherati, telecamere dappertutto. Giulio passerà lì le vacanze di Natale. La neve e l'isolamento non sono niente se c'è Eduardo, migliore amico che gli svela una via di fuga. Oltre il bosco, a luci spente, scoprirà l'amore di una spogliarellista dell'est, la gelosia di chi è stato lasciato indietro, un segreto che semina cattivi pensieri. I figli della notte sono i rampolli timidi e ribelli dell'esordio di Andrea De Sica – uno cognome altisonante, di cui in definitiva si rivela all'altezza, e l'incoraggiamento della critica allo scorso Torino Film Festival. Il nipote d'arte vira al genere che mancava. A metà tra il romanzo di formazione e il teen thriller, con interessanti sconfinamenti nei territori della ghost story, I figli della notte è un ibrido che convince e non. Se lo sviluppo manca di identità, in quel suo voler essere di tutto un po', sbalordisce la credibilità di un cast che eppure bada al risparmio (bravissimo il protagonista, Vincenzo Crea) e l'ineccepibile tecnica di fondo (quanta suggestione lungo i corridoi alla Shining, nei Matia Bazar che fanno da sottofondo agli spogliarelli di un club per soli adulti, in una canzone cantata senza stonature brandendo un'arma da fuoco). Opera prima inquieta e inquietante, I figli della stoffa ha idee confuse (forse ci aspettavamo la venuta di John Keating, forse qualche spiegazione in più) e stoffa da vendere. Per De Sica, da qui in poi, una strada in discesa. In questa notte popolata di spettri, assassini per caso e rabbia latente, c'è del buono. Anche se, dati i toni orrorifici, avremmo preferito la paura. (6)