venerdì 3 maggio 2019

Recensione: Non leggerai, di Antonella Cilento

| Non leggerai, di Antonella Cilento. Arya – Giunti, € 14, pp. 197 |

La letteratura è diventa una disciplina morta gradualmente, come il latino e il greco ai giorni nostri. Tutti volevano fare gli scrittori, raccontandosi in autobiografie a tavolino. Nessuno, però, voleva leggere più. Le fascette promozionali strillavano invano superlativi assoluti dagli scaffali. Le librerie ospitavano youtuber e influencer. I piccoli editori morivano per colpa dei colossi del digitale, gli ebook spopolavano prima che ci si rivolgesse direttamente ai riassunti, la carta bruciava. Siamo all'indomani di una crisi – economica, editoriale – senza precedenti. Siamo in un futuro che forse è già qui. La parola svilita, l'apparenza come unica legge. Nello skyline di una splendida Napoli distopica, fra macchine volanti e distributori di proiettili, promesse d'immortalità e social network che inneggiano al tempo perso, si staglia una scuola superiore intitolata alla memoria di Pino Daniele. Tutt'intorno, rioni fatiscenti e una criminalità in rapida evoluzione, mentre la tecnologia avanza di pari passo alla disinformazione. Gli adolescenti del quartiere Sanità, i cui pensieri sono messi costantemente al vaglio da un governo che intanto tutto spia, seguono svogliatamente lezioni proiettati sulle lavagne digitali, consegnano videocompiti scopiazzati qui e lì, si descrivono alla classe con appositi trailer di presentazione: in molti casi, hanno lasciato l'asilo a dodici anni.

Non ve lo dirò mai abbastanza: voi non dovete avere idee! Ormai, i libri sono estinti e questo rischio non lo correte più, ma a ogni angolo, a ogni svolta un'idea è in agguato! Vi sembrerà piccola, ingenua, insignificante... Un'innocua trasgressione, una passioncella... […] È una bomba! È un mostro pronto a divorarvi, a rovinarvi la vita, a impedirvi ogni felicità!

Help, la protagonista, non è l'eccezione alla regola: un abbondare di tatuaggi indelebili – rami fioriti sulle braccia, segni di punteggiatura sui polpacci muscolosi – e un appartamento al quinto piano, circondato perennemente da ponteggi e impalcature, che raggiunge per sfida con cavi e rampini. Ha sprezzo del pericolo e dell'autorità, e qualche volta puoi vederla sfrecciare o arrampicarsi con il suo inimitabile giubbotto: un capo acquistato dal cinese all'angolo, con il disegno di un drago sulla schiena. L'amicizia con Farenàit, l'ultima arrivata in classe, è l'ennesimo rischio da correre: perché la ragazza, nascosta dietro le sciarpe ingombranti, ama le ragazze e le fotografie dei defunti. A Napoli non si legge, infatti, e la morte è un tabù: nessuno ne parla, nessuno presiede ai funerali dei propri cari. Figurarsi allora la follia di trafugare la tomba di una sconosciuta per pura curiosità. E di scoprire nella cassa da morto cinquanta libri proibiti: i migliori, a memoria d'uomo, prima che la narrativa e la saggistica sparissero dai nostri radar. Sfrontata, autoironica, semplicemente irresistibile, Non leggerai è l'avventura di due ragazze che sperimentano così un linguaggio segreto. Si infatuano della vampira Carmilla, diffidano dal Grande Fratello di Orwell, sognano i tesori di Stevenson, identificano i concittadini sgraditi con gli usurai di Dostoevskij, sognano le attrazioni fatali di Cime tempestose, parafrasano il Bardo nei corridoi. La letteratura – una ribellione contro l'inerzia, uno schiaffo all'apatia – le invoglia a nutrire idee tutte loro. E le mette nei guai.

Ma cosa ci piace? Il divieto che affrontiamo o le storie che leggiamo?

Il lessico forbito e quei congiuntivi azzeccati potrebbero suonare sospettosi alle orecchie di due antiquari senza scrupoli o a quelle di Cazzimma, figlio del temibile camorrista O'Russ, a capo di una baby gang che coordina l'intera delinquenza minore. Essere attratti dal proibito, però, inevitabilmente significa anche quello: ficcare il naso nei libri polverosi, e lasciarsi sedurre da prose per cui vivere o morire. La prima volta dell'affermata Antonella Cilento con la narrativa per ragazzi, all'interno di una nuova collana da tenere d'occhio, è una chicca da non lasciarsi sfuggire. Una satira per ogni età, ricca di fantasia, che parla ora il dialetto stretto di Elena Ferrante, ora il linguaggio della ribellione secondo Ray Bradbury. Ha uno stile scoppiettante, un manipolo di personaggi che fan subito simpatia e un'estetica a metà fra quella dei Manetti Bros e l'animazione di Alessandro Rak. Tutto si è ribaltato. I giovani scappano altrove, gli adulti fanno lavori da pischelli, le nonne governano la casa armate di cucchiarella e aiutano a sbarcare il lunario attingendo alla pensione. Ipnotizzati dai cellulari, ignari di cosa siano l'inchiostro o perfino la pellicola, i ragazzi del futuro – tristemente simili ai troppi Millenials che oggi si sognano star di Instagram – hanno trasformato le catacombe in discoteche e rinunciato di buon grado alla privacy. I bibliotecari sono novelli terroristi. Lo spirito d'iniziativa, il male nel mondo.

Una società che vive stando allo specchio muore.

A distanziarci da questa Italia futuribile ci sono davvero tre generazioni? È possibile contare su un destino alternativo, senza trasferirsi in invidiabili bunker o salpare per isole esotiche? Meno cupa dei colleghi scrittori che ci hanno raccontato catastrofe ambientali o donne al macello sotto il giogo dei padroni uomini, ma non per questo meno preoccupante, la leggerezza di Antonella Cilento ci fornisce una via di fuga in anticipo attraverso lo strumento migliore. Un libro sui libri, che fa allungare all'inverosimile le whishlist – che vergogna: al momento ho letto pochissimi dei titoli rinvenuti nella cassa da Help e Farenàit – e andare ancora più orgogliosi di essere topi di biblioteca, parte di una specie ormai in via d'estinzione. Se la fame vien mangiando, infatti, la voglia di mettersi in salvo vien leggendo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ligabue – G come Giungla

mercoledì 1 maggio 2019

I ♥ Telefilm: Special | Bonding | This is us S03 | Santa Clarita Diet S03

La routine di un ragazzo fuori dall'ordinario. Il lavoro, gli amici, l'amore. Cos'è successo: il ritorno di Atypical è forse giunto in anticipo? La domanda sarebbe lecita davanti a una produzione, originale soltanto in teoria, che ricorda un po' la comedy sulla sindrome di Asperger, un po' Please Like Me. Qui, però, si parla di un altro disturbo: il protagonista ha una paralisi cerebrale sin dalla nascita. Qui, soprattutto, si parla senza filtri di troppo: il protagonista, realmente disabile, è eccezionalmente anche l'autore del tutto. Otto episodi brevissimi nell'arco dei quali Ryan O'Connell trova il coraggio di intenerirci e infastidirci, fra momenti di debolezza e gesti di egoismo. Ventotto anni, senza un impiego, convive con una mamma single che si è annullata in nome del troppo affetto e con un dramma niente affatto trascurabile: benché dichiaratamente omosessuale, spigliato e carino com'è, Ryan non è mai stato a letto con nessuno. Dall'avvio di uno stage presso una testata online alla perdita della verginità, galeotti i consigli di una strabordante migliore amica, non passerà molto. Il protagonista, in barba al politicamente corretto, minimizza sulla propria condizione: la zoppia di cui al lavoro tutti chiacchierano, colpa di un fantomatico incidente stradale. Si affida all'esperienza di un gigolò che, in una sequenza esplicita ma dolcissima, gli svela i segreti del contatto fisico infischiandosene dell'arrivo del principe azzurro. Ha la schiettezza di mostrarsi odioso, bisognoso, nel rapporto di co-dipendenza con la bravissima Karen Hayes, combattuta fra il ruolo di mamma a tempo pieno e i bisogni di cinquantenne ancora libera e piacente. Storia dal taglio classico e dai temi quanto mai consolidati, la serie Netflix mostra i lati amabili e quelli più spigolosi di un ragazzo egocentrico e autosufficiente soltanto in teoria. Forse osa poco, se non in quella prima volta sotto lauto compenso, ma il tocco di O'Connell – che con il beneplacito dei produttori sceneggia e interpreta, raccontando senza ipocrisie quel che ruota attorno alla disabilità -, appare speciale come da titolo. (7)

Lui è un aspirante comico gay, con scarsa esperienza tanto in materia di palcoscenici quanto di uomini. Lei è una studentessa di psicologia che a lezione non dà grandi confidenze ai compagni ma, sotto il cappotto, nasconde stivali al ginocchio, bustini e gatti a nove code. Migliori amici ai tempi del liceo, quando costituivano ben più che un'elettiva coppia di perdenti, si ritrovano non senza imbarazzo, non senza secondi fini, dopo essersi salutati di fretta durante la notte del ballo. Se la fatale Zoe Levin è una dominatrice con una fitta schiera di clienti sulla busta paga, lo spiantato Brendan Scannell gli fa da assistente improvvisato pur di sbarcare il lunario. Il sesso paga: soprattutto se lo si ama strano. Il sesso ha spettatori affezionati: soprattutto se lo manda in onda Netflix, in episodi di quindici minuti a cui è impossibile resistere. Nel solco di Sex Education, educazione sentimentale da bollino rosso, arriva così anche Bonding: la commedia nera contro il tabù, che promette di fustigare e scandalizzare gli spettatori, senza mai dimenticare una generosa dose di cuore. Goderecci eppure raramente volgari, espliciti ma senza scene di nudo, gli episodi godono di una scrittura degna delle produzioni britanniche: a tratti siamo nei territori di The End of the fucking world, ma è l'America odierna quella che si staglia oltre le stanze rosse della Levin. Pelle lucida, legacci, catene. Fiotti d'urina, fantasie di percosse e rapimenti, giochi di ruolo. Il coinquilino falsamente macho è attratto dall'idea della stimolazione prostatica, una coppia borghese cerca consulenti d'urgenza – il capofamiglia, infatti, si eccita soltanto con il solletico –, qualcuno considera pornografiche le marce dei pinguini. Come da copione, non mancano le richieste assurde, i clienti sopra le righe e i dialoghi sboccati, ma neanche approfondimenti psicologici degni d'attenzione: i protagonisti, infatti, aiutano gli altri a sentirsi liberi, ma sono i primi a vivere nell'anonimato di una doppia vita; a nascondersi nel non detto. Vicenda di solitudini siderali, di gente che ferisce per non essere ferita, Bonding è una terapia per combattere la prigionia delle inibizioni. Come gestire un'identità alternativa con il rischio che le strade della studentessa e quelle della dominatrice si incrocino? Come operare nel settore del sesso quando il contatto umano terrorizza? Gettato il frustino, bisogna imparare a farsi dominare. Per costruirsi un amore su misura. Per mantenere salda un'amicizia decennale. (7+)

Ogni famiglia, perfino la più unita, conosce momenti di crisi. È successo anche a quella di This is us. Se la seconda stagione era riuscita a sorpresa a difendersi – il rischio: quello di non replicare le emozioni della precedente –, la terza non ha ripetuto il piccolo miracolo. Non potendo più contare né sullo svelamento della tragica dipartita di Milo Ventimiglia né sull'elaborazione di una Mandy Moore inspiegabilmente tagliata fuori dalla stagione dei premi, i nuovi episodi si trascinano un po' – nonostante gli approfondimenti e gli ingressi dell'ultimo minuto, per fortuna, non manchino. Degni di nota, in particolare, i flashback ambientati in Vietnam: quando Jack, il capofamiglia, aveva un misterioso fratello al fronte interpretato da un ottimo Michael Angarano. Mentre Kevin indaga sulla scomparsa dello zio, i fratelli Randall e Kate si danno il cambio alternando gioie e dolori. Il primo, improvvisatosi politico, rischia di mandare all'aria il matrimonio con la fedele Beth. L'altra, invece, si è resa protagonista di una gravidanza a rischio. Jack e Rebecca, al centro di linee narrative che ormai cominciano a incastrarsi a fatica con le storie delle generazioni successive, regalano qualche sospiro garantito (ma scontato) con vecchi appuntamenti, parole non dette, acciacchi della terza età. Il ritmo, poco incalzante, ne risente. Gli episodi, per la prima volta da quando la serie va in onda, si sono accumulati in una cartella del mio portatile. Da quando l'appuntamento con This is us non è più un'urgenza? Da quando inizia a girare in tondo, attorno al cuore di una questione già bella che sbrogliata. Da quando questa famiglia americana si è fatta più conflittuale e incostante, più vicina alla mia nel bene e nel male, privandomi del sogno impossibile di farne parte. La crisi è giunta prima del settimo anno. Finirà, magari grazie a sceneggiatori meno adagiati sugli allori e ai benefici della terapia? (6,5)

A proposito di famiglie in crisi. A proposito di serie al centro di piccole grandi battute d'arresto. Come dimenticare le tragicomiche degli Hammond? Lui umano, lei non-morta. Ufficialmente: agenti immobiliari in quel di Santa Clarita. Un ridente sobborgo in cui niente è come sembra e i vicini, a dispetto delle apparenze, nei momenti giusti sanno voltarsi dall'altra parte. Abbastanza da credere alle bugie dei protagonisti, di glissare sulle loro stranezze. Abbastanza da non accorgersi che Drew Barrymore è assetata di sangue, mentre il servile Timothy Olyphant le fa da braccio destro giacché innamoratissimo. Anche in questo caso, dopo un prosieguo di buon livello, la commedia splatter targata Netflix ha rischiato di annoiarmi. Di trascinarsi con svolte poco convincenti, in una terza stagione copia-incolla delle precedenti. Spiace dirlo, ma l'arrivo di dieci episodi aggiuntivi non regala nuovi spunti. Spiace dirlo ma, benché appunto dispiaccia, la cancellazione non mi ha stupito. Santa Clarita Diet non scade, non peggiora, non delude. Resta sempre lo stesso, e purtroppo non è un pregio, come quella zombie che mangiando esseri umani si mette in salvo dalla decomposizione. La figlia si rende utile, ma l'FBI la torchia e il migliore amico trema per l'ansia da prestazione. Il marito tenta di proteggerla entrando a pieno diritto nella schiera dei Cavalieri di Serbia. E lei, al solito, semina in giro corpi smembrati e guai: ben propensa a trasformare gli altri, si immusonisce davanti ai tentennamenti di Joel, un Olyphant pur sempre irresistibile. Chi non vorrebbe essere immortale? A che prezzo, però, se tocca darsi al massacro – anche se di alcuni loschi neonazisti – per mantenersi giovani per sempre? Sempre macabro e scoppiettante, il mix di generi non può contare più sull'effetto sorpresa delle prime volte né sull'alchimia indiscutibile fra i due padroni di casa. La sceneggiatura, a proposito di autori pigri, non fa passi avanti. Quanto poteva durare restando sempre sopra le righe, sempre la fotocopia di un successo sì meritato ma mai bissato? Davanti a quel finale spiazzante, eppure, la curiosità c'era. Resterà sempre il dispiacere per l'avvenire degli Hammond, che probabilmente non conosceremo. Le colpe, questa volta, non sono imputabili soltanto ai tagli di Netflix. Ma a una commedia cannibale che ha il pane – temi originalissimi, grandi mattatori, ironia e sangue in quantità – e non i denti. (6)

lunedì 29 aprile 2019

Recensione: Le sette morti di Evelyn Hardcastle, di Stuart Turton

| Le sette morti di Evelyn Hardcastle, di Stuart Turton. Neri Pozza, € 18, pp. 526 |

Il thriller mi piace contemporaneo. Cinematografico, scabroso e cattivo. Saltando i classici Conan Doyle e Agatha Christie, nel mio apprendistato di lettore ho bruciato le tappe fondamentali arrivando in anticipo ai fiumi di sangue e ai detective dalla coscienza macchiata. Il giallo all'inglese, tutto supposizioni e dita puntate, insomma, non mi attrae. A meno che, come in questo caso, non presenti uno splendido incentivo. Sono stati un colpo di genio e uno strappo alla regola a portarmi nella sala da ballo di Stuart Turton. Un esordiente ingegnoso e sfacciato che alza l'asticella del rischio, unendo al rigore di Assassinio sull'Orient-Express i viaggi temporali di Auguri per la tua morte e le reincarnazioni new age di Ogni giorno. Lo stile: di quelli semplici e funzionali, senza grandi fronzoli, interessati più ai fatti che ai personaggi. Ogni parola dell'autore britannico, infatti, è al servizio di una storia di rara complessità: una descrizione in eccesso, una digressione in più, rischierebbero di ostruire un meccanismo a orologeria che, purtroppo o per fortuna, bada alla sostanza e non alla forma.
Alle undici in punto, durante la festa organizzata per il suo ritorno dal collegio a Parigi, Evelyn Hardcastle si sparerà un colpo in pancia mentre la notte è squarciata dalle scintille dei fuochi artificiali. Chi l'ha spinta a tanto? Come si collega il suo destino al delitto di diciannove anni prima, quando un guardiano e un complice mai consegnato alla giustizia uccisero a sangue freddo il fratellino Thomas? Tutti hanno segreti e moventi. Tutti hanno alibi incrollabili. Tutti hanno scheletri nell'armadio, ben agghindati come si confà a una festa in maschera. I padroni di casa sono stranamente assenti. Gli invitati contano il peggio dell'aristocrazia locale: stupratori, strozzini, spacciatori di laudano, cacciatori e cacciati.
Questa girandola temporale dalle leggi da scoprire, assurde ma sorprendentemente coerenti, ci fa presto suoi grazie ai capitoli brevi e a una scrittura scorrevolissima, nonostante la narrazione ad ampio respiro a tratti possa mettere alla prova.
Le sette morti di Evelyn Hardcastle è una lettura cervellotica, claustrofobica, forse mai sperimentata finora. Una macchinazione cosmica dalla mente lucida e il cuore di ghiaccio con idee fuori dall'ordinario, molto fumo soffiato negli occhi e innumerevoli comprimari dai ruoli non indispensabili. La festa organizzata dai tenutari è una commemorazione o un castigo? Il labirinto rappresentato dalla magione in stato d'abbandono, maestosa ma sfiorita, è fisico o simbolico? Autentico luogo dell'anima, Blackheath House è una bolgia infernale che costringe un narratore a senza identità a un gioco implacabile: risvegliarsi giorno dopo giorno nel corpo di un ospite diverso, così da acciuffare l'assassino dall'alto di una fantomatica visione d'insieme.

Quanto bisogna sentirsi sperduti per lasciare che sia il diavolo a condurci a casa?

Ora nei panni di un medico, ora in quelli di un maggiordomo, a volte rampollo dedito al vizio e altre sbirro squattrinato, il protagonista fa propri i fardelli dei corpi che lo ospitano – la vecchiaia, il peso fisico, i pensieri impuri – e rischia di perdersi per sempre. Ma anche di guadagnare vantaggi, una saggezza aggiunta, per battere ad armi impari i suoi rivali. Da quando è intrappolato lì, giorni mesi o anni? Cosa lo muove, l'amore o la vendetta? Può fidarsi di sé stesso, se non conosce nemmeno il suo nome? Dalle identità degli altri prende in prestito i pregi e i difetti, l'indole, facendo che le sue più anime convivano contemporaneamente. Lo stesso misfatto, così, può essere studiato da punti di vista speculari. Per notare i dettagli compromettenti, additare il killer e cambiare lo status quo uscendo dal loop.
Otto giornate, sessanta capitoli, cinquecentoventi pagine totali. Tre uniche costanti: la presenza della sfuggente Anna, personaggio fisso che non compare né fra gli invitati né nel personale di servizio; il Medico della peste, uomo mascherato che a tempo debito farà da cicerone e consigliere; il lacchè, sociopatico infallibile che minaccia di freddare con puntualità ciascuna incarnazione.

Il futuro non è un avvenimento, amico mio, è una promessa, e non saremo noi a violarla. È questa la natura della trappola che ci tiene prigionieri.

Non servono tutti gli ospiti. Non servono tutte e otto le giornate. Non servono tutti i figuranti. Inutilmente caotico, senz'altro eccessivamente affollato, il thriller paranormale è all'altezza delle proprie ambizioni, ma cavilli, colpi di scena e complessità strutturali sono insieme un pro e un contro: nel tempo potrebbero renderlo abbastanza oscuro, infatti, da non farcelo ricordare nel dettaglio. Abile a confondere i sensi, tuttavia, risulta un'indagine assolutamente scoppiettante la cui particolarità è un'arma a doppio taglio. Se Turton la padroneggia con maestria, al contrario potrebbe far incontrare qualche ostacolo al lettore più incostante: rischieremmo di perderci, in tal caso, un finale che fa la differenza. Le sette morti di Evelyn Hardcastle è una messinscena di maschere impassibili e attori navigati, di conti da saldare e regole infrante in nome del perdono, che nell'impensabile scioglimento si arricchisce perfino di riflessioni dai toni filosofici. Sul perdono. Sull'espiazione. Su gironi danteschi in cui in fondo non vediamo l'ora di smarrirci, pur di ritrovarci.
Armatevi di tempo e pazienza da vendere. Lasciate da un lato penna e taccuino: le congetture non funzioneranno. Fra pregi e difetti, ne sarà comunque valsa la pena. Da Blackheath House, se c'è una cosa garantita, si esce cambiati. Il resto, resta enigma.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa – Labyrinth

venerdì 26 aprile 2019

Recensione: Ora che sono Nato, di Maurizio Fiorino

| Ora che sono Nato, di Maurizio Fiorino. E/O Edizioni, € 16,50, pp. 184 |

Qual è il colmo per un bambino di nome Fortunato? Essere l'ultimogenito in una sciagurata famiglia del sud Italia. Di comune accordo, infatti, hanno scelto per lui un nome augurale, ma il protagonista – il più piccolo di tre figli – non ha mai avuto esistenza facile fra le modeste mura di casa. Il destino ha un beffardo senso dell'ironia. La vita sembrava essere ben altra cosa prima della sua nascita: di certo migliore. Betta e Tonio, studenti fuori sede, sono ormai fuori dal nido. Mamma Tina si è fatta nevrotica e amareggiata, fra misteriosi colpi della strega, diaboliche vampate di calore e attacchi di tosse di chiara natura psicosomatica. Papà Peppe, scaramantico ai limiti del macabro, voleva costruire un impero di acqua e farina – un panificio ai limiti della città, con la speranza di esportare focacce e rosette fragranti in tutto il globo terracqueo – ma non sono bastati gli scongiuri: corna e grattate poco possono contro il fallimento di un'attività imprenditoriale che, purtroppo, non va in porto. Gli affari andavano a gonfie vele prima che il protagonista venisse al mondo. Si andava in vacanza, e non in pellegrinaggio in quel di San Giovanni Rotondo. Nelle foto ci si metteva in posa con sorrisi all'apparenza sinceri. Cos'è andato storto? Perché i genitori dormono in camere separate, prigionieri di una relazione ventennale intessuta di bugie, gesti di sopraffazione e sfrontati spernacchiamenti? Perché l'affetto per Fortunato, detto amichevolmente Nato, non è stato abbastanza intenso da rendere l'ultimo arrivato un miracoloso collante? Al complesso di inferiorità di un ragazzino mosso dalla consapevolezza di non essere nato da un'autentica storia d'amore, aggiungete due segreti da fronteggiare con l'arrivo dell'adolescenza: Non è la Rai e le hit delle Spice Girls.

«Papà».
«Dimmi».
«Cosa è successo dopo la mia nascita?».
«In che senso?».
«E come se... come se fosse sparito qualcosa».
«Dove».
«Nella famiglia».

La pecora nera della famiglia Goldino sogna di trasferirsi al liceo classico e, rimasto a casa da solo, nel bel mezzo di una crisi economica e coniugale senza diretti precedenti, ammazza la noia canicolare rubando le gonne a fiori di Tina: le cuffie del walkman nelle orecchie, e vai di piroette, salti e spaccate. Le lezioni di danza, però, può frequentarle soltanto nascondendosi dietro la scusa fittizia dei problemi di scoliosi: Billy Elliot avrebbe carriera difficile in una regione imprecisata che, tra me e me, per tutto il tempo ho immaginato come la Calabria di Maurizio Fiorino. Terzo romanzo dell'autore e fotografo trapiantato a Milano – è suo, ad esempio, il bellissimo scatto in copertina – ma primo pubblicato con il beneplacito di un grande editore, Ora che sono Nato è una storia di formazione dal retrogusto autobiografico. Quello che Mine vaganti e Dillo tu a mammà ci hanno lasciato appena intravedere. Cosa scatta nell'animo irrequieto di un figlio del Mezzogiorno, con uno scheletro nell'armadio a forma di Ambra Angiolini? Omosessuale lontano dal dichiararsi, Nato scandaglia impietosamente gli effetti collaterali delle famiglie infelici: luoghi di manipolazione psicologica, covi tossici di anatemi e ricatti tipici della commedia nera, sono né più né meno che agglomerati casuali di perfetti sconosciuti. Per diventare indipendente – e trovare il proprio posto a tavola e nel mondo inesplorato – deve fare a meno dei Goldino, dannosi tanto insieme quanto separatamente. Sul cammino dell'affrancamento: le estati al Lido Aurora, dove sperimentare i primi palpiti per l'impossibile Nello e le confidenze con Dimitri, orfano ucraino che non si vergogna affatto di atteggiarsi a vamp del quartiere con i suoi Chupa Chups a tema e gli anellini luccicanti; l'inimicizia con Sergio, bullo con un futuro da guida spirituale della cristianità; un viaggio forzato in una Parigi all'ombra di Notre Dame, in cui le tragicomiche dei Goldino raggiungo il significativo punto di non ritorno. Limpido, divertentissimo e immediato com'è, il romanzo ha l'incomodo di un epilogo troppo sbrigativo a minarne la compiutezza. Un'opportunità che cala bruscamente dall'alto, una sensazione di fretta.

Forse abbiamo tutti il nostro modo diverso di dirci che ci vogliamo bene.

La crescita interiore di Nato avrebbe avuto bisogno di qualche capitolo in più. Lo conosciamo bambino, lo lasciamo diciannovenne. Mi piacerebbe che tornasse a parlarci della sua seconda vita dopo il punto fermo messo alla fine del romanzo. Vorrei sapere cosa ha raccolto, dopo ciò che ha seminato. Come vanno gli attacchi d'ansia e le morse allo stomaco. Come va l'amore. Se è felice oppure no, se finalmente è più sé stesso, alle prese con una vita su misura. 
Ora che sono Nato si conferma, nonostante tutto, una commedia agrodolce su una casa senza santi in paradiso; l'apprendistato di un brutto anatroccolo che in queste pagine rischiara le ombre sinistre dei genitori, danza fra i paradossi, si appresta a rinascere crescendo. 
Un toccasana, dopo lo stress della laurea e delle festività in fila indiana, una forzata reunion familiare, il freddo eccezionale di un mese di aprile sbucato direttamente dai rigori dell'inverno. Mentre la lettura di una bella storia vera, intanto, suggeriva già l'estate.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Space Girls – Viva Forever

martedì 23 aprile 2019

Recensione: Bye bye vitamine!, di Rachel Khong

| Bye bye vitamine!, di Rachel Khong. NN Editore, € 17, pp. 185 |

Le feste in famiglia sono una trappola per topi. L'ho sperimentato in prima persona io, in queste vacanze di Pasqua in cui i miei piani di fuga sono stati smantellati da una reunion che, nell'insofferenza generale, ormai si protrae ininterrottamente dal giorno della mia laurea. L'ha realizzato Ruth, trent'anni da poco compiuti, che con la scusa del Natale nell'aria ha viaggiato da San Francisco a Los Angeles per fare compagnia ai genitori solitari. La sua pausa dal lavoro durerà più a lungo del previsto: resterà con mamma e papà anche una volta giunto il tempo di mettere via decorazioni e luminarie. Per tutto l'anno successivo. Il motivo? Il brillante Howard, professore di storia con qualche macchia sulla reputazione, sta perdendo sé stesso. L'Alzheimer mangia cellule cerebrali, dignità, ricordi, e alla primogenita spetta un compito tanto ingrato quanto sentito: prendersene cura per un po', restituendogli il favore di averla cresciuta suscettibile e orgogliosa. La convivenza forzata, prevedibilmente, avrà alti e bassi. L'uomo qualche volta smarrisce la via di casa e i vestiti; a volte è in vena di tenerezze, altre di cattiverie gratuite. Non esce dal suo studio, al punto che tocca passargli tranci di pizza da sotto la porta. Non ricorda il primo appuntamento galante con la moglie – donna prosciugata dalle richieste del marito, anche se clinicamente sana – e confonde candidamente la madre dei suoi figli con le amanti frequenti, collezionate fra colleghe e studentesse. Come ignorare le carte di divorzio già firmate nel cassetto della scrivania? Come dar torto a Linus, fratello minore che dice di non voler sapere nulla di loro, se durante l'adolescenza si è sorbito liti furiose e tradimenti reiterati? Come far sì che Howard si senta ancora utile per la comunità, quando i problemi con l'alcol lo avevano già reso un insegnante inaffidabile all'università?

Che oggetti d'amore imperfetti siamo, e che imperfetti donatori. I motivi per cui ci prendiamo cura l'uno dell'altro possono non avere niente a che fare con la persona di cui ci prendiamo cura. C'entra solo come eravamo noi insieme a quella persona – cosa sentivamo per quella persona.

Bye bye vitamine! è la dichiarazione programmatica della famiglia Young: per metà cinese e per metà americana, durante la lettura se ne va in cerca di una dieta equilibrata e di una routine tranquilla. Il rosmarino ha proprietà benefiche, i broccoli e i semi di lino contengono antiossidanti, le meduse surgelate del minimarket orientale sono ricchissime di proteine, le pentole d'alluminio sono l'incubo di ogni salutista che si rispetti! In città potresti incontrare John Travolta e Brad Pitt. Al dipartimento di Storia, invece, un assistente con il potere di far dimenticare gli sgarbi di un ex storico, Joel. Le visioni di reality show e televendite potrebbero essere disturbate da incendi o terremoti. In casa, come si fa in presenza di bambini troppo curiosi, vanno nascosti gli oggetti contundenti, chiuse a doppia mandata le porte e schermate le prese della corrente. Dopo Meglio sole che nuvole, quasi a scatola chiusa, mi sono trovato mio malgrado a leggere un'alta autobiografia travestita da romanzo. Il diario giorno per giorno di una convivenza difficile e inevitabile, che poco mi ha entusiasmato nel mentre – colpa di una scrittura cronachistica, aneddotica –, nonostante a fine lettura gli riconosca una straordinaria delicatezza.

Darei:
Tutti i soldi che ho. Tutti i miei denti. Quello speciale dollaro d'argento che mi ha dato tuo nonno, dicendo che avrebbe avuto un valore di 300.000 dollari quando tu saresti andata al college. Darei tutto, qualsiasi cosa, pur di tenerti qui.

L'esordio di Rachel Khong non ha i tecnicismi di Still Alice, le lacrime copiose di In viaggio contromano, le risate leggerissime di Heidi. Ho trovato, insomma, che poco aggiungesse al tema della dimenticanza. Ma quanta dolcezza, quanta violenza, in questo dialogo a parti invertite! Una collezione di momenti quotidiani, di attimi ora preziosi e ora superflui, sulle mancanze dei figli e la vulnerabilità dei nostri genitori. Il tutto, dal punto di vista di una figliol prodiga che vuole superare una delusione amorosa rendendosi utile per il prossimo. Che, per sdebitarsi, vuole assumere provvisoriamente il ruolo di tutrice dei suoi stessi genitori. Mettersi a dieta, infatti, è un toccasana per corpo e mente. Rendersi indispensabili fa sentire meno inutili. Tornare a dormire nella stanzetta in cui siamo cresciuti, la nostra esistenza ormai ferma a un bivio, ci trasforma in bambini.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Calcutta – Paracetamolo

sabato 20 aprile 2019

Pillole di fumetti: The end of the fucking world (Charles Forsman) | Questa è la stanza (Gipi)

The end of the fucking world, di Charles Forsman
001 Edizioni, € 16, ★★
Li ho conosciuti e adorati sul piccolo schermo. Li aspetto ormai da due anni per una seconda stagione annunciata a ciel sereno. James e Alyssa, parte di un'adorabile coppia di sociopatici, mi mancavano abbastanza da volere dare un'opportunità alla loro controparte cartacea: il fumetto di Charles Forsman, ispirazione per i primi otto episodi, se ne stava abbandonato sul comodino di mio fratello, a casa per le vacanze pasquali. Breve com'è, la curiosità di sfogliarlo ha comportato necessariamente leggerlo in un'ora scarsa di un giorno d'inizio settimana. Diciamolo subito: i tratti minimalisti e scarni da rivista satirica non sono per tutti. Non per me, che del fumetto ho imparato ad apprezzare di pari passo illustrazioni e contenuti. I buffi schizzi antropomorfi dell'autore britannico, apparsi inizialmente a puntate sul web e poi raccolti in un volumetto unico, sono proprio i fidanzatini criminali in fuga dalla provincia stagnante. Lui, dopo un'infanzia passata a uccidere e sezionare furtivamente gli animali del vicinato, sperimenta senza grande convinzione il sollievo dell'amore. Lei, finalmente distante da mamma incostante e patrigno manesco, raggiunge un padre biologico che non vincerà mai la palma di genitore dell'anno. Loro, teneri e sconsiderati, s'imbattono in assassini, satanisti e segugi armati di distintivo luccicante. Hanno quasi diciotto anni e, per farsi beffe dell'apatia, si fanno forza grazie all'illusorietà della prima volta: impossibile, forse, per degli squinternati dal cuore d'oro. La lettura non si è rivelata delle più memorabili, anzi. Mi è parsa un'occasione sprecata che, per fortuna, Netflix ha saputo far fruttare con intelligenza e ironia. I protagonisti appaiono in Forsman meno approfonditi, meno problematici. Abbozzati e bidimensionali tanto quanto il tratto a matita del fumettista che li ha ideati, sono irrisolti e sconosciuti fino all'ultima pagina. Dov'è il loro background? Dov'è il punto di vista di Alyssa, ridimensionato all'inverosimile per questione di brevità? The End of the fucking world, su carta, purtroppo non lascia granché. Né ricordi, né speranze, né sollievo, in una spirale di violenza e nichilismo senza senso. Meglio la versione telefilmica, sì. Con due attori più gradevoli (ma non troppo) di questi bizzarri sgorbi in bianco e nero. Con due personaggi più puliti (ma non troppo) dei disperati spruzzati di sangue che, nello spirito di alcune produzioni indipendenti, non troveranno mai riparo dall'apocalisse profetizzata nel titolo.

Questa è la stanza, di Gipi
Coconino Press, € 10, ★★★
In un celebre saggio la scrittrice Virginia Woolf raccontava il lusso e l'importanza di possedere una stanza tutta per sé. La necessità di un cantuccio personale si fa sentire anche durante l'adolescenza, nella provincia italiana degli anni Ottanta. Quando Giuliano e i suoi amici scalcagnati, che suonano musica da ragazzacci e a volte frequentano brutti ceffi, si vedono prestate le chiavi di un modesto garage. Con quello che un garage – fucina di note e possibilità, scrigno di un futuro quanto mai in forse – per un adolescente può rappresentare a livello più profondo, metaforico. I protagonisti hanno brutti tagli di capelli, bassi frastornanti e sale prove improvvisate. Ce li racconta il solito Gipi acquistato in edicola lo scorso inverno, che questa volta attinge a man bassa alla propria giovinezza: a quattordici anni, infatti, era voce e tastierista in una band hardcore. Giovanile, scorrevole, freschissimo, Questa è la stanza è la sua prima opera che mi ha ricordato meno la suggestione del romanzo e più la sveltezza del fumetto. I colori restano tenui e uniformi, da mirare e rimirare. La vicenda, invece, è di quelle sui migliori anni: l'andamento, insolitamente lineare, presenta qui e lì toccanti cenni personali. Nella descrizione della mamme arcigne e dei papà sognatori è impossibile non scorgere quel vissuto che, titolo dopo titolo, ho imparato a conoscere come le mie tasche: il padre dell'autore era morto da poco. Questa è la stanza è una commedia musicale energica e genuina, nello stile di Sing Street, che funziona come lettura a sé meglio delle altre opere di Gipi – complesse, confinanti, collegatissime. Ma è soprattutto un altro modo per concedersi un'occhiata alle spalle, al passato; per pensare agli incoraggiamenti e agli insulti a mezzavoce di genitori indimenticati che forse non conoscevano la Woolf, no, ma il bisogno di una via di fuga sì. Meno sperimentale che altrove, troppo educato per parlare di rock, questo Gipi minore incanta comunque con pennellate appena accennate e moltissime parole in armonia. Dove i capitoli sono scanditi da canzoni che parlano di noi, di loro, ma soprattutto di lui. Dove la musica leggera ha una stanza per farsi arte e un suo peso specifico.

mercoledì 17 aprile 2019

Recensione: Breve storia amorosa dei vasi comunicanti, di Davide Mosca

| Breve storia amorosa dei vasi comunicanti, Davide Mosca. Einaudi, € 17, pp. 200 |

Un detto dice che sarebbe meglio non giudicare un libro dalla copertina. Dal momento che la saggezza popolare non ha mai menzionato i titoli – la scusa giusta per lasciarsi tentare a scatola chiusa dall'acquisto di un romanzo? –, mi sono innamorato inavvertitamente di quello di Davide Mosca. Dietro l'ultima fatica dell'autore genovese, noto soprattutto per i numerosi thriller storici pubblicati qualche anno fa con Newton Compton, c'è un concetto bellissimo e un cambio di genere, di editore, che incuriosivano. In un'intervista ho letto della lunga gestazione del romanzo, un libricino sì di duecento pagine scarse ma dalle tematiche delicate, e del modo inconsueto per proporlo agli editori: Mosca e il suo agente letterario hanno voluto inviarlo in forma anonima, così che si scegliesse di puntare sulla forza della storia e non sul nome di un autore già affermato presso il grande pubblico. C'erano premesse vincenti quanto basta. C'era, come dicevo, uno spunto toccante: lui in sovrappeso, lei anoressica, s'innamorano a modo loro e sfidano la bilancia, scoprendo sin dall'incipit di essersi magicamente compensati dopo un anno di frequentazione.

Le favole non esistono. A meno che tu non ci creda.
Ce n'è una su un uomo di ventiquattro anni, che ha trascorso l'ultimo rincantucciato in casa, a ingozzarsi e a covare un romanzo che non avrebbe mai visto la luce. [...] Lei lavora nel ristorante di famiglia e nel tempo libero frequenta l'ultimo anno di liceo. Cominciano a parlare. Continuano a parlare. Parlano, discutono e s'amano per sei mesi, o almeno ci provano. […] Che sia l'inizio o la fine non importa a nessuno dei due. Nemmeno io crederei a questa storia, se non fossi quell'uomo.

Peccato che Breve storia amorosa dei vasi comunicanti, non ne faccio misteri, mi abbia deluso presto sia dal punto di vista stilistico, sia per lo sviluppo di una storia d'amore a ben vedere basica e poco coinvolgente. Di quelle di cui, nota l'idea di base, conosci automaticamente anche il resto. Come nelle migliori commedie indipendenti, Remo e Margherita s'incontrano e scontrano per caso. Si piacciono senza dichiararselo. Qualche volta si baciano, ma non si considerano né amici né amanti, ma tutto insieme. Lui, che a ventiquattro anni ha già sforato il quintale, ha bruciato in fretta le tappe fondamentali: ha esordito in libreria da enfant prodige, è andato a convivere con Sara all'università e ha sperimentato la depressione in un infelice anno sabbatico che gli ha fatto perdere il lavoro, l'ispirazione e la fidanzata storica. Ha guadagnato soltanto chili aggiunti. Un corpo irriconoscibile, nascosto nelle tute larghe o nell'isolamento, che gli ha creato imbarazzo su un aereo di linea per Madrid e durante il sesso. Remo ha vissuto intensamente, al punto da risultare adulto: anzi, vecchio. Da ex cicciottello mi sono riconosciuto nella sua vergogna – ammetto fuori dai denti di avere tutt'ora paura di tornare a indossare i miei vecchi vestiti –, ma ho venticinque anni e non conosco miei coetanei che parlino come lui. La voce narrante ama le frasi a effetto e le sentenze da libro stampato. Irritante perché poco credibile, non trova pace fra le pretese autoriali di Mosca e passaggi particolarmente stucchevoli – una frase, ad esempio, ci rivela come la salita altro non sia che una discesa guardata dal punto di vista sbagliato –, che non giovano a uno sviluppo già di per sé troppo aneddotico e ondivago. Lei, che italianizza per volere imperscrutabile il nome della protagonista femminile di Lupin, è una maga nel conteggio delle calorie e nel salto del ciclo mestruale: figlia di un ristoratore con il problema dell'alcol, frequenta il bar Atene – sbucato, per stile e arredi, da un capolavoro di Federico Fellini – ma ordina soltanto caffè amaro e acqua frizzante.

Fu quella sera che conobbi Margherita. 
Non chiedete mai di lei. Finireste per innamorarvi.

Si conosco lì, circondati dalle amiche di lei e dai vecchi compagni di scuola di lui, e ogni occasione è buona per prendersi una pausa dallo studio matto e disperato: le ragazze, diciottenni, preparano la maturità e proseguiranno gli studi a Genova. Anche Margherita, inutile dirlo, parla per citazioni sconosciute e sofismi. Il romanzo adotta toni da manuale di autoaiuto e costringe il protagonista a scampagnate dell'ultima ora, a gite fuori porto, lungo un appennino ligure verso cui Margherita punta con la curiosità di una bambina iperattiva: alla voglia di viaggiare, si affiancherà anche quella di mangiare?

Ciascuno racconta la propria guerra, ma ciascuno è la propria guerra. Di quel particolare genere che non si può vincere.

Dopo Tutto chiuso tranne il cielo, Breve storia amorosa dei vasi comunicanti è un'altra lettura a proposito del fare pace con il cibo e con sé stessi. Di fame di altro, nonché di una ritrovata leggerezza. Dopo Due fiocchi di neve uguali, è un altro romanzo sulla falsa riga del primo Paolo Giordano: come la Calosso, altra delusione incrociata quest'anno, si poggia a personaggi distanti dalla mia sensibilità e a capitoli sconnessi. Il principio dei vasi comunicanti predica l'equilibrio perfetto. Assicura che due contenitori collegati tra loro bilanceranno la quantità del loro contenuto. A Capodanno Remo peserà di meno, così, e Margherita di più. C'è qualcosa di più romantico? Davide Mosca, per me, non individua i personaggi giuste e le giuste proporzioni. L'equilibrio, promesso ma infine mancato, rende il suo cambio di rotta un'occasione parzialmente sprecata. C'è qualcosa di più frustrante?
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Motta - Quello che siamo diventati