mercoledì 8 novembre 2017

Pillole di recensioni: Il cacciatore di sogni (Sara Rattaro) | Mangiare la paura (Antonio Ferrara)

Titolo: Il cacciatore di sogni
Autrice: Sara Rattaro
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 173
Prezzo: € 15,00
Il mio voto: ★★
A Sara Rattaro, autrice scoperta e apprezzata più di qualche anno fa, ho rimproverato negli ultimi romanzi – storie al femminile, solitamente, con cuori messi a nudo e sentimenti intensi – il troppo indugiare sugli stessi temi, negli stessi dolori. Esisteva una Sara leggera, serena, diversa? Dopo L'amore addosso, piaciuto ma con moderazione, l'autrice torna a distanza di qualche mese con l'inatteso Il cacciatore di sogni. Un romanzo diverso, finalmente, perché pensato per un pubblico di ragazzi. La biologa abile con i casi di coscienza e i drammi, con la complessità della natura umana, racconta partendo da uno spunto semplicissimo il suo primo amore: la scienza. Chi era Albert Bruce Sabin, e quanto gli dobbiamo? Quale sorpresa poteva trovare su un aereo in volo un adolescente dei primi anni Ottanta, se infortunato e con passeggeri interessati unicamente alla presenza del Pibe de oro a bordo? Luca, di ritorno da Barcellona con mamma e dispotico fratello maggiore, ha il sogno del pianoforte, un braccio rotto e un vicino di posto d'eccezione. L'uomo, barbuto come Babbo Natale, racconta e si racconta. Le proprie origini ebraiche, la fuga negli Stati Uniti, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e il desiderio di vincere la morte – nella New York raccontata da Philip Roth in Nemesi, la poliomelite causava infatti più stermini del conflitto a fuoco. Ho saputo di più sul padre del vaccino, mi sono confrontato con la Rattaro inedita in cui confidavo da un po', ma Il cacciatore di sogni – brevissimo, anche se impreziosito qui e lì da belle illustrazioni – è un romanzo che non fa sognare. Divulgativo, sintetico, agiografico. L'effetto Wikipedia: sfiorato, ma vinto dai parallelismi tra le infanzie lontante di Luca e Albert, e da pagine più ispirate, in corsivo, collocate in apertura e in chiusura. Ai tempi del giornalino scolastico avevamo questa rubrica intitolata "Intervista impossibile". Il confronto a quattr'occhi con il medico polacco somiglia troppo a quel timido esperimento di un liceale che ora chiacchierava con Dante, ora con William Shakespeare. Non sa uscire dall'omaggio, per quanto importante e sentito. Non sa allontanarsi dal confine limitante dei banchi di scuola.

Titolo: Mangiare la paura
Autore: Antonio Ferrara
Editore: Il battello a vapore – Vortici
Numero di pagine: 144
Prezzo: € 12,00
Il mio voto: ★★½
Irfan, tredici anni, viene allevato per diventare un martire della fede. Per lasciarsi morire a comando e distruggere i nemici dell'Islam col fragore di una detonazione. Prega, studia, cucina, guida. Ultimo di tre figli, con una mamma cagionevole e un nonno che ha perso la voglia di raccontare favole, alla scuola coranica sperava di imbrogliare la povertà. Trova invece percosse, violenze fisiche e psicologiche, e un'idea di religione diversa da quella che gli hanno spiegato in famiglia. Dove Allah non voleva il male di nessuno, non di certo l'odio che i suoi maestri gli insegnano quotidianamente a suon di scudisciate: piegando, così, la religione a loro uso e consumo. Ci sono personaggi che scappano da una guerra all'altra, nel romanzo di Antonio Ferrara, e tutto appare loro come un gioco pericoloso. Una routine fatta di versetti e di levatacce faticose, una porta serrata da cinque lucchetti che nessuno dovrebbe aprire. Farsi esplodere procura gloria, centomila rupie e un biglietto di sola andata per il Paradiso. La tragica educazione del protagonista ha lo stile stringato e lapidario di un mantra, di chi tenta disperatamente di autoconvincersi di una cosa sbagliata. Simula la naturalezza del parlato rinunciando al lirismo, o banalizza forse troppo? Ferrara non fa male quanto dovrebbe. In Mangiare la paura c'è il tema, infatti, ma non il resto: una scrittura che sia all'altezza. L'idea perde così la sua importanza, la sua potenza, a causa di un approccio semplicistico e di pagine inconsistenti. Più che il romanzo di un ragazzo kamikaze, sembra il suo compito per casa; un tema. Bastano le buone intenzioni, mi domando, per cambiare il mondo di Irfan? Bastano, soprattutto, per scrivere un buon libro per ragazzi? 

lunedì 6 novembre 2017

Recensione: La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren

| La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren. Fazi, € 18,50, pp. 332 |

Una vita sacrificata per contrastare la propria natura e frenare voci di corridoio che già una volta hanno distrutto una famiglia infelice, una sudata carriera accademica. Harlan, allenatore sportivo sulla soglia dei quaranta, alla Prescott ha finalmente trovato se stesso e quella che somiglia alla normalità. L'università di provincia, baluardo di lungimiranza e impegno sociale negli spietati anni Settanta, accoglie di buon grado quelli come lui: lebbrosi, diseredati, pariah. Omosessuali contro le leggi e Madre Natura. Siamo nell'epoca dello Stonewall, di Harvey Milk, delle marce e della rivoluzione sessuale. L'arrivo di tre nuovi studenti – capaci atleti messi alla porta per presunti comportamenti immorali – infrange corazze ed equilibri di fortuna. Il represso Harlan – con una ex moglie, due figli, bruschi modi da marine e sperimentazioni sessuali clandestine – è chiamato a esporsi, a mettersi in gioco. In ballo: il futuro di quelle giovani promesse che puntano all'oro olimpico e che, tra jeans a zampa d'elefante, tatuaggi e squallidi sfottò, fanno parlare e sparlare. Il pericolo: rischiare che l'attrazione fisica verso il promettente Billy, cresciuto sano e rispettoso da un avvocato liberale e da una mamma drag queen, si trasformi in qualcosa di molto più profondo. Mettere in gioco, così, anche il cuore? Non tutto il mondo è la Prescott, nel romanzo cult di Patricia Nell Warren. Pubblicato in segreto ormai quarant'anni fa, risulta ancora urgente e attualissimo – a questo, leggevo in rete, sono seguiti due capitoli di minor risonanza. Ci sono le domande inopportune della stampa. I pianti e le recriminatorie di partner deluse e madri redivive. L'intollerenza, mascherata oggi da comoda indifferenza, delle istituzioni sportive. Il pensiero delle unioni civili e di lasciare un'eredità, un segno nel mondo, generando un bambino del miracolo. Il timore degli attentati terroristici, i controlli a tappeto negli stadi, dopo il loro Martin Luther King e il nostro allarmismo dilagante.

Per il momento, corro e ti amo, e questo è tutto quello che voglio fare.

La corsa di Billy è una storia sotto il segno dell'Acquario, dell'amore e dell'oro olimpico, dove si disputa la corsa della vita – e dell'amore. Corre veloce, ma la violenza di più. Gli Stati Uniti cercano qualcuno che porti alta la loro bandiera a Montreal. La sessualità di Billy, due occhi intelligenti dietro gli occhiali a fondo di bottiglia e piedi come il fulmine, è un disonore per un Paese bellicoso e conservatore. Il corridore diventa suo malgrado una sfida vivente. Un simbolo inequivocabile, e non quello che l'America sperava. L'autrice, che ha ispirato generazioni di lettori e lettrici, descrive la famelica New York gay di quegli anni, le lotte in tribunale e una struggente storia tra due che si scelgono, nonostante gli sberleffi di un mondo ben lontano dall'accoglierli. La narrazione, scorrevole e mai compassata o pudibonda, conosce paradossalmente più di qualche rallentamento quando lo sparo al cielo annuncia l'inizio delle gare. Il sudore gocciola in rivoli sulle facce, le scarpette scattano furiosamente, i cronometri vengono azionati in perfetta sincronia, ma lo sport raccontato dalla Warren – penso invece al bellissimo Open, letto appena qualche mese fa – e la troppa politica tra le righe coinvolgono meno della relazione tra Harlan (all'inizio il classico americano medio) e Billy (al contrario, in pace con se stesso e seguace convinto della nonviolenza). Con buona pace della critica, però, ricorderò i due con meno intensità degli iconici cowboy di Annie Proulx o dei poetici villeggianti di André Aciman. I protagonisti cedono ai loro bisogni con istinto animale, all'aperto:  quasi a farsi beffe dell'ipocrisia altrui, del terrorismo psicologico che vorebbe renderli sconosciuti. Mettono il piede in fallo e cadono nella voragine dell'amore – in inglese, luogo non meno concreto e sfiancante di una pista agonistica. Vivono, poi, tutti i passaggi cruciali di una candida routine trascorsa insieme: una relazione da legittimare con un semplice e da cui far nascere, magari, il sogno impossibile di altro amore ancora.

Se lui ricorreva allo yoga per prepararsi mentalmente alla gara, io ricorro a lui. Billy corre dentro di me.

Dietro la copertina di una ristampa rosa shocking, resta così una vicenda impastata di rabbia e lacrime, con il passo abbastanza lungo – e i pensieri ancora di più – per bruciare il traguardo nello sprint finale. Su chi cade, tampona sputi e stanchezza con la manica della giacca, e si rialza barcollando un po'. Su chi si vuole bene e lo ostenta, perché incontrarsi e volersi è un'altra vittoria da celebrare sul podio. Sullo spettacolo delle rivincite, e di qualche uomo che si ama.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Hozier – Take Me To Church

venerdì 3 novembre 2017

I ♥ Telefilm | Stranger Things - Stagione 2

Per molti serie senza rivali dello scorso anno – nel mio personale listone, aveva saputo scalzarla all'ultimo momento soltanto l'impenetrabile The OAStranger Things era una magia di cui tutti attendevano il ritorno e le scintille. Avrebbe fatto nuovamente il suo incantesimo, non tradendo grandi amici e piccoli brividi? Avrebbe convinto ancora, così come assicuravano le impressioni della stampa? Sui social mi è scappata in anticipo qualche parola amareggiata di troppo. Perché, diciamolo subito, per me la seconda stagione non ha né mantenuto né raddoppiato l'effetto nostalgia. Finendo per deludere, in una maratona di pochi giorni con i colori di Halloween per le strade del centro e, in poltrona, un'emozione in ritardo imperdonabile. A Hawkins, Indiana, il male è come a Derry: di casa. I campi seccano misteriosamente, i raccolti di zucche muiono. C'è qualcosa di marcio nel sottosuolo: una porta da cui si riversano i mostri e il caos che Eleven ha rallentato, non fermato. Tornata dopo l'uscita di scena dello scorso finale di stagione, la punta di diamante del cast vive isolata in una cascina irraggiungibile nei boschi: si fa crescere i capelli, sperimenta il punk e l'eyeliner e, ora con il pensiero e ora sulle proprie gambe, va in cerca di sé e delle proprie radici familiari. Will è tornato, ma contagiato dal male: ha una nuova sensibilità, un diverso sentire, complici vaneggiamenti inquietanti che forse non sono che finestre sul futuro. Gli sta accanto un Mike incapace di arrendersi alla perdita dell'amica, mentre Lucas e Dustin sono alle prese con un triangolo sentimentale (che guaio, i boccoli rossi di Max, l'ultima arrivata in città) e un animaletto domestico di dubbia provenienza. I bambini, tra sale giochi e feste a tema, si mettono nei pasticci. Gli adolescenti chiedono vendetta per Barb e chiarezza sui loro sentimenti. Gli adulti, impavidi o sprovveduti, scendono nei covi più reconditi a loro rischio e pericolo. Quest'anno Stranger Things non sorprende, neppure in episodi conclusivi in cui sembra ritrovare parte di quello che si è perso. Indecisa tra la tentazione di ricalcare furbamente aspetti della sua istantanea iconicità (una mappa tappezza il soggiorno in sostituzione alle famosissime luci natalizie, Should I Stay or Should I Go è di nuovo in cuffia) e il bisogno di rinnovarsi (citazioni che questa volta spaziano dai più sanguinosi L'esorcista e Evil Dead, la dimensione individualistica sfortunatamente preferita ai pregi della collettività), la serie Netflix porta avanti diverse storyline e dimentica la bellezza dei momenti d'insieme, tanto toccanti anche nell'ultimo It. I protagonisti appaiono riuniti soltanto nel frettoloso e blando scontro finale. Nessuna prova attoriale impressiona, lì dove invece, in passato, ci sono stati premi o menzioni: una Winona Rider sopra le righe trova la compagnia di Sean Astin, ma perde la meraviglia di un ritorno in grande spolvero; Millie Bobby Brown vince il mutismo, si fa più graziosa a vista d'occhio, ma i suoi occhi espressivi suggerivano più di mille strepiti. I Duffer Brothers rinunciano alla realizzazione di qualche episodio; lavorano per accumulo. Aprono porte e parentesi soprannaturali, mettendo tanta carne al fuoco: dimenticata lì, poi, per le stagioni che saranno. La puzza di fumo insospettisce però. Stranger Things è tornato, ma poco coeso. Più solitario, più pasticciato. A malincuore, perché così sottotono questo Sottosopra? (6,5)

mercoledì 1 novembre 2017

Recensione: Stoner, di John Williams

| Stoner, di John Williams. Fazi Editore, € 15, pp. 332 |

Durante lettura di questo romanzo sono stato malissimo. Non so quanto la malinconia di questi giorni dispari sia scaturita dalla storia raccontata da John Williams, quanto da un vaso di Pandora di tristezza scoperchiato inavvertitamente. Scrivo della mia ultima lettura di getto, così, sperando che smetta di bruciare un poco. Non so se ho letto Stoner perché stavo male, o se stavo male perché leggevo Stoner. Nonostante l'amarezza della premessa, giuro che il romanzo – pubblicato con scarsa risonanza cinquant'anni fa e acclamato in tempi recenti come moderno capolavoro della narrativa americana – non è dei più disperati. Solenne e raffinato, con passi di un lirismo commovente, scorre in realtà meglio di quanto avessi immaginato. Tanti dubbi infondati, prima di iniziarlo, pensando di non cogliere la grande bellezza nel logorio di questa vita modesta; di non esserne all'altezza.

Era arrivato a un’età in cui, con intensità crescente, gli si presentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata.

Cinquanta pagine, invece, ed ero già innamorato della fragile routine di William Stoner. Prima l'infanzia nei campi con una piccola famiglia d'estrazione contadina; poi i poco ispirati studi di Agraria e gli anni da matricola trascorsi in una soffitta in affitto; infine un'epifania, la scoperta inattesa della Letteratura e le timide gioie della carriera accademica, fino a un pensionamento doloroso, da rimandare il più a lungo possibile. Nel mezzo: il matrimonio senza amore con Edith, donna pallida e infelice che passa il tempo chiusa in camera da letto o a rimproverargli ogni singola mancanza; una figlia, Grace, che purtroppo non saprà proteggere dal fallimento; un'amante lasciata andare via, nonostante le vane proteste del cuore; amici fidati sulle dita di una mano e l'aperta ostilità con un collega, incapricciatosi per una nota di demerito al suo pupillo. Stoner racconta, da una nascita senza grandi strepiti a una morte altrettanto silenziosa, l'esistenza a testa bassa (ma con gli occhi pieni di cose) di un professore di provincia votato alla mediocrità. Di quelli naturalmente trattenuti, che si guardano le mani quando parlano e non hanno un'opinione per tutto. Le guerre arrivano e passano, e lui non se ne accorge. Si seppellisce nei test da correggere, nelle ricerche, e riemerge dalle carte soltanto al momento dei pasti e dei funerali. Diplomatico ai limiti dell'indolenza, senza spirito patrio né nobili intenti. «Felice di tanto in tanto», scrive l'autore, soprattutto nella sacralità di uno studio brutalmente invaso dagli ammodernamenti dell'antipatica Edith.

Il passato sorgeva dalle tenebre e i morti tornavano in vita di fronte a lui, e insieme fluivano nel presente, in mezzo ai vivi, tanto che per un istante aveva la percezione di stringersi a loro in un’unica, densa realtà, da cui non poteva e non voleva sottrarsi. Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni.

William Stoner sono io. Quando mi sento ospite nella mia stessa casa, perdo il controllo e aspetto che gli eventi capitino. Quando non so cosa fare, o ho semplicemente perso la strada per arrivarci. Quando aspetto che la vita mi cada in testa, come un sasso o un aeroplano. Non mi sta bene questa giovinezza, no, ma ho perso lo scontrino. L'ho ammesso a me stesso di recente. Non mi piace dove sta andando a parare. A volte mi siedo, con lo stomaco vuoto, e scopro di aver dimenticato quale direzione avessi scelto per lei. Mi sono fermato a metà, per un'eterna sosta che è diventata poi casa mia. Muovo un passo dopo l'altro, non sapendo quel che sarà domani. Non quello che vorrei comunque, perché non ho gettato le basi giuste, non l'ho costruito, e l'arrivo dell'inverno mi sorprenderà gelandomi. Ho ventitré anni, e già sono Stoner. Quanto esaltarsi per quella vita senza infamia e senza lode, quanto rimproverare alla mia: che paradosso. Leggendo ho conosciuto lui, ma anche me stesso. Mi sono riconosciuto. Gli ho voluto bene fino all'ultimo, in un romanzo lungo un esame di coscienza, e ho ripreso a volermene. Mi sono perdonato.

«Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos'è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. […] Ci servono dei pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev'essere.»

Qualcuno potrebbe dire che siamo pagine vuote, ma guardate che poesia ci scrive sopra John Williams. Più che un autore, uno di quei fotografi che fanno il miracolo di coglierti distratto, al naturale, bello come non ti eri visto mai. E sono io, domandi? Sì, sei tu. 
Senza ritocchi in postproduzione, senza filtri: solo con la luce giusta. Quanto è abusata l'espressione: è uno dei romanzi della mia vita. Ma, perdonate la scontatezza, questo lo è davvero. Di quella vita noiosissima e bellissima che non ho mica chiesto io, ma tant'è. Che non farà la rivoluzione, mi ha detto una persona cara, ma la differenza per qualcuno. Stoner sono io, sì, e in fondo anche tu.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Brunori Sas – La verità 

lunedì 30 ottobre 2017

Recensione: La lotteria, di Shirley Jackson

| La lotteria, di Shirley Jackson. Adelphi, € 10, pp. 82 |

Giugno significa lotteria, e lotteria significa l'intero paese radunato in piazza con il fiato sospeso per l'estrazione finale. I bambini giocano coi sassi, le bambine si stringono pudiche alle sottane delle mamme, gli adulti parlottano scambiandosi ricordi e aneddoti sulle origini di quel rito diventato ormai tradizione irrinunciabile. Cosa si vince, se la (mala) sorte è dalla tua? Soprattutto, cosa si perde?
Una donna si fa bella il giorno delle nozze. Va verso i quaranta e, non più fresca come in gioventù, si preoccupa maniacalmente del trucco e dell'abito giusto. Tutto è pronto, ma manca lo sposo. Gli lascia un biglietto in cucina, semmai non dovesse trovarla a casa rientrando, e si mette in cerca. Un uomo alto e biondo, con un completo blu da scrittore e un mazzolino di crisantemi in mano. Qualcuno l'ha visto? Dov'è, chi è?
Un medico apre il suo studio a una paziente sull'orlo di una crisi di nervi. Agitata, mette in discussione il suo matrimonio, una società bella che votata alla spersonalizzazione e la realtà stessa. Il medico presta ascolto, serio. Chi aveva bisogno di un consulto più urgente: la donna, suo marito, o il dottore stesso?
Due attempate signore vanno a cena da sole, lasciando a casa i consorti. Parlano dei figli all'università e spettegolano degli altri commensali. Si godono le portate principali e l'intrattenimento in sala. Non soltanto orchestra e ballerini, ma anche un sinistro spettacolo di ventriloqui. Perché trattare un fantoccio come fosse vero?

Una volta c'era un detto, "Lotteria di giugno, spighe grosse in pugno".

Quattro racconti brevi o brevissimi per avvicinarsi al mondo misterioso e grottesco di Shirley Jackson: scomparsa presto, con pochi romanzi a carico, eppure considerata maestra di vita e scrittura dal sommo Stephen King. Apprezzarne a primo impatto lo stile inappuntabile, il senso di attesa, il modo graduale – soprattutto nei primi due racconti, i migliori: gli altri, infatti, mi sono parsi esercizi stilistici senza strascichi e bivi – in cui la trama si snoda in vista del finale. Questa conoscenza preliminare intriga, ma non soddisfa un lettore da sempre poco attratto dal formato esiguo del racconto. Non fa eccezione la Jackson, eppure esemplare come dicono i suoi eredi spirituali. I racconti contenuti in La lotteria sono sottilissimi, inspiegabili, strani. Non tornano. L'irritazione è da indirizzare alla sola Adelphi, allora. A un'edizione troppo costosa per il poco che offre, che rifiuta i preamboli e le prefazioni. Sfugge infatti il senso della silloge, che attualmente è la sola della Jackson in commercio – fuori catalogo, pare, una raccolta Mondadori molto più ricca di storie e dettagli. Come sono stati scelti questi racconti, pubblicati in momenti e luoghi diversi? Qual è la cornice pensata dai curatori? Se sgradite e simili domande incalzano per tutto il tempo, finiscono con l'intaccare l'illusione e la suggestione. Togliendo forza, purtroppo, agli interrogativi posti dalle quattro singole trame. A volte destinate a un bagno di violenza, altre un elegantissimo nulla di fatto. In cui, ancora una volta – ed è una volta di troppo, per sole ottanta pagine –, le risposte ci si negano.
Il mio voto: ★★★

venerdì 27 ottobre 2017

Mr. Ciak - Speciale Halloween: 1922, It Comes at Night, Leatherface, Annabelle 2, Berlin Syndrome

Il sommo Stephen King ha potuto soffiare sulle sue settanta candeline con la pace nel cuore. Quest'anno, l'autore horror storicamente maltrattato nel passaggio dalla carta alla pellicola è stato infatti fortunatissimo. Non soltanto un It all'altezza delle aspettative, infatti, a scacciare i prevedibili flop di The Mist e La Torre Nera. Complice Netflix, hanno gridato lunga vita al Re prima Mike Flanagan, poi questo 1922 uscito all'ombra del più pubblicizzato Pennywise. Ispirato a un racconto non di mia conoscenza, il film del promettente Zak Hilditch è la tragedia americana che forse non ci si aspetta. Un irriconoscibile Thomas Jane, uomo avido e tutto d'un pezzo, sgozza Molly Parker con la complicità del figlio adolescente. Se la moglie sognava la di città, i negozi alla moda, i protagonisti – strenuamente legati a una terra che neanche era la loro, a relazioni di buon vicinato che purtroppo non passeranno l'inverno – salvaguardano quella loro esistenza umile, dimessa, a costo della vita altrui. Il cadavere della donna di casa è lì, che si deteriora nel pozzo. Il tarlo dell'ossessione somiglia a un'orda di ratti che si riversano dagli interstizi e dalle tubature. Rosicchiano i nervi, tormentano le anime. Tutto precipita, e la violenza chiama violenza. Non se ne esce: mai. Il bene che fai porta fortuna, si dice. E il male? Dramma della coscienza lugubre e marcescente, che di horror ha soltanto i picchi della colonna sonora e le significative visioni di morte, 1922 è il King rètro che aspettavamo senza ansie. A tratti, eppure, sembra John Steinbeck. Di uomini e topi si parla, letteralmente. E della confessione senza fondo di un uxoricida messo a dura prova dagli agenti atmosferici e dal senso di colpa, in un quattro lunghe stagioni che, mentre sei impegnato a contarle, ti rubano sotto gli occhi i membri della famiglia – uno per uno – e l'illusione fantasma della prosperità. (7)

Un padre, una madre, un figlio. La minaccia del bosco e, quando il sole picchia, passeggiate con i fucili puntati. Contro un misterioso contagio che ha condotto gli Stati Uniti alla rovina, si resiste facendo affidamento alle leggi della famiglia e alle maschere anti-gas. Finché non bussa un estraneo, sano come un pesce, che propone una proficua collaborazione: si trasferisce lì con bambino e consorte. La convivenza mette a confronto due mondi, due coppie unite contro lo stesso pericolo senza nome. Come in un film di Shyamalan, tra gli alberi fruscia un male che non si svela mai. Il cane, intanto, latra. It Comes at Night, realizzato con costi ridotti e un cast esiguo (segnalo la presenza di Joel Edgerton, burbero patriarca, e Riley Keough, ospite così bella da spingere a pensieri maliziosi l'adolescente di casa), è un survival festivaliero girato in gran segreto. La critica americana parlava di Trey Edward Shults con un senso d'attesa parzialmente ingiustificato e paragoni esaltanti ma ingannevoli. Per quanto solido e ben scritto, assolutamente apprezzabile, il suo è un film senza grandi misteri, con la sintassi consueta del cinema indie e le ambientazioni di Into the Forest e Z for Zachariah – prodotti forse meno significativi, ma con gli stessi ritmi lenti, spaccati psicologici di insindacabile accuratezza e un'amarezza diffusa. Cosa succede se, in un cottage con le finestre sbarrate e le assi alla porta, in realtà è notte anche in pieno giorno? Fanno il loro ingresso il disagio, lo stare fissi sul chi va là, e non c'è arma che possa proteggerti dal sospetto dell'altro e dagli equilibri che, inevitabilmente, la novità della convivenza infrange. La paura dell'esterno li confina in un ambiente teso, claustrofobico, in cui il mostro è un loro simile. Riflessioni sparse, non troppo originali ma mirate, di un horror psicologico (o meglio, sociologico) che diventa prima campo di battaglia tra il dentro e il fuori; poi guerra civile che, in pochi metri quadri, logora e divide. (7)

Ricevere una motosega come regalo di compleanno. E, tra gli applausi e le incitazioni dei parenti, metterla in moto e rivolgerla contro il primo malcapitato. Piccoli assassini crescono, nell'ennesimo film ispirato ai mostri del compianto Tobe Hooper. Ci si guadagna, così, una scontata adolescenza in un ospedale psichiatrico, nonostante il gran scalpitare della matriarca Lili Taylor. E da quell'istituto che non disprezza l'elettroshock e le maniere forti, una notte, si scappa in tanti con un piccolo pretesto, trascinandosi dietro un'infermiera costretta suo malgrado a fidarsi del più docile tra loro. La struttura on the road e i personaggi depravati, trucidi, ricordano il primissimo Rob Zombie o Robert Rodriguez. Sulle loro tracce, gli agenti Stephen Dorff e Finn Jones – senza troppe sorprese, più selvaggi e cattivi della gang di psicopatici in libertà. C'è un interessante cambio di rotta nel momento in cui prima si invertono i ruoli di potere, poi cambiano bruscamente le preferenze dello spettatore. Gli inseguitori diventano inseguiti, o viceversa. I cattivi tenenti del profondo Texas degli anni Sessanta ci tentano, quasi, con il crimine preferito alla legge. Leatherface, film a sé sul primo amore e la cruenta adolescenza del membro più famigerato della famiglia Hewitt, è un horror dalla parte dei cattivi. Reboot trascurabile, sì, ma con la mano pesante dei registi del cult francese A l'interieur. Più europeo che americano: sporco, con sangue a fiumi, necrofilia e una trama che abbozza perfino un colpo di scena, nel tirare le conclusioni. C'è del buono, insomma, nel cattivo gusto di Alexandre Baustillo e Julien Maury. Adesso, prego, apritegli porte che non somiglino più a questa qui. (5,5)

Il prequel di uno spin-off: pessime premesse, e invece... Come il dignitosissimo Ouija 2con cui ha in comune, oltre alla cura degli interni e al fascino della ricostruzione storica, anche la presenza della piccola Lulu Wilson –, Annabelle: Creation sceglie atmosfere vintage e gli anni Cinquanta. Ci sono una casa di campagna, una famiglia addolorata per la perdita dell'unica figlia, uno spettro che utilizza il lutto e un'inquietante bambola di porcellana come canale. Ne viene fuori un horror classico, derivativo, certamente perdibile, che ha il pregio di saper cosa fare dei silenzi, dei coni d'ombra, del suo assurdo senso di attesa. Cosa si muove negli angoli bui? Perché i bambini, candidi e vulnerabili, sanno risultare eppure tanto inquietanti? Fedele alla mitologia a cui ha dato il via James Wan che qui si limita a produrre, ma presta il suo sguardo al Sandberg dell'orribile Lights Out –, il prequel gioca con lo spazio filmico e tutti i cliché del caso. Ecco le luci ballerine, i montacarichi tremolanti, le storie di fantasmi sotto le coperte, un pozzo nero in cui si rischia di essere tirati giù; le rarissime concessioni allo splatter e, nonostante la pochezza della trama, una cura che ipnotizza lo spettatore più attento alla forma che alla sostanza. Creation si prende il suo tempo. Troppo, forse, per approfondire le storie – melense, a tratti – di un gruppo di sfortunate orfane dickensiane. Troppo poco per chiudere il cerchio o colmare le falle. Fa sobbalzare, ma non spaventa. Convince ugualmente, se la paura è sopravvalutata e ci si accontenta di altro. Qualcuno, infatti, ha confezionato per Annabelle – vedasi la cura del comporto tecnico, l'eleganza degli interni, la studiata suggestione che si annida nei segreti dei campi lunghi – un gran bel pacco regalo. Scartatelo in fretta. Prima che Halloween e la voglia di accontentarsi passi in fretta. Prima che l'orrida bambola, impaziente, trovi da sé uno strappo attraverso cui tormentarvi. (6,5)

Una turista australiana con lo Reflex al collo incontra un ragazzo di quelle parti, rispettabile professore di inglese. Siamo nella stessa Germania affascinante e sgranata di quel Victoria girato d'un fiato. Berlin Syndrome, presentato in anteprima al Sundance e immancabilmente al Festival di Berlino, sembrerebbe un boy meets girl di quelli che tanto mi piacciono. Si passeggia chiacchierando, ci si conosce ingannano il poco tempo a disposizione. Teresa Palmer e Max Riemelt (sì, proprio il biondo del compianto Sense8) sono belli, bravissimi, presi. Lei sta per tornare a casa e lui, innamorato già al primo sguardo, vorrebbe che restasse. Nessuno ti potrà sentire, le sussurra al culmine della passione. Un invito ad abbandonarsi al piacere, o una minaccia? Berlin Syndrome sembrerebbe una rilettura europea, indipendente, di un'Attrazione fatale a rovescio. Riemelt la chiude in casa, la lega alla testiera del letto e, dopo un tentativo di fuga, le spappola le dita. Sembrerebbe, ancora, un rape and revange: ci sono le violenze fisiche e psicologiche, infatti, e il desiderio costante di insorgere. Il thriller di Cate Shortland è niente di tutto ciò, ma anche tutte e tre le cose insieme. Ha un occhio interessante, due ottime performance, un sociopatico dal profilo insolito – rispettato dai suoi studenti, popolare tra i colleghi, premuroso con il padre morente. Fa sì che lei abbia bisogno di lui, che diventi il suo mondo: usando ora la carota e ora il bastone, ammaestrandola. Il sesso non sembra più stupro. La cattività appare una scelta di vita. Accurato e sottile, Berlin Syndrome è però di una lentezza e una ripetitività snervanti. Una prigionia resa nel dettaglio, troppo? Difetti grandi e piccoli di una regia a lungo indecisa tra il dramma e la vendetta? (6)

mercoledì 25 ottobre 2017

Recensione: Ho taciuto, di Mathieu Menegaux

| Ho taciuto, di Mathieu Menegaux. Bompiani, € 15, pp. 144 |

Claire e Antoine hanno una bella casa nella capitale, carriere di successo e, come unico problema in paradiso, l'esasperante prigrizia degli spermatozoi di lui. Quarantenni attraenti e affiatati, hanno i loro piacevoli riti – fare l'amore di domenica mattina, ad esempio, o partire per una vacanza dell'ultimo momento senza dover dare conto a nessuno – e inviti a cena nei palazzi signorili della migliore borghesia parigina. A casa di un collega di Antoine, ci sono chiacchiere e perbenismo di troppo. Claire si congeda elegantemente, inforca la bicicletta. Imbocca un sottopasso, rivolgendo un sorriso di buona educazione a un'ombra più fitta delle altre. Che la abbranca strappandole un urlo e i jeans. Che la stupra sull'asfalto, al buio.

Ieri la mia vita era una vita a metà, una vita da fenicottero rosa, una vita su una zampa, in cui cercavo di mantenere l'equilibrio alla meno peggio, ma una vita. [...] Oggi cosa sono? Una donna violentata.

Come Isabelle Huppert in Elle, la protagonista chiama la polizia per riattaccare dopo qualche squillo appena. Si solleva da terra e se ne va. Si concede una lunga doccia. Si tiene per sé la paura di quell'aggressione che la renderebbe solo più fragile, solo più vulnerabile, agli occhi degli altri. E Claire, troppo legata alla sua idea di decoro per mostrarsi a pezzi, già in passato si è tenuta stretta i suoi segreti. Tace lo stupro. Qualche anno dopo, in attesa del verdetto della giustizia, tacerà le barbare ragioni che l'hanno condotta a una cella di massima sicurezza. Dove della sua identità non resta che un anonimo numero identificativo e una confessione di cui liberarsi entro l'alba del mattino successivo. Ho taciuto è un noir dell'anima. Un dramma giudiziario scabroso ma elegante, come soltanto i francesi sanno. Stranisce perché ha il tono delle storie vere, e al fatto che l'autore sia un esordente, lo stesso uomo fotografato nel risvolto di copertina, si fa semplicemente fatica a credere.

Leggetemi. Siete la mia ultima conversazione prima che io scompaia.

Si legge di Claire con un misto di interesse e abiezione. Ha commesso infatti il crimine più ignobile che si possa immaginare. E, tra le pagine, torna indietro. A quando era libera. A quando era innocente. A quando era lei, la vittima, e non il macellaio che fa sbizzarrire la stampa internazionale. Non fornisce alibi e non cerca giustificazioni. Non deve convincere il giudice e non può rabbonire una giuria di conservatori. Lei ha già condannato sé stessa. Il suo provante calvario, la sua affascinante tela di pensieri, contagia il lettore assieme all'incubo incancellabile di due occhi nerissimi. Claire, all'inizio dalla parte della ragione, gioca a imbrogliare gli altri, a fingersi Dio. Pecca di tracotanza nel costruire la sua personale Babele di bugie. Come Prometeo nel mito, però, ha un avvoltoio che le divora il fegato. E troppo provata, troppo suggestionata dalla violenza, smette di credere nei miracoli e nel prossimo. Il fegato a brandelli, e un cuore buio che non crede più alle schiarite.

Scavalcherò i muri di cinta senza scala, senza rampini, senza lenzuola annodate, volerò al di sopra dei fili spinati senza ali, sparirò senza trucchi, svanirò senza armi, senza odio né violenza. […] La scrittura è l'ultima stazione della mia Via crucis. Non conto di tornare il terzo giorno. Non mi rivedranno.

Corto e spregevole, il primo romanzo di Mathieu Menegaux è un racconto a sangue freddo aperto a diverse svolte shock e a pagine di impensata delicatezza (pensate, si chiude con la mia preferita delle canzoni degli Smiths). Succede poco, ma le pagine non consentono altrimenti. Non dico troppo, perciò. O comunque meno di quanto vorrei. Sembrerebbe di giudicare una pagina di diario, non un romanzo bellissimo. Gli sbagli della donna, non del personaggio fittizio. Claire non esiste, invece, e metabolizzare la consapevolezza, lo strazio, richiede tempo; i nervi che intanto ringraziano. Ho taciuto è un romanzo di cuori neri che non vogliono saperne di far riempire da cima a fondo una pagina bianca. Una macchia addosso che più provi a cancellarla, con il palmo della mano, e più ti insudicia.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode - Enjoy the Silence