Titolo:
Il cacciatore di sogni
Autrice:
Sara Rattaro
Editore:
Mondadori
Numero
di pagine: 173
Prezzo:
€ 15,00
Il
mio voto: ★★
A
Sara Rattaro, autrice scoperta e apprezzata più di qualche anno fa,
ho rimproverato negli ultimi romanzi – storie al femminile,
solitamente, con cuori messi a nudo e sentimenti intensi – il
troppo indugiare sugli stessi temi, negli stessi dolori. Esisteva una
Sara leggera, serena, diversa? Dopo L'amore addosso, piaciuto
ma con moderazione, l'autrice torna a distanza di qualche mese con
l'inatteso Il cacciatore di sogni. Un romanzo diverso,
finalmente, perché pensato per un pubblico di ragazzi. La biologa
abile con i casi di coscienza e i drammi, con la complessità della
natura umana, racconta partendo da uno spunto semplicissimo il suo
primo amore: la scienza. Chi era Albert Bruce Sabin, e quanto gli
dobbiamo? Quale sorpresa poteva trovare su un aereo in volo un
adolescente dei primi anni Ottanta, se infortunato e con passeggeri
interessati unicamente alla presenza del Pibe de oro a bordo? Luca,
di ritorno da Barcellona con mamma e dispotico fratello maggiore, ha
il sogno del pianoforte, un braccio rotto e un vicino di posto
d'eccezione. L'uomo, barbuto come Babbo Natale, racconta e si racconta.
Le proprie origini ebraiche, la fuga negli Stati Uniti, lo scoppio
della Seconda Guerra Mondiale e il desiderio di vincere la morte –
nella New York raccontata da Philip Roth in Nemesi, la
poliomelite causava infatti più stermini del conflitto a fuoco. Ho saputo di più sul padre del vaccino, mi sono confrontato
con la Rattaro inedita in cui confidavo da un po', ma Il cacciatore di sogni
– brevissimo, anche se
impreziosito qui e lì da belle illustrazioni – è un romanzo che
non fa sognare. Divulgativo, sintetico, agiografico. L'effetto
Wikipedia: sfiorato, ma vinto dai parallelismi tra le infanzie
lontante di Luca e Albert, e da pagine più ispirate, in corsivo, collocate in apertura e in chiusura. Ai tempi del giornalino
scolastico avevamo questa rubrica intitolata "Intervista impossibile". Il
confronto a quattr'occhi con il medico polacco somiglia troppo a quel
timido esperimento di un liceale che ora chiacchierava con Dante, ora
con William Shakespeare. Non sa uscire dall'omaggio, per quanto
importante e sentito. Non sa allontanarsi dal confine limitante dei
banchi di scuola.
Autore:
Antonio Ferrara
Editore:
Il battello a vapore – Vortici
Numero
di pagine: 144
Prezzo:
€ 12,00
Il
mio voto: ★★½
Irfan,
tredici anni, viene allevato per diventare un martire della fede. Per
lasciarsi morire a comando e distruggere i nemici dell'Islam col
fragore di una detonazione. Prega, studia, cucina, guida. Ultimo di
tre figli, con una mamma cagionevole e un nonno che ha perso la
voglia di raccontare favole, alla scuola coranica sperava di
imbrogliare la povertà. Trova invece percosse, violenze
fisiche e psicologiche, e un'idea di religione diversa da quella che
gli hanno spiegato in famiglia. Dove Allah non voleva il male di
nessuno, non di certo l'odio che i suoi maestri gli insegnano
quotidianamente a suon di scudisciate: piegando, così, la religione
a loro uso e consumo. Ci sono personaggi che scappano da una guerra
all'altra, nel romanzo di Antonio Ferrara, e tutto appare loro come
un gioco pericoloso. Una routine fatta di versetti e di levatacce
faticose, una porta serrata da cinque lucchetti che nessuno dovrebbe
aprire. Farsi esplodere procura gloria, centomila rupie e un
biglietto di sola andata per il Paradiso. La tragica educazione del
protagonista ha lo stile stringato e lapidario di un mantra, di chi
tenta disperatamente di autoconvincersi di una cosa sbagliata. Simula la naturalezza del
parlato rinunciando al lirismo, o banalizza forse troppo? Ferrara non fa
male quanto dovrebbe. In Mangiare la paura c'è
il tema, infatti, ma non il resto: una scrittura che sia all'altezza. L'idea perde così la
sua importanza, la sua potenza, a causa di un approccio semplicistico e di pagine inconsistenti. Più che il romanzo di un ragazzo kamikaze,
sembra il suo compito per casa; un tema. Bastano le buone intenzioni, mi domando, per cambiare il mondo di Irfan? Bastano, soprattutto, per scrivere un buon
libro per ragazzi?