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lunedì 4 maggio 2015

Recensione: Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato, di Joachim Meyerhoff

Avevo nostalgia della gioia incontrollata, dello spettacolo, della normalità per me ovvia di quel luogo di follia. Avevo nostalgia della chiarezza di quegli esseri umani. E soprattutto nostalgia di quelle migliaia di urla dei malati di notte, che mi accompagnavano così splendidamente nel sonno.

Titolo: Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato
Autore: Joachim Meyerhoff
Editore: Marsilio
Numero di pagine: 320
Prezzo: € 19,00
Sinossi: Per il piccolo Josse, figlio del direttore di un ospedale psichiatrico per l'infanzia e l'adolescenza, crescere in mezzo a centinaia di malati di mente è del tutto naturale, anzi, la cosa gli piace moltissimo. I "dementini", come affettuosamente e spietatamente ama chiamare i pazienti, sono parte della sua famiglia; la grande area dell'ospedale è la sua casa. Qui Josse è felice di galoppare sulle spalle di un ragazzo gigantesco che se ne va in giro facendo suonare due pesanti campane dorate; qui si addormenta cullato dalle urla tranquillizzanti che ogni sera lo accompagnano nel sonno. Ama l'eccesso, l'isteria festosa, la gioia incontrollata, la normalità per lui ovvia di quel luogo della follia. Questo mondo a sé, che alte mura proteggono dall'esterno, è soprattutto il regno di suo padre, l'uomo grasso dagli occhi gentili e curiosi che lui ammira sopra ogni cosa e che gli ha insegnato a diffidare delle apparenze e a cercare la bellezza dove davvero si fatica a trovarla. Un padre che sembra avere tutto sotto controllo e che troppo spesso finisce col mancare i propri obiettivi. Con infinita tenerezza e molto buon umore, Meyerhoff ricostruisce la storia di un'insolita famiglia - padre, madre, tre figli maschi e un cane - che vive in un insolito luogo.
                                          La recensione
Ultimamente vanno molto, in libreria, le storie di persone qualunque. E trovo sia una cosa bellissima, dopo il continuo affannarsi di molti alla ricerca di un'originalità che non esiste. Tutto è stato detto. Le parole fanno la differenza. Come la si dice, una cosa; come la si vive sulla propria pelle. Il nuovo, quello vero, è raccontarsi a cuore aperto, giacché “immaginare significa ricordare”. Scommetto che in pochi, presi dalle uscite più disparate, avranno notato l'arrivo in Italia di Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato. Io non lo avevo aspettato, non mi ero informato sulla trama, ma avevo l'impressione che fosse una lettura di quelle non dico uniche ma rare. Il titolo, lunghissimo, è una meraviglia, e anche quel bambino in copertina, che nelle foto esce arrabbiato, così come arrabbiato – o meglio, triste – uscivo anch'io. L'esordio del tedesco Joachim Meyerhoff – nome aspro e una scrittura delicatissima, come da perfetto contrappasso – faceva simpatia. Una storia di straordinaria follia letta con gli occhi dell'infanzia; una cosa così. In realtà, leggendo leggendo, ho scoperto che lo scrittore si fa conoscere con una fiaba strana che è la sua parziale autobiografia. Di solito, l'assoluta sincerità si rimanda a dopo la fama. Qui la fama – perché il romanzo, in patria, è stato premiatissimo – procede a senso inverso. L'ultimo romanzo della Marsilio, perciò, a primo impatto si è rivelato altra cosa; un incidente di quelli piacevoli. La rievocazione di un'infanzia – con la giusta dose di sorrisi e commozione – adesso che si è disincantati, solitari, grandi. Un viaggio della memoria su sentieri battuti mille volte, con le caviglie più sottili e un numero di scarpe più piccolo, tra i reparti di un ospedale psichiatrico caduto in disgrazia. Il punto di vista, inedito, non di un ex paziente, bensì del mancato erede di un regno di matti e briganti, in cui senza le urla e gli strepiti degli ospiti, quando è notte, a stento si riesce a dormire. Ultimo di tre fratelli anonimi – nel senso di sprovvisti di nome, non mancanti di personalità: il fratello maggiore scienziato e quello di mezzo, aspirante dandy, chi se li scorda – Josse è un bambino come tanti in una casa come poche. 
Mamma e papà medici, un giardino curato e una villetta che, a destra e sinistra, confina con reparti in cui si aggirano adolescenti in compagnia delle loro preoccupanti patologie: un giorno in una siepe ecco che trovi un morto in vestaglia; un altro, invece, tuo amico per la pelle diventa un coetaneo che chissà se uscirà mai da lì senza uccidersi; un altro, ancora, al pranzo di Natale accorreranno, su invito di papà, uno storpio, un potenziale serial killer e una tipa che quando parla non ci capisci nulla. I temi del nostro narratore, alle elementari, dovevano essere pienissimi; ma la maestra gli dava del bugiardo – certe cose spaventano, quindi perché crederci? - e lo accusava di andare puntualmente fuori traccia. E allora Josse si infuriava, scoppiava a piangere, minacciava di distruggere tutto: banchi, nasi, facce. Capricci o sintomi di follia? In questi momenti, la fobia di essere internato e, allo stesso tempo, il proitettarsi al futuro e avere paura di dire addio al suo speciale vicinato: meglio la camicia di forza della normalità; meglio la compagnia dei folli che dei falsi sani. Mentre la realtà si rovescia, con la testolina riccioluta del protagonista che si piega a destra e a sinistra in cerca della visuale migliore, ci si accorge a malincuore di crescere. E di come tutto, che tu lo voglia o meno, cambi. Nel corso della lettura, ammetto che il mio interesse è stato altalenante. Trovavo alcuni passaggi superflui, i primi capitoli eccessivamente slegati tra loro, l'andamento piatto. Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato era – ed è – scritto benissimo, con grazia, schiettezza e un pizzichino di poesia, ma mancava di un collante. Mi spiego: una prosa personale al servizio di pagine in cui è facile risconoscere sé stessi da bambini, ma sprovvista di una certa organicità. I capitoli iniziali, veri ma sconnessi, come racconti autoconclusivi e non parte di un unicum davvero appagante. E' un mio limite: io non amo i film ad episodi, le raccolte di racconti – mi sembrano una scappatoia dall'impegnarsi, non so - e Meyerhoff viaggiava su quei binari. 
Quindi dicevo peccato. Leggevo senza grossi stimoli. Ma quando ci si fa grandi e i genitori – e il cane, nostro fratello di sangue – invecchiano, sopraggiunge una malinconia profonda e emozionantissima. L'autore ha l'invidiabile capacita di farti viaggiare sulle sue spalle; di prenderti bambino e di lasciarti adulto. Lassù, in cima al mondo, dalla tua postazione elevata, senti per primo la pioggia arrivare e vedi per primo andare tutto alla deriva. Fai un gioco di ruolo, e provi cose che hai già provato – il primo amore, la morte staziante di un animale domestico, i litigi tra fratelli, gli imbrogli per non andare a scuola e guardare tutto il giorno la tivù, servito e riverito – e cose che non sai, ma che arriveranno: stanne certo. Il passo di un padre che si fa trascinato; la geometria, nella stanza da letto dei tuoi, che cambia; una mamma che, dopo tanti sacrifici, ha il coraggio di tornare a sognare la sua amata Italia. I pazienti che si fingono ancora pazzi, come in un thriller di Scorsese, e non vogliono andarsene. Tu che ti fingi ancora piccolo, bisognoso, e non vuoi andartene. Qual è la differenza? Ho capito quel che mi era piaciuto e quel che non mi era piaciuto nell'attimo in cui l'ho chiuso; e ho detto che i critici, per una volta, hanno ragione, anche se non ne hanno contemplato le poche note stonate qui e lì. Mi aspettavo qualcosa a metà tra Correndo con le forbici in mano e It's a Kind of Funny Story: il grottesco e l'adolescenziale. Ho trovato, invece, in Josse il fratello minore della Allegra di Chiara Gamberale, voce di Arrivano i pagliacci: gli iniziali “ma a me che frega delle vite degli altri?”, poi solo tanta, toccante universalità. Con le chiacchierate padre figlio finché non ci si addormenta, i papà che dicono e le mamme che fanno, la curiosità infantile e gli esperimenti che faceva fare, i fratelli che sembrano gli orfani Baudelaire di Lemony Snicket, la solitudine di chi vorrebbe tornarsene a casa proprio adesso per essere riempito di tutto il bene che c'è. Un Boyhood di carta – anche se quello al cinema non ha difetti e questo qualcuno sì – da leggere, per sentirsi magicamente protagonisti delle invenzioni di un altro.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Family of the year – Hero 


I don't wanna be your big man.
I just wanna fight like everyone else...

mercoledì 31 dicembre 2014

2014 Mr Ciak Awards - La Top 20

Quest'anno, ho parlato tanto di film quanto di libri. Nasco come blogger letterario, ma sono un po' un tuttologo. Mi piace parlare, in realtà, di quello che mi è piaciuto. Come a tutti, credo. Alla lista dei film del 2014 ci tenevo particolarmente: è il primo anno che la faccio e mi piace moltissimo l'idea, tra un paio di mesi o qualche anno, di venire a sbirciare cosa mi aveva colpito e perché. Un rapidissimo viaggio, dunque, dalla ventesima posizione alla prima e un tuffo tra i migliori attori, i personaggi fighi, le scene “incriminate”. Occhio: nell'ultima parte del post potrebbero esserci spoiler su situazioni e simili. Il mio, di occhio, sempre puntato verso i miei amati libri e, sul podio, più di qualche trasposizione cinematografica. E i grandi assenti? Non li ho proprio visti. Di Grand Budapest Hotel mi disgustano i colori zuccherosi da torta avariata; Nynphomaniac avrei voluto vederlo al cinema, per evitarre imbarazzanti situazioni in casa, ma avevo paura che il mio vicino di posto, nel buio della sala, potesse – che ne so – masturbarsi, e con la mia mano; The Wolf of Wall Street, per tutti il vero film dell'anno, mi era risultato un titolo indigesto a causa di tutti i fan(atici) di Di Caprio che, alla vittoria del bravissimo McConaughey, gridavano alla cospirazione e così non l'ho recuperato. Non ho beccato al cinema neanche Interstellar. Vi saluto, mentre sulla mia città scende una neve freddissima. Torno al mio latino, vi auguro buon anno, vi ringrazio per avermi fatto compagnia. Buona fine e buon inizio, M.
 
20. Il giovane favoloso: Operazione razionale e poco vivace, con un Elio Germano assurdamente in parte che ti instilla il pianto, la malinconia, il dubbio, le idee.
19. American Hustle: Una commedia funambolica e bugiarda, in cui tutti imbrogliano tutti, ma lo spettatore è trattato con i guanti bianchi.
18. The JudgeUn'americanata di raro valore, con due mostri di carisma al comando. 
17. Nebraska: La carica vitale degli anziani. Il loro candore, la loro schiettezza, la loro ruvidezza, la loro mesta allegria in una perla che ruba consensi e parole superflue.
16. Song'e Napule: Tocchi di hard boiled, comicità da bollino verde. Un Gomorra in versione neomelodica. Il personaggio di Morelli chi se lo scorda? A casa mia ne parlano ancora.
15. 12 anni schiavo: Ci si aspettava di più. Da un “miglior film” e da McQueen. Nonostante le frustate, non lascia cicatrici.
14. Dallas Buyers ClubStoria vera, senza peli sulla lingua e senza cornici, con due attori per descrivere i quali ci vorrebbero nuovi aggettivi.
13. The Babadook: Un horror di fantasmi di padri e involucri di madri, che parla del modo in cui devi nutrire i tuoi demoni. Altrimenti poi mangiano te. Il tuo cuore, quello che ti rende buono e giusto.
12. Tutto può cambiare: Un'orecchiabile fiaba acustica, che conosce il traffico, il rumore, le seconde opportunità, artisti che si mettono comodi e ti dedicano una canzone.
11. I segreti di Osage County: Uno scontro tra tre generazioni, una pellicola che odora di grande teatro e brilla di grandi dive: il nuovo Carnage. Un delizioso calvario.


10. Saving Mr Banks: Avete presente quando l'unica cosa che volete è sentire qualcosa? Per me, è stato questo. Tornare a respirare, tornare a sentirmi. Immancabile, totalmente, per chi vive di storie.
9. Due giorni, una notte: Ti fa disperare per le chiamate rifiutate, le porte sbattute in faccia, i “no” nudi e crudi... e per quegli impensati gesti di gentilezza che ti accarezzano l'anima.
8. The Normal Heart: Bomer si trasforma, Ruffalo ti urla addosso. Cast straordinario, script perfetto, per un grande film del piccolo schermo con un cuore non normale, ma grosso così. Vivere d'amore, morire di Aids.
7. Locke: Tom Hardy regna. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita.
6. Lo sciacallo: Un immorale e bruttissimo Jake Gyllenhall in preda a un inquietante, divertentissimo, perfetto delirio di onnipotenza.
5. Colpa delle stelle: Ho capito che era meglio del libro quando mi sono ritrovato con il viso bagnato di lacrime, per due volte, e quando perfino gli utenti di Cineblog01 scrissero commenti sensati, in italiano, e sinceri. Quella volta risparmiai sulla bolletta dell'acqua: l'anonimato mi permette di dire che ho pianto il mare?
4. Gone Girl: Un teatro dei burattini che smantella tutto ciò che è perfezione apparente, anche se alla perfezione è vicino. E da una leggenda come David Fincher chi osava aspettarsi qualcosa di meno? 
3. Alabama Monroe: La vera, inarrivabile Grande Bellezza proveniva dal Belgio. Una ballad che fa ballare i piedi e sanguinare i cuori, che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo gitano può costruirsi una famiglia. E un amore con cui marchiarsi la carne per l'eternità.
2. Boyhood: Il più generoso e originale regalo che qualcuno potesse fare alla mia generazione. Siamo ragazzi fortunati. Chi altro potrà dire di aver visto la propria infanzia in tre ore? Una storia epica nella sua semplicità, non recitata ma vissuta a fondo. Splendido e infinito.
1. HerJonze firma un capolavoro pieno di saggezza e grazia. Una lunga lettera aperta a una donna mai nata e a una relazione mai esistita. Un duetto di grandi voci passate alla radio .The Artist era il ritorno al muto. Her, più che vederlo, lo senti. Cieco, come l'amore impossibile tra Theodore e Samantha.  

Migliore attore protagonista:
- Lo sciacallo - Jake Gyllenhall
- Dallas Buyers Club - Matthew McConaughey
- Locke - Tom Hardy
Miglior attore non protagonista:
- Dallas Buyers Club - Jared Leto
- 12 Anni Schiavo/Frank - Michael Fassbender
- The Judge - Robert Duvall 
Migliore attrice protagonista:
- Gone Girl - Rosamund Pike
- I segreti di Osage County - Meryl Streep
- Due giorni, una notte - Marion Cotillard
Miglior attrice non protagonista:
- I segreti di Osage County - Julia Roberts
- Her - Scarlett Johannson
- Boyhood - Patricia Arquette

[ATTENZIONESPOILER]
Sono una muchacha troppo sexy:
- Sin City 2 – Eva Green
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley
- American Hustle – Amy Adams
Bello impossibile:
- Posh – Booth, Claflin, Irons
- Cattivi Vicini – Zac Efron
- Dracula Untold – Luke Evans
Nice to meet you, where you been?:
- Ansel Elgort (Colpa delle stelle, Divergent)
- Ellar Coltrane (Boyhood)
- Lupita Nyong' (12 anni schiavo)
Will you recognize me?:
- The Normal Heart – Matt Bomer
- Gimme Shelter – Vanssa Hudgens
- Sarah Snook – Predestination
Sing:
- Lost Stars – Tutto può cambiare
- The Moon Song – Her
- The Hanging Tree – Hunger Games III
Psycho Killer:
- Gone Girl – Rosamund Pike
- Wolf Creek 2 – John Jarratt
- Sin City 2 – Eva Green
I love the way you d(l)ie:
- Emma Stone – The Amazing Spiderman 2
- Neil Patrick Harris – Gone Girl
- Juno Temple – Horns
Cry me a river:
- Colpa delle stelle – Il prefunerale, la lettera
- Alabama Monroe – La scena conclusiva
- The Normal Heart – L'addio
Hot Stuff:
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley e Shiloh Fernandez
- Nurse 3D – Paz De La Huerta
- American Hustle – Amy Adams e Jennifer Lawrence 

domenica 2 novembre 2014

Mr Ciak #48: Boyhood, The Judge, Guardiani della Galassia, You're not you - Qualcosa di buono


Ci ho pensato su tornando in macchina, per le strade vuote della mia città. Pensavo a Boyhood, visto in un pomeriggio in cui avevo tre ore a disposizione, e facevo confusione. Sovrapponevo cose, confondevo volti. Il protagonista aveva la mia faccia, e nelle sue foto ricordo c'ero un po' anch'io. Il nuovo film dell'intrepido Richard Linklater è la storia di una vita. La mia. Perché il suo film lo guardi e lo possiedi, egoisticamente e orgogliosamente. Quel film è tuo, e di quelli che l'hanno visto, e di quelli che lo vedranno. Non ti tradisce però. Si acciambella nei petti di chi gli presta attenzione, ti si avvolge al collo come la sciarpa di lana della tua nonna preferita, ti fa sentire un essere speciale. Qualcuno non solo ha avuto cura di te. Qualcuno ti ha osservato, per tutti quegli anni, e ti ha regalato il frutto più vero della settima arte. Una pellicola che dura dodici anni. Una foto magica, come quelle in Harry Potter, capace di muoversi impercettibilmente e di svilupparsi mentre non guardi, incastonata in una cornice. L'attimo dopo, così, sei già uomo. I capelli si scuriscono, i nasi si allungano, la pelle ospita colonie di brufoli, i tratti si affinano o si induriscono, il pomo d'adamo sale a galla e la voce cambia a tal punto che, al telefono, quando chiedono di te, non ti riconoscono più. C'è un che di miracoloso quando le telecamere riprendono l'inchiostro della notte scivolare nel rosa dell'alba. Catturano i segreti della creazione, come quando in documentari che non guardi spesso si coglie il frusciare di un fiore che sboccia, la rottura di una crisalide che libera una farfalla, il letargo di un bruco che si sveglierà di lì a poco con un paio d'ali ai piedi. Colui che seguì la maturazione di un'indimenticabile coppia di innamorati nella trilogia iniziata con Prima dell'alba, ci propone uno di quei film che hanno il primato di essere irripetibili. Non vedrò mai più qualcosa come Boyhood, e mi sento fortunato. Penso, infatti, che questo film rappresenti uno dei più generosi regali fatti a una generazione cresciuta ai tempi della crisi economica, della solitudine condivisa pubblicamente sui social, delle stelle avverse. Siamo sfortunati, ma potremmo dire che c'eravamo. Quando non succedeva niente di che, ma quel niente di che ci fu chi seppe renderlo oro e diamante. Boyhood è universale. Un racconto di crescita per tutti quelli che sono cresciuti; per tutti. Ma leggo che il protagonista è del 1994, come me, e penso che abbiamo vissuto, negli stessi anni, le stesse cose. Quale spettatore può dire lo stesso? C'è molto più che comune empatia. C'è il fatto che io ho viaggiato nel tempo e che guardando Mason ho guardato me stesso, ma con quel misto di distacco e tenerezza che non possedevo nei miei riguardi. I nostri cammini, affacciati sugli stessi identici anni. Che impressione strana: lo sfaldarsi della monolitica convinzione di essere incompresi e soli, quando si ha quell'età. Invece c'era chi, per tutto il tempo, capiva. Boyhood non parla di niente; è un occhio blu che si apre e si chiude sulla vita di Mason e su quella di una famiglia turbolenta ma non troppo, inquadrata nell'incedere degli anni e delle mode. Si va a dormire bambini e ci si sveglia adolescenti, magari altrove. In una città diversa, con una mamma che ha un compagno diverso ma che poi si rivela uguale al precedente, con una sorella maggiore che un giorno canta Oops! I did it again (e arrivano le elementari) e l'altro, arrivato un decennio dopo, l'ultima hit di Lady Gaga (è tempo della gita in primo superiore: la mia in Grecia, e la vostra?), passando dai commenti sulla saga di J.K Rowling a colazione alle speculazioni sull'amore romantico in Twilight. E c'è chi a tavola fischietta un pezzo di quel High School Musical che hanno dato su Disney Channel e a cui tu, che frequenti le scuole medie, proprio non sai resistere. E c'è quella bambina che ti dice che anche se hai tagliato, su imposizione altrui, i capelli a zero sei carino uguale e ti chiede Mi ami o no? sui quaderni di scuola, mentre mamma e papà – divorziati, sì, ma su certe cose in magica sintonia – decidono di farti un discorso sul sesso e le protezioni, ché non vogliono diventare nonni così presto. Patricia Arquette, bravissima, è una mamma che sperimenta tagli e colori, fidanzati e delusioni: una donna saggia e premurosa, che ingrassa e invecchia male, ma che porta nelle sue rughe ostentate i segni di un tempo che è volato. Ethan Hawke, necessario e onnipresente, era stato un Jesse invecchiato con più garbo della sua bionda Celine in Before Midnight: qui padre divorziato ma volenteroso, dà calore, bontà e ironia a un personaggio che ingrigisce restando giovane dentro. Boyhood, soprattutto, è la condivisione con il grande pubblico dell'infanzia di Ellar Coltrane: ventenne che fece amicizia con la macchina da presa a sei anni su un prato rimasto verde con la Yellow dei Coldplay sullo sfondo, intramontabile ora come allora. Un'infanzia maneggiata coi guanti bianchi a cui si invidia l'aura miracolosa che la regia da premio Oscar di Linklater riesce a conferire, battendo il tempo al suo stesso gioco e cogliendo sullo schermo l'attimo, mentre l'attimo coglieva noi. Non siate un limite per voi stessi; non uscitevene con un non è il mio genere. Questo è un film d'autore di cui gli autori siete voi: guardatevelo con qualcuno a cui volete bene. Come me, che l'ho guardato con mio fratello: perché siamo cresciuti insieme, e i nostri due anni di differenza erano pochi. Abbiamo litigato con lo sguardo e a parole. Io asserivo che lui fosse l'equivalente della sorella rompipalle e lui il contrario, nel Boyhood delle nostre coincidenti infanzie. Ma va bene. Andava bene litigarcelo: il telecomando, e un miracolo simile. Una storia epica nella sua semplicità. Non recitata, ma vissuta fino in fondo. Bellissima e infinita com'è. (10)

Tornare nella città che ci siamo lasciati alle spalle, ma vittoriosi, nonostante la perdita di una mamma. Sbandierare ai quattro venti una carriera d'avvocato tutta successi e glissare su un matrimonio fallimentare di cui tutti, però, sanno già tutto. Hank Palmer, in aula, difende chi è disposto a pagare di più: generalmente, colpevoli pieni di verdoni. Questo fa di lui un cinico essere umano, ma un temuto e stimato professionista. Questo fa di lui la fotocopia di suo padre: ma guai mortali ad ammetterlo. Un padre con cui non parla, un nonno che la nipote non conosce, un vedovo in frantumi sospettato d'omicidio: un vecchio uomo di legge accusato, in una notte confusa, di averla infranta. L'uccisione di un delinquente a piede libero: giusta o sbagliata; voluta o non voluta? L'avvocato si avvicina al giudice in panchina, il figliol prodigo al padre, in un film in perfetto equilibrio tra il dramma e la commedia, con una durata di due ore e venti che non si fa temere (e sentire) neanche per un attimo. Possibile, questo, se a guidarlo è il regista di cose leggerissime come Due single a nozze e se a pilotare il dramma giudiziario non è un barboso professionista qualsiasi in toga, ma Robert Downey Jr. Non che a me lui faccia poi tanta simpatia, ma prima di Iron Man c'è stato un essere umano imperfetto e, soprattutto, un potenziale grande attore. Qui si vedono, nei sorrisi bianchi e negli atteggiamenti da cinquantenne piacione, anche le ombre. Sicuro, affascinante, da prendere a schiaffi, si copre di imbarazzi che fanno piegare in due dalle risate e, risoluto e straziante, è al centro di testa a testa potentissimi. Botte verbali da orbi. Grazie a dialoghi scritti a regola d'arte, che tirano in ballo un tanto che non risulta mai troppo, e a una spalla eccezionale: un Robert Duvall problematico e commovente, ma anche viscidamente ironico, per me in odore di Oscar. Loro, piccoli titani contro una giuria di spettatori paganti che non partecipa emotivamente ma fa di più. Spiccano anche Jeremy Strong, nel ruolo del tenero fratello minore affetto da handicap, e una Vera Farmiga non al massimo, ma d'incanto: occhio al suo ingresso con la Blaire di Gossip Girl, perché ci sarà da ridere di gusto. Insomma: da tempo, alla fine di un film, non me ne uscivo con un “bello” dei miei, per dire un po' tutto. Un aggettivo tondo tondo, semplice semplice, che uso di rado senza affiancargli un “ma”. The Judge è un'americanata, sì, però di raro e lampante valore, con due mostri di carisma e professionalità al comando – chi al bancone degli imputati, chi dall'altra parte – e sottotrame che a volte prendono, altre no. La chiusa, con una versione da brividi di The Scientist, fa venire voglia di starsene seduti al buio, in sala, per tutti i titoli di coda. (7,5)

Non faceva per me. Ecco il problema. Ho voluto vederlo, però, perché tutti ne parlavano – e bene – e la curiosità c'era. Cosa aveva Guardians of the Galaxy in più, rispetto agli altri film Marvel in circolazione? Risposta: niente. La trama la conoscerà già chi ha familiarità coi fumetti, ma in verità è la stessa: sempre. Un manipolo scapestrato di eroi in lotta contro un super cattivo che vuole annientare un mondo non troppo diverso dal nostro. Il motivo non ha granchè importanza, francamente, e a qualche giorno dalla visione non lo ricordo. Il protagonista: un umano rapito da una navicella aliena, da bambino, dopo la morte della mamma malata. Dagli anni ottanta al futuro, con una lettera da scartare e un mangianastri pieno di tracce favolose da proteggere a costo della vita. Indubbiamente, i personaggi si fanno notare. Chiassosi, sinceramente simpatici, non originalissimi, ma tutto sommato piacevoli. Quelli che si ricordano sono quelli animati al computer, idoli dei bambini (e miei!) già a fine visione: il procione Rocket, doppiato da un Bradley Cooper sicuro e professionale alle prese con lo spassoso animaletto, e Groot, una pianta antropomorfa che ha le fattezze di Vin Diesel e una sola battuta nel copione: “Io sono Groot”. A sorpresa, convince molto anche l'atleta della WWE Dave Bautista, massiccio, autoironico, duttile. I protagonisti: una Zoe Saldana che blu, verde o nera, è sempre un gran vedere e Christ Pratt, attore destinato a lungo al ruolo di comprimario che, inspiegabilmente in forma, a una certa età, ottiene il ruolo davvero ambito. La sua trasformazione fisica, che da cicciottelo lo vuole muscoloso e aitante, è impressionante, ma ha poco a che fare con il film: che il nostro eroe fosse un fusto o meno, poco ci cambiava. Comunque aspetto anch'io una proposta cinematografica per diventare figo. Marvel, ti aspetto. Tu però aspettami. Il cast è ben assortito e amalgamato – tra volti nuovi, voci note e illustri comparse – e sono chicche da cogliere i richiami a film e a tormentoni dei più “tamarri” e travolgenti dei nostri anni. La colonna sonora vintage è da custodire, ma il film, anche se godibilissimo, non lo degnerei di una seconda visione. Carino, spensierato e tutto, ma non esilarante come dicevano, né imperdibile come l'otto punto cinque di media lasciava intuire. Un intrattenimento tutto effetti speciali per tutta la famiglia. Tipica la prima cosa, dato il genere; meno la seconda. Padri e figli andranno d'accordo su cosa andare a vedere senza contrattare. (6)

Ci sia abitua all'avere tutto. La perfezione oltre l'uscio di casa. E quando dal tutto si passa al niente, il salto è più difficile, lungo e impegnativo ancora. Questa è la storia di una trentacinquenne che perde tanto e che, a causa della SLA, rischia di perdersi. Kate faceva la pianista, voleva un figlio, voleva la vita dei suoi sogni accanto a un uomo che è accanto a lei da quindici anni. Lo è stato nella buona sorte. Quando la salute le si ritorce contro, da un momento all'altro, è disposto ad esserlo anche nella cattiva? Una richiesta forte, un sacrificio grandissimo. Bisogna farsi aiutare da una come Bec; ma chi aiuta lei non si sa. Lei, ventenne o poco più, è un disastro: non cucina, salta da un letto all'altro, beve e fuma troppo, non sa amare gli altri. You're not you è una libera versione al femminile di Quasi amici, per quei lettori – magari – che hanno amato Io prima di te (che poi io non l'ho letto mica, ma mia mamma è stata così tempestiva da spoilerarmelo, al tempo. Grazie, mà.) La storia di una donna che non sa fare nulla e di un'altra che, come di pietra, non può fare nulla. Un rapporto di lavoro che diventa amicizia, quando il corpo ti lascia, la famiglia prende le distanze, e la malattia viene raccontata come si fa nella commedia americana. La tristezza, ovvia, che si stempera strada facendo - sbaglio dopo sbaglio, casino dopo casino. Hilary Swank, convincente e matura, in una prova che insieme alla sua malattia degenera e si complica all'infinito, è ancora una volta alle prese con una questione di vita o di morte. Emmy Rossum, con la simpatia e la problematicità mostrate in Shameless, si scopre sempre più in gamba ed intensa. Dovremmo vederla più spesso al cinema, perché ha talento. Anche dietro quel microfono che la blocca, per copione. Una pellicola non indispensabile, ma tutt'altro che ricattatoria: delicata, briosa, tragicamente tenera. Manca qualcosa, e cosa? Una lacrima finale. Ma è un bene. Il cinema del dolore sta scoprendo la leggerezza. (6,5)