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lunedì 27 maggio 2024

Recensione: I giorni di Vetro, di Nicoletta Verna


 I giorni di Vetro, di Nicoletta Verna. Einaudi, € 20, pp. 448 |

Per rievocare una guerra maledetta che «ha ammazzato tutti, anche i vivi», Nicoletta Verna diventa medium pur di intercedere con gli spettri di un mondo in fiamme. Dopo un esordio di chirurgica bellezza, è tornata finalmente in libreria con un romanzo d'altre epoche, che si snoda implacabile dal delitto Matteotti alla Liberazione. Nemmeno l'arrivo degli alleati rimarginerà, in conclusione, le voragini. Siamo in una Romagna di balere, concorsi di bellezza e fuoco. Lì, presso il Grand Hotel di Castrocaro, nascerà la Repubblica di Salò. Ma sulle montagne, intanto, un gruppo di fuorilegge è armato fino ai denti per l'idea della libertà. L'autrice, questa volta, intinge la penna nel sangue vivo. Macchia e straborda, e il rosso densissimo non sbiadisce. È una Storia di fantasmi, la sua. La protagonista, dunque, non poteva che essere una creatura liminare come Redenta: sopravvissuta alla polio, accompagnata dalle apparizioni dei fratelli defunti e perseguitata dalla scarogna, si muove sul confine smarginato che separa i vivi dai morti.

La vita vale più di un'idea”. “Dipende da quale vita. E da quale idea”.

Il padre le ha attribuito un nome breve: sarà più semplice inciderlo sulla lapide, quando creperà. Redenta non crepa: si innamora di un futuro partigiano, il sognatore Bruno, ma va in moglie a un gerarca fascista pluridecorato in Abissinia, Vetro. Redenta parla tardi e poco, ma sente forte: e, dentro di sé, in segreto, alimenta una voce assordante. Redenta ha una gamba matta: procede piano, ma arriva dappertutto. Vittima di un marito-orco capace di gesti di raccapricciante sadismo, la giovane donna è prigioniera della fiaba di Barbablù. Rischia la morte anche Iris, la seconda voce narrante del romanzo, ma per perseguire un ideale: dotta e bellissima, ha abbandonato l'insegnamento per amore del leggendario Diaz, il leader partigiano ricercato dal battaglione M. Mentre Redenta subisce la violenza, vivendo ora attese struggenti e ora i morsi della miseria, Iris è in prima linea: leggiamo di lei come se fosse l'eroina di un romanzo di spionaggio, in cui l'energia futurista del conflitto genera un'eccitazione mista a orrore. Sì è mai realmente soggetti attivi, tuttavia, sotto lo schiaffo della storia? È proprio nelle disgrazie che il cuore degli uomini è solito mostrarsi nella sua più nuda verità.

No che non ti ammazza”, avrei voluto dirle. “Purtroppo resti viva. E domani ti ricorderai di questa pena e ti sembrerà che non sia mai finita. Perché il male che patisci una volta lo patisci per sempre”.

Tra nefandezze e amori impossibili, rivalità e confidenze, le protagoniste si scopriranno più vicine del previsto sotto lo sguardo imperscrutabile di uno degli antagonisti più spregevoli della mia memoria di lettore. Indimenticabili per umanità e ferocia, questi Giorni di Vetro in cui «non c'è niente di vero, eppure non c'è niente di falso» sono fusi insieme da un'autrice abile come gli artigiani di Murano. Tra le qualità di Verna, eppure, non c'è la delicatezza. Ha mani pazienti ma pesanti; una lingua di tritolo. Seduta in bilico su una pila di macerie fumanti, sporca di cenere, l'autrice conta i caduti e fa una stima dei danni. Ma nelle sue pagine, benché tragiche, per fortuna non tutto è perduto; non tutte le cause si rivelano perse. Salvare qualcuno significa salvare sé stessi. E le bastarde senza gloria di Castrocaro resisteranno – ed esisteranno – per darci una lezione quanto mai attuale: perfino sotto le bombe, è vietato morire per mano di un amante violento.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Barbara Pravi – Voilà 

lunedì 7 giugno 2021

Recensione: Un bacio dietro al ginocchio, di Carmen Totaro

 
| Un bacio dietro al ginocchio, di Carmen Totaro. Einaudi, € 18, pp. 176 |

Da grandi inizi derivano grandi responsabilità. E l'inizio del secondo romanzo di Carmen Totaro, accolto con entusiasmo dagli addetti ai lavori, è una folgorazione. Fino a pagina cento, le avrei gridato amore grande. Merito di uno stile senza fronzoli, implacabile come quello di un'altra bravissima: Nicoletta Verna. Merito di due protagoniste feroci e imperscrutabili, che a lungo si inseguono – anzi, si braccano – nell'impossibilità di capirsi reciprocamente. Ada ed Elisa sono mamma e figlia. Nemiche per la pelle, al centro di uno di quei rapporti familiari disfunzionali con cui da sempre vado a nozze, si danno appuntamento in un modesto ristorante milanese per festeggiare i ventidue anni di Elisa. Il vino rosso scorre a fiumi, la conversazione è agitata: Elisa vorrebbe cambiare corso universitario a un passo dalla laurea; trasferirsi all’estero. Il ritorno a casa è surreale. Stranamente accondiscendente, la giovane si offre di preparare un bagno ristoratore alla madre che si appisola presto in vasca. Qualche ora dopo la donna si sveglia: la chiave non è più nella serratura, il condominio è messo in allarme per ragioni che non vi svelo, Ada viene guardata con sospetto, Elisa è scomparsa. 

Forse, se ne avesse avuto coscienza, avrebbe potuto confessarle che la ammirava in un modo strano e terribile, perché può arrivare il momento in cui si dive avere il coraggio di bruciare tutto, anche la propria madre.

A dispetto di titolo e copertina, che lasciano immaginare una vicenda familiare agrodolce, Un bacio dietro al ginocchio ha l'andamento criptico di un thriller dei sentimenti: ho pensato a Domenico Starnone. I misteri e i non detti abbondano, con tanto di denunce di scomparsa alla polizia e di cronologie setacciate a fondo. La protagonista deve fare infatti i conti con il dubbio, con l'assenza di una ventiduenne ribelle, intemperante, scostante: un'assassina mancata. La curiosità cresce di pagina in pagina, mentre Totaro descrive senza nessuna indulgenza il senso di smarrimento vissuta da Ada; le bugie a fin di bene che a lungo si è raccontata a proposito marito defunto – traditore –, della madre – appena accennata, è descritta come un'anziana sgradevole –, della figlia – studentessa in realtà tutt'altro che brillante –. Elisa è un personaggio immensamente interessante finché si limita a essere un punto interrogativo, un nodo da sciogliere. È un'attrice non protagonista che brilla soprattutto nell'assenza. Quando nella seconda metà emerge il suo punto di vista – piuttosto banale, è il classico ritratto di una ragazza di buona famiglia dedita agli eccessi e ai colpi di testa –, il romanzo cambia taglio e scenario. Si guasta. Con l'espediente di un viaggio on the road, la ricerca della protagonista si sposta in una Sardegna brulla e polverosa, tanto cara alla narrativa italiana. E l'inquietudine degli inizi viene tradita bruscamente da una resa dei conti – porterà forse alla riconciliazione finale? – che rende gli interrogativi vani, la morale nebulosa, la costruzione incoerente. Non all'altezza delle aspettative, per via di due parti antitetiche che collimano più che incastrarsi, il bacio di Elisa lascia un fastidioso senso d’amaro in bocca.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Kasabian - Goodbye Kiss


martedì 18 maggio 2021

Recensione: Il valore affettivo, di Nicoletta Verna

| Il valore affettivo, di Nicoletta Verna. Einaudi, € 18, pp. 294 |

Sopravvivere non è mai una benedizione. Il tempo che resta è destinato a trasformarsi in complesso di colpa. Ci apparirà rubato a qualcun altro; strappato via con artigli da rapace. Bianca è una ladra. Quando a sette anni è sopravvissuta alla sorella adolescente – la più popolare Stella –, la sua vita è diventata la bugia di un ciarlatano. Tormentata da incubi dove si macchia le mani di sangue e dalle fitte del ciclo mestruale, anestetizza i propri dolori con gli analgesici, i reality show e il consumismo sfrenato. Compagna di Carlo, un luminare della chirurgia robotica, vive in un attico sul Colosseo e per mestiere sbobina sondaggi di marketing fasciata in un tailleur. Carlo salva le persone. Bianca, al contrario, ne ha uccisa una. Quali sono i segreti dietro l'ascesa sociale di una ragazza di provincia che, negli anni Novanta, ha fatto furore come valletta? Qual è il piano che persegue con cieca testardaggine, disinteressata alla fatalità delle sue conseguenze? Perché i tentati suicidi della madre e la fuga extraconiugale del padre: la secondogenita, così simile nell'aspetto alla sorella defunta, non era forse altrettanto degna d'amore?

L’immagine più nitida della morte sono gli oggetti che le persone lasciano, con quello che chiamano valore affettivo. Oggettivi comprati nella convinzione che si sarebbero usati. Oggetti che restano mentre tu te ne sei andato, beffarti inutili oggetti crudeli che ti sopravvivono e ricordano la tua vita a chi resta, stabili oggetti nel magma incomprensibile della memoria: per questo li amiamo e insieme ne siamo atterriti.

Immersa in ambienti di design, tutti linee flessuose e simmetrie, la protagonista ha la quiescenza di chi non lascia trapelare alcuna emozione. Ma dentro di sé ospita, intanto, un ribollire inquieto di fantasmi e d'incubi. Anaffettiva, cinica, altera, ha sedato i sentimenti nella speranza di imbrigliare i morsi del lutto. Cosa le succede tutt'intorno? Non succede niente; succede tutto. Sulla trama, volutamente, dirò poco: sappiate che somiglia ai suoi personaggi. Al bisturi di Carlo, alle contraddizioni della compianta Stella, alle vasche percorse da Bianca d'un fiato: precisa, maliziosa, spossante. Votato all'essenzialità, il romanzo di Nicoletta Verna ti obbliga a uno stato di tensione imperituro. Il disagio, strisciante, serpeggia dall'inizio alla fine. Grottesco e dissacrante, ma insieme profondamente realistico, è una finestra spalancata sugli abissi di Bianca: vortici conturbanti, ipnotici, che ti gettano in trance. Il valore affettivo, esordio di vertiginosa bellezza – al punto che si stenta a credere che sia un'opera prima –, si legge come uno di quei noir senza sbavature.

Non è che fossi triste: quello che sentivo non era il contrario della felicità, era il contrario della vita.

Disturbato e disturbante, richiama per eleganza il cinema di Michael Haneke e si pianta in testa, lì dove fa più male, attraverso la voce di Bianca: un personaggio unico nel suo genere, che non sfigurerebbe nella galleria di quelli interpretati da Isabelle Huppert, attrice protagonista degli scabrosi La pianista e Elle. Potrei continuare a scrivere ancora, ancora e ancora di lei lasciando nell'ombra il resto della sua storia. Questa donna dalla bellezza superba e respingente, affetta da manie di perfezionismo e da disturbi ossessivo-compulsivi, è infatti una narratrice di una complessità fuori dall'ordinario. Cosa ci racconta quello che gli altri buttano via? Cosa, invece, quello di cui non riusciamo a liberarci? Eccola, Bianca, mentre fruga indisturbata nel cassonetto della spazzatura: smista l'immondizia per differenziare il pattume di perfetti sconosciuti. Immersa fino ai gomiti nei rifiuti – delle campane ecologiche, delle case sfitte, della TV generalista –, se ne va disperatamente in cerca di teneri paradossi. Di una Barbie dai boccoli biondi, e della parte più pura di sé.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Unforgettable – Nat King Cole