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La strada di casa, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 194
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Da
qualche parte ho letto che a casa non si va, a casa si torna. È per
questo che da quattro anni a questa parte considero Holt un po’ mia. Sono infatti una persona incostante e senza
radici, eppure a sorpresa, romanzo dopo romanzo, il compianto Kent
Haruf mi ha insegnato due virtù fondamentali: la pazienza e il senso
d’appartenenza. Si può sentire nostalgia di un
luogo che non conosci? Si può desiderare una pianura che non c’è?
La mia bussola interiore e gli amici di NN mi hanno guidato per la
quarta volta in quel di Holt – entro l’anno recupererò anche
Crepuscolo e poi, con un brivido, mi sentirò orfano per
sempre. Slittato fino a giugno a causa del lockdown, atteso,
centellinato, amato, il nuovo romanzo dell’autore americano è in
realtà il secondo. Scritto negli anni Novanta, ben prima della
trilogia, è ambientato nel trentennio precedente e ricorda
l’eleganza polverosa dei classici del cinema.
Finalmente
Holt, con i lampioni blu in lontananza, poi sempre più vicini, e le
strade deserte e silenziose una volta entrati in città.
Questa
storia, più piccola delle altre ma emozionante comunque, conferma la
magia dei mondi di Haruf, la sua scrittura avvolgente come una
coperta di Linus, la predilezione per i personaggi femminili tristi e
volitivi. Prende avvio da un ritorno imprevisto. A chi appartiene la
Cadillac rosso fuoco parcheggiata su Main Street?
È forse Jack Burdette il brutto ceffo al volante? È un pugno in un
occhio. È un fulmine a ciel sereno. L’uomo, braccato alla stregua
di un ricercato, mancava da otto anni in città.
A raccontarci l’antefatto è il timido direttore del giornale locale, Pat, che da giovane fu un compagno di scuola e un ammiratore del fuggitivo: alto due metri, pesante un quintale di muscoli, Jack era una promessa del football e un perdigiorno impenitente. Troppo grande per Holt, ha trovato rifugio prima nel poker e nella birra calda, poi nelle gloria dell’esercito, infine nelle donne: da un lato Wanda Jo, fidanzata storica e servizievole a cui ha spezzato il cuore; dall’altro lato Jessie, legittima moglie e madre dei suoi due figli, in balia di una spietata caccia alle streghe dopo l’uscita di scena del partner truffatore. Il romanzo racconta le vicissitudini dei Burdette, dalla fuga del capofamiglia fino al ritorno tardivo, e della vicinanza sentimentale tra il narratore e Jessie: una donna piccola e orgogliosa, che sgobba ai tavoli come cameriera e in un capitolo che ha davvero del capolavoro – l’ottavo, preparate i fazzoletti – si mostra struggente in un succinto abito rosso.
A raccontarci l’antefatto è il timido direttore del giornale locale, Pat, che da giovane fu un compagno di scuola e un ammiratore del fuggitivo: alto due metri, pesante un quintale di muscoli, Jack era una promessa del football e un perdigiorno impenitente. Troppo grande per Holt, ha trovato rifugio prima nel poker e nella birra calda, poi nelle gloria dell’esercito, infine nelle donne: da un lato Wanda Jo, fidanzata storica e servizievole a cui ha spezzato il cuore; dall’altro lato Jessie, legittima moglie e madre dei suoi due figli, in balia di una spietata caccia alle streghe dopo l’uscita di scena del partner truffatore. Il romanzo racconta le vicissitudini dei Burdette, dalla fuga del capofamiglia fino al ritorno tardivo, e della vicinanza sentimentale tra il narratore e Jessie: una donna piccola e orgogliosa, che sgobba ai tavoli come cameriera e in un capitolo che ha davvero del capolavoro – l’ottavo, preparate i fazzoletti – si mostra struggente in un succinto abito rosso.
La
gente di Holt pensava che quel punto avrebbe pianto. Pensavano
che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non
lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un
essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi
e dopo un po’ si addormentò.
Tra
attimi di cupo smarrimento e momenti di grande armonia – un altro
episodio significativo è ambientato in un parco acquatico –, il
romanzo qui e lì mostra il fianco a qualche debolezza. Le
anticipazioni e le ellissi del narratore onnisciente, nonostante i
toni pur sempre accorati e compassionevoli, tolgono il piacere di
scoprire gradualmente le sorti degli attanti; l’epilogo dolce-amaro
appare precipitoso; qualche risvolto tragico – penso al personaggio
della giovane Toni, la figlia di Pat – è inserito e mai
approfondito, come se non avesse grandi conseguenze sulle vite degli
altri.
A differenza di Vincoli, già perfetto, La strada di casa ha maggiori ingenuità e la voce ancora acerba dei primi esperimenti. Ma un Haruf minore resterà in ogni caso un grande Haruf: soprattutto per i fedelissimi che bramavano, speranzosi, l’ennesimo tassello da vivere intensamente. Sconquassata dallo sferragliare di un isolato treno merci, la città di Holt, Maine, qui era ancora in corso d’opera e lontana dall’acme dello splendore. Ma appariva già bella a sufficienza, come suggerisce saggiamente il titolo, da volerci fare presto ritorno; da somigliare a casa.
A differenza di Vincoli, già perfetto, La strada di casa ha maggiori ingenuità e la voce ancora acerba dei primi esperimenti. Ma un Haruf minore resterà in ogni caso un grande Haruf: soprattutto per i fedelissimi che bramavano, speranzosi, l’ennesimo tassello da vivere intensamente. Sconquassata dallo sferragliare di un isolato treno merci, la città di Holt, Maine, qui era ancora in corso d’opera e lontana dall’acme dello splendore. Ma appariva già bella a sufficienza, come suggerisce saggiamente il titolo, da volerci fare presto ritorno; da somigliare a casa.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Passenger – Home












