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lunedì 22 giugno 2020

Recensione: La strada di casa, di Kent Haruf

| La strada di casa, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 194 |

Da qualche parte ho letto che a casa non si va, a casa si torna. È per questo che da quattro anni a questa parte considero Holt un po’ mia. Sono infatti una persona incostante e senza radici, eppure a sorpresa, romanzo dopo romanzo, il compianto Kent Haruf mi ha insegnato due virtù fondamentali: la pazienza e il senso d’appartenenza. Si può sentire nostalgia di un luogo che non conosci? Si può desiderare una pianura che non c’è? La mia bussola interiore e gli amici di NN mi hanno guidato per la quarta volta in quel di Holt – entro l’anno recupererò anche Crepuscolo e poi, con un brivido, mi sentirò orfano per sempre. Slittato fino a giugno a causa del lockdown, atteso, centellinato, amato, il nuovo romanzo dell’autore americano è in realtà il secondo. Scritto negli anni Novanta, ben prima della trilogia, è ambientato nel trentennio precedente e ricorda l’eleganza polverosa dei classici del cinema.

Finalmente Holt, con i lampioni blu in lontananza, poi sempre più vicini, e le strade deserte e silenziose una volta entrati in città.
Questa storia, più piccola delle altre ma emozionante comunque, conferma la magia dei mondi di Haruf, la sua scrittura avvolgente come una coperta di Linus, la predilezione per i personaggi femminili tristi e volitivi. Prende avvio da un ritorno imprevisto. A chi appartiene la Cadillac rosso fuoco parcheggiata su Main Street? È forse Jack Burdette il brutto ceffo al volante? È un pugno in un occhio. È un fulmine a ciel sereno. L’uomo, braccato alla stregua di un ricercato, mancava da otto anni in città.
A raccontarci l’antefatto è il timido direttore del giornale locale, Pat, che da giovane fu un compagno di scuola e un ammiratore del fuggitivo: alto due metri, pesante un quintale di muscoli, Jack era una promessa del football e un perdigiorno impenitente. Troppo grande per Holt, ha trovato rifugio prima nel poker e nella birra calda, poi nelle gloria dell’esercito, infine nelle donne: da un lato Wanda Jo, fidanzata storica e servizievole a cui ha spezzato il cuore; dall’altro lato Jessie, legittima moglie e madre dei suoi due figli, in balia di una spietata caccia alle streghe dopo l’uscita di scena del partner truffatore. Il romanzo racconta le vicissitudini dei Burdette, dalla fuga del capofamiglia fino al ritorno tardivo, e della vicinanza sentimentale tra il narratore e Jessie: una donna piccola e orgogliosa, che sgobba ai tavoli come cameriera e in un capitolo che ha davvero del capolavoro – l’ottavo, preparate i fazzoletti – si mostra struggente in un succinto abito rosso.

La gente di Holt pensava che  quel punto avrebbe pianto. Pensavano che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi e dopo un po’ si addormentò.
Tra attimi di cupo smarrimento e momenti di grande armonia – un altro episodio significativo è ambientato in un parco acquatico –, il romanzo qui e lì mostra il fianco a qualche debolezza. Le anticipazioni e le ellissi del narratore onnisciente, nonostante i toni pur sempre accorati e compassionevoli, tolgono il piacere di scoprire gradualmente le sorti degli attanti; l’epilogo dolce-amaro appare precipitoso; qualche risvolto tragico – penso al personaggio della giovane Toni, la figlia di Pat – è inserito e mai approfondito, come se non avesse grandi conseguenze sulle vite degli altri.
A differenza di Vincoli, già perfetto, La strada di casa ha maggiori ingenuità e la voce ancora acerba dei primi esperimenti. Ma un Haruf minore resterà in ogni caso un grande Haruf: soprattutto per i fedelissimi che bramavano, speranzosi, l’ennesimo tassello da vivere intensamente. Sconquassata dallo sferragliare di un isolato treno merci, la città di Holt, Maine, qui era ancora in corso d’opera e lontana dall’acme dello splendore. Ma appariva già bella a sufficienza, come suggerisce saggiamente il titolo, da volerci fare presto ritorno; da somigliare a casa.  
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Passenger – Home 

lunedì 10 dicembre 2018

Recensione: Vincoli. Alle origini di Holt, di Kent Haruf

| Vincoli. Alle origini di Holt, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 260 |

Quando da bambino i miei nonni mi portavano in campagna non vedevo l'ora di fare dietrofront. Gli insetti pizzicavano dappertutto, dalla terra riarsa si sollevavano sbuffi di polvere che peggioravano i miei attacchi d'asma, la conigliera in cui uno dei cugini mi aveva attirato con l'inganno durante una sfida a nascondino mi terrorizzava. Ero piccolo e goffo, troppo per arrampicarmi sugli alberi. Avevo il fiato corto, troppo per correre dietro un pallone di cuoio – beccare in pieno la porta del granaio significava goal – o per fare tana libera tutti. Perciò contavo. E mentre mio fratello Diego si divertiva a insozzarsi come mamma non gli avrebbe mai permesso, ad accarezzare il manto di mucche e cavalli, mi convincevo con un braccio sugli occhi – uno, due, tre, quattro, cinque – che le fattorie erano belle giusto in versione giocattolo; che la vita all'aria aperta non faceva per me. Ho cambiato idea crescendo. Anche se continuano a sembrarmi inimmaginabili il campo che scarseggia o le linee telefoniche a intermittenza. Anche se quelle estati d'infanzia preferisco non ripeterle, no, stranito dalla faticosa routine del mondo rurale; da coetanei che non vedono l'ora di ereditare le proprietà dei genitori, sposarsi, costruire la loro casa mattone dopo mattone – senza la comodità degli agenti immobiliari, insomma, o il bisogno di cambiare prospettiva in un condominio alto sei piani. Questo topo di città, infatti, ha cominciato a fantasticare sulla pace della natura grazie a storie come quelle raccontate da Kent Haruf: resoconti di esistenze frugali, di piccole gioie, che cullavano i sensi le volte in cui sognavo un bicchiere di vino sul portico, arpeggi di chitarra in filodiffusione, la disintossicazione dallo stress. Avete presente quando il cielo vi sembra il coperchio di una scatola di scarpe? Quella voglia di radunare il necessario e partire senza avvisare per luoghi in cui non sembra più così drammatico l'essere tagliato fuori dal mondo?

In seguito ognuno di noi rientrò nel suo solco. E qualche volta, ripensando a questa storia, mi pare che non ci sia altro che questo: una serie di solchi indipendenti. Alcuni sono durati per quattro o cinque anni, altri per venti, ma erano comunque solchi, come quelli scavati da una mandria di mucche sfinite che occasionalmente si fermano ad abbeverarsi e riposare un po', e magari a dare una bella leccata a un blocco di sale, quegli stessi solchi che poi le riportano in mezzo alla sabbia della contea di Holt. Diamine, è sempre così, in qualsiasi pascolo.

Holt mi accoglie a braccia aperte, ho un posto ormai riservato, ma questa volta mi dice che il soggiorno non sarà facile. Non è tutto oro quel che luccica, e la campagna non è solo per candidi vecchini e villeggianti impreparati; non è solo grilli festosi e silenzio. Qualcosa di brutto è capitato ai Goodnough: la loro graziosa casa gialla è in fiamme, qualcuno non ce l'ha fatta durante quell'incendio doloso, e l'unica superstite è anche l'unica sospettata. I giornalisti indagano sulla colpevolezza di Edith, ottant'anni, e i poliziotti piantonano il reparto di terapia intensiva. La sua famiglia è lì da generazioni. Sono partiti dall'Iowa al Colorado prima i genitori, sposini in cerca di un lotto appartenuto agli indiani: Ada e Roy – lei malata di malinconia, lui padre padrone – hanno scoperto a proprie spese che il sogno americano era una bugia, tutto sabbia e incuria. Si sono rimboccati le maniche, e i loro figli ne hanno ereditato i frutti. Ma cosa si dice di chi semina vento? Edith e Lyman hanno raccolto oneri e tempesta, consacrandosi sin da adolescenti ai rovesci di fortuna della trebbiatura e agli scontenti. Li descrive con autentica commozione Sanders Roscoe, figlio di John – in gioventù interesse amoroso proprio della bella Edith –, che per anni ha vissuto a un chilometro di distanza.

La maggior parte di quello che sto per dirti, lo so per certo. Il resto, lo immagino.

In provincia arrivano di sfuggita il proibizionismo, le notizie dal fronte occidentale, e fra unioni di convenienza e solitudini volontarie la tragedia di Pearl Harbor è l'occasione buona per voltare pagine. Da scapolo di mezza età che ha ignorato a lungo la birra, il poker, il gentil sesso, Lyman si trasforma in un damerino capriccioso e ben vestito, sempre in viaggio sulla sua Pontiac fiammante. Alla remissiva Edith spettano invece venti dollari con un fiocco rosso per Natale e qualche cartolina esotica da appendere nel tinello: aspetterà alla finestra della sua casa-prigione fino a sfiorire, e anche allora infrangerà giovani cuori. Perfino quello del narratore, cotto di lei nonostante i trent'anni di differenza, che dai Goodnough può masticare liberamente gomma americana e farsi carico dei fardelli della nubile solitaria. Sognare di scappare è controproducente tanto quanto pisciare controvento. Quella routine non ha spiragli.

Se Edith e Lyman fossero stati ragazzi di città, le cose sarebbero potute andare diversamente. Perfino nel 1915 i ragazzi di città avevano qualche opportunità di fuga in più rispetto ai ragazzi di campagna. […] Le cose sarebbero potute andare diversamente anche se Edith e Lyman fossero stati ragazzi di campagna adesso, nei vivaci, rumorosi anni Settanta. […] Ma quelle cose, quelle occasioni e opportunità di fuga, Edith e Lyman non le avevano. Erano ragazzi di campagna nel secondo decennio di questo secolo violento, ed erano intrappolati.

Si muore presto d'infarto, si abbandonano gli studi già alle scuole medie, si mungono le mucche due volte al giorno con la loro coda infangata che ci frusta la faccia, si raccolgono brandelli di dita umane nelle erbacce. È una Holt irriconoscibile, questa, perché ancora in costruzione: nessuna Main Street lungo la quale passeggiare a braccetto, nessuna poesia d'amore sul dondolo al tramonto. I vincoli del titolo: la terra dei padri, i rapporti di sangue. Quanto costa liberarsi e, soprattutto, cosa comporta? Cani bastonati dalla catena troppo corta, gli indimenticabili protagonisti si strozzano a furia di tirare, mordono se serve, infine si inseguono la coda. Ci sono le camicie da stirare, il pollo ripieno o la crostata di zucca da preparare, un'altra fiera da visitare sorridendo un po' dei maiali da esposizione o dei sottaceti da guinness. Il decoro a ogni costo: anche nella disperazione del fallimento, anche nell'omicidio premeditato. Questo Kent Haruf tanto diverso ai tempi dell'esordio – l'inconsueta cornice mystery, gli intrighi delle saghe familiari che per magia stanno alla perfezione in trecento pagine scarse – è meraviglioso. Al solito, più del solito. Al punto che dici grazie, mi fermo qui a leccarmi le ferite. Quasi quasi resto a Holt.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash – I See a Darkness

martedì 18 aprile 2017

Recensione: Le nostre anime di notte, di Kent Haruf

Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L'erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.

Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 171
Prezzo: € 17,00
Sinossi: La storia dolce e coraggiosa di un uomo e una donna che, in età avanzata, si innamorano e riescono a condividere vita, sogni e speranze. Nella cornice familiare di Holt, Colorado, dove sono ambientati tutti i romanzi di Haruf, Addie Moore rende una visita inaspettata a un vicino di casa, Louis Waters. Suo marito è morto anni prima, come la moglie di Louis, e i due si conoscono a vicenda da decenni. La sua proposta è scandalosa ma diretta: vuoi passare le notti da me? I due vivono ormai soli, spesso senza parlare con nessuno. I figli sono lontani e gli amici molto distanti. Inizia così questa storia di amore, coraggio e orgoglio.

                              La recensione
Mi piacciono le storie che parlano di senilità. Mi piacciono quei melodrammi lenti, verbosissimi, in cui una coppia chiacchiera e passeggia per tutto il tempo, e probabilmente non finisce neppure insieme prima del sopraggiungere dei titoli di coda – da Before Sunrise in poi, quanti ne ho visti e quanti ne ho cercati, al cinema, di amori così. Mi piacciono gli stati del sud, la delicatezza di Kent Haruf e il senso di immortalità che ispirano i romanzi postumi, in cui l'emozione la generano un po' le pagine riempite e un po' l'assenza intorno. Le nostre anime di notte è una storia che parla della terza età e della tententazione delle seconde chance. Addie e Louis, settantenni, saranno interpretati presto da Jane Fonda e Robert Redford in un dramma Netflix che ne mostrerà le passeggiate lungo la via principale, a braccetto, mentre si godono la reciproca compagnia. Si siedono in un caffè, proprio in vetrina, affinché tutti sparlino dei vedovi che hanno richiamato le loro emozioni dal pensionamento anticipato. Quando finisce l'età per innamorarsi? Quando scade e deperisce la voglia di fare? Holt, la stessa cittadina della Trilogia della Pianura, è popolata dalla poesia di uno scrittore che l'ha saputa cantare fino all'ultimo giorno. Le nostre anime di notte, più che un romanzo, è un racconto. Un capitolo, quasi, estrapolato dai romanzi corali dell'autore scomparso. 
Imperfetto ma bellissimo, avrebbe avuto forse bisogno di una seconda mano di pittura e di qualche pagina in più. Di linee di contorno meglio rimarcate. I capitoli si leggono così, a colpo d'occhio, e la vaga amarezza dell'epilogo sembra una sfida contro il tempo. L'autore aveva fretta di scriverlo e di morire. Oggi, nei tour in libreria, ne racconta la gestazione la vedova Haruf: leggi, sai che Le nostre anime di notte è il testamento della loro relazione, e ti commuovi. Il romanzo dura un'estate. Si svolge alla fine di una buona annata per i coltivatori locali: il tempo è stato clemente, le piogge rade ma indispensabili. La penuria, l'aridità del passato, sembrano un ricordo. In una di quelle sere quiete, Addie Moore si presenta alla porta di Louis Waters: gli fa una proposta indecente. Dal momento che sono entrambi insonni e abbandonati, perché non passare insieme la notte? Lui è un professore in pensione dall'indole poetica, con una figlia rancorosa e una moglie morta di cancro e di delusione. Dice subito di sì, perciò, a una coetanea che ha già seppellito una figlia e un marito. Hanno inizio le loro ronde notturne. L'intero vicinato spia dalle tende accostate quei viavai. Incuriosito, sospettoso, invidioso. Per il coraggio, la leggerezza e la naturalezza con cui ci si può volere bene quando tutto, eppure, sembrava perso.
I ruoli si invertono. I figli fanno scenate agli adulti, attenti ai pettegolezzi di quartiere. Ma ecco Louis, sbarbato e profumato, che attraversa la strada con un sacchetto di carta in mano: ci sono uno spazzolino di riserva e il pigiama buono. Bussa, e la donna lo apre: l'abat-jour si spegne al piano superiore. I due parlano, perlopiù, fino a prendere sonno. Di un'esistenza passata accanto a coniugi sconosciuti, dei reciproci rimpianti, dei sogni mancati. Di priorità e imprevisti. Volere qualcos'altro, qualcosa di più, significa forse peccare di ingratitudine? Si tengono per mano, pur rimanendo ognuno al suo posto. Si danno un bacio sulla bocca dopo cento pagine e passa. Provano a spingersi oltre, ma presumibilmente non riescono: lui, imbarazzato, accenna alla famosa pillola blu; lei sorride, dice che non ha importanza, e in fondo è vero. Si spacciano per moglie e marito. Giocano a fingersi genitori e nonni, quando Addie apre le porte a Jamie: il nipotino di sei anni in fuga dai genitori litigiosi, che sonnecchia tra i loro corpi malandati sentendosi finalmente al sicuro. L'ultimo Haruf parla dell'egoismo bestiale di noi figli; degli interminabili sacrifici dei genitori; della pazienza dei vecchi, che apprendano dai più piccoli lo spirito di adattamento e il compromesso. Gli anziani cercano un senso. Trovano hobby e passatempi, come la cura dell'orto o il fai da te. Si limitano a riempire le giornate. Aspettano la morte in veranda, ingannando il tempo a modo loro. I protagonisti di Le nostre anime di notte – campagnoli disincantati e stanchi – condensano la ricerca negli anni che restano, in duecento pagine scarse. Di giorno inanellano una serie di faccende da sbrigare con il pilota automatico e di notte si svelano, come fanno i vampiri. Non si spengono. Professano una vecchiaia che non è sinonimo di tristezza. E che la solitudine, a volte, può essere riempita fino all'orlo. Inseguendo il tempo, Dio e l'altro. 
Prima che il sorgere del sole, almeno, li strappi dalla ricerca e dalle lenzuola.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Passenger feat. Birdy – Beautiful Birds 

sabato 17 dicembre 2016

Recensione: Canto della pianura, di Kent Haruf

"Raymond la guardò. Aveva una folta massa di capelli corvini, il faccino rosso un po' deforme a causa del parto e un graffio su una guancia, e nella sua inesperienza, a lui parve che sembrasse un vecchietto, che somigliasse moltissimo a un nonnetto grinzoso, però disse, Sì, è proprio una cosina splendida."

Titolo: Canto della pianura – Trilogia della pianura
Autore: Kent Haruf
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 301
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Con "Canto della pianura" si torna a Holt, dove Tom Guthrie insegna storia al liceo e da solo si occupa dei due figli piccoli, mentre la moglie passa le sue giornate al buio, chiusa in una stanza. Intanto Victoria Roubideaux a sedici anni scopre di essere incinta. Quando la madre la caccia di casa, la ragazza chiede aiuto a un'insegnante della scuola, Maggie Jones, e la sua storia si lega a quella dei vecchi fratelli McPheron, che da sempre vivono in solitudine dedicandosi all'allevamento di mucche e giumente. Come in "Benedizione", le vite dei personaggi di Holt si intrecciano le une alle altre in un racconto corale di dignità, di rimpianti e d'amore. In particolare, in questo libro Kent Haruf rivolge la sua parola attenta e misurata al cominciare della vita. E ce la consegna come una gemma, pietra dura sfaccettata e preziosa, ma anche delicato germoglio.

                                                La recensione
Due ragazzini, nove e dieci anni, camminano accanto alle rotaie come in Stand by me. Aguzzano le orecchie affinché l'arrivo del treno non li colga impreparati. Si chiamano Ike e Bobby. Sbirciano i gesti proibiti dei grandi, consegnano giornali, si danno ai rapporti di buon vicinato: cercano di non pensare troppo a una mamma che se n'è andata a vivere a Denver. Nel vortice della depressione, pare stia meglio lontano da loro. Tom Guthrie, il genitore che resta, insegna Storia americana: abbandonato, si prende cura dei propri figli, si concede qualche storia di una notte e via e, incorruttibile, s'inimica la famiglia di una mina vagante di studente. Victoria Roubideaux si è innamorata del ragazzo sbagliato, un forestiero, solo perché in pista sapeva muoversi come un dio. Ci ha fatto l'amore sui sedili posteriori di un vecchio catorcio mentre i vetri si appannavano, è rimasta incinta. Messa alla porta dalla madre, accolta provvisoriamente da un'insegnante, trova un inaspettato rifugio a casa dei fratelli McPheron. Fattori da generazioni, hanno più familiarità con le bestie che con il prossimo; ne sanno tanto di giovenche e ben poco di adolescenti ribelli; a tavola parlano di allevamento e raccolto quando non si godono l'uno il silenzio dell'altro. Cosa vogliono due scapoli in là con gli anni da una sedicenne bisognosa? La gente mormora, ma lo strano trio non conosce malizia. E poi c'è Holt, polverosa e ospitale. Immaginaria, ma vivissima. Si ritorna alle storie del compianto Kent Haruf senza aspettare i comodi di Libraccio; si compra d'impulso quelle che restano da leggere. Nelle pagine si cerca lo stesso trasporto di Benedizione, e magari – in tempo di liste e di bilanci, con dicembre agli sgoccioli - la lettura dell'anno. Mi dicevano tante cose di Canto della pianura: per molti, il titolo più bello della trilogia. Mi raccontavano la dolcezza dei fratelli McPheron, e io li ho trovati laconici e affettuosi proprio come mi si assicurava; mi anticipavano uno stile leggermente diverso ma emozioni immutate. Questa volta sono arrivato con la camicia di flanella nei pantaloni e il cappello da cowboy. Questa volta, più a mio agio, ero preparato. Troppo? Ecco che manca, infatti, l'effetto sorpresa. Quel magico senso di ineffabilità. La paura, raccontandovelo, di svelare troppo e troppo poco. 
Questa volta, perciò, parto col presentarvi i numerosi personaggi. Vi racconto cosa ho avvertito e cosa no. Non mi viene voglia, non so, di riservargli un trattamento d'eccezione. Ne parlo positivamente – Haruf resta malinconico, gentile, pacificante – ma senza lo stesso incanto. E mi sento un po' amareggiato. Alla ricerca dei segreti del successo di Benedizione, immaginandomelo impegnato e aulico, mi ero trovato fra le mani un romanzo sorprendente: un capolavoro di semplicità. Avevo sperimentato l'esatto incanto di quelle storie d'altri tempi, che parlano di tutto e di niente al tempo stesso e tu poi non sai come recensirle. Canto della pianura è più drammatico, più ragionato. Più romanzo. La scrittura, lì sobria ed essenziale, si carica di descrizioni particolareggiate e drammi colti in medias res. Carnale e sanguinoso – turbano e annoiano un po', a tal proposito, la cernita delle giovenche infeconde e la scrupolosa autopsia di un cavallo infermo -, celebra la nascita lì dove Benedizione parlava di morte, al capezzale dell'indimenticabile Dad Lewis. 
Sarà che sono fatto a modo mio e ricordo le quiete dipartite meglio di questi inizi turbolenti. Sarà che ho una famosa cotta per i racconti fumosi che parlano di anziani (e alla maniera degli anziani), e a Holt – un paese per vecchi, parafrasando McCarthy – ho seguito commosso l'educazione sentimentale degli attempati McPheron e meno le avventure dei piccoli Ike e Bobby, le bizze tra liceali. Ho amato profondamente gli scenari, i tinelli arredati con modestia e buon gusto del Colorado, il suono che fa. Ma l'emozione è soggettiva, sfuggente, e purtroppo non si è fatta sentire altrettanto. Canto della pianura è una canzone indie folk che sfiora corde risapute – quelle giuste, ormai – e fino alla fine non ti rivela i propri accordi segreti. Si fa inversione di marcia fischiettando l'inciso. Si imbocca nuovamente e prima del previsto la strada che porta in paese. Sterrata, impraticabile, piena di buche. Ma giunto alla meta, seduto sul solito portico, il mal d'auto e la stanchezza vanno via da sé. Ci si gode, così, almeno il piacere di un secondo viaggio non destinato a rimanere l'ultimo. La pace dell'approdo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Bob Marley – Redemption Song

venerdì 25 novembre 2016

Recensione: Benedizione, di Kent Haruf

Persone in casa propria. Vite comuni. Che trascorrono senza che loro se ne rendano conto. Speravo di trovare qualcosa. [...] La preziosa normalità.

Titolo: Benedizione – Trilogia della pianura
Autore: Kent Haruf
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 277
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Nella cittadina di Holt, in Colorado, Dad Lewis affronta la sua ultima estate: la moglie Mary e la figlia Lorraine gli sono amorevolmente accanto, mentre gli amici si alternano nel dare omaggio a una figura rispettata della comunità. Ma nel passato di Dad si nascondono fantasmi: il figlio Frank, che è fuggito di casa per mai più tornare, e il commesso del negozio di ferramenta, che aveva tradito la sua fiducia. Nella casa accanto, una ragazzina orfana viene a vivere dalla nonna, e in paese arriva il reverendo Lyle, che predica con passione la verità e la non violenza e porta con sé un segreto. Nella piccola e solida comunità abituata a espellere da sé tutto ciò che non è conforme, Dad non sarà l'unico a dover fare i conti con la vera natura del rimpianto, della vergogna, della dignità e dell'amore. Kent Haruf affronta i temi delle relazioni umane e delle scelte morali estreme con delicatezza, senza mai alzare la voce, intrattenendo una conversazione intima con il lettore che ha il tocco della poesia.
                                               La recensione
Quando non so da dove partire, temporeggio. Introduco la storia, i personaggi, le ambientazioni, aspettando che l'ispirazione arrivi da sé. La pagina bianca fa un po' paura, la prima frase è la più difficile da scrivere. I miei dubbi, oggi, occupano gli spazi vuoti: non quelli relativi a Benedizione – bellissimo come tutti dicono, c'è poco da fare –, ma al modo in cui raccontare quelle letture che dicono tutto pur non parlando di niente. Qual è la storia qui, se la naturale discrezione di Kent Haruf non cede ai vezzi e la coralità è sacrosanta? Quali personaggi includere e quali no, se il tuo è un piccolo post scritto di fretta per riassumere un grande giro di vite? Le ambientazioni campestri ricordano più le sconfinate pianure di McCarthy o le ballate indie folk che vanno per la maggiore nelle mie cuffiette? Sulla scia di queste domande retoriche, prendendo spunto proprio dall'ultima, faccio degli sfondi degli Stati Uniti del sud – tra l'altro, unico filo conduttore della trilogia di Kent Haruf – il mio spasimato incipit. Il sole che al tramonto scompare oltre i pascoli, il crepuscolo che non porta la frescura sperata, un'imprecisata attesa elusa stando seduti sul portico. Siamo in Colorado, nella contea fittizia di Holt. Dove tutti conoscono tutti, i cambiamenti si percepiscono in ritardo e fa strano trovare cenni all'attualità – ad esempio, l'allarmismo post undici settembre – in mezzo ad atmosfere tanto fumose. Affascina questa America di provincia, intorpidita ma autentica. Chiusa verso lo straniero, avrà votato Trump alle scorse presidenziali crogiolandosi in un passato che appare tutto fuorché glorioso. Sul dondolo, ballano le gambe e la vista spazia fin quasi a Main Street: un filare di negozi e negozietti a gestione familiare, automobili che non hanno fretta di arrivare alla meta, bambini in bici e sparuti semafori che gestiscono un traffico inesistente. Le giornate si accorciano pian piano. Dad Lewis contempla la flora e la fauna del posto in cui è nato e in cui morirà con gli stessi occhi di chi guarda le cose per l'ultima volta. La prognosi parla chiaro: gli resta poco da vivere, se lo sta mangiando un brutto male; anziano, però, si consola dicendo che ha fatto il suo tempo. Marito della dolce e fedele Mary, padre di Lorraine e Frank, ha messo da parte un discreto gruzzoletto mandando avanti l'unico ferramenta di Holt; può dirsi fortunato. Ma quanto è felice se, accanto a una malattia debilitante, lo affliggono l'assenza del figlio minore – fuggito via anni prima, perché in provincia l'omosessualità resta una vergogna – e la triste sorte di Clayton, dipendente dalle mani lunghe? Sul suo capezzale, spettri che solo lui vede e i conoscenti di sempre; la moglie si cura della pulizia del suo corpo e degli affanni inimmaginabili, gli amici fanno mostra di buona creanza e sincera riconoscenza. 
Gli chiedono come va e come non va; gli parlano di raccolto, bestiame e nuovi arrivati in paese – un'orfana di nome Alice, il problematico reverendo Lyle –; si congedano con la tesa del cappello da cowboy che nasconde gli occhi fradici. Nel frattempo, la figliol prodiga Lorraine stringe amicizia con le Johnson e insieme, in un cenacolo di donne di generazioni diverse e simili mancanze, le tre decidono di regalare un'estate memorabile alla piccola e solitaria Alice. Il reverendo forestiero, bello e con una famiglia tutt'altro che perfetta a carico, parla sull'altare di fratellanza e dell'importanza di porgere l'altra guancia: i suoi sermoni fanno rumoreggiare i fedeli, facendone emergere la profonda ipocrisia. Benedizione si muove tra passato e presente, in territori e sonorità che amo particolarmente; nel ricordo fresco di Kent Haruf, scomparso due anni fa e apprezzato tardi. Struggente, rilassato, semplicissimo, non era il romanzo che mi aspettavo; non per questo, però, ha deluso le attese. A garantirgli una fama istantanea ma tardiva, mi domandavo all'inizio, trame ingarbugliate e stile aulico?
Dietro un successo senza misteri, invece, una scrittura che è sinonimo di decoro e pudicizia. La benedizione: quella dei caffè annacquati delle tavole calde e delle camicie di flanella; delle barbe folte che si ingrigiscono e dei piccoli gesti di generosità; di arpeggi country e personaggi cristallini. Anche se i padri hanno escluso i figli ribelli dai lasciti e l'ignoranza delle campagne ci rende alieno il diverso. Anche se si finisce a letto con uomini o donne sposati e il sesso diventa mezzo di scambio. Anche se una frase detta con la lingua tra i denti porta a tragiche reazioni a catena – fughe, suicidi, rimpianti inestinguibili – e i fantasmi, con la morte ai piedi del letto, pretendono le scuse e l'ultima parola. C'è chi nasce e c'è chi muore, in questo appassionatissimo gospel tutto laico che si confonde con il cantare delle cicale. Il gesto del benedire è un'estrema unzione per gli ammalati e un solenne battesimo, un ingresso alla vita, per i pastori senza gregge e le mamme senza figli. Kent Haruf rimette i debiti e, nelle intime confessioni che sono i suoi discorsi indiretti liberi, assolve i suoi personaggi dal peccato dell'egoismo. In Benedizione c'è una bontà d'animo che non sembra eccessiva. E tu, che eppure non credi nel prossimo tuo e in Dio chi lo sa, non la condanni – reputandola magari troppa – ma gliela invidi profondamente.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Bob Dylan – Knockin' on Heaven's Door