La
mia ignoranza si fa sentire in casi come questo.
Death Note, storico manga già oggetto di diversi adattamenti in
patria, scopre l'America. Tutti i personaggi
perdono gli occhi a mandorla e, si intuisce, gran parte del carisma;
qualcuno cambia colore della pelle o connotati. Resta la storia di
Light, liceale ai margini con una rabbia a cui dar voce e un quaderno
piovuto dal cielo. Pagine vuote da riempire con sangue e inchiostro:
i nomi dei suoi nemici in sequenza, e la loro morte nei piani – a
consigliarlo, un demone ghiotto di mele e una coetanea senza
senso della misura. Quanto ci vuole a passare dalla parte del torto?
A trasformare un'occasione di far del bene (in lista, infatti,
bulli, assassini e terroristi) in un massacro? Ci si
domanda lo stesso nell'adattamento firmato dal buon Adam Wingard,
regista horror già apprezzatissimo in You're Next e The Guest. In quale momento,
precisamente, questo Death Note spreca
il suo potenziale? Dal divano mio fratello, fan di lunga data,
sottolinea il fascino delle atmosfere – spesso rovinate però dai
toni troppo teen, dalla troppa bontà del Light di Nat Wolff – e
l'ingiustificato stravolgimento di alcuni comprimari (L e Mia). Il protagonista e la sua ragazza pon-pon, fidanzatini
diabolici assetati e poi prosciugati dal loro stesso senso di
onnipotenza, alimentano la leggenda di Kira e fanno proseliti. Sfugge
la conta delle vittime, il senso dello loro azioni, e in un attimo
passano da nerd medi a geni del crimine; da buoni a
cattivi. Mancano le sfumature, la coerenza degli snodi, un po' di
sana crudeltà, ma sullo sfondo restano le luci al neon di una
Seattle notturna e un'idea di cui, anche da profani, si colgono
comunque risorse e lacune. Videoclip vertiginoso e splatter,
Death Note non mi è
parso il disastro annunciato, benché ridotto all'osso.
Il pilot ideale, piuttosto, di una serie di cui non mi dispiacerebbe
assistere agli sviluppi; un prodotto supereroistico con il fardello
del Signore degli anelli e
la dannazione di Chronicle,
alla ricerca di qualche torsolo
sgranocchiato e del marcio. Basta poco a graziare il look psichedelico, la colonna sonora anni '80 e
l'indiscusso buon gusto di Wingard; a lasciare bianca, con buona pace degli estimatori, l'ultima pagina
del diario di Ryuk. (5,5)
Un
futuro distopico. Seduti a un banco, con cinghie di contenimento e
museruola, ci sono bambini che non sono quello che sembrano. Zombie
di seconda generazione, hanno una coscienza e una minima speranza di
essere rieducati. Melanie sembra diversa dagli altri. Ha tante
domande e attimi di tenerezza. Trattiene la fame come può. In La
ragazza che sapeva troppo, tratto dal best-seller di Mike Carey, una
Matilda infetta si affeziona alla maestra Gemma Arterton. Mi
sarei aspettato uno sviluppo lento, melodrammatico, nello stile di
Maggie. Il film, presentato in anteprima al Festival di Locarno, ha
invece un incipit vincente e uno sviluppo decisamente canonico, da
survival – una fuga dalla classica orda di morti viventi, l'arrivo
in una città invasa dalla vegetazione. Li aiuta Melanie, l'eccezione
alla regola. Ma, come da titolo, la bambina sa troppo. Ha prestato
un'esagerata attenzione al mito di Pandora e nell'epilogo che
risolleva le sorti di una storia altrimenti già nota, decisamente
inaspettato, ci lascia con una morale che non ha nulla di
consolatorio. Qual è la differenza tra uomini e mostri? Nasciamo
cattivi? Possiamo forse rinnegare la nostra natura? La ragazza che sapeva
troppo è un horror non imprescibile, ma coerente. Né spaventoso né
ributtante – ha però riusciti effetti speciali artigianali e
tocchi splatter, con tanto di infanticidi –, ma capace di qualche
buono spunto di riflessione e di una svolta shock. L'idea si perde a
metà ma, per fortuna, si ritrova alla fine. E non ti molla più.
(6,5)
Adam
ha un solido gruppo di migliori amici e un segreto. Alla vigilia del
suo compleanno, si dichiara gay davanti alla sua cricca in gran
completo. L'imbarazzo e, infine, l'accettazione: Adam è quello di sempre, ma sono gli altri ad aver bisogno di tempo e aiuto per metabolizzare l'accaduto e spingerlo finalmente fuori dal suo armadio. 4thMan
Out,
pellicola indie che mi ha fatto compagnia in una sera di noia e di
Netflix, è il buddy movie che non ti aspetti. Contro i cliché, il
film parla di un ragazzo troppo rude per la comunità omosessuale e
troppo poco, d'un tratto, per le serate passate a giocare a poker.
Decidere di vuotare il sacco con chi ha condiviso l'adolescenza e
trova, dall'altra parte, cuori tolleranti ma sospettosi. Tutti i gay
sognano di convertire gli etero convinti? Tutti i gay, soprattutto,
si somigliano e si pigliano? Tra momenti di toccante coesione e
divertenti fraintendimenti, 4th Man
Out e
il suo buon cast televisivo – accanto al semiesordiente Evan Todd,
Parker Young (Imposters)
e Chord Overstreet (Glee)
– alleggeriscono l'anima e propongono una storia d'amicizia pura,
virile, che vince gli appuntamenti tragicomici, gli approcci
azzardati e qualsiasi pregiudizio. (7)
Ned frequenta un collegio in cui
è il capro espiatorio perfetto. Brama l'anonimato, ma gli assegnano come compagno di
stanza un ragazzo che non passa inosservato: l'ultimo arrivato, astro
nascente dello sport, condivide assieme a lui pochi metri quadri e, inevitabilmente, punta anche su di lui un po' le luci dei riflettori. A stretto
contatto, diventerà il suo peggiore aguzzino? Il bel diavolo della
commedia dell'irlandese John Butler ha più di qualche scheletro
nell'armadio e tanta voglia di fare amicizia. Non
bastano le barricate issate da Ned al centro della stanza. Non basta
quel che dice la gente. Complice l'illuminato insegnante del sempre
ottimo Andrew Scott, i due prestano voce e chitarra a un'esibizione
musicale. Mostrando che in quella scuola non si vive di solo rugby. E
che i legami si formano, anche quando opponi resistenza. Film
piccolo, educato, ironico nella maniera vincente dei britannici, Handsome Devil aveva
belle medie e le carte in regola per essere un bel romanzo di
formazione.
La memorabilità non è dietro l'angolo. La visione scorre fin troppo
veloce, però racconta con delicatezza e qualche colpo di scena la sfida all'omologazione, i manrovesci al bullismo,
l'infondatezza delle prime impressioni. Nonostante lo spirito,
nonostante gli accenti e i volti giusti, non è né Billy
Elliot
né Pride.
Però l'ho visto in una di quelle sere in solitaria con il mondo
contro, e ai titoli di coda sorridevo tra me e me. Di
Handsome Devil
dirò
che ha troppa carne al fuoco e poco impeto, ma fa star meglio, e
tant'è. (6,5)
Il
mese di prova con Netflix funziona così. Ti studi il menu, dai
un'occhiata alle copertine e, se la noia ha la meglio, di trovi a
guardare un film messicano sul cui poster c'è la Karla Souza di How
to get away with murder,
troppo svestita per passare oltre. Il titolo suona improponibile, ma
è una traduzione filologica dallo spagnolo: il cattivo gusto, a
sorpresa, non è quindi dei titolisti italiani. Che
colpa ne ha il bambino? è Una notte
da leoni senza
anticoncezionali. La protagonista finisce a letto con uno
sconosciuto. Lei è impegnata, snob, ricca di famiglia. Lui fa ancora
il liceo e vive con una mamma grottesca. I genitori di Maru
rumoreggiano, ma acconsentono a un matrimonio riparatore. L'unione è
un contratto. I due alleveranno il nascituro, ma separati. Non vi
dico cosa succede: si sa. Il copione, però, ha in serbo nella culla
un colpo di scena che spiazza; due protagonisti teneri e naturali; comprimari esilaranti, tra padrini
erotomani e autisti galanti. Che
colpa ne ha il bambino? è
la solita storia, ma importata dall'angolo d'America sbagliato; più
scollacciata e adorabile del previsto. E, titolo a parte, colpe non
ha. (6)
Coppia
di liceali scoppia alla notizia che lei, riottosa quando si parla di
dormire insieme, ha diciassette anni e già un passato promiscuo
(all'asilo infantile, insomma, sesso droga e rock 'n roll). Lui,
amareggiato e in astinenza, finisce a letto per ripicca con un una
sconosciuta. Holly ha una casa enorme, tanti segreti,
nessuna inibizione: da copione, è una pazza furiosa. Rivelerà la loro tresca? Messa alle
strette, farà perfino di peggio? You get me, produzione originale Netflix,
originale proprio non è. Teen thriller trash, telefonatissimo, da
seguire a cervello spento, ha una regia da videoclip, un dignitoso
trio di bei ragazzi (la stalker di turno è l'ex teen idol Bella
Thorne, che compensa con un indiscreto sex appeal alle pose da “cagna
maledetta”). La cattiva sgambetta in mutandine in corridoio,
pistola alla mano; qualcuno è a rischio, ma ci si fa soltanto male
un po'. L'Attrazione fatale al tempo dello
streaming ha uno spunto che si è abbondantemente esaurito vent'anni
fa, ma comunque non spiace. In biancheria a bordo piscina, inutile,
involontariamente divertente. Un intrattenimento usa e getta, sulla blanda vendetta di fanciulle sedotte e abbandonate.
(4,5)

