Aspettavo
Donato Carrisi nel fitto del bosco, al varco. Nato in origine come sceneggiatura, il
best-seller che corteggiava i meccanismi dei thriller anni Novanta è diventato un film per mano del suo stesso
autore, qui atteso per la prova del nove. Assiepata dai paparazzi, l'immaginaria Avechot è una
fortezza in cui nessuno entra e nessuno esce. Sembra un indovinello,
quasi: chi ha rapito la sedicenne Mary Lou, così come trent'anni fa
ci si domandava che fine avesse fatto Laura Palmer. Il teatrale Toni
Servillo, a colloquio con lo psichiatra Jean Reno e la spietata
cronista Galatea Renzi – unica interprete femminile convincente, tocca ammetterlo, accanto all'irriconoscibile Scacchi –,
richiama i giornalisti in paese e gli spettatori in sala. Se l'agente
in questione è però un irresistibile sciacallo per cui la verità è un optional, l'indagine diventa una messa in scena:
caccia alle streghe ai danni del mite e intenso Alessio Boni, capro
espiatorio al posto sbagliato nel momento sbagliato. La
ragazza nella nebbia, nerissimo e verisimile, racconta un
voyeurismo all'estremo, le trasmissioni che investono sul dolore e le
ronde notturne, gli interrogatori a destra e a manca, che diventano presto coreografia a effetto. La morte si fa spettacolo al tempo dei
mass media. La suspance, in Italia, non è solo Dario Argento. Via le
soggettive e le mani che stringono coltelli. Via
il gore, i detective improvvisati, i finali semplici. Dato il
minutaggio, si sentiva forse la necessità di qualche sforbiciata qui
e lì – soprattutto per gli stilemi televisivi con cui
vengono introdotte le vicende di Boni –, ma le lungaggini di sorta
sono il peccato di vanità di un genitore che vuole troppo bene alla
sua creatura per cambiarla. Puntando sul fascino naturale delle
atmosfere, su un intrigo di punti di vista che convince più che su
carta, Carrisi svecchia il genere e lo riporta in sala. Con
l'accuratezza della scrittura che ho già ampiamente sperimentato in
passato – i backstage preferiti alla violenza della scena del
crimine, i colpi di scena ben ponderati. Con un gusto internazionale, già maturo, che si nota nella cura della messa in camera e nella varietà dei referenti (il rigore del
giallo scandinavo, ma anche l'umanità di Vinterberg). Strano ma vero: c'era bisogno della
nebbia, nel thriller all'italiana, per tornare a vedere la luce. (7+)
Siede
al solito posto. In vetrina, al tavolo in fondo. Distinto,
elegantissimo, con un misterioso taccuino davanti e una tazza di
caffè sempre piena. A ben vedere, questa volta, l'uomo – forse
Satana, forse un angelo custode – sembra diverso; ha lo sguardo
meno sornione di un silenzioso Valerio Mastandrea. Cambiano, anche se
di poco, gli scenari. L'insegna luminosa, il juke box nell'angolo che
suona Fausto Leali e Sunny, l'Italia fuori. Cambiano i volti –
di casa nostra, numerosi, eppure non ce n'è uno che appaia fuori
posto – che si avvicendano al tavolo, sebbene restino
sostanzialmente immutate le storie, i drammi, i desideri. Un Giallini in cagnesco vorrebbe riconquistare la fiducia del ribelle
Muccino, suor Rohrwacher cerca Dio ma incontra il non vedente Borghi,
Papaleo deve proteggere la bambina minacciata da Marchioni, la
Lazzarini mette bombe come cura per l'Alzheimer e l'infelice Puccini
fa scoppiare coppie in nome dell'egoismo e dell'amore. Al centro di
significativi siparietti, dietro il biancone, Sabrina Ferilli:
cameriera in bilico sui tacchi alti che, assieme allo spettatore, si
chiede chi sia, cosa faccia, quel genio della lampada in grado di
realizzare qualsiasi desiderio in cambio della tua anima. The Booth at the End, serie sperimentale che parlava di misfatti e
miracoli su sfondi fissi, scopre il cinema e la tentazione del
remake. Dopoi fasti di
Perfetti sconosciuti –
singolare colpo di genio, sospetteremmo col senno di poi –
un Genovese forse già a corto
di idee si affida alla
brillante idea di qualcun altro. Se le due stagioni con Xander
Berkeley avevano atmosfere accoglienti, familiari, il restauro poco
necessario di questa tavola calda ai confini della realtà la
mostra più fumosa, elegante, notturna. Non manca qualche nuovo
incastro, qualche nuova richiesta, qualche difetto – la meccanicità
delle dissolvenze in nero, nonostante la grande precisione della
regia, e l'utilizzo di una colonna sonora che vorrebbe enfatizzare
invano svolte ed emozioni. Per il resto, nessuna aggiunta sul menu.
Ogni azione ha pro e contro. Tutti, corruttibili nel profondo, un
prezzo da pagare. Ciascuna riproposizione tanto fedele all'originale,
tanto pedissequa, presentia i difetti soprattutto delle copie carbone che
funzionano, magari, ma non osano affatto. Attento a ciò che desideri,
si dice: potrebbe avverarsi. Attento alla ricerca di un cinema
eticamente impegnato, di uno spunto degno del successo di una
commedia nera fa: caro Genovese, potrebbe intrappolarti. (6,5)
Milton,
Giorgio, Fulvia. Il malinconico che parla l'inglese, il bello dai
pigiami di seta, la civetta che prima promette e poi si nega. Un
triangolo sentimentale in erba, accennato appena, nell'afa della
campagna torinese. La guerra all'improvviso, poi separarsi – non
per l'amore per Fulvia, ma per quello di Patria. Rivedere la casa in
cui si sono conosciuti, con i partigiani che inseguono i fascisti
nella nebbia delle Langhe, accende nel protagonista i ricordi.
E il dubbio. Giorgio e Fulvia si sono amati alle sue spalle? Si parte
alla ricerca dell'amico d'infanzia, caduto in mano alle camicie nere.
Liberarlo, o almeno tentare, in nome di una questione privata. Dopo
Shakespeare e Boccaccio, i Fratelli Taviani adattano Fenoglio: un
romanzo breve, irrisolto, postumo, sospeso nella bruma e
nell'incompiutezza di una pagina a metà. Trasposizione snella e
fedele, con microscopiche aggiunte da apprezzare e una corsa finale
che manca purtroppo dello slancio vitale, il dramma bellico dei
registi pisani – presentato prima a Toronto, poi a Roma – è
sommesso, intimo, lattiginoso. Troppo. I dialoghi teatrali si
susseguono meccanicamente, rigidamente. Mancano, nel finale
soprattutto, l'ardore, il tarlo che rode, la passione. Potremmo
chiederci dove sia il pathos, a questo punto, se soltanto la freddezza del tutto non
fosse un tentativo di rendere sul grande schermo la scrittura cruda e
secca di un narratore che non amava i fronzoli e il tanto rumore per
nulla. Dramma italiano inconsueto perché senza urla né lacrime,
originale cronaca di una guerra senza più sangue da mostrare, ha un
Marinelli dallo sguardo naturalmente malinconico e una
Bellè che ammicca svelando le mutandine sui rami dei ciliegi in
fiore. Accanto ai due, già insieme nel sopravvalutato Principe Libero, un
manipolo di volti da fiction – giovani, sbarbati: una generazione
perduta – per una guerra mostrata per vie traverse. Se ne
apprezzano, infatti, le sequenze liriche (la bambina che va a
dormire come se nulla fosse fra i cadaveri dei propri cari, l'assolo
del percussionista impazzito, l'esecuzione di Riccio). Più il taglio
stilistico (fotografia e scenografie, bellissime, e Somewhere
Over the Rainbow a fare da spettrare leitmotiv) che l'umanità.
Ripulita del sangue, del fango, della pioggia battente, la crociata
di Milton la si segue sì, ma senza entrarci mai per davvero. (6)
Cristiano
Caccamo e Salvatore Esposito, aspiranti attori a Berlino, decidono di
convolare a nozze. Il problema, annunciarlo a casa
durante le vacanze di Pasqua: in un sud Italia chiuso ai migranti e
al nuovo.
Facilissimo, infatti, vivere alla luce del sole nel capoluogo
tedesco; condividere un appartamentino con la Del Bufalo, spassosa
ereditiera, e un Abbrescia in transizione. L'outing è solo l'inizio,
se la mamma dal pugno di ferro di una strepitosa Monica Guerritore,
facendosi beffa dell'intolleranza del marito Abatantuono, sogna un
grosso grasso matrimonio gay. In un suggestivo borgo medievale, si
susseguono le vicende e gli sketch della godibilissima commedia di
Alessandro Genovese, sul delicato tema delle unioni civili.
Semiserio, buono di cuore e innegabilmente un po' buonista, Puoi
baciare lo sposo è nel suo
complesso ben recitato e diretto, con tanto di scena musical in
chiusura. Il difetto: una scrittura frettolosa, dalle idee non del
tutto sfruttate, che piace e diverte nonostante le sbavature a
un passo dal finale. Lì, in un epilogo troncato di netto, tutti i
limiti e l'inspiegata fretta dei suoi novanta minuti di durata. Lontano dalla
poesia di Mine Vaganti e,
con un sospiro di sollievo, dalle arie da cinepanettone mancato di
Io che amo solo te, il film a
tinte arcobaleno è meno sciocco di quanto appaia. Non così
disimpegnato negli intenti – lodevoli più in teoria che in
pratica – e popolato da allegre macchiette a cui, fra il boss di
Gomorra che scopre
l'autoironia e un conducente di autobus en travesti, si vuol bene a
prima vista. Sarà per questo – il romanticismo delle soggettive
iniziali, la spensieratezza diffusa a manciate generose – che è
purtroppo impossibile perdonargli l'amarezza lasciata dalla chiusa.
Coi fiori d'arancio e i confetti, noi preferivamo un'altra fetta di
dessert. Un'altra risata leggera leggera, prima dei titoli di coda.
(5,5)
La
porta socchiusa, l'appartamento in disordine, la paura di
un'irruzione. Ha fatto una cosa strana, il ladro. Ha portato qualcosa
di suo anziché rubare. Dappertutto, oggetti che non ci
appartengono; tracce che portano ad appuntamenti, a notti mai
vissute. Banconote fruscianti nel portafogli, un vestito azzurro di
una taglia in meno nell'armadio, libri coltissimi sul comodino, un
vibratore nel cassetto. Le stranezze si spostano anche fuori, per strada. Dove
sconosciuti ci salutano chiamandoci con un altro nome. Dove qualcuno
pretende il pagamento di un debito, qualcun altro la resa dei conti,
un altro ancora un bacio. Nella vita di Sally Porter,
ventinove anni, c'è un invasore che le ha rubato i figli, i ricordi,
il senso dei giorni: sé stessa. Chi diventa quando i mal di testa si
fanno lancinanti, le difese si abbassano e lei – un ex marito con
il vizietto degli scambi di coppia, due gemelle di cui il tribunale
le ha negato la custodia, traumi familiari che prendono avvio dalla
scomparsa del padre amatissimo – rinuncia alle ancore della realtà?
Voglio
parlare con qualcuno. Uno psichiatra o uno psicologo. Non so quale
dei due, li confondo sempre [...]
Perché nell'ultimo mese ho tentato di uccidermi tre
volte. Perché c'è qualcosa dentro di me che mi costringe a fare
delle cose.
A
luci spente emerge la spietata concorrenza delle altre. Aspiranti
attrici con il sogno di un ruolo di spicco, protagoniste di una gara
senza esclusione di colpi: qualsiasi cosa pur di uscire alla ribalta.
Ci sono Nola, artista del Greenwich Village con amicizie elitarie,
interessi sofisticati e frequenti tendenze suicide; Bella – un nome, una garanzia – per cui sedurre, flirtare,
piacere, sono linfa vitale; la dolcissima Derry, io narrante che
serve ai tavoli con un sorriso trasognato e cerca fra gli avventori
il principe azzurro; infine Jinx, rissosa e vendicativa, che
dissemina sangue e violenza, ossa e cuori spezzati. In comune con la
pudica e superstiziosa Sally, niente se non il corpo. La mente
della protagonista è infatti un labirinto pieno di angoli oscuri. A turno,
dagli anfratti, possono saltare fuori donne diverse. Attratte dalle
debolezze di uomini diversi – il giocatore d'azzardo Todd, il
dongiovanni di mezza età Eliot o lo psichiatra Roger, vittima della
sindrome del burnout. Con idee diverse sulla
religione, il sesso, la morte. Quando diventano inconciliabili, tocca
prenderne atto; intervenire. Ma le personalità di Sally hanno una
coscienza, una storia, un singolare attaccamento a quella vita
spartita in parti disuguali. Se Cartersio aveva ragione – se
cogito, ergo sum – eliminarle non sarebbe forse omicidio? Sul
lettino del terapista, invertire il processo di fissione dando vita a
un Sally in pace con la propria femminilità, con il proprio
candore, con la propria ira: la quinta.
Non
mi sto uccidendo. Sto uccidendo voi. Quando tutto il sangue sarà
uscito dalle mie vene e la mia mente si sarà svuotata, nessuno di
voi esisterà più.
Le
hanno cantante in tanti. Al telefono, dolcemente complicate. Donne
belle perché contraddittorie, volubili, sull'orlo di una crisi di nervi. I loro proverbiali sbalzi d'umore, direbbe
ironicamente qualcuno, diventano patologia nel romanzo di Daniel
Keyes. Lo scrittore e psicologico statunitense, celebre per Fiori
per Algernon e Una stanza piena di gente,
riprende fra le pagine il tema affascinantissimo delle personalità
dissociate. Ne aveva ventiquattro il serial-killer Billy Milligan,
raccontato attraverso un diario psichiatrico che avrebbe
dovuto ispirare un film con Leonardo DiCaprio. Sally ne ha
quattro – la quinta è in fase di costruzione, grazie alle cure del dottor Ash –
e una storia di finzione, scritta da un luminare del campo
che si diverte a intrigare, qui, secondo le regole della suspance.
La
maggior parte di noi ha molte facce, come superfici di un prisma che
riflettono la luce. Io sono diversa. Sono come una perla in una
collana con cinque pendenti.
Non
mancano le trovate brillanti: le confidenze fra Derry e Murphy, il
manichino in posa nella vetrina della
sartoria sotto casa; la libido di Sally che, in una notte di carezze, trasforma
i piaceri della masturbazione in una surreale orgia al femminile. Ma
il processo di accettazione e di guarigione della protagonista appare graduale e realistico, mai spettacolare: come organizzare una cena
per un gruppo di vecchie compagne di scuola eternamente in disaccordo
sulle caratteristiche dell'uomo perfetto, sul ristorante da
scegliere. Come venirsi incontro, sedersi accanto, nei tè con le
bambole da bambina: quando un'assenza ingombrante, le manipolazioni
di adulti di cui sarebbe stato meglio non fidarsi e una gatta di nome
Cenerentola ispirarono amiche immaginarie con una personalità, in
definitiva, più forte di quella di una giovane in frantumi.
Inquietante come un thriller psicologico ma fondato come il
più specialistico dei saggi, La quinta Sally
è una seduta (spiritica) con cinque sedie perfettamente in cerchio e
il riflesso di altrettanti specchi. Specchi rotti, per trentacinque
anni di sfortuna: troppi da espiare. Cosa non fanno, allora, i
romanzi belli. Cosa non fa questa nostra testa sconfinata e matta.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Elvis Presley – Suspicious Minds
I
tribunali che piacciono agli Emmy abbandonati per il glamour
dell'alta moda. Le mani sporche di sangue di un campione al di sopra
di ogni sospeto – scagionato nonostane prove fino alla fine contro
di lui – per i delitti di un signor nessuno che senza particolare
talento, senza gli appoggi giusti, sperava di farsi ricordare con
l'omicidio, non vedendo altra via. Dopo il controverso caso Simpson,
la seconda stagione di American Crime Story
– altra serie antologica di Ryan Murphy, altro successo di critica
e pubblico gravemente a rischio al suo ritorno – sceglie gli anni
Novanta, la comunità omosessuale sotto minaccia, la fine di un mondo
di scatti e lustrini in seguito alla caduta del suo solo re. Gianni
Versace, sparato in pieno viso sui gradini della sua villa di Miami.
L'ultimo di una lunga lista di morti: il nome di maggior risonanza.
Allo stilista calabrese interpretato da un Edgar Ramirez
somigliantissimo ma relegato a un ruolo marginale sono dedicate poche
scene – la routine con il bel Ricky Martin, messo barbaramente alla porta
dopo la scomparsa del compagno, e i piccoli grandi dissapori con
l'opportunista Donatella di una Cruz biondo platino che,
fra la vistosa parrucca e quel pesantissimo accento spagnolo affatto
mascherato, ci fa rimpiangere le falcate sbilenche della nostra
Virginia Raffaele. Se la discutibile scelta di attori latini per
interpretare una famiglia italiana lascia il tempo che trova e un po'
di imbarazzo davanti a cadenze irritanti e una visione in lingua
originale da tradire questa volta per gli eventuali pregi del
doppiaggio, non dispiacerà allontanarsi dal mondo dello stilista –
anche a costo di perdere il punto della situazione – per seguire
gli amori e i misfatti del famigerato Andrew Cunan, una scommessa
vincente di nome Darren Criss. Il giovane attore, già notato per
l'ugola d'oro ai tempi di Glee,
ha la truffa nel sangue, un'indole menzognera e gli scatti di follia,
le mosse sopra le righe, di un novello Patrick Bateman. A dispetto di
grandi nomi non all'altezza dell'attesa, accanto al sadico
gigolò brillano ottimi caratteristi nell'ombra: il feticcio Finn
Wittrock, cacciato dalla Marina per il suo orientamento sessuale e
amico intimo del serial-killer sbagliato; la vedova inconsolabile
della straordinaria Judith Light; la madre di Cunan, Joanna P. Adler.
Dopo una prima stagione sin troppo rigorosa, Murphy – noto ormai per gli scarsi dosaggi e le occasioni sprecate – si dà a un
andamento frammentario e disordinato, che parla tra le righe
dell'arma a doppio taglio che è il sogno americano. Mentre il
mistero della colpevolezza di Simpson veniva lasciato saggiamente in
sospeso, in The Assassination of Gianni Versace si
procede a una romanzata umanizzazione del colpevole, assumendo
così il punto di vista che al primo ciclo di puntate – troppo
cronachistiche per i miei gusti: lì il difetto – mancava. Ma anche quel gusto per il
kitsch, per cast patinati e inutilmente popolosi, così caro a un
creatore confuso negli intenti e in equilibrio precario sulle
passerelle. (5,5)
Come
si dice: chi non muore si rivede. In quel di Santa Clarita,
possibilmente, dove il vicinato è esemplare, le
casette una bomboniera e i giardini rigogliosi. Un sogno per agenti
immobiliari pronti a vendere e i novelli non-morti, che devono
divorare dirimpettai impiccioni, seppellire cadaveri in giardino e
placare i bollenti spiriti nello scantinato. La famiglia Hammond
tocca entrambe le categorie da quando una ritrovata Drew Barrymore ha
vomitato letteralmente l'anima sulla moquette di uno sconosciuto,
risvegliandosi affamata di carne umana e cattive intenzioni. Perché?
In una seconda stagione che perde l'effetto
sorpresa della prima, ma conserva al fresco sangue e leggerezza, se ne
ricercano le cause. Su Netflix si diventa zombie mangiando vongole
avariate al ristorante cinese, per la falda idrica inquinata dalle
scorie industriali, o forse per un virus che rende le stranezze, perfino l'apocalisse, una questione borghese. Come ingannare
l'attesa e i morsi della fame in cerca di una soluzione rimandata – o almeno si spera – a un prossimo ciclo di episodi? I succhi biliari di un
serbo aiutano a prevenire la degenerazione dei tessuti cellulari, uno
squadrone di neonazisti bibliofili appare un capro espiatorio da
sacrificare a cuor leggero e una testa parlante – quella di un
autoironico Nathan Fillion, fatto fuori per via dei suoi
modi da marpione – potrebbe mettere una buona parola, se la
poliziotta della porta accanto ficca troppo il naso. La figlia tutta
pepe, sempre sul filo della friendzone, cerca con successo altri
contagiati e combatte i conati di vomito. La mamma, nei suoi raptus
omicidi, perde stivaletti, cadaveri e frulla gomiti durante i pasti.
Il papà, un Thimothy Olyphant ancora rivelazione, accetta con un
sorriso nervoso l'improvviso cambiamento dei ruoli
di genere, del carattere della coniuge, delle priorità. Perfetto esempio di amore
incondizionato, ritratto di una comunità unita che diverte e
intenerisce, Santa Clarita Diet è la commedia horror per chi
ha sempre desiderato Modern Family, La vita secondo Jim,
Tutto in famiglia – insomma, quelle sitcom quotidiane e
briose che per anni ci hanno fatto compagnia all'ora di cena: avete
presente? – con il gusto dell'orrido. C'è
bisogno dell'altro per coprire i propri misfatti e le
tracce che ci sbugiardano. Ce n'è bisogno, soprattutto, per
conservare l'umanità che non abbiamo già sepolto. Sul fondo di un
congelatore a pozzetto. (6,5)
Diciassette
anni di buio. Diciassette anni dietro un vetro schermato. Diciassette
anni da principessa, vittima di una tremenda maledizione – il
coprifuoco di Cenerentola, l'impenetrabile torre d'avorio di
Raperonzolo. La vita di Katie, maturanda, è l'esatto contrario delle
favole.
Certo,
ha la bella voce delle eroine Disney – potreste avere la fortuna di
sentirla cantare in stazione, di notte, se passeggeri di un treno che
fa le ore piccole.
Certo,
il suo vicino di casa, Charlie, non sfigurerebbe nei panni del
principe azzurro – le spalle da nuotatore, una borsa di studio
molto poco in forse, il curriculum del ragazzo d'oro dell'esemplare
provincia americana. La maledizione di Katie ha un nome che fa paura
e, impossibile da spezzare con un bacio, potrebbe degenerare da un
momento all'altro. Lo xeroderma pigmentoso, una rara allergia alla
luce, ha fatto sì che le sue esibizioni in pubblico fossero piccole
e occasionali e che Charlie, il dirimpettaio di cui è innamorata sin
da bambina, ignorasse la sua esistenza al di là del vetro blindato.
Conoscenze: papà, amica di sempre, qualche dottore in caso d'urgenza, il bigliettaio con cui è ormai in confidenza. Aspettative
di vita, prima di andare incontro a una degenerazione neurologica:
basse; vent'anni appena.
Solo
il presente conta.
Il
sole a mezzanotte è una storia di
un'adolescente che vuole qualcosa di più. Tutto, diremmo,
riprendendo alla lettera l'esordio di Nicola Yoon. Anche lì, infatti, una
sindrome con pochi precedenti, una piccola fuga romantica, la vita
che si fa beffe all'ultimo della paura di morire presto. Manca
l'esperienza necessaria per scriverle, le canzoni, dalla finestra sul
cortile. La consapevolezza di quanto duri una giornata perfetta e di
quanto brucino addosso i raggi, e i sentimenti. Perciò Katie, via il
cappuccio della felpa, osa innamorarsi di quel coetaneo tenuto
all'oscuro mentre lei sceglie la luce. Perciò Katie, desiderosa di
libertà nonostante la sua sfida ci appaia persa in partenza, rischia: le
occhiate all'orologio si fanno meno preoccupate, il tempo vola se in
dolce compagnia, certe notti rischiano di restare impresse come le
migliori e le peggiori della sua giovane vita. Quanto può essere
bello, però, il miraggio del giorno che sorge?
So
di avere le notti contate e i giorni sempre più brevi. Per questo
devo sfruttare al massimo ogni istante che mi resta. Devo restare
aggrappata a Charlie per salvarmi.
Young
Adult dal tramonto all'alba, meno brillante diNoi siamo tutto ma con più cuore sotto la
copertina rigida, Il sole a mezzanotte è
un film con Bella Thorne – di solito odiosa ape regina, qui con un
copione che potrebbe far la differenza in una carriera in salita ma
non felicissima – già arrivato nelle sale italiane. Il remake di
un melodramma giapponese, leggevo, e da lì la domanda legittima, il
dubbio che non ho saputo ancora fugare: è venuto prima l'uovo o la
gallina; il film è nato prima del romanzo di Trish Cook, o
viceversa? La lettura, lieve e godibile come non spiace affatto in questi
pomeriggi di primavera, ha infatti lo stile frettoloso e senza
guizzi, anche se ironico il giusto e melenso affatto, delle
sceneggiature pret-à-porter. Di quelle che nel mentre non ti
ispirano grandi pensieri, positivi o negativi che siano, con
passaggi significativi da ricercare con il lanternino. Succede tutto
subito, e ai protagonisti non ci si affeziona poi tanto. I
sintomi e il progredire della malattia, accelerati, liquidati in
quattro e quattr'otto, fanno apparire lo xeroderma – su carta,
eppure, uno spunto vincente – rapido e indolore: un'invenzione
letteraria senza il minimo fondamento di verità.
La scrittura della Cook non scalda, no. Ma lo stesso non può dirsi
del primo amore di Katie, che al cinema – i pareri, fra l'altro,
sono positivi – piacerà, e brillerà, più forte.
Scottando di febbre e d'amore cuori di vampiro, cuori di burro.
Un
appartamento in stile Liberty nel cuore di Firenze. Uno di quelli
lussuosi, rari, in un palazzo con balconi a vista e l'Arno a un
passo. Si sale al terzo piano senza ascensore e, giunti sull'uscio, è
buona abitudine togliersi le scarpe. Per non disturbare il sonno
della vedova al piano di sotto che nelle notti, negli anni, ha tanto
patito il passo pesante degli ospiti altolocati, il battere sincopato
dei tacchi, lo scalpiccio dei passi a due. All'interno, una penombra
di abat-jour e merletti, di foto senza colori. I lampadari dondolano dai soffitti,
inutilizzati, e accendendoli sembrerebbe di peccare di tracotanza. Di
interrompere la sacralità di quelle confidenze sussurrate, di quelle
notti bianche che celano ad arte le rughe d'espressione e, con la
città addormentata, spingono i nottambuli a scoprirsi intimi. Il
frusciare di un registratore. Le scenografie fisse di un dramma da
camera in cui i successi, i drammi e gli amori avvengono fuori scena:
rievocati da parole che rianimano il passato e, inevitabilmente, lo
plasmano.
Non
esiste abitudine per la bellezza.
A
metà fra la ribalta e il retroscena siede un giovane uomo che, nel
1974, ha ventisette anni e una crisi esistenziale in corso. Laureato
da quattro anni, originario del Sud, ha modi alteri, d'altri tempi,
che gli permettono di sacrificare a cuor leggero il presente per il
passato, l'amore per la memoria. Innamorarsi gli appare perciò
troppo banale, come l'allontanarsi a suon di divagazioni da argomenti
che non siano l'arte e le sue eterne muse. L'insonnia: la sua benedizione.
Mentre il capoluogo toscano dorme il suo sogno di bellezza, così, un
protagonista senza nome prende sottobraccio una donna il cui nome è
invece sinonimo di leggenda. Lei siede fumando al centro del
palcoscenico, con un taglio di capelli assai audace per una settantenne e una
tazza di tè che rabbocca spesso con generosi sorsi di vodka.
Per tutto il tempo si rivolge al suo interlocutore con un garbato
mio caro, e parla. Non
temendo la teatralità di certi silenzi o, come la Norma Desmond
dell'intramontabile Sunset Boulevard, implacabili primi piani.
Si chiama Molly Buck e, non si sa bene perché, ha accettato di
alleggerirsi l'anima e il cuore prima che la reclusione in Costa
Azzurra e i fuochi di Capodanno le rubino l'ultimo respiro. Fan,
ladro, il protagonista origlia, legge ciò che non forse non
dovrebbe, parte. In cerca di quel passato – un figlio illegittimo,
una sorella prostituta per scelta, un nobiluomo dal ruolo sfuggente –
su cui lei glissa ad arte.
Il
punto, mio caro, è che ci vuole coraggio a lasciare un segno di sé
in una qualunque altra forma che non sia la memoria delle persone.
Perché quella, lo sappiamo bene, dura troppo poco, ma il cinema no,
è lì e ci starà per sempre.
L'ultima
diva dice addio, biografia fittizia di un'attrice che non c'è, è
la storia di un'epifania. Di un tarlo dolcissimo che prima spinge a
colmare i vuoti nell'infanzia della candidata al premio Oscar, poi a domandarsi che senso abbia
infrangere l'illusione di un'esistenza spesa a regalarne, di
illusioni. Quando il cinema si chiamava come lei, i rotocalchi e i
giornali scandalistici scarseggiavano. Le stelle risaltavano meglio
nel dubbio, nell'oscurità del mistero. Strano ma vero, a volte
trovavano il corraggio di arrendersi alla resa dei conti; di
rifiutare le telefonate di agenti che disturbano la quiete del loro
pensionamento anticipato con proposte di spot o fiction
da poco. L'intervistatore sbircia dietro il copione, oltre la
maschera. Smista mazzi di foto in bianco e nero, in cui ogni anno è
indicato da un nastro dai colori diversi. Siede sulle panchine e nelle
case d'asta, segue fantasmi di vecchi amanti per strada. Nella Buck
c'è luce anche a luci spente? Se le parole sono una promessa di
resurrezione, ci si nega per discrezione il lusso del contatto umano;
di un abbraccio fra generazioni e mondi agli antipodi. Sulla scia
delle riflessioni di Loving Vincent e Final Portrait,
l'esordiente Vito Di Battista – pensate com'è piccolo il
mondo: per un semestre ho avuto il fratello minore come compagno di
corso, all'università – debutta con una storia nella storia a proposito del tempo
che fugge e di una memoria, quella dell'inchiostro, che non tradisce.
Perché
in realtà, mio caro, ci basterebbe anche solo l'illusione, e anche
solo per un momento, di riavere indietro un po' di quel tempo in
cui eravamo ancora nessuno, un tempo che ci ha lasciato in bocca il
sapore più gustoso e la più bella fra le scoperte possibili: tutto
quello che potevamo diventare.
Raffinato, algido, coltissimo, lo scrittore abruzzese ha frasi preziose come
camei e, in apertura di capitolo, un refrain costante; la stessa
indole elitaria del narratore, soprattutto, purtroppo poco affine alla mia. Mi sono domandato più volte quanto fosse maturo e quanto artefatto, in un
ritratto dietro un vetro smerigliato – vedasi la foto in copertina
– che affascina coi vedo-non vedo, ma rischia di renderci
parzialmente estranei. L'ultima diva dice addio è
l'eredità di un'ossessione che non ho fatto mia, un'epifania a metà.
Ma un esordio a passo di valzer che sa imporsi comunque, pur parlando
di commiati. Si spegne così l'abat-jour nel salotto di Molly Buck.
Ci si infila le scarpe lasciate sullo zerbino e si va via. Per
un'illusione ottica il fiume scorre al contrario, come al contrario
scorre fra queste pagine la vita dell'attrice venuta al mondo quando
Méliès atterrava su una luna panciuta – c'è un termine inglese
per dirlo, racconta Di Battista: l'elegante e intraducibile waltzing
back. Restano allora i fantasmi dei
successi passati, un taccuino che pesa in tasca e un pulviscolo
leggero, all'alba di un altro giorno senza Molly, come fosse polvere di
stelle.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Umberto Bindi – Il nostro concerto
Ho
sempre ritenuto sopravvalutata la serie Cloverfield. Un primo
capitolo che si perdeva quasi fra gli horror a basso budget di
telecamere tremolanti così in voga nei primi anni Duemila. Un seguito con un ambiente unico e un paio di attori – ricordiamo il
bravissimo John Goodman – con una tensione, un'ambiguità,
smascherate però da un titolo che dava indizi sostanziali e indicava
l'appartenenza del film al filone di Abrams. Non facevo il conto alla
rovescia per il terzo capitolo – ce n'è già un quarto, Overlord,
atteso in sala il prossimo ottobre. Non l'hanno fatto, questa volta,
neanche gli estimatori, trovandolo sul menu Netflix il giorno stesso
del rilascio. The Cloverfield Paradox non
passa in sala, ma per effetti speciali e cast non ha nulla da
invidiare ai film del genere. Ma non convince, leggo, e chi ero io
per dirmi invece positivamente sorpreso se questo mondo – anzi,
mondi – non mi ha mai fatto suo? Nessun mostro, nessun aguzzino
farneticante, nessuna città a ferro e fuoco. Il terzo capitolo della
saga – forse un prequel, forse ambientato in un altro angolo del
multiverso – si svolge su un'astronave, all'indomani di una crisi
energetica che ha messo il futuro in ginocchio. Per scongiurare la
terza guerra mondiale c'è un'unica soluzione, un acceleratore di
particelle, ma usarlo rischia di fare uno strappo nel velo della
nostra realtà: facendo sì che, da un'altra dimensione, si rovescino
demoni e caos. A bordo, quando la Terra scompare dai radar,
misteriosi guasti, tradimenti, paradossi temporali e qualche morto
ammazzato; Bruhl, Oyelowo, O'Dowd, l'enigmatica Elizabeth Debicki e
l'ormai onnipresente Gugu Mbatha-Raw, mamma addolorata con la
tentazione e la paura di scoprirsi più felice in una dimensione
alternativa. Al nuovo Cloverfield fanno
male l'alto budget e, dopo i flop recenti di Life eCovenant, la solita astronave
alla deriva con un equipaggio in preda all'ansia.
La mitologia, anziché complicarsi, viene liquidata in fretta,
assieme a uno spunto appena accennato e immediatamente riposto:
lasciandosi decifrare, sezionare, da fanatici della rete che tentano
invano di intrecciarne i fili, nonostante appaia oggettivamente un
inservibile e incandescente garbuglio a rischio di corto circuito.
Anche Onah, alla regia, perde la bussola. E il suo sci-fi, incerto e
rattoppato com'è, probabilmente risulterebbe brutto in qualsiasi
dimensione possibile. (4,5)
Si
incontrano raramente ma con puntualità, scoprendosi ogni volta invecchiati. Questa volta, in un pub fra tanti, fantasticano di concedersi una vacanza tutti insieme – Ibiza o Las Vegas, magari,
anche se non sono più giovanissimi. La sera stessa, una rapina
finita nel sangue sottrae loro un elemento fondamentale.
Rafe Spall, protagonista intenso e amico codardo,
ha assistito all'omicidio dell'ex compagno di scuola nascosto dietro
uno scaffale di vini. Commemorare il defunto, venire a patti con se
stessi, grazie a un viaggio – non più soltanto una fantasia fuori
tempo, un'innocua ipotesi alcolica, ma un modo per rendere grazie,
ricordare. C'è questo gruppo di inglesi di mezza età, insomma, che si mette alla prova con il trekking
sui monti fra la Svezia e la Norvegia. Terre di miti e leggende, di
paesaggi mozzafiato, che ispirano incubi – a occhi aperti e chiusi
– e una sentita elaborazione. Quel
viaggio fuori porta si rivela una pessima idea. Come pessima è l'idea di imboccare scorciatoie, se tagliano
in due una foresta popolata da misteri e presenze millenarie. Da
idilliaco, il luogo diventa presto spettrale: animali impalati ai
rami, simboli antichi, fantocci di paglia. Preoccupate
domande sui culti locali, discordie interne. A metà strada fra The
Blair Witch Project e The Wicker Man –
strada pericolosa in ogni caso, sì, ma qui in salsa indie –,
Il rituale è un
horror d'atmosfera piccolo e ben diretto dal promettente David
Bruckner, con scenari inesplorati, protagonisti che fan simpatia
perché lontanissimi dai classici adolescenti in vena di
trasgressione, un dramma umano alla base. Avremmo preferito, tuttavia, fare a
meno della computer grafica, per quanto usata con parsimonia. Non
sapere che faccia avessero la paura, il mostro, se il mistero di quel
vedo-non vedo bastava. Riuscito nella prima ora soprattutto,
quando fruscii e alterchi alimentano la suggestione, il film del
regista che piace a Flanagan e Del Torto potrebbe fare tanto
con poco. Rischia di rovinarsi nel mentre, volendo mostrare troppo.
(6)
Abbie
e Sam, eterni fidanzati, fanno coppia da quando sono bambini e, in
gita, lei morse lui davanti a un acquario: restano ancora la
cicatrici per i cinque punti di sutura, un amore sincero. Immaginarsi
in dolce attesa è la scusa perfetta per dirsi di sì. A crescerle
dentro è però qualcos'altro, qualcosa di brutto. Morire a
trent'anni per un tumore all'utero. E lasciarsi indietro un trentenne
tenero e impacciato che non sa cucinare il pollo, fare la lavatrice,
parlare con donne che non siano lei. Sono stati infatti l'uno la
prima volta dell'altra. Come andare oltre, se si può? Come
assicurarsi che Sam resti in compagnia, in buone mani? In L'unica
non si cerca una cura, il tempo
perduto, ma la donna che amerà Sam dopo di Abbie. Rifargli il
guardaroba, iscriverlo di nascosto a Tinder, chiamare le prescelte
per un colloquio. A rischio di sottovalutare la forza di lui, e di
allontanarsi. Di non goderselo fino all'ultimo, nutrendo in anticipo
rimpianti che confinano con l'ossessione. La lanciatissima Gugu
Mbatha-Raw, incantevole e sorridente, interpreta una malata terminale
che non apprezza i pietismi, l'uncinetto e la retorica dei gruppi
d'ascolto – anche se lì puoi incontrare Coogan, la McKinnon e un
esilarante Walken. Michiel Huisman, irriconoscibile perché
trasformato dall'adone svestito di Games of Thrones a
un goffo nerd che mi somiglia moltissimo, fra gli occhiali a fondo di
bottiglia e i calzini spaiati, non ha nessuna voglia di dimenticare
la sua lei finché gli sta accanto. Brillante commedia sentimentale,
l'esordio della Laing ha un appuntamento galante con la morte e un
futuro che non vedremo mai. Si sorride più del previsto. Si apprezza
una storia d'amore e perdita, la solita, ma che a sorpresa sa ridere
con leggerezza di se stessa. Non è 50 e 50, non
è Miss You Already. Nonostante
le belle facce dei protagonisti e il romanticismo diffuso, per
fortuna, non è neanche la copia di un Nicholas Sparks a caso. Ben
recitato, emozionante con discrezione, il film Netflix non rischia di
diventare il migliore del filone, ma il cuore – rinfrancato, preso
in giro come gli piace qualche volta – ringrazia
ugualmente. Come dicono le frasi fatte, non è mai troppo tardi.
Soprattutto, nell'Unica,
non è mai troppo presto. (6,5)
La
ragazza perfetta, un incontro indimenticabile a Halloween, e poi?
Adam DeVine, vittima della regola dell'amico, resta al suo posto:
spalla su cui piangere, confidente, compagno fraterno perdutamente
innamorato. Alexandra Daddario, spiritosa e con due occhi (ma sì,
chiamiamoli così) grandissimi, si sposa con un perfetto impiastro
tutto muscoli. Sabotare le nozze? Per fortuna si può fare di meglio,
se il soprannaturale, gli espedienti di Big, permettono al
protagonista di tornare a piacimento indietro nel tempo. Si possono
cambiare le cose? Si può creare il colpo di fulmine a tavolino?
Sbagliare, ricominciare, sbagliare ancora. Rifare. A volte vedersi
come l'amico di letto, altre il promesso sposo tradito, scoprisi e
riscoprirsi continuamente con occhi nuovi. Piacevole ma stancante a
lungo andare, diretto dal regista di quel mezzo gioiellino
adolescenziale che fu The Duff, la commedia di Ari Sandel è
una di quelle senza meriti né demeriti particolari. Nella norma,
tipicamente estiva. Purtroppo, vero grande difetto, arriva tardi alla festa. Giorni rivissuti daccapo prima con Before I Fall,
poi con Ricomincio da nudo, infine con Auguri per la tua morte, in un'annata – la scorsa – che deve avere molto amato
Bill Murray e avuto scarsissima fantasia. Se ci conoscessimo oggi. Se
lo avessi visto ieri. Sempre per scordarlo, poi, l'indomani. (5,5)
Nelle
nostre case perfette, nei nostri armadi odorosi di lavanda e
naftalina, nascondiamo scheletri nell'armadio non dissimili da quelli
lasciati a scarnificare nelle fosse comuni, sui campi di battaglia
senza gloria. Lo sa bene Kate, ventinove anni, professione
giornalista, di ritorno da un viaggio in Medio Oriente in cui ha
lasciato il cuore – a pezzi – e il corpicino di un bambino che le
domandava ogni giorno cosa avessero gli inglesi – scontrosi, di
poche parole, privilegiati – per cui essere sempre tristi. I
bombardamenti alle spalle, il lascito di una madre appena scomparsa
davanti: troppo per una mente già fragile e provata. L'accoglienza
nella cittadina natale, Herne Bay, non è delle migliori.
Pioggia, vento e, a parte il cognato, nessun parente alla
stazione: fra lei e la sorella del titolo, Sally, non corre buon sangue, ma fiumi di alcol. E se il ritorno al luogo in cui tutto
ha avuto inizio fosse più pericoloso del conflitto ad Aleppo?
La
mia vita sarà sempre così d'ora in poi. Perché questo è ciò che
mi rimane: un incubo infinito pieno di voci e grida.
Leggere il testamento
della matriarca, soffiare via la polvere, significa per Kate venire a
capo di una matassa viva e contorta che non riguarda solo lei, ma
l'intero albero genealogico dei Rafter. Una famiglia segnata dalla
sfortuna, dallo squilibrio, che ha lasciato alle sue
giovani figlie una casa in malora, tare genetiche ed enigmi continui.
Le bombe nel petto e in testa. La protagonista si convince presto,
infatti, che i dirimpettai stiano nascondendo lo sporco sotto il
tappeto e un bambino maltrattato nella rimessa. Sarà che la vicina,
Fida, ha origini iraquene. Sarà che in mezzo a Kate e Sally c'era un altro
bambino, David, morto per annegamento nell'impotenza generale. Sarà
che, cresciuta da un padre manesco che ha sempre preferito le moine della secondogenita, la ribelle Kate sa ormai
riconoscere il male che sfugge ai più. Anche quando ce l'hanno sotto
gli occhi. Peccato che i sonniferi e i calici di vino rosso, la
diagnosi di disturbo post traumatico da stress, la rendano una
testimone e una narratrice inaffidabile.
T'inventi
le cose, Kate. E' più forte di te.
Ma
questa è anche la storia dell'altra sorella, a lungo personaggio
marginale: pessima madre di un'adolescente in fuga, cattiva moglie di
un uomo zerbino, è la prova di come la mela non cada mai lontano
dall'albero. Kate e Sally sono così inconciliabili, così diverse, o
sono forse voci complementari della stessa storia tragica? Il
reciproco risentimento, rimpiazzato dalla tensione. A pagina uno, nel
prologo, sappiamo che una delle due morirà. Chi, e per quale mano?
Cattivo, torbido, malato, I segreti di mia sorella è
un romanzo psicologico che alla prevedibilità di qualche svolta –
complici i pochi personaggi, che rendono scarsamente numerosa la rosa
dei sospettati – risponde a tempo debito con inquietanti colpi di
scena e cambi di prospettiva non annunciati. Mi è sembrato la
versione scritta bene e meglio pensata della Ragazza del treno, in cerca di un erede –
come se qualche lettore lo domandasse, poi – da qualche anno a
questa parte. Un thriller al femminile che ha qualche difetto,
qualche piccola forzatura, ma un bel peso. In ballo: emozioni viscerali e
vicende scomode. La sua forza, invece, tutta da ricercare in personaggi
caratterizzati sin nelle più piccole contraddizioni e in una costruzione che, fino all'ultimo, sa come intrigare. Restano allora i
traumi, le ferite aperte. Perché da una guerra, dall'infanzia, non si esce
mai completamente incolumi.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Bad Wolves – Zombie (The Cranberries)