sabato 7 aprile 2018

Mr. Ciak - (Non solo) David di Donatello: La ragazza nella nebbia, The Place, Una questione privata, Puoi baciare lo sposo

Aspettavo Donato Carrisi nel fitto del bosco, al varco. Nato in origine come sceneggiatura, il best-seller che corteggiava i meccanismi dei thriller anni Novanta è diventato un film per mano del suo stesso autore, qui atteso per la prova del nove. Assiepata dai paparazzi, l'immaginaria Avechot è una fortezza in cui nessuno entra e nessuno esce. Sembra un indovinello, quasi: chi ha rapito la sedicenne Mary Lou, così come trent'anni fa ci si domandava che fine avesse fatto Laura Palmer. Il teatrale Toni Servillo, a colloquio con lo psichiatra Jean Reno e la spietata cronista Galatea Renzi – unica interprete femminile convincente, tocca ammetterlo, accanto all'irriconoscibile Scacchi –, richiama i giornalisti in paese e gli spettatori in sala. Se l'agente in questione è però un irresistibile sciacallo per cui la verità è un optional, l'indagine diventa una messa in scena: caccia alle streghe ai danni del mite e intenso Alessio Boni, capro espiatorio al posto sbagliato nel momento sbagliato. La ragazza nella nebbia, nerissimo e verisimile, racconta un voyeurismo all'estremo, le trasmissioni che investono sul dolore e le ronde notturne, gli interrogatori a destra e a manca, che diventano presto coreografia a effetto. La morte si fa spettacolo al tempo dei mass media. La suspance, in Italia, non è solo Dario Argento. Via le soggettive e le mani che stringono coltelli. Via il gore, i detective improvvisati, i finali semplici. Dato il minutaggio, si sentiva forse la necessità di qualche sforbiciata qui e lì – soprattutto per gli stilemi televisivi con cui vengono introdotte le vicende di Boni –, ma le lungaggini di sorta sono il peccato di vanità di un genitore che vuole troppo bene alla sua creatura per cambiarla. Puntando sul fascino naturale delle atmosfere, su un intrigo di punti di vista che convince più che su carta, Carrisi svecchia il genere e lo riporta in sala. Con l'accuratezza della scrittura che ho già ampiamente sperimentato in passato – i backstage preferiti alla violenza della scena del crimine, i colpi di scena ben ponderati. Con un gusto internazionale, già maturo, che si nota nella cura della messa in camera e nella varietà dei referenti (il rigore del giallo scandinavo, ma anche l'umanità di Vinterberg). Strano ma vero: c'era bisogno della nebbia, nel thriller all'italiana, per tornare a vedere la luce. (7+)

Siede al solito posto. In vetrina, al tavolo in fondo. Distinto, elegantissimo, con un misterioso taccuino davanti e una tazza di caffè sempre piena. A ben vedere, questa volta, l'uomo – forse Satana, forse un angelo custode – sembra diverso; ha lo sguardo meno sornione di un silenzioso Valerio Mastandrea. Cambiano, anche se di poco, gli scenari. L'insegna luminosa, il juke box nell'angolo che suona Fausto Leali e Sunny, l'Italia fuori. Cambiano i volti – di casa nostra, numerosi, eppure non ce n'è uno che appaia fuori posto – che si avvicendano al tavolo, sebbene restino sostanzialmente immutate le storie, i drammi, i desideri. Un Giallini in cagnesco vorrebbe riconquistare la fiducia del ribelle Muccino, suor Rohrwacher cerca Dio ma incontra il non vedente Borghi, Papaleo deve proteggere la bambina minacciata da Marchioni, la Lazzarini mette bombe come cura per l'Alzheimer e l'infelice Puccini fa scoppiare coppie in nome dell'egoismo e dell'amore. Al centro di significativi siparietti, dietro il biancone, Sabrina Ferilli: cameriera in bilico sui tacchi alti che, assieme allo spettatore, si chiede chi sia, cosa faccia, quel genio della lampada in grado di realizzare qualsiasi desiderio in cambio della tua anima. The Booth at the End, serie sperimentale che parlava di misfatti e miracoli su sfondi fissi, scopre il cinema e la tentazione del remake. Dopo i fasti di Perfetti sconosciuti – singolare colpo di genio, sospetteremmo col senno di poi un Genovese forse già a corto di idee si affida alla brillante idea di qualcun altro. Se le due stagioni con Xander Berkeley avevano atmosfere accoglienti, familiari, il restauro poco necessario di questa tavola calda ai confini della realtà la mostra più fumosa, elegante, notturna. Non manca qualche nuovo incastro, qualche nuova richiesta, qualche difetto – la meccanicità delle dissolvenze in nero, nonostante la grande precisione della regia, e l'utilizzo di una colonna sonora che vorrebbe enfatizzare invano svolte ed emozioni. Per il resto, nessuna aggiunta sul menu. Ogni azione ha pro e contro. Tutti, corruttibili nel profondo, un prezzo da pagare. Ciascuna riproposizione tanto fedele all'originale, tanto pedissequa, presentia i difetti soprattutto delle copie carbone che funzionano, magari, ma non osano affatto. Attento a ciò che desideri, si dice: potrebbe avverarsi. Attento alla ricerca di un cinema eticamente impegnato, di uno spunto degno del successo di una commedia nera fa: caro Genovese, potrebbe intrappolarti. (6,5)

Milton, Giorgio, Fulvia. Il malinconico che parla l'inglese, il bello dai pigiami di seta, la civetta che prima promette e poi si nega. Un triangolo sentimentale in erba, accennato appena, nell'afa della campagna torinese. La guerra all'improvviso, poi separarsi – non per l'amore per Fulvia, ma per quello di Patria. Rivedere la casa in cui si sono conosciuti, con i partigiani che inseguono i fascisti nella nebbia delle Langhe, accende nel protagonista i ricordi. E il dubbio. Giorgio e Fulvia si sono amati alle sue spalle? Si parte alla ricerca dell'amico d'infanzia, caduto in mano alle camicie nere. Liberarlo, o almeno tentare, in nome di una questione privata. Dopo Shakespeare e Boccaccio, i Fratelli Taviani adattano Fenoglio: un romanzo breve, irrisolto, postumo, sospeso nella bruma e nell'incompiutezza di una pagina a metà. Trasposizione snella e fedele, con microscopiche aggiunte da apprezzare e una corsa finale che manca purtroppo dello slancio vitale, il dramma bellico dei registi pisani – presentato prima a Toronto, poi a Roma – è sommesso, intimo, lattiginoso. Troppo. I dialoghi teatrali si susseguono meccanicamente, rigidamente. Mancano, nel finale soprattutto, l'ardore, il tarlo che rode, la passione. Potremmo chiederci dove sia il pathos, a questo punto, se soltanto la freddezza del tutto non fosse un tentativo di rendere sul grande schermo la scrittura cruda e secca di un narratore che non amava i fronzoli e il tanto rumore per nulla. Dramma italiano inconsueto perché senza urla né lacrime, originale cronaca di una guerra senza più sangue da mostrare, ha un Marinelli dallo sguardo naturalmente malinconico e una Bellè che ammicca svelando le mutandine sui rami dei ciliegi in fiore. Accanto ai due, già insieme nel sopravvalutato Principe Libero, un manipolo di volti da fiction – giovani, sbarbati: una generazione perduta – per una guerra mostrata per vie traverse. Se ne apprezzano, infatti, le sequenze liriche (la bambina che va a dormire come se nulla fosse fra i cadaveri dei propri cari, l'assolo del percussionista impazzito, l'esecuzione di Riccio). Più il taglio stilistico (fotografia e scenografie, bellissime, e Somewhere Over the Rainbow a fare da spettrare leitmotiv) che l'umanità. Ripulita del sangue, del fango, della pioggia battente, la crociata di Milton la si segue sì, ma senza entrarci mai per davvero. (6)

Cristiano Caccamo e Salvatore Esposito, aspiranti attori a Berlino, decidono di convolare a nozze. Il problema, annunciarlo a casa durante le vacanze di Pasqua: in un sud Italia chiuso ai migranti e al nuovo. Facilissimo, infatti, vivere alla luce del sole nel capoluogo tedesco; condividere un appartamentino con la Del Bufalo, spassosa ereditiera, e un Abbrescia in transizione. L'outing è solo l'inizio, se la mamma dal pugno di ferro di una strepitosa Monica Guerritore, facendosi beffa dell'intolleranza del marito Abatantuono, sogna un grosso grasso matrimonio gay. In un suggestivo borgo medievale, si susseguono le vicende e gli sketch della godibilissima commedia di Alessandro Genovese, sul delicato tema delle unioni civili. Semiserio, buono di cuore e innegabilmente un po' buonista, Puoi baciare lo sposo è nel suo complesso ben recitato e diretto, con tanto di scena musical in chiusura. Il difetto: una scrittura frettolosa, dalle idee non del tutto sfruttate, che piace e diverte nonostante le sbavature a un passo dal finale. Lì, in un epilogo troncato di netto, tutti i limiti e l'inspiegata fretta dei suoi novanta minuti di durata. Lontano dalla poesia di Mine Vaganti e, con un sospiro di sollievo, dalle arie da cinepanettone mancato di Io che amo solo te, il film a tinte arcobaleno è meno sciocco di quanto appaia. Non così disimpegnato negli intenti – lodevoli più in teoria che in pratica – e popolato da allegre macchiette a cui, fra il boss di Gomorra che scopre l'autoironia e un conducente di autobus en travesti, si vuol bene a prima vista. Sarà per questo – il romanticismo delle soggettive iniziali, la spensieratezza diffusa a manciate generose – che è purtroppo impossibile perdonargli l'amarezza lasciata dalla chiusa. Coi fiori d'arancio e i confetti, noi preferivamo un'altra fetta di dessert. Un'altra risata leggera leggera, prima dei titoli di coda. (5,5)

giovedì 5 aprile 2018

Recensione: La quinta Sally, di Daniel Keyes

| La quinta Sally, di Daniel Keyes. Nord, € 16,90, pp. 358 |

La porta socchiusa, l'appartamento in disordine, la paura di un'irruzione. Ha fatto una cosa strana, il ladro. Ha portato qualcosa di suo anziché rubare. Dappertutto, oggetti che non ci appartengono; tracce che portano ad appuntamenti, a notti mai vissute. Banconote fruscianti nel portafogli, un vestito azzurro di una taglia in meno nell'armadio, libri coltissimi sul comodino, un vibratore nel cassetto. Le stranezze si spostano anche fuori, per strada. Dove sconosciuti ci salutano chiamandoci con un altro nome. Dove qualcuno pretende il pagamento di un debito, qualcun altro la resa dei conti, un altro ancora un bacio. Nella vita di Sally Porter, ventinove anni, c'è un invasore che le ha rubato i figli, i ricordi, il senso dei giorni: sé stessa. Chi diventa quando i mal di testa si fanno lancinanti, le difese si abbassano e lei – un ex marito con il vizietto degli scambi di coppia, due gemelle di cui il tribunale le ha negato la custodia, traumi familiari che prendono avvio dalla scomparsa del padre amatissimo – rinuncia alle ancore della realtà?

Voglio parlare con qualcuno. Uno psichiatra o uno psicologo. Non so quale dei due, li confondo sempre [...] Perché nell'ultimo mese ho tentato di uccidermi tre volte. Perché c'è qualcosa dentro di me che mi costringe a fare delle cose.

A luci spente emerge la spietata concorrenza delle altre. Aspiranti attrici con il sogno di un ruolo di spicco, protagoniste di una gara senza esclusione di colpi: qualsiasi cosa pur di uscire alla ribalta. Ci sono Nola, artista del Greenwich Village con amicizie elitarie, interessi sofisticati e frequenti tendenze suicide; Bella – un nome, una garanzia – per cui sedurre, flirtare, piacere, sono linfa vitale; la dolcissima Derry, io narrante che serve ai tavoli con un sorriso trasognato e cerca fra gli avventori il principe azzurro; infine Jinx, rissosa e vendicativa, che dissemina sangue e violenza, ossa e cuori spezzati. In comune con la pudica e superstiziosa Sally, niente se non il corpo. La mente della protagonista è infatti un labirinto pieno di angoli oscuri. A turno, dagli anfratti, possono saltare fuori donne diverse. Attratte dalle debolezze di uomini diversi – il giocatore d'azzardo Todd, il dongiovanni di mezza età Eliot o lo psichiatra Roger, vittima della sindrome del burnout. Con idee diverse sulla religione, il sesso, la morte. Quando diventano inconciliabili, tocca prenderne atto; intervenire. Ma le personalità di Sally hanno una coscienza, una storia, un singolare attaccamento a quella vita spartita in parti disuguali. Se Cartersio aveva ragione – se cogito, ergo sum – eliminarle non sarebbe forse omicidio? Sul lettino del terapista, invertire il processo di fissione dando vita a un Sally in pace con la propria femminilità, con il proprio candore, con la propria ira: la quinta.

Non mi sto uccidendo. Sto uccidendo voi. Quando tutto il sangue sarà uscito dalle mie vene e la mia mente si sarà svuotata, nessuno di voi esisterà più.

Le hanno cantante in tanti. Al telefono, dolcemente complicate. Donne belle perché contraddittorie, volubili, sull'orlo di una crisi di nervi. I loro proverbiali sbalzi d'umore, direbbe ironicamente qualcuno, diventano patologia nel romanzo di Daniel Keyes. Lo scrittore e psicologico statunitense, celebre per Fiori per Algernon e Una stanza piena di gente, riprende fra le pagine il tema affascinantissimo delle personalità dissociate. Ne aveva ventiquattro il serial-killer Billy Milligan, raccontato attraverso un diario psichiatrico che avrebbe dovuto ispirare un film con Leonardo DiCaprio. Sally ne ha quattro – la quinta è in fase di costruzione, grazie alle cure del dottor Ash – e una storia di finzione, scritta da un luminare del campo che si diverte a intrigare, qui, secondo le regole della suspance.

La maggior parte di noi ha molte facce, come superfici di un prisma che riflettono la luce. Io sono diversa. Sono come una perla in una collana con cinque pendenti.

Non mancano le trovate brillanti: le confidenze fra Derry e Murphy, il manichino in posa nella vetrina della sartoria sotto casa; la libido di Sally che, in una notte di carezze, trasforma i piaceri della masturbazione in una surreale orgia al femminile. Ma il processo di accettazione e di guarigione della protagonista appare graduale e realistico, mai spettacolare: come organizzare una cena per un gruppo di vecchie compagne di scuola eternamente in disaccordo sulle caratteristiche dell'uomo perfetto, sul ristorante da scegliere. Come venirsi incontro, sedersi accanto, nei tè con le bambole da bambina: quando un'assenza ingombrante, le manipolazioni di adulti di cui sarebbe stato meglio non fidarsi e una gatta di nome Cenerentola ispirarono amiche immaginarie con una personalità, in definitiva, più forte di quella di una giovane in frantumi. Inquietante come un thriller psicologico ma fondato come il più specialistico dei saggi, La quinta Sally è una seduta (spiritica) con cinque sedie perfettamente in cerchio e il riflesso di altrettanti specchi. Specchi rotti, per trentacinque anni di sfortuna: troppi da espiare. Cosa non fanno, allora, i romanzi belli. Cosa non fa questa nostra testa sconfinata e matta. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elvis Presley – Suspicious Minds

martedì 3 aprile 2018

I ♥ Telefilm: The Assassination of Gianni Versace | Santa Clarita Diet S02

I tribunali che piacciono agli Emmy abbandonati per il glamour dell'alta moda. Le mani sporche di sangue di un campione al di sopra di ogni sospeto – scagionato nonostane prove fino alla fine contro di lui – per i delitti di un signor nessuno che senza particolare talento, senza gli appoggi giusti, sperava di farsi ricordare con l'omicidio, non vedendo altra via. Dopo il controverso caso Simpson, la seconda stagione di American Crime Story – altra serie antologica di Ryan Murphy, altro successo di critica e pubblico gravemente a rischio al suo ritorno – sceglie gli anni Novanta, la comunità omosessuale sotto minaccia, la fine di un mondo di scatti e lustrini in seguito alla caduta del suo solo re. Gianni Versace, sparato in pieno viso sui gradini della sua villa di Miami. L'ultimo di una lunga lista di morti: il nome di maggior risonanza. Allo stilista calabrese interpretato da un Edgar Ramirez somigliantissimo ma relegato a un ruolo marginale sono dedicate poche scene – la routine con il bel Ricky Martin, messo barbaramente alla porta dopo la scomparsa del compagno, e i piccoli grandi dissapori con l'opportunista Donatella di una Cruz biondo platino che, fra la vistosa parrucca e quel pesantissimo accento spagnolo affatto mascherato, ci fa rimpiangere le falcate sbilenche della nostra Virginia Raffaele. Se la discutibile scelta di attori latini per interpretare una famiglia italiana lascia il tempo che trova e un po' di imbarazzo davanti a cadenze irritanti e una visione in lingua originale da tradire questa volta per gli eventuali pregi del doppiaggio, non dispiacerà allontanarsi dal mondo dello stilista – anche a costo di perdere il punto della situazione – per seguire gli amori e i misfatti del famigerato Andrew Cunan, una scommessa vincente di nome Darren Criss. Il giovane attore, già notato per l'ugola d'oro ai tempi di Glee, ha la truffa nel sangue, un'indole menzognera e gli scatti di follia, le mosse sopra le righe, di un novello Patrick Bateman. A dispetto di grandi nomi non all'altezza dell'attesa, accanto al sadico gigolò brillano ottimi caratteristi nell'ombra: il feticcio Finn Wittrock, cacciato dalla Marina per il suo orientamento sessuale e amico intimo del serial-killer sbagliato; la vedova inconsolabile della straordinaria Judith Light; la madre di Cunan, Joanna P. Adler. Dopo una prima stagione sin troppo rigorosa, Murphy – noto ormai per gli scarsi dosaggi e le occasioni sprecate – si dà a un andamento frammentario e disordinato, che parla tra le righe dell'arma a doppio taglio che è il sogno americano. Mentre il mistero della colpevolezza di Simpson veniva lasciato saggiamente in sospeso, in The Assassination of Gianni Versace si procede a una romanzata umanizzazione del colpevole, assumendo così il punto di vista che al primo ciclo di puntate – troppo cronachistiche per i miei gusti: lì il difetto – mancava. Ma anche quel gusto per il kitsch, per cast patinati e inutilmente popolosi, così caro a un creatore confuso negli intenti e in equilibrio precario sulle passerelle. (5,5)

Come si dice: chi non muore si rivede. In quel di Santa Clarita, possibilmente, dove il vicinato è esemplare, le casette una bomboniera e i giardini rigogliosi. Un sogno per agenti immobiliari pronti a vendere e i novelli non-morti, che devono divorare dirimpettai impiccioni, seppellire cadaveri in giardino e placare i bollenti spiriti nello scantinato. La famiglia Hammond tocca entrambe le categorie da quando una ritrovata Drew Barrymore ha vomitato letteralmente l'anima sulla moquette di uno sconosciuto, risvegliandosi affamata di carne umana e cattive intenzioni. Perché? In una seconda stagione che perde l'effetto sorpresa della prima, ma conserva al fresco sangue e leggerezza, se ne ricercano le cause. Su Netflix si diventa zombie mangiando vongole avariate al ristorante cinese, per la falda idrica inquinata dalle scorie industriali, o forse per un virus che rende le stranezze, perfino l'apocalisse, una questione borghese. Come ingannare l'attesa e i morsi della fame in cerca di una soluzione rimandata – o almeno si spera – a un prossimo ciclo di episodi? I succhi biliari di un serbo aiutano a prevenire la degenerazione dei tessuti cellulari, uno squadrone di neonazisti bibliofili appare un capro espiatorio da sacrificare a cuor leggero e una testa parlante – quella di un autoironico Nathan Fillion, fatto fuori per via dei suoi modi da marpione – potrebbe mettere una buona parola, se la poliziotta della porta accanto ficca troppo il naso. La figlia tutta pepe, sempre sul filo della friendzone, cerca con successo altri contagiati e combatte i conati di vomito. La mamma, nei suoi raptus omicidi, perde stivaletti, cadaveri e frulla gomiti durante i pasti. Il papà, un Thimothy Olyphant ancora rivelazione, accetta con un sorriso nervoso l'improvviso cambiamento dei ruoli di genere, del carattere della coniuge, delle priorità. Perfetto esempio di amore incondizionato, ritratto di una comunità unita che diverte e intenerisce, Santa Clarita Diet è la commedia horror per chi ha sempre desiderato Modern Family, La vita secondo Jim, Tutto in famiglia – insomma, quelle sitcom quotidiane e briose che per anni ci hanno fatto compagnia all'ora di cena: avete presente? – con il gusto dell'orrido. C'è bisogno dell'altro per coprire i propri misfatti e le tracce che ci sbugiardano. Ce n'è bisogno, soprattutto, per conservare l'umanità che non abbiamo già sepolto. Sul fondo di un congelatore a pozzetto. (6,5)

venerdì 30 marzo 2018

Recensione: Il sole a mezzanotte. Midnight Sun, di Trish Cook

| Il sole a mezzanotte. Midnight Sun, di Trish Cook. Fabbri Editore, € 18, pp. 205 |

Diciassette anni di buio. Diciassette anni dietro un vetro schermato. Diciassette anni da principessa, vittima di una tremenda maledizione – il coprifuoco di Cenerentola, l'impenetrabile torre d'avorio di Raperonzolo. La vita di Katie, maturanda, è l'esatto contrario delle favole.
Certo, ha la bella voce delle eroine Disney – potreste avere la fortuna di sentirla cantare in stazione, di notte, se passeggeri di un treno che fa le ore piccole.
Certo, il suo vicino di casa, Charlie, non sfigurerebbe nei panni del principe azzurro – le spalle da nuotatore, una borsa di studio molto poco in forse, il curriculum del ragazzo d'oro dell'esemplare provincia americana. La maledizione di Katie ha un nome che fa paura e, impossibile da spezzare con un bacio, potrebbe degenerare da un momento all'altro. Lo xeroderma pigmentoso, una rara allergia alla luce, ha fatto sì che le sue esibizioni in pubblico fossero piccole e occasionali e che Charlie, il dirimpettaio di cui è innamorata sin da bambina, ignorasse la sua esistenza al di là del vetro blindato. Conoscenze: papà, amica di sempre, qualche dottore in caso d'urgenza, il bigliettaio con cui è ormai in confidenza. Aspettative di vita, prima di andare incontro a una degenerazione neurologica: basse; vent'anni appena.

Solo il presente conta.

Il sole a mezzanotte è una storia di un'adolescente che vuole qualcosa di più. Tutto, diremmo, riprendendo alla lettera l'esordio di Nicola Yoon. Anche lì, infatti, una sindrome con pochi precedenti, una piccola fuga romantica, la vita che si fa beffe all'ultimo della paura di morire presto. Manca l'esperienza necessaria per scriverle, le canzoni, dalla finestra sul cortile. La consapevolezza di quanto duri una giornata perfetta e di quanto brucino addosso i raggi, e i sentimenti. Perciò Katie, via il cappuccio della felpa, osa innamorarsi di quel coetaneo tenuto all'oscuro mentre lei sceglie la luce. Perciò Katie, desiderosa di libertà nonostante la sua sfida ci appaia persa in partenza, rischia: le occhiate all'orologio si fanno meno preoccupate, il tempo vola se in dolce compagnia, certe notti rischiano di restare impresse come le migliori e le peggiori della sua giovane vita. Quanto può essere bello, però, il miraggio del giorno che sorge?

So di avere le notti contate e i giorni sempre più brevi. Per questo devo sfruttare al massimo ogni istante che mi resta. Devo restare aggrappata a Charlie per salvarmi.

Young Adult dal tramonto all'alba, meno brillante di Noi siamo tutto ma con più cuore sotto la copertina rigida, Il sole a mezzanotte è un film con Bella Thorne – di solito odiosa ape regina, qui con un copione che potrebbe far la differenza in una carriera in salita ma non felicissima – già arrivato nelle sale italiane. Il remake di un melodramma giapponese, leggevo, e da lì la domanda legittima, il dubbio che non ho saputo ancora fugare: è venuto prima l'uovo o la gallina; il film è nato prima del romanzo di Trish Cook, o viceversa? La lettura, lieve e godibile come non spiace affatto in questi pomeriggi di primavera, ha infatti lo stile frettoloso e senza guizzi, anche se ironico il giusto e melenso affatto, delle sceneggiature pret-à-porter. Di quelle che nel mentre non ti ispirano grandi pensieri, positivi o negativi che siano, con passaggi significativi da ricercare con il lanternino. Succede tutto subito, e ai protagonisti non ci si affeziona poi tanto. I sintomi e il progredire della malattia, accelerati, liquidati in quattro e quattr'otto, fanno apparire lo xeroderma – su carta, eppure, uno spunto vincente – rapido e indolore: un'invenzione letteraria senza il minimo fondamento di verità. La scrittura della Cook non scalda, no. Ma lo stesso non può dirsi del primo amore di Katie, che al cinema – i pareri, fra l'altro, sono positivi – piacerà, e brillerà, più forte. Scottando di febbre e d'amore cuori di vampiro, cuori di burro. 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ellie Goulding - Burn

mercoledì 28 marzo 2018

Recensione: L'ultima diva dice addio, di Vito Di Battista

| L'ultima diva dice addio, di Vito Di Battista. Sem, € 15, pp. 209 |

Un appartamento in stile Liberty nel cuore di Firenze. Uno di quelli lussuosi, rari, in un palazzo con balconi a vista e l'Arno a un passo. Si sale al terzo piano senza ascensore e, giunti sull'uscio, è buona abitudine togliersi le scarpe. Per non disturbare il sonno della vedova al piano di sotto che nelle notti, negli anni, ha tanto patito il passo pesante degli ospiti altolocati, il battere sincopato dei tacchi, lo scalpiccio dei passi a due. All'interno, una penombra di abat-jour e merletti, di foto senza colori. I lampadari dondolano dai soffitti, inutilizzati, e accendendoli sembrerebbe di peccare di tracotanza. Di interrompere la sacralità di quelle confidenze sussurrate, di quelle notti bianche che celano ad arte le rughe d'espressione e, con la città addormentata, spingono i nottambuli a scoprirsi intimi. Il frusciare di un registratore. Le scenografie fisse di un dramma da camera in cui i successi, i drammi e gli amori avvengono fuori scena: rievocati da parole che rianimano il passato e, inevitabilmente, lo plasmano. 

Non esiste abitudine per la bellezza.

A metà fra la ribalta e il retroscena siede un giovane uomo che, nel 1974, ha ventisette anni e una crisi esistenziale in corso. Laureato da quattro anni, originario del Sud, ha modi alteri, d'altri tempi, che gli permettono di sacrificare a cuor leggero il presente per il passato, l'amore per la memoria. Innamorarsi gli appare perciò troppo banale, come l'allontanarsi a suon di divagazioni da argomenti che non siano l'arte e le sue eterne muse. L'insonnia: la sua benedizione. Mentre il capoluogo toscano dorme il suo sogno di bellezza, così, un protagonista senza nome prende sottobraccio una donna il cui nome è invece sinonimo di leggenda. Lei siede fumando al centro del palcoscenico, con un taglio di capelli assai audace per una settantenne e una tazza di tè che rabbocca spesso con generosi sorsi di vodka. Per tutto il tempo si rivolge al suo interlocutore con un garbato mio caro, e parla. Non temendo la teatralità di certi silenzi o, come la Norma Desmond dell'intramontabile Sunset Boulevard, implacabili primi piani. Si chiama Molly Buck e, non si sa bene perché, ha accettato di alleggerirsi l'anima e il cuore prima che la reclusione in Costa Azzurra e i fuochi di Capodanno le rubino l'ultimo respiro. Fan, ladro, il protagonista origlia, legge ciò che non forse non dovrebbe, parte. In cerca di quel passato – un figlio illegittimo, una sorella prostituta per scelta, un nobiluomo dal ruolo sfuggente – su cui lei glissa ad arte.

Il punto, mio caro, è che ci vuole coraggio a lasciare un segno di sé in una qualunque altra forma che non sia la memoria delle persone. Perché quella, lo sappiamo bene, dura troppo poco, ma il cinema no, è lì e ci starà per sempre.

L'ultima diva dice addio, biografia fittizia di un'attrice che non c'è, è la storia di un'epifania. Di un tarlo dolcissimo che prima spinge a colmare i vuoti nell'infanzia della candidata al premio Oscar, poi a domandarsi che senso abbia infrangere l'illusione di un'esistenza spesa a regalarne, di illusioni. Quando il cinema si chiamava come lei, i rotocalchi e i giornali scandalistici scarseggiavano. Le stelle risaltavano meglio nel dubbio, nell'oscurità del mistero. Strano ma vero, a volte trovavano il corraggio di arrendersi alla resa dei conti; di rifiutare le telefonate di agenti che disturbano la quiete del loro pensionamento anticipato con proposte di spot o fiction da poco. L'intervistatore sbircia dietro il copione, oltre la maschera. Smista mazzi di foto in bianco e nero, in cui ogni anno è indicato da un nastro dai colori diversi. Siede sulle panchine e nelle case d'asta, segue fantasmi di vecchi amanti per strada. Nella Buck c'è luce anche a luci spente? Se le parole sono una promessa di resurrezione, ci si nega per discrezione il lusso del contatto umano; di un abbraccio fra generazioni e mondi agli antipodi. Sulla scia delle riflessioni di Loving Vincent e Final Portrait, l'esordiente Vito Di Battista – pensate com'è piccolo il mondo: per un semestre ho avuto il fratello minore come compagno di corso, all'università – debutta con una storia nella storia a proposito del tempo che fugge e di una memoria, quella dell'inchiostro, che non tradisce.

Perché in realtà, mio caro, ci basterebbe anche solo l'illusione, e anche solo per un momento, di riavere indietro un po' di quel tempo in cui eravamo ancora nessuno, un tempo che ci ha lasciato in bocca il sapore più gustoso e la più bella fra le scoperte possibili: tutto quello che potevamo diventare.

Raffinato, algido, coltissimo, lo scrittore abruzzese ha frasi preziose come camei e, in apertura di capitolo, un refrain costante; la stessa indole elitaria del narratore, soprattutto, purtroppo poco affine alla mia. Mi sono domandato più volte quanto fosse maturo e quanto artefatto, in un ritratto dietro un vetro smerigliato – vedasi la foto in copertina – che affascina coi vedo-non vedo, ma rischia di renderci parzialmente estranei. L'ultima diva dice addio è l'eredità di un'ossessione che non ho fatto mia, un'epifania a metà. Ma un esordio a passo di valzer che sa imporsi comunque, pur parlando di commiati. Si spegne così l'abat-jour nel salotto di Molly Buck. Ci si infila le scarpe lasciate sullo zerbino e si va via. Per un'illusione ottica il fiume scorre al contrario, come al contrario scorre fra queste pagine la vita dell'attrice venuta al mondo quando Méliès atterrava su una luna panciuta – c'è un termine inglese per dirlo, racconta Di Battista: l'elegante e intraducibile waltzing back. Restano allora i fantasmi dei successi passati, un taccuino che pesa in tasca e un pulviscolo leggero, all'alba di un altro giorno senza Molly, come fosse polvere di stelle.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Umberto Bindi – Il nostro concerto

lunedì 26 marzo 2018

Mr. Ciak - Metti una sera su Netflix #3

Ho sempre ritenuto sopravvalutata la serie Cloverfield. Un primo capitolo che si perdeva quasi fra gli horror a basso budget di telecamere tremolanti così in voga nei primi anni Duemila. Un seguito con un ambiente unico e un paio di attori – ricordiamo il bravissimo John Goodman – con una tensione, un'ambiguità, smascherate però da un titolo che dava indizi sostanziali e indicava l'appartenenza del film al filone di Abrams. Non facevo il conto alla rovescia per il terzo capitolo – ce n'è già un quarto, Overlord, atteso in sala il prossimo ottobre. Non l'hanno fatto, questa volta, neanche gli estimatori, trovandolo sul menu Netflix il giorno stesso del rilascio. The Cloverfield Paradox non passa in sala, ma per effetti speciali e cast non ha nulla da invidiare ai film del genere. Ma non convince, leggo, e chi ero io per dirmi invece positivamente sorpreso se questo mondo – anzi, mondi – non mi ha mai fatto suo? Nessun mostro, nessun aguzzino farneticante, nessuna città a ferro e fuoco. Il terzo capitolo della saga – forse un prequel, forse ambientato in un altro angolo del multiverso – si svolge su un'astronave, all'indomani di una crisi energetica che ha messo il futuro in ginocchio. Per scongiurare la terza guerra mondiale c'è un'unica soluzione, un acceleratore di particelle, ma usarlo rischia di fare uno strappo nel velo della nostra realtà: facendo sì che, da un'altra dimensione, si rovescino demoni e caos. A bordo, quando la Terra scompare dai radar, misteriosi guasti, tradimenti, paradossi temporali e qualche morto ammazzato; Bruhl, Oyelowo, O'Dowd, l'enigmatica Elizabeth Debicki e l'ormai onnipresente Gugu Mbatha-Raw, mamma addolorata con la tentazione e la paura di scoprirsi più felice in una dimensione alternativa. Al nuovo Cloverfield fanno male l'alto budget e, dopo i flop recenti di Life e Covenant, la solita astronave alla deriva con un equipaggio in preda all'ansia. La mitologia, anziché complicarsi, viene liquidata in fretta, assieme a uno spunto appena accennato e immediatamente riposto: lasciandosi decifrare, sezionare, da fanatici della rete che tentano invano di intrecciarne i fili, nonostante appaia oggettivamente un inservibile e incandescente garbuglio a rischio di corto circuito. Anche Onah, alla regia, perde la bussola. E il suo sci-fi, incerto e rattoppato com'è, probabilmente risulterebbe brutto in qualsiasi dimensione possibile. (4,5)

Si incontrano raramente ma con puntualità, scoprendosi ogni volta invecchiati. Questa volta, in un pub fra tanti, fantasticano di concedersi una vacanza tutti insieme – Ibiza o Las Vegas, magari, anche se non sono più giovanissimi. La sera stessa, una rapina finita nel sangue sottrae loro un elemento fondamentale. Rafe Spall, protagonista intenso e amico codardo, ha assistito all'omicidio dell'ex compagno di scuola nascosto dietro uno scaffale di vini. Commemorare il defunto, venire a patti con se stessi, grazie a un viaggio – non più soltanto una fantasia fuori tempo, un'innocua ipotesi alcolica, ma un modo per rendere grazie, ricordare. C'è questo gruppo di inglesi di mezza età, insomma, che si mette alla prova con il trekking sui monti fra la Svezia e la Norvegia. Terre di miti e leggende, di paesaggi mozzafiato, che ispirano incubi – a occhi aperti e chiusi – e una sentita elaborazione. Quel viaggio fuori porta si rivela una pessima idea. Come pessima è l'idea di imboccare scorciatoie, se tagliano in due una foresta popolata da misteri e presenze millenarie. Da idilliaco, il luogo diventa presto spettrale: animali impalati ai rami, simboli antichi, fantocci di paglia. Preoccupate domande sui culti locali, discordie interne. A metà strada fra The Blair Witch Project e The Wicker Man – strada pericolosa in ogni caso, sì, ma qui in salsa indie –, Il rituale è un horror d'atmosfera piccolo e ben diretto dal promettente David Bruckner, con scenari inesplorati, protagonisti che fan simpatia perché lontanissimi dai classici adolescenti in vena di trasgressione, un dramma  umano alla base. Avremmo preferito, tuttavia, fare a meno della computer grafica, per quanto usata con parsimonia. Non sapere che faccia avessero la paura, il mostro, se il mistero di quel vedo-non vedo bastava. Riuscito nella prima ora soprattutto, quando fruscii e alterchi alimentano la suggestione, il film del regista che piace a Flanagan e Del Torto potrebbe fare tanto con poco. Rischia di rovinarsi nel mentre, volendo mostrare troppo. (6)

Abbie e Sam, eterni fidanzati, fanno coppia da quando sono bambini e, in gita, lei morse lui davanti a un acquario: restano ancora la cicatrici per i cinque punti di sutura, un amore sincero. Immaginarsi in dolce attesa è la scusa perfetta per dirsi di sì. A crescerle dentro è però qualcos'altro, qualcosa di brutto. Morire a trent'anni per un tumore all'utero. E lasciarsi indietro un trentenne tenero e impacciato che non sa cucinare il pollo, fare la lavatrice, parlare con donne che non siano lei. Sono stati infatti l'uno la prima volta dell'altra. Come andare oltre, se si può? Come assicurarsi che Sam resti in compagnia, in buone mani? In L'unica non si cerca una cura, il tempo perduto, ma la donna che amerà Sam dopo di Abbie. Rifargli il guardaroba, iscriverlo di nascosto a Tinder, chiamare le prescelte per un colloquio. A rischio di sottovalutare la forza di lui, e di allontanarsi. Di non goderselo fino all'ultimo, nutrendo in anticipo rimpianti che confinano con l'ossessione. La lanciatissima Gugu Mbatha-Raw, incantevole e sorridente, interpreta una malata terminale che non apprezza i pietismi, l'uncinetto e la retorica dei gruppi d'ascolto – anche se lì puoi incontrare Coogan, la McKinnon e un esilarante Walken. Michiel Huisman, irriconoscibile perché trasformato dall'adone svestito di Games of Thrones a un goffo nerd che mi somiglia moltissimo, fra gli occhiali a fondo di bottiglia e i calzini spaiati, non ha nessuna voglia di dimenticare la sua lei finché gli sta accanto. Brillante commedia sentimentale, l'esordio della Laing ha un appuntamento galante con la morte e un futuro che non vedremo mai. Si sorride più del previsto. Si apprezza una storia d'amore e perdita, la solita, ma che a sorpresa sa ridere con leggerezza di se stessa. Non è 50 e 50, non è Miss You Already. Nonostante le belle facce dei protagonisti e il romanticismo diffuso, per fortuna, non è neanche la copia di un Nicholas Sparks a caso. Ben recitato, emozionante con discrezione, il film Netflix non rischia di diventare il migliore del filone, ma il cuore – rinfrancato, preso in giro come gli piace qualche volta – ringrazia ugualmente. Come dicono le frasi fatte, non è mai troppo tardi. Soprattutto, nell'Unica, non è mai troppo presto. (6,5)

La ragazza perfetta, un incontro indimenticabile a Halloween, e poi? Adam DeVine, vittima della regola dell'amico, resta al suo posto: spalla su cui piangere, confidente, compagno fraterno perdutamente innamorato. Alexandra Daddario, spiritosa e con due occhi (ma sì, chiamiamoli così) grandissimi, si sposa con un perfetto impiastro tutto muscoli. Sabotare le nozze? Per fortuna si può fare di meglio, se il soprannaturale, gli espedienti di Big, permettono al protagonista di tornare a piacimento indietro nel tempo. Si possono cambiare le cose? Si può creare il colpo di fulmine a tavolino? Sbagliare, ricominciare, sbagliare ancora. Rifare. A volte vedersi come l'amico di letto, altre il promesso sposo tradito, scoprisi e riscoprirsi continuamente con occhi nuovi. Piacevole ma stancante a lungo andare, diretto dal regista di quel mezzo gioiellino adolescenziale che fu The Duff, la commedia di Ari Sandel è una di quelle senza meriti né demeriti particolari. Nella norma, tipicamente estiva. Purtroppo, vero grande difetto, arriva tardi alla festa. Giorni rivissuti daccapo prima con Before I Fall, poi con Ricomincio da nudo, infine con Auguri per la tua morte, in un'annata – la scorsa – che deve avere molto amato Bill Murray e avuto scarsissima fantasia. Se ci conoscessimo oggi. Se lo avessi visto ieri. Sempre per scordarlo, poi, l'indomani. (5,5)

venerdì 23 marzo 2018

Recensione: I segreti di mia sorella, di Nuala Ellwood

| I segreti di mia sorella, di Nuala Ellwood. Nord, € 18,60, pp. 351 |

Nelle nostre case perfette, nei nostri armadi odorosi di lavanda e naftalina, nascondiamo scheletri nell'armadio non dissimili da quelli lasciati a scarnificare nelle fosse comuni, sui campi di battaglia senza gloria. Lo sa bene Kate, ventinove anni, professione giornalista, di ritorno da un viaggio in Medio Oriente in cui ha lasciato il cuore – a pezzi – e il corpicino di un bambino che le domandava ogni giorno cosa avessero gli inglesi – scontrosi, di poche parole, privilegiati – per cui essere sempre tristi. I bombardamenti alle spalle, il lascito di una madre appena scomparsa davanti: troppo per una mente già fragile e provata. L'accoglienza nella cittadina natale, Herne Bay, non è delle migliori. Pioggia, vento e, a parte il cognato, nessun parente alla stazione: fra lei e la sorella del titolo, Sally, non corre buon sangue, ma fiumi di alcol. E se il ritorno al luogo in cui tutto ha avuto inizio fosse più pericoloso del conflitto ad Aleppo?

La mia vita sarà sempre così d'ora in poi. Perché questo è ciò che mi rimane: un incubo infinito pieno di voci e grida.

Leggere il testamento della matriarca, soffiare via la polvere, significa per Kate venire a capo di una matassa viva e contorta che non riguarda solo lei, ma l'intero albero genealogico dei Rafter. Una famiglia segnata dalla sfortuna, dallo squilibrio, che ha lasciato alle sue giovani figlie una casa in malora, tare genetiche ed enigmi continui. Le bombe nel petto e in testa. La protagonista si convince presto, infatti, che i dirimpettai stiano nascondendo lo sporco sotto il tappeto e un bambino maltrattato nella rimessa. Sarà che la vicina, Fida, ha origini iraquene. Sarà che in mezzo a Kate e Sally c'era un altro bambino, David, morto per annegamento nell'impotenza generale. Sarà che, cresciuta da un padre manesco che ha sempre preferito le moine della secondogenita, la ribelle Kate sa ormai riconoscere il male che sfugge ai più. Anche quando ce l'hanno sotto gli occhi. Peccato che i sonniferi e i calici di vino rosso, la diagnosi di disturbo post traumatico da stress, la rendano una testimone e una narratrice inaffidabile.

T'inventi le cose, Kate. E' più forte di te.

Ma questa è anche la storia dell'altra sorella, a lungo personaggio marginale: pessima madre di un'adolescente in fuga, cattiva moglie di un uomo zerbino, è la prova di come la mela non cada mai lontano dall'albero. Kate e Sally sono così inconciliabili, così diverse, o sono forse voci complementari della stessa storia tragica? Il reciproco risentimento, rimpiazzato dalla tensione. A pagina uno, nel prologo, sappiamo che una delle due morirà. Chi, e per quale mano? Cattivo, torbido, malato, I segreti di mia sorella è un romanzo psicologico che alla prevedibilità di qualche svolta – complici i pochi personaggi, che rendono scarsamente numerosa la rosa dei sospettati – risponde a tempo debito con inquietanti colpi di scena e cambi di prospettiva non annunciati. Mi è sembrato la versione scritta bene e meglio pensata della Ragazza del treno, in cerca di un erede – come se qualche lettore lo domandasse, poi – da qualche anno a questa parte. Un thriller al femminile che ha qualche difetto, qualche piccola forzatura, ma un bel peso. In ballo: emozioni viscerali e vicende scomode. La sua forza, invece, tutta da ricercare in personaggi caratterizzati sin nelle più piccole contraddizioni e in una costruzione che, fino all'ultimo, sa come intrigare. Restano allora i traumi, le ferite aperte. Perché da una guerra, dall'infanzia, non si esce mai completamente incolumi.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Bad Wolves – Zombie (The Cranberries)