lunedì 9 maggio 2016

Recensione: Adesso, di Chiara Gamberale

Adesso arriva, adesso fa tutto da solo. Infatti lo invochiamo. Infatti fa paura. Come un animale che abbiamo visto solo in foto, come un’eclissi, una notizia. Come qualcosa che nessuno ci ha lanciato contro eppure ci arriva addosso. 

Titolo: Adesso
Autrice: Chiara Gamberale
Editore: Feltrinelli
Numero di pagine: 215
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Esiste un momento nella vita di ognuno di noi dopo il quale niente sarà più come prima: quel momento è adesso. Arriva quando ci innamoriamo, come si innamorano Lidia e Pietro. Sempre in cerca di emozioni forti lei, introverso e prigioniero del passato lui: si incontrano. Rinunciando a ogni certezza, si fermano, anche se affidarsi alla vita ha già tradito entrambi, ma chissà, forse proprio per questo, finalmente, adesso... E allora Lidia che ne farà della sua ansia di fuga? E di Lorenzo, il suo "amoreterno", a cui la lega ancora qualcosa di ostinato? Pietro come potrà accedere allo stupore, se non affronterà un trauma che, anno dopo anno, si è abituato a dimenticare? Chiara Gamberale stavolta raccoglie la scommessa più alta: raccontare l'innamoramento dall'interno. Cercare parole per l'attrazione, per il sesso, per la battaglia continua tra le nostre ferite e le nostre speranze, fino a interrogarsi sul mistero a cui tutto questo ci chiama. Grazie a una voce a tratti sognante e a tratti chirurgica, ci troviamo a tu per tu con gli slanci, le resistenze, gli errori di Lidia e Pietro e con i nostri, per poi calarci in quel punto "sotto le costole, all'altezza della pancia" dove è possibile accada quello a cui tutti aspiriamo ma che tutti spaventa: cambiare. Mentre attorno ai due protagonisti una giostra di personaggi tragicomici mette in scena l'affanno di chi invece, anziché fermarsi, continua a rincorrere gli altri per fuggire da se stesso...
                                            La recensione
Se la memoria mi inganna, altrettanto non fa, per fortuna, quel mio famoso documento Word inaugurato ormai la bellezza di dieci anni fa. Ci scrivo anno per anno, numerendoli, i romanzi letti: annoto date, autori, stelle. Posso dirvi con esattezza, perciò, che due anni fa, in questo stesso periodo, su una panchina – e, per la prima e ultima volta, sul cellulare – leggevo Per dieci minuti. La mia seconda Chiara Gamberale, a un paio di giorni di distanza dalla prima: che devo fare, già ne sentivo la mancanza. Amata e odiata, super pubblicizzata, a me Chiara piace e piaceva. Seduto a gambe incrociate in un parco, baciato dal sole, la trovavo spigliata, buffa, cinematografica. Nell'arco del 2014 avevo letto il leggibile, o quasi; mi ero impegnato per recuperarla tutta, ma poco alla volta. L'ho rincrociata quest'anno, complice un gradito regalo, in Le luci nelle case degli altri, e con una delle sue storie più particolari e fantasiose mi ha fatto compagnia in un gelido inverno, e in un'ancora più gelida Sessione Invernale. Di lì a poco, a febbraio, neanche a farlo apposta, eccola di ritorno in libreria con Adesso: copertina sgargiante, grandi vendite, un lui e una lei che precipitano. Ma gli inglesi, con il loro “falling in love”, ci insegnano che l'amore altro non è che una caduta nel vuoto; bendati. Di lì a poco, a malincuore, ecco emergere i primi pareri: ora tiepidi, ora sotto zero. Adesso, infatti, proprio non piaceva e, se piaceva, comunque non abbastanza. 
La recensione di Tessa, affidabilissima al solito, me l'ha fatto togliere dal carrello Amazon e, alla scoperta delle gioie della biblioteca comunale, mi sono detto che al prossimo giro esplorativo lo avrei cercato lì. Restituisco Massimo Gramellini, chiacchiero con la bibliotecaria, torno a casa con la Gamberale sottobraccio. Di lì a poco, senza paraocchi, la inizio: in un soffio, leggo le prime cento pagine. E' la solita Chiara, dico, e tiro un sospiro di sollievo: scorre, e i suoi quarantenni nevrotici, che fanno lavori un po' strani e s'innamorano nonostante le suddette nevrosi, mi stanno molto simpatici. Certo, i capitoli sono brevi e brevissimi e, saltando da una situazione all'altra, all'inizio sembrano essere episodi a sé stanti. Certo, ho letto di meglio, di suo: ma di peggio? Un'erborista maggiorata, un libraio vedovo, una psicologa che ha scordato di essere in primis una donna e uno scienziato che ha scordato di essere in primis un uomo, una professoressa americana e un surfista francese a caccia di seducenti turiste... Un'umanità varia, movimentata, insoddisfatta, a fare da sfondo a quei Lidia e Pietro che, man mano, impari a distinguere nella massa. Lui, preside di un liceo classico, ha una ex in piena crisi mistica e una figlia - Marianna, detta Colibrì - a cui badare. Lei, già nota a chi ha familiarità con i condomini di via Grotta Perfetta 315, ha lasciato un marito litigioso e infantile e, dalla radio, è passata alle reti nazionali. Dirige un programma, ora, che si chiama Tutte le famiglie felici: cita Tolstoj, nel titolo, ed è un reality che indaga le dinamiche e i rapporti in famiglie felici, sì, ma sui generis. 
Come quella di Pietro, appunto, genitore single all'improvviso; e, all'improvviso, innamorato di questa presentatrice che ha le gonne corte, i capelli lunghi e una parlantina che strema. Adesso parlerebbe di due persone, infatti, che si incontrano nel mezzo del cammin di nostra vita e non più innocenti, non più sognatori, devono fare i conti con il passato problematico e i ricordi dolorosi dell'altro. Uso il condizionale non a caso, però. Quelle cento pagine lette velocemente, sui luoghi di Per dieci minuti, è di questo che raccontano. Le altre, che indagano coerentemente il loro passato e i loro ricordi, sono pesanti e superflue. Fatte le debite presentazioni, la Gamberale va giù di flussi di coscienza, font imprevedibili, pagine astratte. Spazio, troppo, a pensieri che danno il mal di testa: fiumi di parole che non hanno un argine e, a mio dire, una motivazione che regga. Le frasi si ripetono a pagine alterne, come in loop, e irrompono grafie mastodontiche a riempire gli spazi bianchi. La Chiara che dico io, che scrive commedie che sembrano piccoli film, è quelle degli spunti promettenti – le sbirciate ai carrelli di un'attrice famosa per sognare un po', i vicini esemplari, i progetti per metterti in gioco all'indomani di una separazione  – e dello stile colloquiale. Il suo ultimo romanzo, invece, è cerebrale, logorroico e capriccioso. Ha scene separate, unite (ma non troppo) da un filo sottile – dai personaggi di Lidia e Pietro, innamorati timorosi – e da riflessioni che, tra l'altro, sono sempre le stesse. A furia di assecondarne gli sbalzi d'umore e i voltafaccia, di quel rosso buffone che nomina spesso – ossia, il cuore umano – un'irritante Gamberale finisce per prenderne le difese, purtroppo, e l'andamento scostante. E per tutto il tempo manca la pallina nella pancia, la biglia che ti rotola sotto le costole. Le farfalle dell'ispirazione, del colpo di fulmine o, semplicemente, delle letture meritevoli davvero. Per Adesso, non era forse adesso il momento. 
Lo sarebbe stato mai?
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Erica Mou – Adesso

venerdì 6 maggio 2016

Recensione: L'innamoratore, di Stefano Piedimonte

Se in guerra e in amore tutto è permesso, far la guerra con l'amore è da criminali. E non c'è punizione.

Titolo: L'innamoratore
Autore: Stefano Piedimonte
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 269
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Ivan Sciarrino è un killer molto particolare. Forse il più spietato. Perché alle sue vittime non toglie la vita, toglie l’amore. I suoi committenti sono uomini d’affari disposti, pur di rovinare i nemici, a ricorrere alle armi non convenzionali dell’innamoratore, colpendo le loro mogli e distruggendo i loro matrimoni. Un gigolò? No. Un truffatore? Neanche. Solo qualcuno dotato di un’innata, diabolica capacità di ascoltare le donne, scoprendo cosa desiderano davvero. Eppure per Ivan non si tratta solo di lavoro: è quello che prova a spiegare ai due carabinieri che lo stanno interrogando in ospedale, dove si trova dopo che qualcuno gli ha fatto esplodere l’auto. Già, perché l’ultimo incarico è finito male, con la sua macchina che saltava in aria e Soraya, splendida italo-marocchina dagli occhi chiari e una timidezza quasi infantile, che pare scomparsa nel nulla. Lei che doveva essere la preda… e invece Ivan se ne è innamorato. Perché questa è la sua regola, l’unico metodo: per catturare il cuore di una donna, deve prima aprire il suo e donarglielo senza mezze misure. Ma a quale prezzo? E dove sta il confine tra vittima e carnefice? Stefano Piedimonte, in un sorprendente thriller sentimentale, ci racconta la chimica dell’amore con una straordinaria gamma di sfaccettature, dall’ironico all’enigmatico, dal romantico al dolente. E lo fa attraverso gli occhi di un uomo che ama ogni volta come fosse l’ultima, con una sete destinata a non placarsi mai.
                                          La recensione
In questi giorni, studio Letteratura Italiana – ho iniziato con un mese buono di ritardo, per via del trasloco, ed è così che mi ammazzo di fatica, all'inseguimento del tempo perduto – e leggo l'amore in ogni dove. Quello vagheggiato e spensierato di uomini schivi e muti, persi per donne – pallide e bionde: tutte quante, come in pittura – che facevano voltare le teste e sciogliere loro le lingue. C'è chi studia senza ripetere a voce alta; ma come fa? Io, in una casa in cui c'è ancora l'eco a rispondermi, li vado invece ripetendo tutti – dai medievali con il cilicio sotto i vestiti, ai più gaudenti umanisti – e così stanco, così annoiato dalla mia stessa voce, mi sono detto, un giorno di questi, che tutto quell'amore parafrasato e commentato era decisamente troppo per me. Dovevo disintossicarmi. Avrei spruzzato il flit contro le prime zanzare e gli ultimi Cupidi, che si attardavano alle finestre o in libreria, armati di faretra, arco e frecce. Ma la sera, nei ritagli di tempo, mi mettevo a letto e, venendo meno alle mie intolleranze momentanee, leggevo intanto di uno che s'innamorava e faceva innamorare per professione. Com'è che cade, il colpo di fulmine? Le farfalle nello stomaco possiamo liberarle a comando dalla loro crisalide? Fa male il cuore, se spezzarlo e spezzartelo è la tua missione segreta? Il giorno dopo, sceso dal letto con il piede giusto, continuavo, perciò, con il mio declamare al povero Ciro, il gatto, di nodi d'amore e infiniti stadi del sentimento. E avevo un occhio di riguardo, forse un po' meno scettico, verso chi se li piangeva, gli amori lontani e quelli vicini, quelli angelici e quelli carnali. A lezione di seduzione e temporeggiamento da Ivan Sciarrino, innamoratore a tempo pieno, scopro infatti i rischi e i miracoli del corteggiamento e la penna a me sconosciuta di Stefano Piedimonte. Diciamolo: anche di corteggiamento stavo a pena e acqua. L'autore napoletano che seguivo su Facebook giusto a colpi di “mi piace” sparsi, qui al suo quarto romanzo, passa a Rizzoli e con la mia amica Sonia in maternità, lei che tra l'altro me lo consigliava e consigliava sin dai tempi dell'esordio, mi immolo per la patria – Sonia, in chat, mi chiedeva come lo stessi trovando, con la piccola Cloe in braccio; un Cavalcanti, ancora, mi assicurava che l'ancheggiare della sua donzella lo rendesse ineffabile, ma tra Napoli e Roma vive un uomo che invece sa la spiegazione di ogni battito o sguardo – e faccio la conoscenza dell'Innamoratore. Il segreto abc del cuore, in bocca a Stefano, suona diverso dal previsto; il suo protagonista – non un gigolò e non un agente segreto, o forse tutte e due le cose – in comune con Il truffacuori impersonato da Roman Duris, adorabile commedia d'oltralpe, non ha che il curriculum. Entrambi, pagati profumatamente da terzi, spezzano coppie e regalano brevi lieto fine a donne infelici: ricordo Duris, che imparava la coreografia di Dirty Dancing per far contenta Vanessa Paradis, e Ivan, che s'imbuca al ristorante marocchino della sua Soraya pur non vedendoci granché, nella cucina etnica.
Entrambi, non bellissimi ma con il loro perché, lasciano nelle loro missioni cocci di cuore, tra mariti sospetti, donne fatali e momenti così perfetti che illudono: i mercenari come loro possono avere un posto fisso, e una donna, da chiamare casa? Dopo aver parlato di Camorra con ironia, condannando il malaffare e fotografando un'Italia che, senza eccezioni, è incantata dai reality in tivù, Piedimonte confeziona una commedia strana, che, sin nel miratissimo prologo, mostra di conoscere ben più che cinquanta sfumature e di rifiutare etichette che stan strette. Abbiamo un narratore colto e indagatore, caustico ma lirico, che richiede impegno e debita attenzione: lui parla d'amore; noi, da bravi somari, prendiamo volentieri appunti. In contrasto – e quello è il bello – situazioni che oscillano dall'hard boiled al boy meets girl, con ombre fosche che si addensano all'orizzonte, tacchi alti che sono stilettate sui sanpietrini e prose, a sorpresa, che indugiano su confini sdrucciolevoli. Il protagonista, un oratore che ci fa pendere dalle sue labbra, è un melanconico e guardingo Casonova. Le donne le studia, le seduce e, infine, agguantata la preda tra pollice e indice, la bacia. Qual è la differenza tra questo Ivan e Christian Grey? A dar voce a una domanda che potrebbe essere la nostra, un'accoppiata di curiosi carabinieri. Anche nell'arma, evidentemente, si conosce il boom degli erotici in libreria. Le mogli, sui comò, avranno storie pruriginose e, sotto il cuscino, sogni di cavalieri oscuri dalla doppia vita. L'importante è scordare per un po' i mariti che russano... Ivan, amatore seriale, le raggira e ronza loro attorno; ma loro, appunto, non lo sapranno mai. Crederanno in un incontro fortuito, nel destino, e crolleranno davanti a lui. Che sembra bisognoso, romantico e, quando sorride, ha le fossette sulle guance. Invece è tutto un inganno; l'esatto contrario. 
Perché chi va a braccetto con Cupido impara a innamorarsi e Ivan Sciarrino ci casca ogni volta; maestro di perfetti incontri casuali e sentiti addii, cura con visite in farmacia – dove, sotto banco, domanda “il solito” - e riflessioni troppo intime il suo cuore malandato per via dell'usura. Lo rimetteranno in riga, per fortuna, chiamate a mezzanotte e lunghe email senza risposta: il committente, che vuole sapere se il pesce ha abboccato; Imma, dolcissima e lontanissima sorella; Nadia, la mia preferita, libraia omosessuale e sboccata, che lo rimbrotta come solo le amiche vere fanno. Mentre la stanza d'ospedale in cui Ivan si racconta è un via-vai di indiscreti e aspiranti allievi, si sorride qui e lì e ci si emoziona spesso. Non importa il perché e il per come: le spassose referenze del protagonista sono giusto un pretesto. Soraya più che sfuggente si fa irrisolta, la sottotrama gialla si stempera nella sbrigatività di un epilogo un po' affrettato e restano, scopo reale dell'autore, i pensieri e i silenzi di uomo solo, ma in un letto che accoglie un harem. Semiserio e maturo, incline alla tristezza, L'innamoratore è un romanzo che, a situazioni comiche, si approccia con la pancia e con la testa. Incerto nelle intenzioni, sul finale, ma lampante nel messaggio, Stefano Piedimonte ha bicipiti grossi quanto la mia testa e  profondità spiccata; uno stile pieno e un protagonista memorabile che, al contrario, convive con i vuoti. Ivan Sciarrino, protagonista di una brutta gioventù sullo sfondo del Vomero e delle prime droghe sintetiche, si aggira in città come un sicario. Sembra maschilista, freddo e malintenzionato. Sembra avere in serbo scherzi crudeli per la donna, una delle tante, che studia all'inizio del romanzo. La donna, sul tappeto all'ingresso, anziché un promemoria inquietante, trova però un mazzo di rose con una solitaria spina insanguinata. E L'innamoratore, a chi non conosceva la sensibilità di Piedimonte, potrebbe sembrare, dalla quarta di copertina, una lettura disimpegnata e al maschile. Invece, lettrici, ha per voi un occhio di riguardo: vi tiene aperta la portiera dell'auto, vi scosta la sedia quando prendete posto al ristorante, vi dice che siete le più belle e, per quel giorno, per lui davvero è così. E, sul suddetto bicipite, guizza anche un tatuaggio. Vi riverisce e vi lusinga, ma è sincero. Si sveglia, però, in un letto vuoto. Nessuna Soraya è pronta ai suoi incontrollati attacchi di fame notturna, né alle sue lacrime ballerine. E, nella sua ars, lui che ancora non ha imparato la lezione, ha un'etica e una filosofia tali che potrei trovarmi a ripeterne i punti salienti tra me e me.
A casa. A Ciro. A voce alta.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Samuele Bersani – Spaccacuore 

mercoledì 4 maggio 2016

Dear Old Mr. Ciak: Short Term 12, Broken, La vità è facile ad occhi chiusi, And While We Were Here

[2013] Short Term 12. Si chiama così una struttura di periferia che accoglie bambini grandi e piccoli, e così si chiama il bellissimo dramma indie di Destin Daniel Cretton. Se sei tra i suoi giovani ospiti, non hai avuto un'infanzia felice. Se sei tra i suoi volontari, ragazzi tra i venti e i trent'anni con la vocazione al bene, sei stato anche tu un bambino triste – ma lo ammetti solo adesso, con un figlio in arrivo che forse non vuoi veda la luce – o, semplicemente, riponi grande speranza nella gioventù. Se sei un degente, ti hanno maltrattato o abbandonato. Se sei un operatore, ha le scarpe da ginnastica, i nervi saldi, il passo svelto: ci sono ragazzini che tentano la fuga quotidianamente; chi ti risponde per le rime; chi, chiuso nella sua afasia, non ti risponde affatto. Una famiglia di adolescenti disastrati ma poco disastrosi, e a capo ci sono Grace e Mason: a malapena trentenni, adulti da poco. Abbastanza per avere, adesso, una famiglia tutta loro? Non molto tempo fa, infatti, sono stati entrambi come le anime perdute a cui fanno da mentore. Lei ha scoperto di essere in dolce attesa, ha preso appuntamento per sbarazzarsi del bambino e si domanda – reduce da un'infanzia di abusi indicibili – che mamma sarà, un giorno. Lui, rimbalzato da una casa-famiglia all'altra, e infine adottato da una coppia di coniugi amorevoli, si rapporta alla vita con la fiducia che alla sua compagna, che ha nel cuore un dramma ancora irrisolto, purtroppo manca. E chi aiuta loro? A preoccuparli, il pensiero di un bambino che soffre di depressione che, a giorni alterni, tenta la grande fuga dal centro; un diciottenne che, con il raggiungimento della maggiore età, deve andare via, ma dove, esattamente?; un'adolescente che, in mezzo a tanti orfani, un padre lo ha, ma non è il genitore che merita. Se fossimo in presenza di un film hollywoodiano, la ragazza ribelle si innamorerebbe del ragazzo ribelle; il dolce presente combatterebbe l'amaro passato. E invece no, ma non per questo il film è meno dolce; non per questo è meno delicato o commovente. Ne guadagna in schiettezza. Ne guadagna in verosimiglianza. Una fiaba neoralista, quasi, che parla di ragazzini abusati, trascurati, problematici e ci mostra una sconosciuta Brie Larson, che straordinaria, ma sottovoce, lo era ben prima del trionfale Room. Short Term 12 è un film di nicchia, raro, onesto, magnanimo, che ti dà fiducia nel prossimo e che, se senti che il mondo ti è avverso, ha il miracoloso potere di insegnarti a conviverci ugualmente. Per curare tutte le cicatrici che nascondi gelosamente. Visibili o invisibili che siano. (8)

[2012] Le tre case formano una figura geometrica. Il quartiere è periferico, il vicinato rumoroso. Nella provincia londinese, in una periferia senza connotati precisi, vivono – e, spesso, si urtano – tre famiglie diverse nello stile di vita, ma che hanno scelto la stessa borgata per mettere radici. Ci sono piccole donne al limite, che crescono senza madre; due coniugi di mezza età, genitori di un ragazzo fuori dalla norma, che parla pochissimo ma osserva tutto; soprattutto, ci sono Skunk e suo fratello, che giocano come se potesse essere estate per sempre, interessati alle cause del papà avvocato e ai misfatti sentimentali di una tata che, per un periodo, è stata la fidanzata del loro prof. Nella prima scena, dal nulla, l'introverso e fragile Rick, accusato di violenza carnale, viene aggredito dal vicino iracondo. Ma Skunk, bambina diabetica e intelligente, sa distinguere il vero dal falso, al di là del pregiudizio e dei dubbi. I suoi hobby e il suo primo amore, in un'ora e mezza che lì per lì non ha peso ma che, sul finale fortemente tragico, annienta e cattura, mentre passava, l'infanzia che confluisce nell'età della ragione; la perdita dell'innocenza. Broken, tratto da un romanzo di Daniel Clay che ho sempre voluto leggere, è una libera riscrittura dell'intramontabile Il buio oltre la siepe. Contempla la spensieratezza, gli atti di prepotenza quotidiani, la discesa inevitabile di una povera anima che, accusata, si trasforma in colpevole per davvero. Skunk, odierna Scout, si rapporterà al dolore di un moderno Boo Radley in balìa del destino – a unire le due protagoniste, una governante onnipresente, un altro giudizioso Atticus Finch, la bontà – in una società che, vista così, anche se meno accogliente, anche se meno patinata, ricorda un po' American Beauty. Non mancano i nomi noti – Tim Roth, Cillian Murphy – ma a rubare attenzioni è il talento folgorante di Eloise Laurence: un'esordiente i cui primi passi risultano indimenticabili come quelli della collega Saoirse Ronan, in Espiazione. La scenografia è scarna, la fotografia sporcata e la colonna sonora – fanciullesca, eterea – dà alla periferia quel tocco di fascino che solo il cinema inglese. Con la sua naturale indipendenza, un'emozione trattenuta e, questa volta, isolato difetto, un epilogo scioccante che sfugge di mano; dove a spezzarsi, checché ne dica il sottotitolo italiano, è più di qualcosa. Più di un'esistenza. Si perde l'equilibrio, passando da un estremo all'altro. Ma così è la vita: che va, viene, e non ama avvertire. (7)

[2013] Antonio è un maestro che insegna l'inglese attraverso i pezzi dei Beatles. Amichevole e dal cuore grande, anche troppo, crede in canzoni che cambiano la vita e nel potere dei sogni. Perciò, nella Spagna di Franco, sale in macchina per raggiungere, attraverso strade tutte curve a strapiombo sul mare e incontaminate campagne, il set spagnolo del film che John Lennon sta girando. In un alberghetto su cui brilla sempre il sole, in campi di contadini gradassi e fragole dolcissime, si consolida imprevedibilmente il rapporto con Belén e Juan, due giovani fuggiaschi a cui ha dato un passaggio: la prima, ragazza alla deriva; il secondo, sedicenne ribelle di cui il padre non approva il capello lungo e la musica che ascolta. Si narra che in quegli stessi anni, tra l'altro, Lennon abbia scritto Stawberry Fields Forever e che, proprio dal colloquio con un insegnante, sia nata l'idea di accompagnare i dischi con i testi delle canzoni. La vita è facile ad occhi chiusi – riconoscete, nel titolo, la frase cardine del loro brano più bello? - è una commedia dai toni pastello, arrivata con due anni di ritardo da noi, dopo il successo ai Goya, che trasferisce nella Madrid sotto dittatura i principi del sogno americano e, insieme, una Beat Generation in corso di traduzione. Fedeli a Kerouac si vive perciò “on the road”, ma senza trasgredire, e il fantasma di Lennon diventa, magicamente, personificazione di un miraggio fanciullesco ma necessario. La regia non osa guizzi, la trama è semplice e un po' buonista, ma vuoi l'ottimo cast, vuoi la straordinaria voglia di leggerezza che sprizza, il film di David Trueba è di buoni sentimenti e di immediato impatto: emozionante e solare. Contenitore di storie autentiche, collaboratore attivo del buon umore. Perché La vita è facile ad occhi chiusi, ma ad occhi aperti – soprattutto in questa sgarciante foto d'epoca – è più dolce rispetto alla norma. (6,5)

[2012] Jane e Leonard si sono sposati, giovanissimi e dubbiosi, perché c'era un bambino in arrivo. Quel bambino è andato perso – insieme a altri, in altri dolorosi aborti spontanei – e i due sposi si sono trovati tristi e più soli di prima all'interno di un matrimonio vittima della routine. Finché Leonard, di professione violinista, non è invitato a Napoli per lavoro e Jane, scrittrice in cerca di ispirazione, non lo segue, per capire cosa va e cosa non va coi loro sentimenti infreddoliti. Durante una solitaria gita a Ischia, la protagonista incontra Caleb, un ragazzo più leggero di lei per i dieci anni di differenza e tante preoccupazioni in meno. Iniziandolo al primo amore, una Jane traditrice ma senza colpe scoprirà con lui, diciannovenne solare e immaturo, che ne sarà delle sue relazioni: alla deriva, nell'azzurro Mar Tirreno. And While We Were Here, delicato dramma indipendente con le vaghe suggestioni del Sundance e i meccanismi dei film diversamente sentimentali che tanto mi piacciono, è un altro titolo da aggiungere alla lista a cui ho dato il via la scorsa estate in cui un lui incontra una lei (o viceversa) in un luogo da cartolina. Preparatevi ai lunghi dialoghi per conoscersi meglio, a attori spontanei e rilassati e a candidi cliché sull'Italia e gli italiani. La città sporca e chiassosa contro l'isola paradisiaca, gli scenari ideali in cui parlarsi senza annoiarsi neanche un po'. L'occhio che scivola dal quieto corteggiamento dei bei Kate Bosworth e Jamie Blackley – lei ormai nota, lui visto recentemente in Resta anche domani – alle meraviglie della costiera, con una colonna sonora raramente folcloristica. Poteva essere meglio, poteva essere peggio: più introspettivo, meno lieve. Comunque, non dispiace. Grazie a un finale, anche, in cui fino alla fine non si sa se Jane seguirà le sue responsabilità di moglie, il suo ritorno alla gioventù, o solo se stessa. (6)

lunedì 2 maggio 2016

Recensione: Due verticale - Un amore a schema libero, di Jeff Bartsch

"Dimmi qualcosa di bello e di vero."

Titolo: Due verticale – Un amore a schema libero
Autore: Jeff Bartsch
Editore: Nord
Numero di pagine: 322
Prezzo: € 16,60
Sinossi: Stanley Owens non ha amici, e a lui va benissimo così. E comunque non ha mai trovato nessuno che condividesse il suo amore sconfinato per i libri, i numeri e, soprattutto, per l’enigmistica: inventare cruciverba è il suo sogno, la sua ragione di vita. Un giorno, però, incontra Vera, una ragazza diversa dalle altre: diversa come lui. La loro sintonia è talmente profonda che Vera non si stupisce quando lui le propone di sposarlo (per finta) e di rivendere i (veri) regali di nozze, così da pagarsi un biglietto per la libertà. E accetta. Anche perché è davvero innamorata di Stanley. Ma lui non lo capisce e, dopo la cerimonia, la lascia andare. La vita li separa, ma non c’è come la lontananza per far emergere la verità. Col tempo, Stanley si rende conto che la sua vita è piena di caselle bianche che possono essere riempite solo da Vera. Decide allora di riconquistarla, usando l'unico linguaggio che conosce: semina i suoi cruciverba d'indizi comprensibili soltanto a lei, sperando che, prima o poi e ovunque lei sia, la sua dichiarazione d’amore giunga a destinazione… Con un sorriso e una lacrima, con eleganza e originalità, «Due verticale» ci rivela che è sempre possibile trovare la strada verso la felicità, se si è disposti a risolvere quell’affascinante enigma che è l’amore. E che non bisogna essere «solutori più che abili» per riuscirci, perché la chiave è alla portata di tutti: basta ascoltare la voce del cuore.
                                              La recensione
La commedia, per me, è un genere da pigiama e divano, in un giorno infrasettimanale. Non richiede il buio della sala o il prezzo pieno del biglietto; si guarda e si consiglia, qualche volta, ma senza fretta. La scorsa estate, poi, sebbene nella variante canottiera e divano, ho scoperto un sottogruppo che va sotto il nome di boy meets girl, che, al contrario, mi rubava parole e consensi. Quelle commedie lì, ecco, sentivo il bisogno di ospitarle sul blog, soprattutto se inedite; di scrivere agli amici con i miei stessi gusti, in chat, e dirgli: guarda questo film, subito. Come funziona, invece, nel mondo della narrativa? Quale commedia, ma messa per iscritto e con un prezzo ben più alto dei sei euro del cinema, merita l'acquisto e un'etichetta che spieghi che sì, all'interno c'è una storia d'amore, ma non proprio? Che non è il solito romance, quello, né il romanzo impalpabile che, in fondo, ti aspettavi e, per quell'esatto motivo, evitavi? I requisiti, che, se non sbaglio, una volta già vi ho riassunto, son questi: un incontro memorabile, un lui e una lei dai tratti netti, situazioni brillanti – e ambienti che, chiaramente, le permettano – e, come ciliegina sulla torta, uno di quegli epiloghi che non sono né allegri né mesti. Agrodolci, nella diplomatica via di mezzo che soddisfa i più. Due verticale quanti ne avrà? Vediamo un po'. Mi sono avvicinato all'esordio di Jeff Bartsch grazie al battage pubblicitario organizzato dalla Nord sui social. Link ironici e immagini scherzose per introdurci al meglio i protagonisti di questo sentimento a schema libero che dura vent'anni: Vera e Stanley. Geni, truffatori, sposi per finta e innamorati per davvero. Il primo incontro, particolarissimo, è durante una gara di ortografia. Ancora adolescenti, si sfidano a muso duro, ed è un pari merito: se si parla di loro, testardi e battaglieri, non c'è nessuno che prevalga sull'altro. I protagonisti, “due arance in un mondo di mele”, vivono negli alberghi: Stanley, con una mamma che soffre di agorafobia e corregge bozze, è ospite a vita in un hotel che, per rispetto del papà disperso nella Seconda Guerra Mondiale, assicura loro servizio in camera e asciugamani puliti, in cambio di un dollaro al mese; Vera, figlia unica di una commessa viaggiatrice, vive a zonzo, studia da privatista e, se si ferma, è solo per qualche competizione delle sue. Lui andrà ad Harvard e diventerà senatore, lei sarà una brillante docente di Matematica. Il guaio è che non vogliono. Così, in cerca di indipendenza, avventati per una volta nella vita, si sposano per finta e, con i regali dei facoltosi invitati alle nozze, acquistano un biglietto per la libertà. Stanley vivrà dunque giorno per giorno, allergico all'università, e penserà cruciverba per le testate più famose; Vera, studentessa dai voti esorbitanti, lo amerà perdutamente, ricambiata un giorno sì e un giorno no. 
Tra piccole truffe, fughe frettolose e ospitate ai quiz a premi, non mancano di certo le situazioni brillanti. E l'epilogo, venendo all'ultimo punto, scalda il cuore al punto da sbriciolartelo: come coi biscotti in forno. Due verticale, però, presentato come divertente e spensierato, è in realtà un romanzo insolito: contro i pronostici. A tal punto che sorprende. A tal punto che, fino all'ultima pagina, non sai se, con i personaggi colti e i continui tira e molla, ti è dispiaciuto o l'esatto contrario. In libreria, avrei voluto piazzarlo accanto alle Domande di Brian, Teorema Catherine, L'amore è un difetto meraviglioso: storie di numeri e figure stralunate; storie tutte da ridere. Jeff Bartsh, invece, a volte va velocissimo e a volte va pianissimo. Procede per salti più lunghi della gamba, poi si ferma. Ora sintetizza, ora la tira troppo per le lunghe. Però è simpatico, sotto sotto, e spezza il cuore, mica troppo sotto sotto, e si sa che io sono sempre grato ai sorrisi e alle ulcere, parlando di romanzi. Parlando di boy meets girl di carta, impossibile non citare l'inarrivabile Un giorno. E un po', con i ripensamenti e i puntini da unire, la regola dell'amico che ci frena e l'ambiente accademico a far da sfondo, i Bonnie e Clyde di Barsch – intelligentissimi, ma ciechi davanti all'evidenza – ricordano gli amati Emma e Dexter.
L'autore, però, non è David Nicholls: problema non trascurabile. Ma, venuti a patti con i capitoli corposi e gli elementi in surplus, non si ha occhi che per i pregi di Due verticale. Il meticoloso scandagliamento di due teste (dure, dure!) pensanti, il fluire degli anni e, soprattutto, gli sfondi. Ambientato negli anni Sessanta, Due verticale ha l'aria – e il piglio – di una commedia sofisticata d'altri tempi: verbosa e fieramente retrò, nostalgica, con un minutaggio che potrebbe risultare eccessivo per qualcuno, ma un cast che vanterebbe le presenze di una Audrey Hepburn e un Gregory Peck freschi di immatricolazione. A pagina uno, nella sfida di spelling, Vera deve compitare la parola charlatan, ciarlatano. Aggettivo perfetto per loro due, truffatori per diletto e coppia errabonda. Per lei, che non fa che mirare e rimirare la fede di seconda mano e l'anello con un brillante piccolo così che, per finta, Stanley le ha messo al dito. Per lui, che negli anni la cercherà attraverso l'enigmistica, sebbene negato a interpretare i segni del loro puzzle sentimentale. Per loro, le persone intelligenti più stupide che conoscerai, che a fine lettura ti dimostrano che Vera non ha abbozzato la loro storia con l'aiuto di Socrate: così, infatti, ha battezzato la sua affezionata penna con il tappo a forma di teschio e l'inchiostro simpatico. Di quelle utili per allestire leggendari raggiri, il cui tratto sbiadisce dopo poche ore, lasciando gli assegni in bianco, i diari segreti intonsi, i registri matrimoniali vuoti. 
Il rebus a puntate della strana coppia – e quello del loro autore, chiacchierone ma talentuoso – non sbiadisce; perdura. E, nella soluzione, colpisce e affonda.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Hello, Goodbye

venerdì 29 aprile 2016

Recensione in anteprima: Dentro soffia il vento, di Francesca Diotallevi

Resta con me, però. Odiami, ma resta con me. 
Disprezzami ogni giorno della tua vita, ma resta con me.

Titolo: Dentro soffia il vento
Autrice: Francesca Diotallevi
Editore: Neri Pozza
Prezzo: € 16,00
Numero di pagine: 219
Data di pubblicazione: 5 Maggio 2016
Sinossi: In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile. Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino. Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato. Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.

                                            La recensione
"Per questo amavo i libri: rendevano le persone migliori. A volte, le salvavano."
Sono passati tre anni, ma qualcosa che rimane c'è. 
Nonostante tutto. Gli scatoloni in casa che, questa volta, ci distraggono come possono dalle voragini delle assenze. Una corrispondenza che mi aveva fatto scoprire, a sorpresa, un talento limpidissimo. Questa Neri Pozza, così ambita e così per pochi, tirata in ballo in una discussione, per caso. 
Gli scatoloni erano per il primo anno fuori, l'inizio di un'avventura coi suoi alti e bassi chiamata università, e su Facebook scrivevo ai miei amici blogger – a una in particolare, e lei sa di chi parlo: sì, dico a te – che stavo leggendo il romanzo di un'esordiente che, a ogni pagina, mi lasciava a bocca aperta. Si nasce già tanto bravi, possibile? Cercavo risposte e, nel mentre, dispensavo consigli. Le stanze buie era uscito con Mursia Editore, in sordina, ma elegante e corposo com'era, bellissimo, era un Neri Pozza nel sangue e nell'inchiostro. Lo leggevo immaginando la loro inimitabile brossura sotto le mani e auspicando per Francesca, soprattutto, un futuro presso chi traduceva Nicholls, la Harris, Tracy Chevalier. La tappa con Mondadori Electa, con l'Amedeo je t'aime che lo scorso autunno aveva seminato, in libreria, cuori spezzati e stampe di Modigliani, non ci ha distratti però dalla meta. A ottobre, vince la sezione giovani del Premio Neri Pozza, con una storia che scrive di getto e di pancia, in tempi record. Ci pensa su, scrive e riscrive, modifica: infine, trionfa. Di quella storia sentita nel profondo, tagliata e cucita, mi dicono che già in origine, però, ci fossero i clivi mozzafiato di Saint Rhémy, due fratelli diversi come il giorno e la notte e un titolo, una brezza, che disturba i falò e, da una scintilla, così, fa nascere Fiamma. Il genere, con un borgo di poche anime, gli alberi ghiacciati e antiche leggende, veniva chiaramente da sé: realismo magico. Anticipano il romanzo Le grand diable, prequel in ebook per ingannare l'attesa, e le parole di quello stesso blogger distratto di indole, ma messo in allerta, da matricola, da una penna eloquente e rara. In Dentro soffia il vento ci sono la bufera, i paeselli fiabeschi, i profumi speziati e le donne coraggiose, ma vittime del pregiudizio più vile. Gli zingari, appostati ai margini, che, ci spiega Francesca, sono uccelli che hanno barattato le ali per i piaceri della tavola e le gioie dei sentieri battuti. Ancora, ci sono tre narratori. Le signore del bosco, le streghe, che non cercano compassione ma, in inverni che non perdonano, desidererebbero una parola buona; calore umano. C'è il soffitto che perde, le ossa che scricchiolano e un amico, o è qualcosa di più, chissà, che si è rimangiato la promessa. 
Quello che non c'è, invece, è la complicità di Yann, torvo fratello maggiore, con vergogne che non ammette ad alta voce – la zoppia, la notte in cui scelse la vita al posto della morte – e sentimenti che non confessa neppure a se stesso. Perché anche Fiamma, come Yann, sente la mancanza di quel giovane che la guerra si è mangiato in un sol boccone: la piuma nel cappello, le lettere nascoste sotto il materasso e il sorriso speranzoso di chi, in fondo, sperava che ci fosse qualcosa di bello oltre le Alpi. Al di là della guerra. La terza voce, accanto a quella di un contrito superstite e di un'adolescente che pare possa trasformarsi per magia in una volpe rabbiosa, appartiene ad Agape: un giovane Don Abbondio di città, impreparato al rigore di certi climi, all'ottusità di certe teste, con un affiatato gregge di fedeli a cui badare; laggiù, in fondo al pascolo, un'isolata pecora nera – anzi, rosso fuoco – che gli insegnerà che Dio è nei dettagli. Dentro soffia il vento mi è piaciuto molto, ma i romanzi che l'hanno preceduto mi sono piaciuti moltissimo: su Francesca, il peso delle aspettative che il superlativo assoluto genera, di solito, e quello di un esordio perfetto, che è eccezionalmente metro di paragone. Appartiene, infatti, a un genere già connotato. Ma è frutto di un'autrice senza pecche, brava come sostengo da un po'. I toni sono dolcissimi, poetici, e questo realismo magico ha sfumature affascinanti come poche; che, leggendo tanto, non ce ne siano forse di nuove? 
Mi vengono in mente due romanzi amatissimi da queste parti: Acquanera, con le matriarche spettrali, le pulsioni segrete, laghi come pozzi senza fondo; Il cuore selvatico del ginepro, storia di cogas e Sardegna, sull'affetto negato e trasformazioni psicofisiche che di paranormale, in definitiva, avevano ben poco. Sanguigna la D'Urbano; aggrappata alle sue radici isolane, la Roggeri. Accanto a Ianetta e Fortuna, che giocano nei cimiteri e nelle baracche a strapiombo, donne forti o streghe presunte, lasciate tutto lo spazio possibile a Fiamma: fragile e ferina, ci insegna che l'umanità si dimentica con il disuso, ma non si rinnega mai. Dentro soffia il vento ha, all'orizzonte, i monti delle vacanze d'infanzia di Francesca. Le giornate corte, i cappotti pesanti per sfidare un vento che si è insinuato perfino negli animi e che fa battere i denti, gli animali selvatici – tutt'altro che spaventosi, per i gattari come noialtri – e i fiori e le erbe che conferirebbero inedite fragranze ai profumi dell'indimenticata Lucilla Flores. In un filone che, di per sé, ha una tradizione dai solchi profondi alle spalle e valanghe di eventi concatenati – lo definivamo, appunto, un genere suggestivo ma senza più segreti – la Diotallevi risponde per le rime, con segreti che non condivide con chi ha orecchie indiscrete. Una semplicità che premia sempre, e un talento che brilla al buio. Anche in boschi nodosi o in trame, al contrario, meno contorte di quanto sembrerebbe. Ad alta quota, sì, ma senza spine tra i rovi. Sotto zero, ma con le mani fredde – protese, magari, verso il diverso da te – e il cuore caldissimo. Cos'altro dirle? Me lo ero chiesto, qualche settimana fa, dopo la lettura di un prequel bello, ma non all'altezza delle sue capacità. Mi ripeto tutte le sente volte? I termini vengono da sé, invece, e gli aggettivi abbondano. Perché, tutte le sante volte, Francesca ci incante, anche con storie all'apparenza meno ambiziose, ma ricamate a punto croce nel ghiaccio. Quest'ultima, non si scioglierà col sole. Fiamma, sul suo palcoscenico all'ombra delle Alpi, sopravvive alla primavera delle mie grandi attese. E sposa il vento, e il suo lettore, in un sì che riecheggia, se in alta montagna.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa – Luce 

giovedì 28 aprile 2016

Mr. Ciak: The VVitch, Nonno scatenato, Il cacciatore e la Regina di ghiaccio, The Boy, The Night Before

Allontanata dalla comunità di appartenenza, una famiglia puritana si sposta in una fattoria del New England. Fuori, il granaio e un bosco in cui è vietato inoltrarsi. La sorella maggiore, Thomasin, gioca sul prato con il più piccolo dei suoi fratelli: bubù-settete, e il neonato scompare in un lampo. Le continue sparizioni e i misteri che si rinnovano conducono proprio all'adolescente, pallida e seducente. La madre è sospettosa, il padre pende dalle sue labbra, i gemelli chiacchierano con un caprone nero e accusano la sorella di adorare il Maligno, il fratello in pubertà è segretamente attratto dalle sue scollature profonde. Stregoneria? The Witch, acclamatissimo e subito annunciato come horror dell'anno, ha più di qualche falla nelle trame, colmata però dal potere della fascinazione – che risulta, in definitiva, immensa – e da una colonna sonora che si concede picchi agghiaccianti. Cupissimo, ha una fotografia impeccabile e la quiete apparente del cinema che più stupisce da queste parti: quello indipendente. Pensato come racconto per non dormire, oscilla tra il dramma domestico e la fiaba nera. I quadri sapientemente cesellati di una famiglia che cresce all'ombra di un Dio vendicativo, di un Medievo che ritorna, mi hanno ricordato i quattordici piani sequenza che componevano l'interessantissimo Kreuzweg – Le stazioni della fede e la suggestione di un The Village: ascetismo, superstizione, follia. Flash onirici, brutture, incubi ad occhi aperti. Leggenda o verità? Angoscioso e ambiguo, pretenzioso giusto un po', The Witch è una tragedia a tinte fosche, febbricitante ma preoccupantemente verisimile. Psicologicamente infallibile, anche se già proposta altrove. Comunque, mai così. Nella maniera personale, e forse troppo greve, del cinema di nicchia. Si rimangia la promessa della paura, dunque, ma attrae e destabilizza: meno emotivo di un The Babadook, più sensato di quel buco nell'acqua di It Follows. Per tutto il tempo, così, ti domandi: cosa sto guardando? Ed è così ben realizzato, recitato con tanta di quella naturalezza, che il dubbio è un piacere scellerato. Non il capolavoro annunciato a gran voce, proprio no, ma l'opera prima di un esordiente di razza. Uno di quei rari horror per palati fini, che in sala non troveranno mai posto, d'estate. (7)

Vedovo di fresco, un pensionato convince il più giovane dei suoi nipoti a seguirlo in uno spensierato viaggio verso una landa tropicale piena di sole, alcolici e modelle in bikini. Non è forse un paradiso la lontana Daytona, durante lo spring break? Di certo non per il responsabile Jason, trascinato dal nonno in una delle sue ultime missioni: istruire il nipote sui miracoli del carpe diem e, soprattutto, darsi al sesso riparatore con un'universitaria a caccia di facoltosi attempati. Dirty Grandpa è stato definito, e non a caso, un trito, sboccato e spiccio cinepanettone statunitense: sbronze, doppi sensi, chiappe al vento, peti fragorosi e chi ne ha più ne metta. Zac Efron viene spogliato, deriso, croficisso: gioca al meglio le sue carte – fisico scolpito e karaoke che ricordano a quelli della mia generazione, con un moto di vergogna sottile, i duetti di High School Musical – e, a sorpresa, si rivela una buona spalla comica. Con lui, parte fondamentale della strana coppia, il nonno sporcaccione del titolo: un Robert De Niro trashissimo, al meglio del suo peggio, che in camicia hawaiana e in una libera interpretazione dei ruoli di Boldi, rischia di mettere una pesante pietra tombale sopra i capolavori che costellano la sua carriera; piace di più, tuttavia, che nei panni di vecchi mafiosi o, ancora, dell'antipatico feticcio di David O. Russel. Meglio fermarsi, caro Bob, prima di un altro passo falso che somiglia preoccupantemente a un'altra commedia da poco come questa? Per alcuni, non c'è dubbio: la risposta è sì. Per me, che lo reputo autoironico e furbissimo, non proprio: come dicevano i latini, “pecunia non olet”. Condiscono qualche gag politicamente scorretta, trivialità e mercanzia in mostra, tre bellezze: l'adorabile Zoey Deutch, la leziosa Julianne Hough e, su tutte, una maialissima Aubrey Plaza. La commedia demenziale su un demente per patriarca è ritrita e spiccia, becera. E, qui e lì, mi son proprio ma proprio divertito. (6)

"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" Quattro anni fa, lo specchio dava ben due risposte – le punte kitsch di Mirror Mirror, l'epos non per palati fini di Biancaneve e il Cacciatore – e, a lasciare stupiti, era quella che vedeva vincere, in una gara di bellezza e acume, la principessa guerriera di una Kristen Stewart che non aveva ancora preso lezioni di recitazione. Come poteva, inespressiva e mascolina, sconfiggere la splendida Charlize Theron? Serviva un prequel/sequel, con il per sempre felici e contenti già agguantato, la strega assassinata e l'ex Bella Swan che, nel frattempo, si è data con stupore generale ai film da festival? Scontata la risposta, esile il pretesto. Lo specchio di Ravenna, all'interno del quale è imprigionata la sua anima, rende folle chiunque vi sia vicino. Come l'anello per Frodo, porta tormenti e avventure alla squadra che, seguendo gli ordini di un Sam Claflin di passaggio, devono distruggerlo. L'impresa è nelle mani di Eric, ancora una volta impersonato da un Chris Hemsworth che si destreggia discretamente tra martelli e scuri: cos'è successo alla sposa del Cacciatore e dove è stato allevato per diventare chi doveva diventare? Si introduce, allora, la storia della Regina di ghiaccio: una variante psicotica e fragile della Elsa di Frozen, interpretata da una buona Emily Blunt in lotta, però, con l'ancor più b(u)ona Theron. Nonostante la presenza di un'altra rossa da me amatissima, quella Jessica Chastain qui troppo sprecata, a vincere la disputa è la modella sudafricana, che, senza l'accigliata Kristen nei dintorni, non solo tiranneggia ma porta questo secondo capitolo dalla dubbia utilità a risultare un po' più coinvolgente del precedente. Perché, sì, a me Il cacciatore e la Regina di ghiaccio ha regalato due ore che non richiederei indietro: movimentato, dark e, complice la presenza del nano di Nick Frost, spassosissimo. Una scatola di star infiocchettata con stile, con un terzetto di prime donne che sono una gioia per gli occhi - e per i costumisti di ogni dove. (6)

Greta trova lavoro nella casa sbagliata. Cosa c'è di meglio di una villa nella campagna inglese, di un ruolo da tata che comprende vitto e alloggio e di due padroni di casa affabili e generosi? Gli Heelshire nascondono un segreto: il bambino di cui Greta dovrà prendersi cura è un fantoccio. Ci sono regole ferree da seguire, e una di queste prevede che la protagonista tratti Brahms come fosse un bambino di carne e ossa. The Boy, thriller d'atmosfera firmato da un giovane regista che già ha fatto danni nel mondo dell'horror, è trascurabile ma non pessimo. Spiccano una regia stranamente raffinata, gli interni labirintici della villa, sprazzi affascinanti. Ha un'idea bella, ma mal gestita. L'incipit, canonico ma citazionista, ricorda le prime pagine dei romanzi d'appendice ottocenteschi: giovane di belle speranze in un mausoleo di misteri. Le scenografie, allo stesso modo, strizzano un po' l'occhio ai deliziosi orpelli gotici di un Del Toro e il tentativo di fare del silenzioso Brahams la nuova Bambola assassina, per fortuna, non è stato azzardato. The Boy, così com'è, ma spostato al passato, sarebbe stato un prodotto gotico senz'altro più accattivante. Mancano la volontà e la consapevolezza, mancano le eroine di Henry James. Lauren Cohan, che ha un sorriso bellissimo e poco altro, interpreta un personaggio dalla psicologia spiccia. In lei, reduce da una gravidanza interrotta, il senso materno si risveglia bruscamente e per caso. I comprimari, inservibili, non hanno la scintilla. Tra ricercati cliché, un andamento prevedibile e qualche spauracchio non andato a buon fine, questo The Boy né bello né brutto, ma scritto troppo di fretta, tenta l'effetto sorpresa con un twist ad effetto, anche se già visto in un horror piccino, australiano, che però non vi svelo... Annacquato il finale, furbastra l'idea di lasciarsi aperta la porta di un sequel che vedrei aspettandomi solo il peggio. L'inanimato Brahms, spettrale e maestro degli sguardi in camera, offre comunque la performance migliore. (5)

La festività per eccellenza che prevede imbarazzanti reunion e tradizioni familiari da cui mettersi in fuga, a volte, presenta delle costanti che fanno eccezione, perché non infastidiscono e, miracolo, non vengono a noia. Qual è il segreto di tre amici che si prendono un notte per rinforzare il loro legame e tornare per un po' i ragazzini brilli e leggeri dei bei tempi andati? Essenzialmente, ci dice The Night Before, droghe libere, cicchetti a volontà e feste blindatissime. Trentenni ed eterni Peter Pan, i protagonisti danno il via a un alcolico amarcord che sembra qui e lì una riscrittura demenziale (ma non troppo) di A Christmas Carrol. C'è chi si prepara a diventare papà; chi, giocatore di basket, non si rassegna al pensionamento a suon di anabolizzanti; chi, musicista senza arte e senza legami, rivive il trauma della morte dei genitori. Per fortuna, ci sono le sostanze stupefacenti – e le risate assicurate. Destinato all'homevideo e ribattezzato Sballati per le feste, The Night Before, con quel popò di cast e alla regia lo stesso autore del toccante 50 e 50, da noi non passa in sala – quando invece il mio spirito del Natale agonizzante avrebbe assai gradito – e viene bollato come un The Hangover a tema. Me lo aspettavo dai neuroni affumicati e caricaturale, sconclusionato, e da amante della comicità di un The Interview la cosa mi andava pure a genio: i cameo che non ti aspetti, le battute antisemite e un politicamente scorretto che si tempra con il romanticismo, però, non mancano. L'esilarante Seth Rogen e un Joseph Gordon-Levitt dai tempi comici a me sconosciuti formano un affiatato terzetto insieme ad Anthony Mackie, e inseguono Lizzy Caplan, Mindy Kaling e il destino, in una barzelletta sotto sotto un po' vera in cui Miley Cyrus fa da damigella d'onore, un bicurioso James Franco invia foto oscene al solito "compare" Rogen, e Michael Shannon, mai così inedito, fa da pusher e angelo custode. (6,5) 

lunedì 25 aprile 2016

Recensione: Storia di un postino solitario, di Denis Thériault

“Ma soprattutto c'erano lettere d'amore. L'amore restava il più comune dei denominatori, il tema che conciliava quasi ogni penna. L'amore declinato in tutti i tempi e in tutti i modi...”

Titolo: Storia di un postino solitario
Autore: Denis Thériault
Editore: Frassinelli
Prezzo: € 16,90
Numero di pagine: 170
Sinossi: Chi non ha mai sognato, almeno una volta, di vivere la vita di qualcun altro? Lirico e avvincente, emozionante e delicato, Storia di un postino solitario è davvero un piccolo gioiello, e un non più piccolo caso editoriale, dal momento che – pubblicato per la prima volta in Canada nel 2004 – il romanzo ha conquistato, un lettore alla volta, un sogno alla volta, il palcoscenico dell'editoria mondiale. Il « postino solitario » è Bilodo, 27 anni, un ragazzo schivo, con pochi amici, appassionato e dedito al suo lavoro, lavoro che gli permette di trovare nelle vite degli altri quello che manca nella sua. Bilodo infatti è un postino indiscreto, per quanto assolutamente innocuo: apre, di notte, le lettere che dovrà distribuire il mattino successivo, e si immedesima nelle esistenze dei corrispondenti. Immagina, fantastica, sogna; si appassiona, si commuove, si arrabbia. Tra tutte, le lettere che più è ansioso di «ricevere», sono quelle di Ségolène, una donna misteriosa che vive in Guadalupa, e che manda degli «haiku» – i caratteristici componimenti poetici giapponesi – a Gaston Grandpré, una delle persone servite da Bilodo, che di Ségolène, in qualche modo, si è innamorato. Quando, a causa di un incidente, Gaston morirà, proprio sotto gli occhi di Bilodo, il giovane postino non riuscirà a rassegnarsi alla perdita di quei componimenti che ormai sente in qualche modo come «suoi», e si sostituirà a Grandpré nella corrispondenza con Ségolène . E non soltanto in quella.

                                                  La recensione
Bilodo, ventisette anni, ha uno strano nome e, se possibile, un hobby ancora più strano. Malinconico cronico, apparentemente asessuato, con la testa fissa lassù tra le nuvole, è un postino a tempo pieno e nel suo monolocale smista la posta, in previsione del mattino successivo. Qui, con l'aiuto del vapore, apre le lettere, le legge, poi le richiude come se nulla fosse. Si diverte, si arrabbia e si commuove, intrufolandosi nelle vite degli altri. Entra ed esce, discreto. Ma se di una vita, di una coppia, non riuscisse più ad abbandonare la metaforica soglia? 
Bilodo s'innamora perdutamente della penna gentile di Sègolene, bella isolana: ecco un suo primo piano, in una foto rubata, ed ecco che così non smette di pensare notte e giorno a lei... Il suo rivale in amore, scapigliato e misterioso, viene investito davanti allo stesso Bilodo, affastellandosi in strada per imbucare una lettera decisiva. Muore sul colpo, sotto la pioggia. Il protagonista, un po' tenero e un po' sinistro voyeur, dal defunto eredita le briglie della corrispondenza e un appartamento ammobiliato in stile orientale in Rue des Hetres. Passeggia tra i beni che nessun parente ha reclamato per sé e, esperto di grafie, tenta di ingannare la sua lei come può, ma c'è un ma grosso quanto una casa. Bilodo sarà sì l'ultimo dei romantici, ma non ha l'indole del poeta. Per fortuna, c'è un kimono appeso a una gruccia che può far faville. E la curiosità, imperitura, lo spingerà a documentarsi, a leggere, a ricercare. Si possono imparare i segreti della scrittura, nel nome dell'amore? Può a una passione aggiungersene all'improvviso un'altra? Storia di un postino solitario, ultima uscita di un editore che raramente fa passi falsi, presenta due aspetti che in teoria amo, ma che in pratica non mi arrivano: la connaturata delicatezza della lingua francese, l'affascinante spiritualità della poesia nipponica: troppo trasognati i francesi, troppo algidi gli autori con gli occhi a mandorla. A questo, però, aggiungete la cornice dei rossi autunni canadesi, un eroe indiscreto ma a fin di bene, una musa celebrata come nello Stil novo, due comprimari simpaticissimi – l'amico Robert, la cameriera a cui il postino ha infranto il cuore – e, tra un haiku e l'altro, gradualmente, un sentimento che da spirituale si fa carnale. 
Da platonico, può l'amore diventare vero? Può un appuntamento tra un impostore e una donna ignara dello scambio di identità perpetrato avere il lieto fine? Uscito dodici anni fa in patria e straordinario successo del passaparola, il romanzo di Denis Thériault è una sofisticata sorpresa franco-canadese che, dalla sua, ha un'idea curiosa per un curioso protagonista e uno stile leggerissimo. Fiabesco, quasi, con poche pagine, rari dialoghi e aggettivi à gogo che non lo appesantiscono neanche per un attimo, anzi. Uno spunto d'altri tempi e, in mezzo ai brevi componimenti poetici già apprezzati durante la lettura di Il canto delle parole perdute, il disegno di un anello che somiglia al serpente che si morde la coda di Nietzsche. Simbolo d'eterno ritorno per il filosofo tedesco e "enso" per il buddhismo zen, è infatti l'ultimo segreto di un racconto a spirale carinissimo, molto francese, a cui con la scusa degli haiku, con il pretesto della suggestione, si aggiunge una chiusa shock. 
Un colpo di scena repentino, dopo languidi colpi di cuore. 
Come a dire che c'è una magia sottile nell'amore incorporeo tra Bilodo e Sègolene, e che la magia chiama magia. E se la lingua più delicata incontra i culti più suggestivi, se i protagonisti dicono di sì a un appuntamento faccia a faccia, non c'è freno al sogno.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Please, Mister Postman