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venerdì 9 febbraio 2018

Recensione: La cercatrice di corallo, di Vanessa Roggeri

| La cercatrice di corallo, di Vanessa Roggeri. Rizzoli, € 18, pp. 318 |

Ci sono autori che, romanzo dopo romanzo, diventano amici del blog. Ci sono appuntamenti in libreria che, anno dopo anno, aspetti. Vanessa Roggeri, conosciuta con l'apprezzatissimo esordio Il cuore selvatico del ginepro e felicemente ritrovata l'estate successiva alla presentazione di Fiore di fulmine, è decisamente una di questi. Cresce, cambia – editore, questa volta, passata da Garzanti a Rizzoli, ma meta mai. Un altro viaggio alle origini, perciò, in quella Sardegna del passato che fa un po' da terra a sé. Tradizioni vetuste ma irrinunciabili, la legge dell'onore e del taglione da applicare in privato, un mare splendido e crudele che elargisce e affama. Fra la costa e l'entroterra, dopo averci raccontato i marchi del pregiudizio e quelli della tempesta, l'autrice cagliaritana lascia consumare le piccole e grandi tragedie della famiglia Derosas: protagonista di una guerra civile prima per odio, poi per amore. Nel primo dopoguerra, Fortunato e Dolores, l'inconsolabile vedova di suo cugino, si sono giurati eterna inimicizia. Il primo: orgoglioso coralliere legato alla terra e alle onde, a un denaro che non compra tutto. L'altra: mamma di otto figli e di campi infecondi, in cerca dell'aiuto economico che il parente acquisito le nega e della giusta occasione per riscattarsi. Il denaro, diceva l'imperatore Vespasiano, non puzza. Così Dolores, personaggio di straordinaria tempra morale che ruba con poco la scena agli altri, fa fruttare il guano di una miniera invasa dai pipistrelli improvvisandosi imprenditrice di successo. Non dimentica. Sottrae i figli alla fame, li allena alla rivalsa. Del secondogenito, Achille, fa uno strumento di vendetta. Deve sedurre e abbandonare Regina, la figlia illegittima dello storico rivale. Una diciassettenne tutt'uno con il cielo e la natura, che ha un fiuto speciale per i coralli e quasi le pinne ai piedi. L'adorata Regina, magica vedetta sulla coralliera di Fortunato, si innamora inevitabilmente dello straniero. Un ragazzo che legge fino a farsi venire le febbri e l'ispirazione e che, nonostante un apprendistato mirato all'annientamento, sa amare a sua volta.

Io sono il mare. Il mare è in me.

Le lettere tracciate sulla sabbia e appuntamenti fugaci su una spiaggetta inaccessibile saranno l'alfabeto segreto di due amanti con le stesse antipatie di Montecchi e Capuleti e, soprattutto, lo stesso cognome. Per imparare a leggere. Per imparare a nuotare. 
Il rischio c'era, accentuato dalla discutibile copertina rosa confetto: per fortuna, però, Vanessa Roggeri sa come non finire alla deriva in una regata di melassa. Ben scritto, dettagliatissimo, il suo ultimo libro ha un faticoso lavoro di ricerca alle spalle e un intreccio romanzesco, shakespeariano, che tuttavia non regala svolte inattese. In un romanzo con sentimenti da dramma in musica, con ambientazioni d'altre epoche, la forza della prima parte deve purtroppo fare i conti con la prevedibilità della seconda. Troppi soliloqui enfatici tra sé e sé, dialoghi non sempre all'altezza della perfezione della ricostruzione storica, personaggi che sbucano macchinosamente ora per trattenere i novelli Romeo e Giulietta, ora per tentare di separarli.

Il mare toglie, ti strappa anche l'anima, ma prima o poi ti ridà il doppio.

La loro storia è scritta nelle stelle, le contraddizioni di questa terra sono già state belle che rievocate negli affreschi storici precedenti, ma l'eleganza dell'autrice – riletta con la solita attenzione, ma senza trovare sorprese – rende comunque un piacere ritrovarsi. Affacciati entrambi sulle profondità del blu. La vendetta, il karma, avvolgono le passioni di La cercatrice di corallo in un turbine che mira all'abisso. Ad acque che celano i tranelli di bombe inesplose, relitti di un conflitto ancora vicino. Al miraggio impossibile dei coralli bianchi. Nel dubbio, sapete, non getterei l'ancora qui.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – What The Water Gave Me

mercoledì 26 luglio 2017

Recensione: Accabadora, di Michela Murgia

Accabadora, Michela Murgia. Einaudi, € 11, pp. 164 |


Leggere per la prima volta un'autrice e stimarla a prescindere: si può? Esempio inequivocabile di eleganza, umorismo e sagacia, Michela Murgia è una delle persone che mi piacerebbe diventare da grande. Scrittrice che non ha bisogno di presentazioni, su Quante Storie è solita dispensare stroncature secche e consigli spassionati. Si è meritata un posto d'eccezione sulla poltrona di Corrado Augias, nei pomeriggi di Rai Tre, e l'accento e la postura hanno ispirato in fretta un'imitazione divertentissima di Virginia Raffaele – Dante, Collodi e Manzoni, perciò, vengono sconsigliati in sketch lampo tanto quanto l'ultima fatica editoriale di Fabio Volo. Mi mancava un tassello non da poco. Mi mancava scoprire com'è, fuori onda: nel suo. Accabadora, vincitore del premio Campiello e oggetto di un libero adattamento cinematografico, è la storia della seconda vita della piccola Maria.

Ci volle qualche minuto per ricordarsi chi e cosa era, che riemergere da sé stessi è tanto più difficile quanto più si è profondi.

Quarta figlia femmina di una vedova indigente, nella Sardegna del secondo dopoguerra, viene riscattata dalla pietà di Tzia Bonaria. Una sarta vestita sempre a lutto, forse mai stata giovane, che piange il promesso sposo perso in guerra, si prende cura delle bambine abbandonate in un angolo e, nottetempo, indossa il suo scialle nero e bussa a qualche porta. Cosa fa la sua seconda mamma, si domanda la bambina, mentre il paese dorme? Cos'ha visto in lei, tratta in salvo da un avvenire di scarti e occhiate di sufficienza? Una smania birichina, una scintilla: un potenziale da educare con le buone o con le cattive, anche a costo di spezzarle il cuore. A Soreni tutti ricoprono un ruolo. Quello di Bonaria è tabù, eppure appare necessario: l'accabadora è il contrario di una levatrice. C'è chi ti guida verso la vita e c'è chi, come lei, ti conduce a una morte dolce. Alla faccia di chi fa gli scongiuri. Alla faccia di chi nega a un'anima la dignità di andarsene via a modo suo. Come Vanessa Roggeri, amica di lunga data del blog, Michela Murgia rievoca una Sardegna brulla, antichissima, lontana dal tremolare del mare. In contrapposizione: una Torino fredda e schematica, in quel continente lontano un passo di troppo dalle maglie del destino.

Nell'ora della debolezza alcuni preferiscono diventare credenti piuttosto che forti.

Storia breve di arrivi e partenze, di eredità, affascina raccontando l'arte del cucito e dell'assassinio. Essendo passato qualche tempo dalla pubblicazione e avendone letto un po' qui e un po' lì, posso dirmi tante cose ma non sorpreso. Se la storia, di cui perfino la quarta di copertina svela troppo, non è una rivelazione, lo stesso non vale per uno stile bello in maniera clamorosa: semplice e scorrevole, eppure sorretto da una perfezione matematica che fa una conta esatta delle parole, delle sillabe, delle pagine. Lirica ma oculata, brusca neanche per un attimo, l'autrice sa quando mettere e quando togliere; sa quando dire e quando non dire. La suggestione e l'inquietudine di cui il realismo magico è capace, qui, ne escono al loro meglio. Crescere è realizzare che tra giusto e sbagliato c'è un confine invisibile, protetto da una fattura che né la razionalità né la fuga per mare possono sciogliere. Accabadora è la presa di coscienza di Maria, che si fa donna e saggia in duecento pagine da centellinare. Un'educazione morale e sentimentale dal taglio classico, con posti e liturgie d'altri tempi. Amore e morte hanno la stessa radice. Lasciarsi morire, lasciarsi uccidere, a volte è l'atto di fiducia più grande. Un debito da estinguere. O un dono, meglio, al pari di certe prose.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Hozier – Work Song

venerdì 29 aprile 2016

Recensione in anteprima: Dentro soffia il vento, di Francesca Diotallevi

Resta con me, però. Odiami, ma resta con me. 
Disprezzami ogni giorno della tua vita, ma resta con me.

Titolo: Dentro soffia il vento
Autrice: Francesca Diotallevi
Editore: Neri Pozza
Prezzo: € 16,00
Numero di pagine: 219
Data di pubblicazione: 5 Maggio 2016
Sinossi: In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile. Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino. Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato. Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.

                                            La recensione
"Per questo amavo i libri: rendevano le persone migliori. A volte, le salvavano."
Sono passati tre anni, ma qualcosa che rimane c'è. 
Nonostante tutto. Gli scatoloni in casa che, questa volta, ci distraggono come possono dalle voragini delle assenze. Una corrispondenza che mi aveva fatto scoprire, a sorpresa, un talento limpidissimo. Questa Neri Pozza, così ambita e così per pochi, tirata in ballo in una discussione, per caso. 
Gli scatoloni erano per il primo anno fuori, l'inizio di un'avventura coi suoi alti e bassi chiamata università, e su Facebook scrivevo ai miei amici blogger – a una in particolare, e lei sa di chi parlo: sì, dico a te – che stavo leggendo il romanzo di un'esordiente che, a ogni pagina, mi lasciava a bocca aperta. Si nasce già tanto bravi, possibile? Cercavo risposte e, nel mentre, dispensavo consigli. Le stanze buie era uscito con Mursia Editore, in sordina, ma elegante e corposo com'era, bellissimo, era un Neri Pozza nel sangue e nell'inchiostro. Lo leggevo immaginando la loro inimitabile brossura sotto le mani e auspicando per Francesca, soprattutto, un futuro presso chi traduceva Nicholls, la Harris, Tracy Chevalier. La tappa con Mondadori Electa, con l'Amedeo je t'aime che lo scorso autunno aveva seminato, in libreria, cuori spezzati e stampe di Modigliani, non ci ha distratti però dalla meta. A ottobre, vince la sezione giovani del Premio Neri Pozza, con una storia che scrive di getto e di pancia, in tempi record. Ci pensa su, scrive e riscrive, modifica: infine, trionfa. Di quella storia sentita nel profondo, tagliata e cucita, mi dicono che già in origine, però, ci fossero i clivi mozzafiato di Saint Rhémy, due fratelli diversi come il giorno e la notte e un titolo, una brezza, che disturba i falò e, da una scintilla, così, fa nascere Fiamma. Il genere, con un borgo di poche anime, gli alberi ghiacciati e antiche leggende, veniva chiaramente da sé: realismo magico. Anticipano il romanzo Le grand diable, prequel in ebook per ingannare l'attesa, e le parole di quello stesso blogger distratto di indole, ma messo in allerta, da matricola, da una penna eloquente e rara. In Dentro soffia il vento ci sono la bufera, i paeselli fiabeschi, i profumi speziati e le donne coraggiose, ma vittime del pregiudizio più vile. Gli zingari, appostati ai margini, che, ci spiega Francesca, sono uccelli che hanno barattato le ali per i piaceri della tavola e le gioie dei sentieri battuti. Ancora, ci sono tre narratori. Le signore del bosco, le streghe, che non cercano compassione ma, in inverni che non perdonano, desidererebbero una parola buona; calore umano. C'è il soffitto che perde, le ossa che scricchiolano e un amico, o è qualcosa di più, chissà, che si è rimangiato la promessa. 
Quello che non c'è, invece, è la complicità di Yann, torvo fratello maggiore, con vergogne che non ammette ad alta voce – la zoppia, la notte in cui scelse la vita al posto della morte – e sentimenti che non confessa neppure a se stesso. Perché anche Fiamma, come Yann, sente la mancanza di quel giovane che la guerra si è mangiato in un sol boccone: la piuma nel cappello, le lettere nascoste sotto il materasso e il sorriso speranzoso di chi, in fondo, sperava che ci fosse qualcosa di bello oltre le Alpi. Al di là della guerra. La terza voce, accanto a quella di un contrito superstite e di un'adolescente che pare possa trasformarsi per magia in una volpe rabbiosa, appartiene ad Agape: un giovane Don Abbondio di città, impreparato al rigore di certi climi, all'ottusità di certe teste, con un affiatato gregge di fedeli a cui badare; laggiù, in fondo al pascolo, un'isolata pecora nera – anzi, rosso fuoco – che gli insegnerà che Dio è nei dettagli. Dentro soffia il vento mi è piaciuto molto, ma i romanzi che l'hanno preceduto mi sono piaciuti moltissimo: su Francesca, il peso delle aspettative che il superlativo assoluto genera, di solito, e quello di un esordio perfetto, che è eccezionalmente metro di paragone. Appartiene, infatti, a un genere già connotato. Ma è frutto di un'autrice senza pecche, brava come sostengo da un po'. I toni sono dolcissimi, poetici, e questo realismo magico ha sfumature affascinanti come poche; che, leggendo tanto, non ce ne siano forse di nuove? 
Mi vengono in mente due romanzi amatissimi da queste parti: Acquanera, con le matriarche spettrali, le pulsioni segrete, laghi come pozzi senza fondo; Il cuore selvatico del ginepro, storia di cogas e Sardegna, sull'affetto negato e trasformazioni psicofisiche che di paranormale, in definitiva, avevano ben poco. Sanguigna la D'Urbano; aggrappata alle sue radici isolane, la Roggeri. Accanto a Ianetta e Fortuna, che giocano nei cimiteri e nelle baracche a strapiombo, donne forti o streghe presunte, lasciate tutto lo spazio possibile a Fiamma: fragile e ferina, ci insegna che l'umanità si dimentica con il disuso, ma non si rinnega mai. Dentro soffia il vento ha, all'orizzonte, i monti delle vacanze d'infanzia di Francesca. Le giornate corte, i cappotti pesanti per sfidare un vento che si è insinuato perfino negli animi e che fa battere i denti, gli animali selvatici – tutt'altro che spaventosi, per i gattari come noialtri – e i fiori e le erbe che conferirebbero inedite fragranze ai profumi dell'indimenticata Lucilla Flores. In un filone che, di per sé, ha una tradizione dai solchi profondi alle spalle e valanghe di eventi concatenati – lo definivamo, appunto, un genere suggestivo ma senza più segreti – la Diotallevi risponde per le rime, con segreti che non condivide con chi ha orecchie indiscrete. Una semplicità che premia sempre, e un talento che brilla al buio. Anche in boschi nodosi o in trame, al contrario, meno contorte di quanto sembrerebbe. Ad alta quota, sì, ma senza spine tra i rovi. Sotto zero, ma con le mani fredde – protese, magari, verso il diverso da te – e il cuore caldissimo. Cos'altro dirle? Me lo ero chiesto, qualche settimana fa, dopo la lettura di un prequel bello, ma non all'altezza delle sue capacità. Mi ripeto tutte le sente volte? I termini vengono da sé, invece, e gli aggettivi abbondano. Perché, tutte le sante volte, Francesca ci incante, anche con storie all'apparenza meno ambiziose, ma ricamate a punto croce nel ghiaccio. Quest'ultima, non si scioglierà col sole. Fiamma, sul suo palcoscenico all'ombra delle Alpi, sopravvive alla primavera delle mie grandi attese. E sposa il vento, e il suo lettore, in un sì che riecheggia, se in alta montagna.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa – Luce 

sabato 13 giugno 2015

Recensione: Fiore di fulmine, di Vanessa Roggeri

Cari amici, buongiorno a voi. Oggi, le recensione di un romanzo che ho molto apprezzato e che ha un solo difetto: io leggo troppo! Ho avuto modo di conoscere l'autrice, persona carinissima, la settimana scorsa – qui, le foto dell'evento – e, passati ormai due anni dal Cuore selvatico del ginepro, tocca ammettere che l'attesa è stata ripagata ad hoc. Augurandovi buona lettura, vi abbraccio. Buon weekend – e, quando siete al mare, abbiate un pensiero per me che, fino al 23, sarò chino sui libri.
“Non mentirmi. E' doloroso morire?”
“Vi assicuro che certe volte vivere fa molto più male.”

Titolo: Fiore di fulmine
Autrice: Vanessa Roggeri
Editore: Garzanti
Prezzo: € 16,40
Numero di pagine: 280
Sinossi: È quasi sera quando all'improvviso il cielo si fa livido, mentre enormi nuvole nere galoppano a oscurare gli ultimi raggi di sole. Da sempre, la prima cosa da fare è rintanarsi in casa, coprire gli specchi e pregare che il temporale svanisca presto. Eppure la piccola Nora, undici anni e il coraggio più scellerato che la gente di Monte Narba abbia mai conosciuto, non ha nessuna intenzione di mettersi al riparo. Nora vuole sfidare il vento che soffia sempre più forte e correre sulla cima della collina. È appena arrivata sotto una grande quercia quando un fulmine la colpisce sbalzandola lontano, esanime. Per tutto il piccolo villaggio sardo dove è cresciuta, la bambina è morta. Ma non è quello il suo destino. Nora riapre i suoi enormi occhi verdi, torna alla vita. Il fulmine le ha lasciato il segno di un fiore rosso sulla pelle bianca e la capacità di vedere quello che gli altri non vedono. Nella sua famiglia nessuno la riconosce più. Non sua madre, con cui amava ricamare la sera alla luce fioca di una candela, né i suoi fratelli, adorati compagni di scorribande nei boschi. C'è un nome per quelle come lei, "bidemortos", coloro che vedono i morti, e tutti ne hanno paura. Nel piccolo paese non c'è più posto per lei. La sua nuova casa è Cagliari, in un istituto per orfanelle, dove Nora chiude la sua anima in un guscio di dolore, mentre aspetta invano che qualcuno venga a prenderla.
                                          La recensione
La scorsa domenica, noi, famiglia che non va spesso in giro, un po' per nostra stessa colpa e un po' per colpa di città che offrono rari stimoli, ci siamo ritrovati – come a dicembre, quando la venuta di Donato Carrisi aveva generato l'esodo, ricordate? – presso quel Centro Commerciale che, tutto gli si può dire, ma non si fa mancare niente. Compresi i preziosi incontri con quegli autori che, al massimo, avevo guardato da lontanissimo; sperato, un domani, di conoscere. Agli inizi di giugno, così, mi sono trattenuto qualche giorno in più a Chieti, sbarrato con una linea netta il primo esame della Estiva, giacché a presentare il suo ultimo romanzo c'era un'autrice che, due estati prima, avevo letto e consigliato energicamente: Vanessa Roggeri, passata nelle vostre wishlist, sul comodino di mamma e, una storia dopo, in Abruzzo, per parlarci di un'ultima fatica che, fortunatamente, non si era fatta attendere troppo. Il ritardo non è elegante, e ciò che non è elegante, sapete, non le si addice. Non si è fatta aspettare nemmeno quella domenica in libreria: puntualissima. Mi aveva riconosciuto lei per prima, seduto in seconda fila, in mezzo a un pubblico ciarlielo e vivace. Io non avevo domande, perché timidissimo, segretamente allergico ai microfoni e ancora ignaro, se non nelle linee generali, di una storia che avrei cominciato a leggere soltanto la sera dopo. Al momento di firmare le copie abbiamo evitato le presentazioni di sorta: mi ha abbracciato come tra amici, il nome tenuto sorprendentemente a mente di colui che aveva recensito per primo Il cuore selvatico del ginepro. La scrittrice che si accorgeva del blogger in sala e, per un momento, gli sorrideva. Riconoscersi. Proprio come ho riconosciuto, a pagina uno di Fiore di fulmine, lei e le sue surreali storie di terre di Sardegna e donne magiche. L'accortezza di non deluderci un po' a vicenda. Lei, me lettore. Io, lei lettrice. Di cose diverse, opposte, ma – nell'arco della lettura chi di un romanzo, chi di un post – quasi sullo stesso piano. E Fiore di fulmine, come mi avevano assicurato in tanti, nonostante qualche piccolo “ma”, mantiene le promesse. Io, chissà, le manterrò? 
Dopo Lucia e Ianetta, sorelle separate dalla superstizione e legate dal più involontario degli amori, Vanessa – fresca di ricerche, passeggiate tra antichi cimiteri, indagini da scrittrice – non si sposta troppo dall'incanto in cui aveva mosso i primi, timidi passi. Siamo nella sua Sardegna: vietato abbandonarla per il Continente. Siamo in un piccolo mondo antico tutto al femminile, scosso dai tuoni e popolato da donne parafulmine per ogni crudeltà. Sulle miniere di Monte Narba – così familiari che strizzi gli occhi per mettere a fuoco il panorama e per scorgere l'aliena Ianetta nel cuore secco della natura – infuria una tempesta, preludio dell'estate che sarà. Ma Nora, che urla contro il cielo e il temporale sperando che le sue parole, in tal modo, arrivino prima al padre che è volato lassù, non ha mica paura: con la sfrontatezza e la curiosità dei bambini disubbidienti prende il pericolo di petto. La luce del fulmine la trapassa e lei muore e rinasce, anche se a chiamarsi Lazzaro è uno dei suoi tre fratelli maggiori. Segno del miracolo – o della maledizione? - una cicatrice che, come un'edera in attesa di fiorire, le solca il corpo; le anime dei defunti che, al suo risveglio, fino alla giovinezza, vedrà chiedere aiuto al piedi del letto. C'è una parola per chi è come lei e, tanto quanto coga, in paese fa paura: bidemortos. Trait d'union tra l'esordio e la gradita riconferma, dunque, le donne – diverse, ma ugualmente tribolate -, lo sfondo storico e quel caratteristico sentore crepuscolare. 
Le leggende che nel sud dello Stivale hanno radici profonde. Immaginavo, in realtà, basandomi almeno sulla prima metà, che i punti di contatto sarebbero stati di più; nella seconda parte, invece, con Nora adulta e il lavoro malpagato di domestica presso la magione della facoltosa Donna Trinez, Fiore di fulmine imbocca altre vie. I sentieri d'ombra dei giardini in rovina, delle case infestate, del romanzo ottocentesco. Chi è la ragazza dalle lunghe trecce che Nora vede vagare al buio e che nessun altro sembra vedere? Cosa fanno i proprietari della villa, il venerdì sera, dietro la segretezza di una porta che la servitù non può violare? Nel darci le risposte, benché guidata da un'autrice operosa e intelligente che vede e provvede, la misteriosa Nora – che a furia di vedere i morti ha perso il contatto coi vivi; che ha sviluppato un cuore duro come un osso di pesca ma che, all'improvviso, inizia a battere per i fratelli Alagon, giovani e dai corpi fragilissimi, peggio di quanto lo sia il suo, marchiato per sempre a fuoco – a volte dà l'impressione di perdersi nello schematismo delle gotici britannici: da Jane Eyre al recente Il miniaturista, ragazza nuova, stanza segreta, amori al cianuro. Colpo di scena conclusivo, inoltre, che si presagisce e smorza, purtroppo, la vivacità del giallo. Per forza di cose, volendomici qualche tempo affinché la ghost story sarda rimpiazzasse nel mio immaginario quella inglese e, a lungo andare, scoprendosi un romanzo d'interni, ho immaginato la Londra vittoriana, così diversa dalla Sardegna brulla e indomita del Cuore selvatico del ginepro, qui guardata attraverso una finestra che dà sul cortile. Si vede, ma questa volta si tocca di sfugitta. Abbastanza per potere giurare, come se la storia fosse un esclusivo souvenir, di esserci stati? Questo il soggettivo “ma” a cui alludevo, in una delicatissima vicenda fluttuante tra fantasia e realismo, altrimenti tanto ben scritta da sembrare – e più del primo, che comunque ho preferito, nella sua vaga crudezza – a disegni. Uno di quelli di Giaime, tutto anima e occhi grandi. La leggerezza delle linee a matita, l'ombreggiatura, il calacare la mano giusto al momento dei dettagli da sottolineare, i personaggi prodigiosi che solo nelle fiabe popolari. E nella fantasia di autrici che sanno renderli autentici.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – I Can Fly 


I had a dream that I was fine
I wasn't crazy, I was divine."

lunedì 26 agosto 2013

Recensione in anteprima: Il cuore selvatico del ginepro, di Vanessa Roggeri

Ciao a tutti, e buon inizio di settimana. Questa mattina, la recensione in anteprima di un ottimo esordio che potrete trovare in libreria a breve, il 19 Agosto, edito dalla Garzanti. Che dire, io ve lo consiglio! Ringraziando la gentilissima Francesca per avermi dato modo di leggerlo in anticipo, con mia grande gioia e sorpresa, vi saluto e vi auguro una piacevole lettura. M.

Titolo: Il cuore selvatico del ginepro
Autore: Vanessa Roggeri
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 210
Prezzo: € 14,90
Data di pubblicazione: 29 Agosto 2013
Sinossi: È notte. Il cielo è nero come inchiostro, e solo a tratti i fulmini illuminano l’orizzonte. È una notte di riti e credenze antiche, in cui la paura ha la forma della superstizione. In questa notte il rumore del tuono è di colpo spezzato da quello di un vagito: è nata una bambina. Ma non è innocente come lo sono tutti i piccoli alla nascita. Perché questa bambina ha una colpa non sua, che la segnerà come un marchio indelebile per tutta la vita. La sua colpa è di essere la settima figlia di sette figlie, e per questo è maledetta. E qui nel suo paese, in Sardegna, c’è un nome preciso per le bambine maledette, si chiamano cogas, che significa streghe. Liberarsene quella stessa notte, senza pensarci più. Così ha deciso la famiglia Zara. Ma qualcuno non ci sta. Lucia, la primogenita, compie il primo atto ribelle dei suoi dieci anni di vita. Scappa fuori di casa, sotto la pioggia battente, per raccogliere quella sorella che non ha ancora un nome. La salva e la riporta a casa, e decide di chiamarla Ianetta. Non c’è alternativa ora, per gli Zara. È sopravvissuta alla notte, devono tenerla. Eppure il suo destino è già scritto. Giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, sarà una reietta. Emarginata. Odiata. Da tutti, tranne che da Lucia. È lei l’unica a non averne paura. Lei l’unica a frapporsi tra la cieca superstizione e l’innocenza di Ianetta. Contro tutto e tutti. Lei l’unica a capire chi si nasconde dietro quegli occhi spaventati e selvatici: una bambina in cerca di amore, che farebbe qualsiasi cosa pur di ricevere uno sguardo e una carezza. Solo una bambina, solo una ragazza, con un cuore forte e selvatico come il ginepro. Le sue radici non si possono estinguere così facilmente; la loro fibra è fatta di ferro e se fuori bruciano, dentro il cuore rimane vivo...
                                                  La recensione
Il cuore selvatico del ginepro giunge in libreria in un periodo strano. A fine agosto, mentre ci si aggrappa nostalgici a un'estate spazzata via dalla prima nuvola burrascosa, si ci crogiola pigri alla luce dell'ultimo sole, si ci prepara ad abbracciare settembre e ad accogliere i nuovi inizi che porterà alle nostra porte. Un periodo sospeso, fugace, che porta lontano il chiasso, il caldo, le persone, i bei propositi. Come un Capodanno caduto distante dalle tavole imbandite, dalle tovaglie rosso Natale, dagli abeti con una piccola stella cometa in cima e le palline di vetro soffiato su ogni ramoscello. Ma un vento proveniente da chissà dove, per un giorno o due, mi ha regalato la parvenza di un autunno in anticipo. E leggere il romanzo d'esordio di Vanessa Roggeri, mentre fuori scoppiava un temporale e le cime dei cipressi si inchinavano al Dio del tuono, è stato assolutamente, magicamente perfetto. Le imposte sbatacchiavano, le tende si gonfiavano come guance che soffiavano spiragli di Zefiro, le prime foglie secche scricchiolavano tra i loro rossi cupi e i verdi bruciati, il cielo era un'unica coperta di lana grezza e sporca da qui alla Sardegna. 
Oltre il mare, oltre coste frastagliate e scogli aguzzi, oltre boschi e rovi, il cielo era lo stesso che, gravoso e mesto, nella storia che leggevo, malediceva e benediceva, con scrosci e luci tremule, la nascita dell'ultima delle figlie della famiglia Zara. La settima, l'indesiderata. Tzia Mercede, la levatrice, ha usato ogni mezzo per estirpare quella piccola vita dall'utero dell'angosciata Assunta, ma nessun malefico tentativo è stato più potente della straordinaria voglia di vivere della nuova nascitura. Rosa, urlante, con una lanugine nera sulla testolina perfetta, i dentini bianchi e aguzzi, gli occhioni grandi e scuri, i polmoni forti e una vitalità gridata al mondo, fuori, con un pianto di bimbo che è un ruggito. Come ogni neonato, è un miracolo di carne, ossa e sangue; la vita che si è incarnata ancora. Per la sua famiglia, tuttavia, è una sciagura annunciata. Una maledizione. Gli uomini imprecano, le donne si fanno il segno della croce e si vestono come a lutto, le bambine dei coniugi Zara interrogano le domestiche sul trambusto che quella fredda notte di Ogni Santi del 1880 ha portato con sé, e tutti, a labbra tremanti, bisbigliano una parola, antica e inquietante come lo sono le leggende di quel paese di genti tenaci e superstiziose: coga; strega. La neonata non è la benvenuta in quella casa in cui giocano già cinque bambine e a cui un inverno da lupi ne ha già strappata una, quando era solo un fagotto da cullare. Sette è male. La piccola senza nome è male. Per tutti, tranne che per la coraggiosa Lucia, la più graziosa e assennata delle sorelle Zara, la primogenita. La salva, le dà calore, sceglie per lei il nome di Ianetta. Dove gli altri vedono un mostro succhiasangue, un pericolo, Lucia vede solo una bimba sfortunata che ha bisogno di essere amata, come tutti noi, in fin dei conti, vorremmo. Il lettore, invisibile come gli spettri vaganti che i bambini e le bambine dell'epoca aspettavano di vedere al di là delle finestre venate di brina, allo scoccare dell'ora buia, entra in quella casa isolata senza bussare e senza disturbare, sin dal primo capitolo. Non è stato invitato – perché le gioie si condividono, le disgrazie si tacciono – ma si muove tra quelle quattro mura a passi leggeri e sicuri, scoperchiando antiquate pentole in cui bollono intrugli bizzarri o zuppe profumate di spezie, leggendo la preoccupazione sui volti tesi di nonni o padri, rubando il calore dalle braci che ardono, sfiorando il pizzo e i ricami dei fazzoletti che mantengono fermi i capelli crespi e i pensieri sbagliati di tzie o mamme, spiando la forma delicata che si muove in una culla di fortuna. Aggraziata e mai invadente, dolce e lieve, la penna dell'autrice – come una bacchetta sfrigolante di magia proibita – erige i muri di quella magione umida e fatiscente, così lontana dalle carezza del mare e dalla luce della civiltà; rievoca il selvaggio splendore della sua terra, costruisce i ricordi dei suoi personaggi e ne innesta, di solidi, nelle menti di chi legge. 
Dipinge prati punteggiati di fiori colorati, boschi ribelli e rigogliosi, scie in movimento di fedeli in processione, comignoli che rilasciano fumo troppo grigio in contrasto con la neve troppo bianca, nuraghi svettanti come le torri delle fiabe antiche. Mescola calore e gelo, luce e buio, cose belle e cose brutte. Il meglio e il peggio che le piccole realtà hanno da offrire, quando tengono al sicuro come in un nido, ma, a volte, stritolano senza pietà: mamme chiocce che uccidono i pulcini gialli della loro stessa covata. Alle descrizioni di piatti tipici e usanze, abiti e scorci, profumi e sensazioni, alla bellezza di una natura spesso sconvolta, si contrappongono, allora, i demoni immortali che l'ignoranza genera. E, alla luce caliginosa e funerea della superstizione dei nostri avi, tutto diventa più inquietante; spaventoso. Malocchi e vecchie storie, sortilegi e gelosie, morti e scomparse fanno vedere ai protagonisti e al lettore quello che, razionalmente, il cervello nega. Il lato oscuro delle storie che ogni nonno ama ripetere ai suoi nipoti, storie di un tempo non poi così remoto, getta ombre fitte e taglienti su una storia candida e gentile. 
Il cuore selvatico del ginepro diventa, quindi, un esotico fiore nero dai frutti dolceamari, coltivato da sole donne e solo in Sardegna. I toni sono melliflui, ma i sentimenti sono viscerali e le situazioni molto forti, a tratti. Tutto passa attraverso labbra di donne, sgorga da occhi e gola, si sedimenta in uno stomaco stretto da un vitino da vespa, rimbomba nelle loro più intime immensità. Straordinarie primedonne, delineate egregiamente in poco o più di duecento pagine da un'autrice ispirata e sensibile. Vanessa Roggeri si fa piccina, non giudica gli errori imperdonabili delle vecchie generazioni, e, anche grazie a pochi, ma accurati dialoghi, riesce a dare al suo racconto il colore del parlato e l'impostazione di una leggenda affidata alle voci di una molteplicità di narratori erranti. Le protagoniste assolute sono le matriarche della famiglia Zara. Fa rabbia leggere di Assunta che rinnega l'ultima delle sue figlie; suscita un odio profondo l'opportunismo e la crudeltà della gelosa secondogenita, Pinella; tocca il cuore l'amore incondizionato di Lucia verso la sua sciagurata sorella Ianetta. Ianetta, un personaggio complesso e schivo, che è un mistero perfino per sé stessa: lei non ha occhi sani per vedersi, quindi si accontenta del riflesso che gli sguardi di chi la circonda le restituiscono. Fa decimare il bestiame, ammalare i parenti, invadere la casa con rospi e mosche, morire i bambini dispettosi nel tormento di pizzichi di ape senza fine: questo è quello che tutti vedono, che tutti le rinfacciano, che tutti le sputano contro. Se nessuno la vede buona, è perché non lo è. “Coga”... e lei vive nel bosco, come un animale selvatico dagli artigli sfoderati. “Coga”... e lei scappa in una torre di pietra, aspettando le visite un'amica cattiva e le torce dei suoi compaesani che, secondo tutti, la purificheranno dalle sue colpe con il fuoco; “Coga”, ancora... e la sua umanità vacilla, come le intenzioni di una sorella che vorrebbe soltanto salvarla. Realistico, emozionante, originale, passionale e spaventoso, l'esordio di Vanessa Roggeri è un viaggio nel cuore segreto di una terra incredibilmente affascinante e incredibilmente contraddittoria, narrato in grande stile e ricco di valori preziosi ed echi incisivi. Un pregevole e promettente esordio, firmato da una donna che, come le sue protagoniste, a quelle tradizioni è legata saldamente, come il lichene alla roccia. All'ombra di un fico - che tanto ricorda il nespolo dei Malavoglia - sopravvissuto alle sventure di quattro generazioni di Zara e guardiano di quelle aspre terre, in miseria e nobiltà, una saga familiare italiana, danzante tra verità e menzogna, colpa e riscatto, che ha i legami di sangue di Marquez e della Allende e il tocco magico di Joanne Harris.
Il mio voto: ★★★★ +
Il mio consiglio musicale: Chiara feat. Fiorella Mannoia – Mille passi