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venerdì 1 luglio 2016

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful III | Wolf Creek

Io, che patisco il sole e vorrei l'inverno tutto l'anno, sottratto forse al sogno della cupissima Londra vittoriana, in Penny Dreadful avevo trovato infinite suggestioni, tanto fascino, troppa letteratura – mi ci ero ritrovato, non so come. Otto episodi lunghi, lenti, introduttivi e un prosieguo, invece, che mi era piaciuto, sì, ma senza entusiasmarmi: la serie in costume Showtime guadagnava ritmo, puntate e sottotrame. Non c'era il rischio che si perdesse e ci perdesse, soprattutto quando lontana dalla presenza irresistibile della dama in nero, Vanessa Ives? Con meno Eva Green di quanto sperassi, già nella seconda stagione Penny Dreadful restava lo stesso Penny Dreadful? Ci eravamo lasciati, la scorsa estate, con queste precise domande e personaggi in viaggio, avventurosi, sparsi per il mondo. Eccoci, in presenza degli stessi “ma”, di un po' di malinconia e del più grande difetto: i giochi, all'improvviso, finiscono qui. La cancellazione sorprende Vanessa e gli altri nel bel mezzo di storyline quanto mai frastagliate e, negli ultimi episodi, ci si affretta perciò a chiudere le imposte, a tirare su i ponti levatoi del castello, a non lasciare nulla in sospeso. Il deserto, però, non ha lo stesso appeal della piovosa Inghilterra; e Hartnett, al solito, non ha il carisma necessario. Victor Frankenstein, in accoppiata con un Jekyll che si stenta a riconoscere, ricerca cavie per perfezionarsi. E per cercare di guarire quella Lily che, nel frattempo, spadroneggia nei salotti di Dorian Gray. Reeve Carney, messo in un angolo, conserva immutata la sua bellezza efebica, la sua gioventù maledetta, ma la sua ospite insorge – da prostituta abusata a raffinata presidente di un clan di femministe assassine. La Creatura, invece, già poetica e piena di bontà, ricorda qui il suo nome di battesimo e i suoi familiari: lo accetteranno ancora?, si domanda.Vanessa, infine, cerca risposte: rievoca il soggiorno forzato in una clinica psichiatrica e  l'abbandono di Ethan; prende parte a sedute d'ipnosi con la psicologa impersonata da un'ottima Lupone; vive nuovi amori (un baldante curatore) e nuovi orrori (il demone che la perseguita in tutte le sue vite ha un nome, Dracula, e vuole renderla la sua infernale consorte). C'è chi la considera folle; chi le dà della strega. E chi, con un bacio, può liberare la sua natura sanguinaria e miracolosa, e compiacersene: imbrigliata nei corsetti, rimpicciolita dal giudizio altrui, indipendente a tutti i costi. Ci sono episodi dispersivi a metà e, nella chiusa, che è però definitiva, preoccupazione e sbrigatività. Per fortuna, non mancano i momenti da brivido, che fanno di Penny Dreadful un prodotto d'alta qualità e sconfinata classe – forse, visti i gusti del pubblico generalista, anche troppo? I monologhi strazianti – la maestosa e fragile Billie Piper, che si commuove ricordando la sua esistenza precedente; Reeve Carney che, circondato dalle sue tele, promette che aspetterà, aspetterà e aspetterà – e un capolavoro d'episodio: il quarto. Eva Green e Rory Kinnear, straordinari. Quando erano sono una povera ragazza matta e un inserviente senza cicatrici. Un colloquio cuore a cuore, un trionfo di poesia, in una camera con le pareti imbottite: tra amicizia, seduzione e confessione. Lì, in cinquanta minuti appena, una perfetta storia di senso compiuto, e due prove attoriali indescrivili. Mai come quest'anno, una stagione di squisitezze, bestialità e grandi personaggi femminili, capaci di toni magniloquenti, gesti enfatici, significative orazioni. Magnifiche le donne, tutte, in questa cornice sempre finemente intarsiata. I difetti: gli uomini, non alla loro altezza, e gli episodi che li vogliono protagonisti. Un andamento ondivago, poi, spezzettato, che prevede trame più numerose e ambienti più vasti – dalla ghost story si giunge, qui, al western – a discapito dell'organicità e di una Green che tutto può. Da metà in poi, però, si va in cerca di equilibrio. Anche se ci sono spinte, qualche forzatura di troppo, per riunirli. Sparsi come sono ai quattro venti, ma insieme – fortunatamente - per un gran finale che, nonostante tutto, soddisfa a modo suo. (7+)

Una famiglia in vacanza: quadretto felice, estivo, se non fosse per una figlia adolescente che, problematica e scontrosa, a volte rovina i piani e, spesso, coi suoi musi lunghi e le risposte sarcastiche, toglie loro la voglia di festeggiare. Se non fosse, soprattutto, per la destinazione scelta: i Thorogood, canadesi, percorrono l’Australia su ruote. Paese di dingo, deserti e ospiti scontrosi; terreno di caccia indiscusso, se ami l’horror un po’ di nicchia, di Mick Taylor. La camicia a quadri, il fucile imbracciato, il coltello negli anfibi. Hobby: la caccia spietata agli yankee. Segni particolari: aria sorniona e risata catarrosa, familiari per chi Wolf Creek lo aveva visto e apprezzato. Ispirato a una storia realmente accaduta, giunto in sala nell’inverno di dieci anni fa, aveva avuto un secondo capitolo – di gran lunga superiore al primo: caso raro – a sorpresa, con un ritardo notevole, ma che non si percepiva. A fare da leitmotiv, un contesto misterioso, omicidi sanguinosissimi e, talora, giochi alla Saw, pensati da un villain cult, che a me ricordava per piglio e presenza scenica il leggendario Robert Englund. Una miniserie in sei episodi, e poi con lo stesso accattivante John Jaratt a bordo: che bell’idea. Perché, con un killer così, con un attore così, c’era tanto da indagare, tanto da capire, tanto da vedere. Dispiace sin dall’inizio, però, trovarlo molto poco in scena. La serie ha come protagonista indiscussa la giovane Eve – diciannovenne scontrosa introdotta poco fa – che, sopravvissuta alla strage della sua famiglia per mano di Mick, si mette sulle sue tracce. Missione suicida, uno dice: ma la tensione si diluisce troppo, in sei episodi, e il cattivo appare assente, o comunque ammorbidito. In vista di un finale inglorioso, soprattutto, che ne sottovaluta il potenziale. Grossomodo, questo nuovo Wolf Creek risulta, e con grande dispiacere, il solito horror che passa e va. Che si scorda e, nel mentre, si deride un po’. La geografia non è il mio forte ma, a occhio e croce, l’Australia mi sembra immensa: su questo palcoscenico sconfinato e polveroso, per coincidenze inverosimili e svolte troppo accidentali, s’incrociano sempre le stesse figure e ci si imbatte, rigorosamente per caso, sempre in nuovi guai. Da una parte, la faida tra Eve e il cattivo è elementare e prevedibilissima; dall’altra,  negli episodi, c’è un inutile affollamento di motociclisti, galeotti, saggi sciamani e forzati dei ex machina. La trama è macchinosa, il brodo allungato e, per quanto sia valida la nostra scream queen – un incrocio tra Emilia Clarke e Shailene Woodley: una bellezza – non c’è gara con questo mostro messo, non si sa come, alle corde. In un angolo. Si lasciano apprezzare la fotografia impeccabile, la fattura cinematografica ma, per gli sceneggiatori, solo insulti. Ho perso il conto delle coincidenze, infatti, e alzato gli occhi al cielo per il tentativo pedestre, nel finale, di cercare di spiegare il passato del cacciatore. Non resta che la terra bruciata, insomma, dopo una conoscenza iniziata sotto i migliori (o, be', peggiori?) auspici. (5,5)

sabato 18 luglio 2015

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful II, Vicious II, Dr. Horrible's Sing-Along Blog

Penny Dreadful
Stagione II
Se ne stava ai margini del bosco di una favola dei Grimm, che mi tentava con le sue delizie. Irresistibili, le sue caramelle ingannatrici. Come quella Londra vittoriana, in cui pioveva notte e giorno e, in mezzo alle nebbie sul Tamigi, si muovevano creature spaventose e magnifiche. Nel lungo romanzo gotico con il marchio Showtime, potevi vedere – dalle vetrine di un elegante caffè, in una biblioteca proibita ai profani – i personaggi di Stoker interagire con quelli di Shelley o Wilde. Tutti corollario, però, del fiore Vanessa Ives: bellissima dama a lutto, corteggiata dal Male e minacciata dai suoi emissari. In sincerità, non sapevo se fossi rimasto più affascinato dai giochi delle trame o dagli occhi di quella Eva Green come non l'avevamo mai vista. Inspiegabilmente ignorata alla stagione dei premi – come le colleghe  Maslany e Rossum – su questo blog aveva guadagnato scettro e corona. Aspettavo lei – e le sue metà oscure - per una seconda stagione: ha avuto due episodi aggiuntivi, il nuovo Penny Dreadful, ma mi è sembrato che avesse una durata ridotta; che lasciasse di meno. Leggo che, altrove, ha convinto gli scettici e non posso che esserne contento: merito loro il rinnovo. Da parte mia, questa volta, l'accoglienza intipiedita di turno. Mi ha appassionato meno che in precedenza. Ethan Chandler aveva rivelato nel season finale la sua natura di licantropo; Sir Marcolm trova l'amore di una donna di mezza età con un brutto segreto; Victor Frankenstein – mentre la sua Creatura viene assunta in un museo delle cere – dà nuova vita alla sfortunata Brona, e se ne innamora; Dorian Gray, da Parigi, ha portato con sé un amante en travesti che potrebbe scoprire l'enigma della sua eterna giovinezza; Vanessa è spinta sempre di più verso il baratro da congreghe di aristocratiche streghe che l'hanno promessa a Lucifero. Non si può certo dire che gli sceneggiatori, artefici di alcuni dei dialoghi più precisi a cui abbia prestato di recente ascolto, siano rimasti con le mani in mano. Quel che manca, e che invece è elemento fondamentale in serie come Sense8, è la coesione: il serial conserva la sua natura quasi antologica, dando in un episodio risalto a una vicenda, in un altro episodio risalto ad un'altra. Una scelta accurata (e comunque poco saggia) o un montaggio che non ha la giusta fluidità? Penny Dreadful è una giostra che tocca il cielo quando c'è la Green in scena e la terra quando, escludendola del tutto da una puntata, ci si concentra sui comprimari. E si rischia, così, che la curiosità si eclissi. Colpa, in particolare, di un Josh Hartnett legnoso e di Reeve Carney, un Dorian imberbe che mi aveva reso dubbioso già in passato e che adesso, complice una scrittura che ha cura soltanto del poco che fa a letto, sembra ancora più acerbo. Una parola in più andrà spesa per una superba Billie Piper che, sboccata e coraggiosa, si ribella alle pretese del suo creatore. Tra le cose belle, e non si fa fatica a ricordarle, una pioggia di sangue durante una cena di gala, il valzer di Dorian e Lily crivellati dai proiettile, il bacio delicato dato al più assenanto dei mostri e la visione di una Green splendida, sorridente, di bianco vestita. (7)

Vicious 
Stagione II
Ho dovuto aspettare poco per trovarli dove li avevo lasciati. Sul divano, tra la porta d'ingresso, la cucina in cui sonnecchia il loro cane invisibile, le scale. Sono stato fortunato: in realtà, coloro che hanno scoperto questo Vicious nel 2013 hanno dovuto aspettare due anni, per ridere di altri sei episodi. Non sapevo fosse nemmeno ripartito, finché non mi sono trovato i faccioni di Stuart e Freddie – con uno sfondo blu alle spalle – su uno dei soliti siti di streaming: agli inizi di giugno, la strana coppia che – sul finire dell'anno vecchio – mi aveva regalato le risate più intelligenti e cattive, era tornata a far danni. Confermato il cast e quello scenario da sitcom tradizionale – che ha bisogno di un salotto e di grandi attori per funzionare: poco? - che questa volta si amplia un po', seguendo gli arzilli protagonisti all'esterno. Stuart e Freddie – gli scortesi innamorati che avevano fatto outing intorno ai settanta, gioia e tormento dei loro amici intimi – si iscrivono in palestra, vanno a scuola di ballo e, per un paio di episodi, prendono strade separate. Scoprono il fuori e la crisi del cinquantesimo anno. Ad aprire loro nuovi orizzonti e, come sempre, ad unirli, il fandom più caloroso che pensano di avere – dico pensano perché non hanno visto noi quando bene vogliamo a entrambi: il fratello Mason, la smemorata Penelope e, soprattutto, i personaggi interpretati da colei che fu la ragazza di Hagrid – un'irresistibile Frances de la Tour – e dal premuroso Iwan Rheon, che so essere cattivissimo (e bravissimo) in Games of Thrones. Mattatori, quel Derek Jacobi dalla carriera iniziata quando nessuno di noi, o dei nostri genitori, era al mondo e soprattutto Ian McEllen, che in comune con Rheon e la giunonica Frances ha tempi comici prodigiosi e la partecipazione memorabile a serie fantastiche. Qui sarà un altro anello la causa di un altro viaggio – nel passato della coppia, verso alternative che non soddisfano perché il cuore, e le battutacce sferzanti, hanno una casa sola. Le risate e gli sketch funzionali non si contano, in una produzione brevissima che ha tre cose che mi piacciono tanto: accento inglese, anziani più vitali di me, umorismo fulminante. Il difetto, lo stesso dell'anno scorso – o di due anni fa, okay. I soli centoventi minuti complessivi: ci vuole tanto per averli qualche giorno in più come ospiti? Così è iniziato e così è finito: un giorno mi trovo davanti il primo episodio, infatti, e un giorno l'ultimo. Ma perdoniamo volentieri la fretta, grazie ai nuovi inizi celebrati nell'ultimo episodio e alla scena conclusiva, che è tenera come non ci saremmo mai e poi mai aspettati da queste due carogne. (7,5)

Dr. Horrible's Sing-Along Blog
(mini)webserie
Come si passa da amorevole vicino di casa a genio del male? Come si diventa un supercattivo dei fumetti? Lunga la strada da fare. Ma qui, in quel Dr. Horrible's Sing-Along Blog che mio fratello mi propina da anni, le tappe salienti ci vengono riassunte in tre atti, per un totale di quaranta minuti. Mio secondo approccio, questo, dopo What Lives Inside, col mondo delle webseries. Continuerò forse a non capire il senso di questi esperimenti – perché prendere bravi attori, e in questo caso un autore culto, e realizzare prodotti così brevi? - ma questa volta è andata meglio. E, nonostante l'ottimo Daredevil targato Netflix, il cinecomic continuerò a non tollerarlo, ma Dr. Horrible – tascabile, visto dalla prospettiva dell'antagonista, intonato – è un ragionevole compromesso: si parla – e si canta – delle disavventure di un aspirante villain, innamorato della ragazza sbagliata e infastidito da un supereroe vanesio e fanfarone che vorrebbe salvare tutto e tutti, e soprattutto essere sommerso di attenzioni. Inevitabilmente, anche di quelle della Mary Jane di turno, conosciuta dal protagonista in lavanderia – come in una perfetta commedia indie – e vittima del fascino portentoso di Captain Hammer. Dottor Horrible – Billy, per gli amici – riuscirà mai a entrare nella squadra dei cattivi e a conquistare Penny? Come in Galavant, si prende un genere tutto azione e lo si personalizza a suon di canzoni e, orecchiabili e tutto, gli inserti da musical, qui, sono anche bellissimi. Non a caso questi quaranta minuti, per gli appassionati, sono un tormentone e si sono guadagnati, al tempo, un Emmy. Ma sarebbe meglio dire che Galavant è come Dr. Horrible's, uscito nel 2008, fortunatissimo e scritto e diretto da uno che non ha bisogno di pubblicità: Joss Whedon, geniale soprattutto – e non me ne volete – quando è lontano dagli Avangers. Simpatia, originalità e attori presi dal piccolo schermo,  così noti che verrebbe da chiedersi come mai le confessioni di questa pecora nera non siano state sviluppate in altro modo, magari a mo' di telefilm vero e proprio. Il protagonista, infatti, è un Neil Patrick Harris che già ci ha stupito altrove con la sua duttilità; il Nathan Fillion di Castle, piacione e intonato; la carinissima Felicia Day, che ricordo per un ruolo secondario in Supernatural. Come aiutante, inoltre, il genio del male ha Simon Helberg, che in The Big Bang Theory è quel tipo sospetto dai maglioncini a collo alto e dalle camicie a rombi: non mi piace il cinecomic, non mi piace Big Bang, quindi non mi prendo la briga di cercare il nome. Ma mi è piaciuto Dr. Horrible's Sing-Along Blog, che è una discreta figata, anche se il suo formato ridotto mi confonderà a vita. (7,5)

venerdì 18 luglio 2014

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful, Salem, Devious Maids, i pilot di The Flash e Constantine (però in due parole)

Vi scrivo di ritorno da Pescara. Sudatissimo, stanchissimo, sveglio dalle cinque e trenta, ma con un voto in più sul libretto. Sono sopravvissuto ufficialmente alla mia prima sessione estiva. Gioiamo, gioiamo. Okay, dovevo dirlo. Anche se non c'entra niente col post previsto per oggi: si parla di finali di stagione, pilot visti in anteprima, telefilm. Quali seguite? Quali seguirete? Io scappo, perché ho bisogno di nutrirmi, mettermi il costume e andare in spiaggia: così sicuro che passa tutto. A presto, M.

Penny Dreadful
Stagione I 
Un penny per i tuoi pensieri. 
Un penny per una storia di paura: la tua.
Una Londra vittoriana strepitosa, che non conosce il sole. L'umidità nelle ossa, la tempesta inarrestabile nella coscienza. Io ho sempre odiato l'estate e, da quando, bambino, ho letto i primi Dickens, ho sognato di camminare in un'Inghilterra così. Da posto in prima fila per la fine del mondo. Da estetica del sublime. Penny Dreadful vive lì e vive di questo. Terrore e fascino. Ti siedi in poltrona e aspetti. L'incontro e lo scontro tra i vari protagonisti, il loro corteggiarsi lentamente, i loro appuntamenti galanti in sedute spiritiche, cimiteri, serre esotiche. Mi aspettavo un Hemlock Grove in costumi ottocenteschi, esplicito e bizzarro. Invece, sin dal pilot, le mani esperte del Juan Antonio Bayona di The Orphanage hanno tracciato una storia di fili di fumo che guardi innalzarsi, diffondersi, sparire, introfularsi nelle crepe dei soffitti. La sigla: poesia tirata fuori da armadi bui, in cui si annidano serpi e scorpioni, servizi di porcellane, candele e tavole ouija. Questa Londra, scenografica e teatrale, è bianca e abita da figure nere. Alcune le conosciamo, altre le conosceremo. Pensate alla Leggenda degli uomini straordinari in chiave dark. Il risultato è un inedito libro dell'orrore, con le caratteristiche di un romanzo corale. A colpire l'attenzione dello spettatore occasionale, è la partecipazione allo show di nomi importanti. Un Timothy Dalton senza tempo, nei panni del criptico Sir Malcom Murray – ogni riferimento alla protagonista femminile di Bram Stoker non è puramente casuale; un Josh Hartnett aitante come ai tempi che furono, che torna sulla scena con il passo da cowboy e le pistole in pugno; Billie Piper, invece, sembra portare la Bohème in campo, con la storia di un amore tragico e di una prostituta innamorata e fatale. L'ho lasciata alla fine, perché questa serie è un monumento alla sua grandezza: Eva Green. Mamma mia, cos'è Eva Green. Una creatura di un'altra epoca. Sfuggente, indecifrabile, incomprensibile. Padrona della scena, dea del gioco: una testimonianza concreta della perfezione in terra, con gli occhi glaciali, le labbra che sorridono quando vogliono, la pelle di cera. Sempre sulla bocca di tutti per il suo seno – e che seno! -, generosamente esposto in The Dreamers e Camelot, tiene la sua dirompente fisicità a bada con bustini, abiti neri, pizzi e veli. L'espressione beffarda, i lineamenti affilati, il ghigno perpetuo da femme fatale. Ha una classe e un'espressività fuori dal comune. Lo dimostra il secondo episodio, in cui sfoggia tic nervosi, polmoni grossi e duttilità eccezionale durante una misteriosa seduta spiritica, che la trasforma da eterea lady a oggetto di esorcismo. Difficile tenerle testa. E' allora che emerge l'inesperienza dell'acerbo Reeve Carney: un Dorian Gray che mi è piaciuto e non mi è piaciuto. Carney – che ho scoperto essere un ottimo cantante, su YouTube - ha un bel sorriso, un suo perché. In un episodio divertentissimo e controverso, è mostrata, nell'incipit, la sua corte trasgressiva e ambigua. Il bacio con Josh Hartnett fa chiacchierare. Mostra scarso carisma, però, quando deve sedurre una Green algida e lontanissima. Risulta più piccolo dei 31 anni che ha: lei si libra a una spanna da terra. E letteralmente. Una parolina su Frankenstein: nessun mostro mi ha mai emozionato così tanto. L'amore per l'arte, uno sguardo puro sul mondo, un viso deforme che non è sinonimo di un animo buio. Avrà mai una compagna? Intanto, ha tanta umananità. La violenza scorre a fiumi, ma è vernice: velluto rosso. Il sesso non toglie nulla all'eleganza glaciale del resto. Penny Dreadful è erotico, gotico, incantatore. La seduzione degli orchi. (8)

Salem
Stagione I
Ha conosciuto alti e bassi questo Salem. Puntate lunghe e momenti di troppo. Dopo il ritmo sostenuto della prima puntata, le altre hanno offerto allo spettatore cose interessanti e cose non brutte... ma superflue. La serie, con tredici episodi che forse erano troppi, però non mi ha annoiato, nonostante la premessa. Salem ha cose buone. Un sapore vagamente teatrale, una messa in scena ottima, quella sigla cantata da Mailyn Manson che, spesso, è più affascinante perfino della puntata in sé. E poi ha una trama molto efficace, che intrattiene al suon di fiamme che crepitano, incantesimi neri, urla e pianti, grandi promesse per grandi amori impossibili. L'ho visto in attesa di Penny Dreadful e per superare il fastidio di Coven, l'ultima serie di American Horror Story. A ripensarci mi salgono ancora i nervi! La WGN firma una serie storica di tutto rispetto, invece, che funziona quasi sempre. Promette e non delude tirando indietro la mano tesa, come spesso capita. Volevamo l'orrore, e abbiamo sangue, boschi terrificanti pieni di cadaveri putrefatti, impiccagioni e torture. Una violenza che, raccontata, sembra brutale, ma che in realtà è ben diluita. Volevamo la rievocazione storica, e abbiamo una Salem da paura, mai apparsa così realistica e pulsante. Volevamo protagonisti intensi, e molti – soprattutto i personaggi secondari – potrebbero risultare indelebili. Pessimo, per me, Shane West, che avrebbe dovuto avere il ruolo principale. Ha due espressioni messe in croce, ridicole parrucche lunghe, la passionalità di un narcolettico. Il suo John Alden, tornato in città dopo guerre e alleanze con gli indios, ha carattere, ma non chi lo interpreta: bocciato, assolutamente! La sua controparte femminile, Mary Sibley, è validissima. Da dove è uscita questa splendida Janet Montgomery, credibile e fascinosa, a metà tra le Madeleine Stowe e Famke Janssen di vent'anni fa? Lei cattura e il suo personaggio, una strega malefica dalla doppia vita che ha venduto il suo grembo al diavolo, ma non il suo cuore di umana, spicca nel buio. Notevole la crescita e la maturazione di Seth Cabel, umano e contradditorio; bellina la Ashley Madekwe di Revenge, anche qui, come lì, alquanto infida; inquietante la piccola Elise Eberle, la Regan dell'Esorcista che, forse, non odia poi tanto la compagnia del maligno... Veritiero, fosco, torbido, splatter, Salem riporta in auge “famigli” e streghe autentiche. Cascate di sangue, riti di mezzanotte, fattucchiere che – come in Macbeth – compaiono nella brughiera, sotto le sembianze di vecchie dai volti butterati di pustole e porri. Intrigante il finale di stagione, che è una chiusa senza tregua. Mi farà piacere avere questa “sgradevole” compagnia anche il prossimo anno. (6,5)

Devious Maids
Stagione II
I panni sporchi si lavano in famiglia, in tivù e davanti a domestiche nelle cui mani, be', i segreti sono mal custoditi. A dir poco. Continua la mia avventura con Devious Maids, guilty pleasure dell'estate scorsa e di questa. Oggettivamente: cafone, arrangiato, semplice. Soggettivamente: sfizioso, diverte, accattivamente. L'ho scoperto con gli esami di maturità e me lo sono portato dietro, trecentosessantacinque giorni dopo, con la prima sessione estiva della mia vita. E' sempre il solito, ed il solito spasso, aggiungo. Sangue latino, temperamento focoso, battute simpatiche e intrecci che di originale hanno poco. Questa volta, le mie quattro domestiche preferite interpretano in chiave ispanica – con i loro accenti irresistibili e i loro bei fisichetti – Rebecca: La prima moglie e il thriller home invasione degli anni '80. L'intelligente e bella Ana Ortiz – non più domestica, ma gran signora – sposa un uomo con una moglie nella bara, una governante schizzata, una cassetta di sicurezza piena di soldi e di segreti. La dolce e svampita Dania Ramirez – appeso al chiodo il suo amore per "Mister Spence" – trova lavoro in una famiglia in cui aleggiano frecce velenose e dissapori, minacciata da un avvocato senza scrupoli. La provocante Roselyn Sanchez sogna la fama, il palcoscenico e pavimenti che si lavano da soli: nonostante non sia ancora una stella, ha già un viscido stalker in piena regola. La più anziana, la più professionale, Judy Reyes si divide tra una figlia innamorata del ragazzo sbagliato, un amore di chef, i capricci del suo svampito capo, un'autoironica Susan Lucci – la ricordate nei vari Dallas e La valle dei pini? Le new entries sono poche, le vecchie conoscenze funzionano alla grande - consolidate. Le trame e le sottotrame intrattengono allo stesso modo, ugualmente bene, e l'algida e maliziosa Rebecca Wisocky e il volpone Tom Irwin divertono come due libertini e fedifraghi Sandra e Raimondo. Devious Maids è scollegato dal mondo, e lo sa. Prende in giro le soap argentine e, in primis, sé stesso, con umiltà e tanto divertimento. E' un'inedita auto-parodia. Una commedia gialla con bella gente e con lo spessore di una sit-com. Solo che i minuti sono quaranta, e non venti, e le risate registrate non sono contemplate nel format. Con i personaggi di The Help che conoscono le mode dei primi Pretty Little Liars, i misteri sono sventati, i segreti volano e le case, sfortunatamente, risultano più sporche di prima. Mattonelle che luccicano e letti rifatti sono secondari, quando CSI parla spagnolo, indossa gonnellini cordinati e impugna pistole silenziate e mocio Vileda. (6,5)
The Flash: Visto il primo episodio, che gira sul web da qualche giorno. E con largo anticipo. La serie TV andrà in onda, pensate un po', ad ottobre. Niente da dire: molto carino. Divertente, leggero... be', veloce! Grant Gustin - visto in Glee - mi sembra perfetto per il ruolo. Imbranato, giovane, un viso nuovo. In questo primo episodio, cameo di Arrow – che io non seguo e mai seguirò: mi sa di cafonata – e dell'attore che fu Flash, nella serie originale, nei panni del papà di Gustin. Per me è sì, per dirla alla X Factor maniera. 
Constantine: Non mi ha colpito il pilot. Per nulla. Tanto, al fumetto, devono i vari "Supernatural" e "Sleepy Hollow", ma il telefilm arriva un po' tardi e, almeno alla prima puntata, sembra una copia della copia con il solito protagonista sardonico, l'eroina bella e sfortunata, angeli e demoni. Il film, per le atmosfere pazzesche e una Swinton paurosa, era decisamente altro, anche se meno attinente alle idee dei creatori. Presto per dire, comunque. Aspetterò ottobre per giudicare, ma partiamo maluccio. Per me: no.