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mercoledì 12 gennaio 2022

Recensione: I margini e il dettato, di Elena Ferrante

| I margini e il dettato, di Elena Ferrante. E/O, € 15, pp. 154 |

Quante volte lo abbiamo detto? Di alcuni autori leggeremmo tutto, anche la lista della spesa. In attesa della terza stagione di L'amica geniale – a febbraio su Rai Uno – e, si spera, del prossimo romanzo, Elena Ferrante è tornata in libreria con un volumetto dalla copertina bellissima consigliabile soltanto agli appassionati accaniti. I margini e il dettato non contiene gli ingredienti segreti della cena di Natale, no, bensì tre lezioni universitarie destinate alla cittadinanza di Bologna e un saggio critico in occasione del settecentenario di Dante Alighieri. Breve ma densa, destinata a essere fruita in ambito accademico, la lettura è interessante ma non sempre godibile. A differenza di L'invenzione occasionale, che prediligeva al contrario illustrazioni variopinte e toni piacevolmente informali, l'ultimo libro Edizioni E/O mostra una Ferrante destinata a un pubblico universitario. Per fortuna resta comunque traccia dei suoi modi affabulatori, uniti qui a una scrittura rigorosa e a un bagaglio personale sempre vivissimo.

Così il romanzo d'amore comincia a soddisfarmi quando diventa romanzo del disamore. Il romanzo giallo comincia a prendermi quando si che nessuno scoprirà chi è l'assassino. Il romanzo di formazione mi sembra sulla via giusta quando è chiaro che nessuno si formerà. La bella scrittura diventa bella quando perde la sua armonia e ha la forza disperata del brutto. E i personaggi? Li sento falsi quando sono di limpida coerenza e mi appassiono a loro quando dicono una cosa e fanno l'opposto.

Benché protetta da uno pseudonimo, l'autrice ama raccontarsi. E questa lettura appassiona proprio allora: negli aneddoti sulla sua infanzia, nei retroscena dei romanzi più famosi, nei tentativi fallimentari e nelle insperate rimonte. Autocritica, contraddittoria e smaniosa, Ferrante si è sempre librata tra due opposti: la scrittura diligente e quella smarginata, la norma e la frantumaglia. Il suo caos interiore poteva forse rispettare i margini dei quaderni delle elementari? Questo conflitto sarà il fondamento della tetralogia. Lenù e Lila sono l'apollineo e il dionisiaco, l'ordinario e lo straordinario, e rappresentano un approdo importante: il passaggio dal solipsismo dei primi romanzi alla scoperta di una coralità, di “un'altra necessaria”. Chi l'ha ispirata? Sono moltissimi i nomi da appuntarsi: da Gaspara Stampa a Virginia Woolf, da Emily Dickinson a Gertrude Stein. In una letteratura appannaggio del sesso maschile, Ferrante ha coltivato la propria identità attraverso letture e suggestioni differenti.

Le frasi vere, buone o epocali, cercano sempre una loro strada tra frasi fatte. E le frasi fatte sono state una volta frasi vere che si sono scavate una via dentro frasi fatte. In questa catena di operine e grandi opere, in ogni anello grande o piccolo, c'è duro lavoro e illuminazioni casuali, fatica e fortuna. La via di Damasco non è una via ben segnata in quanto deputata alle folgorazioni. È una via come un'altra su cui, per caso, può capitare, mentre si sgobba e si suda, di accorgersi di un'altra via possibile.

La sua voce risuona di una pluralità di voci, dunque, in un gioco tanto affascinante da apparire quasi stregonesco. Ma anche Dante Alighieri le ha insegnato qualcosa d'importante sui banchi di scuola: pionieristico, infatti, il poeta fiorentino rivoluzionò le gerarchie femminili della Divina Commedia e regalò all'amata Beatrice né leggiadria né gentilezza, bensì un ruolo di guida salvifica. Mentre gli uomini, fragili, vagavano nei meandri della selva oscura, le donne di Dante avevano “intelletto d'amore” e un'invidiabile favella. Quali sono stati i primi passi della scrittrice italiana destinata presto a finire nel novero dei grandi classici? Chi l'ha formata, e in che modo? Come ha coltivato la propria vocazione realistica, pur sperimentando nel corso della carriera il noir, il romanzo sentimentale e l'horror? Annotiamo titoli, informazioni, passi. Prendiamo diligentemente appunti. La verità, però, è che ci accontenteremmo di sentire Ferrante raccontare di Elena a oltranza: lontana dalla cattedra, oltre questa aura di sfinge inarrivabile.

martedì 27 luglio 2021

Recensione: Due vite, di Emanuele Trevi

 
| Due vite, di Emanuele Trevi. Neri Pozza, € 15, pp. 128 |

Somigliava al suo nome, Rocco Carbone. Ruvido e scuro, originario di Reggio Calabria, pareva l'eroe tormentato di un romanzo di Jack London. In trasferta nella labirintica Roma, rifuggì la vita accademica per rifugiarsi nella scrittura: non un piacere, bensì un'ossessione. Bipolare, Rocco cercava disperatamente di opporsi al caos attraverso la parola scritta e di scorgere una fuga dalla propria infelicità. Morì nel 2008, in un incidente stradale, senza ottenere mai il successo sperato. Pia Pera, scrittrice e traduttrice dal russo, aveva invece l'aria di una madama inglese d'altri tempi. Limpida, discreta, ma sostanzialmente inconoscibile, coglieva talora in contropiede con descrizione di sesso particolareggiate o con progetti destinati a scontentare: riscrivere il capolavoro di Nabokov, ad esempio, attraverso il punto di vista dell'oggetto del desiderio. Masochista, si legava agli uomini sbagliati. Fu uno di loro a farle notare impietosamente che zoppicava: erano i primi segni della SLA. Sarebbe morta nel 2016, curandosi degli affetti e del giardino in un incantevole podere di Lucca.

Io non credo, non ammetterò mai che un dolore o una malattia servano a qualcosa, è solo una consolazione moralistica, e comunque rinuncerei volentieri a questi famosi frutti della sofferenza. Non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.

Diametralmente opposti – maestro del risentimento lui, leggerissima lei –, questi autori a me sconosciuti rivivono per magia nei ricordi di un amico comune. Alla maniera di Plutarco, Emanuele Trevi intreccia esistenze parallele ricercando analogie e differenze: non aspettatevi un romanzo canonico. Due vite è una doppia biografia, è un saggio di scrittura creativa e critica letteraria, è una seduta spiritica. Rocco e Pia si materializzano nel nostro salotto e, per mano, ci conducono con commovente delicatezza tra nevrosi e piccole premonizioni. Razionale eppure pieno di sentimento, attraverso una prosa d'arte che l'amico avrebbe giudicato forse un po' antiquata, Trevi firma un elogio funebre mirabile, sofisticato, misuratissimo. Vince il premio Strega. Lettura lontana da me, intrapresa soltanto per sbirciare sul proverbiale carro del vincitore, Due vite non mi ha fatto ricalcolare d'un fiato i confini della mia comfort zone – preferisco la narrativa all'autofiction –, ma merita comunque tutti gli onori. Ci sono, infatti, opere mosse da un'innegabile urgenza interiore: quelle scritte più per sé stessi che per gli altri.

Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.

Trevi piace per la sua sincerità e, al contempo, coglie in contropiede: ho avuto l'impressione di sbirciare una corrispondenza privata, un lascito testamentario, e mi scopro incapace di formulare giudizi radicali davanti a qualcosa di tanto intimo. Rubando le parole all'autore, il suo libro è come un dipinto impressionista. A seconda del nostro punto di vista, potrebbe apparire o troppo confuso – un insieme di macchie – o troppo comune – un album di foto in bianco e nero. Alla giusta distanza, tutto cambia. Gli occhi saettano dal particolare al generale. E aguzzando lo sguardo, nell'universalità del dipinto, potremmo vederci a nostra volta ritratti. Abbiamo un po' di Rocco, abbiamo un po' di Pia. Ma abbiamo qualcuno, accanto a noi, che somigli a Emanuele? Un amico, un confessore, un custode? Mi auguro di sì, in modo da avere in regalo una seconda opportunità, due vite: una vissuta – spesso derelitta – , una rimembrata – bella come un romanzo da palmarès –. 

venerdì 31 maggio 2019

Recensione: L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante

| L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante. E/O, € 18, pp. 113 |

Cercava l'anonimato, ma il passaparola ha fatto presto di quel nome di penna un mistero. La stampa, uscendo spesso fuori dal seminato, ha tentato di venirne a capo con mezzi leciti e non. Chi è Elena Ferrante? Un uomo, una donna, la creazione a tavolino di un assortimento di autori bravissimi? Rispettoso della discrezione altrui, confesso di non essermi mai posto domande. 
Le supposizioni mi hanno raggiunto, certo, ma cosa farsene? Tutto quello che c'è da sapere è contenuto fra le righe di quei romanzi che sto volutamente centellinando per paura di un domani senza l'amicizia delle geniali Lila e Lenù. Qualcos'altro, qualcosa di più immediato e personale, si scorge invece qui: in un bellissimo volume illustrato da Andrea Ucini, dove si registra un evento assai raro. Elena Ferrante si racconta in prima persona. A ruota libera, brutalmente sincera giacché non messa sotto torchio, mescola aneddoti autobiografici, riflessioni linguistiche, politica e attualità, ospite presso il Guardian. Una volta a settimana, sfidando l'ansia da prestazione, ha risposto così agli stimoli del giornale statunitense. Non si sentiva all'altezza, ma a sorpresa è stato semplice scrivere una rubrica su richiesta. Non le piace parlare di sé, tende a specificarlo qui e lì, ma non è una sorpresa se le parole – quelle scelte, argute, illuminatissime – puntualmente contravvengono alla sua proverbiale timidezza.

La realtà non riesce a stare dentro gli stampi eleganti dell'arte, tracima sempre scompostamente.

Preferisce i gatti ai cani, ha il pollice verde. Ama la lingua italiana e la forza viscerale del dialetto, non il campanilismo. Odia esclamazioni e puntini di sospensione, spesso inseriti a tradimento nelle traduzioni dei suoi romanzi, meno il candore dei luoghi comuni. 
Non è una mangiatrice vorace di pizza o spaghetti, dal momento che trova entrambi poco digeribili. Al cinema va a vedere i film con Daniel Day-Lewis; se potesse proporrebbe in sala una rassegna su Tarkovskij; mette bocca sul destino delle sue trasposizioni soltanto quando teme di essere fraintesa nel passaggio – di Maggie Gyllenhaal, che esordirà alla regia con La figlia oscura, ammette già di fidarsi ciecamente. 
La preoccupano l'ascesa inarrestabile di Matteo Salvini, gli sconvolgimenti climatici che le hanno rubato la gioia delle mezze stagioni, i lati oscuri delle Sacre Scritture, la banalizzazione del desiderio al tempo di YouPorn. Fumava, ma ora ha smesso. Usa il caffè come carburante e talismano. Sente nostalgia del vizio del fumo, mai del passato, ed è una di quelle persone che nelle foto e nei video si schermano con la mano per vergogna. Ha un senso dell'ironia per pochi, la memoria corta e, reduce da un apprendistato lungo e fatico, ha appreso la rarità delle amicizie elettive, l'importanza di caratterizzare protagonisti talora sgradevoli, l'urgenza del racconto. Ha sviluppato un'opinione per tutto, a furia di informarsi, ma raramente la impone al prossimo. È una donna contro, in tutto e per tutto, e la generosità di questo monologo che diventa magicamente colloquio, in fondo, ci rende onorati dall'inizio alla fine. 

Sognare il ritorno del passato è la negazione della gioventù e mi addolora quando scopro che a sognare quei sogni sono anche giovani donne. Amo invece i ragazzi che pretendono una vita buona per l'intero genere umano e si battono per dare al loro tempo una forma mai vista prima. Mi auguro che le mie figlie siano così a lungo. Poi – è nell'ordine naturale delle cose – invecchiando faranno posto a un po' di passato, e mi ritroveranno dentro di loro, scopriranno dettagli fisici, guizzi caratteriali, pensieri miei, mi accoglieranno con affetto. Come è successo a me con mia madre, non avranno più paura di essere se stesse, pur essendo anche un po' me.

Finestra aperta sulla routine delle sue stanze, interessante tanto dal punto di vista documentario quanto per la cura ineccepibile dell'edizione E/O, L'invenzione occasionale è bello da leggere e altrettanto da rimirare. Nel mentre l'ho sottolineato a matita e riempito di post-it colorati. Elena Ferrante, che alle interviste risponde soltanto per iscritto, dopo opportuna meditazione, è una persona un po' burbera, educata ma con distacco. Schietta e poco compiacente, non crede né nel Padreterno né negli psicoanalisti, ma nelle sue figlie – l'orgoglio di tutta una vita – sì. La curiosità intellettuale le toglie il sonno, vuole leggere e scrivere senza orari, a oltranza, e le storie che prende in prestito è poi incapace di riportarle senza taglia e cuci, aggiustamenti grandi o piccoli. Tutto diventa narrazione, così: anche la vita stessa. Anche, forse, questa intervista impossibile. Quanta invenzione c'è nella verità? Quanta verità, invece, nell'invenzione?

giovedì 21 dicembre 2017

Buona vita a tutti. I benefici del fallimento e l'importanza dell'immaginazione, di J.K. Rowling

| Buona vita a tutti, di J.K. Rowling. Salani, € 10, pp. 69 |

Facebook mi ha ricordato che è passato un anno dalla mia laurea. Un'ora di macchina e la paura di fare brutta figura arrivando in ritardo, le scarpe eleganti di mio padre e un completo a prezzi stracciati da Piazza Italia – ora chissà se mi sta ancora, se i pantaloni si appuntano bene in vita. Il vago imbarazzo nel festeggiare con un'amica di sempre, con compagni comuni e, a differenza mia, una famiglia molto unita. Quel baffo spuntato male che, nelle rare foto in cui scorgi un sorriso storto dei miei, se ci fai caso si nota proprio. Quei professori che non mi ascoltavano, se non la mia relatrice – seduta sulla destra, distaccata ma affabilissima, mi sorrideva con un certo orgoglio. Nemmeno un mese per scrivere la tesi, e ora la stavo ripagando per il regalo della sua fiducia. Pratico e realista, consapevole che ai principi di febbraio sarei ritornato a dare esami con un nulla di fatto in tasca e una corona di alloro messa a seccarsi nella credenza, il giorno della mia laurea non ero emozionato come ci si aspetterebbe. Troppe foto, troppe pretese di contentezza, quando io contento non mi sentivo: nei momenti di coesione, no, chiedimi tutto ma non l'impossibile. Ci ho ripensato lunedì pomeriggio. Complice Facebook, dicevamo. Complice la lettura lampo di Buona vita a tutti. Un volumetto candido che occupa uno spazio piccolo così accanto ai libri di Harry Potter, alle indagini di Cormoran Strike, al nero acido del per me bellissimo Il seggio vacante.

La consapevolezza di essere emersi più saggi e più forti dalle contrarietà significa che, da quel momento in poi, sarete certi della vostra capacità di sopravvivere. Non conoscerete mai veramente voi stessi o la forza dei vostri rapporti finché le avversità non vi avranno messi alla prova. Questa consapevolezza è un vero e proprio dono, per quanto la si guadagni soffrendo, e si è dimostrata più preziosa di qualcunque titolo io abbia mai conseguito.

Ho incastrato al posto d'onore l'ultima pubblicazione di J.K. Rowling – in realtà la trascrizione letterale del discorso tenuto ai laureandi di Harvard nel 2008 –, tra un portachiavi del maghetto occhialuto acquistato a Torino e un paio di ciondoli che più nerd non si può (il triangolo dei Doni della Morte, una Giratempo). Qui non scrittrice, ma essere umano, la fata madrina di una generazione di lettori racconta al pubblico – in platea tutti studenti, come lei due decenni prima: incerti, tesi, impreparati all'esistenza – gli amici di sempre (ai Mangiamorte, pensate, ha dato i loro nomi: strano, stranissimo omaggio), i fallimenti (la scoperta piuttosto tardiva delle Lettere classiche, un matrimonio tramontato presto) e l'immaginazione (non quella che permette lunga vita ai maghi, ai misteri di Hogwarts, bensì un'empatia nata durante l'apprendistato presso Amnesty International: la facoltà di sapersi mettere nei panni di un altro che non sia tu). Quegli studenti con il tocco sulla testa dovevano pendere dalle sue labbra. Dovevano viverlo ancora più intensamente, ancora meglio, il momento della proclamazione. Non come me, che forse non sono tagliato per le cose belle, punto e basta. Non come me, che forse il 12 dicembre 2016 avrei voluto zia Joanne in cattedra a dirmi che il futuro era già qui. Perché mi ha preso bambino e, passato pure sull'affronto di una lettera mai recapitata, nutrivo inconsciamente questo desiderio: che mi lasciasse adulto o quasi.

Non occorre la magia per trasformare il mondo. Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere di immaginarlo migliore.

Invece l'ho scoperto tardi questo discorso motivazionale: inutile negarlo, trasformato con le feste nella tipica trovata commerciale. Non indispensabile, se non per permettere che un anno intero passasse senza la penna della Rowling. Da acquistare o regalare per vanità, affetto, completezza. Ben impaginato e splendidamente illustrato. Con font tutti ricci e capricci, parole chiave riproposte in caratteri cubitali, disegni da rimirare. Le perdono a cuor leggero il ritardo, senza rancore, e dell'ottimismo di Buona vita a tutti farò un nuovo proposito per Capodanno. Certo, l'ideale sarebbe stato ascoltarla dal vivo: scomodo, seduto al primo banco in una giacca blu che mi stringeva un poco sulle spalle. 
Quando devo alzarmi, quando devo sedermi, quando posso ringraziare, quando posso andarmene. I capelli spettinati e i coriandoli dappertutto. Il baffo spelacchiato: maledetto. 
E, nelle orecchie, l'eco degli applausi. Di un'autrice che sulla carta stampata – col tempismo sbagliato – ha comunque il suo regno.

[…] Scappai nel corridoio degli studi classici, rinunciando alla scala del successo per andare in cerca dell'antica saggezza.

domenica 20 dicembre 2015

On Writing - Autobiografia di un mestiere, di Stephen King

Buondì, amici lettori, e buona domenica. Come vanno le cose? Il cappelletto introduttivo, oggi, è per un'informazione di servizio o due. Ultimo giorno per partecipare al Giveaway – Fuori tutto, anche se vi anticipo che, per imprevisti di percorso, ci sarà un certo ritardo nelle spedizioni; abbiate pazienza, per favore. E, questione più evidente, tra ieri e venerdì il numero dei followers è calato a vista d'occhio. Mi avviavo verso i mille, e adesso – pare per le pulizie di Blogger, che ogni tanto elimina profili inattivi e fake – ne ho trenta in meno. Per fortuna, leggevo On Writing. Ringrazio, a tal proposito, la santissima Lucia per la copia omaggio. Non una recensione in piena regola, questo post, bensì un commento. Per dirvi, se il vosto spirito natalizio è sopravvissuto, cosa dovete pretendere di trovare sotto l'albero. Un abbraccio.
"La scrittura non è la vita, ma talvolta può essere una specie di resurrezione."

Titolo: On Writing – Autobiografia di un mestiere
Autore: Stephen King
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 284
Prezzo: € 20,00
Sinossi: Alla domanda: «Che cos’è On Writing?» Stephen King ha risposto: «È il romanzo della mia vita, non perché la mia vita sia un romanzo, ma perché la mia vita è scrivere». Ecco perché questo libro è l’autobiografia di un mestiere in cui la storia personale e professionale del Re si fondono totalmente. Il brillante «Curriculum vitae» d’apertura ripercorre gli anni della formazione, in un collage di ricordi che dall’infanzia arrivano al primo, grande successo con Carrie; «Cassetta degli attrezzi» è un’acuta e disincantata elencazione dei ferri del mestiere – quali sono, a che cosa servono, come mantenerli efficienti e sempre pronti all’uso –; «Sulla scrittura», la parte più interessante per gli addetti ai lavori, illustra le fasi del processo creativo fino all’approdo editoriale; e infine «Sulla vita», ricco di pathos, racconta come King abbia visto la morte da vicino, dopo lo spaventoso incidente in cui è stato coinvolto, e come, grazie alla scrittura, sia ritornato alla vita. Diario, confessione, chiacchierata... On Writing abbraccia e supera tutti i generi e, per l’aspirante scrittore, è uno strumento utile e illuminante, ricco di esempi e riferimenti pratici, capace di affrontare senza fumosità un argomento difficile; per il lettore affezionato è un must in cui potrà ritrovare, nella loro dimensione reale, un’infinità di situazioni, storie e personaggi che hanno ispirato i romanzi di King. Per tutti, è una lettura avvincente e profonda nello stile inconfondibile dell’autore, capace di trasformare tutto ciò che tocca in un racconto magistrale.
***
Ci sono personaggi dal profilo inconfondibile. Prendete Hitchcock, ad esempio, con l'ovale perfetto della testa, più di un cenno di doppiomento, le guance piene piene. Sulla copertina – la più bella in circolazione – della nuova ristampa di On Writing, una silhouette dalla fronte bassa, un paio di occhiali su un naso sottile, una mascella poco pronunciata, che si unisce al collo con una curva a gomito. Riconosceresti anche tu questo profilo tra mille. E, se così non fosse, scommetto che basterebbe dare solo una sbirciata all'interno – facciamo finta, infatti, che in copertina non ci sia il nome del più grande e prolifico romanziere vivente. La prosa fiume, l'ironia pungente, la fanciullesca schiettezza di chiamare ogni cosa con il proprio nome: la verità non ha bisogno di accorgimenti, uno scaricatore di porto a Natale giammai vorrà un libro in cui si discetta di etichetta e bon ton. Chi mi legge o anche no, chi comunque si prende la briga di ascoltarmi, sa dell'autore che mi ha cresciuto e di cui, in particolare alle medie, ho fatto incetta. Si parla di Stephen King, signore e signori, e di me, piccolissimo, che a casa della migliore amica di mio fratello saccheggiavo la libreria della madre, donna che fumava troppe sigarette e leggeva tutto il Re; di un narratore – purtroppo sottovalutato dalla critica ufficiale – che è maestro del brivido, in senso lato e in senso stretto. Lo si associa ai pagliacci assassini, alle infermiere killer, alle adolescenti che regalano il ricordo di un indimenticabile, infernale prom. Suoi, tuttavia, anche i bambini avventurosi di Stand by me, il gigante buono di Il miglio verde – autentico erede di Il buio oltre la siepe -, i sentimenti struggenti di Le ali della libertà. Tutti, però, quando lo definisco uno zio tenerissimo o, ancora, quando dico che farei  carte (d'adozione) false per essere un'unghia del suo piede, mi guardano scettici. Non che simili affermazioni siano le più preoccupanti tra le mie stranezze, ad orecchie profane. Basta prendermi in parola o cercarlo, vecchietto allampanato e divertente, con una maglietta con su scritto I Love Books e un enorme sorriso, in posa sulla copertina di una rivista; googlare il video della sua Ice Bucket Challange, in cui era fradicio, tremante e abbigliato come un turista tedesco, con sandali e calzini di spugna. Da un mese a questa parte, meglio, c'è un saggio autobiografico a raccontarvi chi è, che fa, com'è. In un'intervista, sempre che la voce non dia forfait per l'emozione, cosa gli chiedereste? On Writing è un lungo, illuminante monologo – tradotto dal sempre ottimo Giovanni Arduino e introdotto dalle parole di Loredana Lipperini – che sarà la gioia di ogni aspirante scrittore e di ogni fan. Per imparare dal migliore i segreti di un mondo che fa gola e la preziosa utilità di una vita vissuta pienamente; per scoprire, a sorpresa, che è per me possibile stimarlo e volergli bene di più. Parlate, d'altronde, con uno che in Stuck In Love, valida commedia indie che scommetto vi ho già consigliato, ha pianto a dirotto nella scena in cui il giovane protagonsita riceve una chiamata dal Re in persona. Nonostante tutto, qualche suo scritto manca anche a me e mi mancava, immenso vuoto nell'anima, questo On Writing: introvabile, se non su Ebay, in cui i pochi venditori giocano a sparare la cifra maggiore e con i sentimenti degli appassionati. Autobiografia di un mestiere è l'esplorazione del profondo di Stephen King. Un saggio che si legge come la migliore narrativa, in cui lui stesso ci racconta a blocchi la sua vita privata – l'infanzia, il matrimonio con l'inseparabile Tabitha, le dipendenze -, le cure miracolose del processo creativo, l'incidente automobilistico che ha rischiato di portarcelo via. Come tiravano avanti due giovani sposi con una laurea in Lettere nel cassetto, bambini fragili tra i piedi, lui con un lavoro in lavanderia e lei cameriera part time? I retroscena dei romanzi celebri, l'importanza che hanno i brutti libri sull'autostima di un autore in erba, le immagini di una gioventù picaresca e di un mestiere che non è stato un fulmine a ciel sereno: i primi incarichi nelle riviste per adulti – dove si era troppo presi dalle tette e dai culi, per accorgersi della sua prosa inimitabile -, l'arte di cavarsela, i figli arrivati prima di un incarico stabile. Per la prima volta (abominio!), ho inforcato il segnalibro a mo' di riga e, con una matita, ho sottolineato un testo che non fosse una dispensa universitaria. On Writing ci vuole, infatti, partecipi e attenti. Il cervello è una spugna, ma i post-it pure aiutano a fissare i punti chiave. Ho imparato che gli avverbi sono il male nel mondo, che il turpiloquio è una licenza poetica, che se sei in cerca di un sinonimo vuol dire che la parola non è quella calzante. Scrivere un romanzo – paragonato all'atto di uno scavo archelogico, alla cassetta degli attezzi che si portano appresso i falegnami – richiede metodo, l'arco di una stagione, una stanza tutta per sé. Ci scoraggia saperlo immerso nel verde del Maine, autore che non ha bisogno di un secondo mestiere per sbarcare il lunario, artefice della bellezza di duemila parole al giorno. L'italiano, ci diciamo, è anche una lingua più tortuosa dell'inglese, e meno redditizia senz'altro è la nostra editoria. Però le sue dritte, un faro per i principianti dell'intero globo terracqueo, e quello che almeno abbiamo in comune – una laurea che prevedo non mi darà pane, un passato nella redazione del giornalino scolastico, i primi racconti che in realtà erano i riassunti dei film visti in tivù: lui ricorda Il pozzo e il pendolo, io Il piccolo Lord – ti aiutano a non buttarti giù, se di Stephen King ne nasce qualcosa come uno ogni cent'anni. Ai margini della mia copia, quindi, ho appuntato minuscoli diagrammi; il proposito di parlare di più con la gente, altrimenti è impossibile dare vita a dialoghi decenti; la morale consolatoria che tutto questo dolore, un giorno, mi sarà utile. Questo blog, questo spazio, è il mio On Writing messo in pratica: un altro anno insieme, e con voi imparo puntualmente a mettere a posto i pensieri, a migliorarmi. E' tutta una questione di pratica, con la speranza che sopraggiungono il tempo che ci vuole e la magia; "la telepatia."
Quel “puntualmente”, lì, andava tolto. Vedete? Si fanno progressi a vista d'occhio; assicurato.