Nel
mio recupero, ho lasciato in coda Paul Thomas Anderson. Titolo tutt'altro che sacrificabile, ma con un regista, con un attore, di cui forse mancavano troppi
tasselli per apprezzarne pienamente l'ultimo. Mi stanno
grandi: manierati, manieristici. Non
farebbe eccezione Il filo nascosto:
visione importante, lunga, alle prese però con il tema di cui ogni
canzone canta, ogni romanzo racconta, ogni cineasta – perfino uno
come Anderson, glaciale – mette in scena. L'amore. Quello di un
lezioso Day Lewis, stilista affermato nella Londra degli anni
Cinquanta, per il proprio ego. Quello della rivelazione
Vicky Krieps, da cameriera a indossatrice ideale,
per un esteta sempre troppo invaghito della propria arte, sempre
troppo preso dalle analogie con le donne della sua vita – il
protagonista, dopo Nine con un altro ruolo di felliniana memoria, si divide infatti fra la
collaborazione con Lesley Manville, arcigna sorella maggiore, e il
ricordo per una mamma-sposa che nel culmine del complesso di Edipo si fa spettro ai piedi del letto. La modella gli invade la casa, l'atelier. Semina disordine
anche solo masticando e fa nascere apprensione nell'eterno scapolo
che non pensava di provare sentimenti. Ne percepisce per la priva
volta nella vita, così, la forza e l'ingombro – potentissimo il
piano sequenza al veglione di Capodanno in cui, da una balconata, lo stilista cerca la giovane donna nella folla. Senza Alma non c'è equilibrio. Woodcock le toglie il rossetto con un
colpo di mano, al primo appuntamento. Sua sorella, invece, la annusa. Senza di
lei, tuttavia, non ci sarebbe nemmeno ispirazione. Da una parte Day Lewis: vecchio stampo,
misogino, che non sta al passo con le mode e non è disposto a
cambiare né per denaro, né per affetto. Dall'altra la
Krieps: un remissivo manichino con poco seno e i fianchi larghi,
cieca davanti all'evidenza, che lo irrita per temprarne i nervi; che
lo compiace al fine di risultare insostituibile. Entrambi subdoli e
sgradevoli, eppure tremendamente umani, sono la serratura e la chiave
della gabbia dorata di un Anderson d'alta moda. Gli ingredienti,
quelli dell'ultima Coppola: un cast impeccabile perché raccolto,
rigore, funghi. Il filo nascosto
– bello in ogni suo orlo, occhiata e increspatura, nonostante il finale
trascinato e una colonna sonora talmente presente da
risultare un po' stucchevole – è la dimostrazione che la
perfezione esiste. Ma, a volte, può risultare
anche respingente per alcuni spettatori. Come un'eleganza che non sorprende,
assuefacendo. Come un abito preso in prestito, al di fuori della
nostra portata per foggia e prezzo, che abbiamo paura di sgualcire.
Ma che, nel mio caso almeno, non ha avuto il cuore di restituire al legittimo proprietario. In un
intreccio tessuto con ago e filo, inganno e sopraffazione, ho trovato
in filigrana un difetto di fabbrica di quelli belli. Il messaggio
segreto di un cinema magniloquente che cuce l'orpello dell'emozione fra le pieghe
di un amore sbagliato: come fosse un post scriptum, come fosse un
capriccio. (8)
Premiato
a Berlino, candidato fra i migliori film stranieri, quell'aria di
pesantezza che rende felice il critico di turno. Quand'è uscito nei
nostri cinema, Corpo e anima non l'ho neppure notato. Titolo
come tanti in una cinquina di lungometraggi apparentemente tutti
irrintracciabili, tutti poco fruibili, si è lasciato scoprire degno
di attenzione, di emozione, quando raccontato con le parole di Lisa. Che descriveva un amore strano, sussurrato, degno dei
boy meets girl di cui non ho mai abbastanza. Che invitava ad
avere pazienza per trovarci dentro la delicatezza, la poesia. Una
complicità inattesa, Morfeo, due cuori e un mattatoio. Anima e
corpo è ambientato infatti in
un macello di Budapest. Lui è un responsabile di mezza età con un
braccio praticamente inerte. Lei, ispettrice sanitaria dal polso di
ferro, fa chiacchierare perché altera, riservatissima, con silenzi e
piccole manie che vanno ben oltre la semplice stranezza di noi, gente
schiva. L'Asperger, supporremmo, notando il modo in cui schiva
il contatto con il prossimo, l'abitudine di ricordare date e dettagli
lontani, la buffa simulazione di conversazioni standard schierando a
tavola file di omini Lego. Sono entrambi difettosi, chi in un
modo e chi in un altro. Circondati da un ambiente troppo violento,
troppo invadente. Appaiono sin da subito male assortiti. Il dialogo
latita. L'imbarazzo ha spesso al meglio – colpa di Maria, che
vanifica i tentativi di Endre con occhi educati ma indecifrabili. Una
psicologa ne scandaglia le menti, il passato, il cuscino. Quei due
mezzi sconosciuti, a occhi chiusi, vivono fantastiche avventure e una
commovente intimità. Fanno lo stesso sogno: cervi sotto la neve, nel
bosco. Passare al piano fisico: si può, se le loro anime sono già
amanti? Come trovare il coraggio di darsi un appuntamento in camera
da letto, di piacersi, nonostante cuori chiusi a riccio e fisime
irrinunciabili? Intelligente, arguto e pieno di grazia, Corpo e
anima è il film da festival che
non ti aspetteresti. Sembrerebbe quasi una commedia francese –
penso a Emotivi Anonimi in
particolare – per l'apparente leggerezza dei toni e la simpatia di
quei due solitari incalliti. I colori freddi del Nord e il tepore del
letto al risveglio. L'acciaio inox delle industrie contro lo
splendore abbagliante degli scorci naturalistici. Il desiderio di
cambiare, di tollerare le briciole a colazione dell'altro, senza però tradirsi mai. La ricerca epidermica e incessante del calore, del
contatto umano. Non chiudete gli occhi davanti al sangue, se
facilmente impressionabili. Non lasciatevi scoraggiare dall'asprezza
della lingua. La commedia romantica per cui tifare quest'anno è
ambientata in un mattatoio: insegna che bisogna sognare un po' per
ridestarsi. L'amore – uno di quelli sui generis, che piacciono a me
– parla pochissimo, e ungherese. (7,5)
Ho
letto per la prima e ultima volta Gianluca Morozzi qualcosa come
dieci anni fa. Avevo quattordici anni, a occhio e croce, e avevo
divorato in un pomeriggio scarso il suo romanzo più famoso, Blackout.
Il giorno di Ferragosto, un ascensore fermo, una gabbia da zoo per
una manciata di esistenze destinate a collidere. Ricordo di averne
adorato a tal punto il twist finale, l'umorismo che più
nero non si poteva, da aver fatto il diavolo a quattro per procurami
per vie traverse un thriller messicano mai doppiato, con Amber
Tamblyn e un Armie Hammer semisconosciuto nel cast, che alle pagine
dello scrittore emiliano si era ispirato. Dopo un
decennio di incontri passeggeri, senza mai un'occasione buona per
rileggersi, ho riscoperto quanto Morozzi mi piaccia – ironico,
cattivo, kitsh con gusto nei suoi taglia e cuci – con un ultimo
arrivo in libreria dalla copertina disturbante: una foto di Stefano
Bonazzi, di cui inutile dire ho subito spulciato gli scatti su
Google, con una camera da letto invasa da una silenziosa
profanatrice. Un altro condominio ai confini della realtà, un'altra
Bologna fantasma, un'altra convivenza forzata. Giulio Maspero,
trentenne, ha due problemi che a un certo punto lo porteranno a
vagare smarrito in un bosco, fra la vita e la morte, in cerca di una
piramide impossibile: il sogno della pubblicazione con un grande
editore e le belle donne. Adolescente insicuro cresciuto a pane e
Stephen King, Maspero ha compensato alle turbe di gioventù con
quattro romanzi – solo il terzo però distribuito su larga scala –
e una collezione di innumerevoli relazioni sentimentali clandestine.
Opportunista, spiantato, incapace di impegnarsi sul serio, viene
cacciato di casa da una ragazza per bene per gli inequivocabili
messaggi dell'allieva più procace a lezione di scrittura creativa.
Le
case sono delle spugne. Assorbono. E chi ci vive dentro, quel che
hanno assorbito lo respira.
Allo
sbando, in cerca di un buco per completare la stesura del suo quinto
romanzo – un'opera ambiziosa che sembra dover tanto a 22/11/63 –, viene
tentato dalla proposta indecente di un vignettista pulp in partenza
per l'Uruguay. Sistemarsi nella mansarda di un condominio fatiscente
a un passo dal fiume, innaffiargli le piante, curare i rapporti di
buon vicinato. Ma non c'è traccia di verde, in un appartamento con
muri portati di fumetti vietati ai minori, e gli inquilini – tutti
imparentati fra loro, tutti calorosissimi se si tratta di fare cerimonie – non sono disposti a lasciare all'ospite abusivo i suoi
spazi vitali. Una TV accesa in un appartamento sfitto,
l'invito per i novant'anni del patriarca e, di notte, i gemiti di
piacere di Rachele – seducente come una diva del muto, ma con
tatuaggi annessi – che gli chiede languidamente di unirsi a lei.
Pensate ai parenti indiscreti di Get Out, alle invasioni
barbariche di Rosemary's Baby. Uniteci la passione malata per
horror in stile Human Centipede,
qualche simbologia alla Lovecraft e le tessere di un innocente puzzle che,
assieme alla sindrome da pagina bianca, diventano presto un tarlo
ossessionante. Inscenatelo in una città criminale e proponetelo
magari ai Manetti Bros, ad Alex De La Iglesia, così da figuravi le situazioni surreali, i risvolti impensabili, di una commedia
grottesca, breve e agghiaggiante. Lo scrittore dongiovanni dal conto
eternamente in rosso, infatti, fa conoscenza con il nero dell'antica
famiglia Malventi; e, legato mani e piedi all'ennesima gonna, lì
rischia di perdersi.
Questo
è l'inferno: non sapere da quanto tempo sei all'inferno. Sono mesi o
minuti che cammino in questo bosco desolato? Sto cercando la piramide
da due giorni o da vent'anni? Se potessi farlo, mi strapperei il
cuore con le mani. Ma non posso. Non con queste mani. E allora lo
supplico, il mio cuore. Gli chiedo di fermarsi.
Rocambolesco,
super pop, Gli Annientatori
è uno di quei romanzi corti per esigenza, vicini al racconto
per numero di pagine, che nel loro formato ridotto si rivelano
perfetti così: prima lettura dell'anno con il merito di
cogliermi davvero in contropiede. Parlando di uno scrittore tanto
prolifico, quanto appare fuori luogo però dirsi sorpreso? Perché
rileggerlo solo ora, se dieci anni fa sapeva essere
altrettanto accattivante? Sapete come sono fatto, ogni tanto mi impunto.
Cognetti lo scorso anno, Ammaniti quello prima, e così via. Sospetto
che la mia fissa, quest'anno, ascolterà i Pink Floyd. Mi infesterà
la stanza con una maschera da coniglio. Di cognome farà Morozzi.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Sergio Endrigo – La casa
Preferisco
ricordare a modo mio e, in previsione della Giornata della Memoria, mi
tengo lontano anno dopo anno da letture e film sull'argomento.
Soprattutto se si parla di ultime uscite: quelle sempre e da sempre
guardate con fondato sospetto. Diffido per natura da chi ricorda, e
scrive, a tavolino. Salto a pie' pari quei titoli tutti uguali su
stelle a cinque punte, treni della disperazione, pigiami a righe, e
per ovvie ragioni, ragioni umane, non si tratta da parte mia di
disinteresse o insensibilità verso l'importanza del tema. Il mio
problema sono gli appuntamenti editoriali da spuntare come voci della
lista della spesa. Storia rispolverate e riproposte, a fine gennaio,
più per amor di puntualità che di verità. Quando le ricorrenze
diventano best-seller, apprezzabili più per il contenuto che per la
forma, e ricordare assume un altro significato – promemoria sui
taccuini, scadenze in redazione, in cerca a cadenza fissa di un altro
La vita è bella. Il perché non lo so, ora non lo ricordo più,
ma qualcosa – forse i pareri positivi all'unisono, un film in
produzione, una storia d'amore memorabile perché difficile – mi
diceva che Il tatuatore di Auschwitz, uscito immancabilmente
il primo mese dell'anno ma recuperato in seguito per precisa
volontà, potesse fare eccezione. Si parla di campi di concentramento
inediti, ancora in costruzione. Si parla di un uomo che per
sopravvivere fu costretto a lavorare per il nemico tedesco, con il
rischio di essere accusato di collaborazionismo.
Salvare
un essere umano è salvare il mondo.
Lale,
prigioniero per tre anni, lascia la Slovacchia su un treno che lo
porta volontariamente all'inferno, per risparmiare la stessa sorte a
qualcuno della sua famiglia. Così fuori posto in giacca e cravatta,
vestito come per un colloquio di lavoro, il ventiduenne – in
un'altra vita, elegante commesso presso un grande magazzino – porta
suoi luoghi dello sterminio l'incorruttibile sfrontatezza da viveur,
la forza di chi è giovane e
speranzoso, una fiduciosa ottusa che si scontra presto con la
crudeltà della prigionia. I soldati delle SS, si promette
fermamente, non vinceranno. Lale non piange, dà vita con scaltrezza
a un piccolo giro di contrabbandono – introdurre dall'esterno cibo
e medicinali, grazie al furto di gemme e monete dalle tasche dei
giustiziati – e lavora fianco a fianco a chi perseguita la sua
gente, sperando di fargliela sotto il naso. Scampato ai lavori più
pesanti, il giovane ha infatti l'ingrato compito di marchiare gli
ultimi arrivati. La mano delicata ma che trema, numeri d'ago e
inchiostro per cancellare con gesti implacabili l'identità di
zingari ed ebrei. Impossibile cancellare quella di Gita però: la
bellezza della prigioniera, semplicemente il suo esistere, gli
insegnano che l'amore è via di fuga, anche quando le ronde fra
Auschwitz e Birkenau ti strappano la fede e i capelli dalla testa.
Vissuta fugacemente in prima persona, nelle domeniche in cui alla
luce del sole è possibile incontrarsi o sfidare a calcetto i
tedeschi, la loro relazione inganna la tristezza e rallegra compagni
di sventura che riescono a sorridere e scherzare anche sotto la
cenere. Si descrivono con dovizia di particolari le mansioni e la
quotidianità, in una catena di montaggio in combutta con la morte –
gli esperimenti di medici sadici, i corpi sfruttati delle donne
avvenenti, la costruzione dei rovi di filo spianto e dei forni
crematori, l'ingresso all'inferno perfino di anziani e bambini.
Sono
soltanto un numero, dovresti saperlo. Me l'hai dato tu.
Il
tatuatore di Auschwitz ti fa tuttavia l'imperdonabile affronto di non emozionare nemmeno un po'.
Mancano la passione di Lale e Gita; la disperazione di due amanti che
ogni volta non sanno se e quando si rivedranno. Manca l'angoscia dei
soprusi, dei tormenti della carne e dello spirito: manca il romanzo,
se Heather Morris – che eppure lavora come sceneggiatrice, che
eppure nella nota finale racconta di aver ascoltato per anni le
testimonianze di un Lale realmente esistito – ha una storia
potenzialmente vincente ma uno stile piuttosto mediocre. Al dolore, a
ciò che davvero è stato, non sa dare peso. Alle articolate
vicessitudini di Lale, fortunato e longevo come un gatto, non sa dare
fondamento alcuno. Si fa semplicemente fatica, a tratti, a credere
che sia andata così. Potreste dirmi che sono certe esistenze, certe
epoche buie, ad essere incredibili nel bene o nel male. Fra le pagine
del Tatuatore di Auschwitz
però c'è sin dall'inizio qualcosa che non va: snodi frettolosi,
comprimari appena abbozzati che all'improvviso salvano una situazione
catastrofica, un protagonista – doppiogiochista per salvare sé e
gli altri, sì, e chi oserebbe condannarlo – che non prendiamo mai
a cuore. Colpa di una scrittura consequenziale, piatta e quasi
sprovvista di dialoghi, con fatti nudi e crudi che non si curano
minimamente della forma. Quella di chi vorrebbe parlare della verità non
sapendo darle voce.
Il
mio voto: ★★½
Il
mio consiglio musicale: Adele - Love in the Dark
Era
il La La Land di quest'annata, per numero di nomination, fazzoletti stropicciati a Venezia e un romanticismo d'altre
epoche, d'altro cinema. Se per l'impazienza di vedere il musical di
Chazelle avevo macinato però chilometri il primo giorno di
programmazione, per l'ultimo Del Toro – stimatissimo ma non sempre
venerato, non sempre seguito a scatola chiusa nelle sue irruzioni nel
blockbuster – ho aspettato quel tanto che bastava ad
ascoltare qualche parere contro, a nutrire dubbi su quanto
magico fosse. Leggevo, infatti, di una sceneggiatura tutt'altro che a
tenuta stagna. Di citazioni spesso a confine con il plagio (vedasi le
rimostranze di Jeunet) e di occhi asciutti all'arrivo dei titoli di
coda. Toccava vederlo e basta, ho capito. Tolto il dente, tolto il
dolore. Soprattutto, tolto il sospetto che potesse deludere, quando
le porte del solito multisala mi hanno restituito a piogge da giudizio
universale, tanto simili a quelle che qui infradiciano la Baltimora degli anni
Sessanta, e rubato le parole di bocca. La bellezza della Forma
dell'acqua – fosco,
sanguinoso, dolcissimo – sul momento mi ha stordito. Non può
parlare nemmeno Elisa, timida donna delle pulizie che condivide un
appartamentino pittoresco con il sensibile Richard Jenkins,
coinquilino omosessuale dai consigli paterni sempre pronti, e segreti
governativi con l'irresistibile collega Octavia Spencer, nel
classico ruolo della matriarca ciarliera e orgogliosa alla Octavia
Spencer. Shannon e Stuhlbarg, caratteristi eccelsi quasi usciti dai
mondi di spie sovietiche e tic nervosi dei fratelli Coen, hanno strappato
dalla laguna, in catene, un mostro marino. La creatura, contesa da
americani e russi in piena Guerra Fredda, sente.
Mangia un povero gatto d'appartamento, ma glielo si perdona.
Si rifugia malinconicamente nel cinema sotto casa, se si perde. In
pausa pranzo ama le uova sode, il linguaggio universale della musica
classica e le gentilezze della donna che vorrebbe restituirlo al mare
– la straordinaria Sally Hawkins, eppure etichettabile come
bruttina a un'occhiata superficiale, sa sedurre con un misto di
candore e civetteria, attenta agli accostamenti della mìse e alle
richieste private del suo corpo di donna, audace con le scene di nudo
integrale e gli stratagemmi che le permettono di unirsi carnalmente
all'ospite in un'incredibile stanza-acquario. La protagonista non ha
branchie, ma cicatrici longitudinali all'altezza della laringe. Non
parla, ma è talmente espessiva, talmente comunicativa quando sbraita
o si impunta, da rendere vana la comparsa dei sottotitoli in
sovraimpressione. Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le
acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La
Bella e la Bestia a spasso nel
Favoloso mondo di Amélie
è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di
fulmine per la settima arte. Del Toro ruba qui e lì,
come fanno i ladri e gli artisti gentili, e sulla scena del crimine,
nella cassaforte vuota, lascia in pegno tutta la poesia e l'orrore di
cui l'ho scoperto capace ai tempi del Labirinto del fauno.
Voler dire troppo, tutte e niente, e non avere il dono delle parole
giuste. Per fortuna si sopperisce con le mani, con il luccicore negli
occhi. In un film in cui, se non lo si sa dire, lo si canta trasferendosi nel bianco e nero di un musical sognante. In una fiaba splatter in cui l'inserviente muta si innamora
corrisposta di un Dio ricoperto di squame, e noi di
loro. Altro non posso e non lo so dire, no. Quindi tuffatevi.
A recuperare quella scarpetta rossa che se ne va piano, pianissimo
alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi
sentire battere e rombare il mare. (8,5)
Ogni
anno c'è il film che mi pesa recuperare. Quello politicamente schierato. Quello, dicevamo, che si crede degno
di lode soltanto perché indigesto. Già con il sopravvalutatissimo
Spotlight – non più appassionante ed esaustivo di una pagina Wikipedia, ma con
un tema scabroso che ispirava comunque i travasi di bile, la rabbia – avevo
mostrato la mia freddezza davanti al thriller d'inchiesta. Di solito
pagine di storia poco indagate in passato, ma pur sempre pagine: informative, impersonali, freddissime. Anche quest'anno immancabile qualcosa come The
Post, che immancabilmente non stupisce. Dramma giornalistico che nell'era Trump
parla di presidenti truffaldini e libertà di stampa, il film del
rigoso Spielberg – ritrovato in forma smagliante, lui sì,
dopo il fiasco del Grande Gigante Gentile
– segue i i giornalisti del Post alle prese con un caso di coscienza e uno
scandalo presto scalzato via da Watergate. Quattro presidenti, il
governo, hanno a lungo mentito sulla natura e la gravità della
guerra in Vietnam. Tacere ed esserne complici? Denunciarli con tutte
le ritorsioni personali del caso ma così facendo rilanciarsi, a discapito
della concorrenza omertosa? Le decisioni spettano al caporedattore
Hanks, per fortuna meno protagonista del previsto, e
alla proprietaria del giornale – una Streep non particolarmente
meritevole ma da al solito da manuale (basti guardare il modo in cui
temporeggia al telefono, si tormenta bocca e mani), alla quale tocca
riconoscere i pochi sprazzi di umanità in un cast che, per il resto, poco eccelle
con i suoi inservibili volti televisivi. La guerra: mostrata solo
nell'incipit. Il resto: dialoghi teatrali a raffica, ora alla
cornetta e ora attorno a una scrivania, pieni di nomi, dati e date,
che non annoiano soltanto da metà in poi, pur facendo costantemente
pesare la mancanza di un Aaron Sorkin alla sceneggiatura.
Tecnicamente inappuntabile, scorrevole grazie a una regia
concitata, The Post ignora
la dimensione individuale dei suoi protagonisti e, nel tentativo di
risollevasi con una morale femminista altrettanto attuale, predilige
alla fine la prospettiva della direttrice. La sola a mostrarsi in
borghese, fragile e confusa davanti alla figlia Alison Brie, insieme
a Sarah Paulson, moglie di Hanks lasciata ai margini. Questo e
quell'altro politico bugiardo, ampie falcate da una redazione
all'altra, dilemmi lunghi due ore, il rullo dei macchinari di
un'inchiesta che infine va in stampa come risaputo. Non aggiungendo
nulla alla verità, all'infinita filmografia di Spielberg, ai
meccanismi raffinati dell'intrattenimento d'autore. Al pari un
articolo bomba che, ormai, non fa più notizia. (5)
|
Spontaneous, di Aaron Starmer. Dana, € 18,90, pp. 302 |
C'è
qualcosa che non va in quel di Covington. C'è qualcosa che non va
negli iscritti all'ultimo anno del liceo pubblico, pronti come Icaro
a spiccare il volo e a bruciarsi. Letteralmente. Succede un giorno
qualsiasi, all'ora di matematica. Qualcuno messaggia, qualcuno
sonnecchia e qualcuno esplode come se niente fosse, schizzando in
classe sangue, urla e domande esistenziali a proposito della vita,
della morte e di quello che c'è in mezzo. Il motivo:
l'autocombustione. Non è una leggenda metropolitana. Soprattutto,
non è un caso isolato. Alla prima esplosione, alla prima vittima, ne
seguiranno altre. A lezione, su un campo di football dagli spalti
affollati, in gruppo o in solitaria. Fra i superstiti, tutti
diciassettenni, ci si domanda come sentirsi e come no. Si mettono al
vaglio tutte le ipotesi: sarà la Terra che ci si ritorce contro per
l'uguaglianza razziale, le coppie gay, la legalizzazione del fumo;
sarà una maledizione pronunciata dalla compagna di scuola
eternamente bullizzata; saranno le acque inquinate, le cospirazioni
governative, i prodromi di una futuristica invasione aliena. I media
e i ciarlatani ci vanno a nozze, l'FBI manda in avanscoperta i suoi
agenti migliori. Tutti sono sospetti, tutti fanno a gara di sensi di
colpa e supposizioni. Ci si interroga notte e giorno su chi morirà,
perché sì: ne moriranno in molti. Forse toccherà anche a Mara,
narratrice freschissima,
piena di vita e nitroglicerina. Se non fosse per lei, se non fosse
per lo stile spigliato di Aaron Starmer – a rischio di antipatia però, con il linguaggio gergale tutto
tormentoni e abbreviazioni dell'ultimo John Green –,
Spontaneous sembrerebbe
materia per un thriller sci-fi. In effetti non fa sconti di sorta. In
effetti non pone un limite all'inquietante numero delle vittime.
Stavamo
morendo tutti assieme. Un pianto ci stava. Ma ci stava anche una
grassa risata.
Mara,
che in un film di prossima uscita diretto dallo sceneggiatore di La Babysitter avrà il volto
di Katherine Langford, vorrebbe ridere con la migliore
amica Tess, fare l'amore con quel Dylan dalla fama losca,
proteggersi dal fuoco incrociato di un'armageddon a misura di
liceale. In teoria: temi in assonanza con quelli del prezioso e
sottovalutato Fino alla fine del mondo.
In pratica: toni e strade tutte diverse, all'insegna di una metafora
– quella del raggiungimento della maturità – che qui sposa le
stranezze del surreale. Young Adult a metà fra il romanzo umoristico
e lo splatter, a lungo non sai se prenderlo sul serio. Ha infatti una
galleria di personaggi troppo sopra le righe, troppo caduchi, per
affezionarcisi davvero; schizzi di materia cerebrale e riflessioni
sparsi a piene mani. Una bomba non è, nonostante per il Time
sia stato il miglior YA del 2016. Così spontaneo, a onor del vero, neppure. Ma riesce a farsi
apprezzare, al giro di boa, per gli enigmi e la sfacciataggine –
perfino per lo slang e la colloquialità, sì, che all'inizio
facevano storcere un po' il naso.
Lottare
contro la morte potrà essere nobile, ma non è vita. Abbracciando
Dylan mi resi conto di voler morire senza pensare alla morte. Volevo
essere così distratta dalla vita da non sapere manco cosa fosse, la
morte.
Le
relazioni sono a tempo determinato, i corpi vanno a male, le menti
sono un'arma di distruzione di massa pronta a far scintille. Se la fine
verrà, e verrà, poco male. Meglio aspettarla su una spiaggia
improvvisata, con un narghilè in mano e il tramonto – rosso,
rossissimo, più del sangue versato – negli occhi. Gli studenti del
quarto anno, con l'arrivo di settembre, rischieranno la stessa sorte?
O le esplosioni a catena finiranno il giorno del diploma, come per
magia? Il diffuso allarmismo porta alla chiusura delle scuole, alla
quarantena. Qualcuno teme un contagio. Qualcuno vorrebbe mandare ogni
cosa in malora, tanto esagerando con la sorveglianza quanto dandosi a
un edonismo bacchico. Ma gli adolescenti non rinunciano alle cose di sempre, scoppiettanti per definizione. Studiare. Assumere droghe leggere o pesanti. Ingelosirsi. Tornare a
innamorarsi. Far festa, con l'apocalisse dentro e fuori di noi.
La
scuola insegna. Se non tutto, qualcosa almeno. All'ora d'arte, al
liceo, si parlava di moti e correnti, ma a restarci impressi erano
inevitabilmente i dettagli pruriginosi. Come un orecchio mozzato portato
in dono a una prostituta. Come un suicidio consumato fra il giallo del grano e i corvi in volo. Van
Gogh, per fortuna non soltanto particolari scabrosi, ha sempre fatto
eccezione fra i banchi. La barba fulva, lo sguardo triste e sfondi
dai colori acquosi che sembravano invitarti a perderti nel loro
vortice; muoversi pur restando immobili. Nella vita fatta di alti e
bassi dei geni insuperati – a cui tocca essere infelici, pare, per
lasciare un'impronta nel tempo –, il pittore olandese si avvicinò
ai pennelli in tarda età. In otto anni dipinse ottocento tele. E,
cosa nota, scrisse forse altrettante
lettere. Finendo sempre così: con l'amore all'ultimo rigo. Lo
scapestrato Armand, un giovane in cerca del proprio posto nel mondo, ha il
compito di consegnare al fratello di lui, Theo, una lettera postuma. Il viaggio diventa a sorpresa materia per un mistery alla
Agatha Christie. Il destinatario della missiva è morto, stroncato
dal dolore e dalla sifilide. In paese le locandiere pettegole, i
battellieri e i matti rivelano però che Van Gogh non morì sul
colpo. Che, dopo aver sfiorato di nuovo l'abisso, aveva ritrovato l'equilibrio interiore nella quiete della campagna. I
pettegolezzi parlano ora dell'amore sconveniente nutrito per Saoirse
Ronan, ora dei dissapori con un medico invidioso e un fratello
gravemente indebitato, ora della delusione per Gauigin che sembrava sempre bruciare. Quale aspirante suicida si sparerebbe una
pallottola in pancia? Quell'olandese malato di malinconia sarà stato
forse vittima di una cospirazione? Douglas
Booth tenta di
riabilitarne il ricordo a colloquio con alcuni dei migliori talenti
britannici, prestati a cuor leggero a un capolavoro dell'animazione
che di capolavori parla. Come raccontare Van Gogh, infatti, se non
come avrebbe fatto lui, con un'arte che non smette di incantare? Dipinta interamente ed eccezionalmente a mano, l'atipica biografia
diretta da Doreta Kobiela e Hugh Welchman brilla per un'armonia
stilistica che davvero non si scorda. L'insuperabile bellezza di
Loving Vincent fa sì
che gli occhi si riempiano e che ci
si distragga un po', vero, da una trama che su carta prometteva
qualcosa di più: il pretesto di un giallo che in realtà ha in sé tutti i colori del mondo. Ma ne rispetta l'anima. Le parole scritte.
Le sfumature. Dove di arte si vive e si muore, siamo quello che la
gente dirà di noi. Gli sbaffi di sangue e vernice rappresi che
restano sulla tavolozza sporca. E assieme a loro resta Van Gogh, un mistero che ancora brilla. Su una stella. Nei cieli vorticosi della sua notte dipinta. (7,5)
Dell'alcol,
un po' di fumo, una notte di sesso. Accasciarsi al suolo poco dopo il
risveglio: un ruzzolone per le scale, lividi dappertutto, e la
diagnosi di ischemia cerebrale. Ad ascoltare le parole dei medici non
c'è una parente di sangue, ma l'amante di Orlando – trent'anni di
troppo, una famiglia alle spalle, morto sul colpo. La giovane Marina,
di giorno cameriera in un suggestivo caffè affacciato sui caroselli
del Luna Park e di notte aspirante soprano, si fa carico delle
responsabilità e dei segreti del defunto compagno in nome di un
amore che appariva sconsiderata perversione agli occhi dei più.
L'appartamento, un cane, l'organizzazione della veglia funebre, e il
passato di lui – la ex moglie, un figlio pieno di rancore – che
alza la cornetta al primo squillo per muovere inevitabilmente offese
e pretese. I biglietti per un viaggio di coppia ormai da archiviare,
una chiave che apre chissà quale porta e il fantasma di Orlando,
presenza tutt'altro che inquietante nello specchietto retrovisore o
al centro di una discoteca affollata, che non reclama forse che
l'ultimo bacio. Quello vissuto da una Marina sempre in fuga è un doppio dramma. La donna fantastica del
cileno Sebastiàn Lelio – braccio destro di Larraìn, pronto
quest'anno a conquistare gli Stati Uniti prima con il dramma saffico
Disobedience, poi con
il remake del suo Gloria
– sembra spartire con “l'uomo solo” di Tom Ford il silenzio
della perdita e una doppia vita, una doppia sessualità. Metà uomo,
metà donna: una chimera, come mormora la vedova di Orlando non
riuscendo neanche a reggerne lo sguardo. L'intensa Daniela Vega,
autentica anima di un film che sprizza il suo stesso fascino
androgino, è un misto di rabbia e delicatezza represse; una ragazza
transessuale in una Santiago che, se si parla di dolore, vorrebbe
usare due pesi e due misure. Il lutto, nell'impossibilità di
un'elaborazione privata, si trasforma presto in indagine. Lui
picchiava lei, domandano in commissariato, o lei picchiava lui? Le
storpiano così il nome, il pronome, i sentimenti. La umiliano perfino quando vorrebbero aiutarla. Lo si diceva già a
proposito dell'indipendente They,
visto allo scorso Torino Film Festival: alcune storie devono rimanere
sospese, come alcune identità. La ricercatezza della messa in scena,
la bellezza di una regia che inquadra l'ordinario e lo straordinario,
fanno quindi da contrappunto alla vita normale, e ai normali
dispiaceri, di questa fantastica donna vissuta due volte. Nei rari
sogni, nelle visioni stroboscopiche, la vita le riserva gli sprazzi e i
lustrini dei musical. Il vento non la sposta. Il riflesso degli
specchi non spaventa. Natural Woman alla
radio sembra scritta apposta per lei, e Marina – Daniela – alza
il volume, in macchina, e riprende a cantare. (7)
Bastano
cinque amici, un'estate sospesa nella seconda metà degli anni
Ottanta, un paese di provincia in cui all'apparenza non succede mai
niente di che. L'attesa che arrivino i caroselli del Luna Park in
piazza e la scoperta nei boschi, sotto un mucchio di foglie secche,
di quanto possano essere criminali certe menti. Ad Anderbury, a
dodici anni, tutto è un lungo gioco: crescere e imboccare strade
diverse allo stesso bivio; perfino l'omicidio. Eddie, ai tempi
soltanto un bambino, rievoca trent'anni dopo quella bella stagione di
morte e misteri. Qualcuno bussa alla porta, una vecchia conoscenza in
cerca di fama e verità, e il mite professore dalla lingua impastata
– un amore per il collezionismo a confine con il disturbo ossessivo
compulsivo, una casa da dividere con un'incantevole sconosciuta dal
look gotico, rughe precoci al centro della fronte per la paura
crescente di aver ereditato dal padre il sogno di scrivere assieme
all'Alzheimer – accoglie suo malgrado flashback di una vita prima e
fantasmi senza riposo.
Ci
sono cose nella vita che puoi modificare – il tuo peso, l'aspetto
fisico, persino il tuo nome. Certe altre invece non le puoi toccare
in alcun modo, e non importa se ci speri e ci provi e ci lavori duro,
con tutte le tue forze. Sono queste le cose che ci modellano. Non le
cose che possiamo cambiare. Quelle che non
possiamo cambiare.
Quando
erano lui, Gav la Palla, Hoppo, le continue bugie di Mickey Metallo e
i boccoli ramati di Nicky, l'unica ragazza della banda. Un bullo,
Sean, e l'idea di sfuggirgli elaborando una specie di
linguaggio segreto.
Basta un pacco di gessetti per abbozzare sui muri omini stilizzati:
ognuno disegnato in maniera diversa (cinque amici non troppo
inseparabili, dunque cinque colori), ognuno con un messaggio (tutti al
parco, incontriamoci, e magari un grassoccio punto
esclamativo per indicare fretta, subito). Qualcuno di infido, però, si
appropria del trucco dei ragazzini: l'orrore fa suo quel loro codice
privato. Omini di gesso se un coetaneo annega nel fiume. Omini di gesso
se un membro della comunità al di sopra di ogni sospetto viene
ridotto in fin di vita. Omini di gesso, come in una caccia al tesoro,
sulla tomba della Ragazza del Valzer: un'adolescente romantica e
sfortunata al cui corpo smembrato manca un tassello significativo,
la testa.
Abbiamo
lasciato un segno nella Storia. Un piccolo segno, un omino disegnato
con il gesso, penso con amarezza. Naturalmente, le vicende sono state
abbellite nel corso del tempo, la verità pian piano è stata tirata e
sfilacciata, si è consumata ai bordi. Ma anche la Storia con la S
maiuscola in fondo è solo una storia, narrata da coloro che sono
riusciti a sopravvivere.
Basteranno
forse protagonisti fra passato e presente che fanno il verso ai
Perdenti e l'effetto amarcord di Stranger Thingsper rendere lieto, se non
memorabile, il soggiorno in un microcosmo in fervente attesa della venuta della mezza stagione e del peggio in agguato? L'uomo di gesso,
esordio della britannica C.J. Tudor, convincerebbe comunque con
pochissimo. Mi sarei lasciato tentare, infatti, da premesse che
ricordano i migliori coming of age di Stephen King e dalla
particolarità di una copertina ruvida al tatto, stile lavagna, che
purtroppo in fotografia non rende. Così, essenzialmente, è stato
all'inizio. Se non fosse che il romanzo – un thriller psicologico
di quelli nostalgici, con sprazzi da incubo che attingono a piene
mani dai macabri resti e dai deliri notturni del cinema horror –
avrebbe poi finito per irretirmi grazie ai drammi degli abitanti e ai
fragili castelli di carte dei protagonisti, nessuno completamente
senza macchia. Si protesta con cartelloni alla mano e atti di
vandalismo per l'apertura di una clinica favorevole all'aborto, ma
nessuno punta il dito verso chi di quei figli illegittimi, di quelle
giovani madri rassegnate, è il colpevole. Ci si accorge quando ormai
è troppo tardi per dare fiato alla bocca che ogni azione, anche la più ingenua,
ha generato una reazione collaterale; che ogni devianza, anche una
piccola così, sa renderti il cuore più nero. Anderbury, novella
Twin Peaks, è una Babele in miniatura di scandali, manie e avventure
meravigliose perfettamente racchiusa, rubando le parole al
protagonista, in una palla di cristallo. Di quelle che basta un colpo
di mano, una scossa, per mettere tutto a soqquadro. Piovono così
lacrime e brillantini su crimini impuniti che nel mentre diventano leggenda
metropolitana e sui buchi nelle sceneggiature della nostra infanzia.
La pioggia, nel romanzo della Tudor, non cancella rimpianti che il
tempo ha trasformato già in sensi di colpa. Né il brivido beffardo
di un nuovo sbaffo di gesso sull'asfalto.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: The Clash – Should I Stay or Should I Go