domenica 4 marzo 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Il filo nascosto | Corpo e anima

Nel mio recupero, ho lasciato in coda Paul Thomas Anderson. Titolo tutt'altro che sacrificabile, ma con un regista, con un attore, di cui forse mancavano troppi tasselli per apprezzarne pienamente l'ultimo. Mi stanno grandi: manierati, manieristici. Non farebbe eccezione Il filo nascosto: visione importante, lunga, alle prese però con il tema di cui ogni canzone canta, ogni romanzo racconta, ogni cineasta – perfino uno come Anderson, glaciale – mette in scena. L'amore. Quello di un lezioso Day Lewis, stilista affermato nella Londra degli anni Cinquanta, per il proprio ego. Quello della rivelazione Vicky Krieps, da cameriera a indossatrice ideale, per un esteta sempre troppo invaghito della propria arte, sempre troppo preso dalle analogie con le donne della sua vita – il protagonista, dopo Nine con un altro ruolo di felliniana memoria, si divide infatti fra la collaborazione con Lesley Manville, arcigna sorella maggiore, e il ricordo per una mamma-sposa che nel culmine del complesso di Edipo si fa spettro ai piedi del letto. La modella gli invade la casa, l'atelier. Semina disordine anche solo masticando e fa nascere apprensione nell'eterno scapolo che non pensava di provare sentimenti. Ne percepisce per la priva volta nella vita, così, la forza e l'ingombro – potentissimo il piano sequenza al veglione di Capodanno in cui, da una balconata, lo stilista cerca la giovane donna nella folla. Senza Alma non c'è equilibrio. Woodcock le toglie il rossetto con un colpo di mano, al primo appuntamento. Sua sorella, invece, la annusa. Senza di lei, tuttavia, non ci sarebbe nemmeno ispirazione. Da una parte Day Lewis: vecchio stampo, misogino, che non sta al passo con le mode e non è disposto a cambiare né per denaro, né per affetto. Dall'altra la Krieps: un remissivo manichino con poco seno e i fianchi larghi, cieca davanti all'evidenza, che lo irrita per temprarne i nervi; che lo compiace al fine di risultare insostituibile. Entrambi subdoli e sgradevoli, eppure tremendamente umani, sono la serratura e la chiave della gabbia dorata di un Anderson d'alta moda. Gli ingredienti, quelli dell'ultima Coppola: un cast impeccabile perché raccolto, rigore, funghi. Il filo nascosto – bello in ogni suo orlo, occhiata e increspatura, nonostante il finale trascinato e una colonna sonora talmente presente da risultare un po' stucchevole – è la dimostrazione che la perfezione esiste. Ma, a volte, può risultare anche respingente per alcuni spettatori. Come un'eleganza che non sorprende, assuefacendo. Come un abito preso in prestito, al di fuori della nostra portata per foggia e prezzo, che abbiamo paura di sgualcire. Ma che, nel mio caso almeno, non ha avuto il cuore di restituire al legittimo proprietario. In un intreccio tessuto con ago e filo, inganno e sopraffazione, ho trovato in filigrana un difetto di fabbrica di quelli belli. Il messaggio segreto di un cinema magniloquente che cuce l'orpello dell'emozione fra le pieghe di un amore sbagliato: come fosse un post scriptum, come fosse un capriccio. (8)

Premiato a Berlino, candidato fra i migliori film stranieri, quell'aria di pesantezza che rende felice il critico di turno. Quand'è uscito nei nostri cinema, Corpo e anima non l'ho neppure notato. Titolo come tanti in una cinquina di lungometraggi apparentemente tutti irrintracciabili, tutti poco fruibili, si è lasciato scoprire degno di attenzione, di emozione, quando raccontato con le parole di Lisa. Che descriveva un amore strano, sussurrato, degno dei boy meets girl di cui non ho mai abbastanza. Che invitava ad avere pazienza per trovarci dentro la delicatezza, la poesia. Una complicità inattesa, Morfeo, due cuori e un mattatoio. Anima e corpo è ambientato infatti in un macello di Budapest. Lui è un responsabile di mezza età con un braccio praticamente inerte. Lei, ispettrice sanitaria dal polso di ferro, fa chiacchierare perché altera, riservatissima, con silenzi e piccole manie che vanno ben oltre la semplice stranezza di noi, gente schiva. L'Asperger, supporremmo, notando il modo in cui schiva il contatto con il prossimo, l'abitudine di ricordare date e dettagli lontani, la buffa simulazione di conversazioni standard schierando a tavola file di omini Lego. Sono entrambi difettosi, chi in un modo e chi in un altro. Circondati da un ambiente troppo violento, troppo invadente. Appaiono sin da subito male assortiti. Il dialogo latita. L'imbarazzo ha spesso al meglio – colpa di Maria, che vanifica i tentativi di Endre con occhi educati ma indecifrabili. Una psicologa ne scandaglia le menti, il passato, il cuscino. Quei due mezzi sconosciuti, a occhi chiusi, vivono fantastiche avventure e una commovente intimità. Fanno lo stesso sogno: cervi sotto la neve, nel bosco. Passare al piano fisico: si può, se le loro anime sono già amanti? Come trovare il coraggio di darsi un appuntamento in camera da letto, di piacersi, nonostante cuori chiusi a riccio e fisime irrinunciabili? Intelligente, arguto e pieno di grazia, Corpo e anima è il film da festival che non ti aspetteresti. Sembrerebbe quasi una commedia francese – penso a Emotivi Anonimi in particolare – per l'apparente leggerezza dei toni e la simpatia di quei due solitari incalliti. I colori freddi del Nord e il tepore del letto al risveglio. L'acciaio inox delle industrie contro lo splendore abbagliante degli scorci naturalistici. Il desiderio di cambiare, di tollerare le briciole a colazione dell'altro, senza però tradirsi mai. La ricerca epidermica e incessante del calore, del contatto umano. Non chiudete gli occhi davanti al sangue, se facilmente impressionabili. Non lasciatevi scoraggiare dall'asprezza della lingua. La commedia romantica per cui tifare quest'anno è ambientata in un mattatoio: insegna che bisogna sognare un po' per ridestarsi. L'amore – uno di quelli sui generis, che piacciono a me – parla pochissimo, e ungherese. (7,5)

venerdì 2 marzo 2018

Recensione: Gli Annientatori, di Gianluca Morozzi

| Gli Annientatori, di Gianluca Morozzi. TEA, € 13, pp. 196 |

Ho letto per la prima e ultima volta Gianluca Morozzi qualcosa come dieci anni fa. Avevo quattordici anni, a occhio e croce, e avevo divorato in un pomeriggio scarso il suo romanzo più famoso, Blackout. Il giorno di Ferragosto, un ascensore fermo, una gabbia da zoo per una manciata di esistenze destinate a collidere. Ricordo di averne adorato a tal punto il twist finale, l'umorismo che più nero non si poteva, da aver fatto il diavolo a quattro per procurami per vie traverse un thriller messicano mai doppiato, con Amber Tamblyn e un Armie Hammer semisconosciuto nel cast, che alle pagine dello scrittore emiliano si era ispirato. Dopo un decennio di incontri passeggeri, senza mai un'occasione buona per rileggersi, ho riscoperto quanto Morozzi mi piaccia – ironico, cattivo, kitsh con gusto nei suoi taglia e cuci – con un ultimo arrivo in libreria dalla copertina disturbante: una foto di Stefano Bonazzi, di cui inutile dire ho subito spulciato gli scatti su Google, con una camera da letto invasa da una silenziosa profanatrice. Un altro condominio ai confini della realtà, un'altra Bologna fantasma, un'altra convivenza forzata. Giulio Maspero, trentenne, ha due problemi che a un certo punto lo porteranno a vagare smarrito in un bosco, fra la vita e la morte, in cerca di una piramide impossibile: il sogno della pubblicazione con un grande editore e le belle donne. Adolescente insicuro cresciuto a pane e Stephen King, Maspero ha compensato alle turbe di gioventù con quattro romanzi – solo il terzo però distribuito su larga scala – e una collezione di innumerevoli relazioni sentimentali clandestine. Opportunista, spiantato, incapace di impegnarsi sul serio, viene cacciato di casa da una ragazza per bene per gli inequivocabili messaggi dell'allieva più procace a lezione di scrittura creativa.

Le case sono delle spugne. Assorbono. E chi ci vive dentro, quel che hanno assorbito lo respira.

Allo sbando, in cerca di un buco per completare la stesura del suo quinto romanzo – un'opera ambiziosa che sembra dover tanto a 22/11/63 –, viene tentato dalla proposta indecente di un vignettista pulp in partenza per l'Uruguay. Sistemarsi nella mansarda di un condominio fatiscente a un passo dal fiume, innaffiargli le piante, curare i rapporti di buon vicinato. Ma non c'è traccia di verde, in un appartamento con muri portati di fumetti vietati ai minori, e gli inquilini – tutti imparentati fra loro, tutti calorosissimi se si tratta di fare cerimonie – non sono disposti a lasciare all'ospite abusivo i suoi spazi vitali. Una TV accesa in un appartamento sfitto, l'invito per i novant'anni del patriarca e, di notte, i gemiti di piacere di Rachele – seducente come una diva del muto, ma con tatuaggi annessi – che gli chiede languidamente di unirsi a lei. Pensate ai parenti indiscreti di Get Out, alle invasioni barbariche di Rosemary's Baby. Uniteci la passione malata per horror in stile Human Centipede, qualche simbologia alla Lovecraft e le tessere di un innocente puzzle che, assieme alla sindrome da pagina bianca, diventano presto un tarlo ossessionante. Inscenatelo in una città criminale e proponetelo magari ai Manetti Bros, ad Alex De La Iglesia, così da figuravi le situazioni surreali, i risvolti impensabili, di una commedia grottesca, breve e agghiaggiante. Lo scrittore dongiovanni dal conto eternamente in rosso, infatti, fa conoscenza con il nero dell'antica famiglia Malventi; e, legato mani e piedi all'ennesima gonna, lì rischia di perdersi.

Questo è l'inferno: non sapere da quanto tempo sei all'inferno. Sono mesi o minuti che cammino in questo bosco desolato? Sto cercando la piramide da due giorni o da vent'anni? Se potessi farlo, mi strapperei il cuore con le mani. Ma non posso. Non con queste mani. E allora lo supplico, il mio cuore. Gli chiedo di fermarsi.

Rocambolesco, super pop, Gli Annientatori è uno di quei romanzi corti per esigenza, vicini al racconto per numero di pagine, che nel loro formato ridotto si rivelano perfetti così: prima lettura dell'anno con il merito di cogliermi davvero in contropiede. Parlando di uno scrittore tanto prolifico, quanto appare fuori luogo però dirsi sorpreso? Perché rileggerlo solo ora, se dieci anni fa sapeva essere altrettanto accattivante? Sapete come sono fatto, ogni tanto mi impunto. Cognetti lo scorso anno, Ammaniti quello prima, e così via. Sospetto che la mia fissa, quest'anno, ascolterà i Pink Floyd. Mi infesterà la stanza con una maschera da coniglio. Di cognome farà Morozzi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sergio Endrigo – La casa

mercoledì 28 febbraio 2018

Recensione: Il tatuatore di Auschwitz, di Heather Morris

| Il tatuatore di Auschwitz, di Heather Morris. Garzanti, € 17,90, pp. 208 |

Preferisco ricordare a modo mio e, in previsione della Giornata della Memoria, mi tengo lontano anno dopo anno da letture e film sull'argomento. Soprattutto se si parla di ultime uscite: quelle sempre e da sempre guardate con fondato sospetto. Diffido per natura da chi ricorda, e scrive, a tavolino. Salto a pie' pari quei titoli tutti uguali su stelle a cinque punte, treni della disperazione, pigiami a righe, e per ovvie ragioni, ragioni umane, non si tratta da parte mia di disinteresse o insensibilità verso l'importanza del tema. Il mio problema sono gli appuntamenti editoriali da spuntare come voci della lista della spesa. Storia rispolverate e riproposte, a fine gennaio, più per amor di puntualità che di verità. Quando le ricorrenze diventano best-seller, apprezzabili più per il contenuto che per la forma, e ricordare assume un altro significato – promemoria sui taccuini, scadenze in redazione, in cerca a cadenza fissa di un altro La vita è bella. Il perché non lo so, ora non lo ricordo più, ma qualcosa – forse i pareri positivi all'unisono, un film in produzione, una storia d'amore memorabile perché difficile – mi diceva che Il tatuatore di Auschwitz, uscito immancabilmente il primo mese dell'anno ma recuperato in seguito per precisa volontà, potesse fare eccezione. Si parla di campi di concentramento inediti, ancora in costruzione. Si parla di un uomo che per sopravvivere fu costretto a lavorare per il nemico tedesco, con il rischio di essere accusato di collaborazionismo.

Salvare un essere umano è salvare il mondo.

Lale, prigioniero per tre anni, lascia la Slovacchia su un treno che lo porta volontariamente all'inferno, per risparmiare la stessa sorte a qualcuno della sua famiglia. Così fuori posto in giacca e cravatta, vestito come per un colloquio di lavoro, il ventiduenne – in un'altra vita, elegante commesso presso un grande magazzino – porta suoi luoghi dello sterminio l'incorruttibile sfrontatezza da viveur, la forza di chi è giovane e speranzoso, una fiduciosa ottusa che si scontra presto con la crudeltà della prigionia. I soldati delle SS, si promette fermamente, non vinceranno. Lale non piange, dà vita con scaltrezza a un piccolo giro di contrabbandono – introdurre dall'esterno cibo e medicinali, grazie al furto di gemme e monete dalle tasche dei giustiziati – e lavora fianco a fianco a chi perseguita la sua gente, sperando di fargliela sotto il naso. Scampato ai lavori più pesanti, il giovane ha infatti l'ingrato compito di marchiare gli ultimi arrivati. La mano delicata ma che trema, numeri d'ago e inchiostro per cancellare con gesti implacabili l'identità di zingari ed ebrei. Impossibile cancellare quella di Gita però: la bellezza della prigioniera, semplicemente il suo esistere, gli insegnano che l'amore è via di fuga, anche quando le ronde fra Auschwitz e Birkenau ti strappano la fede e i capelli dalla testa. Vissuta fugacemente in prima persona, nelle domeniche in cui alla luce del sole è possibile incontrarsi o sfidare a calcetto i tedeschi, la loro relazione inganna la tristezza e rallegra compagni di sventura che riescono a sorridere e scherzare anche sotto la cenere. Si descrivono con dovizia di particolari le mansioni e la quotidianità, in una catena di montaggio in combutta con la morte – gli esperimenti di medici sadici, i corpi sfruttati delle donne avvenenti, la costruzione dei rovi di filo spianto e dei forni crematori, l'ingresso all'inferno perfino di anziani e bambini.

Sono soltanto un numero, dovresti saperlo. Me l'hai dato tu.

Il tatuatore di Auschwitz ti fa tuttavia l'imperdonabile affronto di non emozionare nemmeno un po'. Mancano la passione di Lale e Gita; la disperazione di due amanti che ogni volta non sanno se e quando si rivedranno. Manca l'angoscia dei soprusi, dei tormenti della carne e dello spirito: manca il romanzo, se Heather Morris – che eppure lavora come sceneggiatrice, che eppure nella nota finale racconta di aver ascoltato per anni le testimonianze di un Lale realmente esistito – ha una storia potenzialmente vincente ma uno stile piuttosto mediocre. Al dolore, a ciò che davvero è stato, non sa dare peso. Alle articolate vicessitudini di Lale, fortunato e longevo come un gatto, non sa dare fondamento alcuno. Si fa semplicemente fatica, a tratti, a credere che sia andata così. Potreste dirmi che sono certe esistenze, certe epoche buie, ad essere incredibili nel bene o nel male. Fra le pagine del Tatuatore di Auschwitz però c'è sin dall'inizio qualcosa che non va: snodi frettolosi, comprimari appena abbozzati che all'improvviso salvano una situazione catastrofica, un protagonista – doppiogiochista per salvare sé e gli altri, sì, e chi oserebbe condannarlo – che non prendiamo mai a cuore. Colpa di una scrittura consequenziale, piatta e quasi sprovvista di dialoghi, con fatti nudi e crudi che non si curano minimamente della forma. Quella di chi vorrebbe parlare della verità non sapendo darle voce.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Adele - Love in the Dark

lunedì 26 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La forma dell'acqua | The Post

Era il La La Land di quest'annata, per numero di nomination, fazzoletti stropicciati a Venezia e un romanticismo d'altre epoche, d'altro cinema. Se per l'impazienza di vedere il musical di Chazelle avevo macinato però chilometri il primo giorno di programmazione, per l'ultimo Del Toro – stimatissimo ma non sempre venerato, non sempre seguito a scatola chiusa nelle sue irruzioni nel blockbuster – ho aspettato quel tanto che bastava ad ascoltare qualche parere contro, a nutrire dubbi su quanto magico fosse. Leggevo, infatti, di una sceneggiatura tutt'altro che a tenuta stagna. Di citazioni spesso a confine con il plagio (vedasi le rimostranze di Jeunet) e di occhi asciutti all'arrivo dei titoli di coda. Toccava vederlo e basta, ho capito. Tolto il dente, tolto il dolore. Soprattutto, tolto il sospetto che potesse deludere, quando le porte del solito multisala mi hanno restituito a piogge da giudizio universale, tanto simili a quelle che qui infradiciano la Baltimora degli anni Sessanta, e rubato le parole di bocca. La bellezza della Forma dell'acqua – fosco, sanguinoso, dolcissimo – sul momento mi ha stordito. Non può parlare nemmeno Elisa, timida donna delle pulizie che condivide un appartamentino pittoresco con il sensibile Richard Jenkins, coinquilino omosessuale dai consigli paterni sempre pronti, e segreti governativi con l'irresistibile collega Octavia Spencer, nel classico ruolo della matriarca ciarliera e orgogliosa alla Octavia Spencer. Shannon e Stuhlbarg, caratteristi eccelsi quasi usciti dai mondi di spie sovietiche e tic nervosi dei fratelli Coen, hanno strappato dalla laguna, in catene, un mostro marino. La creatura, contesa da americani e russi in piena Guerra Fredda, sente. Mangia un povero gatto d'appartamento, ma glielo si perdona. Si rifugia malinconicamente nel cinema sotto casa, se si perde. In pausa pranzo ama le uova sode, il linguaggio universale della musica classica e le gentilezze della donna che vorrebbe restituirlo al mare – la straordinaria Sally Hawkins, eppure etichettabile come bruttina a un'occhiata superficiale, sa sedurre con un misto di candore e civetteria, attenta agli accostamenti della mìse e alle richieste private del suo corpo di donna, audace con le scene di nudo integrale e gli stratagemmi che le permettono di unirsi carnalmente all'ospite in un'incredibile stanza-acquario. La protagonista non ha branchie, ma cicatrici longitudinali all'altezza della laringe. Non parla, ma è talmente espessiva, talmente comunicativa quando sbraita o si impunta, da rendere vana la comparsa dei sottotitoli in sovraimpressione. Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La Bella e la Bestia a spasso nel Favoloso mondo di Amélie è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di fulmine per la settima arte. Del Toro ruba qui e lì, come fanno i ladri e gli artisti gentili, e sulla scena del crimine, nella cassaforte vuota, lascia in pegno tutta la poesia e l'orrore di cui l'ho scoperto capace ai tempi del Labirinto del fauno. Voler dire troppo, tutte e niente, e non avere il dono delle parole giuste. Per fortuna si sopperisce con le mani, con il luccicore negli occhi. In un film in cui, se non lo si sa dire, lo si canta trasferendosi nel bianco e nero di un musical sognante. In una fiaba splatter in cui l'inserviente muta si innamora corrisposta di un Dio ricoperto di squame, e noi di loro. Altro non posso e non lo so dire, no. Quindi tuffatevi. A recuperare quella scarpetta rossa che se ne va piano, pianissimo alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi sentire battere e rombare il mare. (8,5)

Ogni anno c'è il film che mi pesa recuperare. Quello politicamente schierato. Quello, dicevamo, che si crede degno di lode soltanto perché indigesto. Già con il sopravvalutatissimo Spotlight non più appassionante ed esaustivo di una pagina Wikipedia, ma con un tema scabroso che ispirava comunque i travasi di bile, la rabbia – avevo mostrato la mia freddezza davanti al thriller d'inchiesta. Di solito pagine di storia poco indagate in passato, ma pur sempre pagine: informative, impersonali, freddissime. Anche quest'anno immancabile qualcosa come The Post, che immancabilmente non stupisce. Dramma giornalistico che nell'era Trump parla di presidenti truffaldini e libertà di stampa, il film del rigoso Spielberg – ritrovato in forma smagliante, lui sì, dopo il fiasco del Grande Gigante Gentile – segue i i giornalisti del Post alle prese con un caso di coscienza e uno scandalo presto scalzato via da Watergate. Quattro presidenti, il governo, hanno a lungo mentito sulla natura e la gravità della guerra in Vietnam. Tacere ed esserne complici? Denunciarli con tutte le ritorsioni personali del caso ma così facendo rilanciarsi, a discapito della concorrenza omertosa? Le decisioni spettano al caporedattore Hanks, per fortuna meno protagonista del previsto, e alla proprietaria del giornale – una Streep non particolarmente meritevole ma da al solito da manuale (basti guardare il modo in cui temporeggia al telefono, si tormenta bocca e mani), alla quale tocca riconoscere i pochi sprazzi di umanità in un cast che, per il resto, poco eccelle con i suoi inservibili volti televisivi. La guerra: mostrata solo nell'incipit. Il resto: dialoghi teatrali a raffica, ora alla cornetta e ora attorno a una scrivania, pieni di nomi, dati e date, che non annoiano soltanto da metà in poi, pur facendo costantemente pesare la mancanza di un Aaron Sorkin alla sceneggiatura. Tecnicamente inappuntabile, scorrevole grazie a una regia concitata, The Post ignora la dimensione individuale dei suoi protagonisti e, nel tentativo di risollevasi con una morale femminista altrettanto attuale, predilige alla fine la prospettiva della direttrice. La sola a mostrarsi in borghese, fragile e confusa davanti alla figlia Alison Brie, insieme a Sarah Paulson, moglie di Hanks lasciata ai margini. Questo e quell'altro politico bugiardo, ampie falcate da una redazione all'altra, dilemmi lunghi due ore, il rullo dei macchinari di un'inchiesta che infine va in stampa come risaputo. Non aggiungendo nulla alla verità, all'infinita filmografia di Spielberg, ai meccanismi raffinati dell'intrattenimento d'autore. Al pari un articolo bomba che, ormai, non fa più notizia. (5)

sabato 24 febbraio 2018

Recensione: Spontaneous, di Aaron Starmer

| Spontaneous, di Aaron Starmer. Dana, € 18,90, pp. 302 |

C'è qualcosa che non va in quel di Covington. C'è qualcosa che non va negli iscritti all'ultimo anno del liceo pubblico, pronti come Icaro a spiccare il volo e a bruciarsi. Letteralmente. Succede un giorno qualsiasi, all'ora di matematica. Qualcuno messaggia, qualcuno sonnecchia e qualcuno esplode come se niente fosse, schizzando in classe sangue, urla e domande esistenziali a proposito della vita, della morte e di quello che c'è in mezzo. Il motivo: l'autocombustione. Non è una leggenda metropolitana. Soprattutto, non è un caso isolato. Alla prima esplosione, alla prima vittima, ne seguiranno altre. A lezione, su un campo di football dagli spalti affollati, in gruppo o in solitaria. Fra i superstiti, tutti diciassettenni, ci si domanda come sentirsi e come no. Si mettono al vaglio tutte le ipotesi: sarà la Terra che ci si ritorce contro per l'uguaglianza razziale, le coppie gay, la legalizzazione del fumo; sarà una maledizione pronunciata dalla compagna di scuola eternamente bullizzata; saranno le acque inquinate, le cospirazioni governative, i prodromi di una futuristica invasione aliena. I media e i ciarlatani ci vanno a nozze, l'FBI manda in avanscoperta i suoi agenti migliori. Tutti sono sospetti, tutti fanno a gara di sensi di colpa e supposizioni. Ci si interroga notte e giorno su chi morirà, perché sì: ne moriranno in molti. Forse toccherà anche a Mara, narratrice freschissima, piena di vita e nitroglicerina. Se non fosse per lei, se non fosse per lo stile spigliato di Aaron Starmer – a rischio di antipatia però, con il linguaggio gergale tutto tormentoni e abbreviazioni dell'ultimo John Green –, Spontaneous sembrerebbe materia per un thriller sci-fi. In effetti non fa sconti di sorta. In effetti non pone un limite all'inquietante numero delle vittime.

Stavamo morendo tutti assieme. Un pianto ci stava. Ma ci stava anche una grassa risata.

Mara, che in un film di prossima uscita diretto dallo sceneggiatore di La Babysitter avrà il volto di Katherine Langford, vorrebbe ridere con la migliore amica Tess, fare l'amore con quel Dylan dalla fama losca, proteggersi dal fuoco incrociato di un'armageddon a misura di liceale. In teoria: temi in assonanza con quelli del prezioso e sottovalutato Fino alla fine del mondo. In pratica: toni e strade tutte diverse, all'insegna di una metafora – quella del raggiungimento della maturità – che qui sposa le stranezze del surreale. Young Adult a metà fra il romanzo umoristico e lo splatter, a lungo non sai se prenderlo sul serio. Ha infatti una galleria di personaggi troppo sopra le righe, troppo caduchi, per affezionarcisi davvero; schizzi di materia cerebrale e riflessioni sparsi a piene mani. Una bomba non è, nonostante per il Time sia stato il miglior YA del 2016. Così spontaneo, a onor del vero, neppure. Ma riesce a farsi apprezzare, al giro di boa, per gli enigmi e la sfacciataggine – perfino per lo slang e la colloquialità, sì, che all'inizio facevano storcere un po' il naso.

Lottare contro la morte potrà essere nobile, ma non è vita. Abbracciando Dylan mi resi conto di voler morire senza pensare alla morte. Volevo essere così distratta dalla vita da non sapere manco cosa fosse, la morte.

Le relazioni sono a tempo determinato, i corpi vanno a male, le menti sono un'arma di distruzione di massa pronta a far scintille. Se la fine verrà, e verrà, poco male. Meglio aspettarla su una spiaggia improvvisata, con un narghilè in mano e il tramonto – rosso, rossissimo, più del sangue versato – negli occhi. Gli studenti del quarto anno, con l'arrivo di settembre, rischieranno la stessa sorte? O le esplosioni a catena finiranno il giorno del diploma, come per magia? Il diffuso allarmismo porta alla chiusura delle scuole, alla quarantena. Qualcuno teme un contagio. Qualcuno vorrebbe mandare ogni cosa in malora, tanto esagerando con la sorveglianza quanto dandosi a un edonismo bacchico. Ma gli adolescenti non rinunciano alle cose di sempre, scoppiettanti per definizione. Studiare. Assumere droghe leggere o pesanti. Ingelosirsi. Tornare a innamorarsi. Far festa, con l'apocalisse dentro e fuori di noi. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Charli XCX – Boom Clap

giovedì 22 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Loving Vincent | Una donna fantastica

La scuola insegna. Se non tutto, qualcosa almeno. All'ora d'arte, al liceo, si parlava di moti e correnti, ma a restarci impressi erano inevitabilmente i dettagli pruriginosi. Come un orecchio mozzato portato in dono a una prostituta. Come un suicidio consumato fra il giallo del grano e i corvi in volo. Van Gogh, per fortuna non soltanto particolari scabrosi, ha sempre fatto eccezione fra i banchi. La barba fulva, lo sguardo triste e sfondi dai colori acquosi che sembravano invitarti a perderti nel loro vortice; muoversi pur restando immobili. Nella vita fatta di alti e bassi dei geni insuperati – a cui tocca essere infelici, pare, per lasciare un'impronta nel tempo –, il pittore olandese si avvicinò ai pennelli in tarda età. In otto anni dipinse ottocento tele. E, cosa nota, scrisse forse altrettante lettere. Finendo sempre così: con l'amore all'ultimo rigo. Lo scapestrato Armand, un giovane in cerca del proprio posto nel mondo, ha il compito di consegnare al fratello di lui, Theo, una lettera postuma. Il viaggio diventa a sorpresa materia per un mistery alla Agatha Christie. Il destinatario della missiva è morto, stroncato dal dolore e dalla sifilide. In paese le locandiere pettegole, i battellieri e i matti rivelano però che Van Gogh non morì sul colpo. Che, dopo aver sfiorato di nuovo l'abisso, aveva ritrovato l'equilibrio interiore nella quiete della campagna. I pettegolezzi parlano ora dell'amore sconveniente nutrito per Saoirse Ronan, ora dei dissapori con un medico invidioso e un fratello gravemente indebitato, ora della delusione per Gauigin che sembrava sempre bruciare. Quale aspirante suicida si sparerebbe una pallottola in pancia? Quell'olandese malato di malinconia sarà stato forse vittima di una cospirazione? Douglas Booth tenta di riabilitarne il ricordo a colloquio con alcuni dei migliori talenti britannici, prestati a cuor leggero a un capolavoro dell'animazione che di capolavori parla. Come raccontare Van Gogh, infatti, se non come avrebbe fatto lui, con un'arte che non smette di incantare? Dipinta interamente ed eccezionalmente a mano, l'atipica biografia diretta da Doreta Kobiela e Hugh Welchman brilla per un'armonia stilistica che davvero non si scorda. L'insuperabile bellezza di Loving Vincent fa sì che gli occhi si riempiano e che ci si distragga un po', vero, da una trama che su carta prometteva qualcosa di più: il pretesto di un giallo che in realtà ha in sé tutti i colori del mondo. Ma ne rispetta l'anima. Le parole scritte. Le sfumature. Dove di arte si vive e si muore, siamo quello che la gente dirà di noi. Gli sbaffi di sangue e vernice rappresi che restano sulla tavolozza sporca. E assieme a loro resta Van Gogh, un mistero che ancora brilla. Su una stella. Nei cieli vorticosi della sua notte dipinta. (7,5)

Dell'alcol, un po' di fumo, una notte di sesso. Accasciarsi al suolo poco dopo il risveglio: un ruzzolone per le scale, lividi dappertutto, e la diagnosi di ischemia cerebrale. Ad ascoltare le parole dei medici non c'è una parente di sangue, ma l'amante di Orlando – trent'anni di troppo, una famiglia alle spalle, morto sul colpo. La giovane Marina, di giorno cameriera in un suggestivo caffè affacciato sui caroselli del Luna Park e di notte aspirante soprano, si fa carico delle responsabilità e dei segreti del defunto compagno in nome di un amore che appariva sconsiderata perversione agli occhi dei più. L'appartamento, un cane, l'organizzazione della veglia funebre, e il passato di lui – la ex moglie, un figlio pieno di rancore – che alza la cornetta al primo squillo per muovere inevitabilmente offese e pretese. I biglietti per un viaggio di coppia ormai da archiviare, una chiave che apre chissà quale porta e il fantasma di Orlando, presenza tutt'altro che inquietante nello specchietto retrovisore o al centro di una discoteca affollata, che non reclama forse che l'ultimo bacio. Quello vissuto da una Marina sempre in fuga è un doppio dramma. La donna fantastica del cileno Sebastiàn Lelio – braccio destro di Larraìn, pronto quest'anno a conquistare gli Stati Uniti prima con il dramma saffico Disobedience, poi con il remake del suo Gloria – sembra spartire con “l'uomo solo” di Tom Ford il silenzio della perdita e una doppia vita, una doppia sessualità. Metà uomo, metà donna: una chimera, come mormora la vedova di Orlando non riuscendo neanche a reggerne lo sguardo. L'intensa Daniela Vega, autentica anima di un film che sprizza il suo stesso fascino androgino, è un misto di rabbia e delicatezza represse; una ragazza transessuale in una Santiago che, se si parla di dolore, vorrebbe usare due pesi e due misure. Il lutto, nell'impossibilità di un'elaborazione privata, si trasforma presto in indagine. Lui picchiava lei, domandano in commissariato, o lei picchiava lui? Le storpiano così il nome, il pronome, i sentimenti. La umiliano perfino quando vorrebbero aiutarla. Lo si diceva già a proposito dell'indipendente They, visto allo scorso Torino Film Festival: alcune storie devono rimanere sospese, come alcune identità. La ricercatezza della messa in scena, la bellezza di una regia che inquadra l'ordinario e lo straordinario, fanno quindi da contrappunto alla vita normale, e ai normali dispiaceri, di questa fantastica donna vissuta due volte. Nei rari sogni, nelle visioni stroboscopiche, la vita le riserva gli sprazzi e i lustrini dei musical. Il vento non la sposta. Il riflesso degli specchi non spaventa. Natural Woman alla radio sembra scritta apposta per lei, e Marina – Daniela – alza il volume, in macchina, e riprende a cantare. (7)

lunedì 19 febbraio 2018

Recensione: L'uomo di gesso, di C.J. Tudor

| L'uomo di gesso, di C.J. Tudor. Rizzoli, € 20, pp. 347 |

Bastano cinque amici, un'estate sospesa nella seconda metà degli anni Ottanta, un paese di provincia in cui all'apparenza non succede mai niente di che. L'attesa che arrivino i caroselli del Luna Park in piazza e la scoperta nei boschi, sotto un mucchio di foglie secche, di quanto possano essere criminali certe menti. Ad Anderbury, a dodici anni, tutto è un lungo gioco: crescere e imboccare strade diverse allo stesso bivio; perfino l'omicidio. Eddie, ai tempi soltanto un bambino, rievoca trent'anni dopo quella bella stagione di morte e misteri. Qualcuno bussa alla porta, una vecchia conoscenza in cerca di fama e verità, e il mite professore dalla lingua impastata – un amore per il collezionismo a confine con il disturbo ossessivo compulsivo, una casa da dividere con un'incantevole sconosciuta dal look gotico, rughe precoci al centro della fronte per la paura crescente di aver ereditato dal padre il sogno di scrivere assieme all'Alzheimer – accoglie suo malgrado flashback di una vita prima e fantasmi senza riposo.

Ci sono cose nella vita che puoi modificare – il tuo peso, l'aspetto fisico, persino il tuo nome. Certe altre invece non le puoi toccare in alcun modo, e non importa se ci speri e ci provi e ci lavori duro, con tutte le tue forze. Sono queste le cose che ci modellano. Non le cose che possiamo cambiare. Quelle che non possiamo cambiare.

Quando erano lui, Gav la Palla, Hoppo, le continue bugie di Mickey Metallo e i boccoli ramati di Nicky, l'unica ragazza della banda. Un bullo, Sean, e l'idea di sfuggirgli elaborando una specie di linguaggio segreto. Basta un pacco di gessetti per abbozzare sui muri omini stilizzati: ognuno disegnato in maniera diversa (cinque amici non troppo inseparabili, dunque cinque colori), ognuno con un messaggio (tutti al parco, incontriamoci, e magari un grassoccio punto esclamativo per indicare fretta, subito). Qualcuno di infido, però, si appropria del trucco dei ragazzini: l'orrore fa suo quel loro codice privato. Omini di gesso se un coetaneo annega nel fiume. Omini di gesso se un membro della comunità al di sopra di ogni sospetto viene ridotto in fin di vita. Omini di gesso, come in una caccia al tesoro, sulla tomba della Ragazza del Valzer: un'adolescente romantica e sfortunata al cui corpo smembrato manca un tassello significativo, la testa.

Abbiamo lasciato un segno nella Storia. Un piccolo segno, un omino disegnato con il gesso, penso con amarezza. Naturalmente, le vicende sono state abbellite nel corso del tempo, la verità pian piano è stata tirata e sfilacciata, si è consumata ai bordi. Ma anche la Storia con la S maiuscola in fondo è solo una storia, narrata da coloro che sono riusciti a sopravvivere.

Basteranno forse protagonisti fra passato e presente che fanno il verso ai Perdenti e l'effetto amarcord di Stranger Things per rendere lieto, se non memorabile, il soggiorno in un microcosmo in fervente attesa della venuta della mezza stagione e del peggio in agguato? L'uomo di gesso, esordio della britannica C.J. Tudor, convincerebbe comunque con pochissimo. Mi sarei lasciato tentare, infatti, da premesse che ricordano i migliori coming of age di Stephen King e dalla particolarità di una copertina ruvida al tatto, stile lavagna, che purtroppo in fotografia non rende. Così, essenzialmente, è stato all'inizio. Se non fosse che il romanzo – un thriller psicologico di quelli nostalgici, con sprazzi da incubo che attingono a piene mani dai macabri resti e dai deliri notturni del cinema horror – avrebbe poi finito per irretirmi grazie ai drammi degli abitanti e ai fragili castelli di carte dei protagonisti, nessuno completamente senza macchia. Si protesta con cartelloni alla mano e atti di vandalismo per l'apertura di una clinica favorevole all'aborto, ma nessuno punta il dito verso chi di quei figli illegittimi, di quelle giovani madri rassegnate, è il colpevole. Ci si accorge quando ormai è troppo tardi per dare fiato alla bocca che ogni azione, anche la più ingenua, ha generato una reazione collaterale; che ogni devianza, anche una piccola così, sa renderti il cuore più nero. Anderbury, novella Twin Peaks, è una Babele in miniatura di scandali, manie e avventure meravigliose perfettamente racchiusa, rubando le parole al protagonista, in una palla di cristallo. Di quelle che basta un colpo di mano, una scossa, per mettere tutto a soqquadro. Piovono così lacrime e brillantini su crimini impuniti che nel mentre diventano leggenda metropolitana e sui buchi nelle sceneggiature della nostra infanzia. La pioggia, nel romanzo della Tudor, non cancella rimpianti che il tempo ha trasformato già in sensi di colpa. Né il brivido beffardo di un nuovo sbaffo di gesso sull'asfalto.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Clash – Should I Stay or Should I Go