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mercoledì 19 dicembre 2018

Recensione: L'ultima volta che siamo stati bambini, di Fabio Bartolomei

| L'ultima volta che siamo stati bambini, di Fabio Bartolomei. Edizioni e/o, € 16, pp. 205 |

Sono quattro e inseparabili. Hanno dieci anni e non conoscono ancora il pregiudizio, la paura, la differenza tra i sessi. È per questo che nelle loro fila contano un'orfana e un ebreo, in un periodo storico – quello fascista – in cui donne e minoranze non erano ben viste. I protagonisti se ne infischiano. Per loro è tutto un gioco e il mondo, in quegli anni in ginocchio per l'ennesimo conflitto armato, non supera i confini del cortile in cui è bello riunirsi. Fino a quando una cosa peggiore dei bombardamenti, delle restrizioni delle famiglie in allerta, non costringe il quartetto – all'improvviso diventato trio – a crescere in fretta. Riccardo è scomparso. Aveva una merceria nel ghetto e, generoso e cordiale, si era meritato il singolare soprannome di Maremmano: come il cane pastore, infatti, era una guida indispensabile. Quello che si arrampicava sugli alberi soltanto per bussare alla tua finestra chiusa, che ti passava un po' di salsiccia secca quando per punizione il nonno ti segregava in cantina, che ti consolava quando una bambina di città sfoggiava un vestito migliore del tuo. Cosa farebbe lui, complice e collante per eccellenza, a ruoli inversi? Dove lo hanno portato i tedeschi, rastrellando il suo quartiere a tappeto? Gli indizi sono pochi: un treno strapieno diretto chissà in quale direzione; il disegno di un cupo casermone che riconosceremo subito come Auschwitz. I protagonisti non immaginano che il campo di lavoro sia lontanissimo da Roma, né che Riccardo e gli altri deportati non faranno mai ritorno.

Aveva detto domani alla solita ora, ma la solita ora è passata da un pezzo. Non si fa così. A dieci anni le promesse sono cose serie, roba da croce sul cuore e “se non mantengo la promessa che io possa morire”.

L'ultima volta che siamo stati bambini, atteso ritorno in libreria di Fabio Bartolomei, lascia da parte i toni da commedia all'italiana dell'apprezzatissimo Giulia 1300 e altri miracoli e a un mese dal Giorno della Memoria sceglie di sussurrare alle nostre coscienze, alla nostra fantasia, una tragedia di cui si è parlato ora con la falsa leggerezza di Benigni, ora con la visione struggente dei pigiami a righe di Boyne, ora con la gravità del cinema di Spielberg. Questa volta siamo dalle parti del nostro regista premio Oscar, anche se le avventure degli eroi di Fabio sanno portare a tratti più lontano ancora: direttamente ai buoni sentimenti e ai gesti straordinari dei classici per l'infanzia, a Cuore o ai Ragazzi della via Pal
Ci sono Cosimo (che teme il pugno di ferro del nonno), Italo (con l'ottusa convinzione di non essere all'altezza del fratello reduce) e Vanda (non abbastanza graziosa per sperare ancora nell'adozione), e tra loro e un impossibile lieto fine una ferrovia di cui seguire le curve e i pericoli come nell'intramontabile Stand By Me. Portano con sé una torcia, pochi viveri, mutande e calzini di ricambio, e due segugi che non si aspettano: sempre un passo indietro, preoccupati per i rischi della folle impresa dei ragazzini, ecco una suora e un militare in congedo: lei sarcastica timorata di Dio, lui fascista vanaglorioso, a sorpresa collaborano in nome delle giuste intuizioni e si studiano con terrena curiosità. 
Cosimo e gli altri sognano di fare dietrofront sanguinanti ma gloriosi, di prendere schiaffi in faccia e altrettante medaglie al valore. Incontreranno una natura dal volto di matrigna – pioggia, freddo, febbri alte –, soldati allo sbaraglio, rovine e presagi funesti. Fra galline trattate come animali domestici, sfottò in amicizia e immancabili sacrifici di sangue, non c'è davvero nulla che sia al posto sbagliato: che male c'è a scrivere un romanzo per grandi e piccini, infatti, con tutte la carte in regola per far facilmente breccia?

Fa paura lasciare la propria casa, eppure passo dopo passo Cosimo si distacca da quel turbamento, forte di una consapevolezza nuova. Non trova le parole giuste come farebbe Riccardo, però sente che è come se non fossero necessari muri, porte e finestre. Anche tre amici insieme sono una casa.

Le mille accortezze del delicato Bartolomei funzionano meno del previsto. Se il collega Marco Balzano, a cui eppure rimproveravo la stessa furbizia a fin di bene, vinceva facile con una storia al femminile che sempre di guerra da nuove prospettive trattava, in Bartolomei non tutto incanta, non tutto conquista come ci si aspetterebbe. Mentre l'emozionante flashforward conclusivo ribadisce come l'essenziale non sia la meta, bensì il viaggio, si fa invece fatica a perdonare situazioni affrettate e comprimari in definitiva poco indispensabili (Vittorio e Agnese, a un certo punto proprio abbandonati a loro stessi); a lasciarsi andare a una sincera commozione, in un romanzo dove l'olocausto è un affare per piccoli esploratori a cui tuttavia manca il tocco personale dei grandi autori. Resta la voglia di smettere di crescere seduta stante e, soprattutto, di cominciare a correre: non per le bombe, non per la minaccia delle punizioni corporali, non per gli spari. All'orizzonte si staglia un prato sterminato come non se ne incontrano in città, una storia sull'infanzia come non se ne incontrano in libreria, e quanta voglia di mangiarsi chilometri a perdifiato fino a sentire male alla milza. Di buttarsi a terra, nell'erba alta, alzando lo sguardo verso un cielo senza aerei. Ma con i contro, sì, di qualche nuvola di troppo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tricarico – Io sono Francesco

mercoledì 28 febbraio 2018

Recensione: Il tatuatore di Auschwitz, di Heather Morris

| Il tatuatore di Auschwitz, di Heather Morris. Garzanti, € 17,90, pp. 208 |

Preferisco ricordare a modo mio e, in previsione della Giornata della Memoria, mi tengo lontano anno dopo anno da letture e film sull'argomento. Soprattutto se si parla di ultime uscite: quelle sempre e da sempre guardate con fondato sospetto. Diffido per natura da chi ricorda, e scrive, a tavolino. Salto a pie' pari quei titoli tutti uguali su stelle a cinque punte, treni della disperazione, pigiami a righe, e per ovvie ragioni, ragioni umane, non si tratta da parte mia di disinteresse o insensibilità verso l'importanza del tema. Il mio problema sono gli appuntamenti editoriali da spuntare come voci della lista della spesa. Storia rispolverate e riproposte, a fine gennaio, più per amor di puntualità che di verità. Quando le ricorrenze diventano best-seller, apprezzabili più per il contenuto che per la forma, e ricordare assume un altro significato – promemoria sui taccuini, scadenze in redazione, in cerca a cadenza fissa di un altro La vita è bella. Il perché non lo so, ora non lo ricordo più, ma qualcosa – forse i pareri positivi all'unisono, un film in produzione, una storia d'amore memorabile perché difficile – mi diceva che Il tatuatore di Auschwitz, uscito immancabilmente il primo mese dell'anno ma recuperato in seguito per precisa volontà, potesse fare eccezione. Si parla di campi di concentramento inediti, ancora in costruzione. Si parla di un uomo che per sopravvivere fu costretto a lavorare per il nemico tedesco, con il rischio di essere accusato di collaborazionismo.

Salvare un essere umano è salvare il mondo.

Lale, prigioniero per tre anni, lascia la Slovacchia su un treno che lo porta volontariamente all'inferno, per risparmiare la stessa sorte a qualcuno della sua famiglia. Così fuori posto in giacca e cravatta, vestito come per un colloquio di lavoro, il ventiduenne – in un'altra vita, elegante commesso presso un grande magazzino – porta suoi luoghi dello sterminio l'incorruttibile sfrontatezza da viveur, la forza di chi è giovane e speranzoso, una fiduciosa ottusa che si scontra presto con la crudeltà della prigionia. I soldati delle SS, si promette fermamente, non vinceranno. Lale non piange, dà vita con scaltrezza a un piccolo giro di contrabbandono – introdurre dall'esterno cibo e medicinali, grazie al furto di gemme e monete dalle tasche dei giustiziati – e lavora fianco a fianco a chi perseguita la sua gente, sperando di fargliela sotto il naso. Scampato ai lavori più pesanti, il giovane ha infatti l'ingrato compito di marchiare gli ultimi arrivati. La mano delicata ma che trema, numeri d'ago e inchiostro per cancellare con gesti implacabili l'identità di zingari ed ebrei. Impossibile cancellare quella di Gita però: la bellezza della prigioniera, semplicemente il suo esistere, gli insegnano che l'amore è via di fuga, anche quando le ronde fra Auschwitz e Birkenau ti strappano la fede e i capelli dalla testa. Vissuta fugacemente in prima persona, nelle domeniche in cui alla luce del sole è possibile incontrarsi o sfidare a calcetto i tedeschi, la loro relazione inganna la tristezza e rallegra compagni di sventura che riescono a sorridere e scherzare anche sotto la cenere. Si descrivono con dovizia di particolari le mansioni e la quotidianità, in una catena di montaggio in combutta con la morte – gli esperimenti di medici sadici, i corpi sfruttati delle donne avvenenti, la costruzione dei rovi di filo spianto e dei forni crematori, l'ingresso all'inferno perfino di anziani e bambini.

Sono soltanto un numero, dovresti saperlo. Me l'hai dato tu.

Il tatuatore di Auschwitz ti fa tuttavia l'imperdonabile affronto di non emozionare nemmeno un po'. Mancano la passione di Lale e Gita; la disperazione di due amanti che ogni volta non sanno se e quando si rivedranno. Manca l'angoscia dei soprusi, dei tormenti della carne e dello spirito: manca il romanzo, se Heather Morris – che eppure lavora come sceneggiatrice, che eppure nella nota finale racconta di aver ascoltato per anni le testimonianze di un Lale realmente esistito – ha una storia potenzialmente vincente ma uno stile piuttosto mediocre. Al dolore, a ciò che davvero è stato, non sa dare peso. Alle articolate vicessitudini di Lale, fortunato e longevo come un gatto, non sa dare fondamento alcuno. Si fa semplicemente fatica, a tratti, a credere che sia andata così. Potreste dirmi che sono certe esistenze, certe epoche buie, ad essere incredibili nel bene o nel male. Fra le pagine del Tatuatore di Auschwitz però c'è sin dall'inizio qualcosa che non va: snodi frettolosi, comprimari appena abbozzati che all'improvviso salvano una situazione catastrofica, un protagonista – doppiogiochista per salvare sé e gli altri, sì, e chi oserebbe condannarlo – che non prendiamo mai a cuore. Colpa di una scrittura consequenziale, piatta e quasi sprovvista di dialoghi, con fatti nudi e crudi che non si curano minimamente della forma. Quella di chi vorrebbe parlare della verità non sapendo darle voce.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Adele - Love in the Dark