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domenica 4 marzo 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Il filo nascosto | Corpo e anima

Nel mio recupero, ho lasciato in coda Paul Thomas Anderson. Titolo tutt'altro che sacrificabile, ma con un regista, con un attore, di cui forse mancavano troppi tasselli per apprezzarne pienamente l'ultimo. Mi stanno grandi: manierati, manieristici. Non farebbe eccezione Il filo nascosto: visione importante, lunga, alle prese però con il tema di cui ogni canzone canta, ogni romanzo racconta, ogni cineasta – perfino uno come Anderson, glaciale – mette in scena. L'amore. Quello di un lezioso Day Lewis, stilista affermato nella Londra degli anni Cinquanta, per il proprio ego. Quello della rivelazione Vicky Krieps, da cameriera a indossatrice ideale, per un esteta sempre troppo invaghito della propria arte, sempre troppo preso dalle analogie con le donne della sua vita – il protagonista, dopo Nine con un altro ruolo di felliniana memoria, si divide infatti fra la collaborazione con Lesley Manville, arcigna sorella maggiore, e il ricordo per una mamma-sposa che nel culmine del complesso di Edipo si fa spettro ai piedi del letto. La modella gli invade la casa, l'atelier. Semina disordine anche solo masticando e fa nascere apprensione nell'eterno scapolo che non pensava di provare sentimenti. Ne percepisce per la priva volta nella vita, così, la forza e l'ingombro – potentissimo il piano sequenza al veglione di Capodanno in cui, da una balconata, lo stilista cerca la giovane donna nella folla. Senza Alma non c'è equilibrio. Woodcock le toglie il rossetto con un colpo di mano, al primo appuntamento. Sua sorella, invece, la annusa. Senza di lei, tuttavia, non ci sarebbe nemmeno ispirazione. Da una parte Day Lewis: vecchio stampo, misogino, che non sta al passo con le mode e non è disposto a cambiare né per denaro, né per affetto. Dall'altra la Krieps: un remissivo manichino con poco seno e i fianchi larghi, cieca davanti all'evidenza, che lo irrita per temprarne i nervi; che lo compiace al fine di risultare insostituibile. Entrambi subdoli e sgradevoli, eppure tremendamente umani, sono la serratura e la chiave della gabbia dorata di un Anderson d'alta moda. Gli ingredienti, quelli dell'ultima Coppola: un cast impeccabile perché raccolto, rigore, funghi. Il filo nascosto – bello in ogni suo orlo, occhiata e increspatura, nonostante il finale trascinato e una colonna sonora talmente presente da risultare un po' stucchevole – è la dimostrazione che la perfezione esiste. Ma, a volte, può risultare anche respingente per alcuni spettatori. Come un'eleganza che non sorprende, assuefacendo. Come un abito preso in prestito, al di fuori della nostra portata per foggia e prezzo, che abbiamo paura di sgualcire. Ma che, nel mio caso almeno, non ha avuto il cuore di restituire al legittimo proprietario. In un intreccio tessuto con ago e filo, inganno e sopraffazione, ho trovato in filigrana un difetto di fabbrica di quelli belli. Il messaggio segreto di un cinema magniloquente che cuce l'orpello dell'emozione fra le pieghe di un amore sbagliato: come fosse un post scriptum, come fosse un capriccio. (8)

Premiato a Berlino, candidato fra i migliori film stranieri, quell'aria di pesantezza che rende felice il critico di turno. Quand'è uscito nei nostri cinema, Corpo e anima non l'ho neppure notato. Titolo come tanti in una cinquina di lungometraggi apparentemente tutti irrintracciabili, tutti poco fruibili, si è lasciato scoprire degno di attenzione, di emozione, quando raccontato con le parole di Lisa. Che descriveva un amore strano, sussurrato, degno dei boy meets girl di cui non ho mai abbastanza. Che invitava ad avere pazienza per trovarci dentro la delicatezza, la poesia. Una complicità inattesa, Morfeo, due cuori e un mattatoio. Anima e corpo è ambientato infatti in un macello di Budapest. Lui è un responsabile di mezza età con un braccio praticamente inerte. Lei, ispettrice sanitaria dal polso di ferro, fa chiacchierare perché altera, riservatissima, con silenzi e piccole manie che vanno ben oltre la semplice stranezza di noi, gente schiva. L'Asperger, supporremmo, notando il modo in cui schiva il contatto con il prossimo, l'abitudine di ricordare date e dettagli lontani, la buffa simulazione di conversazioni standard schierando a tavola file di omini Lego. Sono entrambi difettosi, chi in un modo e chi in un altro. Circondati da un ambiente troppo violento, troppo invadente. Appaiono sin da subito male assortiti. Il dialogo latita. L'imbarazzo ha spesso al meglio – colpa di Maria, che vanifica i tentativi di Endre con occhi educati ma indecifrabili. Una psicologa ne scandaglia le menti, il passato, il cuscino. Quei due mezzi sconosciuti, a occhi chiusi, vivono fantastiche avventure e una commovente intimità. Fanno lo stesso sogno: cervi sotto la neve, nel bosco. Passare al piano fisico: si può, se le loro anime sono già amanti? Come trovare il coraggio di darsi un appuntamento in camera da letto, di piacersi, nonostante cuori chiusi a riccio e fisime irrinunciabili? Intelligente, arguto e pieno di grazia, Corpo e anima è il film da festival che non ti aspetteresti. Sembrerebbe quasi una commedia francese – penso a Emotivi Anonimi in particolare – per l'apparente leggerezza dei toni e la simpatia di quei due solitari incalliti. I colori freddi del Nord e il tepore del letto al risveglio. L'acciaio inox delle industrie contro lo splendore abbagliante degli scorci naturalistici. Il desiderio di cambiare, di tollerare le briciole a colazione dell'altro, senza però tradirsi mai. La ricerca epidermica e incessante del calore, del contatto umano. Non chiudete gli occhi davanti al sangue, se facilmente impressionabili. Non lasciatevi scoraggiare dall'asprezza della lingua. La commedia romantica per cui tifare quest'anno è ambientata in un mattatoio: insegna che bisogna sognare un po' per ridestarsi. L'amore – uno di quelli sui generis, che piacciono a me – parla pochissimo, e ungherese. (7,5)