giovedì 16 novembre 2023

Recensione: Giù nella valle, di Paolo Cognetti

| Giù nella valle, di Paolo Cognetti. Einaudi, € 16, pp. 124 |

Quella di Paolo Cognetti è una scrittura che ha trovato negli opposti la sua segreta armonia. È calda, ma freddissima. È delicata, ma scabrosa. La sua massima espressività? A sorpresa, in una storia come questa: apparentemente senza sorprese. Lungo poco più di cento pagine, Giù nella valle è un romanzo breve ma compiuto – spietato, convulso, intenso. Questa volta siamo nei primi anni Novanta, a novembre. Non fra le cime svettanti, ma a valle. Considerata il pisciatoio d'Italia, la Valsesia è un imbuto asfissiante in cui proliferano nebbie, alluvioni, bettole mal frequentate. I camion scaricano rifiuti industriali nelle cave abbandonate, il fiume è inquinato dai solventi chimici, l'illuminazione è costituita dai neon delle insegne dei bar. Il tasso di alcolisti e suicidi è alle stelle. Più cupo, questo Cognetti ha il fascino ombroso del fondovalle e fa spazio al dramma di due fratelli agli antipodi.

Lo sai cosa vorrei, invece? Un bell'abbraccio da mio fratello. O anche fare a pugni, scegli tu. Ma qualcosa di vero.

Luigi fa la guardia forestale: pallido e ordinato, somiglia al larice piantato dal padre. Alfredo, invece, è un abete: pungente e frondoso, ha conosciuto il Canada, si è spinto fino al Mar Glaciale e infine è tornato indietro, complice un'eredità da impugnare. Fra di loro ci sono: una belva che semina cani sbranati; una donna un tempo contesa, Elisabetta, che fa il bagno nuda nel fiume e ha preparato uova sbattute a suo suocero fino al giorno in cui il vecchio non l'ha fatta finita; una casupola a 1800 metri d'altezza che presto confinerà con una pista da sci. Mentre la conta dei morti cresce, il progresso fa timidamente capolino: per lasciare spazio al divertimento dei turisti, toccherà abbattere oltre cinquemila alberi. Non ci vuole molto a cogliere analogie con i romanzi precedenti: i protagonisti dai caratteri opposti ricordano gli amici lontani di Le otto montagne; Fontana Fredda e la vita selvaggia facevano già capolino nel più fiabesco La felicità del lupo. Cognetti ormai scrive sempre la stessa storia? Forse sì, ma ancora una volta la scrive meravigliosamente bene, pur auspicandomi un ritorno in città per il prossimo romanzo. A dispetto della ripetitività delle tematiche e della debolezza dei personaggi femminili – le donne di Paolo sono tutte forestiere, detentrici di valori familiari e calore: non persone né personaggi; candidi archetipi piuttosto –, è impossibile non lasciarsi incantare da una voce carezzevole che omaggia il Bruce Springsteen di un famoso album datato 1982.

Era piccola, la sua valle, eppure c'erano ancora posti che non aveva mai visto. Sceso dall'argine, lasciò andare avanti l'uomo e osservò il paesaggio di pioppi e betulle, una conca dove la Sesia faceva un'ansa, tra i banchi di ghiaia modellati dalla corrente. Adesso che era in secca, il fiume si diramava creando isolotti e spiagge. Gli venne in mente che dieci anni prima ci avrebbe portato Elisabetta a fare il bagno, ma per i bagni nel fiume c'era una stagione, nella vita, che poi chissà perché passava. Poi veniva la stagione dei figli, delle case da comprare e ristrutturare, dei vantaggi di un lavoro salariato.

Sinceramente grato, Cognetti cita le canzoni e gli scrittori del cuore: sono tutti americani. Ma è alla provincia italiana che deve gli incisivi spaccati per le troppe birre aperte con i denti, il vino rosso e lo spezzatino in tavola, i misantropi un po' romantici che preferirebbero una tenda nel bosco al tepore del talamo, i fiumi che vogliono rigorosamente l'articolo determinativo declinato al femminile. Il suo personale Nebraska è una partita a mosca cieca. Un girare in tondo animato da furia e tenerezza, in cui Luigi e Alfredo, divorati da una struggente tensione verso l'alto – gli occhi sempre puntati lì, sull'abbacinante Monte Rosa –, si inseguono sulla scia di una domanda. Il larice e l'abete crescono bene fianco a fianco, o si fanno troppa ombra a vicenda? Una lite, un incendio, li ha fatti ardere qualche anno prima. La neve caduta ha spento le fiamme soltanto all'apparenza. Il fuoco è penetrato nel terreno, l'incendio è soltanto dormiente. Basta un soffio di vento, e Luigi e Alfredo torneranno a bruciare. E, forse, a volersi bene.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Bruce Springsteen – The River

venerdì 10 novembre 2023

Recensione: Chiodi, di Antonio Schiena


| Chiodi, di Antonio Schiena. Fazi, € 16, pp. 180 |

Era lecito aspettarsi più carattere da uno che gestisce una pagina intitolata Antipatia gratuita. È il primo pensiero che ho fatto una volta terminata la lettura di Chiodi, ultimo romanzo del trentatreene Antonio Schiena ma il primo pubblicato con un grande editore. L'autore, da me molto apprezzato sui social per i suoi post deliziosamente caustici, arriva in libreria con una piccola storia sul diventare grandi. Ma mancano la fermezza di Niccolò Ammaniti, la fantasia ardita di Stephen King e il suo romanzo, generalista e didascalico, si rivela una fiaba nera adatta soprattutto a un pubblico di giovanissimi. In un imprecisato paese del Sud, si è diffusa una leggenda che accomuna generazioni vicine e lontane: racconta dell'Avvinto, un giovane arrogante che sfidò la morte e ne pago le conseguenze. È forse lui il nuovo guardiano del cimitero? I bambini si sfidano a scavalcare i cancelli e ad affrontarlo. Una volta tornati indietro, saranno uomini. A prestarsi al rito di iniziazione è Marco: un tredicenne disarmonico e sgraziato, reduce da un'infanzia di prodotti sottomarca e da anni spesi a incassare le vessazioni dei gradassi. Fra il bambino e il guardiano, entrambi emarginati, nascerà un breve dialogo intergenerazionale dagli incastri drammatici, ma non così imprevedibili. Marco vuole una storia da raccontare ai compagni. Ha importanza se sia le verità oppure no?

Essere soli non è male. Essere circondato dalle persone sbagliate è molto peggio.

I temi, delicatissimi e sempreverdi, vanno dalla rabbia repressa al bullismo, dell'isolamento alle onde sismiche del rancore. Peccato per l'abuso di luoghi comuni, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi: i bulli fumano e indossano il chiodo; il guardiano ha un occhio guercio e un alano nero al seguito; Marco ha un armadio total black, un amico in sovrappeso, una mamma troppo presa delle frequentazioni occasionali per curarsi di lui, una manciata di professori ciechi e sordi davanti alle prepotenze. Storia di due solitudini allo specchio, Chiodi attinge a un immaginario lugubre e malinconico. Piace quando è di corsa, fra le lapidi del cimitero, ma fa storcere il naso per la prevedibilità degli altri scenari. Schiena scrive in punta di penna. Concede ai lettori un finale amaro il giusto, ma non calca la mano per eccessiva prudenza. Ne viene fuori una morality play poco sfumata, ma al contempo senza colori decisi. Una vicenda a tinte forti né abbastanza oscura da inquietare, né abbastanza luminosa da regalare speranza agli afflitti. Come il suo protagonista, al crocevia tra infanzia e adolescenza, sceglie di mantenersi insomma in una zona liminare, dove il Pinocchio in copertina fatica a diventare un bambino vero. Sulla soglia del camposanto. Nel limbo delle occasioni mancate.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Fabio Concato - Fiore di maggio

lunedì 6 novembre 2023

Recensione: Le schegge, di Bret Easton Ellis

| Le schegge, di Bret Easton Ellis. Einaudi, € 23, pp. 752 |

Un telefono a disco squilla nel salotto di una villa con piscina. Scatta la segreteria. Dall'altra parte, qualcuno sospira. Il suo silenzio vibra di minacce. Lo hanno preceduto effrazioni, regali misteriosi, animali domestici sottratti. L'obiettivo finale sono i giovani padroni di casa. Il serial killer, soprannominato Il Pescatore a strascico, comporrà un mostruoso patchwork con i corpi smembrati. L'inizio è degno di uno slasher di Wes Craven. Il prosieguo, a metà tra teen drama e satira sociale, è un'indagine antropologica della “peggio gioventù” di Los Angeles. Correvano gli anni Ottanta. Una volta ottenuta la patente, gli adolescenti sgommavano lontani dai rigidi regolamenti delle loro scuole private e dai confini sicuri dell'infanzia. Meta: la perdizione. Quelli cantati nel girone dei dannati di Bret Easton Ellis sembrano sbucati da un dipinto di David Hockney. Dediti a edonismo e oppiacei, belli e ricchissimi, appaiono disinteressati a tutto. Non li sfiorano le nozze di Carlo e Diana, l'omicidio di John Lennon, la setta dei Cavalieri dell'oltretomba, le avance sessuali degli adulti. A turbarli, piuttosto, è l'arrivo di Robert Mallory. Chi cambierebbe mai scuola l'ultimo anno di liceo? Da dove viene quell'adone al contempo sensuale e candido, che minaccia di far scoppiare coppie storiche – Susan e Thom, il re e la reginetta della Buckley –, ma cela un passato di disturbi mentali?

Molti anni fa mi resi conto che un libro, un romanzo, è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci s'innamora di qualcuno: il sogno diventa irresistibile, non c'è niente che tu possa fare, e infine cedi e soccombi anche se il tuo istinto ti dice di battertela a gambe perché potrebbe trattarsi, dopotutto, di un gioco pericoloso – in cui qualcuno probabilmente si farà male.

Da sopra gli occhiali da sole lo studia lo stesso Ellis; gli occhi appannati per la brama e il Valium. Segretamente omosessuale, benché fidanzato con la figlia di un famoso produttore cinematografico, l'autore sperimenta una dolorosa attrazione verso l'ultimo arrivato in città. E ne fa, presto, la sua ossessione. Il trasferimento di Robert coinciderà con un'ondata di follia lunga l'intero anno scolastico. È realmente lui il responsabile della rete di delitti che si stringe sempre più intorno agli amici di Bret? O la sua colpa più imperdonabile è quella di aver infranto il sogno di illusoria perfezione dei protagonisti, ponendo freno a un'estate creduta, a torto, senza fine? Tutti hanno un segreto. Tutti stalkerizzano tutti. In settecento pagine, a momenti alterni, tutti saranno vittime e carnefici; intrusi e perseguitati. A quarant'anni di distanza dai tragici eventi del 1981, l'autore sfida il disturbo post-traumatico da stress e sfoglia a ritroso un annuario dalla nutrita sezione in memoriam. Questa è una storia vera. O quasi.

Voi tutti non fate altro che proteggervi a vicenda. Da cosa? Dalla realtà.

Irresistibile nella sua inattendibilità, Ellis è ammicca furbamente ai temi caldi dei social: la retromania, l'autofiction, il true crime, il queerbaiting. Prende i tormentoni contemporanei e, all'apparenza, li sconsacra. Ma, a dispetto del cinismo diffuso – la dedica del romanzo recita proprio: A nessuno –, ci restituisce la rievocazione più verosimile e accorata di una generazione, di un mondo, a un passo dall'annientamento. Le schegge è un elettrizzante incubo vestito Ralph Lauren in cui il sangue e lo sperma, le paranoie e le prurigini occultano la nostalgia per un inconfessato primo amore. Lettore e cinefilo instancabile, il giovane Bret guardava il mondo con il voyeurismo compulsivo tipico degli scrittori. La sua futura professione lo rendeva attento già allora. Lo rendeva già bugiardo. Fermo al tempo dei suoi sconsiderati sedici anni, firma un thriller tanto spaventoso quanto eccitante – di quelli da leggere con la luce accesa, e con un'erezione prepotente nei boxer. Ma anche un sorprendente amarcord sull'impossibilità di risolvere il giallo di Robert Mallory, quando si è ancora intimamente irrisolti come adulti. Cosa resterà di quegli anni Ottanta? La voglia di vivere, amplificata a dismisura dalla paura di morire. Le schegge di un trip stupefacente, da cui sarà amaro svegliarsi soltanto per poi scoprirsi casti, invecchiati, sobri.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Ultravox – Vienna

martedì 31 ottobre 2023

Un Halloween in streaming: La caduta della casa degli Usher | The Last of Us

Dopo aver adattato Jackson e James, Mike Flanagan chiude la sua ispiratissima trilogia gotica cimentandosi con un altro capolavoro dell'horror. Questa volta si rifà al maestro dei maestri, Poe, e lo omaggia in una serie densa di citazioni. Se la cornice narrativa è quella del racconta La caduta della casa degli Usher, ogni episodio si rivela invece una reimmaginazione delle novelle più spaventose. Le puntate sono caroselli di storie dentro storie. Sontuose feste di morte in cui le dipartite, splatter e fantasiosissime, provengono ora da Il gatto nero, ora da Il pozzo e il pendolo. Roderick – un carismatico e fascinoso Greenwood – è il fondatore di un'industria farmaceutica responsabile di un'epidemia di oppiacei. Spietato e senza scrupoli, ha intrapreso una fulminante scalata sociale insieme alla sorella e messo al mondo una progenie corrotta quanto lui. In pochi giorni si troverà a seppellire tutti e sei i figli. Qual è il prezzo da pagare, in una vicenda di avidità, sesso e ambizione? Meno horror delle serie precedenti ma perfino più crudele, con i suoi monologhi caustici e riflessioni al vetriolo sul consumismo, l'ultima scommessa di casa Netflix è una saga generazionale sul male di cui, a volte, le famiglie sono capaci. A interpretare gli Usher tornano i soliti attori feticcio. Su tutti aleggia la presenza seducente di Carla Gugino, la cui bellezza senza tempo la fa muovere fra epoche e travestimenti, offerte e minacce. Chi non berrebbe un cognac con lei? Gli unici incorruttibili: una nipotina idealista e un tuttofare dal passato rocambolesco (di lui parlano Le avventure di Arthur Gordon Pym), interpretato da un inatteso Hamill. Dimenticate la commozione per gli sfortunati eredi di Hill House, per me di una perfezione insuperata; gli spettri – un po' troppo melensi – di Bly Manor. Qui non c'è consolazione nell'aldilà. Non c'è riconciliazione nell'oltretomba. Sono già uno strazio le cene condivise. Chi vorrebbe trascorrere insieme anche la vita dopo la morte? (8)

I videogiochi ispirano pessime trasposizioni: è una legge universale. The Last of Us non è soltanto l'eccezione alla regola, ma è una creatura ibrida che mette d'accordo sia gli appassionati del blockbuster che gli amanti del cinema d'autore. Merito dei suoi ritmi lenti e di un andamento che ricorda gli indie The Road e Light of My Life, e perfino un po' il nostro Anna. Horror on the road ambientato in una America post-apocalittica dilaniata da mostri e banditi, la serie HBO ha per protagonisti un uomo segnato dalla tragedia e un'adolescente misteriosamente immune. All'indomani di un'epidemia tratteggiata con agghiacciante realismo, gli esseri umani vanno temuti più degli infetti. Il dolcissimo Pedro Pascal, stando sempre un passo indietro, sorveglia Bella Ramsey come farebbe un genitore apprensivo e lascia a lei le scene madri più memorabili. La chimica fra i due garantisce emozioni altalenanti, ma innegabili. Dipinti entrambi con luci e ombre, sacrificherebbero la spasimata cura pur di non cedere ai morsi dell'abbandono? Dappertutto aleggia un senso di tragedia. In nome di un pathos inseguito a ogni costo, episodio dopo episodio, la serie dimentica a lungo andare sottotrame intriganti e comprimari creduti, a torto, importanti. Ma mentre il terzo episodio – parabola sulla persistenza di uno struggente amore gay – ci regala un capolavoro romantico musicato a Max Richter, gli altri finiscono per generare uno strano senso di assuefazione davanti all'ennesima morte, all'ennesimo sacrificio, all'ennesimo morso. Bella ma non bellissima, insomma, questa trasposizione videoludica sfida il luogo comune: agli Emmy è già record di nomination. Ma è realmente la serie dell'anno? (7)

martedì 24 ottobre 2023

Recensione: La coppia felice, di Naoise Dolan


| La coppia felice, di Naoise Dolan. Atlantide, € 18, pp. 272 |

Che fine hanno fatto le commedie romantiche? Il quesito è emerso durante una conversazione fra amici. Si sentiva nostalgia di Meg Ryan e Julia Roberts, dei lieto fine annunciati, dei titoli di coda subito dopo i fiori d'arancio. Che fine hanno fatto gli innamorati noiosamente contenti, che vivono il quotidiano senza spaccare il capello in quattro? Non ne troverete di certo nel nuovo romanzo di Naoise Dolan. Una commedia sofisticata che parte dal coronamento di un sogno d'amore, il matrimonio, per poi trasformarsi in un giallo dei sentimenti in cui tutto è a rischio: cerimonia compresa. I protagonisti dell'autrice irlandese sono l'incubo dei novelli promessi sposi; il dramma dei wedding planner. Tutt'altro che sereni e sorridenti, si raccontano e si lasciano raccontare in un conto alla rovescia arguto e imprevedibile, fatto di liste per punti, tabelle e diagrammi, bozze di giuramenti. Lui, Jake, è un manager traditore e indeciso: "fidanzato trofeo", patisce la distrazione e la freddezza della partner. Lei, Celine, è una pianista troppo assorbita dalla sua professione per badare al resto: indossa sempre guanti protettivi per non rovinarsi le mani e vive similmente anche il sesso. Attorniati da una galleria di parenti invadenti, si defilano quando possono. E, in segreto, minacciano di tagliare la corda prima dell'altare.

La solitudine non era non avere nessuno. La solitudine era l'abisso tra quello che speravi e quello che avevi.

Nel corso della lettura interverranno Phoebe, la pecora nera della famiglia con un fiuto per le bugie; Maria, la ex di Celine; Archie, l'ex di Jake; infine Vivian, gallerista che infonderà saggezza quando tutti minacceranno di perdere il controllo. Come il genere ormai comanda, i personaggi sono tutti bisessuali e multietnici; considerano la fedeltà un retaggio del patriarcato e sono negati nelle scelte. Parlano molto, pensano troppo, vivono l'affanno delle convenzioni sociali. Giurano di amarsi… Ma oggi l'amore è forse abbastanza? Troppo lontani da me, questa volta mi hanno reso arduo empatizzare: li ho osservati a distanza. Stranito, sì, ma col sorriso. Disillusa, amara, eppure esilarante, a un certo l'autrice li fa discorrere di Jane Austen. E quanto mi avrebbe divertito La coppia felice in abiti ottocenteschi, con le sorelle Bennet che parlano in gaelico per spettegolare impunemente e un Darcy queer che tracanna gin tonic per sfuggire alla vita adulta. Dolan omaggia il romance, e poi lo vampirizza per saziare noi millennial affamati d'amore e cinismo. Non esiste una sola anima gemella. Sarebbe quindi tempo sprecato non provarci con tutte, no? Le fedi, girate e rigirate in preda all'indecisione, scaveranno solchi sull'anulare.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: AnnalisaMon Amour

mercoledì 11 ottobre 2023

Recensione: Polveri sottili, di Gianluca Nativo

| Polveri sottili, Gianluca Nativo. Mondadori, € 18,50, pp. 228 |

Cosa sarebbe successo se, in uno dei momenti più struggenti di Persone normali, Marianne avesse seguito Connell? Il secondo romanzo di Gianluca Nativo, quasi a prendere le mosse dal cult generazione di Sally Rooney, parte lì dove molti amori sospesi hanno fine: dal bivio delle relazioni a distanza. Eugenio e Michelangelo, giovani e per questo fiduciosi, credono che saranno l'eccezione alla regola. Continueranno a volersi anche lontani, così come si sono voluti nel corso di un'estate che credevano eterna. Si sono conosciuti in una Napoli deserta, nel limbo dei neolaureati. Nel momento più giusto; in quello più sbagliato. In attesa che il futuro bussasse alla porta, si sono goduti con la lentezza dei pensionati un incanto ischitano fatto di arte e gite fuori porta. La carezzevole lentezza della bella stagione lascia presto il posto alla frenesia dei sobborghi inglesi, lontani dallo spettacolo dei fuochi artificiali e dagli spritz sul mare.

A te in fondo le periferie piacciono. A te piaceva Michelangelo.

Eugenio, specializzando in Medicina, si trasferisce a Londra. Michelangelo decide di seguirlo, ma dopo un po' partirà per Milano, assistente editor presso una brutta casa editrice. Dopo averci raccontato l'iniziazione di un giovane nel mondo delle app d'incontri, Nativo ritorna e fa centro con un romanzo sincero, spietato e universale, scritto con la stessa sincerità di certe canzoni indie. Per stare insieme, oggi, basta amarsi? Vittime di un brutale shock culturale, destinati ai dolori dell'incomunicabilità, i protagonisti sperimentano nuove routine, lunghi silenzi e l'idillio sporadico delle rimpatriate. Più che con le parole, si parlano con le foto WhatsApp. E, di notte, in attesa dei messaggi dell'altro, si addormentano con i cellulari alla mano. Nella mia vita sono stato sia Eugenio che Michelangelo. Ho provato a dimenticare, a dimenticarmi, camuffando invano l'accento e rifugiandomi in un nevrotico schematismo da primo della classe; ma mi sono spesso sentito anche fragile e bisognoso, mediocre, troppo spaesato per rinunciare a farmi guidare.

Non devi seguirmi sempre, vorrei essere io per una volta a seguire te.

Una relazione richiede pazienza, cura, attenzione. Quando si diventa adulti, tocca scegliere: o noi stessi, o gli altri. Questa vita ci vuole distratti e ambiziosi per restare a galla. Questa vita, forse, ci vuole soli. Fra rotture e ritorni di fiamma, i novelli “spatriati” fanno timidi tentativi per essere felici insieme. Simmetrici nell'inquietudine, nei giorni pari si rifugeranno in un nido di lenzuola e dimenticheranno tutto: perfino il Capodanno. In quelli dispari, invece, la nostalgia e la frustrazione li porteranno in aeroporto. Dall'aereo appare tutto più piccolo, sospeso. Sulle nuvole il mondo sottostante è un presepe nascosto da una cortina di smog. È forse possibile non atterrare mai, per eludere questa domanda che incalza: «Dov'è realmente casa?».

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Marco Mengoni – Caro amore lontanissimo

martedì 3 ottobre 2023

Recensione: L'ultima cosa bella sulla faccia della terra, di Michael Bible

| L'ultima cosa bella sulla faccia della terra, di Michael Bible. Adelphi, € 16, pp.135 |

Harmony, Carolina, è costruita sulle bugie. All'apparenza placida e accogliente, è una città in cui il sonno della ragione ha generato mostri. Fra omofobia, razzismo e fanatismo religioso, l'armonia non è di casa. A portarne alla luce le contraddizioni è stato il gesto estremo di un giovane: folle, o forse annoiato. Iggy, l'outsider della scuola, ha tentato di darsi fuoco al centro della chiesa. Non ci è riuscito. Ma nell'incendio sono morte venticinque innocenti. Come si sopravvive a una tragedia? Quando scompaiono, sulla pelle e nella memoria, i segni del fuoco? Crudo, lisergico, eppure delicatissimo, il primo romanzo di Michael Bible edito in Italia racconta una storia in punta di penna, perfetta per coloro che sono stati a Holt con Haruf o a Fabbrico con Camurri.

Eravamo innocenti. Convinti di essere speciali. Sbronzi tutti i weekend al centro commerciale. Il mondo era nelle nostre mani. Non ci importava del tempo. L'amore era una cosa scontata. La morte aveva paura di noi. Adesso abbiamo il grigio nella barba. Il cielo è un livido viola.

Scritto magistralmente, accoglie un coro greco di personaggi segnati dal gesto di Iggy. Ci sono gli ex compagni di liceo, ormai adulti, che fanno raffreddare il caffé mentre mettono a confronto i loro ricordi. C'è un timido bibliotecario che stringe amicizia con una donna in fuga da una setta religiosa, e per mezzo di lei trova un po' di fiducia nel genere umano. Ci sono due vecchi innamorati, divorati da una lontana inquietudine, che si ritrovano dove tutto ha avuto inizio. E c'è, soprattutto, il piromane: nella sua cella attende l'iniezione letale e ripensa. Al magnetismo che l'ha spinto prima tra le braccia di Cleo, poi di Paul; alle droghe, ai superalcolici, ai video morbosi; al desiderio perenne di vincere l'insensibilità attraverso il dolore. Sottilmente collegati, i protagonisti invocano la guerra nucleare come i futuristi del primo Novecento. Annichiliti e affamati, preferiscono l'abisso al nulla cosmico. A Harmony, sanno, non succede mai niente. Non resta che l'omicidio, dunque, per scuoterla alle fondamenta?

Sogno per tutto il genere umano un'utopia in cui l'amore è legale e piove champagne.

Qualcuno va via. Qualcuno torna. Qualcuno la ama e la odia contemporaneamente. Sfondo di un amaro giro di vite, si fa emblema di un Sud bello soltanto nelle canzoni folk. Suggestivo ma sfilacciato, troppo esile nell'intreccio, Bible demitizza e denuncia. Ma salva dall'indignazione generale i tramonti rosso sangue, le stelle cadenti, i fiori del corniolo visti attraverso le inferriate. E se perfino la campana in cima alle torre dell'orologio può tornare a suonare come d'incanto, non sembra troppo tardi per sperare. Nei miracoli. Nell'ultima cosa bella sulla faccia della terra.

Il mio consiglio musicale: Bruce Springsteen – I'm on Fire
Il mio voto: ★★★