sabato 17 dicembre 2016

Recensione: Canto della pianura, di Kent Haruf

"Raymond la guardò. Aveva una folta massa di capelli corvini, il faccino rosso un po' deforme a causa del parto e un graffio su una guancia, e nella sua inesperienza, a lui parve che sembrasse un vecchietto, che somigliasse moltissimo a un nonnetto grinzoso, però disse, Sì, è proprio una cosina splendida."

Titolo: Canto della pianura – Trilogia della pianura
Autore: Kent Haruf
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 301
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Con "Canto della pianura" si torna a Holt, dove Tom Guthrie insegna storia al liceo e da solo si occupa dei due figli piccoli, mentre la moglie passa le sue giornate al buio, chiusa in una stanza. Intanto Victoria Roubideaux a sedici anni scopre di essere incinta. Quando la madre la caccia di casa, la ragazza chiede aiuto a un'insegnante della scuola, Maggie Jones, e la sua storia si lega a quella dei vecchi fratelli McPheron, che da sempre vivono in solitudine dedicandosi all'allevamento di mucche e giumente. Come in "Benedizione", le vite dei personaggi di Holt si intrecciano le une alle altre in un racconto corale di dignità, di rimpianti e d'amore. In particolare, in questo libro Kent Haruf rivolge la sua parola attenta e misurata al cominciare della vita. E ce la consegna come una gemma, pietra dura sfaccettata e preziosa, ma anche delicato germoglio.

                                                La recensione
Due ragazzini, nove e dieci anni, camminano accanto alle rotaie come in Stand by me. Aguzzano le orecchie affinché l'arrivo del treno non li colga impreparati. Si chiamano Ike e Bobby. Sbirciano i gesti proibiti dei grandi, consegnano giornali, si danno ai rapporti di buon vicinato: cercano di non pensare troppo a una mamma che se n'è andata a vivere a Denver. Nel vortice della depressione, pare stia meglio lontano da loro. Tom Guthrie, il genitore che resta, insegna Storia americana: abbandonato, si prende cura dei propri figli, si concede qualche storia di una notte e via e, incorruttibile, s'inimica la famiglia di una mina vagante di studente. Victoria Roubideaux si è innamorata del ragazzo sbagliato, un forestiero, solo perché in pista sapeva muoversi come un dio. Ci ha fatto l'amore sui sedili posteriori di un vecchio catorcio mentre i vetri si appannavano, è rimasta incinta. Messa alla porta dalla madre, accolta provvisoriamente da un'insegnante, trova un inaspettato rifugio a casa dei fratelli McPheron. Fattori da generazioni, hanno più familiarità con le bestie che con il prossimo; ne sanno tanto di giovenche e ben poco di adolescenti ribelli; a tavola parlano di allevamento e raccolto quando non si godono l'uno il silenzio dell'altro. Cosa vogliono due scapoli in là con gli anni da una sedicenne bisognosa? La gente mormora, ma lo strano trio non conosce malizia. E poi c'è Holt, polverosa e ospitale. Immaginaria, ma vivissima. Si ritorna alle storie del compianto Kent Haruf senza aspettare i comodi di Libraccio; si compra d'impulso quelle che restano da leggere. Nelle pagine si cerca lo stesso trasporto di Benedizione, e magari – in tempo di liste e di bilanci, con dicembre agli sgoccioli - la lettura dell'anno. Mi dicevano tante cose di Canto della pianura: per molti, il titolo più bello della trilogia. Mi raccontavano la dolcezza dei fratelli McPheron, e io li ho trovati laconici e affettuosi proprio come mi si assicurava; mi anticipavano uno stile leggermente diverso ma emozioni immutate. Questa volta sono arrivato con la camicia di flanella nei pantaloni e il cappello da cowboy. Questa volta, più a mio agio, ero preparato. Troppo? Ecco che manca, infatti, l'effetto sorpresa. Quel magico senso di ineffabilità. La paura, raccontandovelo, di svelare troppo e troppo poco. 
Questa volta, perciò, parto col presentarvi i numerosi personaggi. Vi racconto cosa ho avvertito e cosa no. Non mi viene voglia, non so, di riservargli un trattamento d'eccezione. Ne parlo positivamente – Haruf resta malinconico, gentile, pacificante – ma senza lo stesso incanto. E mi sento un po' amareggiato. Alla ricerca dei segreti del successo di Benedizione, immaginandomelo impegnato e aulico, mi ero trovato fra le mani un romanzo sorprendente: un capolavoro di semplicità. Avevo sperimentato l'esatto incanto di quelle storie d'altri tempi, che parlano di tutto e di niente al tempo stesso e tu poi non sai come recensirle. Canto della pianura è più drammatico, più ragionato. Più romanzo. La scrittura, lì sobria ed essenziale, si carica di descrizioni particolareggiate e drammi colti in medias res. Carnale e sanguinoso – turbano e annoiano un po', a tal proposito, la cernita delle giovenche infeconde e la scrupolosa autopsia di un cavallo infermo -, celebra la nascita lì dove Benedizione parlava di morte, al capezzale dell'indimenticabile Dad Lewis. 
Sarà che sono fatto a modo mio e ricordo le quiete dipartite meglio di questi inizi turbolenti. Sarà che ho una famosa cotta per i racconti fumosi che parlano di anziani (e alla maniera degli anziani), e a Holt – un paese per vecchi, parafrasando McCarthy – ho seguito commosso l'educazione sentimentale degli attempati McPheron e meno le avventure dei piccoli Ike e Bobby, le bizze tra liceali. Ho amato profondamente gli scenari, i tinelli arredati con modestia e buon gusto del Colorado, il suono che fa. Ma l'emozione è soggettiva, sfuggente, e purtroppo non si è fatta sentire altrettanto. Canto della pianura è una canzone indie folk che sfiora corde risapute – quelle giuste, ormai – e fino alla fine non ti rivela i propri accordi segreti. Si fa inversione di marcia fischiettando l'inciso. Si imbocca nuovamente e prima del previsto la strada che porta in paese. Sterrata, impraticabile, piena di buche. Ma giunto alla meta, seduto sul solito portico, il mal d'auto e la stanchezza vanno via da sé. Ci si gode, così, almeno il piacere di un secondo viaggio non destinato a rimanere l'ultimo. La pace dell'approdo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Bob Marley – Redemption Song

giovedì 15 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: Black Mirror, Rocco Schiavone, Ash VS Evil Dead II

C'è un ricatto in corso per il primo ministro britannico, costretto a fare sesso con un maiale: a rischio, reputazione e rapporti familiari. In un'imprecisata realtà distopica in cui l'esistenza consiste nell'accumulare punti e chilometri pedalando su una cyclette, la storia d'amore tra due timidi prigionieri in rivolta: satira spietata contro talent show e pornografia online, che trasformano ogni sogno, ogni buona intenzione, in stereotipo. Un microcip sottopelle fa un puntuale back-up dei tuoi ricordi: una cena tra amici, per una coppia messa in crisi dal sospetto, si trasforma in ossessione. Un'altra giovane coppia, ma questa volte felice: lui muore in un incidente stradale, lei non si arrende e, complice la tecnologia, lo rimpiazza con un surrogato con le esatte fattezze del defunto. Una donna senza memoria fugge da individui mascherati in un gioco al massacro: c'entrano un orso bianco, un colpo di scena fortissimo, una punizione esemplare destinata a durare vita natural durante. Se la politica è intrighi e corruzione, candidare a mo' di provocazione l'ologramma di un orsetto a cartoni e il comico che lo doppia: il peluche Waldo, sboccato e pungente, è un simbolo che può fare danni in mano alle persone sbagliate. Infine, Jon Hamm e Rafe Spall in una baita nella tormenta, con la neve e le festività lasciate fuori: il primo è una specie di guru, il secondo è una specie di divorziato senza speranza; uno dei due è una specie di bugiardo. Dopo il colpo di fulmine con la terza, ho recuperato all'incontrario prima e seconda stagione di Black Mirror. Le aspettative, alte di per sé, sono state superare. All'ultima ho infatti preferito l'essenzialità di questi primi episodi: nudi, rapidi, spaventosi. Ho trovato quegli elementi di disturbo, l'angoscia più sconvolgente, che a mio dire erano un po' mancati nella stagione che schierava Netflix e nomi altisonanti in campo: non a caso, lì, era la dolcezza di San Junipero a prevalere. Nelle stagioni introduttive, invece, l'ironia britannica, la scrittura perfetta e il piglio indie sono costanti che rendono gli episodi, sebbene autoconclusivi, parte di una visione più coerente. Di certo, più desolante ancora. Vince il no e Matteo Renzi si dimette, ma c'è il politico del pilot che se la passa peggio; chi vorrebbe un pupazzo come presidente, si domandano, e intanto vince Trump; patiscono la solitudine, comprano solo Apple e si confidano a Siri. Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa: opaco, ma non abbastanza da nascondere il futuro che verrà. Come diventeremo, cosa faremo. E quello che, a sorpresa, già siamo. (8,5)

Rocco Schiavone, vicequestore romano, è mandato al nord per punizione. La neve, il freddo, la gente più chiusa e, magari, meno azione. Ad alta quota, chi esce di casa e si mette a uccidere? Cosa può succedere di male in Valle d'Aosta? Lui non ha le scarpe adatte, i cappotti pesanti, né la minima idea di quanto si sbagli. Gli toccherà risolvere un giallo a puntata. Gli toccherà fare i conti con sottoposti insubordinati, donne fatali e personaggi del passato che, dopo un decennio, reclamano vendetta. Ispirato all'omonimo personaggio di Antonio Manzini – autore che, sarà per via della barbosa Sellerio che lo pubblica, non mi aveva mai ispirato -, Schiavone è un segugio burbero, spiantato, politicamente scorretto. In prima serata impreca, fuma sigarette su sigarette, si fa le canne in ufficio: i politici italiani, ridicoli, borbottano. Presso quei canali Rai che ripropongono sempre le solite repliche, sempre i soliti prodotti mediocri, si preannuncia sorprendente e, fino alla fine, rispetta le promesse – caso isolato accanto allo spassosissimo Ispettore Coliandro, giunto ormai alla sesta stagione. I casi, certo, sono modesti: suicidi, rapimenti, traffici illeciti e, nella risoluzione, solo sporadici colpi di scena. Una cronaca nera ritoccata con sprazzi di umorismo dissacrante e risoluzioni raramente consolatorie. La giustizia, a volte, ha torto marcio. Ma c'è Rocco – impersonato da uno strepitoso Marco Giallini – che vede e provvede. Ha metodi poco ortodossi, amanti litigiose. In sei episodi viene fuori il ritratto di un uomo affascinante, scalto e profondamente solo. Piace questo. Che, come nel noir di ogni dove, Rocco sia un personaggio tormentato: un'anima nera che si accende qui e lì, in sporadici gesti di gentilezza, e nei tete-à-tete serali con una dolce, indispensabile Isabella Ragonese. Aiutano la regia cinematografica di uno storico addetto ai lavori, il Michele Soavi del cult Dellamorte Dellamore; lo stesso Manzini, che sforbicia e sceneggia; la presenza di simpatiche macchiette da barzelletta che smorzano i toni. Per Schiavone le chiamate nel cuore della notte, i segreti da svelare, i bandoli dalla matassa di cui venire a capo, sono una rottura di coglioni del decimo grado. Su una scala da uno a dieci, però, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia? (7,5)

Ash è tornato. Dopo tre film cult e una serie tivù ci ha preso gusto. E anche se appesantito, invecchiato, ingrigito, si è messo comodo. Prodotto dalla Starz dello stesso Sam Raimi, dice che il piccolo schermo è a abbastanza grande per il suo ego spropositato e che, su certi canali, a sangue e frattaglie non c'è freno. Dopo una prima stagione esilarante e sanguinosa, rieccolo: ha lucidato la motosega, si è messo una camicia senza macchie e, epilogo sospeso permettendo, va a caccia di demoni. Gli aiutanti sono quelli – Pablo, ricettivo al male, e l'agguerita Kelly –, ma la perfida Ruby è dalla loro parte. La mia famiglia si è radunata con i pop-corn alla mano per l'evento, così come quelle normali faranno per i concerti di Natale sul Cinque. Bruce Campbell fa inversione di marcia e arriva al paesello natale: ha un'ex fidanzata che, nel frattempo, ha messo su famiglia; un padre che tutti credevano morto; la reputazione da serial killer. Nessuno ha dimenticato gli eventi di La casa; nessuno gli perdona il fatto di essere stato l'unico sopravvissuto. Soprannome impossibile da scollarsi di dosso: “Ashy Slashy”. Il male l'ha seguito fin lì. Dimosterà ai coincittadini che si sbagliano, in fondo, sul suo conto?  Ash Vs Evil Dead cambia pelle – letteralmente, c'è un antagonista che scuoia le vittime e ne ruba l'identità –, ma resta lo stesso spasso. Morti coreografiche, comicità pecoreccia, buoni sentimenti per personaggi dalla cattiva reputazione. Gli episodi, cronologicamente collegati, costituiscono i capitoli di un lungo film anni '80. Non mancano le splendide trovate – il viaggio nel tempo per cambiare il destino sfortunato di un personaggio, una puntata che vira con leggerezza al thriller psicologico per farci dubitare così della lucidità del buon Ash –, e gli omaggi non si contano. Questo Necronomicon ha qualche sbavatura insanguinata, a volere essere pignoli; qualche (tempo) morto qui e lì. Le imprese di Ash non deludono, ma a tratti si patisce una certa ripetitività. Manca l'effetto sorpresa. Manca la novità, accanto all'amarcord. Come prendere un finale né troppo aperto né troppo chiuso? Come lo troverà l'anno prossimo la mia famiglia, se il dèjà vu – perdonate la rima – non si decide a regalare qualcosa di più? (7)

sabato 10 dicembre 2016

Recensione: Il maestro delle ombre, di Donato Carrisi

Ma a volte bisogna lavare via il male con il male.

Titolo: Il maestro delle ombre
Autore: Donato Carrisi
Editore: Longanesi
Numero di pagine: 360
Prezzo: € 18,80
Data di pubblicazione: 2 dicembre 2016
Sinossi: Una tempesta senza precedenti si abbatte sulla capitale con ferocia inaudita. Quando un fulmine colpisce una delle centrali elettriche, alle autorità non resta che imporre un blackout totale di ventiquattro ore, per riparare l’avaria. Le ombre tornano a invadere Roma. Sono passati cinque secoli dalla misteriosa bolla di papa Leone X secondo cui la città non avrebbe «mai mai mai» dovuto rimanere al buio. Nel caos e nel panico che segue, un’ombra più scura di ogni altra si muove silenziosa per la città lasciando una scia di morti… e di indizi. Tracce che soltanto Marcus, cacciatore del buio addestrato a riconoscere le anomalie sulle scene del crimine, può interpretare. Perché Marcus è sì un prete, ma appartiene a uno degli ordini più antichi e segreti della Chiesa: la Santa Penitenzieria Apostolica, conosciuta anche come il tribunale delle anime. Ma il penitenziere ha perso la sua arma più preziosa: la memoria. Non ricorda nulla dei suoi ultimi giorni, e questo dà un enorme vantaggio all’assassino. Soltanto Sandra Vega, ex fotorilevatrice della Scientifica, può aiutarlo nella sua caccia. Sandra è l’unica a conoscere il segreto di Marcus, ma ha sofferto troppe perdite nella sua vita per riuscire ad affrontare nuovamente il male. Eppure, qualcosa la costringe a essere coinvolta suo malgrado in questa indagine... Ma il tramonto è sempre più vicino, e il buio è un confine oltre il quale resta soltanto l’abisso.

                                                La recensione
Una misteriosa bolla papale, una paura inconscia: vietato lasciare al buio la Città eterna. Cinquecento anni fa, Leone X ordinava che le strade della capitale fossero illuminate a giorno dopo il tramonto; scongiurava il sopraggiungere delle tenebre – e dei loro sudditi. Cosa temeva nel profondo? Cosa nascondeva negli esigui confini di Città del Vaticano, piccolo albergo per grandi segreti? L'invenzione dell'illuminazione elettrica ci ha fatto dimenticare l'enigma della bolla pontificia e l'ancestrale fobia del buio. Un semplice scatto dell'interruttore, e i mostri spariscono. Le telecamere a circuito chiuso puntate ogni dove, e il desiderio di delinquere va a dormire. I crimini si consumano nei coni d'ombra. Dove il bagliore dei lampioni non arriva. E se per dodici ore retrocedessimo in un Medioevo senza tecnologia? E se la folgore si abbattesse su una centrale elettrica e, in una proverbiale notte buia e tempestosa, i timori dimenticati di Leone X diventassero realtà? 
A Roma scende il crepuscolo. Un drappo nero di nebbie e nubifragi, sotto il quale covano l'omicidio e l'anarchia. Ci si domanda a quanto ammonterà la conta delle vittime all'alba. Ci si prepara a venire a capo degli infiniti atti di vandalismo, delle sommosse contro le forze dell'ordine, delle liti domestiche sfociate in tragedia: indisturbati, irriconoscibili, ci si sente giustificati a peccare. Per Marcus - cacciatore del buio in abito talare, vecchia conoscenza – c'è molto di più in ballo. Si è risvegliato nudo e ammanettato, con una chiave nello stomaco. Soprattutto, senza memoria: la cicatrice sulla tempia racconta una passata amnesia, un colpo di pistola a tradimento che già una volta l'ha visto sopravvivere per miracolo. Tirarsi fuori da un pozzo senza fondo come in un capitolo di Saw non è però che l'inizio. Lo tormentano i ricordi mancanti, notazioni sparse che ha scritto di proprio pugno, omicidi rituali che partono dalla sparizione del piccolo Tobia Frai e arrivano a lei, l'immancabile Sandra. La fotorilevatrice, adesso addetta all'ufficio passaporti, ha collaborato due volte con il penitenziere e due volte ha detto addio agli uomini che amava: rischia di innamorarsi anche di Marcus – e dunque di perderlo –, se il tempo stringe, la luna concilia e l'orrore li stringe forte. Dopo Il tribunale delle anime e Il cacciatore del buio, galeotta è nuovamente Roma. Dopo La ragazza della nebbia, parentesi a mio dire non del tutto convincente, l'adorato Donato Carrisi torna al thriller esoterico dai toni concitati e dai meccanismi perfetti, con il terzo capitolo di una saga inaugurata più di qualche autunno fa. 
Questa volta è una partita a mosca cieca: Marcus e Sandra indagano a tentoni fra reti fognarie e palazzi signorili abbandonati, imbattendosi nelle vittime sacrificali della Chiesa dell'eclissi – con loro, ora a redarguirli e ora a stanarli, il cardinale Erriaga, il vizioso ispettore Vitali e uno storico serial killer che, da dietro le sbarre, conduce le danze come Hannibal Lecter. Questa volta c'è una Roma inedita, con vista sull'apocalisse: il Tevere trabocca, i ratti abbandonano le fogne, l'alluvione e il caos spazzano via l'arte in ondate alte e dense. All'ombra della ruota panoramica dell'EUR si celebrano le messe nere. Architetto di una catastrofe assolutamente plausibile, un inarrivabile giallista che tra sé e sé si domanda: se Roma non è stata costruita in un giorno, la si può forse distruggere in una notte di bagordi? Il maestro delle ombre è una corsa dai minuti contati. Muscolare, fulmineo, drastico. Originalissimo; non il migliore. Non bastano comunque i piedi lesti, non ci si limita a uno stile senza sbavature che sta perfettamente al passo con l'avventura: Carrisi – folle, figo vero – demolisce la città più bella del mondo in un romanzo dotato di una sconvolgente potenza visiva. È un assedio che dura dal tramonto all'alba. Spiace solo che, costretti a ritmi vertiginosi e sopraffatti dagli eventi, i protagonisti non abbiano un attimo per dirsi e raccontarsi. Che Carrisi – magico aedo d'altre epoche in La donna dei fiori di carta – strizzi l'occhio al cinema regalandoci, qui, qualche pagina bella di meno. Che questa deleteria lezione finisca troppo presto. Ma il sole, tanto, non scaccia i fantasmi: svela l'intensità dei danni, accentua i chiaroscuri e spunta lassù, facendosi beffa di chi non c'è. Il maestro delle ombre ti lascia boccheggiante, col fiatone: in attesa di non sai cosa. Ti manda in corto circuito. Tutte le strade portano a Roma, recita il detto. E le intasano ingorghi, code chilometriche, colonne di fuoco, se la pioggia battente e il blackout spengono le luci e, di colpo, riaccendono l'odio.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Bastille – Of The Night

giovedì 8 dicembre 2016

Mr. Ciak: Captain Fantastic, Miss Peregrine, Sully, Elle

Un cervo bruca nel fitto degli alberi, preda di un giovane cacciatore che gli si avventa addosso armato di coltello. A detta del padre di lui, tutto orgoglioso, è così che si diventa uomini. La famiglia del ragazzo ci appare infangata, primitiva, sanguinaria: fuori dal mondo, fuori dal tempo, in realtà vive nei boschi di una America contemporanea. La città è a un tiro di schioppo, ma loro – sette in tutto - preferiscono procacciarsi il cibo a mani nude; dormire sotto le stelle; prendere esempio da un capo tribù che è un genitore provetto. Ben, patriarca che ha preferito la vita selvaggia ai vincoli del consumismo, si prende cura dei figli – adolescenti in fiore i cui nomi, unici al mondo, sono prova di un ennesimo atto d'egoismo e d'amore – senza la sua compagna: bipolare, di educazione borghese, la donna era il peggior nemico di se stessa. L'ha fatta finita in un ospedale psichiatrico, e Ben non ne ha fatto un mistero. Si sono messi in marcia per le sue esequie. Vestiti a festa, sono pronti a celebrarne il ricordo abbandonando la campagna a bordo di un camper. Il fuori avrà per loro, bizzarri e non al passo, parole gentili? C'è un lirismo francescano o semplice pazzia nella schiettezza di un vedovo per cui tutto – il sesso, la violenza, la fatica – è natura? Captain Fantastic e i suoi ragazzi sono felici così. Certo, non sono i libri letti all'ombra dei falò a rendere tale un'educazione. Certo, ogni tanto avvertono la mancanza di una casa e di una figura femminile, ma sempre famiglia è. Hanno loro stessi, il bosco, e tanto basta. Ritratto di una gioiosa pace dei sensi, la commedia indie di Matt Ross promette e dà le lacrime e le risate che spettano al Sundance e alle famiglie “infelici a modo loro”. Gli si invidiano la prontezza di spirito, le facce pulite, la gioia di vivere; alle commemorazioni si intonano i Guns N' Roses e si rispettano le donne così tanto da chiedere loro la mano al primo appuntamento. Di uno straordinario e arzillo Viggo Mortensen addito dalla poltrona gli errori – risoluto, si è mai posto domande a proposito dei desideri altrui? - e dalla poltrona guardo mio padre, che è solo e coraggioso uguale, e dico che ci sono scelte dettate dal sangue. Si fuggiva dalla cella di Room per scoprirsi più prigionieri all'esterno. In Captain Fantastic, invece, si fa breve ritorno al conformismo, agli orizzonti industriali, e mancano il completo da funerale e il pudore. Ma il dolore non porta cravate strette e l'affetto non costruisce campane di vetro. Questi Gallagher naturisti si mettono in discussione, scoprono la bellezza delle mezze misure, non si trasformano in ciò che odiavano – pallidi conservatori, musica triste. Dicono addio e cambiano aria. Coi toni di Little Miss Sunshine, illuminanti e presissimi, comprendono che all'addiaccio o sotto un tetto, ovunque si trovino, è la famiglia che fa casa. (8)

Nutrivo scarse aspettative per la trasposizione cinematografica di Miss Peregrine – il da me desideratissimo Riggs, infatti, non mi aveva colpito  – ed esagerate, al contrario, per il ritorno di un Burton a corto di ispirazione ormai da un po'. Tra fotografie inquietanti, toni cupissimi e Hogwarts impenetrabili, il romanzo era pronto. Nei risvolti di copertina, in tempi non sospetti, si sprecavano già i paragoni con il creatore di Edward mani di forbice. Non poteva dirigerlo nessuno se non lui. In libreria si era rivelato un titolo dal fascino straordinario ma con poca sostanza. L'occhio, però, aveva avuto la sua parte. Miss Peregrine si avvaleva di un lato visivo splendido di per sé: Burton ci avrebbe aggiunto i dettagli creepy, i merletti, l'accento regale di Eva Green. Perché il dinoccolato Asa Butterfield avverte i pericoli che minacciano un'isola del Galles sospesa nel tempo? Le doti dei giovani allievi, guidati da una Mary Poppins in nero, basteranno a respingere gli attacchi delle creature di un pessimo L. Jackson? Dal romanzo, la nuda impalcatura. Burton, di suo, mette gli arredamenti e il carattere che mancava tra le pagine, ma la storia – a tratti confusa – mantiene le sue fragili fondamenta. Il regista la ritocca, ad esempio nel finale parzialmente risolutivo, e la migliora. La spettacolarità di talune trovate – la nave sommersa, il treno degli orrori, gli occhi cavati – incanta lì per lì; ma benché simbolo degli emarginati, dei fuori posto tanto cari al Burton prima maniera, ai “bambini speciali” continua a mancare qualcosa. Miss Peregrine non è il grande ritorno sperato, né una cocente delusione: una diplomatica via di mezzo, piuttosto; un intrattenimento gradevolissimo che non lascia il segno. Stesso limite di un romanzo introduttivo che, a distanza di pochi mesi, già non ricordo più nel dettaglio. Come tra le pagine, anche qui si ha l'impressione che la vicenda decolli tardi e poco. Che quello di Jacob e dei suoi amici strampalati sia un volo che non porti molto lontano. La magia, presente all'appello, non ti segue oltre l'orario di lezione. (6,5)

Nel gennaio di sette anni fa, un aereo tentava un ammaraggio sul fiume Hudson. Nessuna vittima a bordo, un solo uomo da celebrare: Chesley Sullenberg, pilota a un passo dal pensionamento, esempio di freddezza e straordinaria prontezza di riflessi. Accanto agli scontati plausi, anche controversie impreviste: stando a molti, l'arzillo comandante avrebbe avuto una valida alternativa. Tutti i requisiti per far ritorno all'aeroporto di LaGuardia senza drammi. Sully, dettagliata ricostruzione dello spettacolare atterraggio e delle imprevedibili conseguenze che ebbe, è un ritratto parziale di un eroe dei giorni nostri. Un uomo schivo, onesto, pieno di dignità, finito nell'occhio del ciclone: salvarsi – salvare le centinaia di anime a bordo – non è stato infatti che l'inizio della sua personale crociata. Indagano, sperando che ammetta dipendenze e scheletri nell'armadio come Denzel Washington in Flight. Fanno domande e studi, convinti che a farlo agire così non siano stati solo l'istinto di conservazione e la paura. Un Tom Hanks dal baffo candido interpreta il ruolo con la naturalezza e gli occhi gentili che conosciamo. Dirige Eastwood, cantore di storie vere e patriota ostinato: meno indigesto che nel bellicoso American Sniper, confeziona con Sully un dramma che comunque risulta troppo freddo, troppo cronachistico. Resoconto castigato e di parte – non ci sono mai dubbi sull'operato di Sullenberg –, resta asciuttissimo nonostante l'Hudson in piena e la minaccia vaga della commozione. Ho stimato profondamente l'uomo, ho odiato il tentativo di cercare il cavillo tecnico dietro il miracolo, ma tutto – aereo, emozioni – resta in superficie. Come nel caso del reduce di guerra che sentiva gli spari, nel sicuro della propria casa. Come nel caso di questo pilota di cui mi avrebbe suggerito altrettano, forse, un qualsiasi servizio giornalistico. La critica e le sale americane applaudono. Io ci ho visto una ricostruzione attenta e una storia che ispira. Basteranno sì: ma, ancora una volta, non impressionano. (6)

Michèle, produttrice di videogiochi, ha sessant'anni meravigliosamente portati, un figlio che le ha rivelato che presto diventerà nonna e una ristretta cerchia di conoscenti. Nella scena d'apertura, un uomo in passamontagna s'intrufola nella sua villetta che dà su un perfetto quartiere borghese: la violenta brutalmente sul pavimento. Lei si alza e, senza colpo ferire, continua la sua giornata come se nulla fosse: a cena, confesserà distrattamene lo stupro subito. Elle, a metà tra la commedia nera e il noir, stranisce dall'inizio alla fine. Non si evolve diventano una classica storia di vendetta. Non indaga la psicologia ferita di una donna che si rifiuta di denunciare l'aggressione alla polizia, di dirlo a voce alta. Diretto da un arzillo e inaspettato Paul Verhoeven – settantottenne olandese dalla carriera ondivaga che, tra un Basic Instict e un Atto di forza, dieci anni fa, aveva inserito il riuscitissimo Black Book –, la pellicola ironizza su traumi, nevrosi e ipocrisie. Tutt'altro che seria e rigorosa, ha un umorismo sottile e un eros oscuro. Cosa passa in testa a una distaccata e sensuale Isabelle Huppert, interprete coraggiosa e abituata ai ruoli scabrosi? Leggera, ambigua, elegantissima, dà un'anima malata e un corpo statuario a una protagonista sfuggente e maliziosa: il padre in carcere, per scontare delitti indicibili; la madre, fragile e un po' patetica, avvinghiata a un gigolò; il figlio, cieco davanti al palese tradimento della compagna; gli amanti occasionali, la migliore amica ingannata, il vicino di casa spiato e bramato. Manca un equilibrio, a tratti. E manca un punto, una riflessione, a queste due ore che ti irretiscono mantendo sveglia la curiosità. Non si capiscono le reazioni di causa-effetto né i moventi. Lo si sbirgia a occhi socchiusi, tra riso e pietà: un male esserne divertiti, in fondo? Elle è ambiguo, irrisolto, ma affascinante: accontenta tutti coloro che per natura sono un po' voyeur, intrigati dalle devianze altrui, e quelli che apprezzano un cinema francese che non taglia fuori le attrici più agée e mostra il sesso più strano, le tentatazioni più indicibili, senza inciampare nell'orlo della volgarità. (7)

martedì 6 dicembre 2016

Recensione: Rosemary's Baby, di Ira Levin

Finora il dolore era stato dentro di lei.
Ora era lei dentro al dolore.

Titolo: Rosemary's Baby
Autore: Ira Levin
Editore: Sur – BigSur
Numero di pagine: 253
Prezzo: € 16,50
Sinossi: Guy e Rosemary Woodhouse sono una giovane coppia di sposi. Lui è un attore, in attesa della sua grande occasione; lei sogna una normalità borghese fatta di sicurezza economica, una bella casa, tanti figli. Dopo lunghe ricerche hanno trovato un appartamento nel Bramford - uno storico palazzo nel cuore di Manhattan, circondato da un alone di prestigio sociale ma anche da sinistre leggende - e di lì a poco la loro vita sembra arrivare a una svolta: Guy ottiene una parte in un'importante commedia e Rosemary resta finalmente incinta del primo figlio. Ma non tutto è destinato ad andare per il verso giusto. La gravidanza di Rosemary viene turbata da premonizioni e incubi notturni, da inspiegabili dolori addominali e strani incontri, e soprattutto dall'invadenza di due vicini, troppo premurosi per non risultare sospetti... Pubblicato per la prima volta nel 1967 e portato sul grande schermo da Roman Polanski, con Mia Farrow nel ruolo della protagonista, "Rosemary's Baby" è una delle grandi storie di mistero della nostra epoca, ma anche una godibilissima commedia che, dopo aver fatto entrare il Male nelle nostre case, ci aiuta a esorcizzarlo con la grazia di un semplice sorriso.
                                              La recensione
Un appartamento nel Bramford. Un sogno che si realizza. E, tra le pagine e nei pensieri, un incubo che comincia. Quel palazzo gotico al centro di Manhattan – una struttura antica e imponente, che resiste come può agli urti della mondanità – è confort e status symbol. Perfetto per una famiglia che si spera, un giorno, contenta e popolosa. Guy e Rosemary Woodhouse prendono in affitto un appartamento liberatosi all'ultimo momento. Lo svecchiano con un'abbondante mano di pittura e un arredamento alla moda. Ritinteggiano, lucidano, spazzano e, stanchi e orgogliosi, si accomodano al centro del loro nido. Lui è un attore che campa di sporadici spot pubblicitari, pièce di scarso successo, televisione. Lei, di dieci anni più giovane, interpreta la sposina che non pensa a nulla se non alla pulizia, ai pranzi e alle cene, alla cura degli arredi. Sembra una storia d'amore. Il ciclo salta, la pancia cresce; si farnetica di nomi e si fanno telefonate ai parenti lontani. Ma ci sono segnali che mettono in allerta. 
Un amico fa un inquietante catalogo dei delitti e dei misfatti commessi tra quelle mura; una ragazza si suicida lanciandosi dal settimo piano; le feste private dei dirimpettai, con suoni stridenti e candele nere, tolgono il sonno e la lucidità. Rosemary's Baby è la storia di una gestazione e di una madre sempre sul chi va là. Una ragazza di provincia dalla fede vacillante che segue con curiosità l'accoglienza del papa a New York e, sommersa d'un tratto di attenzioni, comincia a guardare con sospetto quei vicini che hanno stranamente preso a cuore il suo destino. I coniugi Castevet, anziani e altolocati, coccolano Rosemary con tisane asprigne e la ammantano di misteriosi amuleti, mettono una buona parola con il ginecologo che segue i rampolli delle élite. Solleticano la vanità dell'insicuro Guy, che inizia a farsi valere ai casting. La gente muore però. Rivali, malparlieri e cattivi confidenti si svegliano ciechi o piombano in un coma irreversibile. All'improvvisa fortuna dei Woodhouse rispondono in rima baciata le disdette altrui. L'insonne e sovreccitata Rosemary ha strane voglie – carne appena scottata, sanguinante –, qualche dolore intercostale, tanti sospetti. Il neonato cresce. Insieme a lui, l'angoscia e un connaturato senso di protezione. Difenderlo a ogni costo: e da chi? Scappare: e dove, se realtà e immaginazione si confondono, tutti sono potenziali complici e il bambino scalcia per venire subito al mondo? 
Leggevo la ristampa di Danse Macabre, densa e rigorosa enciclopedia dell'orrore firmata da Stephen King e mi ha colto il desiderio di recuperare in quattro e quattr'otto il capolavoro del dimenticato Ira Levin, sentendolo elogiare. La voglia c'era da un po'. Quella, e la sensazione di sperperare tempo prezioso con una vicenda famosissima. Quali retroscena aveva da svelarmi? Perché rispolverare un romanzo con cinquant'anni di ritardo, con il ricordo della fedele trasposizione di Roman Polanski e quello fresco ma ingannevole della dimenticabile miniserie con una Rosemary olivastra all'ombra della Torre Eiffel? Su carta, Rosemary's Baby non invecchia. Teso, teatrale, sarcastico, è un evergreen che mezzo secolo dopo rinnova l'inquietudine. Anche se il bambino del mistero, nel mentre, ha avuto tutto il tempo per farsi uomo. Anche se alcune sequenze – una fragile Mia Farrow che entra in scena con il coltello in pugno, la minacciosa orgia della notte del concepimento –, si sono sedimentate nei ricordi e non vogliono lasciarci leggere in pace. In poco più di duecento pagine, nove mesi di ansie e un futuro di incertezze – c'è anche un seguito, Son of Rosemary, purtroppo o per fortuna mai tradotto. E, fino all'ultima, domande di cui già conosci la risposta. Satanismo o depressione pre-parto? Superstizione o isteria? Ira Levin, e capiamo facilmente l'adorazione nutrita da King, mette però tutto in forse: essenziale, secco, sibillino. Sottovalutato maestro della suspance. Sapevo cosa sarebbe stato della protagonista, narratrice inaffidabile e incubatrice dell'incubo supremo. Sapevo quale componente, tra il thriller psicologico e l'horror mefistofelico, avrebbe avuto la meglio. Eppure ci si avvicina a passi lenti, con il cuore in gola, per scoprire il sesso e l'indole del neonato che si muove nell'angolo della camera da letto. In una culla d'onice, sotto un velo nero. Quando il calendario dell'Avvento ha ormai esaurito le sue pagine. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Krzysztof Komeda - Lullaby

sabato 3 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: The Young Pope, Fleabag, You're the Worst - Stagione 3

Il Papa giovane conquistava, con l'angelus in apertura in cui si schierava a favore dell'aborto e delle unioni civili. Ma era solo il sogno ad occhi aperti di un quarantenne capitato per caso sul soglio pontificio. Pedina manovrabile, si rivelava poi un osso duro. Bello come Gesù, non si concedeva ai fotografi. Previdente, raccoglieva confessioni nerissime per ricatti e tornaconti personali. Il colpo di testa iniziale era solo lavoro d'immaginazione: e il resto? Lenny Belardo è un santo o un diavolo? Il suo pontificato è una farsa? Sorrentino ci è o ci fa? The Young Pope ha un inizio sorprendente, soprattutto se i manierismi e i vezzi del nostro regista poco li si tollera. Prende un sulfureo Jude Law, attore non più sulla cresta dell'onda, e lo consacra. Prende la Chiesa Cattolica, istituzione di dubbia limpidezza, e ne scandaglia i meccanismi segreti. Tutt'intorno, personaggi che il nostro Papa lo allisciano e lo sabotano: Diane Keaton, guida spirituale che sostituisce una figura materna latitante; uno strepitoso Silvio Orlando, più interessato alla formazione del Napoli che al suo gregge; le biondissime Cécile De France e Ludivine Sagnier, la prima scaltra addetta stampa e la seconda moglie di una guardia svizzera; Javier Càmara, a New York per incastrare chi la Chiesa la infanga commettendo violenza, e uno Scott Shepherd che in Honduras fa vita lussuriosa. Un cast in forma smagliante e un perfetto capomastro, eppure spesso fa capolino il Sorrentino che non capisco: se la vestizione di Lenny con I'm sexy and I know it in sottofondo ha del geniale, se Nada ringrazia per un suo pezzo passato inosservato e rispolverato qui dall'accorto regista campano, meno riconoscenza e meno stupore vanno a una scrittura fiume che, al solito, sconfina qui e lì nel kitsch. Mi sono parse ridicole – non so se volontariamente o non – le tresche di Dussolier con la conturbante consorte di un immaginario narcotrafficante; si arriva alle puntate conclusive, purtroppo non all'altezza delle prime, curiosi e un po' stanchi. Paolo Sorrentino non perde la sua infondondibile cifra stilistica: qualcuno se ne rallegra, io non troppo. Impossibile però, pur avendo storto a tratti il naso e nutrendo più dubbi sul suo finale che sull'esistenza dello stesso Dio, non riconoscergli innumerevoli meriti: monologhi e dialoghi potentissimi, quando non abbondano i silenzi o le canzoni pop; una direzione impeccabile e il coraggio dei folli; memorabili scene madri (la preghiera silenziosa sul fondo di una piscina, o quella tra il rombare dei camion). L'egocentrico Sorrentino racconta l'umanità di un Pontefice che somiglia un po' a Bergoglio, un po' a Luciani, un po' a Ratzinger, ma The Young Pope è tale e quale a lui: supponente, misantropo, strabordante. Crederci è un atto di fede. Non apprezzarlo – soprattutto se in dieci ore complessive, da spettatori profani, c'era da temere maggiori stranezze – è peccato mortale. The Young Pope non ha convertito appieno uno scettico come me - se si parla di religione, se si parla di presunto cinema d'autore. Ma nonostante i nostri reciproci peccati - ermetico lui, in compagnia di un fondatissimo pregiudizio io – è gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII. (7,5)

La protagonista senza nome è una trentenne non particolarmente fortunata in una Londra non particolarmente ospitale. Proprietaria di un bar la cui attrazione principale è un porcellino d'india, abbandonata da una socia in affari morta suicida, la ragazza – single, anaffettiva, sarcastica – si dipana tra relazioni di una notte e via, imbarazzanti cene in famiglia, tentativi disperati di salvare dal fallimento quell'attività in cui ha investito tempo e speranze. Poco appariscente, sempre su piazza, accoglie nel proprio letto amanti occasionali che, dopo la sveltina, hanno sempre di meglio da fare. Sua sorella, madre di famiglia, al contrario, è la perfetta donna di casa. Fleabag è immatura e sola, ma ci ride su. Si concede e non pensa al futuro. Nei suoi sguardi in camera, tanta simpatia ma un fondo d'amarezza. Sboccata, leggera, irresponsabile, ci apre per venti minuti a settimana le porte della sua vita a un bivio. E fa morire dal ridere, con l'umorismo nero di Catastrophe e gli spunti di un Girls londinese, ma c'è altro. Tra siparietti e amplessi, il pensiero fisso all'amica scomparsa. C'è un segreto, un dolore, che la protagonista tiene infatti per sé. Fleabag potrebbe essere la comedy rivelazione di questo 2016. Ha un'ironia che adoro, un formato che non annoia e, soprattutto, una protagonista perfetta. La giovanissima Phoebe Waller-Bridge, anche autrice, ha un viso davanti al quale è impossibile restare seri: anche affascinante a modo suo, con un accento che rende perfino i brutti anatroccoli irresistibili, ha un'espressività – penso a Rowan Atkinson, a Leslie Nielesen – straordinaria. Purtroppo, sei episodi son pochi. E finisce senza che tu te ne accorga, quasi. La settimana successiva ero lì che, invano, ne aspettavo un altro. In attesa che la Waller-Bridge ritorni, con il suo trucco a pezzi e la sua tragicomica vita privata, con un segreto messo finalmente a nudo, si aguzzano le orecchie in attesa di un ronzio. Chi avrebbe mai detto che avrei aspettato con tale impazienza l'arrivo di una dolce parassita? (7)

Nella miriade di comedy che ho sedotto e abbandonato, You're the worst – che eppure parla di due amanti allergici alla serietà, alla relazioni a lungo termine – ha avuto un destino ben diverso. Mi fa compagnia da tre anni. La prima stagione, sexy e innovativa, era una commedia rosa che abbracciava un intero spettro di colori. La seconda, più riflessiva, mostrava i protagonisti a un bivio: si rimaneva amici di letto anche nella cattiva sorte? Si finiva con un ti amo, quella volta lì; con la voglia di non scappare a gambe levate dall'altra parte. Jimmy e Gretchen sono tornati con l'estate che finiva. Con loro, un Edgar che tenta la strada dello youtuber e cura i suoi traumi di guerra con la scusa della marijuana terapeutica; una Lindsday sempre irresponsabile e svampita che, in dolce attesa, si riprende il vecchio marito e propone di aprire la camera da letto a un terzo incomodo. Jimmy, romanziere dall'eterno blocco, scrive recuperando il tempo sprecato: l'improvvisa morte del padre, uomo profondamente odiato, da una parte lo motiva e dall'altra gli dà nuove rogne. Voleva diventare autore di best-seller e trasferirsi in America solo per fargli un dispetto? Gretchen, in cura da un'analista a cui rivolge insulti su insulti, uscita dal baratro, prova a essere una buona compagna e un'amica affidabile: difficile, se non addirittura impossibile, abbandonare il suo sregolato, consolidato modus vivendi. Stessa squadra vincente, stesso umorismo pungente, meno ammiccamenti e più responsabilità in ballo. Ma questo nuovo appuntamento con You're the worst, nonostante i suoi tredici episodi complessivi, non porta purtroppo a nuove svolte. Si sorride e, qui e lì, se gli episodi contemplano le vicessitudini di personaggi secondari che poco abbiamo a cuore, li si salta per noia. L'inglesino Chris Geere e l'adorabile Aya Cash non maturano, eludendo per il terzo anno consecutivo doveri e scadenze. Quando si passa da impegnati a fidanzati ufficialmente? Quando si cresce? Se non si va né avanti né indietro, perché allora non ci si lascia per sempre? La serie di Stephen Falk resta realistica, cinica, brillante. Nel male, la solita. (6)

giovedì 1 dicembre 2016

Recensione a basso costo: Io non sarò come voi, di Paolo Cammilli

I luoghi hanno i colori degli occhi che li abitano.

Titolo: Io non sarò come voi
Autore: Paolo Cammilli
Editore: Pickwick – Sperling & Kupfer
Prezzo: € 9,90
Numero di pagine: 337
Sinossi: A Lido di Magra, un paesino di poche anime e una manciata di case a qualche chilometro dalla Versilia, il mare c'è, ma solo d'estate. Perché la vita da queste parti dura il tempo di una stagione. Fabio Arricò, figlio di un cavatore appena licenziato dalle derive della crisi, è un ragazzo normale. Ma a diciassette anni, essere normali signifi ca fare quello che fanno gli altri, adeguarsi alle scelte del gruppo anche se capisci che sono sbagliate. Il gruppo, però, ha un punto debole e si chiama Caterina Valenti. Lei è tormentata, agguerrita e irriverente. Troppo bella e irriguardosa per non innescare un ambiguo corto circuito. Sorda al sentimento che Fabio si rifi uta di confessarle, ma che neppure riesce a nascondere. Di più. C'è qualcosa nel suo sguardo che svela uno strano piacere nell'umiliarlo e farlo soffrire. Come se avesse qualcosa da fargli pagare. Gli adulti, un campionario di fi gure umane comiche e inconcludenti, arrivano sempre tardi. In questo piccolo mondo nel quale sonnecchiano esistenze comuni, si soffre, si ama, si lotta ma sempre nel modo sbagliato. Prima ferendo, poi nascondendo la faccia. E il risultato, un congegno a orologeria che si carica con la frustrazione, è l'odio più incontrollato, quello che trascina a fondo. Quello che ti obbliga a ideare una notte di violenza inaudita ai danni di chi non può difendersi. 

                                         La recensione
Ci sono uomini che ti desiderano per sempre. Anche se sono sposati, innamorati. Anche se hanno dei figli. Anche se sono felici e sanno benissimo che li trafiggerai per l'ennesima volta, iniettando nuova infelicità. Ti vorranno per sempre.
Una ragazza nuda, insanguinata, percossa, invoca la morte in una catapecchia sul mare da cui nessuno può sentirla gridare. I suoi aguzzini sfilano in parata davanti a lei. Le strappano il piercing dal labbro, la biancheria intima, un nuovo gemito. Lei, che stringe i denti e non piange, li conosce uno ad uno. Un salto all'anno prima, e conosciamo così il volto dell'estate a Lido di Magra. Sospeso nel tempo e nella calura, il paesello toscano ha una manciata di abitanti e nessun segreto: si cresce insieme, spesso ci si sposa e, tra un tiro a biliardino e una festa in spiaggia, nascono le rivalità e gli amori. Fabio Arricò, campione di calcio balilla umiliato nella partita della vita, ha diciassette anni, tanta voglia di scappare via e un sentimento non corrisposto per Caterina Valenti: sensuale coetanea, maestra di illusioni e cuori infranti, talora lo asseconda e talora lo ignora platealmente. Semplice indifferenza o è una vendetta, la sua? Dieci anni prima, qualcosa non è andato per il verso giusto tra le loro famiglie: la sorella di Fabio, traditrice di natura, ha ammazzato i sogni e i desideri del fratello di Caterina, fuggito con la coda tra le gambe non si sa dove. In una stagione in cui si trasgredisce e si complotta, Osvaldo Valenti fa ritorno all'ovile: il dongiovanni stabico, vanaglorioso ma onesto, ha sbarcato il lunario come maestro di ballo e infine è tornato dove tutto è cominciato per un misterioso appuntamento galante. Spera di non rivedere l'indimenticata Katia, o forse sì. Io non sarò come voi, secondo romanzo del fortunato Paolo Cammilli, è una lettura doverosa per chi ama i racconti corali di Niccolò Ammaniti e Fabio Genovesi. O così mi si diceva. Tra le pagine: una simile baraonda di personaggi bizzarri; la tragedia sotterranea di Ti prendo e ti porto via e la Versilia di Chi manda le onde; toni sboccati e sanguigni che, a volte, conoscono una sorprendente dolcezza. Ambientato nella sonnolenta provincia italiana e condannato a un epilogo che già in apertura si preannuncia disturbante, Io non sarò come voi rispecchia effettivamente i miei gusti e il mio sangue freddo. 
Ne ho apprezzato la crudezza, i comportamenti sopra le righe, le figure popolose raccontate nelle infinite digressioni. Quella goliardica leggerezza pronta alla conflagrazione. Eppure, nelle prime cento pagine, l'irritazione voleva quasi farmelo abbandonare: cosa si era inventato questo Cammilli, che si ispirava alla cronaca nera e infarciva il suo linguaggio di discutibilissimo televisionese? Cosa raccontava che Ammaniti non avesse già raccontato vent'anni prima? Gli stessi figuranti esagerati e tragicomici, figli o fratelli dell'indimenticabile Graziano Biglia; gli stessi barbari riti di iniziazione che, a tempi alterni, rendono i protagonisti adorabili e odiosi. Mi piace mettermi emotivamente alla prova. Mi piace, quando mi fisso con un autore, conoscerne altri mossi da istinti e ispirazioni speculari. 
Però Io non sarò come voi non mi piaceva, e so anche perché: somigliava un po' troppo ai suoi modelli di riferimento e l'idea di una copia carbone mi dava noie. Ho cambiato opinione leggendo. Entrando in una logica, quella del branco, che fa digusto e paura. Mentre Osvaldo si confronta con il suo passato e il destino beffardo rende tutto un lungo dèjà vu, il timido Fabio – allevato da un padre razzista e manesco, rifiutato dall'amata compagna di scuola, anticonformista in teoria e omertoso in pratica – tira cocaina dal naso e sassi dal cavalcavia, trasformando la sua cotta in un massacro. Proprio quando l'indecifrabile, complicata Caterina capisce in cuor suo che potrebbe amarlo. Avevo appuntato su un foglio volante tutti i difetti, ed erano parecchi. Avevo in mente una recensione, se non negativa, comunque assai tiepida. Facile scorgerne le pecche, difficile spiegare come sia passato dal deludermi al commuovermi. Soprattutto se l'epilogo, annunciato a pagina uno, contiene la descrizione particolareggiata di una ripugnante violenza sessuale capace di provare anche gli stomaci più forti. Soprattutto se non c'è consolazione e la promessa solenne del titolo se la porta via il vento. Ma in Ammaniti c'era un celebre post scriptum che cambiava le cose. Qui, le righe conclusive di un articolo che sintetizza una notte di bagordi conclusasi nel sangue. E, in una singola frase, l'espiazione. Tutti i giuramenti onorati, tutti i pregiudizi vinti.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mannarino – Me so 'mbriacato