"Raymond
la guardò. Aveva una folta massa di capelli corvini, il faccino
rosso un po' deforme a causa del parto e un graffio su una guancia, e
nella sua inesperienza, a lui parve che sembrasse un vecchietto, che
somigliasse moltissimo a un nonnetto grinzoso, però disse, Sì, è
proprio una cosina splendida."
Autore:
Kent Haruf
Editore:
NN Editore
Numero
di pagine: 301
Prezzo:
€ 18,00
Sinossi:
Con
"Canto della pianura" si torna a Holt, dove Tom Guthrie
insegna storia al liceo e da solo si occupa dei due figli piccoli,
mentre la moglie passa le sue giornate al buio, chiusa in una stanza.
Intanto Victoria Roubideaux a sedici anni scopre di essere incinta.
Quando la madre la caccia di casa, la ragazza chiede aiuto a
un'insegnante della scuola, Maggie Jones, e la sua storia si lega a
quella dei vecchi fratelli McPheron, che da sempre vivono in
solitudine dedicandosi all'allevamento di mucche e giumente. Come in
"Benedizione", le vite dei personaggi di Holt si
intrecciano le une alle altre in un racconto corale di dignità, di
rimpianti e d'amore. In particolare, in questo libro Kent Haruf
rivolge la sua parola attenta e misurata al cominciare della vita. E
ce la consegna come una gemma, pietra dura sfaccettata e preziosa, ma
anche delicato germoglio.
La recensione
Due
ragazzini, nove e dieci anni, camminano accanto alle rotaie come
in Stand by me. Aguzzano le orecchie affinché
l'arrivo del treno non li colga impreparati. Si chiamano Ike e Bobby.
Sbirciano i gesti proibiti dei grandi, consegnano giornali, si danno
ai rapporti di buon vicinato: cercano di non pensare troppo a una
mamma che se n'è andata a vivere a Denver. Nel vortice della
depressione, pare stia meglio lontano da loro. Tom Guthrie, il
genitore che resta, insegna Storia americana: abbandonato, si prende
cura dei propri figli, si concede qualche storia di una notte e via
e, incorruttibile, s'inimica la famiglia di una mina vagante di
studente. Victoria Roubideaux si è innamorata del ragazzo sbagliato,
un forestiero, solo perché in pista sapeva muoversi come un dio. Ci
ha fatto l'amore sui sedili posteriori di un vecchio catorcio mentre
i vetri si appannavano, è rimasta incinta. Messa alla porta dalla
madre, accolta provvisoriamente da un'insegnante, trova un
inaspettato rifugio a casa dei fratelli McPheron. Fattori da
generazioni, hanno più familiarità con le bestie che con il
prossimo; ne sanno tanto di giovenche e ben poco di adolescenti
ribelli; a tavola parlano di allevamento e raccolto quando non si
godono l'uno il silenzio dell'altro. Cosa vogliono due scapoli
in là con gli anni da una sedicenne bisognosa? La gente mormora, ma
lo strano trio non conosce malizia. E poi c'è Holt, polverosa e
ospitale. Immaginaria, ma vivissima. Si ritorna alle storie del
compianto Kent Haruf senza aspettare i comodi di Libraccio; si compra
d'impulso quelle che restano da leggere. Nelle pagine si cerca lo
stesso trasporto di Benedizione, e magari – in tempo di
liste e di bilanci, con dicembre agli sgoccioli - la lettura
dell'anno. Mi dicevano tante cose di Canto della pianura:
per molti, il titolo più bello della trilogia. Mi raccontavano la
dolcezza dei fratelli McPheron, e io li ho trovati laconici e
affettuosi proprio come mi si assicurava; mi anticipavano uno stile
leggermente diverso ma emozioni immutate. Questa volta sono arrivato
con la camicia di flanella nei pantaloni e il cappello da cowboy.
Questa volta, più a mio agio, ero preparato. Troppo? Ecco che manca,
infatti, l'effetto sorpresa. Quel magico senso di ineffabilità. La
paura, raccontandovelo, di svelare troppo e troppo poco.
Questa
volta, perciò, parto col presentarvi i numerosi personaggi. Vi
racconto cosa ho avvertito e cosa no. Non mi viene voglia, non so, di
riservargli un trattamento d'eccezione. Ne parlo positivamente –
Haruf resta malinconico, gentile, pacificante – ma senza lo stesso
incanto. E mi sento un po' amareggiato. Alla ricerca dei segreti del
successo di Benedizione, immaginandomelo impegnato e
aulico, mi ero trovato fra le mani un romanzo sorprendente: un
capolavoro di semplicità. Avevo sperimentato l'esatto incanto
di quelle storie d'altri tempi, che parlano di tutto e di niente al
tempo stesso e tu poi non sai come recensirle. Canto della
pianura è più drammatico, più ragionato. Più romanzo.
La scrittura, lì sobria ed essenziale, si carica di descrizioni
particolareggiate e drammi colti in medias res. Carnale e sanguinoso
– turbano e annoiano un po', a tal proposito, la cernita delle
giovenche infeconde e la scrupolosa autopsia di un cavallo infermo -,
celebra la nascita lì dove Benedizione parlava di
morte, al capezzale dell'indimenticabile Dad Lewis.
Sarà che sono
fatto a modo mio e ricordo le quiete dipartite meglio di questi inizi
turbolenti. Sarà che ho una famosa cotta per i racconti fumosi che
parlano di anziani (e alla maniera degli anziani), e a Holt – un
paese per vecchi, parafrasando McCarthy – ho seguito commosso
l'educazione sentimentale degli attempati McPheron e meno le avventure
dei piccoli Ike e Bobby, le bizze tra liceali. Ho amato
profondamente gli scenari, i tinelli arredati con modestia e buon
gusto del Colorado, il suono che fa. Ma l'emozione è
soggettiva, sfuggente, e purtroppo non si è fatta sentire
altrettanto. Canto della pianura è una canzone
indie folk che sfiora corde risapute – quelle giuste, ormai – e
fino alla fine non ti rivela i propri accordi segreti. Si fa
inversione di marcia fischiettando l'inciso. Si imbocca nuovamente e
prima del previsto la strada che porta in paese. Sterrata,
impraticabile, piena di buche. Ma giunto alla meta, seduto sul solito
portico, il mal d'auto e la stanchezza vanno via da sé. Ci si gode, così,
almeno il piacere di un secondo viaggio non destinato a rimanere
l'ultimo. La pace dell'approdo.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Bob Marley – Redemption Song






















