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giovedì 23 gennaio 2020

Serie TV da brivido: Dracula | Servant

Benché sia il Principe delle tenebre, ha più di qualche tallone d’Achille. Le corone d’aglio, i crocifissi, gli usci chiusi, l’acqua santa. Ma tra le sue paure, a giudicare dalla quantità impareggiabile di trasposizione cinematografiche e televisive, non c’è quella del remake: il male più grande del nostro millennio. Tornato nuovamente sul piccolo schermo, l’incubo di Bram Stoker si reinventa per forza di cose. Era il minimo, infatti, svecchiarsi; stupire con una riscrittura radicale ma stranamente rispettosa, che in tre puntate di novanta minuti omaggia tre generi cinematografici distinti – l’horror, il giallo classico, la fantascienza fatta di viaggi nel tempo – grazie alla vena ironica e un po’ dissacrante degli sceneggiatori di Sherlock e Doctor Who. All’inizio fedelissima, la miniserie inglese prende avvio con l’arrivo di Jonathan Harker in Transilvania: ci sono nebbie e torrioni, pipistrelli e apparizioni spaventose, ma già cambiano i rapporti di potere e le relazioni tra i personaggi. La romantica Mina, ad esempio, è ridotta a una comparsa marginale; Val Helsing è suora e donna, e ama sfidare il famigerato vampiro con conversazioni tanto esistenzialiste quanto sardoniche. Cosa c’è di più sexy degli incontri-scontri tra menti affini? Strada facendo, conosciamo prima i passeggeri sfortunati di una nave diretta a Londra, poi i pro e i contro della modernità: come se la cavano i mostri famelici con i siti d’incontri, le vittime reclamate tra le influencer più popolari e fobie annose, soprattutto, di cui venire finalmente a capo? Preceduto dall’indignazione dei fan e affrontato con basse aspettative, Dracula si è rivelato in realtà un gustosissimo divertissement. Aggiornamento non richiesto ma autoironico e cialtrone, ha un animo che non ti aspetteresti tanto trash e seduttore. Emblematica la scelta dell’attore protagonista: il danese Claes Bang è bellissimo, carismatico e sornione; forse uno dei casting più azzeccati di sempre, per via della somiglianza con Lugosi e della leggerezza che rende irresistibili i duetti con la collega Dolly Wells. Inadatto a chi non ama l’eccesso di sangue o umorismo nero, la creatura apocrifa di Moffat e Gatiss  omaggia i generi letterari – si pensi alla Christie –, gli antecedenti più illustri – su tutti il Dracula interpretato da Christopher Lee –, i personaggi iconici – vano aspettarsi i soliti Renfield e Lucy. Non abbiate paura però: qui si sorride tanto, a canini stretti, e mai per caso. (6,5)

È una sera di pioggia e cattivi presagi. Il citofono di una ricca casa di Philadelphia trilla per annunciare l’arrivo di una misteriosa sconosciuta: laconica e d’altri tempi, sarà la tata del piccolo della famiglia. Un tesoro di bambino, che nella sua culla si limita a sorridere: non fa i capricci, non piange, non costringe i genitori a levatacce. Sembrerebbe tutto perfetto, se non fosse che quella casa nasconda dal primo all’ultimo episodio tragedie e segreti; colpi di scena che si annunciano sin dal pilot, e gettano luci sinistre su ogni personaggio, figuranti inclusi. Cosa nasconde Leanne, babysitter dedita in silenzio a riti occulti e autoflagellazione? Cos’ha Jericho, neonato da battezzare nell’immediato? Perché il padre chef ha perso all’improvviso il senso dell’olfatto e la madre, giornalista trasognata ai limiti della stupidità, fa fatica a elaborare il dramma di una notte? Prodotto dall’inaffidabile M. Night Shyamalan e già atteso per la seconda stagione, Servant ci fa tirare un sospiro di sollievo: il regista indiano che ci ha abituati un po’ a c olpi di fulmine, un po’ a disastri, questa volta non rovina il buono con spiegoni farraginosi o twist discutibili. Sorprendentemente calma e pacata, elegantissima, la serie preferisce infatti muoversi all’ombra della trilogia del Condominio di Polanski: interni signorili e soffocanti, che mostrano raffinatezze culinarie e insidie; vicini di casa decisamente sospetti; enigmi che conducono sia all’horror esoterico che al thriller psicologico. I primissimi piani, le ottime performance del cast – la ventenne Nell Tiger Free va tenuta d’occhio – e il senso d’ambiguità costante, poi, fanno il resto. Peccato soltanto per quel decimo episodio arrivato troppo in fretta, da cui ci saremmo aspettati qualche spiegazione in più: in rete, per fortuna, non sono mancate le teorie e i chiarimenti; le riprese del prosieguo, proprio in questi giorni, sono già in corso d’opera. Vivamente consigliata agli amanti del genere, Servant è una serie d’autore che spiazza soprattutto grazie al colpo di scena più singolare: il regista del Sesto senso, a oggi, non ha mandato tutto a gambe all’aria.  Viva le serie TV. Più stagioni ci saranno, più saranno rimandati a domani – non senza timore – i fasti o i disastri della famiglia Turner. (7+)

mercoledì 14 novembre 2018

Recensione: I due esorcisti, di Ray Russell

| I due esorcisti, di Ray Russell. TEA, € 14, pp. 206 |

I venti funesti di Halloween sono passati così come sono arrivati. Nelle vetrine del cinese all'angolo brillano già le luminarie natalizie. Tra una cosa e l'altra, questa volta, sono rimasto un po' indietro: la zucca da buttare con un groppo in gola nell'umido organico – è stata la prima incisa da me, l'ho chiamata Belinda –, il mancato biglietto per il reboot di John Carpenter in sala, la recensione di un romanzo rispolverato in una sera di candele tremolanti e castagne tenute in caldo. Fino al mese scorso inedito in Italia, I due esorcisti ha preceduto di un decennio buono romanzi cult come L'esorcista e Rosemary's Baby. I titoli venuti dopo, non facciamone mistero, lo hanno raggiunto e abbondantemente superato in fretta. Nell'inedito di Ray Russell – scomparso vent'anni fa e nel mentre diventato autore cult per Stephen King e Guillermo Del Toro –, c'è tuttavia del pionieristico: molto di lodevole. Un'ironia affilata e un gusto per il satirico, ad esempio, che nei primi anni Sessanta facevan sì che lo scrittore parlasse e sparlasse senza peli sulla lingua di ciò che di più sacro esistesse per l'americano medio: la Chiesa e la famiglia. 

Non potremmo dire che gli attuali psicoanalisti, credendo di curare scientificamente i loro pazienti, stanno invece praticando in maniera inconsapevole un moderno esorcismo che scaccia effettivamente e letteralmente il diavolo dai corpi dei loro pazienti? Danno alla cosa un altro nome, ricorrono a rituali e termini differenti e si rifiutano di riconoscere il Diabolus quando lo vedono, certo, ma questo si spiega semplicemente rifacendosi a Baudelaire. È così che vuole il demonio. La migliore astuzia del diavolo sta nel convincerci che non esiste.

Siamo al St. Michael: parrocchia che appare decorosa ma provinciale agli occhi del nuovo parroco, abituato alle migliori frequentazioni e alle peggiori calunnie. Padre Sargent, bello e chiacchierato, è approdato in città perché in fuga da uno scandalo. Peccava infatti di eccessiva vanità e, di tanto in tanto, alzava un po' troppo il gomito. O una retrocessione o la scomunica, gli hanno intimato, proponendogli di sostituire un sacerdote destinato ad altre greggi. Forse perché promosso, forse perché in procinto di scappare da qualcosa di losco: l'influenza di Susan Garth. La sedicenne, orfana di madre, rifugge la vista del crocifisso, si spoglia in pubblico attirando sguardi libidinosi, pecca di cattiva condotta. Le servirebbe uno psichiatra, ma un padre burbero e omertoso la porta invece in canonica. Da lì i parrocchiani sentiranno urla e risate indecorose, il frastuono dei vetri infranti, l'odore dello scandalo. Non sanno che c'è un logorante esorcismo in corso né che Sargent – la barba sfatta e tentazioni dappertutto – è affiancato dal Vescovo Crimmings in persona. All'appello non possono mancare vomito, turpiloquio e mutilazioni corporee. Ma il rito, per fortuna, questa volta è fatto più di parole che di brutture. Mentre la mano dell'Altissimo minaccia all'esterno fulmini e saette con un temporale da apocalisse biblica, fra le mura sacre si è tutti presi da un assedio di cui sono ignari i pettegoli e i complottisti della città. Una prova di forza disputata da sacerdoti di generazioni opposte: il primo scettico e con gli scritti di Kafka e Baudelaire sul comodino, l'altro dal credo incrollabile. All'inizio, eppure, scartano l'ipotesi di una possessione demoniaca. Forse che in fondo non credano nel Diavolo, e dunque in Dio? Il bene e il male, infatti, sono facce complementari della stessa medaglia. 

L'omicida e la vittima si guardarono l'un l'altro con una certa comprensione e, in quel frangente, compresero per la prima volta la più profonda, terribile ed eterna verità della dannazione: che non distingue tra colui che commette l'atto colpevole e colui che in cuor suo desidera sia commesso.

Ben scritto ma sconsigliato a chi in cerca di brividi facili, I due esorcisti doveva risultare senz'altro provocatorio per l'epoca: i vizi privati del clero messi alla berlina, la denuncia della violenza fra le mura domestiche, le prime controversie sessuali e nessuna risposta consolante racchiusa nell'epilogo. Le pagine son poche, la suspance abbonda. Merito dei salti equilibrati da un personaggio all'altro e di un'inattesa dimensione corale. Dei capitoli lapidari e accattivanti, conditi da dialoghi fiume e tracce di psicoanalisi. Di una struttura variabile che, alla maniera degli autori moderni, vive sospesa fra psicologia ed esoterismo, questo mondo e l'altro. Quanto è sottile la linea che li separa, tocca chiedersi, se l'autore chiude il romanzo con un inquietante aneddoto biografico? Il ronzare di quattro mosconi sbucati dal nulla gli diede il tormento, pare, proprio nella stesura del capitolo clou: un frullare di ali, uno sfregare di zampette che lasciano suggestionati al pensiero di questo presunto sabotaggio. Ben più della lettura di un horror che paura non me ne ha fatta, no, ma in compenso mi ha regalato un'importante lezione di filosofia morale sulla fede, il libero arbitrio, la natura spinosa del peccato.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode – Black Celebration

martedì 6 dicembre 2016

Recensione: Rosemary's Baby, di Ira Levin

Finora il dolore era stato dentro di lei.
Ora era lei dentro al dolore.

Titolo: Rosemary's Baby
Autore: Ira Levin
Editore: Sur – BigSur
Numero di pagine: 253
Prezzo: € 16,50
Sinossi: Guy e Rosemary Woodhouse sono una giovane coppia di sposi. Lui è un attore, in attesa della sua grande occasione; lei sogna una normalità borghese fatta di sicurezza economica, una bella casa, tanti figli. Dopo lunghe ricerche hanno trovato un appartamento nel Bramford - uno storico palazzo nel cuore di Manhattan, circondato da un alone di prestigio sociale ma anche da sinistre leggende - e di lì a poco la loro vita sembra arrivare a una svolta: Guy ottiene una parte in un'importante commedia e Rosemary resta finalmente incinta del primo figlio. Ma non tutto è destinato ad andare per il verso giusto. La gravidanza di Rosemary viene turbata da premonizioni e incubi notturni, da inspiegabili dolori addominali e strani incontri, e soprattutto dall'invadenza di due vicini, troppo premurosi per non risultare sospetti... Pubblicato per la prima volta nel 1967 e portato sul grande schermo da Roman Polanski, con Mia Farrow nel ruolo della protagonista, "Rosemary's Baby" è una delle grandi storie di mistero della nostra epoca, ma anche una godibilissima commedia che, dopo aver fatto entrare il Male nelle nostre case, ci aiuta a esorcizzarlo con la grazia di un semplice sorriso.
                                              La recensione
Un appartamento nel Bramford. Un sogno che si realizza. E, tra le pagine e nei pensieri, un incubo che comincia. Quel palazzo gotico al centro di Manhattan – una struttura antica e imponente, che resiste come può agli urti della mondanità – è confort e status symbol. Perfetto per una famiglia che si spera, un giorno, contenta e popolosa. Guy e Rosemary Woodhouse prendono in affitto un appartamento liberatosi all'ultimo momento. Lo svecchiano con un'abbondante mano di pittura e un arredamento alla moda. Ritinteggiano, lucidano, spazzano e, stanchi e orgogliosi, si accomodano al centro del loro nido. Lui è un attore che campa di sporadici spot pubblicitari, pièce di scarso successo, televisione. Lei, di dieci anni più giovane, interpreta la sposina che non pensa a nulla se non alla pulizia, ai pranzi e alle cene, alla cura degli arredi. Sembra una storia d'amore. Il ciclo salta, la pancia cresce; si farnetica di nomi e si fanno telefonate ai parenti lontani. Ma ci sono segnali che mettono in allerta. 
Un amico fa un inquietante catalogo dei delitti e dei misfatti commessi tra quelle mura; una ragazza si suicida lanciandosi dal settimo piano; le feste private dei dirimpettai, con suoni stridenti e candele nere, tolgono il sonno e la lucidità. Rosemary's Baby è la storia di una gestazione e di una madre sempre sul chi va là. Una ragazza di provincia dalla fede vacillante che segue con curiosità l'accoglienza del papa a New York e, sommersa d'un tratto di attenzioni, comincia a guardare con sospetto quei vicini che hanno stranamente preso a cuore il suo destino. I coniugi Castevet, anziani e altolocati, coccolano Rosemary con tisane asprigne e la ammantano di misteriosi amuleti, mettono una buona parola con il ginecologo che segue i rampolli delle élite. Solleticano la vanità dell'insicuro Guy, che inizia a farsi valere ai casting. La gente muore però. Rivali, malparlieri e cattivi confidenti si svegliano ciechi o piombano in un coma irreversibile. All'improvvisa fortuna dei Woodhouse rispondono in rima baciata le disdette altrui. L'insonne e sovreccitata Rosemary ha strane voglie – carne appena scottata, sanguinante –, qualche dolore intercostale, tanti sospetti. Il neonato cresce. Insieme a lui, l'angoscia e un connaturato senso di protezione. Difenderlo a ogni costo: e da chi? Scappare: e dove, se realtà e immaginazione si confondono, tutti sono potenziali complici e il bambino scalcia per venire subito al mondo? 
Leggevo la ristampa di Danse Macabre, densa e rigorosa enciclopedia dell'orrore firmata da Stephen King e mi ha colto il desiderio di recuperare in quattro e quattr'otto il capolavoro del dimenticato Ira Levin, sentendolo elogiare. La voglia c'era da un po'. Quella, e la sensazione di sperperare tempo prezioso con una vicenda famosissima. Quali retroscena aveva da svelarmi? Perché rispolverare un romanzo con cinquant'anni di ritardo, con il ricordo della fedele trasposizione di Roman Polanski e quello fresco ma ingannevole della dimenticabile miniserie con una Rosemary olivastra all'ombra della Torre Eiffel? Su carta, Rosemary's Baby non invecchia. Teso, teatrale, sarcastico, è un evergreen che mezzo secolo dopo rinnova l'inquietudine. Anche se il bambino del mistero, nel mentre, ha avuto tutto il tempo per farsi uomo. Anche se alcune sequenze – una fragile Mia Farrow che entra in scena con il coltello in pugno, la minacciosa orgia della notte del concepimento –, si sono sedimentate nei ricordi e non vogliono lasciarci leggere in pace. In poco più di duecento pagine, nove mesi di ansie e un futuro di incertezze – c'è anche un seguito, Son of Rosemary, purtroppo o per fortuna mai tradotto. E, fino all'ultima, domande di cui già conosci la risposta. Satanismo o depressione pre-parto? Superstizione o isteria? Ira Levin, e capiamo facilmente l'adorazione nutrita da King, mette però tutto in forse: essenziale, secco, sibillino. Sottovalutato maestro della suspance. Sapevo cosa sarebbe stato della protagonista, narratrice inaffidabile e incubatrice dell'incubo supremo. Sapevo quale componente, tra il thriller psicologico e l'horror mefistofelico, avrebbe avuto la meglio. Eppure ci si avvicina a passi lenti, con il cuore in gola, per scoprire il sesso e l'indole del neonato che si muove nell'angolo della camera da letto. In una culla d'onice, sotto un velo nero. Quando il calendario dell'Avvento ha ormai esaurito le sue pagine. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Krzysztof Komeda - Lullaby

martedì 27 maggio 2014

I ♥ Telefilm: From Dusk Till Dawn, Hannibal, Rosemary's Baby, About a Boy

Come direbbe la mia amica Lisa, del blog In Central Perk (qui), “Quando i film si fanno ad episodi”. E' il caso di dirlo, questa mattina. I love telefilm ritorna per parlarvi di qualche recente finale di stagione. Tutte le serie che seguo stanno finendo, ahimé, e non ho più scuse per rimandare lo studio. I palinsesti americani saranno in combutta con prof e genitori di tutto il mondo? Le quattro serie di cui vi parlo oggi non sono serie qualsiasi: avrete notato. Conoscete tutti i titoli. Sono vecchi film passati al lato oscuro: la televisione. E ad alcuni è andata addirittura meglio, altro che lato oscuro e lato oscuro. Dal tramonto all'alba, da raccontino stringato, diventa un lungo romanzo pulp; Hannibal – slegato dalla prosa insipida di Harris – diventa arte moderna; About a boy fa piacevolmente compagnia, più di quanto potesse fare il film, con i suoi novanta minuti. Ultimo, un titolo che ho inserito imbrogliando un po': Rosemary's baby. Ha solo due episodi, ma bastano, grazie. I commenti non dovrebbero contenere spoiler: altrimenti, sentitevi liberi di insultarmi. Allora, quale tra queste serie avete seguito? Quale seguirete? In Italia sono praticamente tutte inedite. Ditemi. Un saluto, M.

From Dusk Till Dawn
Stagione I
Un'operazione cameratesca, godereccia, celebrativa. Funzionale, e in parte riuscita. Trash. Pulp. Iconico. Latino. Assetato. Verboso, splatter, pienissimo. Il film di Rodriguez era un racconto dell'orrore. Questo è un romanzo. I dieci episodi complessivi spiegano quello che il film non spiegava e intrattengono con una mitologia d'ascendenza Maya esotica e fascinosa. Il telefilm riprende dalla pellicola originale l'inizio, la parte centrale, ma imbocca una strada nuova, puntando al finale di stagione. Un finale tutt'altro che conclusivo, ma noiosetto. Fortunatamente, non rovina i diversi pregi del resto. Peccato che deluda lì dove vorrebbe sorprendere. La prima parte è un'avventura on the road. I punti da spuntare, su una lunga lista di vittime e mete, sono i classici: superare la dogana; oltrepassare la frontiera; sopportare gli impeccabili sproloqui di due fratelli rapinatori un po' matti che uccidono, prendono ostaggi, rubano e seminano mine vaganti. La seconda parte, la più attesa, è l'arrivo in Messico. Il deserto, i cactus spinosi, i teschi, le insegne luminose del Titty Twister. La costruzione del setting è perfetta. Tutto è uguale a com'era diciotto anni fa. Ma Salma Hayek, la regina dei serpenti, ve la ricordate? Come dimenticarla. Il suo spogliarello con il pitone avvinghiato al collo è storia. Piccola, giovanissima, con un corpo che era tutto una curva. Quentin Tarantino che le baciava il piede, che beveva l'alcol che gocciolava lungo il pendio della sua gamba. Ricordate?! C'è tutto. Lo striptease – e la successiva mattanza - rivive in uno degli episodi più stimolanti, nostalgici e riusciti di questa stagione. Eliza Gonzelez non è la Hayek, ma che vuol dire? Formosa, alta e sottile, ipnotica, mai volgare. Una regina delle tenebre nuova, sensuale, con un'antica storia di immortalità alle spalle. Buono il cast, che recita in una storia semplice, ma assai rischiosa: sono i paragoni a essere rischiosi. Lì c'era George Clooney, qui D.J Cotrona: aspetto simile, stessi dondolii con la testa, faccia da schiaffi. E poi è meno antipatico di Clooney! Lì c'era un folle, malato e perfetto Tarantino, qui c'è il giovanissimo Zane Holt. Ha per le mani il ruolo più delicato e risulta un po' troppo belloccio per il Richie che conosciamo, ma non è male. I nuovi fratelli Gecko sono in parte, affiatati, simpatici e odiosi, prolissi e spericolati. Stanno bene in abito scuro e con l'artiglieria pesante tra le mani. Il ruolo dell'esordiente Juliette Lewis è di Madison Davenport, candida e maliziosa; il pastore che fu il magistrale Harvey Keitel è Robert Patrick: fisico da duro, voce da fumatore incallito, colletto da abito talare a nascondere i tatuaggi e i muscoli di gioventù. Il film, del lontano 1996 – sigh! - , era un concentrato di divertimento. Ampliandolo e dilatando i tempi, si è corso il rischio – più e più volte – di perdere un po' l'allegria cazzona da festa cannibale, in cui imbucarsi il sabato sera. Eccola, la grossa pecca. (7)

Hannibal
Stagione II
Un capolavoro del piccolo schermo. Trovatemi una serie targata NBC diretta con altrettanto gusto, scritta con altrettanta perizia, recitata con altrettanta passione. C'è l'omicidio come forma d'arte. La morte come forma di poesia eternatrice. I cadaveri sono sculture di carne. Totem. Hannibal e Will diventano Achille e Patroclo. Maestro e allievo. Compagni. Amanti mancati. Dialogano da un lato e l'altro del tavolo. Si sfidano. Si superano. Sembrano corteggiarsi. I loro discorsi vibrano di cose: filosofia, politica, medicina, scienza e fede, paternità. Il serial è una nuova strada, tra il disgusto puro e la pura bellezza. L'estetica del sublime che si fa concreta. Un'opera impressionante, che schizza le tele di Pollock di sangue, ricerca lo splendore, coltiva e semina piacere. Alta cucina, alta classe. Un Mads Mikkelsen monolitico, superbo, calmissimo. Il volto tirato, le espressioni ridotte all'osso, le mani sempre in movimento, la pochette abbinata puntualmente al cravattino. Un predatore silenzioso e letale. Grande oratore, re di sirene dai denti a sciabola e dalle pinne come scaglie di lamiere. Ti guarda e ti attacca. Ti guarda e sei tu ad attaccare te stesso. Ti mangia. O sei tu a mangiarti? Hugh Dancy, invece, recita con tutta la faccia. Viso pulito, occhi limpidi, pieghe del volto che si fanno più rare, fino a scomparire. I suoi pensieri parlano con la voce di Hannibal e il suo volto, allo specchio, diventa simile a quello di Hannibal: impassibile, congelato, indecifrabile. Sintomo di un cuore nero. E c'è Gillian Anderson: più bella con gli anni che passano. Le gambe accavallate, i vestiti su misura, i capelli biondi che stanno immobili come fossero di cemento armato, la voce bassa e sensuale. Una vedova nera, una femme fatale anni '30. Sconvolgente Michael Pitt: il Mason Verger incestuoso, sadico, che beve lacrime, alleva maiali e si mutila la faccia senza batter ciglio. Pezzo dopo pezzo. La seconda stagione di Hannibal è migliore della prima. Di parecchio. Guardate l'incipit del primo episodio: è sensazionale. Ha la fattezza dei noir europei. Languidi, lenti, da esplorare, da scoprire. Da sopportare, all'inizio; da supportare, per tutto il tempo rimanente. Si scopre più snello, Hannibal, ma non si svende. Pastoso, barocco, eccedente, ricercato, ma con un finale di stagione senza grazia. Un bagno di sangue, anche se Hannibal – ehi! - è la yakuzi dei bagni di sangue. Un sacrificio mortale. Come quando i samurai, senza proferire parola, si gettano per onore e orgoglio sulla loro spada sguainata. Non mi arrabbiavo così da tempo, direi. Voglio la terza serie adesso. Ora. Subito. Purché faccia sfoggio del medesimo taglio cinematografico; purché ottimi registi come Vincenzo Natali (The Tube, Splice) e David Slade (Hard Candy, 30 Giorni di buio) scendano in campo – con la macchina da presa alla mano – ad incantarci con un uso superbo di rallenty, split screen, volteggi da coreografi di danza classica. E di Black Swan. (8,5)

Rosemary's Baby (miniserie TV)
Non ho letto il romanzo di Ira Levin. Non ho visto il film di Roman Polanski. Parlo della miniserie Rosemary's Baby senza pregiudizi e senza far paragoni. Con estrema e assoluta sincerità. Doveva essere una specie di evento. Doveva esserlo: per forza. Non è mica una cosa che si fa tutti i giorni, riproporre un film che ha quarantasei anni di storia, che è considerato capolavoro, che è chiacchierato in ogni libro di Storia del Cinema. Invece, pur guardabile e godibile, il piccolo remake dalla polacca Agnieszka Holland – candidata svariate volte agli Oscar, in veste di sceneggiatrice – non ha nulla che lo faccia davvero brillare. Impersonale: è un compitino portato a termine di malavoglia, mirato per raggiungere una stentata sufficienza. Il formato, televisivissimo, non aiuta di certo a creare una grande atmosfera, però un minimo fascino ce l'ha. Anche senza i brividi e i colpi di scena. Le numerose scene gore sono ben fatte (degno di nota un raro caso di autopsia cosciente), stessa cosa per la famosa sequenza del concepimento. Il cast non è dei più indegni, ma non c'è un solo attore che spicchi. Il ruolo che fu della Farrow è di Zoe Saldana – che per una volta non è blu (vedi Avatar) o verde (vedi Guardians of The Galaxy). Piange tanto e bene, piange a comando, ma dà al personaggio della protagonista un'aria trasognata che irrita. Rosemary nel paese delle meraviglie. Jason Isaacs è il solito cattivone infame, la francese Carole Bouquet ha un innegabile charme. Stupendo il bambino, che sarà anche figlio di Satana, ma ha degli occhi blu impressionanti. Lo adotto, dai: anche se, a diciott'anni, gli spuntano le corna sulla fronte! Questa fiction mi ha ricordato troppo 666 Park Avenue. Identico, giusto un tantino più dark. E il network che produce quella perna nera di Hannibal poteva avvicinarsi ad altro. Puntare più in alto. Sull'ambientazione: il Nastro rosso a New York si trasferisce dai nostri cuginetti d'oltralpe. Parigi e i soliti luoghi comuni. Famme fatale senza età con tendenze lesbo, europei che baciano completi sconosciuti sulle guance, francesi che non danno indicazioni, lezioni di cucina, gatti neri, arte. Recitazione standard, storia risaputa. Sicuramente, in quarant'anni e oltre di vita, c'è la certezza che Rosemary's Baby abbia dato da mangiare a tanti registi di horror(etti) sparsi – c'è L'avvocato del diavolo, il tema del recentissimo Devil's Due, le ossessioni materne di The Calling. La storia della protagonista e della sua macabra gravidanza è stata proposta sotto altri nomi, in altre vesti: in remake non autorizzati. Non serviva riproporla ancora. Perché diretta in maniera così monocorde, una vicenda così usata e abusata non rende mica. (5)

About a Boy
Stagione I 
Nick Hornby è un signore di cui non ho ancora letto niente. Ma lo conosco bene. E voi, lo conoscete? Ma sì. Avrà ispirato qualcosa come una dozzina di film sparsi. Il più recente, Non buttiamoci giù: non ve ne ho parlato, ma spendo due parole adesso. E' carinissimo. Esattamente come te lo immagini, ma pieno di umorismo british: fa bene al cuore, alla fine. Parallelamente, il nome del caro Nick rimbalzava tra i cinema internazionali e palinsesti USA. About a boy – l'impeccabile commedia sullo sciupafemmine che si improvvisava mentore e papà – si è fatto sit-com, questa primavera. Io alle sit-com non riesco ad affezzionarmici proprio. Mi stanco, le vedo a tempo perso, le mollo. About a boy, nonostante coi suoi venti minuti scarsi si faccia vedere sempre a tempo perso, fa compagnia. E' un bell'intrattenimento per famiglie. E, nel cast, ha una bella famigliola improvvisata: il volubile Will, la trasandata Fiona, il piccolo Marcus. Vicini di casa, separati da una siepe e da pareti di cartone. I due adulti non si piacciono: lui mangia costolette unte come se non ci fosse un domani, lei è vegana. Lui strimpella strumenti con la sua band di gioventù, lei medita in silenzio. Lui è americano, lei è inglese. Ad unirli, un bimbetto che ama i berretti di lana, sua madre, le imbarazzanti canzoni degli One Direction. Il film era un gioiellino di garbo e comicità, con un cast formidabile: tra i protagonisti, Hugh Grant, il Nicholas Hoult di Skins, una esilarante e tragica Toni Collette. Nella versione televisiva tutti sono più teneri e coccolosi, tutti si impegnano di meno, ma – tutto sommato – risulta abbastanza. David Walton è simpatico, Minnie Driver è adorabile e conserva un accento magnifico, Benjamin Stockham – coi suoi tredici anni – è un mattatore del piccolo schermo ancora imberbe. Ha faccia tosta, un sorriso vispo, allegria. Mi sono affezionato anche a loro, mi sa. (6)