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Vita segreta della bambola solitaria, di Jean Nathan. E/O, €
19, pp. 368 |
Come
scindere contenuto e forma? Come potersi dire
conquistati da una storia, sulla carta affascinante e torbida
al pari di un romanzo gotico, se scritta con un piglio poco
accattivante? Come venire a patti con biografie che fino all'ultimo
tali scelgono di restare, cronache puntuali e distaccate di vite al
limite, che rinunciano con l'amaro in bocca allo slancio vitale della
narrativa? Queste stesse incertezze, sotto forma di domande fitte e
ondivaghe, mi hanno accompagnato dalla seconda metà di Vita
segreta della bambola solitaria in poi. Una lettura
iniziata in anteprima e sotto i migliori auspici, che al pari del
memoir Boy Erased purtroppo
mi ha convinto più in teoria che in pratica. Se il lato di me che
ama indistintamente le vicende morbose è stato accontentato, ho
trovato purtroppo che la piacevolezza della lettura non fosse
assicurata. Tutto prende avvio nei primi anni Duemila: la giornalista
Jean Nathan, in nome della nostalgia, si mette in cerca della
scrittrice che ha segnato la sua infanzia. Che fine ha fatto Dare
Wright, autrice di storie giudicate freudiane con il senno di poi e di
scatti, soprattutto, in cui inconsapevolmente si mescolavano candore
e sadomasochismo?
In Italia, forse, pochi la ricorderanno. Di certo non io, nato un paio di generazioni successive e non a conoscenza prima d'ora delle avventure tenere e terribili della bambola Edith: una figura inconsolabile e un po' ammiccante, la cui solitudine è salvata dall'arrivo di due orsetti di peluche. Guai a disobbedire, però, se a ogni malefatta minacciano di abbandonarla. Cinquant'anni dopo di Dare – attrice, modella, fotografa e icona della narrativa per l'infanzia – resta un corpo sfiorito in un letto d'ospedale. È in coma, con due grotteschi pupazzi sottobraccio e una stanza che ricorda una scenografa teatrale dismessa. Non può più svelarsi, confessarsi, né far luce su una vita fuori dagli schemi. La ricerca dell'instancabile Jean Nathan parte da lontano: difficilissima per l'atteggiamento laconico di Dare e per voci di corridoio in cui la verità si confonde spesso con l'invenzione, fra viaggi, cocktail party, frequentazioni illustri e matrimoni sabotati a un passo dall'altare. Quand'è che l'autrice è arrivata a somigliare alle sue bambole tutte imbellettate? Si comincia dalla relazione burrascosa vissuta dai genitori – Ivan, critico teatrale con un passato inglorioso nel cinema, e Edie, ritrattista di grido responsabile del sostentamento dell'intera famiglia –, e presto si individuano i traumi e le mancanze di Dare in una fanciullezza spesa in un folle andirivieni a opera di genitori velleitari che trattavano i figli come bagagli. La protagonista viene separata dal fratello Blaine, che incontrerà soltanto venticinque anni dopo, e crescerà all'ombra della tirannica Edie: una mamma da compiacere, imitare, accudire, diventando la sua eterna bambina. I capelli bruni tinti dello stesso biondo delle Barbie, il sopraggiungere della bulimia per non crescere né ingrassare ulteriormente, bugie e travestimenti in quantità per fingersi altre persone – persone migliori? – nella grigia e industriale Cleveland.
In cerca di una sua identità, Dare punterà invano all'indipendenza di New York e farà mormorare qualcuno per i nudi integrali in spiaggia, l'attaccamento quasi incestuoso verso Edie, il desiderio non di un uomo bensì di un compagno di giochi.
Nelle bellissime foto in bianco e nero che corredano il volume la vediamo discinta e appariscente, un'autentica vamp con sprezzo del tabù, eppure arriverà illibata alla terza età. A metà fra l'eroina di un dramma teatrale di Ibsen e la stella cadente di una puntata di Feud, Dare Wright era la firma di una versione politicamente scorretta e inquietante del caposaldo di un'altra generazione, Toy Story. Una Alice lontana dalla tana del Bianconiglio, un'infiltrata fra i i bambini perduti di Peter Pan.
Inadatta al mondo, ormai allo sbando, negli ultimi anni della sua carriera avrebbe fatto i conti con i morsi della solitudine: le bottiglie vuote dappertutto, la compagnia delle domestiche e dei clochard pescati a Central Park. Quanto è terribile l'incanto al tempo della disillusione?
Scoprirlo seduce e disturba, in una biografia altrimenti sin troppo densa e rigorosa. Una dettagliata ricerca sul campo con in appendice dieci pagine per i riferimenti bibliografici, un'infinità di nomi luoghi e date, le stesse note a pie' di pagina della mia tesi specialistica, dove la scrittura scorre ma non dà valore aggiunto alla storia. Le parole della Nathan interessano molto meno di Dare, e finiscono per appiattire personaggi dall'incredibile appeal – si vociferava di un film con Naomi Watts e Jessica Lange nel cast –, che avrei preferito immortalate con un piglio diverso da quello cronachistico.
I processi di ricostruzioni a ritroso non sono sempre disinteressati: quanto è servito questo testo alla memoria di Dare Wright, quanto al lettore, quanto all'autrice?
La biografa ha conosciuto la vera Bambola solitaria quando era già spacciata. È stata un po' un'infermiera improvvisata, un po' un'amica spirituale da chiamare in caso di emergenza. Sorella di un ragazzo affetto da un grave disturbo cognitivo, la Nathan si è rifugia nelle storie per mestiere e per legittima difesa. E si è rifugiata, un giorno, in quella di Dare. Una casa di bambole a opera di artigiani finissimi – che stoffe pregiate, che infissi, che deliziose porte in ciliegio, che colori pastello! – dove, a dispetto delle accoglienti abitatrici, qualche lettore si sentirà stretto.
Ogni
biografia è in qualche modo un'operazione di salvataggio, anche se
non sempre disinteressata. A volte, nei miei tentativi di catturare
la storia di Dare prima che andasse perduta, ero convinta che sarei
riuscita in qualche modo a liberare la sua protagonista. Non avrei
mai pensato che scriverla potesse essere un modo per liberare anche
me.
In Italia, forse, pochi la ricorderanno. Di certo non io, nato un paio di generazioni successive e non a conoscenza prima d'ora delle avventure tenere e terribili della bambola Edith: una figura inconsolabile e un po' ammiccante, la cui solitudine è salvata dall'arrivo di due orsetti di peluche. Guai a disobbedire, però, se a ogni malefatta minacciano di abbandonarla. Cinquant'anni dopo di Dare – attrice, modella, fotografa e icona della narrativa per l'infanzia – resta un corpo sfiorito in un letto d'ospedale. È in coma, con due grotteschi pupazzi sottobraccio e una stanza che ricorda una scenografa teatrale dismessa. Non può più svelarsi, confessarsi, né far luce su una vita fuori dagli schemi. La ricerca dell'instancabile Jean Nathan parte da lontano: difficilissima per l'atteggiamento laconico di Dare e per voci di corridoio in cui la verità si confonde spesso con l'invenzione, fra viaggi, cocktail party, frequentazioni illustri e matrimoni sabotati a un passo dall'altare. Quand'è che l'autrice è arrivata a somigliare alle sue bambole tutte imbellettate? Si comincia dalla relazione burrascosa vissuta dai genitori – Ivan, critico teatrale con un passato inglorioso nel cinema, e Edie, ritrattista di grido responsabile del sostentamento dell'intera famiglia –, e presto si individuano i traumi e le mancanze di Dare in una fanciullezza spesa in un folle andirivieni a opera di genitori velleitari che trattavano i figli come bagagli. La protagonista viene separata dal fratello Blaine, che incontrerà soltanto venticinque anni dopo, e crescerà all'ombra della tirannica Edie: una mamma da compiacere, imitare, accudire, diventando la sua eterna bambina. I capelli bruni tinti dello stesso biondo delle Barbie, il sopraggiungere della bulimia per non crescere né ingrassare ulteriormente, bugie e travestimenti in quantità per fingersi altre persone – persone migliori? – nella grigia e industriale Cleveland.
In quanto
ritrattista Edie “creava” le persone, lo stesso campo d'azione,
amava sottolineare, di Dio. In questo c'era una forma di potere,
anche se le creature di Edie erano inanimate. Era meglio così. Le
persone inanimate non potevano ferirti. E potevano essere
controllate.
In cerca di una sua identità, Dare punterà invano all'indipendenza di New York e farà mormorare qualcuno per i nudi integrali in spiaggia, l'attaccamento quasi incestuoso verso Edie, il desiderio non di un uomo bensì di un compagno di giochi.
Nelle bellissime foto in bianco e nero che corredano il volume la vediamo discinta e appariscente, un'autentica vamp con sprezzo del tabù, eppure arriverà illibata alla terza età. A metà fra l'eroina di un dramma teatrale di Ibsen e la stella cadente di una puntata di Feud, Dare Wright era la firma di una versione politicamente scorretta e inquietante del caposaldo di un'altra generazione, Toy Story. Una Alice lontana dalla tana del Bianconiglio, un'infiltrata fra i i bambini perduti di Peter Pan.
Inadatta al mondo, ormai allo sbando, negli ultimi anni della sua carriera avrebbe fatto i conti con i morsi della solitudine: le bottiglie vuote dappertutto, la compagnia delle domestiche e dei clochard pescati a Central Park. Quanto è terribile l'incanto al tempo della disillusione?
Lo sai, il
mondo è diventato troppo reale per me. Non appartengo a questo
posto.
Scoprirlo seduce e disturba, in una biografia altrimenti sin troppo densa e rigorosa. Una dettagliata ricerca sul campo con in appendice dieci pagine per i riferimenti bibliografici, un'infinità di nomi luoghi e date, le stesse note a pie' di pagina della mia tesi specialistica, dove la scrittura scorre ma non dà valore aggiunto alla storia. Le parole della Nathan interessano molto meno di Dare, e finiscono per appiattire personaggi dall'incredibile appeal – si vociferava di un film con Naomi Watts e Jessica Lange nel cast –, che avrei preferito immortalate con un piglio diverso da quello cronachistico.
I processi di ricostruzioni a ritroso non sono sempre disinteressati: quanto è servito questo testo alla memoria di Dare Wright, quanto al lettore, quanto all'autrice?
La biografa ha conosciuto la vera Bambola solitaria quando era già spacciata. È stata un po' un'infermiera improvvisata, un po' un'amica spirituale da chiamare in caso di emergenza. Sorella di un ragazzo affetto da un grave disturbo cognitivo, la Nathan si è rifugia nelle storie per mestiere e per legittima difesa. E si è rifugiata, un giorno, in quella di Dare. Una casa di bambole a opera di artigiani finissimi – che stoffe pregiate, che infissi, che deliziose porte in ciliegio, che colori pastello! – dove, a dispetto delle accoglienti abitatrici, qualche lettore si sentirà stretto.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola
Confesso di non aver mai sentito parlare di dare wright. La ricostruzione della sua vita tormentata credo possa essere interessante ma a quanto pare non è narrata in modo accattivante :-/
RispondiEliminaVabbè intanto cerco qualche info per i fatti miei :-D
Un personaggio, in ogni caso, tutto da scoprire!
EliminaNon conosco Dare Wright, adesso sono curiosa, ma non so se leggerò questo libro :-( grazie per la tua recensione, un abbraccio
RispondiEliminaUna lettura che non consiglio spassionatamente, ma se invoglia a frugare un po' nelle opere della Wright, be', bene così. :)
EliminaComplimenti, una recensione esaustiva ed interessante anche se non conoscevo neanch'io Dare Wright. E questo va ancora più a tuo merito in quanto porti a conoscenza di tutti noi, persone meno conosciute ai più e nella fattispecie un'autrice particolare.
RispondiEliminaGrazie mille, Daniele!
EliminaDalla copertina sembra molto intrigante.
RispondiEliminaIl contenuto pure pare avere potenziale.
C'è però qualcosa che non mi convince. Sarà per via della tua opinione tipieda. O sarà che il solo menzionare Feud mi fa venire da sbadigliare. :)
E se ti dicessi che, pare, il film lo dirigerà la piccole Coppola di Palo Alto?
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