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sabato 22 febbraio 2014

Mr Ciak #29: Saving Mr Banks, 12 Anni Schiavo

Buongiorno a tutti, amici! Rieccoci con un nuovo appuntamento di Mr Ciak, ancora una volta “da Oscar”. Vi parlo, infatti, dell'atteso 12 anni schiavo che penso vincerà il premio come Miglior Film, e anche meritatamente – e Saving Mr Banks, in lizza soltanto per la Miglior Colonna Sonora. Due film certamente da vedere, ma dei quali – per semplicissime motivazioni personali – ho premiato Saving Mr Banks con un mezzo voto in più: perché già l'ho visto due volte e perché, dopo atrocità come Beverly Hills Chihuahua e sequel, la Disney torna a produrre, FINALMENTE, un film che resterà impresso. Nell'altro caso, la regia di McQueen è al limite della perfezione e Fassbender – diretto competitor di Jared Leto – è magistrale. La storia è importante, le musiche sono importanti e i premi che, mi auguro, vincerà saranno meritatissimi. Ma, avendolo visto ormai un mese fa, in lingua, posso dirvi che l'impressione che sia un film “confezionato” per gli Oscar non mi ha abbandonato: non so. Io continuo a tifare per Her che, con la sua stranezza e il suo essere tanto malinconico, è unico nel suo genere. Buon weekend a tutti e buona Filologia a me! Un abbraccio, M.

Avete presente quando l'unica cosa che volete è sentire qualcosa? Quando vi sentite aridi e svuotati, spenti e morti dentro, e l'unica cosa che chiedete a voi stessi è un'emozione? Una lacrima o una risata, un batticuore... perfino una sanissima, comune tristezza. Tutto pur di tornare a sentire la vostra vita che respira. Saving Mr Banks, per me, è stato questo. Tornare a respirare, tornare a sentire. Uno sfondo bianco, con un uomo e una donna che camminano vicini. Lui tenta di essere persuasivo, lei – con le braccia conserte – è riottosa. Ai loro piedi, le loro ombre. Magiche e perfettamente autonome, come in un cartone per i più piccoli. Le orecchie immense del simpatico Topolino, l'ombrello e la famosa borsa della Mary Poppins di Julie Andrews. Due simboli, due miti, un'infinità di sogni generosamente regalati. Simboli del film per l'infanzia per antonomasia, invenzioni di un signore tutto sorridente, con i baffi impomatati e una casa piena di giocattoli e personaggi fantastici. Questo film racconta i retroscena di uno dei film più amati di sempre, il backstage segreto di un successo impensato, il lungo e assiduo corteggiamento tra Walt Disney e P.L Travers: l'unica donna che, nella lunga e magnifica vita di quel genio, fu così combattiva, avventata e decisa a dargli un sonoro due di picche. A dirgli di no. Ma non si parla di amore, se non in senso lato. L'autrice Pamela Travers era innamorata follemente ed esclusivamente dei suoi adorati personaggi e Saving Mr Banks, raccontando la divertente ed emozionante odissea del buon Walt per portare sullo schermo le avventure della tata più famosa di sempre, fa tappa nel cuore apparentemente di ghiaccio dell'algida scrittrice londinese e nei suoi lontani e sofferti ricordi d'infanzia. Ogni figlio somiglia alla sua mamma e, guardando Mary Poppins e fischiettando familiarmente le sue intramontabili perle di saggezza a mo' di canzone, immagineremo la sua creatrice come una donnina garbata e a modo, vivace e affettuosa. Pamela, dall'inizio alla fine, passando per qualche inevitabile e ben accetto momento di redenzione, è gelida e chiusa come l'Inghilterra da cui proviene: piena di autocontrollo, riservata, rispettosa e desiderosa di rispetto, pungente e con un senso dell'umorismo che sa graffiare. Odia le pubbliche manifestazioni d'affetto, odia la gente che la chiama col suo nome di battesimo, odia il pianto stridulo dei bambini, odia il caldo, odia i cartoni animati. E' uno Scrooge con la gonna antracite, con la fronte perennemente corrugata e un libro, nella biografia, che per lei significava tutto; un'eredità, la redenzione, il perdono. In banca rotta, dopo fastidiosi ripensamenti, decide di volare verso il Nuovo Continente per cedere, finalmente, i diritti del suo prezioso Mary Poppins e, ovviamente, per contrattare. Non ci saranno canzonette, non ci saranno momenti stucchevoli, non ci saranno messaggi ingannevoli: tutto dovrà essere così poco... Disney! Ma quando incontra il creatore di quella fabbrica di sogni, favole e speranze – così affabile, così simpatico, così sconvenientemente gentile, così americano – Pamela comprende. L'importanza della condivisione, la necessità di perdonare sé stessi, l'immortalità che un autore può garantire a un personaggio. Capisce che è possibile salvare il Signor Banks: un padre di famiglia che, tra difficoltà e crisi, aveva incontrato la magia e sposato la pace. John Lee Hancock, autore del riuscito The Bling Ring, con la delicatezza che già conosciamo e la sensibilità che già in passato ha permesso felicissime unioni tra il biopic e il dramma, confeziona un film commovente e completo, esilarante e struggente, attento alle esigenze della ricostruzione storica e a quelle, forse più importanti, del cuore. Grazie a un lavoro di montaggio impeccabile, collega passato e presente con una fluidità che fa impressione e su un Red Carpet che ricorda vagamente quello dell'incipit di Cantando sotto la pioggia fa sì che la Andrews di allora e la Thompson di adesso posino per gli stessi fotografi e calpestino lo stesso tappeto rosso. Emma Thopson, che è troppo perfetta per essere vera: così british, così espressiva, così dinamica, così eclettica. Insieme a lei, nei panni del Signor Disney, un Tom Hanks apparentemente nato per quel ruolo: familiare, caloroso, brillante, intenso. Una nota positiva per un Paul Giamatti particolarmente ispirato, per un Jason Schwatzman stranamente canterino, per un Colin Farrell che – nei panni di un papà fragile e imperfetto – emoziona, con la storia dei bambini che amò e della moglie che non seppe proteggere dal dolore. Parlando della realizzazione di uno dei film Disney più belli, Saving Mr Banks finisce per creare una storia tanto bella, tanto magica, tanto intramontabile quanto lo era quella raccontata dalla Travers. Una commedia anni '50, piacere per l'anima più dei grandi che dei piccini, dai colori pastello e dai toni nostalgici, che anche nello svelare i retroscena della leggenda sa mantenere vivissima e incontaminata la magia. Perché la Disney, oltre a produrre cartoni indimenticabili, ha prodotto anche film indimenticabili. Saving Mr Banks, che ha il regale accento inglese di Pomi d'ottone e manici di scopa, le ispirazioni segrete di Mary Poppins, una bambina triste con il cavallo bianco di Pippi calzelunghe e il cagnolino di Il mago di Oz, potrebbe perfettamente diventare, tra qualche anno, uno di quelli. Lo meriterebbe pienamente. La verità è che non mi emozionavo così da tanto, forse troppo. E che Saving Mr Banks, tra i sorrisi, mi ha profondamente commosso.

L'America si guarda alle spalle, nelle profondità di un passato d'inciviltà e barbarie, e parla di schiavitù. Un grande peccato, una grande vergogna. Lo fa in TV, in un'inedita stagione di American Horror Story in cui stregoneria, razzismo e movimenti civili si mescolano con solita ironia e immancabile violenza. Lo fa al cinema: con Django - “la D è muta” - e il suo nostalgico ritorno al western; con The Butler e la storia di una generazione di camerieri afroamericani vissuti alla Casa Bianca prima dell'avvento Obama. Soprattutto, lo fa con questo 12 Anni schiavo: il film che nessuno aveva visto ancora, ma che tutti acclamavano già. Il film degli Academy Awards 2014. Il tema era importante, il regista era importante e importanti erano le candidature ricevute: l'ultimo film dell'osannato regista di Shame, infatti, figura praticamente in ogni categoria. E' un filmone, ecco perché. Un'odissea tra campi di grano e piantagioni di cotone lunga tredici anni, capace di raggelare e di riempire di meraviglia, di far arrabbiare e di dar, finalmente, un po' di pace. Bisogna essere ciechi per non coglierne la bellezza. Una bellezza che sta in una storia vera, ma che ricorda le migliori pagine del capolavoro di Dumas e qualcosina del nostro caro Collodi, semplice e piena di cose, in cui una sorta di sfortunato Sweeney Todd, imbrogliato dai novelli Il gatto e La volpe di Pinocchio, viene privato dei sacrifici di una vita, della sua amata famiglia, della sua dignità di essere umano, della sua libertà. Le atmosfere, tuttavia, non sono ansiogene o soffocanti. La macchina da presa sfida le fronde secche dei campi e la schiuma delle onde e, grazie a una fotografia magnifica, incanta con colori da dipinto e con piani sequenza che, a volte, scioccano, altre ti lasciano ipnotizzato per via delle vedute sincere e immediate di quell'angolo assolato d'America. Le frustate, allora, si confondono con i tramonti scorti tra gli alberi; le torture e l'orrore con i suggestivi canti popolari intonati da lavoratori sporchi, sudati, maltrattati, ma sempre con il sorriso. Anche tra le lacrime. Come nei suoi film precedenti, McQueen tempra la grande violenza di fondo con un'immensa raffinatezza registica e la brutalità, per quanto esplicita, non è mai morbosa o gratuita. Vediamo i segni sulla pelle degli schiavi, il loro volto contratto, mai – o quasi – i colpi assestati dai loro carcerieri. Chiwetel Ejiofor, il protagonista, è perfetto; Lupita Nyong'o è una meravigliosa, straziante e convincente controparte femminile. Detestabile, viscido, avido, ma strepitoso il sempre ottimo Michael Fassbender: tifavo per Jared Leto, ma la lotta è dura. Fassbender è pauroso. Il suo personaggio è uno di quei cattivi iconici e spaventosamente umani, tra Bill “Il macellaio” di Gangs of New York e il Waltz di Bastardi senza gloria. Gentile Benedict Cumberbatch; malefica, algida e magistrale Sarah Paulson; superfluo Brad Pitt. Piccolissimo il ruolo del bello di Hollywood, ma forzato: un deus ex machina pieno di parole di bontà – in perfetta simmetria con il suo look hippy, alla Gesù – e pieno di intenzioni lodevoli. E' la speranza per lo sfortunato Solomon, ma io ho visto sempre e solo Brad Pitt, non il suo personaggio: galeotto, forse, anche il suo noto impegno a livello umanitario accanto alla bellissima consorte. Mi è sembrato impegnato a recitare la parte di sé stesso, quasi.
Sotto una buona stella (3/5): Una commedia a tratti esilarante, in cui si ride, ma con una certa intelligenza. Verdone sa scrivere, sa dirigere, sa recitare e questo suo ultimo film ha il sapore di una sit-com “a gestione familiare”. La trama è semplice, attualissimi sono i temi trattati: crisi, licenziamenti, giovani in fuga. Eccessiva la giovane Tea Falco, penalizzata da un personaggio gestito piuttosto male, soprattutto nella seconda parte del film: la più statica. Meglio il ventiquattrenne Lorenzo Richelmy: pienamente convincente, naturale, con un che di Emile Hirsch – nel viso – che sarà il suo successo. Figli di Verdone per copione sono il simbolo di una triste generazione di ragazzi senza futuro: la svolta finale a cui sono destinati è forzata, sconnessa, poco interessante. Passarci su: si può. Familiare e autentico Verdone, in grande spolvero una luminosissima Paola Cortellesi: coppia affiatata, ironica, magnificamente inquadrata in un contesto di tenerezze, drammi, problemi d'ordinaria amministrazione. Un sodalizio artistico che funziona: si potenziano tra loro, infatti, e potenziano una trama assai lineare e non esente da qualche scivolone.
Alla ricerca di Jane (2,5/5): Un soggiorno a tema Orgoglio & Pregiudizio. E' possibile, tra balli e corsetti, ventagli e tazze di tè, trovare l'amore vero? E' possibile separare verità e finzione? Austenland è la storia di una Jane che, ossessionata dal capolavoro della Austen, usa i risparmi di una vita per pagarsi il soggiorno in un parco a tema: comprese nel prezzo, anche le simpatie di due uomini che si contendono il suo cuore, con gesti galanti e grandi dichiarazioni. Una commedia romantica ironicamente kitsch, consapevolmente grottesca, fortemente satirica. Strana, ma divertente, con i colori sgargianti, le scenografie pacchiane che si spacciano per raffinate, l'arcigna presa in giro di un sistema di valori improponibile al giorno d'oggi. Delicata come al solito Keri Russel, carismatico il Mister Darcy di turno, esilarante la giunonica Jennifer Cooleridge.
Tutto sua madre (2/5): Adoro le commedie francesi, attendevo Tutto sua madre con ansia. Mi è piaciuto, ma solo in minima parte. E' un film ben diretto, ben recitato, retto su monologhi brillanti e su un umorismo che più raffinato (e affilato) non si può. Intelligente, ma nella maniera un po' esclusiva dei film di Allen e Almodovar. Guillaume Galliene – autore, regista, interprete del film – è di una bravura mostruosa. Alle prese con due ruoli, veste anche panni femminili, come solo i più grandi attori hanno fanno in passato. Ma la sua storia – tra cinismo, dramma, autoanalisi – a volte fa più pena che altro. Una commedia breve ed incisiva, dunque, dall'impianto fortemente teatrale, con l'occhio puntato su Freud e sui rapporti madre-figlio.

mercoledì 8 gennaio 2014

Recensione: Albion, di Bianca Marconero

Buongiorno a tutti, amici miei! Ufficialmente, diamo il via all'anno nuovo con la prima lettura di questo lungo 2014. Un romanzo che mi hanno consigliato tanti colleghi e che, spesso e volentieri, mi avete consigliato tanti di voi: sono arrivato tardi, lo ammetto, ma l'ho letto. Quello è l'importante! La recensione, purtroppo, arriva più tardi del solito: causa studio. Presto, inoltre, vi aggiornerò sugli ultimi film visti: mi ritengo fortunatissimo. Tra il remake di Carrie e Saving Mr Banks, Blue Jasmine e How I live Now, mi sto imbattendo solo in cose belle. Buona lettura e un abbraccio, M.
Sconfiggere un nemico non significa sconfiggere il male. E suo nonno sapeva che il male non muore mai. Ma per fortuna anche la sua antitesi è immortale. Il bene è un'araba fenice che risorge dalle proprie ceneri.

Titolo: Albion
Autrice: Bianca Marconero
Editore: Limited Edition Books
Numero di pagine: 398
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Cresciuto senza madre, e dopo aver perduto il fratello maggiore - morto in circostanze misteriose -, nel giorno del funerale dell'amatissimo nonno, Marco Cinquedraghi riceve la notizia che gli cambierà la vita: deve lasciare Roma e partire per la Svizzera. È infatti giunto il momento di iscriversi all'Albion College, la scuola in cui, da sempre, si diplomano i membri della sua famiglia. Ma il blasonato collegio riserva molte sorprese. Tra duelli di spade e lezioni di filologia romanza, mistici poteri che riaffiorano e verità sepolte dal tempo che riemergono, Marco scoprirà il valore dell'amicizia e capirà che l'amore, quello vero, non si ottiene senza sacrificio. Nelle trame ordite dal più grande dei maghi e nell'eco di un amore indimenticabile si ridestano legami immortali, scritti nel sangue. Fino all'epilogo, tra le mura di un'antica abbazia, dove Marco conoscerà la strada che le stelle hanno in serbo per lui. Il destino di un re il cui nome è leggenda.
                                                        La recensione
E' un'impresa non da poco giudicare coloro che conosciamo. E' difficile dire alla nostra migliore amica, ad esempio, che il suo ragazzo è un impiastro totale, o far sapere al nostro amico d'infanzia che quel taglio alla moicana così audace decisamente non era quello di cui i suoi capelli impettinabili avevano bisogno. Ci si sente combattuti. Ci si sente... infami. Da quando il blog ha vita, tra le mie amicizie, sono entrati, con mia grande gioia, a far parte anche autori pubblicati; cosa che – appena due anni fa – non avrei immaginato nemmeno nelle mie più rosee e lontane aspettative. Solitamente, però, queste amicizie virtuali sono esclusivamente nate dopo le mie recensioni. Difficile, infatti, che resistano a un parere educatamente onesto, ma categoricamente negativo. Storia vera. Così, le mie amicizie di Facebook diminuiscono tristemente, diplomatica stroncatura dopo diplomatica stroncatura. E' difficile avere una donna per amico, cantava Battisti. Ancora più difficile, aggiungerei io, è avere uno scrittore per amico. Questa lunga e vaga premessa, per dire che conoscevo virtualmente Bianca Marconero ben prima di leggere il suo Albion. Avevo letto, fino ad ora, soltanto i suoi resoconti delle gite di famiglia al cinema, i suoi stati spesso brillanti e pungenti, i suoi commenti sempre puntuali ed approfonditi sui romanzi che aveva letto e sui film che aveva recuperato: piccole e spontanee cronache delle sue giornate di mamma e autrice a tempo pieno. Insieme, inoltre, abbiamo parlato a lungo delle nostre dipendenze più dolci e irrinunciabili e preso parte ad iniziative su libri che avevamo puntualmente adorato. Lei e il suo romanzo sono stati il mio piacevole strappo alla regola. Ho conosciuto, infatti, prima la persona e poi l'autrice e, paradossalmente, ho preso in mano il suo libro d'esordio, sicurissimo che non mi avrebbe deluso, solo dopo tutto il resto - consapevole della nostra smodata venerazione per J.K Rowling, e le felpe sformate con gli smile disegnati sopra, e i romanzi per ragazzi; ma quelli belli, belli, belli. Ho domandato a me stesso “E se poi non mi piace...?”, troppo tardi, quando già avevo chiuso il romanzo, tutto sorridente e soddisfatto. Il dubbio, infatti, con una storia così ben scritta e dinamica, non aveva ragione d'essere, e ho avuto la fortuna di capirlo dal primo di ben settantasei, velocissimi capitoli. Quei capitoli numerosi, vero, ma che - brevi, affilati e celeri - erano esattamente del tipo che piacciono a me, sebbene, spesso e volentieri, non abbia apprezzato, in verità, la scelta di dar loro un titolo: unica pecca. Mi sono imbarcato in questa avventura ad occhi chiusi, non sapendo assolutamente dove mi avrebbe portato. In dorso a un destriero bianco, su una bicicletta sgangherata, a bordo di un treno arrivato in ridardo... ma verso dove? Il titolo parla chiaro e parlano chiaramente i personaggi, con i loro cognomi altisonanti e i loro destini indissolubilmente annodati. Albion, una scuola esclusiva e antichissima, costruita nel verde fitto della Svizzera odierna, è la cornice suggestiva e riccamente intarsiata in cui, insicuri e agili, romantici e agili, si muovono questi eterogenei cavalieri in erba, perennemente a rischio di bocciatura. Albion è il nome dimenticato della Gran Bretagna e, in questo racconto che parla di leggende nuove e antiche, ogni cosa ha il suo perché: il Caso, sappiatelo, non esiste. E io, dal mio canto, non pensavo potesse esistere qualcosa capace, dopo anni e anni di vani tentativi, di farmi andare a genio gli intrighi e le magie del ciclo arturiano: ho abbandonato Merlin alla seconda stagione, ho rinunciato ai primi piani mozzafiato di Eva Green in Camelot, ho visto secoli fa La spada nella roccia e la saga di Marion Zimmer Bradley, stranamente, è una delle poche a non essersi mai affacciate nella mia wishlist. 
Il segreto è da cercare, con tutta certezza, nella freschezza unica dell'intreccio della Marconero. Bianca ha spolverato vecchie, spettrali e cigolanti armature; ha fatto dell'arcaica Tavola Rotonda molto più che un monumento dedicato alla tradizione; ha fatto incontrare, su un terreno neutrale e tutto nuovo, i mitici personaggi del ciclo bretone e gli altrettanto mitici personaggi della saga di Harry Potter. Ha unito, con passione grande, due sue grandi passioni. E l'ha fatto tra le righe, in filigrana, con rispetto e inventiva, originalità e spigliatezza da vendere. Tra un genitore e un'insegnate, tra una spadaccina modello e una critica d'arte, si muove morbida e sicura, senza intoppi, tra rievocazioni di curatissimi dettagli architettonici e duelli, lotte e liti tra futuri migliori amici. Si avvale di una sintassi perfetta e ha un linguaggio – talora forbito, talora simpaticamente vivace - che sa adattarsi straordinariamente ad ogni situazione. I dialoghi sono realistici e i toni, mai forzatamente epici o inutilmente sensazionalisti, sono quelli giusti. Giocosi, ma adulti, a volte, nella descrizione di un'adolescenza vista senza “lenti rosa”, in cui gruppi di studenti chiacchierano, con normalità assoluta, davanti a una pinta di birra gelata, si stuzzicano con classici doppi sensi, discutono verosimilmente di sesso, vita, amore. 
Mi è sembrato di sentirli parlare, di udire le loro voci risuonare nelle mie orecchie, a lezione, a letto, al bar: la loro simpatia e i loro accenti tanto diversi mi hanno conquistato. Il plurilinguismo suggerito da Bianca, infatti, mi ha profondamente divertito e tutti i fanatici dei serial in lingua, come il sottoscritto, avranno pensato al fitto e biascicato accento irlandese dell'adorabile Deacon, all'irrinunciabile r alla francese del galante Lance, ai musicali risultati dello spanglish dell'indefinibile Helena, alla fortissima cadenza romana dell'odioso Marco Cinquedraghi. Si salta da un punto di vista all'altro e, nonostante i tempi siano piuttosto dilatati, i risultati sono brevissime e affascinanti soggettive dal sapore cinematografico che non disorientano, catturano. Come ogni romanzo introduttivo che si rispetti, Albion concentra i suoi colpi di scena migliori negli ultimi capitoli e, nel frattempo, dà vita e infinite gradazioni di colore ai riuscittissimi personaggi che incontreremo nei volumi venturi. Compreso Marco, e non ho intenzione di rimangiarmi quello che ho detto: perché lui è odioso, con fastidiosa consapevolezza. Ma mi ci sono affezionato, e non come si fa con un'unghia incarnita o una pustola purulenta con cui impari, tuo malgrado, a convivere. La voglia di prenderlo a botte con una padella rovente, pian piano, diminuisce; e quella padella rovella diventa, gradualmente, una scarpa, una ciabatta, un cucchiaio di legno, un pugno... un leggero schiaffetto. Niente sconti di pena, però: un manrovescio è il minimo sindacale! Rende Helena collerica, instabile, irascibile e le procura dolorosi incubi. E dà filo da torcere a Deacon: magro come un chiodo, alto come un armadio, con un trench larghissimo che, nel vento, sembra il mantello di un impavido supereroe, e un fare da nerd che lo rende universalmente piacevole. Albion è uno young adult con cappa e spada, in cui l'impresa più eroica che un futuro cavaliere possa compiere è quella di barattare un Rolex per una bici: tutto pur di raggiungere la sua amata dama, in balia non di un drago cattivo, ma dei mezzi pubblici e di una compagnia a cui, altrimenti, mancherebbe l'obbligatorio attaccabrighe di turno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Coldplay – Clocks

mercoledì 31 dicembre 2014

2014 Mr Ciak Awards - La Top 20

Quest'anno, ho parlato tanto di film quanto di libri. Nasco come blogger letterario, ma sono un po' un tuttologo. Mi piace parlare, in realtà, di quello che mi è piaciuto. Come a tutti, credo. Alla lista dei film del 2014 ci tenevo particolarmente: è il primo anno che la faccio e mi piace moltissimo l'idea, tra un paio di mesi o qualche anno, di venire a sbirciare cosa mi aveva colpito e perché. Un rapidissimo viaggio, dunque, dalla ventesima posizione alla prima e un tuffo tra i migliori attori, i personaggi fighi, le scene “incriminate”. Occhio: nell'ultima parte del post potrebbero esserci spoiler su situazioni e simili. Il mio, di occhio, sempre puntato verso i miei amati libri e, sul podio, più di qualche trasposizione cinematografica. E i grandi assenti? Non li ho proprio visti. Di Grand Budapest Hotel mi disgustano i colori zuccherosi da torta avariata; Nynphomaniac avrei voluto vederlo al cinema, per evitarre imbarazzanti situazioni in casa, ma avevo paura che il mio vicino di posto, nel buio della sala, potesse – che ne so – masturbarsi, e con la mia mano; The Wolf of Wall Street, per tutti il vero film dell'anno, mi era risultato un titolo indigesto a causa di tutti i fan(atici) di Di Caprio che, alla vittoria del bravissimo McConaughey, gridavano alla cospirazione e così non l'ho recuperato. Non ho beccato al cinema neanche Interstellar. Vi saluto, mentre sulla mia città scende una neve freddissima. Torno al mio latino, vi auguro buon anno, vi ringrazio per avermi fatto compagnia. Buona fine e buon inizio, M.
 
20. Il giovane favoloso: Operazione razionale e poco vivace, con un Elio Germano assurdamente in parte che ti instilla il pianto, la malinconia, il dubbio, le idee.
19. American Hustle: Una commedia funambolica e bugiarda, in cui tutti imbrogliano tutti, ma lo spettatore è trattato con i guanti bianchi.
18. The JudgeUn'americanata di raro valore, con due mostri di carisma al comando. 
17. Nebraska: La carica vitale degli anziani. Il loro candore, la loro schiettezza, la loro ruvidezza, la loro mesta allegria in una perla che ruba consensi e parole superflue.
16. Song'e Napule: Tocchi di hard boiled, comicità da bollino verde. Un Gomorra in versione neomelodica. Il personaggio di Morelli chi se lo scorda? A casa mia ne parlano ancora.
15. 12 anni schiavo: Ci si aspettava di più. Da un “miglior film” e da McQueen. Nonostante le frustate, non lascia cicatrici.
14. Dallas Buyers ClubStoria vera, senza peli sulla lingua e senza cornici, con due attori per descrivere i quali ci vorrebbero nuovi aggettivi.
13. The Babadook: Un horror di fantasmi di padri e involucri di madri, che parla del modo in cui devi nutrire i tuoi demoni. Altrimenti poi mangiano te. Il tuo cuore, quello che ti rende buono e giusto.
12. Tutto può cambiare: Un'orecchiabile fiaba acustica, che conosce il traffico, il rumore, le seconde opportunità, artisti che si mettono comodi e ti dedicano una canzone.
11. I segreti di Osage County: Uno scontro tra tre generazioni, una pellicola che odora di grande teatro e brilla di grandi dive: il nuovo Carnage. Un delizioso calvario.


10. Saving Mr Banks: Avete presente quando l'unica cosa che volete è sentire qualcosa? Per me, è stato questo. Tornare a respirare, tornare a sentirmi. Immancabile, totalmente, per chi vive di storie.
9. Due giorni, una notte: Ti fa disperare per le chiamate rifiutate, le porte sbattute in faccia, i “no” nudi e crudi... e per quegli impensati gesti di gentilezza che ti accarezzano l'anima.
8. The Normal Heart: Bomer si trasforma, Ruffalo ti urla addosso. Cast straordinario, script perfetto, per un grande film del piccolo schermo con un cuore non normale, ma grosso così. Vivere d'amore, morire di Aids.
7. Locke: Tom Hardy regna. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita.
6. Lo sciacallo: Un immorale e bruttissimo Jake Gyllenhall in preda a un inquietante, divertentissimo, perfetto delirio di onnipotenza.
5. Colpa delle stelle: Ho capito che era meglio del libro quando mi sono ritrovato con il viso bagnato di lacrime, per due volte, e quando perfino gli utenti di Cineblog01 scrissero commenti sensati, in italiano, e sinceri. Quella volta risparmiai sulla bolletta dell'acqua: l'anonimato mi permette di dire che ho pianto il mare?
4. Gone Girl: Un teatro dei burattini che smantella tutto ciò che è perfezione apparente, anche se alla perfezione è vicino. E da una leggenda come David Fincher chi osava aspettarsi qualcosa di meno? 
3. Alabama Monroe: La vera, inarrivabile Grande Bellezza proveniva dal Belgio. Una ballad che fa ballare i piedi e sanguinare i cuori, che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo gitano può costruirsi una famiglia. E un amore con cui marchiarsi la carne per l'eternità.
2. Boyhood: Il più generoso e originale regalo che qualcuno potesse fare alla mia generazione. Siamo ragazzi fortunati. Chi altro potrà dire di aver visto la propria infanzia in tre ore? Una storia epica nella sua semplicità, non recitata ma vissuta a fondo. Splendido e infinito.
1. HerJonze firma un capolavoro pieno di saggezza e grazia. Una lunga lettera aperta a una donna mai nata e a una relazione mai esistita. Un duetto di grandi voci passate alla radio .The Artist era il ritorno al muto. Her, più che vederlo, lo senti. Cieco, come l'amore impossibile tra Theodore e Samantha.  

Migliore attore protagonista:
- Lo sciacallo - Jake Gyllenhall
- Dallas Buyers Club - Matthew McConaughey
- Locke - Tom Hardy
Miglior attore non protagonista:
- Dallas Buyers Club - Jared Leto
- 12 Anni Schiavo/Frank - Michael Fassbender
- The Judge - Robert Duvall 
Migliore attrice protagonista:
- Gone Girl - Rosamund Pike
- I segreti di Osage County - Meryl Streep
- Due giorni, una notte - Marion Cotillard
Miglior attrice non protagonista:
- I segreti di Osage County - Julia Roberts
- Her - Scarlett Johannson
- Boyhood - Patricia Arquette

[ATTENZIONESPOILER]
Sono una muchacha troppo sexy:
- Sin City 2 – Eva Green
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley
- American Hustle – Amy Adams
Bello impossibile:
- Posh – Booth, Claflin, Irons
- Cattivi Vicini – Zac Efron
- Dracula Untold – Luke Evans
Nice to meet you, where you been?:
- Ansel Elgort (Colpa delle stelle, Divergent)
- Ellar Coltrane (Boyhood)
- Lupita Nyong' (12 anni schiavo)
Will you recognize me?:
- The Normal Heart – Matt Bomer
- Gimme Shelter – Vanssa Hudgens
- Sarah Snook – Predestination
Sing:
- Lost Stars – Tutto può cambiare
- The Moon Song – Her
- The Hanging Tree – Hunger Games III
Psycho Killer:
- Gone Girl – Rosamund Pike
- Wolf Creek 2 – John Jarratt
- Sin City 2 – Eva Green
I love the way you d(l)ie:
- Emma Stone – The Amazing Spiderman 2
- Neil Patrick Harris – Gone Girl
- Juno Temple – Horns
Cry me a river:
- Colpa delle stelle – Il prefunerale, la lettera
- Alabama Monroe – La scena conclusiva
- The Normal Heart – L'addio
Hot Stuff:
- White Bird in a Blizzard – Shailene Woodley e Shiloh Fernandez
- Nurse 3D – Paz De La Huerta
- American Hustle – Amy Adams e Jennifer Lawrence 

venerdì 30 novembre 2018

Mr. Ciak: The Wife, Widows, The Children Act, The Guilty, Ritorno al bosco dei 100 acri

A Stoccolma, in una camera di lusso, si consumano i retroscena del Nobel. La premiazione e le domande della stampa hanno risvegliato rancori nel mezzo dei festeggiamenti. I contendenti sono due coniugi già in là con gli anni: lui, con il pallino dei grassi saturi e delle belle donne, scrittore vanaglorioso che sin da ragazzo si sognava Philip Roth; lei, prima allieva prediletta e in seguito moglie trofeo, donna che in segreto ha sempre mosso i fili del suo successo. Non serviva il sopraggiungere di flashback quanto mai superflui per illuminarci sulle bugie e i ruoli di potere della coppia: un matrimonio nato da un tradimento, che di tradimenti a lungo ha vissuto, in cui un'ereditiera desiderosa di indispettire la ricca famiglia aveva regalato l'anima e il corpo – soprattutto, il proprio talento – a uno scrittore ora da pulire, ora da imboccare, ora da perdonare. L'uno ha le idee, l'altra lo stile. Tutti i meriti, anche agli occhi del figlio (d'arte) Max Irons, spettano però all'istrione Jonathan Pryce. L'occhialuto biografo Christian Slater, al contrario, fiuta qualcosa nei gesti di una Glenn Close in odore di nomination: i sorrisi tirati, gli occhi bassi, il tormento delle mani e un animo che ribolle per quel desiderio di rivalsa svegliatosi all'improvviso. Si può voltare pagina a settant'anni? Si può trovare nella totale disfatta la voglia di fare l'amore o di saltare sul letto per celebrare un immeritato trionfo? Storia di rinascita affatto sorprendente in questi tempi di ritorno al femminismo, la lenta rimonta di The Wife ricorda troppo Big Eyes: palcoscenico austero ed elegante su cui non va in scena niente che meriti il bis. Classico dramma di attori in cui la scontata bravura della protagonista si rivela un'arma a doppio taglio. È infatti la stessa donna del titolo, a suon di dialoghi teatrali e di segnanti primi pianti, a mettere in ombra l'intero film. (6)

Se sei un criminale in una Chicago che non perdona, nemmeno un'onorata carriera nel malaffare può salvarti. La vita di quattro ladri si conclude in una retata che non lascia scampo. Ognuno aveva debiti, un'idea per cambiare vita, una moglie. Questa è la storia di tre delle quattro vedove: donne agli antipodi – un'ereditiera affranta con ridicolo cagnetto bianco al seguito, una giovane maltrattata che si reinventa escort, una mamma latinoamericana con un negozio pignorato – che, sotto l'egida di una Viola Davis tanto bad-ass quanto svogliata, collaborano per riscattarsi. Mentre in città si fanno lo sgambetto gli aspiranti sindaci – Farrell appoggiato dall'arcigno Duvall, l'altro dal tirapiedi Kaluuya –, le protagoniste lavorano a far della propria inadeguatezza un'arma a doppio taglio. E secondo lo stesso principio, in un cast di premi Oscar, a sorprendere sono le attrici all'apparenza fuori posto: Michelle Rodriguez, per la prima volta in un film d'autore, e un'irresistibile Elizabeth Debicki. Peccato che i pregi, le cose da scrivere, finiscano presto con un film che resterà la peggiore delusione dell'anno. Widows su carta non ispirava, infatti, ma recensioni positive e grandi nomi lasciavano intuire il colpo di teatro: Steve McQueen, reduce dai fasti del potente e arraffone 12 anni schiavo, non poteva riadattare una soap degli anni Ottanta senza metterci del genio; non poteva cedere all'heist movie come un qualsiasi Soderbergh e giocare ancora l'irritante carta del politicamente corretto con un cast all women (o quasi), all black (o quasi), con tanto di stucchevole cenno al braccio violento (e razzista) della legge. Non ne faccio mistero, di Widows mi hanno infastidito le scenografie da rivista patinata, la scrittura televisiva della Flynn, colpi di scena che insultano l'intelligenza di chi si aspettava un'americanata sì, ma di classe. Freddo e poco coinvolgente, in equilibrio precario fra il noir e il melodramma, il regista del chiacchierato Shame finisce questa volta per lasciare a bocca asciutta per il desiderio di accontentare tutti in una seriosa varazione sul tema del dimenticato Ocean's 8. Torna e fa cilecca. Con la morte nel cuore per questo colpo clamorosamente fallito, noi fan ci vestiamo già a lutto. (5,5)

I sorrisi ai neonati sul treno ci dicono che non ha avuto figli. Parte lesa in un matrimonio senza sesso, continuamente sul piede di guerra, il giudice Emma Thompson ha un'aria rispettabile, un guardaroba severo, ma piccoli dettagli ne rivelano l'altruismo e l'istinto materno. Esperta in autentici casi di coscienza, chiama a deporre la famiglia di un adolescente morente: in quanto testimone di Geova, il ragazzo rifiuta la trasfusione. Avvincente e umano, The Children Act è nella prima parte un dramma giudiziario convenzionale ma solidissimo. La seconda, più incerta ma senz'altro toccante, segue invece il dipanarsi di un candido colpo di fulmine, di una subitanea affinità elettiva, il cui significato si evince più in pratica che in teoria. La protagonista, infatti, va al capezzale di Fionn Whitehead: per lui, intelligente e sfacciato, canta e recita Yates. Il giovane – senza più famiglia, senza più Dio – si affida anima e corpo alla donna, che ligia al dovere non vuole tuttavia portarsi il lavoro a casa. È già troppo tardi: in seguito a un imprinting misterioso e immediato, lei gli è entrata sin nel sangue. Se l'ultima mezz'ora non basta ad approfondire debitamente il rapporto tra il malato ribelle e il giudice – “My Lady”, come la chiama Whitehead venerandola per tutto il tempo –, ambiguità e svolte annunciate sono appianate dal monologo finale di un'attrice forse al suo meglio che, piangendo in abito da sera, si confessa all'infedele Tucci. Ci sono ballate che vanno cantate: al diavolo le scalette predefinite. Ci sono storie che vanno raccontate anche se, grandi interpreti a parte, sortiranno maggiore clamore nei romanzi di Ian McEwan. Ci sono casi straordinari – giudiziari e non solo – davanti ai quali perfino la legge solleva bandiera bianca. Abbandonandosi a un ritornello, lasciando andare chi aveva le smania di farsi libero martire. (7)

C'è qualcosa di marcio in Danimarca. C'è qualcosa di bello però in un cinema che quel marcio sa raccontarcelo con l'acume e la sensibilità che lusingherebbero anche il buon Shakespeare. Vedasi i nervi a fiori di pelle per Il sospetto di Thomas Vinterberg o, ancora, le lacrime per la scabrosa Susan Bier di Second Chance. Alla completezza dei gialli europei mancava un tassello. L'ho scoperto per caso – non sapendo del successo al Festival di Torino né che avrebbe rappresentato la Danimarca agli Oscar –, in un'appassionante chiamata lunga un film. Il telefono squilla. Siamo in una stazione di polizia e, in seguito a una bruciante retrocessione, al pronto intervento troviamo un bravissimo Jakob Cedergren. L'agente paga il fio per i propri metodi poco ortodossi, per la tendenza a far di tutto un caso personale. Alla cornetta lo aspettano gli sbadigli per qualche tentata rapina, incidenti stradali da poco, giornalisti incuriositi da uno scandalo che l'ha reso protagonista. Fino a quando non intercetta una chiamata diversa: quella di una donna – e della sua bambina in lacrime, intanto a casa con il fratellino neonato – rapita dall'ex marito. Lo spettatore è messo al corrente di ogni trillo, vibrazione o messaggio in segreteria. L'azione vera, un'ordinaria storia di violenza domestica, si consuma però fuori dalle scene. Come in Locke, la sceneggiatura si crea da sé, alla cornetta, e sempre alla cornetta prende vita un piccolo giallo dalla grande emotività. Grazie alla regia attenta e a un interprete dagli occhi empatici, The Guilty è un esperimento che funziona alla perfezione: tutti sono colpevoli di qualcosa, tutti vogliono confessare per alleggerirsi l'anima e tutti, a fine visione, vorranno comporre un numero dal nuovo (questa volta della persona giusta). La solidarietà, così, scatta tanto verso le vittime quanto verso un assassino feroce. Non lasciatevi scoraggiare dall'interlocutore sconosciuto; dal pesante accento straniero. Prendete all'istante questa chiamata. E in certe notti vi sentirete più al sicuro, meno soli. (7,5)

C'era una volta un bambino che sperava di non diventare grande. Gli facevano compagnia gli amici animali – un orso, una tigre, un asino e un canguro –, con cui dividere fantastiche avventure in una radura ai confini della realtà. Il bambino mentiva, alla fine è cresciuto: diventando un uomo segnato dalle esplosioni della Seconda guerra mondiale, un marito assente, un padre poco amorevole. I suoi compagni d'infanzia, inevitabilmente, sono stati dimenticati in nome delle responsabilità. C'era una volta la Disney, storica fabbrica dei sogni, che voleva parlare a grandi e piccini. Continua a farlo tutt'oggi, sì, non inventandosi più niente dal nuovo: i cartoni che prendono vita abbondano, sequel e reboot spettano anche alle vecchie fiabe. Anche il bambino di Winnie the Pooh, dunque, cresce per ragioni di copione. Ha il volto del sempre in parte Ewan McGregor e veste gli abiti di un noiosissimo impiegato che ha rinnegato il passato. L'orso ghiotto di miele si smarrisce a Londra e si mette sulle tracce di lui, a cui spetta il compito di riportarlo dove tutto ha avuto inizio. Favola bucolica nello spirito delle Cronache di Narnia, Ritorno al bosco dei 100 acri racconta pochissimo che non sapessimo già. Chi come me si si aspettava i segreti struggenti di Neverland e Saving Mr. Banks, autentici backstage sulle difficoltà del processo creativo e sull'urgenza della scrittura, probabilmente avrebbe dovuto prima dare un'occhiata al biopic su Alan Milne. Ode spensierata alla leggerezza, agli affetti, al ritorno ai buoni sentimenti, la commedia per famiglie del capace Marc Forster è piuttosto una classica riflessione generazionale che colpisce più gli occhi che il cuore e che qui e lì attinge alla comicità slapstick del meglio riuscito Paddington. Malinconico andirivieni fatto di ritorni alla base e morali risapute, senza buone idee all'interno ma con quel pizzico di magia che sotto Natale non guasta. (6,5)

venerdì 10 luglio 2015

Mr. Ciak: 5 to 7, Ted II, While We're Young, Burying The Ex, Woman in Gold, Duri si diventa

Brian vive in un monolocale e, alle pareti, tiene appese le prove dei suoi fallimenti. Ma ha ventiquattro anni appena e, fuori dalla finestra, la città più stimolante del mondo: New York. E succede così che, durante una delle sue lunghe passeggiate, dall'altra parte della strada vede Arielle, all'angolo fumatori di un ristorante di lusso: si innamora a prima vista. Lei – francese, felicemente sposata, di dieci anni più grande – per qualche motivo ricambia; tuttavia, nel suo matrimonio aperto, c'è posto per un giovane amore adulterino una volta a settimana, per due ore. Ma se lui, ragazzo di sani principi, non capisse cos'è questa storia che i francesi, civili e libertini, sono disposti a condividere l'anima gemella con un terzo incomodo? E se a quell'adulta che si chiama come un sirena – e delle sirene ha il potere di sedurre poveri marinai e confusi scribacchini – a un certo punto non sapesse più rinunciare? 5 to 7, ai più sconosciuto, è una delizia di commedia romantica che, in tutta sincerità, mi aveva incantato sin dalla copertina. Ho potuto giurargli un po' d'amore nell'ora e mezza in cui, spensierato, mi sono goduto coi protagonisti lo spettacolo raro del cielo in una stanza. Bizzarri amici di letto, il romanziere e la sua esotica Mrs. Robinson passano il tempo che hanno a disposizione a braccetto, nelle suite degli hotel, passeggiando a Central Park, andando a pranzo con il marito di lei e a cena con i genitori di lui. Intraprendono conversazioni lunghissime e, prima e dopo il sesso, si confrontano sugli americani moralisti e sugli europei spregiudicati, progettando nuovi sogni e scrivendo nuovi racconti. Creando inconsapevolmente, insieme, un gioiellino di parole e fatti, un po' newyorkese e un po' parigino, ma comunque tanto malinconico. I sentimenti secondo Victor Levin flirtano con Allen e Truffaut, e coinvolgono con uno di quegli amori sospesi e un epilogo limone e vaniglia che incrina il cuore. Arguto, loquace, colto. Classe sconfinata che fischia appresso ai taxi gialli, degusta vini rinomati e fa ridere chi, smaliziato, sa che “baiser” non significa quel che tutti pensano. Avvenenti e naturali, i proprietari di queste due anime trasognate – e di questi visi che fanno centro - danzano su melodie da gourmet. Anton Yelchin, mite e dalla voce bellissima, che fa gli stessi film che farei io se fossi un attore avvenente e naturale, mite e dalla voce bellissima, ovviamente; e – nel suo letto, al suo braccio – la soprannaturale Bérénice Marlohe. Una che quando sorride ferma il traffico. (7,5)

Il caro Ted è tornato. Dopo averci parlato di come la magia del Natale avesse regalato un migliore amico a un bambino solitario, adesso l'orso sporcaccione di MacFarlane è pronto a diventare papà. Come dimostrare di essere umano? Mentre perde lavoro e moglie, un'avvocatessa rampante e l'inseparabile amico John lo aiuteranno nella lunga battaglia per i diritti (in)civili. Il primo film, divertentissimo, aveva messo d'accordo tutti. L'estate scorsa, poi, il regista – lì anche attore in carne e ossa – ci aveva riprovato con Un milione di modi per morire nel west, e anche in quell'occasione – tra crossover, momenti da musical e cameo folli – aveva centrato il besaglio. Il successo cerca successo e un sequel non poteva mancare. Da parte mia, l'accoglienza era delle più favorevoli. Però, come nel caso di Pitch Perfect e 21 Jump Street, ecco un altro seguito sì atteso, ma poco necessario. Una delle famose volte in cui si ride più con il trailer che con il lungometraggio in sé. Fatto di quella comicità nonsense poco familiare agli italiani, strappa risate nelle poche scene non contemplate negli spot tivù – ad esempio, riferimenti scorretti a personaggi noti e a tragedie mondiali cinicamente scomodate. Sensibile forse senza volerlo, funziona paradossalmente più nei momenti da film per famiglie – riposte via droghe e birre – mentre la sua comicità bostoniana lascia freddini. Per il resto, tralasciando una capatina al Comic Con, sono poche le soddisfazioni legate al vecchio cast – nuovo ingresso, giusto la solare Amanda Seyfried – ma c'è il tema, in compenso, a fare pensare. Ted 2, infatti, a modo suo, mi è sembrato anticipasse il giorno in cui Facebook si è colorato d'arcobaleno e gli hashtag, su Twitter, hanno celebrato un altro passo avanti della civiltà. (5,5)

Quando ci si accorge di essere diventati adulti? La vecchiaia, per Cornelia e Josh, è un'invenzione borghese: loro – ben oltre i quarant'anni – si sentono reattivi, innamorati, così diversi dalle coppie di amici che, vuoi i figli, vuoi la famiglia tradizionale, sono cresciute in un giorno solo. Ma si sentono fuori luogo accanto ai loro coetanei, dotati di una voglia di diventare genitori che loro non sentono particolarmente, proprio come non si sentono di stare al passo con Jamie e Darby, venticinque anni e tutto il tempo per rivoluzionare il mondo del documentario. Più deprimente chiudersi in casa, rassegnati, o tentare la via, tra pattini e lezioni di danza, di una seconda e impossibile gioventù? While we're young – da noi, Giovani si diventa – parla della vana ricerca del tempo perduto e, con un colpo di scena che colpo di scena non è, della spietatezza del rinnovo generazionale: quella coppia hypster tanto affabile sta dando loro un'altra possibilità, in nome di una strana amicizia, o sta cercando di strappare via dai due – soprattutto da lui, competitivo e geloso - la soddisfazione delle ultime volte, con relazioni “usa e getta” e bugie su bugie? La commedia scritta e diretta da Noah Baumach – di cui mi tocca recuperare quel Frances Ha acclamato come capolavoro – è profonda, intelligente, bene interpretata. Prevedibilmente riuscita, nel bene e nel male. Nel bene, perché fa sempre piacere vedere uno Stiller più serio del solito, una Watts che si scatena, gli occhi da bambola della Seyfried e il viso indefinibile del promettente Adam Driver; nel male, perché Giovani si diventa è profondo, intelligente, bene interpretato proprio come immaginavi fosse prima di vederlo. Cosa va ad aggiungere ai Peter Pan del primo Muccino – ma qui senza strepiti, fortunatamente -, che inevitabilmente sentivamo anche più vicini a noi? Niente, o così mi è parso. Ma è un niente, il mio, che non sottintende disprezzo. Fa molto più che compagnia e, in definitiva, molto meno che rumore. (6,5)

Lo scorso anno, a un Festival di Venezia più serioso che mai, veniva proiettato Burying the Ex. Ventata d'aria fresca e ritorno alla regia di Joe Dante – regista di commedie horror come Gremlins; anche per me, che all'epoca non ero neanche nella mente dei miei genitori, must. Dopo averci provato con gli spauracchi per ragazzi e il 3D, eccolo con una storia divertente e sanguinosa. Max ama Olivia a cui è legato da una forte attrazione fisica e dal comune amore per i film di serie B; non molto tempo fa, però, nella sua vita c'era Evelyn. Vegana convinta, dispotica: come lasciarla senza spezzarle il cuore? A quello che dovrebbe essere l'ultimo appuntamento, Evelyn attraversa di fretta e l'urto con un autobus le spezza il collo. Il cuore, in compenso, è sano e salvo. L'accanita non morta sbuca dalla tomba e getta le basi per un'infernale convivenza. Il risultato è una commedia più che discreta, sulla persistenza dei ricordi e lo stalking da parte di splendide ex. E beato il sempre in parte Anton Yelchin, da me odiatissimo: cioè, in Like Crazy aveva Felicity Jones e qui, in meno di novanta minuti, sia Ashley Greene – e con lei, prima vampira e adesso zombie, neanche la necrofilia pare così strana – che quello schianto di Alexandra Daddario? La mano di quello che un tempo è stato un regista culto si nota palesemente nei dettagli: i poster italiani appesi ai muri, il cinema all'aperto e le proiezioni di Romero, le citazioni sparse; ma a metà tra Warm Bodies e La sposa fantasma c'è un territorio piuttosto arido in quanto a fantasia. Poteva essere più spassoso, folle, originale: arriva in ritardo. Ma gli si perdona tutto, in fondo, per il glamour del trio e perché Joe, sessantottenne, sa ancora il fatto suo. George Miller – di due anni più anziano – però ha diretto una cosetta come Fury Road: tanto per dire. (6+)

La storia vera dietro un capolavoro e quella della donna che per riaverlo – dopo le razzie naziste – chiamò in giudizio l'intera Austria. Giusto privare Vienna della sua splendida Monnalisa e lasciare che trionfi una giustizia senza prezzo? L'apparenza suggerisce un prolisso polpettone, no? Invece la durata contenuta, la compresenza del dramma delle persecuzioni – visto, qui, da una prospettiva nuova – e della parentesi giudiziare, fanno sì che il lungometraggio scorra, tocchi e, soprattutto, intrattenga grazie all'ennesima prova maiuscola di Helen Mirren. Maria Altman era pungente, severa e volitiva e aveva ingaggiato, sapendo di perdere in partenza, il figlio di amici di famiglia – qui, un bravo Ryan Reynolds – per tentare, rimasta sola al mondo, la carta disperata della giustizia. Quando il passato prende vita e si passa dalla Los Angeles degli anni novanta alla Vienna assediata, la Mirren ringiovanisce e diventa la nostra Tatiana Maslany – talento puro, alle prese con un'altra sfida: l'accento tedesco – e, accanto a lei, si ritagliano ruoli minori il giovane marito Max Irons e Daniel Bruhl, uno dei pochi austriaci disposti a non dimenticare i crimini dei padri. Ma Woman in Gold, oltre a parlare di arte e di donne, è anche la storia di un giovane uomo –  americano, ma con il cognome di uno dei più grandi musicisti del secolo scorso – che, commosso, fa pace con le sue origini. Inedito come Philomena e sotto sotto fiaba come Saving Mr. Banks, il dramma di Simon Curtis si dipana tra passato e presente, con la sua struttura tradizionalissima, un solido rigore, un po' di retorica e, a sprazzi, tocchi d'umorismo che contribuiscono a renderlo una visione non imprescindibile, ma degna. Anche se qualcosa andava evitata – un flashback alla Titanic di troppo -, qualcosa approfondita – il rapporto tra la piccola Maria e zia Adele, la musa di Klimt – e non è tutto oro quel che luccica. (6,5)

Chi ha tutto ha tutto da perdere. Così James, imprenditore, finisce nei guai: andrà in un carcere di quelli infernali. Come proteggere, in quel covo di criminali, la sua virtù? Ha trenta giorni per imparare le regole del vivere selvaggio, così si affida all'afroamericano Darnell – quieto padre di famiglia che, in cambio di una somma da capogiro, insegnerà al protagonista a essere una belva. Duri si diventa ha la tipica comicità che, in estate, il cinema ha da offrire: o ti accontenti di horror che non spaventano o, come è già successo con Affare fatto, di linguaggio coloritissimo e facce simpatiche. Nel dubbio, meglio farsi due risate con questi due tipi qui, quando la giornata è lunga, lo stress uccide e sorridere – per parolacce e chiappe (o peggio) al vento – alleggerisce il male di vivere. Si sa inizio, svolgimento e fine, ma questa Poltrona per due al contrario – e senza Landis e repliche a Natale – non le manda molto a dire e, fisico e invadente, con sparatorie, sessioni di sollevamento peso e disgustosi tentativi di imparare l'arte del sesso orale – perché se non puoi batterli, almeno fatteli amanti, i carcerati – è fresco e funzionale. Soprattutto grazie a un istrionico Will Ferrell – lo stesso che spesso e volentieri trovo irritante – che qui gigioneggia alla grandissima e regge ogni singolo sketch, tra una battuta razzista e un pianto da ragazzina. (6)