giovedì 6 luglio 2017

Mr. Ciak: Il padre d'Italia, Okja, The Circle, King Arthur, The Dinner

Non sentivo un film da mesi. Non cominciavo così da un po'. Trovo confortante, perciò, dirvi che si parte di nuovo da qui: come piace a me. Ragazzo conosce ragazza. Paolo, orfano pavido e bisognoso, si è perso in mezzo alle luci stroboscopiche di un locale gay: cerca di scongiurare il suo compagno affinché gli dia una seconda chance. Mia, volitiva sin dal nome, è al sesto mese di gravidanza: ha bevuto troppo, si accascia tra le braccia di lui. Che è un gigante buono dagli occhi tristissimi e, per carattere, non sa dire di no. Quella Madonnina con i tatuaggi e i capelli rosa lo prende per mano e lo trascina a 1300 chilometri di distanza. Da copione, ci si innamora o quasi nel mentre. Al centro: le chiacchiere e le liti, le tappe che nessuno avrebbe immaginato. Alla fine: una chiusa agrodolce, di quelle che se è la sera giusta sanno commuovere. Il padre d'Italia è un dramma su ruote con un po' di Away We Go, un po' di Una giornata particolare e tanta bellezza. Introspettivo, intimo, parlato a lungo, pone al centro i suoi personaggi – caratterizzati con cura e pazienza, vicini a me –, e la regia sincronizza di conseguenza il suo passo al loro. L'irruenza della Ragonese e i silenzi carichi di Marinelli (magnifico, e con un altro personaggio, dopo il memorabile Guido di Tutti i santi i giorni, in cui ci sono i miei stessi punti di saturazione) chiamano a sé gli Smiths e la Bertè canticchiati piano, le lunghe carrellate e i personaggi di spalle, le ipnotiche luci al neon del cinema di Dolan. Mollo ha lo sguardo indie che piace; l'alchimia di due che quei personaggi intensissimi sanno portarli in vita con un gesto; lo sfondo in movimento di un'Italia bigotta, con etichette che affibbiano sensi di colpa perfino all'amore. Paolo, troppo cerebrale di suo, ne è pieno. E' contro natura che uno come lui diventi genitore? E' contro natura, dopo la sofferta convivenza con un uomo, prendersi cura di una sciagurata che sfida il mare col petto in fuori e, a letto, gli ricorda quanto è caldo un altro corpo? Il liquido amniotico restituisce l'illusione di una seconda infanzia; le donne insegnano a galleggiare. Il padre d'Italia preferisce parlare d'appartenenza e istinto, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano grinzosa di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre. Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa. (7,5) 

Sulle montagne della Corea crescono una bambina ribelle e un maiale da concorso, promesso ai banchetti di una spietata multinazionale. Il consumismo rompe l'idillio. L'animale è caricato a forza in un furgone. La sua amica non si arrende: lo segue ovunque, incrociando gli adepti della Mirando Corporation (Tilda Swinton, novella Crudelia De Mon, e il cacciatore dell'esagerato Gyllenhaal) e un gruppo di animalisti reazionari (Dano e la Collins, purtroppo poco utilizzati). Presentato a Cannes, l'ultimo Bong Joon-ho divideva perché non destinato alle sale: Netflix rappresenta forse un danno? Il ginepraio ha fatto sì che l'enorme animale domestico e il coraggio della sua amica passassero quasi inosservati. Benché fosse lecito aspettarsi qualcosa di più, soprattutto da una scrittura che accenna ma non approfondisce, Okja è un film per famiglie che vorrebbe divertire e sensibilizzare: in parte, ci riesce. Con una delicata computer grafica che non fa rimpiangere la rozzezza degli ultimi blockbuster e una regia al solito esemplare, la fiaba del regista orientale – social ed eco-friendly – è parzialmente irrisolta ma centrata. Ci si emoziona, ma senza scontarsi con i picchi melodrammatici cari ai coreani (perfino in Train to Busan, solido zombie-movie, toccava mettere in conto fiumi di lacrime); si lotta affinché trionfino il lieto fine e il candore dei bambini, ma tutto ha un prezzo. Un po' Babe in chiave satirica, un po' E.T.Okja lascia non abbastanza commossi da glissare sui punti oscuri della sceneggiatura, ma ricorda il cinema di storie, sentimenti e illusioni che mi ha reso un appassionato. Dove ci sono sia la forma che la sostanza. Dove il vecchio (penso alle amicizie di Dahl, a Ende) incontra un nuovo modo di pensare l'intrattenimento e, nel bene e nel male, ne ritocca i connotati. (7)

Tutti sono nell'occhio di The Circle, azienda futuribile che fa il verso al Grande Fratello di George Orwell. A scoprirlo, una stagista che suo malgrado diventa un esperimento che cammina. Fino a ritrovarsi, com'è prevedibile, con le spalle al muro. Le tecnologie brevettate da un aspirante Steve Jobs mostrano che un mondo senza segreti è un mondo senza bugie. In nome del bene pubblico, però, si può mettere in pericolo qualcun altro? Il best-seller di Dave Eggers sembrava plausibile e inquietante. Al cinema, invece, il thriller su una generazioni di esibizionisti e voyeur – pensate alle dirette su Facebook, alle storie di Instagram, ai selfie in ogni dove: all'esserci a tutti i costi – è inconcludente e confuso. Una delle peggiori visioni dell'anno. Lungo spot di Youtube da skippare, senza ritmo e senza tensione, The Circle ha uno spunto tutt'altro che esecrabile ma di cui, cosa che eppure accade perfino nelle peggiori trasposizioni, non ho visto il potenziale tra le righe – di recuperare il romanzo perciò no, non se ne parla. A remargli contro, due protagonisti che già ho poco in simpatia: l'indigesto guru Tom Hanks, che ci grazia con un ruolo marginale; una Emma Watson più rigida e fuori posto del solito, in vacanza o da Hogwarts o da una comune amish – fa piacere intravedere però il bimbo cresciuto di Boyhood e Bill Paxton, in una delle sue ultime apparizioni. Quanto sei social? Quanto odieresti avere una telecamera addosso, se vivi comunque una vita online? Cos'hai da nascondere? A rischio, la privacy; il futuro. Riflessioni brucianti ma scolastiche, troppe risposte eluse, un'idea alle ortiche. Gli scarti di Black Mirror non sfamano. (4)

A riprova di quanto sia stato un bambino strano, lo scarso interesse verso il ciclo arturiano. Non mi piaceva La spada nella roccia e, più in là, ho abbandonato per stanchezza la visione di Merlin e Camelot. Ci riprova Guy Ritchie – fratellastro ipodotato di Rodriguez e Tarantino, con un paio di mancati cult nei primi anni Duemila e una vita consacrata al gossip –, non pago di aver profanato la tomba di Conan Doyle. Il giovane Artù, allontanato dal palazzo reale, si muove tutt'altro che in sordina in una Londra postmoderna. Lo zio usurpatore vuole eliminarlo; il nipote mira al colpo di stato. Che costi pure qualche sacrificio, un tocco di magia, singolar tenzoni disputate al rallenty. Non mancano gli elefanti (in Inghilterra), il montaggio forsennato e una colonna sonora come un martello pneumatico. I destrieri nerissimi, le torri in costruzione e le immense adunate ricordano un Signore degli anelli in cerca della compagnia del cattivo gusto. King Arthur è confusionario e affollato. A me, dopo il divertimento della prima parte, ha dato un mal di testa che manco la prima e ultima volta in discoteca. Quello che appare spassoso, dopo un po', viene infatti a noia. Quei salti qui e lì, più lunghi della gamba, ispirano l'effetto collaterale di un conato. Law si tiene strette le smanie di potere del papa di Sorrentino e qualche ghigno di troppo: la cosa più degna di meraviglia, nella sua prova, è la la strenua lotta tra la stempiatura e la forza di gravità. Un loquace e piacione Hunnam, riposto il chiodo, ripiega sul fisico scolpito e un passato alla Oliver Twist. Esagera con il gel effetto bagnato, obbligatoriamente richiesto dal doppio taglio all'ultimo grido: l'unto della brillantina potrebbe dargli più di qualche grana durante l'incoronazione o, che Dio e il parrucchiere salvino le nostre anime, nell'eventualità di un sequel. (5) 

Un tavolo per quattro, un rigido dress code. Da una parte siedono Coogan e la Linney, professore idealista con consorte. Dall'altra, invece, l'aspirante governatore Gere e Rebecca Hall, moglie trofeo. Il tema lo conoscete, soprattutto se avete in libreria il romanzo di Koch o avete intravisto la riuscita trasposizione italiana, I nostri ragazzi: figli colpevoli di un crimine orribile. Denunciarli o proteggerli? Debitamente scandita dall'arrivo delle numerose portate, la versione americana di Oren Moverman approfondisce l'inconciliabilità dei fratelli Lohman, introducendo altre voci sul menu. Digressioni ora azzeccate, ora accessorie, che rimandano a data da destinarsi il momento di pagare il conto e fan sì che, purtroppo, la riflessione centrale passi in secondo piano – le nevrosi dell'uno e il politicamente corretto dell'altro distolgono dalla ferocia delle mamme chiocce, dai moventi un po' generalisti della nostra peggio gioventù. The Dinner, scegliendo ristorante e cast stellati, fa i conti con la retorica a stelle e strisce, un finale che non morde e la scelta incomprensibile di rimandare il momento clou a dopo il dessert. L'occhio, però, che ama il teatro e l'eleganza di certe messe in scena (Moverman non è né Haneke né Polanski: ma scimmiotta quelli giusti, ha buon gusto), è soddisfatto. La mise en place è da manuale, ma la compagnia antipatica e i piatti pretenziosi. Quest'ultima cena si dilunga, appesantisce, propone un conto salato. Squilibrata, acida, nerissima. A ricordarci che la famiglia, talvolta, è il miglior anticoncezionale. (6)

martedì 4 luglio 2017

Recensione in anteprima: La fidanzata, di Michelle Frances

| La fidanzata, Michelle Frances. Editrice Nord, € 16,90, pp. 445 |


Il thriller è il genere dell'estate. Quattrocento pagine da divorare come fossero l'esatta metà, la tensione alle stelle contro la pigrizia, qualche brivido al sole. Quello dell'esordiente Michelle Frances, in uscita il 6 luglio (ringrazio Barbara per la copia in anteprima), mi è parso l'esemplare perfetto per inaugurare la stagione. In copertina, il fresco ammiccante di una piscina sotterranea. Puoi portare il costume e fare un tuffo nel profondo blu, se passi da Londra e sei ospite della famiglia Cavendish – ricchi da generazioni, raffinatissimi. La villa è territorio esclusivo di Laura, matriarca che non ha mai dovuto temere rivali. Cinquantenne invecchiata con eleganza, è una produttrice televisiva di successo e l'unica presenza femminile nella vita del coccolato Daniel. Questo finché, dalla porta principale e dal quartiere proletario della città, non entra Cherry: agente immobiliare con la metà dei suoi anni e, stretto in un mano, tutto il cuore dell'unico figlio maschio. Porta con sé uno spiffero di vento dall'esterno; le avvisaglie di un uragano. Scattano le cerimonie di sorta, i complimenti sulla fantasia della camicetta e sui gigli in corridoio: all'inizio non mentono. Insieme vanno in vacanza nel sud della Francia. Laura e Cherry si scrutano con sospetto, sapendo che nella vità del giovane medico c'è una donna di troppo. Nuore e suocere sono nemiche giurate: c'è del vero nel luogo comune che le vuole in guerra per contendersi il bene dell'uomo di casa? Nella Fidanzata si parte da dispetti grandi e piccoli, ripicche, bugie innocenti. Quadri e vestiti a brandelli, appuntamenti che saltano. Si cerca di screditare l'altra con mezzi leciti e non, pur di porsi sotto la luce migliore. A un certo punto, non diciamo quando, una delle due oltrepassa il limite in nome di un sadico egoismo. All'altra, allora, resta una vendetta da progettare nel dettaglio, come fosse il matrimonio dell'anno. E, tra le due litiganti, siedono un figlio e un lettore indecisi da che parte stare.

Voglio bene a mio figlio. Era l'unica cosa importante. Anche se stava per fare qualcosa di mostruoso.

La Frances affascina e diverte. Non pasticcia con i punti di vista, al contrario di Paula Hawkins e delle sue mediocri imitatrici. Preferisce una narrazione in terza persona, pratica e scattante. Delle sue protagoniste, così, sappiamo tutto sin dall'inizio: sono un libro aperto. Laura, che sopporta a malincuore la lunga relazione extraconiugale del marito e anni prima ha visto morire la sua primogenita in culla, prova un amore totalizzante per il superstite: è sbagliato desiderare il suo meglio? Cherry, brillante autodidatta, si vergogna della mamma cassiera e del suo accento di ragazza di periferia; in passato c'è stato un fidanzato che non l'ha fatta sentire abbastanza: è un crimine glissare su aneddoti che ci imbarazzano, confidare in una fuga dallo status quo? Comprensibili dal punto di vista umano, psicologicamente riuscitissime, le protagoniste della Frances sono fragili e problematiche, convincenti sotto ogni aspetto. Non si sa per chi tifare, nella loro catfight. Ognuna ha turbe preoccupanti e ragioni insindacabili. Peccato gli esiti non sorprendano in chiusura. La prevedibilità, questa volta, non spiace. Non c'è cosa peggiore di una donna su tutte le furie. Di una mamma chioccia trascurata, di una fidanzata messa da parte. Io leggevo in apnea; gli occhi che rimbalzavano da una versione dei fatti all'altra. Non ci si allontana troppo, infatti, dalle tipiche dinamiche delle attrazioni fatali (con tanto di sfortunato animaletto sacrificato alla causa) e di sentimenti ambigui, diventati questione di vita e di morte nel tempo – ho ripensato alla faida tra Jessica Lange e Gwyneth Paltrow in Obsession, ma la nuotata nell'abisso mi lasciava fantasticare sui sottili giochi prospettici di Ozon e Guadagnino, sobillatori a bordo piscina. Manca l'esclamazione di stupore, il colpo di scena. Ma sono i pregi e i difetti di un romanzo accattivante, facile da leggere ma difficile da architettare, poiché pensato come una partita a carte scoperte. La sola qualità della scrittura, il mondo in ombra delle signore sull'orlo di una crisi di nervi, invogliano a vedere come andrà a finire. Le quattrocento pagine volano. La tensione schizza in alto. Un accenno di pelle d'oca affiora sotto le scottature. Il thriller, anche quando godibile ma imperfetto, resta il genere della mia estate.
Il mio voto: ★★★★ -
Il mio consiglio musicale: Cyndi Lauper – Don't Let Me Be Misunderstood 

lunedì 3 luglio 2017

Premio Bancarella 2017: La parola ai librai

Ciao, amici! Manca pochissimo, ormai, alla proclamazione del vincitore del premio Bancarella. Il viaggio a Pontremoli, però, nonostante la gentilezza degli organizzatori, è un sogno irrealizzabile nel clou di questa famigerata sessione estiva. Ci si accontenta di seguirne gli sviluppi a distanza, perciò, dopo aver recensito alcuni dei titoli in lizza, parlato delle origini dell'iniziativa, condiviso chiacchierate e ipotesi. Oggi, dopo La Libridinosa e Due lettrici quasi perfette, ho il piacere di ospitare anch'io una delle libraie coinvolte. Avevo un'ampia lista di nomi tra cui scegliere, ma poca mobilità. L'occhio mi è caduto allora sulla cartolibreria gestita da Ilaria Barbati, inaugurata dal nonno ottant'anni fa al centro di Lanciano, una cittadina in provincia di Chieti – qualcuno saprà che studio lì, quindi il campanilismo pure ha fatto la sua. Si parla del destino delle librerie indipendenti, delle abitudini dei clienti e di piccole strategie di vendita, ci si sbilancia sul papabile vincitore. E si ringrazia – non so se ci saranno altri post a tema – Ilaria, la pazienza di Amanda Colombo e le colleghe di Bancarellablogger, gruppo Facebook super segreto.

1. Benvenuta, Ilaria. Cominciamo. I lettori che frequentano la sua libreria arrivano con delle idee ben precise su cosa acquistare o tendono a farsi consigliare?
La maggior parte dei clienti, "facilitati" da previe ricerche su internet, spesso si reca in libreria con idee ben chiare e precise! Il consiglio, quando sono predisposti ad accettarlo e sono aperti a eventuali opzioni alternative o integrative alla loro scelta, lo accettano e lo seguono con risultati positivi.
2. Con quale criterio scegliete i libri da esporre in vetrina?
Il criterio utilizzato nella scelta dei libri da esporre spesso si basa sul voler mettere in evidenza le novità, i premi letterari e i libri che riteniamo siano di maggior interesse per un pubblico interessato a letture serie; poi curiamo anche la parte dedicata ai bambini, mettendo in risalto libri e giochi attinenti sia alla stagione, sia alla rilevanza didattico-educativa.
3. Come combattete la crisi delle vendite, la concorrenza delle grandi catene e dei siti di vendita on-line?
La crisi delle vendite, finché come maggior concorrente esisterà internet, non potrà essere debellata! Nel nostro piccolo, oltre alle promo legate alla stagione e suggerite dalle varie case editrici, cerchiamo di coinvolgere la clientela nella frequentazione della libreria con buoni sconto e presentazioni di libri sottoforma di reading e/o spettacoli.
4. Cosa spinge un lettore a scegliere, oggi, una libreria indipendente?
Il motivo che porta un lettore a scegliere una libreria indipendente (purtroppo sempre meno rispetto agli acquirenti dei centri commerciali e di internet) è dato innanzitutto dalla possibilità di avere un contatto diretto con l'esercente, il che gratifica non solo da un punto di vista relazionale ma anche di consulenza e di guida, poi importante anche l'accoglienza, con la predisposizione di sale lettura, che possano mettere a proprio agio il lettore e effettuare i propri acquisti in relax.
5. Cosa pensa dei blog letterari?
I blog letterari li seguo poco, in quanto preferisco lo scambio di opinioni vis-à-vis, però non nego che siano uno spunto importante per analizzare le diverse tendenze e le diverse opinioni.
6. Ci consigli un libro.
Il mio genere è il poliziesco (Manzini, Carofiglio, ma anche Malvaldi; un "sui generis", quindi un titolo qualsiasi di uno tra questi autori è sempre ben consigliato!), ma ultimamente ho molto apprezzato Grossman, Che tu sia per me il coltello.
7. A proposito del Bancarella: su quale dei romanzi della sestina punterebbe?
Tra i titoli proposti, preferisco il libro di Alessandro Barbaglia, La locanda dell'ultima solitudine, dove le attese di Viola e Libero si riflettono su quelle che ognuno di noi coltiva.Un gioco di metafore che accompagna il lettore verso un'analisi del vissuto quotidiano.

venerdì 30 giugno 2017

Recensione: Tempi duri per i romantici, di Tommaso Fusari

| Tempi duri per i romantici, Tommaso Fusari. Mondadori, € 16, pp. 204 |


Quando la mia amica Laura mi ha intimato di dare una possibilità all'esordio di Tommaso Fusari, mi ha colto impreparato e scettico. Ti piace, assicurava, e sembrava non aver dubbi. Ho messo l'ebook sul Kindle tanto per, un giorno, timoroso di dare un dispiacere a lei – quando consiglio spassionatamente un romanzo e non lo amano altrettanto, mamma mia che presa a male – e a Tommaso, autore che non conosco né di fama né di persona ma con cui empatizzo per via della barba, i vent'anni e la lenta agonia dell'amore romantico. Noi giovani siamo i peggiori nemici di noi stessi. Quelli di se ce l'ha fatta lui perché io no. Le smanie per dimostrarci adulti abbastanza, i profili falsi, il pollice verso agli Youtuber – categorie di cui ho scarsa stima, lo ammetto, come ogni pensionato intrappolato nel corpo di un ventritreenne che si rispetti. Storco il naso davanti alle massime post Tumblr, agli instascrittori. Nel caso di Fusari, balzato all'occhio della Mondadori a suon di hashtag, temevo una trama per finta e frasi tattiche per Mi piace assicurati. Tempi duri per i romantici è diventato uno di quei romanzi brevi, sulle duecento pagine, che sfoglio in attesa che venga a citofonarmi il corriere. Il corriere non è passato e, in un paio di sere, perciò l'ho letto. A volte, sai, le sorprese delle letture fuori programma... Mi è piaciuto, tocca non tenere la Libridinosa sulle spine, perché ci sono quei romanzi imperfetti e un po' furbi a cui vuoi bene comunque – qui, oggettivamente, troppi eserciti e terroristi fermati con una sola occhiata, tanti titoli da riempirci le pagine e le playlist, molte scene leitmotiv. La trama c'è: dieci anni di lontananza, una questione in sospeso, un viaggio per capire cosa si è rotto e quando. Stefano, commesso in un negozio di abbigliamento a Roma, ha un monolocale zeppo di amici alla mano, il pallino delle battutacce e una ragazza che non ama. Aspetta quella giusta, infatti, e l'ha perfino conosciuta. Erano bambini, dirimpettai, e facevano la stessa strada per andare a scuola.

Due destini paralleli con lo sguardo basso e le mani in tasca. 

Andandosene all'improvviso, Alice ha portato con sé il sogno di una casa a picco sul mare, un cornicione tinteggiato di rosa shocking e le costellazioni delle sue lentiggini. Cos'è stato di lei, che gli tirava trucioli di pellet alla finestra e prometteva di aspettarlo di ritorno dalle vacanze estive? Il mistero di un'amica scomparsa nell'indifferenza spinge a un biglietto di solo andata per Torino; all'amara scoperta che, in mezzo a loro, ci è cresciuto un mare. E se non gli piacesse quel che è diventata? E se partire significasse ritornare? Alice resta bellissima: bellissima con in Dante, bellissima da far incazzare gli angeli e trionfare la pace in Medio-Oriente. Si è bruciata, però, coi suoi capelli di fuoco. Lui spegne l'incendio e la ripulisce dalla polvere. Vorrebbe guarirla, standole alle costole – e le schifezze mangiucchiate sotto un plaid, la testa dura e le compagnie che riempiono le ore piccole pure fanno la loro parte. Hanno tanto tempo da recuperare e un sentimento in pausa. In Tempi duri per i romantici si ritorna sui luoghi di un colpo di fulmine e, come diceva Ewan McGregor in Big Fish, il tempo scorre a velocità doppia. Fusari ha un narratore con la memoria da elefante e il passo veloce; una coprotagonista che c'è, dappertutto, anche quando manca.

Quando sarò grande farò il giro del modo” afferma Alice improvvisamente.
Se fai il giro vuol dire che poi tornerai qui.”
Non mi piace tanto qui.”
Allora torni a prendermi e ripartiamo?”

Ha uno sguardo che piace: la realtà, opaca come una foto venuta male, è messa a fuoco a parole, e qualche dettaglio colpisce più di altri – bello il capitolo ambientato in stazione, in cui si ragiona di abbracci lunghi, arrivi e partenze (se cercassi bene, probabilmente, su una panchina di cemento ci sarei anche io, che al solito aspetto e spero). Fusari ha il sorriso facile, i jeans informali, bella musica in macchina, il frigorifero sempre pieno – l'ho sentito, e ho sentito che ci andrei d'accordo, tra un sorso di birra e un tiro a scrocco, non solo per le dispute in merito all'amatriciana perfetta (Tommaso, sono della tua stessa scuola di pensiero: pomodorini, senza soffritto, tanto pepe). Riflessivo e paziente, dopo le sorprese altrettanto gradite di Galiano e Mandetta, emoziona con temi e sentimenti che, dice eppure il cliché, sono cosa da femmine o d'altre epoche. Sensibile alla maniera dei maschi – che si affezionano prima e di più, che non dicono mai davvero addio –, Tempi duri per i romantici si imbatte nel destino agrodolce di una razza in via d'estinzione. Una canna in balcone, la pancia piena e il ritrovarsi dopo un intero decennio ispirano pensieri che parlano di amori per sempre, Torino senza polenta e altri luoghi impossibili. Il puzzle di Stefano e Alice, che ha sulla scatola una coppia, un'infanzia e un altro po', è finalmente completo. Ci si vede presto, e presto è già qui.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: I Cani – Il posto più freddo 


mercoledì 28 giugno 2017

Recensione: Le coincidenze dell'estate, di Massimo Canuti

| Le coincidenze dell'estate, Massimo Canuti. Edizioni E/O, € 16, pp. 240 |


Fa caldo, troppo. Ho il gatto spalmato sulle mattonelle del corridoio, il ventilatore che traballa come un ubriaco, una di quelle sessioni che non vogliono passare mai. Io, tipo da inverno, faccio già il conto alla rovescia – quanto manca, che ne so, a ottobre? Tocca adattarsi. Tocca scegliere un romanzo a tema, uno di quelli con un titolo che faccia pendant. I personaggi in cerca di ombra, i lettori in cerca di respiro. Le coincidenze dell'estate, uscito di recente per l'infallibile E/O, dà il via alla stagione ufficiale delle letture sotto l'ombrellone. In questo caso sinonimo di leggerezza sì, ma non di superficialità. Fa caldo, troppo, anche nella Milano deserta descritta da Massimo Canuti – e lì, dove non hanno la comodità del mare a un passo, una volta finita la scuola tocca chiudere la porta a doppia mandata e partire per il Sud. Vincenzo, ragazzino sprezzante del pericolo, sfida le temperature scorazzando sullo skateboard con addosso T-Shirt nerissime di famosissimi gruppi rock. Ha una mamma presentatrice tivù, un padre tagliatore di teste e un segreto: si è scoperto attratto dai ragazzi e precisamente da un coetaneo, Pietro, che una volta gli ha strappato un bacio. Pensa ai misteri del sesso, a costruire uno skate in cantina, saltuariamente al suicidio. Italo, cinquantenne senza documenti e senza memoria, non ha invece una biografia da condividere: fa i suoi bisogni in strada, rubacchia seguendo l'esempio di quell'altro disperato di Gaetano, si sveglia e si addormenta su una panchina. Galeotta l'estate più calda degli ultimi cent'anni, parola di Studio aperto, e il portone difettoso di un condominio presidiato dalla Madonnina in persona. Lo smemorato si appropria dell'androne, perché se il portinaio non c'è il clochard balla, e lì abita nientemeno che Vincenzo.

Il ragazzo non si accorge dell'uomo.
L'uomo non si accorge del ragazzo.
Ma non è detto che le cose siano destinate a rimanere così.

L'adulto ha perso la propria identità. L'altro, al primo anno delle superiori, la sta cercando. Hanno tre mesi. Le coincidenze dell'estate va dall'ultimo giorno di scuola al ritorno sui banchi. Indaga la scoperta di sé e le simmetrie del destino. Prende l'ascensore e bussa a un portone del terzo piano: c'è la signora Evelina, vedova dai gerani gocciolanti che generano un putiferio alle riunioni condominiali, da coinvolgere nelle cenette sui pianerottoli e nelle chiacchierate in automobile. Parla con le lacrime agli occhi dei bei tempi andati (faceva la parrucchiera per i divi di Cinecittà) e, ingrigendosi, non ha perso il pallino per il cinema neorealista e la mazurka. L'improbabile amicizia del trio è al centro di una commedia dal linguaggio svelto e frizzante, contro la sfiducia nel prossimo e una bella stagione che non ci piace. La cornice: un palazzo del centro che ispira confidenze intergenerazionali e la strenua opposizione alla solitudine – ho pensato a Muriel Barbery, alle luci altrui spiate dalla Gamberale, al primo Marone. Cosa che non capitava di rado, non ho avuto voglia di appuntare pensieri e impressioni nel mentre. Non che la scoperta di Canuti non me abbia suscitati, anzi. Semplicemente, mi sono goduto il piacere della sua compagnia. Quella leggerezza mai fine a se stessa di cui solo gli scrittori italiani e pochi altri conoscono la magia. C'è la crisi che trasforma uomini rispettabili in mendicanti. C'è l'indifferenza di chi si volta dall'altra parte. Ci si può sentire soli in certe città: fuori posto, per via del broncio perenne e della tintarella di luna, in mesi che richiedono il lasciapassare di una spensieratezza a tutti i costi. Fa paura sbucciarsi un ginocchio; seguire l'esempio da una sorellastra ribelle, fuggita a Londra per amore di un circense. Le coincidenze dell'estate è una fiaba metropolitana con un lieto fine agroldolce e amicizie che ci cambiano da così a così. E, di questi tempi, fa un gran bene al cuore prestarle fede.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Samuel – Vedrai

lunedì 26 giugno 2017

I ♥ Telefilm: The Handmaid's Tale - Il racconto dell'ancella

Gli Stati Uniti in cocci. L'avvento di una società patriarcale, teocratica, contro la dissoluzione della nostra epoca e le nascite in calo. Se avevi potere, ora ne hai di più. Se avevi una salute di ferro, ora sei una bambola nelle loro mani. Le donne del futuro si dividono tra mogli trofeo, sguattere, giumente da riproduzione. Gli uomini, invece, tutti padroni e soldati. Il mondo di The Handmaid's Tale ha la freddezza di di Von Trier e i costumi di The Village. Prima pietra miliare di un'autrice in lizza per il Nobel, poi pare poco memorabile film con Natasha Richardson, ha ceduto quest'anno a un piccolo schermo mai tanto grande. All'altezza della sua fama, Il racconto dell'ancella era su carta un distopico attualissimo e scritto con eleganza. Il pregio, ma anche il suo più grande limite: Difred, protagonista tenuta in cattività, dell'inquietante Galaad raccontava il poco che riusciva a scorgere oltre la sua cuffia inamidata. La serie Hulu si ispira fedelmente al romanzo. Gli si allinea e lo supera, a un passo dalla fine. Le trasposizioni di solito sono una riduzione: il film è bello, recita infatti il luogo comune, ma il romanzo è meglio. Il luogo comune, come me, non conosceva il talento di Elisabeth Moss: scoperta clamorosa dai sorrisi spigolosi e gli occhi lucenti; schiava sessuale che tra sé e sé, come rimarca la dissacrante voce off, è in realtà una ribelle. Il luogo comune non immaginava che il Comandante e sua moglie, impersonati dal recidivo Fiennes e una sorprendente Yvonne Strahovski, non somigliassero a due viscidi coniugi in là con gli anni: il fatto che siano entrambi affascinanti padroni di casa, il fatto che Serena debba dividere il marito con una donna meno attraente o intraprendente di lei, contribuisce a sottolinearle l'umanità – nonostante ricoprano il ruolo dei carcerieri – e a rendere più ambiguo il loro triangolo. In dieci episodi che non resteranno tali si indagano a fondo i meccanismi della Repubblica. La serie mostra da punti di vista speculari le origini della distopia; come alcune donne abbiano ricoperto un ruolo centrale perfino nel loro stesso annientamento. Rivela il passato e il futuro di personaggi secondari, inseriti tra le pagine come semplici comparse (la sofferenti Alexis Bledel e Madeline Brewer su tutte, passando per i mariti dati per dispersi e gli autisti che rendono il sesso un'altra cosa). Spiega quello che c'è fuori, oltre il confine canadese. Trent'anni dopo si ha più coraggio nel mostrare i corpi penzolanti, i muri incrostati di sangue rappreso, le percosse con i pungoli elettrici, l'abominio agghiacciante delle mutilazioni genitali. The Handmaid's Tale non ci mette enfasi, e quello destabilizza. Mostra la violenza senza eccedere, con piani sequenza implacabili e atmosfere ovattate – tende vaporose e merletti, salotti inondati di luce naturale. Trent'anni dopo si hanno coraggio in quantità, debiti accorgimenti da prendere, ennesime testimonianze del peggio di cui siamo capaci – l'allarme femminicidio, Donald Trump, il fondamentalismo religioso, gli omossessuali seviziati in Cecenia. Trent'anni dopo, l'arrivo di una fantascienza che non sembra invenzione restituisce a Difred finalmente il nome. Le ancelle avanzano in blocco, indistinguibili: le divise le hanno rese soldati e Feeling Good, in sottofondo, annuncia l'alba di un altro giorno. Trionfano allora la nausea, la riflessione, l'urgenza. Sì, perdono i bastardi. (8,5)

venerdì 23 giugno 2017

Recensione: La fine della solitudine, di Benedict Wells

La solitudine in noi si può combattere solo insieme.

Titolo: La fine della solitudine
Autore: Benedict Wells
Editore: Salani
Prezzo: € 15,90
Numero di pagine: 307
Sinossi: Jules sa di essere un custode di ricordi, come dice Alva, ma questa non è solo la sua storia. È la storia di tre fratelli, Jules, Liz e Marty, che da piccoli perdono i loro genitori in un incidente e sono costretti a vivere separati e senza famiglia, estranei l’uno all’altro. Marty si butterà a capofitto negli studi, Jules sfuggirà alla vita diventando un introverso mentre Liz si brucerà alla sua fiamma, vivendo senza limiti. La loro infanzia difficile sarà come un nemico invisibile, da cui impareranno a difendersi. Più di ogni altra, questa è la storia di Jules e Alva. Due solitudini che si incrociano, si cercano e si mancano, inquiete, per anni. Jules e Alva sono incapaci di riconoscere quel che provano l’uno per l’altra, legati come sono dal bisogno di amicizia, con il loro perdersi, ritrovarsi e salvarsi. Ma questa è soprattutto la storia di chi, come Jules, serba i propri ricordi insieme a tutte le alternative che non ha scelto, pur sfiorandole e sperimentandole attraverso la letteratura e la musica. Dalla voce di un giovane e già osannato talento della narrativa tedesca, un grande romanzo sulla magia della scrittura che salva dal male. Un libro che commuove e fa sorridere, senza retorica né sentimentalismi, scritto in una prosa coinvolgente come il racconto di un sopravvissuto, chiara come una lama che affonda con dolcezza nelle nostre paure, calda come l’immagine di una foto ritrovata dopo lungo tempo.
                                             La recensione
I Moreau sono una famiglia felice. Passano le vacanze estive dai nonni, in una Francia lussureggiante, e il Natale seduti alla stessa tavola – immancabile una mamma che, imbracciata la chitarra, intona Moon River. A godersi il miracolo di una famiglia che resiste, i tre figli. Il narratore è il piccolo di casa. Ha una decina di anni e ricordi a sufficienza quando l'idillio si spezza. Un incidente stradale e i fratelli Moreau, orfani, passano l'adolescenza in un collegio: Liz, la maggiore, si concede LSD e ragazzi poco raccomandabili; Marty, quello di mezzo, ha l'acume che lo renderà un pioniere di internet e un collezionista di disturbi ossessivi compulsivi; Jules, infine, da bambino esuberante e sfacciato, si ripiegherà su se stesso all'insegna di una timidezza cronica. A salvarlo, qualche passione accantonata con l'ingresso nell'età della ragione – la fotografia e, soprattutto, la scrittura – e la conoscenza di Alva, coetanea che gli si siede accanto riconoscendosi nella malinconia di lui. La fine della solitudine, un po' per la copertina e un po' per quella Salani puntualmente associata alla saga della Rowling, ha l'aria di un young adult. Il romanzo del tedesco Benedict Wells, già best-seller in Patria, a sorpresa somiglia molto più a quelle storie che ti raccontano l'esistenza di un uomo qualunque dall'inizio alla fine – tempi dilatati, rari guizzi manifesti, scarse considerazioni nel mentre su quanto ti stia o non ti stia prendendo. Un'altra fascetta pubblicitaria che cita Nicholls, il sottotitolo che promette non la classica storia d'amore. Fedele alle premesse, il protagonista di Wells propone un album fotografico sfogliato a ritroso.

C'erano cose che non potevo dire, bensì solo scrivere. 
Perché quanto parlavo pensavo, mentre quando scrivevo sentivo.

Nell'incipit, quarantenne, Jules è in un letto d'ospedale dopo un incidente: curva pericolosa, si domandano gli amici, o un tentativo di farla finita? Cosa sarebbe stato di lui senza la morte dei genitori? L'estraneità alla tragedia avrebbe forse raddrizzato quelle tre gioventù in bilico? I fratelli cambiano, si rovinano e poi si salvano. Si ritrovano da adulti. Jules, costante e al centro di una carriera non all'altezza, aspetta. Parla in prima persona, ma poco si sbottona. Conosce gli altri meglio di quanto conosca se stesso. Dissimula e tentenna, temporeggia. A rischio di allontanarsi dal seminato e, talora, di rendere La fine della solitudine più cronaca che narrativa. Cosa sarà stato di Alva, che vent'anni prima guidava una Fiat rossa e faceva passeggiate notturne da cui minacciava di non tornare indietro? Vive in un cottage con uno anziano scrittore russo. Dice di voler diventare un personaggio romanzesco e di sognare caffè che fanno le ore piccole. Non cerca compagnia, ma fa un'eccezione.

Ho trent'anni e ancora non ho figli.
E tu che fai?

In ritardo, così, si mettono insieme. Finalmente coraggiosi quanto basta per riconoscere l'amore. Finché dura, hanno libri di filosofia sul comò, viaggi sulla nostra costiera amalfitana e dischi di Paolo Conte in soggiorno. Questo bilancio stilato tra il sonno e la veglia rende La fine della solitudine una sorta di autobiografia fittizia, scritta con sensibilità e pazienza – forse, un tocco di rassegnazione diventata resilienza. Stupisce, sotto questo punto di vista, la maturità dell'autore: un trentenne che racconta uomini ben più adulti di lui (il personaggio del terzo incomodo, il fragile Romanov, è bellissimo), sentimenti impervi, senza mancare mai di credibilità. L'esistenza del più piccolo dei Moreau è costellata di drammi e altruismo – la tristezza cerca tristezza, la solitudine non conosce fine –, ma la narrazione risulta tutt'altro che cupa, al contrario che in un Giordano. Ho sentito dappertutto i loro pensieri. Su di me, probabilmente, c'era già qualche livido della stessa sfumatura di viola. Si resiste agli urti, infatti, benché la vita non faccia sconti. A un certo punto, non ti grazia mica bilanciando le perdite con una qualche vittoria. Wells valorizza la bellezza dei giorni sì, mitizza il ricordo degli anni Ottanta. E lì, come Jules, mette radici profonde. Mamma e papà non erano perfetti come credevamo. La spensieratezza avrebbe ceduto il passo ai silenzi collerici, perché c'era già un'ombra nel cuore del capofamiglia. La bambina con gli occhiali, i capelli ramati e una sorella scomparsa ci avrebbe sorriso anche se fossimo stati felici, oppure no. Con il mestiere di scrittore nessun se va sprecato. Tutte le vie alternative diventano possibili. Un tronco sospeso su cui Jules camminerà in equilibrio, come da bambino, in una vita e nell'altra. Solo e in compagnia. In un racconto e fuori. Voltandosi, non avrà paura che non sia rimasta anima viva ad aspettarlo. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tiromancino - La descrizione di un attimo