giovedì 4 giugno 2015

Mr. Ciak: Mad Max, Pitch Perfect 2, Lo straordinario viaggio di T.S Spivet, Project Almanac, Il nome del figlio

Ci sono film che vanno visti sul grande schermo. Quelli che sono tridimensionali, anche senza occhialini. Le magie di registi padroni del gioco e la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza trame, senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti la testa. Al limite, quello che hai sulla testa: i capelli, elettrizzati. Quale titolo, quest'anno, esige una sala buia con te al centro - lo schermo che, per due ore, diventa il tuo orizzonte – se non l'ultimo Mad Max, giunto con un ritardo di trent'anni e un necessario rinnovo generazionale? Al timone, un pirata con la barba bianca: Frank Miller, uno scattante e irruento giovincello di settant'anni che, a dimostrare che i sogni di gloria non invecchiano, riprende la sua saga distopica – nata quando la distopia non era moda – e lo fa con la fantasia trascinante che ha preservato e gli effetti speciali all'avanguardia in cui, all'inizio dell'avventura, non aveva confidato. Nel 2015 i motori rombano più forte; i cieli infuocati hanno sterminate sfumature di rossi e arancioni; la notte, nel deserto, è in bianco e nero. I suoi piani originali non li ho conosciuti, ma il mondo di Mad Max – l'apocallisse di Ken Il Guerriero che si faceva realtà, con gli inseguimenti, i signori dell'universo, tutto quel sangue, tutta quella sabbia – mi è comunque stato familiare, da sempre. Vedevo cose come Doomsday e il paragone scattava. Ma, a fine visione, ho capito che gli altri titoli non sono che una copia a scopo illustrativo. Un'idea vaga di un mondo cinematografico che ha scarsa cura dell'interiorità dei suoi personaggi – bidimensionali, monolitici – ma un'esteriorità che corrompe gli scettici tanto che è prepotente. La nuova fatica del regista – ed è una fatica autentica, perché sei talmente così dentro al film da avere la fronte sudata, l'affanno – conquista pubblico e critica, e le recensioni entusiaste e il cast con grandi nomi hanno messo sull'attenti anche me. Tom Hardy avrà altri film per ricordarci quanto sia talentuoso e quante espressioni sappiano passare sul suo viso duro, qui perpetuamente corrucciato; Charlize Theron, i capelli rasati e il viso sporco, tornerà a essere icona di femminilità nel prossimo spot Dior. Ma lui pazzo e lei furiosa sono i protagonisti perfetti di un'orchestazione folle. Questa volta si corre, si picchia duro, perché se si sta fermi si muore, catapultati in un intreccio che un intreccio non è – casomai, un pretesto per dare il via a questo tripudio di spettacolarità – sulla scia di un harem in rivolta, di una amazzone rabdomante, di uno schiavo portato poco per le parole e tanto per l'azione. A bordo di un carro armato che solca le dune come fossero oceani di sabbia, emerge, per l'ipercaratterizzazione e il trucco, un irriconoscibile Nicholas Hoult: l'unico ad avere il diritto a un tentennamento kamikaze, a una svolta, in una squadra di eroi senza macchia che cercano il loro speranzoso valhalla. Mad Max non è il mio genere. Ma questa è la classica scusa che ci si dà davanti ai film difettosi. Invece pnotizza. Coi dialoghi limitati e limitati battiti di ciglia. E il cinema – qui a livelli vertiginosi – è anche questo. (8)

Mai rileggo, raramente riguardo. Il primo Pitch Perfect – arrivato in sordina, in Italia, con il titolo Voices – era tra le mie poche eccezioni. Visto un paio di volte nel giro di un anno. Capitava lo proponessi per le serate in cui avevo gente – e cibi spazzatura – in casa. Quando si voleva ridere, ma non con il solito film. Nessuno lo conosceva ancora, e io invitavo i miei amici a passarselo, a guardarlo, a caricarlo sugli iPod. Metteva di buon umore. Dava il via ai passaparola e ai tutorial, su YouTube, per imparare a suonare – armati di bicchieri di plastica – quella Cups Song subito tormentone. Mi ero lasciato trascinare da Pitch Perfect come gli spettatori americani, avendo in simpatia il musical e le classiche rivincite dei perdenti annunciati. Attendevo il sequel – presentato, questa volta, in pompa magna, con recensioni in anteprima, incontri sul Red Carpet, incassi raddoppiati e Mad Max vari scacciati dal primo posto – e purtroppo è stato delusione. Cosa che immaginavo, nonostante le medie audaci e tutta la notorietà guadagnata: destino dei sequel a cui Pitch Perfect 2, con trama evanescente e cast ampliato al seguito, non sa sottrarsi. Le Bellas, che alla fine del primo film avevamo lasciato alle prese con nuove sonorità e un successo agli albori, rinate dalle ceneri – e dal vomito – dopo fischi e fiaschi, sono ancora insieme, ma appaiono distanti. In cerca di loro stesse, si ritroveranno solo nell'ultima parte, nella prevedibile performance per la vittoria – anche se si punta, quest'anno, direttamente al mondo, essendo l'ambiente universitario un piccolo palcoscenico per le loro enormi ambizioni. Troviamo le protagoniste cresciute e abbellite – molte, come una Anna Kendrick qui stranamente scostante, hanno fatto nel frattempo il boom al cinema – e pronte alla laurea: qualcuna pensa al lavoro che verrà, qualcuna all'amore; ci sono nuovi ingressi – Hailee Steinfield, l'anonima Giulietta di Carlei che, per farmi un dispetto, è diventata bellissima d'un tratto – e i riusciti personaggi maschili vengono al contrario abbandonati. Ridotti a volti tra la folla. L'esordio della Banks alla regia non ha cura particolare, infatti, né dei vecchi né dei nuovi. I corpi non sono amalgamati, ed è come se ci si pestasse i piedi, nonostante il perfezionismo e numeri ben pensati. Manca la hit autentica, le scena clou– nel primo, invece, ricordate gli esilaranti provini, il Riff Off, l'omaggio a Breakfast Club? -, i mash up che spaccano. Si va avanti con il pilota automatico, senza il consueto brio, e si sceglie di fare affidamento più sui siparietti della comica australiana – un'irresistibile Barbie XXL – che sul canto corale. Pezzi meno coinvolgenti e numeri non altrettanto trascinanti. Si ride e in pochi sembrano essersi accorti che manchi come il leitmotiv. In compenso, troppa Rebel Wilson e tanta comicità slapstick – del tipo che, di solito, è a pannaggio degli uomini, con peti fragorosi, smutandamenti plateali e proposte indecenti: immagino però sia un'altra faccia del cosiddetto girl power  - e, facendo le doverose proporzioni, a uscirne sconfitta è la musica stessa. (5,5)

Cosa ci fa un adorabile bambino di dieci anni, la valigia in una mano, tutto solo a zonzo tra gli Stati Uniti? Ha abbandonato il suo ranch, una casa in cui non si parla di ciò che si ha dentro e, lasciandosi dietro solo una lettera, sale sui treni come un clandestino, chiede passaggi – e caramelle – agli sconosciuti, mira a Washington D.C. Il motivo: ritirare un prestigioso premio, lui che non ha finito nemmeno le scuole medie, quindi figuriamoci se ha un dottorato. Ma è un piccolo genio – vive di dati, mappe, invenzioni strabilianti – e a quell'età è più facile creare una macchina miracolosa che tollerare il primo dolore. Il suo viaggio – che è un viaggio dentro e fuori di se, come nella tradizione dei migliori romanzi di formazione – sarà scandito da flash che lo riporteranno puntualmente a casa – tra gli insetti della madre entomologa, gli scleri della sorella aspirante attrice, i cavalli del padre agricoltore – e dalle comparse di un amico immaginario. Quel gemello che, per un gioco in nome della scienza, è morto e che, ora, è un ricordo che non va via. Lo straordinario viaggio di T.S Spivet – produzione franco-canadese arrivata da noi con due anni di ritardo – è un racconto per famiglie che ha, sotto sotto, qualcosa di speciale. Divertente, malinconico, toccante. Convenzionale, eppure fantasioso. Sarà che ha questo protagonista piccolissimo e un po' assurdo, un tenero Kyle Catlett che non permette che la mamma Helena Bonham Carter – unico nome noto del cast – gli rubi le meritate attenzioni, e che c'è un regista che trasporma tutto in oro ai passaggi di macchina da presa. Questo suo ultimo film non è straordinario, forse, come il titolo promette, ma è il compromesso adeguato dopo qualche anno di silenzio. E io, che altrimenti trovo i bambini che recitano tristissimi, come le tigri al circo, dopo pareri così così, ne sono rimasto piacevolmente stupito. Di Amèlie c'era il mondo favoloso e un personaggio particolarissimo; di Una lunga domenica di passioni quelle due o tre scene toccanti davanti alle quali mi sciolgo. Si parla di Jean-Pierre Jeunet, coi colori coloratissimi, le voci narranti d'altri tempi, la fotografia da cartoline inoltrate direttamente da Paradiso Città. Il raccontastorie girovago che piace soprattutto ai grandi. Questa volta, con gli stessi occhiali dalle lenti rosa, guarda l'America, e le praterie infinite, i grattacieli alti più dei papaveri e le stazioni deserte appaiono diverse dal solito – indeterminate, tanto che viene spesso da chiedersi ma siamo nel passato, nel presente o nel futuro? - perché filtrate dallo sguardo di uno che, anche se turista in terra straniera, non abbandona mai la sua poetica della meraviglia. (7)

Io ho questa strana cosa per i viaggi nel tempo e i paradossi scientifici. Nonostante di rado decida volontariamente di esplorare – al cinema – i territori del genere. Datemi grosse produzioni, effetti speciali e risponderò con il male di vivere. Mi incuriosiva però questo Project Almanac: creatura strana, con un tema che m'intriga in tutti i modi, il found footage del per me divertentissimo Chronicle, ma la firma di quel furbacchione di Michael Bay che, questa volta, produce soltanto. Sin dall'inizio, ed è una sorpresa per un film che sorprende altrimenti poco, il film di Israelite mi ha stampato un sorriso inebetito in faccia e, nonostante chi giochi col tempo rischi spesso di lasciarsi le penne, non è andato via, neanche alla fine. Quello forse il difetto. Mancanza di dramma, in una pellicola per giovanissimi che parte da uno spunto da fumetto – tre amici, il progetto di una macchina del tempo, la bella del liceo da conquistare – e indugia, ogni tanto, nei pressi di The Butterfly Effect. Se lo chiedevano anche in Questione di tempo, poi: se il battito d'ali di una farfalla causa uragani, cosa accadrà con una love story che gli annuari scolastici non prevedono? Si parla, per fortuna, di amori freschi e giovanili, e non c'è stucchevolezza alcuna. Project Almanac è un po' un Project X – ma meno maleducato – con il cuore dei film per famiglie delle estati di Italia Uno: alla Jumanji, alla Zathura. Qualche estate fa, probabilmente lo avrei adorato – per il tempo rubato per intrufolarsi a un concerto degli Imagine Dragons, per le vincite alla lotteria, per la leggerezza pazzesca di vivere i diciassette anni senza volere salvare l'universo per forza. Adesso l'ho trovato semplice, godibile, immaturo, ma cavolo se me lo sono goduto. Purtroppo sono cresciuto abbastanza per dire che c'è di meglio – e di peggio: di Bay, fortunatamente, giusto l'ombra vaga del primo Transformers, ai tempi del LeBoeuf sobrio – e per rinunciare all'idea pazza di costruirmi un affare simile in soffitta. E mannaggia. Tornare indietro no? (6)

Una manciata di vecchi amici, un'intrusa con un bambino in arrivo, le solite chiacchiere tra passato e futuro. Poi, la domanda: il nascituro com'è che si chiamerà? Da una semplice curiosità espressa così, per cortesia, una discussione tragicomica che dura un film intero e che, a colpi di rivelazioni e imprevisti, renderà quella compagnia scoppiata forse più unita ancora. L'importante: sopravvivere alla cena; possibilmente tutti interi. Della Archibugi ho visto poco e niente e l'arrivo della sua ultima commedia in sala mi aveva lasciato indifferente. Qui e lì, poi, su un blog e un altro, ho letto le nomination ai prossimi David di Donatello e il legame stretto con una commedia francese che mi era sfuggita – perché ogni tanto i film d'oltralpe, strano ma vero, li metto in lista e poi il bel proposito mi passa di mente. A sua volta, quel film – che recupererò, prima o poi – era tratto da una pièce contemporanea e Il nome del figlio dal teatro riprende gli ambienti limitati, i misurati exploit dei singoli attori, l'impianto. Giusto qualche flashback a spezzarne la continuità. Potrebbe sembrare piattissimo, ma in realtà l'ho trovato, a tratti, anche spassoso. Ben recitato e scritto anche meglio: solido, il che non è poco. Attori alle prese coi tipici ruoli che ormai anni di film hanno cucito loro addosso – il piacione Gassman, l'intellettuale Lo Cascio, la burina Ramazzotti, l'istrione Papaleo, la mite Golino – ma che, con sicurezza grande, si muovono amalgamati ad hoc in un'ora e mezza che ha occhi solo per loro. Non hanno paura di una macchina da presa che, a volte, li appiattisce seguendo stilelemi televisivi, né di copioni a volte impegnativi che tirano fuori il meglio – e il peggio: le ipocrisie, i difetti, le antipatie – di loro. (6,5)

lunedì 1 giugno 2015

Come un quiz di Cioè: non-recensione in anteprima di A Fior Di Pelle, di Sophie Jackson

Premessa. Il romanzo non mi ha convinto, e in una recensione seria sarei stato forse troppo cattivo. Visto che è di prossima uscita e che liquidarlo così, con due parole, non mi sembrava corretto, l'ho buttata sul divertimento. Ovviamente, inutile dirlo, è un parere strettamente personale. Quindi, massimo rispetto per le colleghe blogger a cui è piaciuto. I gusti sono gusti. E i miei, anche se Giulia dell'ufficio stampa Rizzoli, che ringrazio, ci prova a propormi letture diverse, sono altri. Se la Jackson fa un genere che a te, lettore o lettrice, piace molto, magari non fidarti, questa volta, di quel che dico io. Corrispondo al profilo "a", ma tu lo capirai leggendo.
 
Titolo: A fior di pelle
Autrice: Sophie Jackson
Editore: Fabbri “Life”
Numero di pagine: 464
Prezzo: € 15,90
Data di pubblicazione: 11 Giugno 2015
Sinossi: Dopo aver assistito all’omicidio di suo padre quando era solo una bambina, Kat da anni sogna il misterioso ragazzo che l’ha salvata dal fare la stessa fine. Ora, a 24 anni, Kat insegna letteratura inglese in carcere, per onorare la memoria del padre, un sognatore prestato alla politica. In carcere, i demoni di Kat sembrano risvegliarsi, soprattutto quando incontra Wes, un detenuto problematico, pericoloso almeno quanto affascinante e carismatico. Tra loro cominciano presto a esserci scintille, soprattutto quando Wes riconosce in Kat la bambina che ha salvato tanti anni prima…

                      Come un quiz di Cioè
Per un'altra fan fiction di Twilight che diventa una trilogia di inspiegabile successo, una recensione che è fan fiction dei post del blog Pensieri Cannibali. A fior di pelle sarà in libreria dall'11 Giugno, ma in anteprima ve ne parlo io, o meglio, un'ospite a sorpresa. In una speciale non-recensione che, più che altro, è un quiz in rosa di Cioè. La parola a...
Ehi, sono in linea. Sfigato, puoi riagganciare. Galvanizzati, evapora, sfarfalla lontano dal mio palcoscenico. Ma ciao a voi, bella gente. Sapete o no chi sono? La gemella di Rinko, sciocchini: Inka. Ma che davvero pensavate che “Ink” stesse per “inchiostro”? (Nitrisce) Abbiamo lo stesso nome, ma io sono la sorella bella, e già. Non sapete che vergogna, a scuola, quando mi paragonavano a quell'impiastro. Gemelli diversi, nomi uguali. Perciò, come scusa, dicevo che nostro padre fosse un grande estimatore del porno ungherese – Inga e le schiave del piacere l'avete visto? -, e che quel “k” stesse lì perché eravamo una famiglia troppo alla moda. Marika, Erika, Jessika... nomi molto '90s. Coooomunque, dove sono stata per tutto questo tempo? Chiusa in soffitta, come in quel film pallosissimo con quel figo satellitare di Michael Fassbender e la tipa malaticcia di Alice nel paese delle meraviglie. Cioè, ma che bidet a pedali che è quella. Jane Eyre doveva essere Belèn. O al limite io, visto che adesso sono passata al castano, perché il mondo, cioè, ma, dico, ci credete?, è pieno zeppo di pregiudizi. Dovrei essere oca solo perché maggiorata, incredibilmente sexy e bionda naturale? Io valgo. Lo dice anche la pubblicità. No, non quella di “mamma ho un fastidioso prurito intimo”. L'altra. Sono a capo dell'angolo letteratura su (indovinate!) “Cioè” – l'anno scorso ho letto tipo due romanzi illustrati, un post del mio fratellino emo, i volantini dell'Eurospin con le offerte più vantaggiose: lungo curriculum, ebbene sì, in un'Italia di raccomandati - e, questo mese, vi parlerò di una novità che ho letto in anteprima grazie alla Fabbri – baci a voi, Fabbri, muà muà – e che Rinko, sfigato sì, ma con più contatti degli uffici stampa che peli sul petto, mi ha fatto generosamente leggere. In realtà, voleva il numero di telefono di Taylor Swift, che ho incontrato dall'estetista, ma, Taylor, proteggerò la tua privacy. Io applico la politica dei Cookie anche alle amicizie, cara. Cinquecento pagine che volano – ma lui dice che, se volavano, è fuori dalla finestra. Invece, Sophie Jackson, buttati pure, ché il mio cuoricino è morbido morbidoso – e quello che c'è attorno, ti assicuro, è tutta roba che mi ha concesso la Natura. Vuoi tastare? Per le lettrici più affezionate, un quizzuccio a tema. Per dirvi che A fior di pelle è davvero a misura di lettrice sognatrice. Sophie Jackson ci ascolta e ci fa sentire protagoniste di una storia fia-be-sca. Un galeotto e una maestra. Un letto che prima tremava per gli incubi, poi per tutti quei bollenti e continui zùm zùm. Non leggevo una storia così profonda e accattivante dai tempi di Black Ice: fidatevi. Per il numero ufficiale della rivista, mi dispiace, dovrete però attendere lo sventordici di Giugno, ma – visto che ci lovviamo – vi mostro uno stralcio del mio articolo. Rinko l'ha compilato per prova. Riconoscerete il suo stile a causa di quella terrificante “✓” accanto alle risposte. Quando avrebbe potuto scegliere tra un cuore, un unicorno rosa, la gif di Hilary Duff...

1) Kat, la protagonista, ancora bambina, assiste all'assassinio del padre. Uomo politico accoltellato in un vicolo di Gotham City New York. Chi la salverà?
- Batman.
- Alfonso Signorini. ✓
- Wes Carter.

2) Prigioni, maestrine hot, carcerati dai petti villosi: a cosa pensi?
- Gang Bang! Gang Bang! Gang Bang!
(ma cos'è, la canzone di Ariana Grande?) ✓
- I carceri sono i nuovi licei, in ambito new adult.
- La più grande storia d'amore dopo Twilight e Uno splendido disastro.

3) Chi è il tuo lui ideale?
- Mr. Ink. (ma che davvero?!) ✓
- Un ragazzaccio bello e dannato.
- Un ragazzaccio bello e dannato, con la fedina penale sporca, i tattoo e un'eredità di cinquanta milioni di dollari, ma con un cuginastro cattivissimo; nel weekend ripara macchine – tutto sexy e sudato, gnàm – e legge poesie.

4) Perché Carter è in gatta buia?
- Fan di lunga data del gioco in doccia, mi raccogli la saponetta? ✓
- Per essere così cool ci vuole il porto d'armi, e lui ne era sprovvisto quel maledetto giorno.
- Non ha commesso quel crimine! Si è dichiarato colpevole per salvare il migliore amico!

5) Primo giorno di lavoro. Tu, maestra di letteratura in un carcere. Quale sarà il tuo outfit?
- Non mi lavo per settimane. So che il cattivo odore allontana i malviventi. Che vuoi che importi dell'outfit? ✓
- Divisa arancione, per essere sempre in tema. 'Cause Orange is the new black.
- Tailleur attillato sui punti giusti, reggiseno di pizzo, tacchi a spillo.

6) Com'è la vita in carcere?
- Come alle scuole medie. Siamo in un new adult, vuoi forse impressionare le lettrici?
- Durissima. Carter deve camminare col sedere vicino al muro e sventare violenti attentati alla sua castità posteriore. ✓
- Sono un “gangsta”. Io regno.

7) Carter e Kat – miglior coppia di sempre – cosa hanno in comune?
- I geni, perché sono segretamente fratelli.
- Il quoziente intellettivo. ✓
- Shakespeare e le motociclette.

8) Dove la notte d'amore più bollente?
- Cella di massima sicurezza. ✓
- La Camera Rossa di Christian Grey. Con Christian Grey.
- Casa della nonna.

9) Per Kat, Carter è....
- Meglio di un Cartier.
- L'anima gemella. ✓
- “Sesso puro. Anzi, meglio, sesso bollente, sesso selvaggio da fare contro il muro” (cit. pag. 196)

10) Il soprannome della protagonista è...
- Pigeon.
- Fruittella Bella. ✓
- Pitches.

11) Sophie Jacson è un'insegnante di letteratura; cosa faresti se fosse la tua prof?
- La denuncerei. Tu che scrivi coi piedi, come ti permetti a giudicare un mio saggio breve? ✓
- Vorrei fosse la mia Kat. Però, prima, meglio controllare le foto. Metti sia peggio di E.L James...
- Che idola! Ci scambieremmo tutti i romanzi di Jamie McGuire.

12) Stile.
- Da fotoromanzo.
- Sarà scritto bene, sarà scritto male, sarà scritto boh?
- L'emozione non ha voce. (Nè stile. Nè contenuto...) ✓

13) Titolo per il sequel – perché sì, ci sono altri due libri, contenti?
- A fior di palle. ✓
- Se mi arresti, ti sposo.
- La mia splendida libbra di carne.

Qual è tuo punteggio? Se, in numero maggiore, hai barrato la risposta...
a) Sei arido/a, crudele, disincantato/a. Un pezzo di ghiaccio, e di cacca. A Natale, chiedi ai tuoi in regalo un cuore funzionante, Scrooge!
b) Non era il tuo genere, ma ci hai provato. Tre stelle e il proposito che, il prossimo anno, darai un'occhiata al sequel. Nella Jackson, sotto sotto, hai visto del potenziale.
c) Il romanticismo è nel tuo DNA, come il segreto per una pelle perfetta. Non giudichi a prima vista, sei assennato/a e riflessivo/a. Il secondo romanzo, inutile dirlo, l'hai già prenotato. Incontrerai la tua Kat – o il tuo Carter – perché credi nell'amore. Tu, lettera a, morirai invece solo/a e con sette gatti cenciosi.

Fate un po' i conti voi...

sabato 30 maggio 2015

I ♥ Telefilm: Jane The Virgin, The Following, The Lizzie Borden Chronicles

Jane The Virgin
Stagione I
Jane Gloriana Villanueva è una creatura mitologica: vergine a ventiquattro anni, e per scelta di vita. Aspetta la prima notte di nozze e il brillante al dito: mentre la madre le dice di assecondare l'ormone, la sua “abuela” la educa al culto della castità e all'attesa. La verginità è un fiore: una volta sgualcito, come rimetterlo in sesto? Per fortuna, non dovrà aspettare troppo: Jane ha accanto a sé l'uomo perfetto. Sarà altrettanto perfetto quando gli rivelerà di aspettare un figlio che non è il suo? Un errore della ginecologa e Jane si scopre in dolce attesa: fecondata per sbaglio con il seme del bel Rafael, proprietario dell'albergo in cui la protagonista lavora; sua cotta segreta da sempre; sposato con un'arpia vestita da Barbie. La pancia cresce, le coppie scoppiano e si ricompongono assumendo forme imprevedibili, la verginità resta. Puntualmente vittima dell'indiscreto fascino delle “latinate” - da Ugly Betty a Devious Maids -, colorate e pasticciate come le gradiamo dalle mie parti, giù in Terronia, la nuova serie The CW mi è piaciuta più o meno da subito, e sembra piacere anche parecchio alla critica ufficiale: premiata, sopravvalutata, fortunata. Le vicende si complicano; saltano fuori narcotrafficanti e serial killer; i colpi di scena improbabili non latitano, soprattutto in un epilogo con nascituri, “al lupo al lupo” e fuochi d'artificio. E per me, non c'è un personaggio che sia fuori posto. Neanche uno che mi stia sulle scatole: dunque, miracolo al quadrato. Dai più importanti ai minori. Ma il mio preferito, Anthony Mendez: irresistibile – e invisibile - voce narrante che, con un accento tutto suo, suddivide la storia in ventidue capitoli e si presta a riassunti e chiarimenti. Ogni tanto, ecco comparire sullo schermo didascalie, schemi, perfino quello che i personaggi non dicono: giusto per tenere conto di chi è chi, di chi fa cosa, di quale lato del triangolo sentimentale ha la meglio sui Social. Jane The Virgin è un'immacolata concezione ai tempi delle soap opera, degli hashtag, delle castronerie in ambito sanitario. Paradossale, affollato, divertentissimo. Come una sit-com in formato gigante. Partito ad ottobre, mi ha accompagnato durante le sere più esasperanti di primo e secondo semestre e, mentre vecchie conoscenze deludevano, questa Jane si andava facendo sempre più surreale e frizzante. Convincendo quasi all'unanimità. Scritta con ironia e grazia, ha ritmi latini e, alla luce del sole, è della stessa materia di cui sono fatte le telenovelas argentine – e i sogni delle neomamme che, tra una doglia e l'altra, scrivono romanzi rosa e sventano pericolosi crimini federali. Candidamente trash. (7+)

The Following
III (e ultima) stagione
Dopo Revenge, altra serie cancellata strada facendo: anche The Following, così, trova la sua parziale conclusione mostrando il peggio di se. L'ultima stagione impiega pochissimo a classificarsi come la peggiore delle tre. E, checché se ne dica, nonostante questa ennesima fatica di Kevin Williamson potesse concludersi dopo un solo arco di episodi, anche la seconda serie era discreta; appena sufficiente, ma comunque abbastanza per dare un'occhiata al seguito. Un'altra chance alle indagini di Ryan Hardy. Lui, sul quale adesso pesa un'accusa grave: eroe o assassino? Dopo la duplice cattura - e la duplice fuga - del carismatico Joe Carroll, l'instancabile detective deve fare i conti con Mark, psicotico gemello rimasto in vita; una coppia di sposini con il pallino dell'omicidio; una figura enigmatica – tutti lo cercano, nessuno sa chi sia – che ha accettato la sanguinosa eredità del Dr. Strauss. Lo spettatore, parecchio annoiato, si illumina grazie alle rare comparse di James Purefoy. Mentre le nuove indagini sonnecchiano, intriga giusto il rapporto viscerale tra il protagonista e la sua storica nemesi: un Purefoy vicino alla disfatta, ma mai stanco di suggerire malignità; un Kevin Bacon fisicamente in forma, che si avvicina pericolosamente al bicchiere e al ruolo di cattivo tenente. Convincenti entrambi, ma bastano loro? Con un numero inferiore di episodi, magari. Con qualche dialogo in più e qualche assurdo salvataggio in meno. Nell'ultima parte, venuta meno la loro morbosa complicità, sotto le luci della ribalta c'è questo Theo: un marcantonio di un metro e ottanta, afroamericano, con due occhi azzurri mai visti prima – insomma, un tipo che passa inosservato, del tutto anonimo come richiesto dal suo personaggio camaleontico, giusto? – ma il discreto Michael Ealy non è in grado di sostere un ruolo che in The Fall, per dirne una, un Jamie Dornan interpreta a regola d'arte. Da non dimenticare – o forse sì, dimenticatela pure - una misteriosa femme fatale con paurose somiglianze con la Lady della Del Santo. Anni di sali e scendi, dunque; scivoloni; pacate accettazioni di svolte irrisorie. A volere essere generosi, buona la prima stagione, così così la seconda, ma questa – tirata per i capelli, sfinita, superflua – non si arrende alla cancellazione ed è un mezzo disastro. Peggio il roseo lieto fine di Revenge o l'epilogo aperto di un The Following abbandonato a sé stesso? Le buone idee latitano, dunque si tenta di guardare a un recente passato: perfino i delitti, opera all'inizio di un copycat, sono riciclati. Sempre gli stessi. The Following, in generale, è sempre stato poca cosa per potersi autocelebrare: non lo comprendono gli autori, all'ultimo giro di boa, ai quali sfuggono il senso del ritmo, l'ironia, la necessaria credibilità. (5)

The Lizzie Borden Chronicles
Stagione I
Sotto Natale, io che sono un tipo che sente tanto le festività, avevo visto il modesto Lizzie Borden Took An Ax, film televisivo targato Lifetime, incentrato sul processo ai danni di un'ingenua aristocratica americana accusata di avere assassinato, a colpi di accetta, i suoi genitori. Aveva la gonnella ancora imbrattata di materia cerebrale, eppure era stata assolta. Lizzie Borden, per quel che Wikipedia ci racconta, è tra le assassine più efferate della storia americana. Ma a parte un piccolo scandolo, un furto, del suo hobby preferito – l'omicidio – non si racconta nient'altro. Ci pensa questo The Lizzie Borden Chronicles, serial in otto puntate che si inventa – ma inventerà tutto tutto? - catene di delitti e uno stretto legame di sorellanza. Al contrario di quanto mi aspettassi – ossia un approfondimento più minuto e sensato di quel che avevo già visto – la Lifetime si cimenta con un liberissimo sequel, in cui le due brave protagoniste hanno gli occhi di tutti puntati addosso. Le sorelle Borden – complici, l'una carnefice e l'altra vittima – si sono trasferite, ma difficile, quando si tratta di loro, intessere rapporti di buon vicinato e darsi alle feste d'inaugurazione. Lizzie, mai stanca del brivido, cerca guai. E alla sua porta bussano, episodio dopo episodio, un fratellastro in cerca dell'eredità, un cowboy che vuole incriminarla, un pretendente – con famiglia mafiosa annessa – per la sorella maggiore, Emma. Ma chi di spada ferisce di spada perisce... Tornano autori, cast, scenari; colonna sonora tamarra, rallenty spropositati, lame e corsetti. Insieme a loro, i difetti di sempre, ma un macabro divertimento aggiuntivo. Un morto per episodio – e sono morti fantasiose – e una protagonista dalla faccia furbastra che, impunemente, fa massacri senza dare nell'occhio. Quando in un paesello di un paio di migliaio di anime ci sono, ormai, più morti che vivi. Le cronache della Borden raccontano, tutto sommato, ben poco di nuovo, e potevano raccontarlo, semmai, in un numero minore di episodi. Svolte nelle ultime tre puntate e in un epilogo aperto. Il resto è poco e niente, ma si segue con una specie di ghigno felice. Complice il viso da bambola di Christina Ricci, un angelo del male bello e sinistro, e, al suo fianco, la valida Clea DuVall, testimone sfortunata di una metà folle. Qualche accorgimento maggiore nella regia, questa volta, e una randezvous settimanale con la Ricci bastano per raggiungere una sufficienza piena, la prima volta, invece, a stento sfiorata. (6)

mercoledì 27 maggio 2015

Pillole di recensioni: Le anatre di Holden sanno dove andare; Ovunque tu sarai

Da un po' non scrivevo uno di questi miei cappelletti introduttivi. Come state, amici lettori? Io, solita vita. Ultimi giorni di studio, prima di iniziare un ripasso forsennato, e primo esame della estiva all'orizzonte: Letteratura Teatrale Italiana. Oggi, inoltre, ho una certa preoccupazione: al gatto, Ciro, tocca la fatidica operazione... Zac, zac! Pura formalità per i veterinari, immagino, pratica comunissima, però non può mangiare ed è qui, accanto a me, che miagola per avere due croccantini. Resisterò? Prima di mettere Ciro nel trasportino e la mia testa sui libri, dunque, vi lascio un breve - e personale - commento su due romanzi che ho letto in questi giorni, uno di fila all'altro. Nel primo caso, delusione. Nel secondo, una sufficienza per la trama convenzionale e la prosa potenzialmente interessante. Un abbraccio, M.

Titolo: Le anatre di Holden sanno dove andare
Autrice: Emilia Garuti
Editore: Giunti “Y”
Numero di pagine: 144
Prezzo: € 12,00
Il mio voto: ★★
La recensione: Holden rimuginava sulla direzione del volo delle anatre che, d'inverno, abbandonando Central Park, mirano tutte al cielo. Pensieri in comune con Will, la protagonista di un romanzo che è arrivato il mese scorso in libreria, con fascette colorate che promettevano chissà che. Emilia Garuti ha la mia età e trasforma la ricerca dell'università perfetta in un racconto. Ci sono passato anch'io. Però eccolo, il punto. Dalla pubblicazione di una giovanissima, cosa più unica che rara, mi aspetto un'eccezione. In un romanzo che ambisce a dipingere i giovani alla maniera di Salinger e Brizzi non cerco la classica storiella. Inutile mettere le mani avanti, mordersi la lingua, se la quarta di copertina richiama Jack Frusciante e Il giovane Holden. In una manciata di ore ho letto pagine che fanno una buona compagnia, ma che non lasciano niente. Come con In silenzio nel tuo cuore, di un'autrice altrettanto acerba; se lì però la protagonista era leziosa, questa Will è uno spasso. Ma quei toni sardonici che non conoscono quasi sfumature, le critiche ai risvoltini e alla boy band, l'odio gridato alle mode e ai modaioli, gli elenchi sui bizzarri tipi che incontri al liceo o in circolare, vanno bene per le invettive su Facebook, e sono anche nel mio stile: amo lamentarmi. A uno stato della Garuti mi scapperebbe qualche “mi piace”, ma un romanzo tutto così lo comprerei? Un editore ti può notare, ma se hai poco da dire, anche se sai dirlo, che senso ha l'ennesimo young adult? Dove sono gli autori saggi, che non si accontentano di un tema fatto benino? Per metà la storia è credibile – le giornate dell'orientamento, le amicizie che finiscono, le rimpatriate – ma per l'altra, di metà, strizza l'occhio agli americani – per esempio, inserendo il tema del suicidio, qui trattato con aria di sufficienza, che va “fortissimo” altrove; genitori ricchi e distratti; una love story che né nasce, né si evolve. Per metà ho apprezzato l'assenza di una morale facile, ma per metà una storia senza un punto focale – sempre che tu non sia Aidan Chambers – non so che utilità possa avere. Le anatre di Holden sapranno dove andare, ma la Garuti ancora no. E' presto; non è stagione di migrazioni.

Titolo: Ovunque tu sarai
Autrice: Fioly Bocca
Editore: Giunti
Numero di pagine: 160
Prezzo: € 12,00
Il mio voto: ★★½
La recensione: Ci sono quei momenti. Quelli brutti, nerissimi, in cui ti chiedi cosa sarà di te. E in cui, per la prima volta, ti senti solo al mondo. La mamma di Anita si sta spegnendo per colpa del cancro e il suo fidanzato storico, Tancredi, è troppo preso dal lavoro per starle accanto. L'infelicità va condivisa per alleggerirsi il cuore. Così attacca a piangere davanti a uno sconosciuto: un uomo sopravvissuto a un genocidio e a un'infanzia tragica. Per questo, adesso, scrive favole. Arun inventa storie e adesso ascolta quella di Anita: una principessa infelice in una Torino che, con le sue nebbie, sembra una landa d'altri tempi. Riusciranno nonostante gli scherzi della vita – il lutto, gli imprevisti, le seconde opportunità che a volte si negano e a volte no – a tentare la via del lieto fine? Ovunque tu sarai, già a partire dal titolo, è un romanzo che non promette grande originalità. Pagina dopo pagina non si smentisce: è come te lo aspetti. Letto già e già visto – in ogni commedia romantica che si rispetti, dalla notte dei tempi, non mancano i gesti eclatanti e, ovviamente, le notti di pioggia per gridarsi amore eterno. Però repetita iuvant, e il messaggio speranzoso dell'esordiente Fioly Bocca non annoia: ogni tanto, certe cose è gradevole riascoltarle. Romanzo breve, delicatissimo, che ha la forma di una parabola moderna. Al centro, una protagonista contemporanea: una trentenne al tempo della crisi – quella che rende i fidanzati distanti, i capi insoddisfatti, il domani incerto. Ma Ovunque tu sarai è il riassunto della vita di Anita. Misurato, ponderato, studiato per mantenere la giusta proporzione tra amori, dolori, gioie. E non senti lo strazio della perdita – dilaniante nel recente L'amore involontario, ad esempio – né l'immediatezza del dialogo. Elaborati e rielaborati, i discorsi dei protagonisti compongono pagine belle da leggere, poetiche e musicali, ma quel modo di esprimersi – libresco, artificioso – e le chiuse dei capitoli – retoriche apostrofi alla vita e al domani: in rete, altri citavano Grey's Anatomy – mi hanno confuso le idee. Mi piaceva la Fioly narratrice, che descriveva la realtà con toni eterei. Ma con quella in cerca della frase d'effetto, dell'aforisma riuscito – ma saranno aspetti inscindibili della sua personalità, o è solo il caso dell'opera che me l'ha fatta conoscere? – non sono andato d'accordo. Come se quelle parole fatate, fluttuanti, togliessero carnalità al sentimento dei due protagonisti e di loro, alla fine, non mi rimanesse che la mera essenza. Non i corpi, non la verità, e tutto per via di un ricercato lirismo che non va fiutato: quando serve, viene infatti fuori da sé. Altrimenti si scambia il tutto per insincerità. Per i fan delle protagoniste della Rattaro e della assennatezza di un Gramellini, un romanzo puro e lieve, che ha una certa personalità ma che rischia di perdersi, qui e lì, poiché schiava della forma. Comunque sufficiente - un sei politico, ma in fondo meritato - per iniziare.

lunedì 25 maggio 2015

Recensione: Piccola Dea, di Rufi Thorpe

La vita era venuta a cercarmi, e anche mentre parlavamo, anche mentre facevamo giochi di parole e ci scambiavamo battute nella nostra lingua umana, formando strati e strati di simboli, la vita stava dirigendo la diramata rete di vene nel mio ventre e forgiando dal nulla una creatura.

Titolo: Piccola Dea
Autrice: Rufi Thorpe
Editore: Sonzogno
Prezzo: € 16,50
Numero di pagine: 269
Sinossi: A dispetto dei luoghi comuni, il rapporto più intenso per le giovani donne non è quello con il primo amore. È quello con l'amica del cuore. Lorie Ann e Mia, in riva all'oceano della California, sdraiate al sole a scambiarsi segreti, mentre provano a schiarirsi i capelli con il succo di limone, di questa amicizia ne sanno qualcosa. Diversissime tra loro, eppure unite come sorelle, crescono complici e spensierate: non passa giorno senza che l'una sappia nell'intimo cosa nasconde il cuore dell'altra. Siamo nei festosi anni Ottanta, e all'inizio di questa loro storia, che durerà per altri vent'anni, Lorie Ann e Mia si fanno una confidenza che scotta e che impone una decisione complicata: hanno sedici anni e sono rimaste incinte. Mentre Mia è la bulla, scostante, con una famiglia sgangherata, Lorie Ann è la perfezione, quella che tutti invidiano: per la sua bellezza solare, il carattere aperto e generoso, la vita serena avvolta da una famiglia unita. Se la biologia c'entrasse col destino, e la scelta coraggiosa di Lorie Ann di non abortire, all'opposto dell'amica, dovesse venire premiata, avrebbe dovuto essere lei quella baciata dalla fortuna e dal successo. Invece, anno dopo anno, Lorrie Ann scivola in tutt'altra esistenza, e a Mia, pienamente realizzata, non resta che documentare, e interrogarsi sulle ragioni per cui la sorte abbia riservato alla sua "divina" amica un percorso tanto accidentato.
                                           La recensione
Aiutavo mia mamma a piegare le lenzuola, una delle cose che più odio fare al mondo, e poi è naturale che mi chieda ma quando non ci sono io, a casa, da chi si farà mai aiutare?, e si parlava di chi stesse leggendo cosa. Avevo finito Piccola Dea, acclamato esordio di Rufi Thorpe, e non ero soddisfatto granché. Alla domanda com'era? avevo risposto una cosa che odio, quasi quanto la storia del bucato: così così. Appena qualche giorno prima, a metà lettura, avrei avuto un tono completamente diverso: non avrei potuto che parlare bene di quella scrittura matura, originale; dei sogni segreti di due protagoniste inquadrate tra gli anni che scorrono veloci; di un'opera prima che - per stile, contenuto, ironia sferzante  - non sembra tale. Un lenzuolo, poi eccone un altro, e io che parlavo e parlavo. Come quando un libro non mi piace, almeno non del tutto, e voglio capire perché. La mia ascoltatrice non mostrava segni di noia, e io giù di chiacchiere, ipotesi, metafore: le corde del balcone pesanti di felpe, camicie, pigiami perché ci preparavamo a chiudere tutto in uno scatolone per il cambio di stagione. E, come raccontavo, questo libro sembrava in linea con l'estate che arriverà. Luminoso, colorato, abbronzatissimo. A bordo piscina. La storia di Mia e Lorie Ann parte così, con i turisti e le creme solari, e prende le mosse da lontano, con gli iconici anni '80, i sedici anni, le scelte. Crescono come gemelle siamesi, le due, in quei quartieri pacchiani di gente arricchita che, con un tremolio di Wall Street, si impoverisce di nuovo, ma rimane sempre ancorata alla sua bella casa. Si completano: Lorie Ann bellissima, saggia, buona, figlia perfetta nella famiglia perfetta; Mia, la narratrice, arrivista e egocentrica, con la sua incasinatissima famiglia allargata e un cuoricino nero che la rende indifferente davanti alla prospettiva dell'innamoramento, ma non alle lusinghe dell'altre sesso. Ci rimane secca la prima volta: un lui impacciato coi profilattici, un amplesso di due secondi, la decisione alla leggera dell'aborto, perché 16 anni incinta non era ancora in onda e i bebé e le lettere morte, sua grande e inconsueta passione, non erano conciliabili. A Lorie Ann succede lo stesso qualche tempo dopo, ma lei al contrario crede di amare il suo lui impacciato coi profilattici, sceglie un matrimonio riparatore e non mette un freno brusco alla vita che le cresce dentro. Ma metterà un freno alla sua, di vita: un neonato problematico, affetto da gravi handicap, e la vedovanza all'improvviso - in una girandola di tragedie e malintesi - la costringeranno a dare una nuova priorità ai suoi sogni gloriosi. Rufi Thorpe, attraverso un tono cinico, civettuolo e pungente, senza dolcezze e senza retorica, ci parla di due amiche che ogni tanto si separano e ogni tanto si ritrovano. 
I telefoni squillano, anche dall'altra parte del mondo. Quando Mia si trova a lavorare nella fascinosa Istanbul e a custodire un test di gravidanza nel cassetto. Quando Lorie Ann, fragile e ingenua, con il destino infelice di chi è troppo buono, imboccherà la strada dell'eroina. Quando, in nome di un'amicizia non sempre disinteressata, ci si incontra a metà strada. Piccola Dea mi è piaciuto molto fino a quando era quello che la copertina prometteva: una spassosa adolescenza al sole. A un certo punto, ma non ricordo il momento esatto, ho iniziato a sviluppare una leggera intolleranza. Ci sono i romanzi che raccontano un'esistenza, questo finisce per diventare uno di quelli e la Thorpe mette per iscritto le contraddizioni di due vite vere e, purtroppo, i troppi lutti, il troppo disincanto, le troppe disdette diventano troppo. Per me, almeno, che sono un fan convinto del less is more. Da poco - un poco relativo, che coincide con la fine di tutti quei "prendi, piega e occhio alle grinze" - ho capito che, per una volta, il problema non è il romanzo, e non era nemmeno il suo essere pieno fino all'orlo di temi scottanti e avventure esotiche, bensì io. C'è che io sono maschio e Piccola Dea è un romanzo di donne, soprattutto per le donne. 
Attenzione, ché mi spiego meglio. C'è questa idea, un pregiudizio bello e buono, che i romanzi d'amore siano pensati per il solo pubblico femminile.
La Thorpe non fa parte di quel genere lì, non è cosa da ragazzine. E' cosa di mogli e di madri, neanche di figlie: lettrici mature, che sanno già un po' di tutto questo. Quello che le donne pensano e non dicono. Piccola Dea è un romanzo che richiede esperienza e doppio cromosoma X: vissuto, profondo, a modo suo anche criptico. Gli abissi del mondo femminile e dei suoi tabù scandagliati in maniera che esula qualsiasi logica scontata, moralistica e benpensante. Si parla di un aborto che a volte è giusto e basta, dell'accanimento terapeutico, di brave donne che sono messe al mondo per essere madri cattive. Di un istinto materno che non è vero sia innato, come invece dicono. Argomenti universali - nella coppia si è in due, tanto - ma sviscerati da chi detiene le chiavi di tutte le ragioni: i padri sentono di avere poca voce in capitolo, avendo fatto il minimo sforzo. E le motivazioni delle misteriose creature della Thorpe sono estreme, coraggiose, giuste. Ma io, che sono empatico e comprendo, talora ho avuto difficoltà ad accettarle: noi uomini siamo per le risoluzioni semplici, per i poi si vede. Lorie Ann e Mia invece mettono al vaglio tutto, sezionano l'amore e quello che viene dopo, pensano cose che non ho mai pensato. Inconciliabili, naturalmente diversi, ma ci si prova... E il fatto che me l'abbia suggerito una ragazza - la carissima Valentina dell'ufficio stampa, che ringrazio e saluto - mi fa sentire un privilegiato. Le donne leggono notoriamente di più e le donne, dunque, leggono il mio blog più degli uomini: a voi Piccola Dea proprio non posso sconsigliarlo, capito? Le tre stelle per un testo oggettivamente pregevole, piacevole da leggere, ma che alla fine dei conti non era cosa mia, a causa di una barriera invisibile che non percepisci ma c'è. Un passo di troppo e ci sbatti il naso contro.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Cyndi Lauper – Girls Just Wanna Have Fun (George Ezra)

sabato 23 maggio 2015

Mr. Ciak: Insurgent, Kingsman, Musarañas, The Boy Next Door, Maicol Jecson, The Town That Dreaded Sundown

Un anno fa, quando dicevo ancora di odiare Shailene Woodley, Insurgent l'avrei forse aspettato con ansia. L'arrivo al cinema del primo episodio mi aveva convinto, ma passo dopo passo, avevo visto dissolversi tutto il potenziale della saga della Roth, che non aveva avuto chissà quale idea brillante o, complice uno stile acerbo, non aveva saputo metterla a fuoco. Il dente avvelenato, in particolare, ce l'avevo contro questo seguito, che mi aveva annoiato in maniera indicibile: non a caso ricordavo giusto il colpo di scena finale; non a caso – a marzo – non sono corso al cinema. E Insurgent il prezzo pieno del biglietto non lo valeva, ma mi aspettavo peggio. Fila liscio, lì dove il romanzo vegetava. Quanto sia rispettosa la trasposizione questa volta non so dirvelo. Il film riparte nel momento in cui si era fermato e scorre, ma – soprattutto all'inizio – manca di un collante. Ha l'aria di una maratona di episodi dell'ultima produzione The CW. Più avvincente che nel romanzo, invece, la seconda parte, che non salva il film da un aggettivo che ha un suo peso: Insurgent è gradevole, ma trascurabile. Nonostante i paragoni si sprechino, non è Hunger Games: prendiamo i pochi colpi di scena, ad esempio, snocciolati così, senza emozione. Il metaforico mastice – nonostante la regia di Schwentke, che con l'azione e gli effetti speciali ci sa fare – purtroppo sembrano averlo perso anche i membri del cast. Singolarmente convincenti, ma incapaci di amalgamarsi senza imbarazzi. Dei due premi Oscar – e mezzo – con una Octavia Spencer di passaggio e una Naomi Watts mai così spaesata, sarà perché madre impossibile di un trentenne, solo la fedelissima Kate Winslet sta al gioco. Il monolitico Quattro di Theo James, che regala tanti sospiri alla sua Tris, ne regalerà molto meno alle spettatrici; Ansel Elgort ci prova a scrollarsi di dosso l'aria adorabile da eterno Augustus Waters, ma ci riuscirà?; semplicemente terribile Miles Teller che, dopo il trionfo di Whiplash, fa passi indietro per colpa di un pedante epigono di Malfoy scritto da una che non è la nuova J.K Rowling. A capitanare la rivolta, la Shailene Woodley che adesso non odio più: White Bird in a Blizzard me l'ha fatta scoprire sexy, Colpa delle stelle me l'ha fatta piangere. Bravina, qui, anche se se la cava meglio a spezzare cuori che ossa: nonostante il capello corto e le braccia muscolose, non crede neanche lei fino in fondo alla sua aggressività d'intrepida. (6)

Qualche giorno fa ho rievocato il carnevale di un'infanzia lontana. Quando mi vestivo da supereroe e da grande dicevo di voler essere un fumettista. I sogni non avevano un numero fisso, e in alternativa avrei trovato stimolante anche la vita da agente segreto. Stravedevo per Spy Kids; poi alle medie per Agente Cody Banks – e Hilary Duff. Adesso non guardo cinecomic né pellicole di spionaggio. A me piace poco l'azione, ma parecchio due fattori che solitamente cozzano: l'elegante e il tamarro. In Kingsman, in due ore che volano, cafonate e alta moda si incrociano e danno vita a uno sposalizio irresistibile, anche per me, spia mancata senza rimpianti. Con la firma del Matthew Vaughn di Kick Ass, altra perla, questo film è una parodia di un genere che o si ama o si odia: ma come odiarlo se è riproposto in chiave ironica, con invasioni massive di effetti speciali, una regia strabiliante, combattimenti coreografici e dialoghi gustosi? In Kingsman non mancano le missioni impossibili, i cattivi che vogliono distruggere il mondo, le rivincite personali: il protagonista combatte contro le smanie dei figli di papà, sventa piani criminali, conquista principesse ninfomani. A fargli da guida, un magnifico Colin Firth che si congeda con un colpo di scena ad effetto ed è re di una tavola rotonda di moderni cavalieri. Picchia duro, ha pantaloni dalla piega perfetta, beve il té delle cinque in punto. Samuel L. Jackson caratterizza un antagonista che è uno spasso, a metà tra un Mark Zuckemberg pazzo e uno coi difetti di pronuncia del primo Muccino; Michael Caine dice due parole ed è subito un'icona; Mark Strong trova il supporto di uno script che, questa volta, lo vuole più presente del solito. A mancare in copertina, il nome del giovane Taron Egerton, quando questo poi è il suo picaresco romanzo di formazione. Chiassoso, sopra le righe, chic. Vive dei tòpoi dell'action movie e cita My Fair Lady. Con un fucile tra le mani e un paio di intramontabili Oxford lucide in cui specchiarsi. Kingsman ha la violenza esagerata dei cartoni, rumori fortissimi e colori che fulminano la cornea. Le scene d'inseguimento più spettacolari che vedrò quest'anno e uno degli intrecci più spiritosi che mi godrò nei sei mesi a venire. (7,5)

In una Spagna che ancora porta le cicatrici del conflitto mondiale, la storia di un soffocante mènage familiare. Un appartamento abitato da due sole donne, l'arrivo di un vicino di casa a comprometterne le fragili dinamiche. Montse, che non ha mai oltrepassato l'uscio del suo mondo asfissiante, dopo l'abbandono del padre orco, vive come una reietta, barricata nelle sue stanze piene di pizzi, sete, bottoni. Fa la sarta. Sognerebbe, un giorno, una boutique in centro e un rapporto esclusivo con quella sorella che non ha un nome e che, semplicemente, definisce la sua bambina. Anche se ha diciotto anni, è una giovane donna che fa innamorare tutti al primo sguardo e ha rubato le attenzioni di lui, Carlos, l'uomo ferito che le due accudiscono sotto il loro tetto. Ma Carlos, a letto con le gambe rotte, ha i suoi segreti, proprio come la paziente Montse: gli scatti di ira, le mani che tremano, l'ossessione di avere tutto, e tutti, sotto controllo. Personaggi prigionieri di una casa che è impossibile abbandonare; tutti vittime. Musarañas ha nel titolo i toporagni: roditori che vivono al buio, protetti a vita nel loro nido. Thriller psicologico dello scorso anno, è la rinnovata conferma di un cinema spagnolo pensato meravigliosamente, che sa intimorire con originalità e immensa eleganza. Sorpresa per molti? Non per me, che ai cugini d'oltralpe invidio le commedie romantiche a ai vicini spagnoli gli horror più rigorosi in circolazione. Questo, diretto a quattro mani da due esordienti, ha un intreccio classico e la tensione alle stelle. Girato interamente in un appartamento dal perimetro circoscritto, ospita tra i suoi corridoi i fantasmi della pedofilia e i tragici traumi che si trascina dietro. Si sguazza perciò nel sangue delle vittime della sarta assassina, una Misery che non potendo scappare dal suo incubo vuole trascinarci dentro anche chi le è vicino, ma a impressionare sono i chiaroscuri di personaggi con la guerra in testa. Nel cast, uno Hugo Silva poco approfondito, il viscido Luis Tosar di Bed Time, ma – ormai nomi di grido internazionali – sono nullità in confronto all'ipnotica Macarena Gòmez, che regge divinamente il tutto con una prova che vive di tic stizzosi e minuzie. Un personaggio ambiguo con uno spiazzante segreto che il finale, puntualmente, ci svela. Facendo pensare allo spettatore che Musarañas fosse bello già prima, ma dopo quella svolta a fior di nervi - già intuita ma cattiva - più bello ancora. (7)

Che è banale in maniera esasperante lo si capisce già dal titolo. Girato con quattro soldi e inaspettato successo, ha la storia dell'ennesima attrazione fatale. Virtuosa prof divorziata finisce a letto col suo vicino di casa pazzo. La bella Jennifer Lopez – sempre più sexy - non vincerà l'Oscar, ma la sua prova è dignitosa e in biancheria fa la sua porca figura. Con lei, dopo un paio di Step Up, Ryan Guzman: che va ancora al liceo non ci credo neanche se lo vedo con zaino in spalla, ma è un convincente squilibrato; meno pesce lesso del collega ballerino Channing Tatum, ha la faccia giusta e palpeggia le grazie della Lopez con la nonchalance di chi non deve chiedere mai. Questo thriller in rosa è scontato e classico così come appare. Ma fila, nonostante la trama la sappiano pure i sordi, e ha l'apprezzabile faccia tosta di cullarsi spudorato nei luoghi comuni, non arrampicandosi sugli specchi in cerca di novità impossibili. E' esattamente come lo si immagina, ma per quell'ora e mezza lo si tollera. Piacevole il giusto. E trash. (5)

L'estate del 2009: quella in cui Andrea perderà la verginità, quella in cui il fratello minore perderà il suo idolo. La storia delle loro prime volte – l'amore, il lutto – s'incrocerà con quella di un pensionato convinto di essere il loro nonno, di un cacciatore di alieni, di un viaggio verso la fine del mondo. Maicol Jecson è una commedia italiana e, a tratti, non ci si crede. La trama è vista e rivista. La voce fuori campo ricorda più quella di uno YouTuber qualsiasi che John Green. C'è una scrittura che va affinita, ma sulla resa non posso mettere bocca: non segue standard televisivi, è girato con intelligenza e con gusto internazionale, gli attori più giovani, ineditamente – anche merito del doppiaggio; ma perché doppiarli? -, non sono dei cani totali. Un bravo d'incoraggiamento ai registi, per l'idea e la buona realizzazione, e al cast di esordienti, capitanati del veterano Remo Girone. Maicol Jecson va visto come un vincente esperimento di prima commedia adolescenziale nostrana. Solo così può essere osservato con occhi diversi e un po' compiaciuti. E' la variante young adult di Il ragazzo invisibile, ma l'esperimento è dello stesso tipo. Territorio raramente esplorato, dunque, soprattutto con questi deliziosi toni indie. (6,5)

Titolo lungo, durata ridotta, un assassino mascherato che per i fanatici dell'horror, forse, è una vecchia conoscenza. The Town That Dreaded Sundown è il remake di uno slasher degli anni '70, e uno dice che noia. Ma questo film si rivela un'autentica chicca; un gioiellino insanguinato. Il regista è Alfonso Gomez-Rejon, nome di punta nella direzione di Asylum, il migliore degli American Horror Story, e ha un talento sorprendente. Nonostante la trama esilissima, uno Scream vintage che qualche colpo di scena ben piazzato lo regala, il film si fa guardare dal cinefilo attento con gli occhi a cuore. Non c'è una scena che non sia confezionata ad arte. Sangue contenuto, morti fantasiose e i volteggi funambolici di una macchina da presa che non sa stare ferma, in cerca delle angolazioni più originali, dei giochi naturali delle ombre, della qualità che nel genere di serie B per eccellenza si è raramente riscontrata. Il resto è roba che Craven, con più ironia e vivacità, ha già affrontato. Uno script più memorabile, al prossimo giro, e Gomez-Rejon potrebbe essere il profeta del nuovo modo di far paura, ma con classe. (6,5)

giovedì 21 maggio 2015

I ♥ Telefilm: The Royals, Bates Motel, New Girl IV

The Royals
Stagione I
Pensavo fosse amore, e invece... Voglio dire, per quanto si possa amare una serie come The Royals: scema, sfarzosa e incredibilmente pacchiana. L'erede apparente di quel Gossip Girl che ho seguito – e apprezzato – anche quando minacciato dal pericolo cancellazione. Dalle vite scandalose delle élite di Manhattan a quelle, altrettanto scandalose, ma senza dubbio più glamour, della Casa Reale il passo è breve. Vi siete mai chiesti che combinano lì a Buckingham Palace? Questa serie TV, distribuita in tempi record anche da noi, sguazza nel gossip, negli amori contrastati, nell'alto tradimento. La soglia tra satira e finzione è sottile. Il lezioso Liam di William Moseley, perfetto damerino innamorato di una bella popolana, è l'aspirante principe William. La sua gemella, Eleanor, interpretata da Alexandra Park, giovane attrice di cui mi appunto mentalmente il nome, va in giro senza la biancheria intima, si è fumata ormai anche il cervello, cerca con tutte le forze lo scandalo facile. Capricciosa e imprevedibile, è una scaprestrata Henry al femminile, con il fisichetto proprio non male della Effy di Skins. Accanto a un viscido zio, il leale Re Simon – che vorrebbe votare per l'abolizione della monarchia, disgustato da soldi sporchi e troppe svolte da soap – e soprattutto una sovrana che non ricorda granché la vegliarda Elisabetta. Regina delle Milf e di questa corte modaiola, una Elizabeth Hurley che non si scopre invecchiata di un giorno e, in quanto a sensualità e fascino, ha tanto da insegnare alle inesperte Ophelia ed Eleanor – trent'anni di meno, le curve al punto giusto, ma sprovviste di quell'aria strafottente da diva. The Royals ha l'accento british, ma è un'americanata grossolana e senza redenzione: ed è cosa buona e giusta. I primi episodi, esagerati e accattivanti, gli avevano fatto depositare sul capo regale il diadema ingioiellato di guilty pleasure dell'anno. Purtroppo, mi hanno trovato quasi favorevole al colpo di stato i conclusivi. Piatti, pigri, adagiati sugli allori. Quando The Royals diventa The Noyals, insomma, che fare? Resta un cast di cui non ci importa neanche un po' come recita, tanto è una notevole parata di bellissime e bellissimi; una colonna sonora alla moda e dalle entusiasmanti sfumature indie; gente sempre in tiro e impegnata a fare danni; la speranza, il prossimo anno, di una scrittura altrettanto tamarra ma più sensata. Solo allora, soddisfatto, potrò esclamare lunga vita alla Regina. E lunga vita a questo trash qui. (6)

Bates Motel
Stagione III
Parlavo di Bates Motel con la voce del rimpianto. Preso così, come teen drama a tinte fosche, male non era. Come riscrittura del capolavoro di Hitchock faceva però acqua. Ci si aspettava tanto, ci si aspettava altro. Non un'ambientazione spiccatamente liceale, non il politicamente corretto, non un Norman al venticinque per cento, da dividere con un sottobosco di spacciatori e piccoli mafiosi di paese di cui, sinceramente, a nessuno fregava. Avevo visto le prime due stagioni con un po' di noia e la paura costante della cancellazione: sì, avevo paura, perché – io che eppure faccio fuori più serie tv che zanzare, d'estate – avevo fiducia per il futuro della serie e non volevo che finisse lì. Così. Con una sufficienza regalata per bontà a un tenero germoglio di maniaco omicida. Questa volta – con una misteriosa ospite che, morendo, lascia a mamma e figlio una pendrive zeppa di segreti – le sottotrame viaggiano a una velocità diversa e ci sono scarsi elementi di disturbo a separare lo spettatore dal cuore pulsante, nero, vero della serie: accanto a un nuovo giallo, infatti, solo la romantica vicinanza tra Olivia Cooke e Max Thieriot ha un'importanza rilevante. Freddie Highmore e Vera Farmiga, ottimi anche con i passati copioni, striminziti e scialbi com'erano, adesso hanno l'occhio della macchina da presa puntato addosso. Nati per il cinema e prestati al piccolo schermo, per un'operazione che solo ora si scopre promettente, sono bravissimi e lo dimostrano. Lui, con un viso innocente che ti ispira sberle; lei, mamma coraggiosa che è nata tra i guai e, inconsapevolmente, ne ha messo al mondo un altro. Come smettere di volere bene a un figlio borderline? Come strapparlo da sé o, ancora, dalla naturale propensione a far del male? Più affiatati che mai, catturano e intimoriscono per la svolte che, a breve, la storia potrebbe imboccare: l'immagine celebre di un albergatore psicotico con lo scheletro della madre in cantina... Per adesso, a un passo dalla fine, continuano a fingersi normali; ma lui sta per diventare il Norman che tutti noi conosciamo, e infondo vogliamo – nei suoi black out indossa la vestaglia di Norma, vede il suo spettro accanto al letto nelle notti d'amore, ha pulsioni sessuali nei suoi riguardi -, e lei commuove quando cerca di avvicinarsi a un fratello rinnegato, incestuoso, che le ha reso l'infanzia sopportabile e bruttissima in un colpo solo. Con una Emmy Rossum a riposo e una Tatiana Maslany divina al solito, ma che inizia ad annoiare, la bella Vera – potentissima – non vi assicuro vincerà un Golden Globe per la sua vulnerabile e umana Norma, ma avrà un posto d'onore nella mia lista di fine anno. Orgoglioso, allora, di dire che non ho lasciato sfitta la mia stanza presso l'albergo di una delle mie famiglie televisive preferite e che, nonostante i limiti, Bates Motel fa enormi passi in avanti e si fa perdonare, episodio dopo episodio, tutto il poco che è stato. (7)

New Girl
Stagione IV
L'estate scorsa mi sono innamorato di New Girl, con qualcosa come tre anni di ritardo. Ho recuperato nel giro di un paio di settimane le tre stagioni che mi ero perso e, nonostante la terza fosse leggermente sottotono, si era rivelato una compagnia perfetta. Contro il caldo, lo stress, la noia da esami. Ricordo gelati, ventilatori e New Girl. Pochissimo mare, purtroppo. Ho avuto un rapporto senz'altro meno intenso con questa quarta stagione, e non per colpa di qualcuno in particolare. Che Jess si sia pettinata la frangia in un altro modo e che la sigla sia cambiata d'un tratto mi hanno sì causato un piccolo shock, ma il coccolone è venuto e se ne è andato in tempi ragionevoli. Il guaio con le sit-com è che venti minuti a settimana sono pochi e vanno guardate tutte insieme: ci vogliono abbuffate, mica appuntamenti a spizzichi e bocconi. Me lo trascino dall'autunno scorso, insomma, perché o aspetto tre anni o non so aspettare e, tra pause e ritardi, il colorato mondo di Jessica Day – in cui c'è sempre ma proprio sempre il sole – mi ha incantato leggermente meno del previsto, diluito com'era. Ma resta il solito. Spassoso, leggero, a fuoco. Chi trova un coinquilino come loro cinque trova un tesoro; allora perché cambiare formazione? L'insicuro Winston è entrato in polizia; Coach – per il colpo di fulmine con una seducente violoncellista – medita di abbandonare il nido; Cece e Schmidt si amano ma non se lo dicono; Nick fa Nick – beve, mangia, si incazza: al solito – e Jess, non più parte di una coppia storica, diventa vicepreside, vede sposarsi papà e sperimenta gli amori a distanza con un bel supplente dall'accento inglese. Ma poi davvero ha importanza quel che combinano? Insieme non conosco serietà e ci fanno ridere, tra siparietti e fraintendimenti, con il loro essere amichevoli, umani e tontissimi. Resta sempre adorabile la mia amata Zoey Deschanel dai vestiti a fiori e dagli occhiali a fondo di bottiglia – e leggo che avrà a breve un bambino, ma non sono io il padre – e il finale di stagione, aperto e con la prospettiva di un lieto fine sperato e atteso, è uno dei più soddisfacenti dell'ultimo periodo. Il prossimo anno, da brava formichina, permetterò ai ventidue episodi totali di accumularsi come da proposito? (6,5)