Anno
bisesto, anno funesto. Nonostante il male, però, il 2016 appena passato ci ha regalato
ben due stagioni in compagnia degli adorati Gallagher: una in
inverno, una in autunno. Per trascorrere così i mesi più
inclementi, quelli più freddi, con quella che resta la mia serie
preferita. Shameless, nonostante l'innegabile sensazione di
brodo allungato qui e lì, infatti non stanca mai. Lontane dai fasti
della quarta – con una Emmy Rossum al massimo e il magone perpetuo
-, quinta e sesta ci avevano mostrato una famiglia troppo in pace per
essere scombinata come piace a noi. A tratti, pur nel suo ordinario
dolore, se la passava peggio la mia. La settima, andata in onda da
ottobre a dicembre, sconvolge le carte in tavola e ritorna ai binari
sgangherati degli inizi. Neanche agli sceneggiatori dovevano piacere
questi Gallagher appagati, calmi, normali. Se segretamente
assuefatti, perché non sconvolgere loro l'esistenza? Le storyline,
ferme a un bivio, vanno avanti: cambiamenti in corso. Fiona, cinica
capofamiglia cresciuta in fretta, fa suo il sogno americano:
direttrice di una tavola calda, investe in una lavanderia prima e in
un piccolo condominio dopo; abbandonata all'altare dall'ennesimo
traditore, rinuncia agli uomini. Frank è Frank. Lip, genio
incompreso, si disintossica e ci ricasca; Ian, lasciato a sorpresa
per una donna, trova l'amicizia di un bel ragazzo transessuale; Carl,
circonciso per amore, passa dal malaffare all'accademia militare; la
neo-mamma Debbie, di solito antipaticissima, si fa grande accanto a
un ingenuo disabile che ha cura di lei; Kevin e Veronica mettono in
pericolo l'Alibi e la loro sconveniente relazione a tre con
l'ingegnosa Svetlana. Da un passato non troppo remoto, poi, ecco che
tornano il galeotto Mickey e l'incostante Monica: il primo per gioia
dei “Gallavich” convinti come il sottoscritto; l'altra per
mostrare un Frank dolcissimo, a pezzi, e innamorato pazzo. Tra i
nuovi ingressi, da segnalare la splendida June Squibb: bisbetica e gattara in pensione già in Nebraska. Non mancano
le grasse risate, con i tabù sfatati in camera da letto e i sogni di
gloria secondo loro. Non mancano le lacrime amare, assenti da un po', in un finale di stagione che spezza il cuore:
tragicomico e chiuso, sembra quasi un addio. Vuoi viavai che non lasciano
indifferenti e dolorose dipartite. Complici loro, alle cui grane corrispondono per dispetto le
nostre gioie. (8)
Il
selvaggio west: spunto perfetto, tra bulli e pupe, per un parco giochi per acquirenti sanguinari e licenziosi. Gli abitatori di quella realtà su misura,
curata nei dettagli e straordinariamente verisimile, sono automi
perfetti: così tanto da sviluppare pian piano l'equivalente
dell'anima e da sottrarsi alle loro storyline, scritte in laboratorio
da un incensurato inventore. Westworld parte
benissimo. Come nella migliore tradizione HBO, non mancano la violenza, la nudità e i grandi nomi presi in prestito dal cinema. C'è una dama
imbellettata – quella destinata a essere salvata dal principe
azzurro di turno – che impara a sparare e custodisce gli sprazzi di
vite e ruoli precedenti; una prostituta di mezza età, che fa
dell'arte del flirtare un'arma sorprendente; due avventori – un
vizioso belloccio e la sua introversa spalla – in cerca di brividi
facili; un facoltoso investitore di nero vestito, che ha fatto del
raggiungimento di un enigmatico labirinto la sua missione. Sullo
sfondo, le note di un magnico pianoforte che suona brani
contemporanei – dai The Animals alla Winehouse – e le
preoccupazioni di chi quelle trame le ha pensate, ma adesso rischiano
di sfuggirgli di mano. Nel mentre, la rivoluzione ha inizio: a capeggiarla, un insospettabile eminenza grigia. Evan Rachel Wood e
Thandie Newton sono straordinarie – la seconda in particolare -.
Tra Harris e Hopkins è lotta tra titani della vecchia scuola. Piccoli ma grandi
accorgimenti aiutano a combattere il senso di dèjà vu.
Il parco dove tutto è concesso tiene per sé i suoi colpi di scena –
alcuni intuibili, altri no – e li snocciola in un finale, a
parere mio, perfetto così. Tanta carne al fuoco, troppa.
Tanti volti, tanti nomi, in una dimensione corale che funziona meno del previsto: qualche sottotrama fa sbadigliare – le
infinite esistenze di James Marsden, i cliché del genere western
indagati da Ben Barnes e Jimmi Simpson, i piani di un Jeffrey Wright
meno accattivante dei suoi robot – e, qui e lì, la creazione del fratello minore di Cristopher Nolan presenta oggettivi cali di ritmo. Non aiutano episodi
lunghi, che vogliono essere seguiti con la giusta attenzione.
Westworld non è troppo scorrevole e risulta una visione forse sopravvalutata. Mi vengono in mente
più i difetti che i pregi, scrivendone. Ma è così ambiziosa e intricata, credetemi, da
meritarsi l'applauso. (7,5)
L'idea
che Scream Queens potesse non
avere una seconda stagione mi dava il tormento. Ho perorato la sua
causa. L'ho consigliato e, all'occorrenza, difeso a spada tratta. Il Mean
Girls con il bollino rosso, omaggio alla commedia adolescenziale e allo splatter anni
'90, aveva spiccata intelligenza nel suo assoluto nonsense. Nella
storia di una confraternita minacciata da una squadra di serial
killer mascherati, qualche gustosa scena cult – la ridicola
dipartita di Ariana Grande, la spedizione punitiva a metà fra
Arancia Meccanica e un
videoclip dei Backstreet Boys – e un effetto sorpresa che
perdurava. Poi, imprevisto, il rinnovo. Tre appuntamenti con Ryan
Murphy in un anno solo – oltre a questa serie, anche il novello
American Crime e
l'altalenante American Horror Story
– e più Chanel per tutti. Stesso cast, stessi toni, ma un'ambientazione diversa:
dimesse dal reparto psichiatrico, le redente Chanel fanno da tirocinanti
presso l'ospedale fondato dal decano Munch. Al Cure si curano,
appunto, le malattie incurabili. Ma l'edificio affaccia su una
viscida palute in cui si scaricano scorie e cadaveri, il personale è
poco qualificato, il male scova nuovamente queste antipatiche
protagoniste di rosa vestite. Il cattivo, ribattezzato “Green
Meanie”, cerca vendetta di ritorno dall'oltretomba. Qualcosa,
sin dall'inizio, non funziona. Scream Queens,
piatto e sottotono, non decolla. Sarà l'ambiente ospedaliero,
sprovvisto del fascino kitsch e festoso dei campus universitari; sarà
che convincono poco le new entry – il piacione John Stamos, una
pessima Kirstie Alley, un autoironico Taylor Lautner; sarà che solo
la deliziosa Emma Roberts e l'iconica Jamie Lee Curtis meriterebbe di
sopravvivere a una cricca irritante. Il vanesio Chad
Radwell e l'esilarante agente Denise, prestata a Quantico, fanno
giusto una capatina; la psicotica Lea Michele, sorprendente nelle
puntate passate, è una Hannibal in gonnella poco funzionale alla
trama; al giallo, che vira spesso al profondo rosso per il sangue in
quantità, manca il guizzo. Scream Queens non
vuole farci ridere, non vuole convincere i pochi scettici rimasti in
ascolto, non vuole ripetersi. Semplicemente, non ha voglia. Che,
presagendo la cancellazione imminente, abbia voluto farci passare oltre senza
rimpianti, in un gesto di insolita premura? In nome del bene che in
fondo gli ho voluto, fingiamo di sì. (5,5)




