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venerdì 6 gennaio 2017

I ♥ Telefilm: Shameless VII, Westworld, Scream Queens II

Anno bisesto, anno funesto. Nonostante il male, però, il 2016 appena passato ci ha regalato ben due stagioni in compagnia degli adorati Gallagher: una in inverno, una in autunno. Per trascorrere così i mesi più inclementi, quelli più freddi, con quella che resta la mia serie preferita. Shameless, nonostante l'innegabile sensazione di brodo allungato qui e lì, infatti non stanca mai. Lontane dai fasti della quarta – con una Emmy Rossum al massimo e il magone perpetuo -, quinta e sesta ci avevano mostrato una famiglia troppo in pace per essere scombinata come piace a noi. A tratti, pur nel suo ordinario dolore, se la passava peggio la mia. La settima, andata in onda da ottobre a dicembre, sconvolge le carte in tavola e ritorna ai binari sgangherati degli inizi. Neanche agli sceneggiatori dovevano piacere questi Gallagher appagati, calmi, normali. Se segretamente assuefatti, perché non sconvolgere loro l'esistenza? Le storyline, ferme a un bivio, vanno avanti: cambiamenti in corso. Fiona, cinica capofamiglia cresciuta in fretta, fa suo il sogno americano: direttrice di una tavola calda, investe in una lavanderia prima e in un piccolo condominio dopo; abbandonata all'altare dall'ennesimo traditore, rinuncia agli uomini. Frank è Frank. Lip, genio incompreso, si disintossica e ci ricasca; Ian, lasciato a sorpresa per una donna, trova l'amicizia di un bel ragazzo transessuale; Carl, circonciso per amore, passa dal malaffare all'accademia militare; la neo-mamma Debbie, di solito antipaticissima, si fa grande accanto a un ingenuo disabile che ha cura di lei; Kevin e Veronica mettono in pericolo l'Alibi e la loro sconveniente relazione a tre con l'ingegnosa Svetlana. Da un passato non troppo remoto, poi, ecco che tornano il galeotto Mickey e l'incostante Monica: il primo per gioia dei “Gallavich” convinti come il sottoscritto; l'altra per mostrare un Frank dolcissimo, a pezzi, e innamorato pazzo. Tra i nuovi ingressi, da segnalare la splendida June Squibb: bisbetica e gattara in pensione già in Nebraska. Non mancano le grasse risate, con i tabù sfatati in camera da letto e i sogni di gloria secondo loro. Non mancano le lacrime amare, assenti da un po', in un finale di stagione che spezza il cuore: tragicomico e chiuso, sembra quasi un addio. Vuoi viavai che non lasciano indifferenti e dolorose dipartite. Complici loro, alle cui grane corrispondono per dispetto le nostre gioie. (8)

Il selvaggio west: spunto perfetto, tra bulli e pupe, per un parco giochi per acquirenti sanguinari e licenziosi. Gli abitatori di quella realtà su misura, curata nei dettagli e straordinariamente verisimile, sono automi perfetti: così tanto da sviluppare pian piano l'equivalente dell'anima e da sottrarsi alle loro storyline, scritte in laboratorio da un incensurato inventore. Westworld parte benissimo. Come nella migliore tradizione HBO, non mancano la violenza, la nudità e i grandi nomi presi in prestito dal cinema. C'è una dama imbellettata – quella destinata a essere salvata dal principe azzurro di turno – che impara a sparare e custodisce gli sprazzi di vite e ruoli precedenti; una prostituta di mezza età, che fa dell'arte del flirtare un'arma sorprendente; due avventori – un vizioso belloccio e la sua introversa spalla – in cerca di brividi facili; un facoltoso investitore di nero vestito, che ha fatto del raggiungimento di un enigmatico labirinto la sua missione. Sullo sfondo, le note di un magnico pianoforte che suona brani contemporanei – dai The Animals alla Winehouse – e le preoccupazioni di chi quelle trame le ha pensate, ma adesso rischiano di sfuggirgli di mano. Nel mentre, la rivoluzione ha inizio: a capeggiarla, un insospettabile eminenza grigia. Evan Rachel Wood e Thandie Newton sono straordinarie – la seconda in particolare -. Tra Harris e Hopkins è lotta tra titani della vecchia scuola. Piccoli ma grandi accorgimenti aiutano a combattere il senso di dèjà vu. Il parco dove tutto è concesso tiene per sé i suoi colpi di scena – alcuni intuibili, altri no – e li snocciola in un finale, a parere mio, perfetto così. Tanta carne al fuoco, troppa. Tanti volti, tanti nomi, in una dimensione corale che funziona meno del previsto: qualche sottotrama fa sbadigliare – le infinite esistenze di James Marsden, i cliché del genere western indagati da Ben Barnes e Jimmi Simpson, i piani di un Jeffrey Wright meno accattivante dei suoi robot – e, qui e lì, la creazione del fratello minore di Cristopher Nolan presenta oggettivi cali di ritmo. Non aiutano episodi lunghi, che vogliono essere seguiti con la giusta attenzione. Westworld non è troppo scorrevole e risulta una visione forse sopravvalutata. Mi vengono in mente più i difetti che i pregi, scrivendone. Ma è così ambiziosa e intricata, credetemi, da meritarsi l'applauso. (7,5)

L'idea che Scream Queens potesse non avere una seconda stagione mi dava il tormento. Ho perorato la sua causa. L'ho consigliato e, all'occorrenza, difeso a spada tratta. Il Mean Girls con il bollino rosso, omaggio alla commedia adolescenziale e allo splatter anni '90, aveva spiccata intelligenza nel suo assoluto nonsense. Nella storia di una confraternita minacciata da una squadra di serial killer mascherati, qualche gustosa scena cult – la ridicola dipartita di Ariana Grande, la spedizione punitiva a metà fra Arancia Meccanica e un videoclip dei Backstreet Boys – e un effetto sorpresa che perdurava. Poi, imprevisto, il rinnovo. Tre appuntamenti con Ryan Murphy in un anno solo – oltre a questa serie, anche il novello American Crime e l'altalenante American Horror Story – e più Chanel per tutti. Stesso cast, stessi toni, ma un'ambientazione diversa: dimesse dal reparto psichiatrico, le redente Chanel fanno da tirocinanti presso l'ospedale fondato dal decano Munch. Al Cure si curano, appunto, le malattie incurabili. Ma l'edificio affaccia su una viscida palute in cui si scaricano scorie e cadaveri, il personale è poco qualificato, il male scova nuovamente queste antipatiche protagoniste di rosa vestite. Il cattivo, ribattezzato “Green Meanie”, cerca vendetta di ritorno dall'oltretomba. Qualcosa, sin dall'inizio, non funziona. Scream Queens, piatto e sottotono, non decolla. Sarà l'ambiente ospedaliero, sprovvisto del fascino kitsch e festoso dei campus universitari; sarà che convincono poco le new entry – il piacione John Stamos, una pessima Kirstie Alley, un autoironico Taylor Lautner; sarà che solo la deliziosa Emma Roberts e l'iconica Jamie Lee Curtis meriterebbe di sopravvivere a una cricca irritante. Il vanesio Chad Radwell e l'esilarante agente Denise, prestata a Quantico, fanno giusto una capatina; la psicotica Lea Michele, sorprendente nelle puntate passate, è una Hannibal in gonnella poco funzionale alla trama; al giallo, che vira spesso al profondo rosso per il sangue in quantità, manca il guizzo. Scream Queens non vuole farci ridere, non vuole convincere i pochi scettici rimasti in ascolto, non vuole ripetersi. Semplicemente, non ha voglia. Che, presagendo la cancellazione imminente, abbia voluto farci passare oltre senza rimpianti, in un gesto di insolita premura? In nome del bene che in fondo gli ho voluto, fingiamo di sì. (5,5)

venerdì 28 ottobre 2016

Zapping #3: Westworld, I Medici - Masters of Florence, Channel Zero

Il selvaggio west: terra di indiani e sceriffi, bettole affollate e deserti afosi, insidie mortali e brutti ceffi dal grilletto facile. Scenario ideale, per un avveniristico gioco di ruolo di cui puoi entrare a far parte. Paghi, e hai a disposizione l'illusione di sconfinate praterie, dame libidinose, avversari da sconfiggere: puoi avere il sesso e l'amore, l'avventura, dar voce al tuo sadismo. Gli abitanti di questo scenario fittizio, al pari di automi, hanno un copione da rispettare, non provano emozioni e, una volta al giorno, accolgono in stazione un treno con a bordo nuovi, curiosi visitatori. Coloro che popolano Westworld sono condannati a vivere giornate tutte uguali. Il divertimento dei visitatori, il corso degli eventi, dipenderà dal personaggio a cui si legheranno nel corso del loro viaggio: per loro non c'è rischio alcuno, però, e un perfido cavaliere in nero interpretato da Ed Harris – che è lì solo per compiere massacri, solo per scoprire livelli segreti del gioco che è diventato la sua vita – fa da filo conduttore. I personaggi di un mondo in cui tutto è lecito, dopo i bagordi degli acquirenti, vengono rattoppati in un laboratorio futuristico: dove spesso si litiga per decretarne le sorti, riscriverne dal nuovo i ruoli; dove ci si rende conto, presto, che qualcosa non va. Gli automi, così curati da sembrare persone reali, sentono la coscienza e i ricordi che affiorano. Westworld, acclamata già a scatola chiusa, non delude le attese. Cruda, affascinante, originalissima, è un incrocio tra Atto di forza e Ex Machina, con gli scenari sabbiosi del novello I magnifici sette e l'incentivo di un cast eccelso. Nell'arco di tutto il pilot, ronza una mosca che i protagonisti scacciano via con un gesto della mano: un fastidio che anticipa il risveglio dei sensi e, agli appassionati, sembrerà quasi un omaggio all'episodio più memorabile di Breaking Bad. Nell'arco dei restanti, immagino, ronzerà il pensiero di essere in presenza della potenziale serie dell'anno. (Sì)

I costumi d'epoca mi stanno stretti: non mi si addicono. Le serie storiche, dunque, non fanno breccia da queste parti: troppo impegnate e rigorose quelle britanniche, troppo soap quelle leggerissime alla Reign. Cercare l'eccezione alla regola, allora, in una fiction Rai, purché capace di vantare un cast internazionale, un battage pubblicitario che dura ormai da mesi, un lancio in anteprima mondiale? Onestamente, non ci speravo. Ma le basse aspettative, questa volta, non hanno aiutato a fare apparire il bicchiere mezzo pieno. Confesso che non ce l'ho fatta: io, che eppure ho infinite tendenze masochiste, a un certo punto ho spento. Così disastroso I Medici – Masters of Florence? Direi di no, ma provinciale, scadente e noioso: decisamente. Presentato come il fiore all'occhiello del palinsesto di quest'anno, annunciato come la svolta che il piccolo schermo italiano aspettava, è la solita minestra scondita e allungata, né più e né meno. Ai livelli di Elisa di Rivombrosa, per dirvi. Al punto che ti guardi intorno e cerchi la presenza confortante del solito Beppe Fiorello, che avrebbe fatto senz'altro meglio dell'annoiato cast straniero. I Medici (“in famiglia”, aggiungerei) è storicamente lacunoso e stilisticamente mediocre: la cura di scenografie e costumi, che comunque non è mai mancata alle fiction Rai, notoriamente superiori a quelle Mediaset, non è assecondata dalla regia, che più televisiva non si può, e dal cast. Stendiamo un velo pietoso sugli attori italiani: pur non volendo cadere nel solito pregiudizio che li vuole tutti inadatti e limitati, è impossibile spendere parole gentili, tra doppiaggi risibili, boccoli freschi di messa in piega, comprensibili complessi di inferiorità. Per fortuna, anche se per poco, risveglia i sensi la visione della venere Miriam Leone, giacché anche l'occhio vuole la sua parte. Per tutta la puntata, per tutte le puntate, le spettatrici potranno dire lo stesso del Richard Madden di Games of Thrones: un bellissimo Cosimo, che trasforma gli etero convinti in Cristiano Malgioglio e sul quale Facebook non si risparmia gif e doppi sensi; peccato che, oltre all'occhio blu, non abbia altri pregi. E l'atteso Dustin Hoffman, poi, che pensa soltanto a riscuotere il suo lauto compenso nel minor tempo possibile? Per riprendersi dalla delusione di questi Medici non basta la mutua. (No)

Mike Painter, psicologo e scrittore di mezza età, torna nella città natale. Lì dove trent'anni prima è scomparso il fratello gemello senza lasciare traccia. Lì dove, prima di lui, la stessa fine è toccata ai bambini del posto, di cui non sono rimasti che i corpicini appesi a un vecchio albero, con i denti cavati di bocca uno per uno. A portarlo dove tutto ha avuto inizio, un nuovo libro da scrivere e, all'indomani di un brutto esaurimento nervoso, una verità di cui venire a capo. Neanche il tempo di riallacciare i rapporti d'infanzia, di riabbracciare una madre un po' rancorosa e un'amica nostalgica, che le sparizioni ricominciano. Ovviamente, lui – figliol prodigo dalla dubbia lucidità mentale – è il primo sospettato. Ovviamente, si ha la sensazione di essere su una scena del crimine vecchia come il mondo, davanti all'ennesimo giallo dalle puntate contate. A sorpresa, Channel Zero – serie antologica in sei parti ispirata ai brividi del filone internettiano “creepypasta” - non è così scontato. Fanciullesco, onirico, inaffidabile, il pilot del prodotto Syfy è più suggestivo e inquietante di qualsiasi American Horror Story: violenti flashback, sinistre marionette, mostri composti da denti umani che strisciano fuori dalle caverne. Ti domandi: cosa ho visto? E speri di scoprirlo, e di provare la stessa surreale angoscia, negli episodi seguenti: protagonista anonimo e un po' antipatico permettendo. Channel Zero, profondamente kinghiano, parla di due fratelli identici e inseparabili che, guardando il televisore spento, si sono inventati un programma televisivo immaginario; un mondo tutto loro. E, chissà come o perché, hanno fatto sì che potessero vederlo anche i loro coetanei, sintonizzandosi sul “canale zero” del titolo. Gli stessi che non molto tempo dopo muiono, invendicati. Vogliamo forse sfidare la sorte e passare oltre, telecomando alla mano, se Halloween è alle porte, lo show si è palesato anche agli occhi delle nuove generazioni e questa terrificante figura dentuta potrebbe vendicarsi per l'affronto? (Sì)