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martedì 31 marzo 2015

I ♥ Telefilm: Glee, The Casual Vacancy, Looking

Glee
The Final Season
Al tramonto del Glee Club, ho rinnegato l'universo e cuore a cuore con la tivù, pronto ai playback – perché ero certo che Don't Stop Believing sarebbe rispuntata – e a tamponare qualche lacrima furtiva. Questione di moscerini nell'occhio. O magari di sciami d'ape, o di ante di armadie a muri. Cose così. Non ho il pianto facile, è che sono un nostalgico. Pensavo che mi sarei commosso per quello che era stato e perciò mi ero barricato nella mia ricercata solitudine: se ci fossero stati i lacrimoni, ci sarei stato solo io. Non mi piace che ci sia gente intorno, quand'è così. Gli addii sono cosa personalissima: gli addii sono cosa mia. In pubblico pare brutto. Uno si trattiene. E l'ipotetico pubblico, a meno che non sia cresciuto con noi, non sa che cosa ha significato Glee all'epoca del ginnasio, dei passi incerti, delle cuffie dell'iPod fuse nelle orecchie, col mondo e i genitori contro. Chi guarda abitualmente serie Tv lo avrà sentito nominare: sa che è quella serie sugli adolescenti canterini, di cui la giovane star principale è morta in un'estate crudele per overdose, lasciando la produzione in balìa di scritture incerte, comprimari jolly, stagioni improvvisate da scordare. Lo scorso anno, una stagione scritta a mo' di fanfiction, quando tutto sembrava perduto, mi avrebbe risollevato: sarebbe stata il male minore. Se lo avete abbandonato, recuperate a tempo perso questi rassicuranti tredici episodi per vedere che lo cose vanno come era giusto che andassero: la morte di Cory ha messo in ballo tutto e il finale con Lea Michele che, dopo Broadway, torna a casa, dal suo Finn, è un'immagine bella e commovente che, purtroppo, non può essere. Era stata evocata in The Quarteback, quel vecchio episodio commemorativo che mi aveva fatto piangere il mare. Lucidamente, posso dirvi che qui c'è troppo. Mi piacciono le storie sospese, i sapori agrodolci e tutto mi è sembrato troppo affollato, troppo colorato, troppo felice, come se ci fosse il bisogno di mettere tutti i puntini sulle loro care i. Quella atmosfera di festa contagia, I lived la canti appresso a loro e ai OneRepublic, ma pensi. Pensi e dici che l'episodio della stagione scorda – “New Directions” – sarebbe stato senz'altro più perfetto per tirare le somme, beccandoti inconsolabile. Io la quinta serie l'ho detestata e non potevo credere che a Glee avessero fatto quello. Lo avevano forzato, scardinato, trasferito a New York. Ma Glee era roba di provincia e ragazzi qualunque, di hit da karaoke e buoni sentimenti, di aule e corridoi: una compagnia per superare gli anni del liceo. Va avanti da sei anni; tanti. Mi sfiora questo: la consapevolezza di quanto veloce passi il tempo, di cosa cambi e cosa invece no; l'immagine del vecchio me che, come il nuovo, d'altronde, stenta ad accettare i mutamenti tutt'intorno. Questo serial mi ha preso ragazzino e mi ha lasciato sulla soglia dei ventuno, proprio come Harry Potter – che, per carità, ha avuto ben altro significato – mi aveva conosciuto alle elementari e abbandonato otto film (e sette romanzi) dopo. L'ultimo episodio di Glee si è concluso all'insegna del benessere e della leggerezza e sono andato a dormire con l'animo sereno, quando invece mi aspettavo – emotivamente – meglio e peggio insieme. A scuotermi è l'idea che non ci sarà la settimana prossima, che dovrò trovarmi altri compagni di viaggio per altre avventure quotidiane: la chiusa mi ha lasciato soddisfatto, ma con gli occhi asciutti e con un po' di cose da dire. Dio, sono più Sue Silvester che Will. Preoccupante? A onor del vero, dunque, i due episodi conclusi – un ritorno al 2009 e un rigoroso The End – si trascinano gli stessi difetti di un'ultima stagione imperfetta, frettolosa, ma con la dote generosa della coerenza. Passi avanti rispetto allo scatafascio dello scorso anno. Ci si poteva comunque auspicare qualcosa di maggiormente curato, ma se hai resistito per sei anni – nella buona e nella cattiva sorte – eri preparato ai nuovi personaggi poco incisivi, alle punte kitsch, a una colonna sonora che purtroppo regala stentati picchi. Ma la cosa più bella e più brutta che posso dire della sesta stagione sapete qual è? Glee sembra scritto dai fan. C'è un certo provincialismo in questo, vero; una tendenza ai finali più che rosei rosa shocking - con matrimoni, futuri gloriosi, salti avanti e indietro, nodi che vengono al pettine -; ma c'è anche fedeleltà, amore. Sconfinato, cieco e stupido amore da parte di chi gli ha voluto tanto bene, mentre lo rendeva così, su misura di spettatore, e lui ci rendeva di conseguenza così, a un passo dal sogno. (6/7)

The Casual Vacancy: Il Seggio Vacante
Miniserie tv
Quando è arrivato in libreria, Il seggio vacante ha fatto parlare di sé. Prevedibile quando una dell'autrici più influenti del mondo, nome di spicco nel mondo della narrativa per ragazzi e non solo, si presenta con un imprevisto malloppone giallo e rosso, in cui tutto ruoto attorno alle imminenti elezioni cittadine e a un microcosmo perfettamente reso in cui ci si comporta da razzisti, traditori, egoisti: esseri umani. Il seggio vacante era una lunga commedia dai toni sarcastici, con personaggi popolosi e un umorismo britannico che lasciava scie velenose. I capitoli erano una finestra segreta sulle famiglie di Pagford. La scrittura, ora elegante e ora cruda, dava voce a giovani e vecchi impegnati in una lotta di classe di notevoli proporzioni: cosa farne dei Fields, quelle vecchie case popolari, covo di drogati e accattoni, che deturpano il volto di una ridente cittadina? Alcuni volevano smantellarle e fare spazio a hotel di lusso. Altri pensavano, invece, che sbattere per strada famiglie a casaccio non fosse per nulla cortese. Nelle discussioni, si era raggiunta la parità: i Fields restavano. Ma morto l'uomo più generoso della comunità, il suo posto al consiglio sarà occupato dal figlio di un viscido conservatore, da un timido prof del liceo o dal subdolo fratello dell'estinto? Mentre le mogli modello danno forfait e la prole ribelle urla la propria insofferenza, con un misterioso hacker disposto a portare alla luce del sole i loro sporchi segreti, i tre candidati ci diverteranno – perché loro si divertiranno un po' meno – con una galleria di intrighi, rivelazioni, inciuci. Il The Casual Vacancy col marchio BBC si segue bene, risulta ben scritto e ben recitato, ma tre episodi bastano giusto per dare una vaga idea di quel che è. E non parlo da lettore che si diletta coi soliti paragoni e che dice che tanto il libro è meglio: il libro lo ricordavo poco, sinceramente. Il primo episodio, introduttivo e minuzioso, mi ha lasciato stranito. Era la Londra di Skins, a tratti, non quella di Downtown Abbey e leggendo lo immaginavo più raffinato... ma penso fossero semplici suggestioni da Harry Potter. Al secondo mi sono ricreduto: perfetto. Il terzo, per me decisivo nella valutazione, finisce e tu, quasi quasi, aspetteresti il successivo, pur sapendo che non c'è. Si stenta a cogliere il punto, insomma, quando nel romanzo tutto mi era parso al proprio posto. Relegate a personaggi di contorno Gaia, la nuova arrivata in città, e la taciturna figlia della Dottoressa Jawanda, anche se accanto ai veterani Michael Gambon (ma sì, è lui: Silente), Rory Kinnear e Julie “Miss Marple” McKenzie, rivelazione sono i giovani del cast: l'esordiente Abigail Lawrie, ad esempio, è la Krystal che ricordavo. Sputata. Blogger mi dice che, nel 2012, Il seggio vacante lo avevo amato: i dialoghi dal forte impianto teatrale sono pane per i miei denti e lo stile della Rowling restava comunque una garanzia. La notizia di una miniserie tv, quando la stessa autrice si era detta dubbiosa, mi aveva reso a mia volta dubbioso, ma curiosissimo. Sono passati tre anni. Nonostante la trama semplice, The Casual Vacancy in tre ore stenta a starci. Si guarda, ha il giusto mix di cattiveria e leggerezza, una fotografia splendida, ma quel romanzo tutto pensieri, pieno di nomi e situazioni, rende poco così, come renderebbe altrettanto poco in un film. Non che la resa non sia all'altezza della situazione, ma l'idea di una riduzione – e parlo di riduzione non a caso; di un riassunto alla buona – era difettosa a priori. (6)

Looking
II Stagione
Lo scorso anno, al suo inizio, Looking sembrava promettente. La HBO ad assicurare indiscussa qualità (e non manca), un cast tutto al maschile (e quello c'è), atmosfere da Sundance (presenti all'appello, insieme a un immancabile fare hypster, a una colonna sonora dai colori indie, a una San Francisco piena di malinconica e luci baluginanti), amori che vanno ma amici che fedelmente restano (ed eccola qui la promessa mancata, e non è cosa da poco). Alla fine di una seconda stagione non attesa, consumata tutta insieme, senza dilungaggini o momenti di noia, potrei ancora dire che Looking sembra promettente. Ma il promettente è un qualcosa che di per sé è destinato a prendere forma in tempi ragionevoli. Qui sono passati due anni e ci si rende conto che l'aggettivo promettente è andato in giacenza; lascia il tempo che trova. In parte, colpa della cancellazione, che ci priverà di una terza stagione che nessuno piangerà davvero; in parte, colpa dei creatori, abili con i loro corposi dialoghi e il resto, ma incapaci di dare al prodotto una direzione marcata. Lo spettatore armato della pazienza che non ho avrebbe potuto aspettare una necessaria messa a fuoco, ma quanto? E ci sarebbe stata, alla fine? Un senso di irrisolto, di incompiuto, mi rendono perciò critico verso questo nuovo ciclo di episodi che, in realtà, mi sono parsi anche più spediti di quelli dello scorso anno. Ma con il guaio di risultare al solito autoreferenziali, chiusi, compiaciuti. Come è stato un anno fa, ho apprezzato l'intimità che si respira, gli attori credibili e una macchina da presa poco invadente. Quello che avevo sperato – e mi è venuto in soccorso un vecchio post affidato alla lunga memoria di Blogger – era il rimarcare, in futuro, la “s” dei plurali. Era paragonato a Girls, ma a Looking mancava quel senso di collettività e amicizia che ancora manca. Ho trovato Patrick, Dom e Augustine ancora più distanti e la scelta di focalizzarsi sulla vicenda sentimentale del primo e di mettere in ombra gli altri due pesa: il nerd Patrick, con le sue insicurezze e la cotta per il capo, ha più personalità dei suoi amici, destinati a essere comprimari di passaggio, ma è colpa di una struttura che dà eccessiva importanza al primo e troppa poca agli altri, eternamente macchiette. A fare bella figura è il bravo Jonathan Groff scoperto con Glee, ma Dom è fermo dove l'avevamo lasciato e Augustine, strampalato ed eccentrico, si è dato al volontariato. L'unico a essersi messo in marcia, in cerca di solo lui sa cosa, è proprio Patrick E sembrava averla trovata, quella cosa, vicino al simpatico e traditore Russell Tovey, prima che il finale mettesse in discussione tutto. Finale che ho trovato cresciuto, significativo, ma col problema di essere indeciso come il resto. Con Patrick che confessa umanamente i suoi bisogni e le sue gelosie, Kevin che si mostra terrorizzato dalla convivenza, poligamia sì e poligamia no, tagli di capelli indici di cambiamento. Looking ha il pregio, per me, di fare passi avanti episodio dopo episodio – ai primi, insinceri e statici, se ne affiancano alcuni degni di nota e, a sorpresa, sono proprio quelli che chiudono il cerchio – ma con troppa indolenza di fondo. Resta e resterà una di quelle cose bollate come eternamente promettenti, ma destinate a non fare il botto. Tipo quell'allievo spigliato e versatile che si ritira dagli studi prima di prendere la laurea, mentre gli ultimi della classe si sposano e cominciano a comportarsi finalmente da grandi. (6,5)

giovedì 11 settembre 2014

I ♥ Telefilm: True Blood, New Girl, Please like me e un po' di pilot(²)


True Blood
VII (e ultima) Stagione
Se me l'avessero chiesto anni fa, in uno di quei tag su Facebook che tanto girano adesso, avrei risposto che, tra le mie serie preferite, c'era True Blood. Questo è stato sei anni, sette serie, ottanta episodi fa. Le cose belle finiscono e finiscono anche quelle brutte. Così è finito True Blood, che da qualche tempo fa parte della seconda, nutrita categoria: quella dei serial brutti. Il piccante e sanguinoso prodotto HBO, uscito dalla penna di Charlaine Harris, ha subito un'involuzione estenuante, lunga, infelice, durata svariati palinsesti. E a me piaceva; poi lo schifo ha seppellito il resto. E' notorio: io amo il trash. Ma True Blood – quello degli ultimi anni, almeno – mi ha messo a dura prova. Sul blog non ho mai trovato la voglia di parlarne, ma all'indomani dell'episodio conclusivo, eccomi. Mi sarebbe piaciuto, alla commemorazione, dire qualche parolina positiva, com'è giusto per le cose morte e sepolte. Invece quel finale – a cui sono giunto con una certa forza d'animo: naaah, ho saltato la bellezza di sei episodi, che ho immaginato noiosi e superflui come il resto – si è aggiunto al cassonetto fumante e fetido di atrocità gratutitamente distribuite. Concentriamoci, allora, su quello che True Blood ci ha dato: avrà avuto i suoi bei lati positivi, giusto? Il sesso. Malizioso, spinto, nudo e crudo, almeno una volta ha messo a nudo il cast in gran completo. Per gli spettatori: la Anna Paquin che, con uno dei personaggi più irritanti del mondo, concede le sue grazie alle telecamere, e ai lupi, e ai vampiri, e ai camionisti; l'incantevole uragano rosso Deborah Ann Woll, che però è sempre troppo vestita; l'inutile Rutina Wesley e l'epica Kristin Bauer che pomiciano. Per le spettatrici: chiappe di marmo, addominali e muscolacci che manco in Magic Mike, la rivelazione Alexander Skarsgard e il disinibito Ryan Kwanten che – in un tripudio di insensatezza – ci danno dentro focosamente. Le ragazze ci vanno meglio, e ci va meglio pure la Paquin che, nonostante la sua naturale “odiosità”, si è sì bruciata una carriera avviata da bebè con Lezioni di piano, ma ha anche trovato un marito: Stephen Moyer. La settima stagione è la più imbarazzante, anche se non è umanamente possibile. Il resto cos'era, allora? Di un imbarazzante... disumano. La protagonista che spara fatate onde energetiche, il matrimonio e il funerale, la tavolata felice alla Settimo cielo, con gli intrecci lasciati al creatore, i comprimari dimenticati e il diabete che avanza fanno cadere in ordine sparso: 1. mascella, 2. braccia, 3. palle. Da quando True Blood sembra essere finito nelle mani di un'undicenne analfabeta che scrive fan-fiction vampiresche le buone intenzioni iniziali – mie e dei produttori – si sono fatte melma al sole. Rimembriamo tutti un insensato sogno erotico a tinte queer, con candele tremolanti e musica argentina di sottofondo, per esempio. Potreste dirmi: era il desiderio delle fan. Il mio desiderio di fan era che Sookie morisse tra atroci sofferenze e torture, eppure nell'ultimo episodio è vivissima. E incinta. Ops, spoiler! Ho smesso di ridere di ciò recentemente – non è vero neanche questo, perché rido ancora. In questo. Esatto. Momento. (4)

New Girl
II e III Stagione
Partiamo dal presupposto che Zoey Deschanel è una delle più adorabili abitatrici della Terra. Cioè, l'avete vista? Io l'ho scoperta qualche anno fa in 500 giorni insieme e la amo da allora, all'incirca. In quel film, io ero un altro Tom e lei mi aveva spappolato il cuore. Agli uomini piacciono le stronze. Ma lei era troppo, troppo carina per essere crudele: quindi niente. Cuore rotto o meno, la guardavo e le mandavo piccioni viaggiatori con l'invito alle nostre nozze, o simili. Le passioni della ragazza nerd, in un corpo da Barbie alternativa. Non ragazza nerd sono-troppo-presa-dai-videogiochi-per-lavarmi-i-denti, ma il tipo da sogno che ascoltava vecchie canzoni, indossa vecchi vestiti a fiori, può permettersi la frangia senza il rischio di sembrare un panciuto pechinese. E quello sguardo blu che ti farebbe fare incidenti d'auto a ripetizione... Un guaio. Come questo post, che si sia trasformato nella posta del cuore. Insomma: ho iniziato a vedere New Girl e, insoddisfatto dei venti miseri minuti a settimana, l'ho messo in pausa. Per due anni e mezzo. Che devo dirvi: la cosa mi è sfuggita un tantino di mano. Ho recuperato le ultime due stagione questa estate. Se estate volete chiamarla. La depressione per la sessione autunnale, un esame che non si vuole preparare, la pioggia senza fine e le schiarite improvvise, il vento, la noia, la fame, la noia riempita con gelati o biscotti che colmano anche la precedente voce della mia lamentosa lista. Questi tre mesi, insomma, a me sono sembrati la brutta parodia della già brutta pubblicità Sammontana. New Girl – carino, infinitamente – è stato un toccasana per il mio umore nei momenti in cui stavo nero nero – di animo, non di carnagione: sono andato troppo poco al mare per permettermi l'abbronzatura da surfista californiano. Sono stato in fissa con il simpatico, stupido e romantico mondo di Jessica Day e, accompagnato ineditamente da mio fratello, mi sono dato a vere proprie maratone serali e notturne sul divano. Il top del top. E c'era – e c'è – la preoccupazione per l'appartamento nuovo, in cui andrò a vivere dal primo ottobre: come saranno i coinquilini? La convivenza è sempre un rischio, come un appuntamento al buio. Guardando New Girl, però, ho sperato di ritrovarmi anch'io in uno scenario e in una compagnia da sit com e, ansiosissimo, ho scoperto la serenità. Insieme a Jess - che rende i pigiamoni imbottiti il massimo del sexy, che dopo una rottura ascolta Taylor Swift a tutto volume, che balla e canta come una dolcissima demente – ci sono il mitico Schmidt (e ogni serie di successo ha uno Schmidt cult: Barney, Sheldon, Stifler); il saggio Winston; la bellissima modella Cece (che vive nell'appartamento saltuariamente, un po' a scrocco; amica di Jess e amica di letto di Schmidt); e poi Nick, burbero e scontroso. Dio, io sono Nick: sputato. Gli stessi borbottii indistinti, lo stesso broncio, lo stesso fisico sformato. Manca solo l'amore della Deschanel – hai detto niente - per renderci la stessa persona. Prima e seconda stagione: uno spasso. Si perde qualcosa nella terza, quando Cupido scocca uno dei suoi imprevedibili dardi e sboccia del tenero. Nasce una coppia bellissima e male assortita che turba gli equilibri della convivenza. Tira e molla, gelosie, bizzarri dissapori. Tanto, nella terza stagione, viene a noia e il ritmo scema. Ma, tranquilli, niente di irreparabile. Chissà cosa ci riserverà la prossima. Io sono fiducioso: dopotutto, “it's Jess”. Non vi basta? (7,5) (6+)

Please Like Me
Stagione I
Josh è un tipo fuori posto. Sfacciatamente fortunato, ma fuori posto. Non esattamente una bellezza, con quella sua faccia da neonato centenario: glielo ricordano i suoi familiari e i suoi amici, che gli vogliono un bene dell'anima e lo tormentano a giorni alterni. Non si sa bene cosa faccia. Non si sa bene cosa gli piaccia. Non si sa bene come si sia accaparrato prima la bellissima Caitlin Stasey di Reign, poi un esemplare altrettanto bello ma di un genere altro di nome Geoffrey. Sappiamo che, senza troppi drammi, prima era etero e poi ha smesso. Ha una ex che è diventata così sua amica per la pelle e un ragazzo romantico e palestrato che per essere il suo primo in assoluto malaccio non è. Josh vive la sua sessualità con serenità estrema, dal momento che prima del colpo di fulmine con Geoffrey già ci avevano pensato le sue bizzarre passioni a metterlo saggiamente in guardia: gli orologi a cucù, il balletto classico, le mini-crostate fatte in casa, le camicie a fantasia, i pantaloni a tubo dai colori pastello. Ma quando tuo padre con la crisi di mezza età sta mettendo su famiglia in Thailandia, tua madre tenta il suicidio ingurgitando aspirine e Baileys, la tua zia preferita ha un piede nella fossa e una patente da rinnovare, l'amore che guaio sarà mai? Che sorpresina che è questo Please like me. Me lo ritrovavo spesso tra i piedi, ci inciampavo vicino: sapevo che c'era una seconda stagione in corso e poco altro. I suoi sei episodi introduttivi, di venticinque minuti ciascuno, li ho visti in un giorno, perché alle coincidenze ci credo e se internet me lo metteva ogni due secondi sulla Home una buona causa doveva esserci. Mi sono divertito tanto, stupendomi della lucidità del tutto e dell'irresistibile ironia del resto. Please like me è una serie australiana scritta e pensata dal talentuoso Josh Thomas – autore, protagonista: idiota. I cenni autobiografici si sprecano e le situazioni, anche se spesso già viste, funzionano. Thomas sa recitare il ruolo di un ventenne sempre confuso che porta male i suoi anni e sa scrivere, soprattutto, dialoghi brillanti e trame veritiere. Non ricerca la risata grassa; non insegue una morale forzata e buonista che, in gioventù, nessuno vuole. Comprimari spassosi – il coinquilino occhialuto e nerd, i genitori stralunati, la prozia commovente ed arzilla - e battute genialoidi fanno del suo esperimento un qualcosa di colorato, frizzante e universale a metà tra Looking e Friends, con una penna che ricalca al meglio la calligrafia e le nevrosi di Woody Allen, ma con note autoriali del tutto personali. Un racconto di formazione a puntate sulle eredità, la convivenza, i ragazzi e le ragazze, i cani a pelo lungo e le tortine da infornare. (8)

I pilot.
- Perfetto il pilot di Red Band Society, remake statunitense del nostro Braccialetti Rossi e dello spagnolo Polseres Vermelles. Quaranta minuti belli pieni che si chiudono con i Coldplay. Divertente, emozionante, sincero, con quel tocco di politicamente scorretto che mi fa impazzire da sempre. Produce la Amblin di Spielberg e nel cast, tra dottori bellocci e facce nuove e giovani, l'ottima Octavia Spencer direttamente da The Help. Il solo Braccialetti Rossi che mi concederò mai, deciso.
- Selfie è l'ennesima rilettura di My Fair Lady, solo al tempo dei Social e delle foto “fai da te”. Guardabile, discreto, non troppo entusiasmante. Un primo episodio simpatico e tutto, ma bho. Presto per giudicare. Per gridare odio o amore.
- Bene A to Z: una commedia romantica su un lui e una lei; una relazione analizzata dall'inizio alla fine. Mi ha colpito la voce narrante, che mi ha ricordato belle cosine - Pushing Daisies e 500 Giorni insieme, ad esempio.

domenica 13 aprile 2014

I ♥ Telefilm: Shameless, Pretty Little Liars, Looking

Ciao a tutti! Rieccomi. La noia avanza e vi scrivo. Vi scrivo e voglio parlare con voi di alcuni telefilm - in realtà sono due, il terzo è recentissimo - che seguo da tempo e che, nelle scorse settimane, si sono conclusivi, dandomi – e dandoci – appuntamento al prossimo anno. L'imperdibile Shameless, che quest'anno ha raggiunto livelli altissimissimi; l'orribile e inutile Pretty Little Liars, che mi ostino a seguire armato di non so quale pazienza; il Looking che ha bisogno ancora di tempo per essere messo bene a fuoco. Parlo del primo e sparlo del secondo per tutto il tempo, principalmente. Oggi va così. E voi? Li conoscete, li seguite, li amate – Shameless DOVETE amarlo – o li odiate - PLL dovete odiarlo. Un bacione e buona domenica, M.

Shameless
IV Stagione
Io seguo un mare di serie tv. Tante. Troppe. Seguirle, a volte, può diventare anche un peso. La verità è una, ed è bruttissima: io mi annoio subito. Delle stesse storie, delle stesse cose, delle stesse facce. Eppure ci sono telefilm che seguo da tempo: per abitudine, per noia, per pura inerzia. Lascio accumulare gli episodi, per poi guardarli tutti insieme, come fanno gli studenti modello con i compiti in arretrato. Shameless devo guardarlo subito. Io non posso perdere tempo. Io non posso aspettare. Io lo adoro. Sempre, da sempre. Per me, è la serie tv. La mia preferita in assoluto. Mi sto accorgendo che, almeno in Italia, non siamo in molti a seguirla. Che vergogna, per il telefilm che non ha vergogna! Se non lo conoscete, conoscetelo. Punto. Avete quattro, meravigliose stagioni da recuperare. E non sapete quanto cavolo v'invidio. Per i profani, dico in due parole di che parla. Shameless è incentrato sull'unica cosa più difficile e sfuggente dell'amore: la famiglia. La famiglia Gallagher è l'America che non hai mai visto nei film hollywoodiani: sudicia, marcia, esclusa dalla cara riforma sanitaria e dalle grazie del caro Dio. Dimenticate le foto sorridenti accanto all'albero di Natale, i saggi e accorti capifamiglia, gli amori per sempre. Sono ormai quattro anni che il superbo John Wells che ha diretto il recente I segreti di Osage Country mette la firma a questo prodotto che, in silenzio, è venuto dall'Inghilterra uggiosa e sregolata di Skins e Misfits. Parliamo di un remake. Parliamo di una sorta di reboot vietato ai minori di Malcolm in The Middle; di Un settimo cielo per canaglie e peccatori. Il linguaggio fa male alle orecchie, ma il resto è splendore. Incontaminato, generoso, viscerale. Uno squallido splendore. Io voglio bene ai Gallagher, sul serio. Non chiedono aiuto, non cercano redenzione, ma ai miei problemi aggiungerei volentieri i loro. Ad occhi chiusi. Si fanno amare con una facilità incredibile, si amano con una facilità incredibile. Con un papà alcolizzato e con un piede nella fossa, un disastro di sorella maggiore, due fratellini in preda agli ormoni, un genio travestito da mela marcia. Li chiamo per nome, potrei parlare di loro fino allo sfinimento. Sto zitto, e mi limito all'essenziale. Shameless è un capolavoro del piccolo schermo e la quarta serie, forse, è una delle più belle di sempre. Sono belli Ian e Mickey – pieni di sangue e segreti – che si amano e fanno a botte. Personaggi secondari, bulli omosessuali, ragazzi felici in una Chicago di papponi scontrosi, locali notturni, escort russe. Il Mickey del bravissimo Noel Fisher è credibile, folle, di un'umanità senza pari. E poi, accanto al magistrale e fragile William H. Macy e a una spumeggiante Joan Cusack, la sola e unica Emmy Rossum. La ami e la odi. Non ha trucco, non ha un ruolo facile, ma ha un copione che strappa da lei il meglio: sofferenza, pianto, sangue. Fiona è cambiata e, da sorella maggiore, è diventata tutrice legale dei suoi fratelli. Le responsabilità la rendono diversa, la rendono sgradevole e in briciole. Potenzialmente, un'erede di Frank: tale padre, tale figlia... Un ruolo che si scopre crudele la rende, però, intensa come mai prima. Un Emmy ce l'ha nel nome: non candidarla, questa volta, sarebbe una blasfemia. Nel sesto episodio – Iron City – ti spezza, si spezza. Il finale di stagione parla di morti che camminano e di giovani che s'ammalano della depressione dei vecchi: poveri Lazzari di periferia. Shameless è il serial che non puoi perdere. (9/10)

Pretty Little Liars
IV Stagione
Le protagoniste di Pretty Little Liars non recitano, starnazzano. Sono galline professioniste. Vagano in boschi e cimiteri in abito da sposa. Vanno conciate ai funerali come diciassettenni a un festino di Capodanno. In questo serial capitano cose così. Anche l'occhio vuole la sua parte, non c'è dubbio. E, sulla ABC come in casa The CW, tutti sono super: super bellissimi, super popolari, superati. Ma è una serie ABC e sono anche tutti casti e ben vestiti. Niente scene osé: non ci sperate! Due le note positive che riesco a trovare. Spencer e Allison. Spencer: quella che si veste da vecchia, sì. Ah, ma forse vi confondete con Aria? No, lei è solo vintage: si veste come una zingara/cartomante/barbona per scelta di vita. Lei è vecchia dentro. Attiva come la Signora in giallo, lucida come Courtney Love, ma piuttosto brava. Le altre sono dei cani proprio. La peggiore, Ashley Benson, che pare tutti trovino la più bella. In compenso la bambolona bionda non mi convince nemmeno sotto quel punto di vista. Poi Allison: Allison è Allison. Non capisci un cavolo di lei, ma è ipnotica. Bellissima, carismatica, convincente. Com'è il finale di stagione? Inconcludente, come al solito. Prendi a vaglio tutti i tipi loschi. Stani tutti i sospettati. Ci sei. La verità, finalmente. E invece niente. Come quattro serie prima. E questa quarta stagione è la più inutile, insulsa e noiosa: il che è tutto dire, vabbè. Per correttezza, ammetto di essermi addormentato ad ogni puntata, o quasi, e ad ogni puntata, o quasi, di aver saltato interamente le parti di mezzo. Ma Pretty Little Liars è così ordinato, raffinato, organico che riesci a capire tutto lo stesso, anche in quei dieci minuti in cui ti svegli di botto sul divano? No. In realtà ti svegli e le vedi che blaterano, scappano, si lasciano sfuggire il colpevole, come una mosca in un pungo. Mi è piaciuto? Noooo. Guarderò la serie successiva? Sììì. Lo so che pensate: questo è idiota fino al midollo! Comprenderete solo dopo aver visto questo serial.Troppo trash per essere vero. Ognuno ha bisogno della sua dose settimanale di scemenze. I nostri palati chiedono di dissetarsi con il trash puro. E Pretty Little Liars è il Nestea, la Corona, la Coca Cola del trash. Dai creatori di The Walking Dead, Peppa Pig e i Barbapapà. Che collaborazione illustre! (3/10)

Looking
Stagione I
Looking è la versione maschile del celebrato Girls. Così l'hanno presentato, lo scorso gennaio. Spontaneo, vero, senza orpelli. Una serie TV con soli uomini e uomini soli. I personaggi, a volte, mi sono parsi veri chiché ambulanti. Ma a volte mi hanno stupito positivamente, perché anche con i baffoni alla Village People o il fare da primadonna, risultano autentici. Looking è targato HBO: dove non ci sono i belli senza arte né parte della The CW. La stessa HBO nota per i suoi telefilm da bollino rosso, ma che – in questo caso – sa essere diretta, incisiva, coerente ma senza eccessi. Bravissimo il Jonathan Groff della prima stagione di Glee, nei panni del quasi assoluto protagonista, e, tra i comprimari, resta impresso il simpatico Russel Tovey di Him and Her. Per le gigantesche orecchie a sventole, i videogame, l'accento british. Soprattutto per l'accento, forse. Questa serie non vuole essere educativa, non vuole essere importante, non vuole indurre alla tolleranza. Scarni gli scenari, misurata la recitazione, magnetica la fotografia. Pittoresca e malinconica questa San Francisco qui. Da intenditori – e io non lo sono, lo premetto – la variegata colonna sonora. Un gioiellino di regia e scrittura il quinto episodio: il più bello. Non è una serie adatta agli spettatori più omofobi del cosmo, Looking. Prosegue per la sua strada – chi c'è c'è, chi non c'è non c'è. Non si parla della confusione giovanile, dell'outing, dei dubbi, ma del dopo. Otto episodi adulti e di grande intimità. In cerca di un loro destino - come i tre protagonisti allo sbando -, ma interessantissimi. Da mettere ancora bene a fuoco. (7/10)