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martedì 20 ottobre 2020

Recensione: Malinverno, di Domenico Dara

Malinverno, di Domenico Dara. Feltrinelli, € 18, pp. 330.

Se nell’immaginaria Timpamara tracciassimo una linea tra il maceratoio e il camposanto, otterremmo una retta perfetta. Lo stupore, poi, crescerebbe ulteriormente dopo la seguente constatazione: la biblioteca comunale sorge proprio a metà strada. Da un lato dunque avremmo il luogo in cui vanno a morire i libri, dall’altro quello in cui muoiono gli esseri umani, e giusto al centro una bolla che ristabilisce gli equilibri per magia: nelle biblioteche, infatti, tanto le storie quanto gli uomini che le hanno scritte sono salvi dall’oblio. A dispetto della caducità della carta stampata, sugli scaffali non si muore mai.


In ogni angolo di Timpamara, su davanzali, panchine, portabagagli delle auto, sui sacchi della spazzatura e perfino sui cappelli delle signore, poteva trovarsi la pagina di un romanzo: quando le genti le raccoglievano la leggevano, e se non piaceva non la buttavano ma l’appoggiavano da qualche parte, nella fioriera del marciapiede o su un gradino, fermata da una pietra affinché qualcun altro la prendesse; se piaceva, invece, la portavano a casa e la conservavano. Leggevano tutto e tutto serbavano, i timpamarani, quasi a contrappesare il destino di distruzione del macero: lì i libri venivano cancellati, loro invece li tenevano in vita.

 “Custode di libri, guardiano del cimitero, protettore dei vinti”, Astolfo Malinverno si giostra tra un polo e l’altro. Timido e perseguitato dalle sciagure, ha un modo tutto suo di stare al mondo e poca dimestichezza coi vivi. Pertanto non si cruccia troppo dell’ennesimo incarico annunciatogli dal messo comunale: mentre nel pomeriggio registra i prestiti bibliotecari, al mattino appunta i trapassi. Tanto i lettori quanto i parenti dei defunti presentano simili idiosincrasie. Un novello Lazzaro si avvicenda così a un assicuratore con ambizioni proustiane; qualcuno vorrebbe seppellire il proprio animale domestico e qualcun altro un arto mutilato; c’è chi sfoggia sul loculo una foto in coppia con l’amante platonica e chi, invece, vorrebbe sposare il fidanzato fresco d’incidente mortale; infine ecco entrare e uscire puntualmente i visitatori più enigmatici di tutti. Un uomo incappucciato, che ausculta l’ambiente circostante con un paio di cuffie, e una bellissima donna di nero vestita che indugia ai piedi di una tomba in particolare: peccato che la defunta, che Astolfo nel frattempo ha soprannominato Emma Bovary, sia la sua copia carbone. Cosa cercano i vagabondi inquieti che si muovono entro quelle mura di cinta? Ci si può innamorare perdutamente di un fantasma?

Bisogna essere soli per sapersi prendere cura di altre solitudini.

Nel terzo romanzo di Domenico Dara, autore che scopro qui per la prima volta, succedono letteralmente cose dell’altro mondo. Ho pensato alle atmosfere della poesia cimiteriale, tetra e romantica. Ho pensato, soprattutto, ai mondi incantevoli del compianto Zafon. Giunto in libreria a fine estate, Malinverno si è rivelato la lettura ideale in abbinamento con i primi rigori dell’autunno, con i tè fumanti sorseggiati a merenda e, soprattutto, con i preparativi per l’imminente Halloween. Il romanzo si muove avvolto in atmosfere piacevolmente lugubri, e ha un gusto per la narrazione che riempie gli occhi di nostalgia: è figlio d’altri tempi, è una creatura sovrumana in cui ogni minimo figurante vive di alte citazioni – e trattandosi di un romanzo corale, quindi, impossibile non leggerne di bellissime. Tutto racconta una storia. Ogni nome della galleria di Domenico Dara – popolosa e, isolato difetto, forse un po’ dispersiva – convive con rimpianti, segreti, ambizioni, amori persi e amori ritrovati. Può Astolfo, sensibile com’è, far sempre propri il dolore e le vicissitudini altrui? Quando troverà il coraggio di vivere davvero?

Perché chi ama, appena scopre nell’altro un cedimento o una manchevolezza, non ha altro scopo che apparare e livellare, che forse a questo serve l’amore, a sentirci necessari, a essere lo stucco sulle incrinature dei vetri, la toppa sugli strappi dei tessuti, il punto tra le pelli lacerate.

Artefice di uno Zibaldone pieno di note a margine, il protagonista condivide a cuore aperto hobby e paturnie. Una su tutte: l’abitudine a riscrivere dal nuovo i finali dei romanzi più celebrati, a suo dire manchevoli se provvisti di lieto fine. Lo ammetto, sì, sono d’accordo con lui: le storie perfette sono quelle che garantiscono il crepacuore. Ma leggendo dei suoi sospiri verso Emma – morta chissà quando, morta chissà come: ora riposa nell’anonimato, all’ombra dei fiori di cardo –, è difficile non opporsi alla rigorosa logica di Astolfo. Non confidare  in un’eccezione alla regola. A questo romanzo e all’eroe eponimo, insomma, si finisce per volere un bene oltre misura. Sarà che sono entrambi generosi nel condividere pagina dopo pagina passioni, dettagli, aneddoti: francamente basterebbero per altri dieci romanzi. Sarà che, più che pieni di umanità, ne sono ricchissimi, sovrabbondanti. Qui e lì si perde l’equilibrio: sul filo dell’equilibrista, insieme a loro, portano sospese le sorti di tutta Timpamara. Ma quando il numero circense riesce ugualmente, nonostante tutto, come trattenere un piccolo boato di meraviglia?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Evanescence – My Immortal

lunedì 23 dicembre 2013

Recensione a basso costo: Il palazzo della mezzanotte, di Carlos Ruiz Zafòn

Ciao a tutti, amici, e buon lunedì. Si ritorna, dal weekend, con una nuova recensione. E con un ringraziamento speciale! I Blogger Choice Awards, organizzati dall'instancabile Denise di Reading is believing, hanno eletto un blogger per ogni categoria. Sono orgoglioso, scioccato e felicissimo di annunciarvi che – grazie a coloro che mi hanno votato – sono stato eletto il “miglior recensore” di questo 2013. Sono commosso: siete la cosa più bella che ho... Tornando ai libri, tornando a noi, oggi vi parlo di un romanzo un po' datato, disponibile in ben tre versioni diverse, che avevo in WL da un po', ma che ho comprato per caso: nella scheda leggete nove euro, ma al supermercato – tra i Remainders – l'ho trovato a € 2,90. Sono un bambino fortunato, lo so! Augurandovi buona lettura, spero mi diciate cosa ne pensate. Quali libri conoscete di Zafòn? Avete mai letto qualcosa di suo?
Dovevamo ancora imparare che il Diavolo ha creato la gioventù per farci commettere i nostri errori e che Dio ha istituito la maturità e la vecchiaia per consentirci di pagarne il prezzo.

Titolo: Il Palazzo della Mezzanotte
Autore: Carlos Ruiz Zafòn
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 300
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Calcutta, 1916. Una locomotiva infuocata squarcia la notte e un giovane tenente si sacrifica per salvare due gemelli neonati. Calcutta, 1932. Ben compie sedici anni e sta per lasciare l'orfanotrofio, celebrando lo scioglimento della Chowbar Society, il club segreto di sette orfani che per anni si sono riuniti in un antico edificio in rovina, il Palazzo della Mezzanotte. Ma pochi minuti prima della mezzanotte, una bellissima ragazza si unisce a loro, e le braci dell'incendio ricominciano ad ardere...
                                                        La recensione
Ho autori preferiti sparsi un po' per tutto il mondo, io. Persone con lingue diverse e separate da me da oceani, chilometri e catene montuose, ma che – in tanti momenti della mia vita – mi è piaciuto considerare amici fidati, preziosi dispensatori di consigli, fratelli di sangue. I nomi li conoscete, perché tendo a ripetermi e perché, quando si è, come noi, in famiglia, sarebbe sgarbato non presentare agli ultimi arrivati un nuovo ospite, l'ennesimo commensale arrivato a tavola, il vicino di posto che non ti aspetteresti. In un grande e immaginario cenone natalizio, ospitato nella villa spaziosa e strapiena di libri che non avrò mai, non potrebbe mancare lui. Le guance rubizze, il pizzetto sale e pepe, i capelli ormai meno numerosi dei libri pubblicati, un musicale e piacevole accento spagnolo con cui, tra una pagina e l'altra, ci ha raccontato alcune delle storie più belle e magiche che io ricordi: Carlos Ruiz Zafòn. L'ho incontrato una mattina d'estate, i cui contorni erano sfumati da una nebbia perpetua che rendeva edifici e passanti semplici macchie grige sul bianco innaturale di una tela a forma di città. All'ombra del vento. L'ho conosciuto lì, di sfuggita, e, a lungo, ho adorato girovagare, perso e senza meta, nel Cimitero dei Libri Dimenticati, dimenticando chi fossi io e chi ne fosse l'onniscente e talentuoso architetto. Barcellona, dopo Gaudì, aveva trovato un nuovo, inaspettato simbolo. E' stato lo straordinario successo del suo primo, vero romanzo per adulti a far sì che il mondo riscoprisse il suo esordio, le sue prime storie, i suoi scritti dal sapore sperimentale ed acerbo. Il palazzo della mezzanotte, pubblicato per la prima volta nel 1994 e giunto da noi sedici anni dopo, per Mondadori, è parte della sua corposa e sfaccettata produzione giovanile. Un carosello di sorprese brutte e sorprese belle, di incontri sgraditi e di incontri graditi, a cui, anche nei suoi romanzi più recenti, Zafòn ha attinto a piene mani. Già all'epoca, per me, era un portento. Anche se, per molti, sarà forse difficile credere a quest'affermazione. Ho conosciuto lettori che hanno frainteso Zafòn, che l'hanno eccessivamente sopravvalutato o che, semplicemente, non hanno saputo, purtroppo, scegliere il giusto libro con cui cominciare quest'avventura. Vi dirò, io ne ho letti cinque su sette e, sebbene la sua impronta sia sempre profonda e forte, ci sono libri e libri e, soprattutto, ci sono lettori e lettori: L'ombra del vento rimane il suo capolavoro, tra quelli che ho letto. Il principe della nebbia, il suo esordio ufficiale, è il più infantile e acerbo; Marina è il più autentico; Il gioco dell'angelo – tra tutti – è il più pretenzioso, dunque il meno riuscito. Il palazzo della mezzanotte, suo secondo romanzo, è un anello di congiunzione tra Il principe e Marina, tra l'infanzia e l'adolescenza. Nei primi tempi, le recensioni negative erano all'ordine del giorno e in tanti, additandolo come infantile e semplice, avevano criticato l'eccessivo prezzo di copertina, l'esiguo numero di pagine, l'ampia spaziatura. Come se la Mondadori avesse voluto farlo apparire per quello che non era. Il nuovo L'ombra del vento: lungo, maturo, per lettori dai palati raffinati. Per farmi capire, pensate ai bambini che, quando sono alle prese con un temino che occupa due colonne scarse del foglio protocollo, tentando di farsi beffe della maestra, modificano e deformano la loro grafia in larghezza, facendo di ogni punto fermo una buona occasione per andare a capo. 
I lettori, all'epoca, si erano sentiti così: come quella maestra di turno presa in giro, nella maniera meno furba e più pedestre possibile. Per tutti questi anni, con questa precisa e sgradevole sensazione, ho mantenuto il titolo nella wishlist, ma ben lontano dalla mia libreria: perché, mi ripetevo, a un prezzo alto dovevano corrispondere tante pagine, altrimenti niente. Poi, al centro commerciale, mentro ero in cerca d'altro, come spesso accade, la fortuna ha voluto che trovassi questo romanzo in uno scatolone disordinato pieno di rimanenze di magazzino. A meno di tre euro, volumi nuovi di zecca di grandi nomi: Sophie Kinsella, Sarah Dessen, Audrey Niffenegger... E, dal nulla, era saltata l'unica copia rimasta di Il palazzo della mezzanotte. Addio razionali ritrosie, benvenuto colpo di fulmine. Ho scoperto, così, uno Zafòn più giovane, ma già con uno stile impeccabile: maturo, avvolgente, evocativo. Un autore dalla grande fantasia, con idee meno tenute a bada e con un linguaggio meravigliosamente eccedente, che azzardava – già allora - metafore su metafore, fantasiosi parallelismi, splendide e sovrabbondanti ripetizioni. L'autore di Il palazzo della mezzanotte è lo stesso che conosco e amo: quello che ha un aggettivo, un avverbio e un dettaglio per ogni cosa. Niente è detto in parole povere, lapidariamente, così com'è. 
Metafore avvolgenti e similitudini d'incanto sono lì, ovunque, a ricordarci la magia del raccontare storie e a lasciarci in eredità l'arte dimenticata degli antichi aedi greci. Si è testimoni dei primi passi di un maestro, eppure non ci sono incertezze e tentennamenti. L'intreccio procede speditamente per la sua strada, liquido come acqua e pericoloso come gasolio, e, con dolcezza, conduce i lettori tra passato e presente, in una Calcutta – grande ed inedita coprotagonista – che affascina come una storia dell'orrore e seduce, come la cara e vecchia Bacellona di sempre. Siamo alla presenza di un incontaminato e onesto esempio di narrativa, di una di quelle storie – sempre diverse, sempre nuove, sempre più strane – che le nostre nonne raccontano con immenso gusto, tornando a sentirsi vispe e attive come in una lontana e irrestituibile gioventù. Le versioni e i moventi cambiano, i dettagli si aggiungono senza misura e i colpi di scena sono inseriti senza prima avvertire: non ci sono regole, e questo è il bello. Tutto può accadere. Nevicare in uno dei Paesi più afosi del mondo in pieno Maggio, non scoprirsi più soli, trovarsi davanti lo spettro di un treno dimenticato che – portando a bordo ombre di bambini urlanti – si schianta contro i muri e si tuffa dentro profondissimi tunnel, alimentando un impressionante inferno di fuoco. La critica più grande che si possa fare a Il palazzo della mezzanotte è definirlo un romanzo per bambini cresciuti. E ce ne fossero di romanzi per adolescenti così, davvero. Scritti con maestria, trapelanti di sacrificio, amicizia e lealtà, ideati per lettori forse più piccoli, ma non necessariamente più sciocchi. Semplice non è sinonimo di mediocre, popolare non lo è di dozzinale: credo che, di ciò, Zafòn sia l'esempio più lampante che abbiamo in circolazione. Adesso come in passato, dunque, conserva la coerenza e la classe di sempre; quel gusto barocco che, a tempi alterni, oscilla anche tra il romantico e il decadente. Questo suo secondo romanzo è ancora saldamente legato al mondo della sua infanzia e, suo al pari degli altri che seguiranno, si lascia contemplare per l'eleganza di una prosa praticamente ammaliante, adorare per quei toni orrorifici e squisitamente noir, divorare per quella fretta generale che ricorda la corsa di un bambino con la classica propensione a mettersi nei guai. Un bambino che, in meno di trecento pagine, invecchia e, giunto alla vetta, come in Joyland, si guarda alle spalle, scontrandosi contro l'imponente barriera dei suoi ricordi e confrontandosi con una voce che, da acuta e squillante, è diventata roca. Ma pur sempre ottima per raccontare storie.
Il mio voto: ★★★ ½
Il mio consiglio musicale: Ed Sheeran – I see fire